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Trentin Bruno

di P. Bolchini, da www.brunotrentin.it



Bruno Trentin nasce il 9 dicembre 1926 a Pavie, in provincia di Tolosa in Francia, dove il padre Silvio, docente di Ca'
Foscari in Diritto Amministrativo, deputato al Parlamento nel 1919, aveva trovato asilo politico, per non prestare
obbedienza al nascente regime. La figura del padre, federalista e liberale, come i rapporti con il ristretto circolo
dei fuoriusciti , dai fratelli Rosselli alla famiglia Nitti ai repubblicani spagnoli, ebbero influenza rilevante ancorché
contrastata nella formazione del giovane Trentin. La permanenza della intera famiglia in Francia si conclude con
la partecipazione alla resistenza e dopo l'8 settembre del 1943 con il rientro in Italia. Catturato dai fascisti, Silvio
Trentin muore prigioniero il 12 marzo del 1944, mentre Bruno avrebbe proseguito la lotta nelle file di Giustizia e
Libertà, accanto a Leo Valiani.
Terminato il conflitto, si reca ad Harvard con una borsa di studio e si laurea in giurisprudenza a Padova nel
1949, con una tesi dal titolo "Giudizio di equità nei rapporti commerciali, con particolare riferimento alla dottrina
della Corte Suprema degli Stati Uniti", relatore prof. Opocher. Nello stesso anno entra a far parte dell'Ufficio
studi della CGIL, allora diretto da Vittorio Foa, dove lavora in contatto con Giuseppe Di Vittorio. L'anno
successivo si iscrive al PCI, partecipando alla vita del partito e ai suoi organi dirigenti; eletto deputato nel 1962,
si dimetterà per la sancita incompatibilità tra cariche sindacali e parlamentari. Nei suoi primi contributi (cfr. V.
Foa — B. Trentin, “La CGIL di fronte alle trasformazioni tecnologiche nell'industria italiana”, Annali Feltrinelli,
1960, Milano) emergono temi come la condizione operaia in rapporto alla generalizzazione dei sistemi fordisti
nell'organizzazione del lavoro; ovvero, l'influsso di ideologie allora chiamate "neocapitaliste" di derivazione
"new-deal" e dalla scuola istituzionalista su parte del pensiero di matrice cattolica nell'avvento del centro-sinistra
in Italia e la sfida posta al "marxismo militante" (Le dottrine neocapitalistiche e l'ideologia delle forze dominanti
nella politica economica italiana, Istituto Gramsci, Tendenze del capitalismo italiano, Editori Riuniti,
Roma,1962). Altro filone di approfondimento fu quello del ruolo del sindacato, in particolare dopo la sconfitta
della CGIL alla FIAT nel 1955 e le lacerazioni provocate all'interno del movimento operaio dai drammatici
avvenimenti del 1956 nell'Est Europeo, che si concludono nella ricerca, per il momento solo proposta,
dell'autonomia del sindacato (cfr. in proposito, A. Guerra, B. Trentin, "Di Vittorio e l'ombra di Stalin. L'Ungheria,
il P.C.I. e l'autonomia del sindacato", Ediesse, Roma,1997).
Nel 1962 Bruno Trentin venne eletto alla carica di segretario della FIOM: una fase che vede da un lato il
progressivo esaurimento della fase di espansione dell'economia mondiale, dall' altro l'aumento delle attese
dopo gli anni del cosiddetto miracolo economico, anche per l'avvio al lavoro di fabbrica di nuove generazioni. Lo
scoppio di quella che sarà una lunga stagione di lotte, pose in discussione non solo gli assetti salariali e
normativi , ma anche la capacità di rappresentanza da parte dei sindacati. Nel ripercorrere quelle vicende (B.
Trentin, Autunno caldo: il secondo biennio rosso, 1968-1969, intervista di G.Liguori, Editori Riuniti,Roma, 1999)
porrà in evidenza come le divisioni tra i sindacati e le stesse piattaforme rivendicative, malgrado lo sforzo nei
confronti della contrattazione articolata, segnassero un ritardo evidente rispetto alla dinamica degli eventi. Sotto
la spinta della base, i sindacati dei metalmeccanici recuperarono la guida del movimento, firmando un nuovo
contratto che sanciva la fissazione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali, con una riduzione di 4-5 ore: "un
risultato senza precedenti in Italia e in Europa: eravamo in coda passammo in testa", che ribaltava
comportamenti convenzionali, come quello di barattare la riduzione degli orari di lavoro con aumenti salariali.
Negli anni successivi analoghe piattaforme vennero presentate con successo dai chimici e da altre categorie.
Seguirono i contratti che sancivano il diritto alla salute in fabbrica, quello di svolgere inchieste aziendali sulla
nocività, la facoltà di tenere riunioni sindacali nei luoghi di lavoro, l'allargamento degli spazi per la contrattazione
decentrata, il diritto all'informazione ( B. Trentin, "Da sfruttati a produttori. Lotte operaie e sviluppo capitalistico
dal miracolo economico alla crisi", De Donato, Bari).
E' la cultura dei diritti del lavoratore in quanto persona ed essa si coniuga con nuove forme di rappresentanza
collettiva nei luoghi di lavoro. Le Commissioni Interne vennero rimpiazzate dai Consigli dei delegati che
avrebbero investito l'insieme delle strutture sindacali, dal tema della democrazia sindacale a quello della unità
delle confederazioni. Il gruppo dirigente della FIOM si fece sostenitore di questi istituti, pur non sottovalutando i
pericoli da un lato di derive estremistiche e dall'altro di involuzioni corporative. In "Il Sindacato dei consigli"
(volume intervista con Bruno Ugolini, Editori Riuniti, Roma, 1980), Bruno Trentin ripercorrerà l'insieme di queste
vicende, sottolineando il ruolo di soggetto anche politico acquisito dal sindacato, il superamento di antiche
divisioni che avrebbero portato alla unità organica delle federazioni dei metalmeccanici, nel rispetto della
diversità delle tradizioni, sotto la sigla della FLM.
Nel 1978 Bruno Trentin divenne segretario della CGIL e nel 1988 assunse la carica di segretario generale che
tenne fino al 1994, per poi passare alla direzione dell'Ufficio programma. Infine, nel 1999 venne eletto al
Parlamento Europeo , dove fa parte della Commissione per l'Economia. Gli anni '70 furono caratterizzati da
ripetute crisi e da ondate inflazionistiche, dalle difficoltà della grande impresa che comportarono la liquidazione
di interi comparti industriali, soprattutto di quelli ad alti consumi energetici, con rilevanti ricadute
sull'occupazione. Successivamente, l'avvento di nuove ondate di innovazione tecnologica avrebbero portato a
fasi di espansione, intervallate da recessioni e difficoltà finanziarie di diverso genere: la crisi coinvolse anche il
sindacato nella difesa dei posti di lavoro, nell'assunzione di politiche di difesa dei redditi da lavoro che si
conclusero spesso con vicende contrastate come l'accordo sul punto di contingenza uguale per tutti, o anche
con pesanti sconfitte, come la vertenza FIAT del 1980 e il referendum sulla scala mobile. I contributi più
significativi di Bruno Trentin riguardano l'elaborazione di strategie sindacali nel tentativo di qualificare i temi del
dibattito interno e di stabilire collegamenti tra enunciazioni programmatiche e pratiche quotidiane: sono di
questo periodo scritti come "II piano d'impresa e il ruolo del sindacato in Italia" (De Donato, Bari, 1983),
approfondimenti comparativi, come P. Perulli, B. Trentin , "Il sindacato nella recessione : modelli e tendente
nelle politiche contrattuali in Occidente" ( De Donato, Bari, 1983), o ancora: "Idee e pratica dell'eguaglianza
nell'esperienza del sindacato italiano" in "Quaderni di Rassegna sindacale", n.114-115,1985. Le difficoltà
dell'economia italiana - e con essa del sindacato- raggiunsero nei primi anni novanta fasi drammatiche: mentre
il governo sottoscriveva il Trattato di Maastricht, alla crisi congiunturale si aggiungeva il disastro dei conti
pubblici, il discredito della classe di governo, le ripercussioni sulla tenuta dei conti con l'estero. Nel luglio del
1992 un accordo tra governo Amato, Confindustria, CISL e UIL varò un ampio pacchetto di misure , che
trovarono forti resistenze in una parte della CGIL (la richiesta di rinuncia a istituti contrattuali come la scala
mobile e la contrattazione articolata). Per il segretario della CGIL si pose la alternativa di sottoscrivere gli
accordi in contrasto con il mandato del direttivo o di assumersi la responsabilità di far cadere il governo. Nel
ricordo di Bruno Trentin: "Un aggravamento della crisi economica e finanziaria, segnata dalle dimissioni del
governo, avrebbe costituito un danno per il paese e un danno ancor più grave per i lavoratori. E di questo un
sindacato come la CGIL doveva farsi carico , anche a costo di pagare prezzi pesanti". Il 31 luglio, dopo una
riunione drammatica che vide la segreteria della CGIL sull'orlo della spaccatura, l'accordo venne firmato, ma il
segretario generale presentò le dimissioni, che vennero respinte all'unanimità solo due mesi più tardi, (cfr. "Il
coraggio dell'utopia. La sinistra e il sindacato dopo il taylorismo", intervista. a B. Ugolini, Rizzoli, Milano, 1994,
p. 165 e seg.).
L'accordo non evitò che due mesi più tardi la situazione precipitasse e che la lira fosse spinta fuori dallo SME.
E, tuttavia, il mantenimento dei principi di autonomia, la difesa degli spazi della contrattazione, ma al contempo,
l'assunzione di responsabilità nei confronti delle compatibilità da parte del sindacato non fu vana: il governo
Ciampi, l'anno successivo, riprese l'intera materia, giungendo a stipulare il 23 /7/1993 un nuovo accordo con le
parti sociali che configurava una politica dei redditi, che avrebbe dovuto riguardare non solo il lavoro
dipendente, sancendo un unico rapporto di rappresentanza per tutte le categorie del lavoro subordinato e
utilizzando strumenti come la fissazione del tasso di inflazione programmato, recuperabile nel caso di
sfondamento, l'utilizzo della leva fiscale e il riconoscimento di margini alla contrattazione articolata. L'accordo,
sottoscritto da tutte le parti in causa, venne sottoposto all'approvazione delle assemblee di base ottenendo un
ampio consenso. Si apriva un nuovo capitolo delle relazioni industriali; al contempo si dava avvio a un nuovo
circolo virtuoso, che avrebbe portato all'abbattimento dell'inflazione e al graduale risanamento dei conti pubblici
e che doveva, alla fine, sfociare nell'adesione dell'Italia a pieno titolo alla fase costitutiva dell'EURO. L'apporto
come responsabile dell'Ufficio Programma prese avvio dalla relazione (pubblicata da Donzelli con il titolo
"Lavoro e libertà nell'Italia che cambia", Roma,1994) alla conferenza di programma della CGIL svoltasi a
Cianciano dal 2-4 giugno 1994. Due concetti correlati emergono in questa occasione, che diventeranno centrali
nella elaborazione di Trentin: in primo luogo "la fine irreversibile del fordismo", considerato, con il taylorismo,
come sistema di produzione rivolto a determinare mansioni, tempi di lavoro, gerarchie in maniera autoritaria e
burocratica in nome di una falsa neutralità della scienza dell'organizzazione, diretta non solo ad espropriare il
lavoratore della sua professionalità, ma anche ad imporre al consumatore prodotti standardizzati, corrispondenti
agli indirizzi del produttore. L'altro punto focale è dato dalla rivalutazione del lavoro - in contrapposizione a
posizioni rivolte ad affermare la "liberazione dal lavoro" - come fattore di realizzazione delle capacità individuali
e collettive, che si manifestano nell'atto della produzione. Proprio la crisi del fordismo, imposta dalle nuove
tecnologie come l'informatica e l'automazione e dalla mondializzazione dei mercati, aprirebbe a suo modo di
vedere, nuove opportunità, a condizione che esse vengano sfruttate per contrattare nuovi diritti da parte dei
lavoratori per la qualificazione permanente del lavoro, per la partecipazione attraverso gruppi autogestiti alla
progettazione e all'esecuzione dei progetti, con percorsi come il Job enrichment e la mobilità tra diverse
esperienze di lavoro. La flessibilità nell'impiego del lavoro può significare il superamento della stabilità del posto
nel rapporto di lavoro subordinato, ma questo deve essere accompagnato dall'estensione dei diritti di tutela a
nuove fasce di lavoratori dalla piccola impresa ai contratti a termine e ai lavoratori anziani.
In scritti successivi come "Nord-Sud. Lavoro, diritti e sindacato nel mondo" (scritto in collaborazione con L.
Anderson, Ediesse, Roma, 1996), "La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo" (Feltrinelli, Milano, 1997), "Il
lavoro possibile. Prospettive di inizio millennio" (con C. Callieri, Rosemberg e Sollier), "Processo alla crescita.
Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neo- liberista" (con C. Ravaioli, Editori Riuniti, Roma,2000)
le dimensioni del discorso si ampliano, abbracciando temi nuovi come la società civile, le disuguaglianze su
scala mondiale, i diritti della persona dentro e fuori la fabbrica. Emergono fonti di ispirazione nuove, come la
revisione del concetto di lavoro astratto in rapporto ai nuovi paradigmi organizzativi, ovvero la rivalutazione del
filone del personalismo cristiano e del pensiero libertario. Il crollo del sistema sovietico appare come un'altra
faccia della fine del taylorismo (organizzazione della produzione e della società sulla base di regole autoritarie e
burocratiche nell'illusione di una crescita illimitata) e al contempo come il tramonto di una strategia del
movimento operaio che rinvia la liberazione del lavoro a una fase successiva alla conquista dello stato e alla
nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Questa fase di riflessione si apre, dunque, all'utopia nella tradizione
mannheimiana per una società basata sull'uguaglianza delle opportunità, capace di valorizzare il solidarismo e il
dono nella tradizione maussiana, di far uscire il lavoro subordinato dalla condizione di oggetto di rivoluzione
passiva e, in generale, di trasformare i deboli in protagonisti consapevoli. E' una strategia del cambiamento
della vita quotidiana, fondata sull'etica, e al contempo capace di individuare i fini e predisporre i mezzi per
verificare risultati e di rimettersi in discussione.
Si delinea in tal modo un percorso intellettuale e politico che, per usare un concetto che a suo tempo è stato
enunciato da A. Sen, nel rapporto tra uguaglianza e libertà è passato dall'affermazione del primato della
uguaglianza a quello della libertà, poiché questa contiene i germi dell'uguaglianza, mentre può non valere la
relazione inversa.



Lavoro e conoscenza, lectio doctoralis

(da www.brunotrentin.it)

Testo della lectio doctoralis pronunciata da Bruno Trentin all'università Ca' Foscari, in occasione del
conferimento della laurea ad honorem, il 13 settembre del 2002.
Magnifico Rettore, Signore Preside della Facoltà di Economia e Commercio, signori membri del Consiglio di
Facoltà Dott. Beggio e Dott. Malgara, Signore e Signori, cari amici, Voi potete comprendere la mia emozione, in
questo momento, non solo per l'onore che mi fate, forse impropriamente, con questa laurea, ma per la scelta
che avete compiuto di tenere questa riunione nell'aula che porta il nome di mio padre.
Sono stato sempre restio a parlare di lui pubblicamente, per il rispetto e la riconoscenza che gli debbo. E non
cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo
produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua
radicale incapacità di separare l’etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona
per i propri convincimenti.
Il tema di questo mio intervento riguarda il rapporto fra lavoro e conoscenza.
L’ho scelto perché mi sembra che in questo straordinario intreccio che può portare il lavoro a divenire sempre
più conoscenza e quindi capacità di scelta e, quindi, creatività e libertà, proprio perché si tratta soltanto di una
potenzialità, di un esito possibile ma non certo, delle trasformazioni in atto nelle economie e nella società
contemporanea, sta la più grande sfida che si presenta al mondo all’inizio di questo secolo.
La sfida che può portare a sconfiggere le vecchie e nuove disuguaglianze, e le varie forme di miseria che
dipendono soprattutto dall’esclusione di miliardi di persone da una comunità condivisa.

LAVORO E CONOSCENZA
1. Non si può dire però che la grande trasformazione del lavoro e del mercato del lavoro, che ha preso le mosse
dal salto di qualità registrato, negli anni ’70-’80 del secolo scorso, dalla rivoluzione delle tecnologia
dell’informazione e delle comunicazioni e dai processi di mondializzazione degli scambi, dei saperi e delle
conoscenze, abbia trovato, sin dai suoi inizi, una puntuale interpretazione nella letteratura economica e sociale.
Pochi sono stati gli osservatori che compresero come Robert Reich che ci trovavamo di fronte ad un processo
che, con le sue contraddizioni e disuguaglianze su scala nazionale e su scala mondiale, comportava, non di
meno, il tramonto dei modelli fordisti di produzioni rigide e di massa e di un mutamento dell’apporto che il lavoro
recava alla ricchezza delle nazioni.
Molti furono invece gli apologeti acritici di una società post moderna. Come molti furono i profeti di sventura.
Ebbe infatti una grande fortuna in Europa e in Italia (come avvenne già nel secondo dopoguerra, di fronte ai
processi di automazione della produzione di massa) una letteratura catastrofica e liquidatoria che ha avuto un
forte peso sull’opinione pubblica e sulla cultura politica del tempo. Gli anni ’80 e ’90 furono gli anni in cui ebbe
un successo insolito "best sellers" come "La fine del lavoro" di Jeremy Rifkin, "Il lavoro, un valore in via di
scomparsa" di Dominique Meda, o, per il grosso pubblico, "L’orrore economico" di una scrittrice di romanzi,
Viviane Forrester. Questi testi e tanti loro sottoprodotti sembravano
dettare i contenuti e le forme di una fine della storia e, per le forze socialiste ed i sindacati, della fine di qualsiasi
progetto di società che avesse come uno dei soggetti il mondo del lavoro, le classi lavoratrici.
Fu questo, io ritengo, il successo di questa letteratura, uno dei segni più manifesti del ritardo con il quale gran
parte della cultura politica europea percepì la qualità del grande cambiamento che segnò la fine dell’era fordista
nella seconda metà del secolo scorso.
Non di fine del lavoro si trattava, ma, paradossalmente, nella fase in cui si succedevano i processi di
ristrutturazione e di licenziamento di massa, di un’espansione su scala mondiale di tutte le forme di lavoro, a
cominciare da quello subordinato e da quello salariato, con un ritmo che non era stato mai raggiunto in passato.
Non di fine del lavoro come entità e come valore, si trattava ma di un cambiamento del lavoro e dei rapporti di
lavoro e del ruolo che il lavoro svolgeva nell’economia e nelle società dei paesi coinvolti nei processi di
mondializzazione. Un cambiamento del lavoro che riguardava, certamente, soprattutto una minoranza, sia pure
in forte progresso, dei prestatori d’opera, ma i cui effetti erano tali da investire anche i meno professionalizzati
dei lavori esecutivi, e che riproponeva, per un numero crescente di donne e di uomini, il lavoro come fattore di
identità; certo, uno dei fattori di identità, della persona umana.

2. Infatti la qualità e la creatività del lavoro si sono riproposti non solo come la condizione della ricchezza delle
nazioni come sostiene Robert Reich ma come fattore insostituibile della competitività delle imprese. Sempre più
fallimentare appare una strategia dell’impresa che punti non alla valorizzazione del lavoro ma alla sua
svalorizzazione, alla pura e semplice riduzione del suo costo per competere con le economie meno progredite
del pianeta e per ribadire il carattere meramente esecutivo di gran parte del lavoro salariato; per salvaguardare
il mito del lavoro come appendice cieca di una classe manageriale pensante.
L’uso flessibile delle nuove tecnologie, il mutamento, che ne discende, nei rapporti fra produzione e mercato, la
frequenza del tasso di innovazione e l’invecchiamento rapido
delle tecnologie e delle competenze, la necessità di compensarle con l’innovazione e la conoscenza, la
responsabilizzazione del lavoro esecutivo per garantire la qualità dei risultati faranno, infatti, del lavoro stesso,
almeno nelle attività più innovative, il primo fattore di competitività dell’impresa.
Ed essi segneranno il tramonto dello stesso concetto di "Lavoro astratto", senza qualità, – l’idea di Marx e il
parametro del fordismo- per fare del lavoro concreto, del lavoro pensato
e, quindi, della persona che lavora, il punto di riferimento di una nuova divisione del lavoro e di una nuova
organizzazione dell’impresa stessa.
E questa la tendenza sempre più prepotente che unifica, in qualche modo, (anche per i nuovi bisogni di
sicurezza che le trasformazioni in atto comportano), un mondo del lavoro sempre più disarticolato nelle sue
forme contrattuali e persino nelle sue culture; un mondo del lavoro che vive sempre più un processo di
contaminazione fra i vincoli di un lavoro subordinato e gli spazi di libertà di un lavoro autonomo.
E’ chiaro che parliamo di una tendenza che sembra destinata a prevalere ma che a sua volta si scontra con le
forti contraddizioni presenti nella gestione dell’impresa; la quale rimane, in casi molto numerosi, ancorata ad
un’organizzazione del lavoro di tipo tayloristico, incapace di socializzare un processo di conoscenza e di
apprendimento. Il fordismo è morto. Il taylorismo no.
Ma nelle imprese tecnologicamente avanzate e con un’organizzazione adeguata all’uso flessibile delle nuove
tecnologie, il lavoro che cambia, il lavoro concreto con i suoi spazi di autonomia e di creatività e con la sua
incessante capacità di apprendere, diventa il metro di misura della competitività dell’impresa. In quei casi la
flessibilità del lavoro si intreccia
con un processo di socializzazione delle conoscenze e con un continuo arricchimento delle competenze dei
singoli.

3. E’ bene però distinguere la flessibilità del lavoro come ideologia e la flessibilà del lavoro come realtà.
L’introduzione delle nuove tecnologie dell’informatica e delle comunicazioni con i mutamenti dei rapporti fra
domanda e offerta che sono derivate dal loro uso sempre più flessibile e adattabile, la rapidità e la frequenza
dei processi di innovazione, con la conseguente obsolescenza delle conoscenze e delle competenze, impone
senza alcun dubbio, come imperativo legato all’efficienza dell’impresa un uso flessibile delle forze lavoro e una
grande adattabilità del lavoro agli incessanti processi di ristrutturazione, che tendono a diventare non più una
patologia ma una fisiologia dell’impresa moderna.
Questa adattabilità può realizzarsi in due modi: o con un arricchimento e una riqualificazione costante del lavoro
e con una mobilità sostenuta da un forte patrimonio professionale, oppure con un ricambio sempre più
frequente della mano d’opera occupata o di quella parte che non ha avuto alcuna opportunità di aggiornamento
e di qualificazione.
E per la maggior parte dei casi, almeno in Italia, di questo tipo di flessibilità si tratta.
Intendiamoci bene, con questo la flessibilità del lavoro non cessa di essere un imperativo per l’impresa, anche
se non esiste come patrimonio individuale della persona che lavora. Ma essa si accompagna ad un enorme
spreco di risorse umane e anche di risorse professionali accumulate nel tempo ma che non hanno avuto la
possibilità di essere aggiornate, ed a forme di occupazione precaria e cui corrisponde una regressione delle
competenze; alla creazione di un vero e proprio secondo mercato del lavoro, quello dei "poor works".
Nessun problema quando i poor works coincidono con la prima fase della vita lavorativa e si intrecciano, come
accade per molti studenti con il proseguimento degli studi e la formazione, quindi, di nuove competenze. Il
problema esiste per l’intera società, e per la coesione della società intorno a valori condivisi, quando i "poor
works" coincidono con la creazione di un ghetto dove sono relegati lavoratori precari, lavoratori stagionali,
disoccupati strutturali, ai quali viene di fatto preclusa una mobilità presso attività subordinate o autonome, con
maggiori contenuti professionali e quindi con maggiori spazi di autonomia decisionale.
E forse per questa ragione, e per rimuovere il problema, che una nutrita letteratura ha fatto la sua comparsa
negli ultimi anni associando, con ostinazione, la flessibilità e in modo particolare la flessibilità "in uscita" con
l’occupazione, anzi tendenzialmente con la piena occupazione, ignorando anni di riscontri statici che dimostrano
come la flessibilità del lavoro è neutra rispetto al volume complessivo dell’occupazione e che, semmai i suoi
effetti possono farsi sentire come carenze di mano d’opera disponibile per occupazioni qualificate.
A mio modesto avviso questa ideologia della flessibilità ha soltanto contribuito a consolidare le resistenze nei
confronti del lavoro che cambia ed a nascondere l’enorme questione che sorge nell’era delle trasformazioni
tecnologiche dell’informazione: quello della socializzazione della conoscenza, per impedire, con il "digital
divide", la creazione di un fossato sempre più profondo fra chi è incluso in un processo di apprendimento nel
corso dell’intero arco della vita e chi è brutalmente escluso dal governo di questo processo.
E’ facile vedere che questo diventa un problema maggiore per il futuro della democrazia.
Si tratta in realtà di riflettere di fronte a questa sfida e alla minaccia di una profonda frattura sociale fra chi è
padrone di un sapere e chi ne è escluso, ai contenuti di un nuovo contratto sociale, di un nuovo statuto di base
per tutte le forme di lavoro, subordinato, eterodiretto o autonomo, partendo dalla consapevolezza che, per un
numero crescente di lavoratori, il vecchio contratto sociale è superato.

4. Il vecchio contratto sociale, così come è sancito dal codice civile, prevedeva in sostanza uno scambio equo
fra un salario e una quantità (come tempo) di lavoro (astratto, e senza qualità) sulla base di due presupposti
fondamentali –che però non fanno formalmente parte del patto.
La disponibilità passiva della persona che lavora, non contemplata nel patto formale perché supporrebbe uno
scambio di denaro con una "parte" della persona stessa;
La durata indeterminata del rapporto di lavoro, salvo eventi occasionali o gravi colpe del lavoratore e il premio
alla fedeltà e all’anzianità del lavoro per scoraggiare la mobilità fra
un impiego e l’altro.
Che cosa emerge dal rapporto sociale che viene in qualche modo plasmato dalle trasformazioni tecnologiche e
organizzative dell’impresa?
Primo che il tempo è sempre meno la misura del salario. La qualità della prestazione di lavoro e l’intervento del
lavoratore sono fisiologicamente diversi in un’ora di lavoro rispetto ad un’altra. E’ la fine del lavoro astratto.
Secondo che l’importanza crescente della qualità e dell’autonomia del lavoro (capacità di selezionare le
informazioni e quindi di decidere) comporta anche per i lavoratori esecutivi una responsabilità del risultato, che
incombe sulla persona del lavoratore, e non più solo sulla sua disponibilità ad erogare 8 ore al giorno di lavoro,
lasciando all’imprenditore l’uso effettivo di quelle 8 ore e l’opportunità di premiare questa fedeltà.
Terzo, che viene meno, come corrispettivo di un salario e di una disponibilità passiva della persona, la
prospettiva di un’occupazione stabile e in ogni caso di un rapporto di lavoro stabile. La flessibilità del lavoro fa
tendenzialmente scomparire questa certezza.

5. Non è ozioso quindi riflettere ad un nuovo tipo di contratto di lavoro che possa coinvolgere nei suoi principi
fondamentali tutte le forme di lavoro subordinato o eterodiretto e tutta la giungla di contratti che prospera con la
deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro.
Si può riflettere ad esempio, di fronte al venire meno della stabilità del posto di lavoro, e alla fine per molti
lavoratori, del contratto a tempo indeterminato (che era negli anni passati, il contratto della grande
maggioranza) ad uno scambio fra un salario correlato ad una occupazione flessibile (sia all’interno di
un’impresa che all’esterno, nel mercato del lavoro), e l’acquisizione da parte della persona del lavoratore di una
impiegabilità; un’impiegabilità sostanziata da un investimento dell’impresa, del lavoratore e della collettività in
una formazione permanente ed in una politica di riqualificazione, capace di garantire in luogo del posto fisso,
prima di tutte un’occasione di mobilità professionale all’interno dell’impresa e, in ogni caso, una nuova sicurezza
che accompagni il lavoratore il quale dopo un’esperienza lavorativa possa affrontare in condizioni migliori, di
maggiore forza contrattuale, il mercato del lavoro.
Si può riflettere ancora sul modo in cui riconoscere alla persona concreta, che diventa un soggetto responsabile
e quindi attivo e non passivo del rapporto di lavoro, un diritto allo sguardo, cioè all’informazione, alla
consultazione e al controllo sull’oggetto del lavoro (il prodotto, l’organizzazione del lavoro, il tempo di lavoro, il
tempo di formazione e il tempo disponibile per la vita privata) di cui essa è chiamata a rispondere, nel risultato
di un’attività che non è più cieca ed irresponsabile.
Non costituirebbe forse questo tipo di partecipazione dei singoli o dei gruppi un modo di estendere le forme
orizzontali e multidisciplinari di organizzazione del lavoro, con la partecipazione formata ed informata di un
numero crescente di operatori? E non si riproduce, forse, in questo modo, la necessità di intrecciare l’attività
lavorativa con l’attività formativa e con l’attività di ricerca e di costruire forme di organizzazione del lavoro capaci
di apprendere, di rispondere ai nuovi imperativi della conoscenza e di diventare, quindi, organizzazioni che
creano conoscenza?
Si deve riflettere infine sulla necessità di garantire a tutti i soggetti di un contratto di lavoro e particolarmente a
quelli che ricorrono alla miriade di contratti a tempo determinato od a contratti di collaborazione coordinata e
continuativa –ma sempre a tempo determinato- il principio della certezza del contratto, di un contratto che non
può essere revocato senza l’accertarsi di gravi mancanze da parte del lavoratore.
Nelle prestazioni più qualificate si può immaginare addirittura che questo diritto alla certezza del contratto
coinvolga tutti e due i soggetti del rapporto di lavoro.

6. Un nuovo contratto sociale, inclusivo di un welfare effettivamente universale diventa peraltro imperativo di
fronte alle gravi disuguaglianze che contraddistinguono, prima di tutto in termini di opportunità, l’accesso ai
servizi sociali fondamentali, a cominciare dalla scuola e dalla formazione e che esistono fra i diversi contratti ed
i diversi statuti del lavoro.
Ma qui ci troviamo di fronte ad un’altra sfida che richiama in causa il rapporto fra lavoro e conoscenza.
La popolazione invecchia rapidamente in Europa e particolarmente in Italia. Nel 2004 la classe di età dei 55-65
anni sorpasserà, in quantità, la classe di età dei 15-25 anni. E cominciano a porsi problemi rilevanti sia per
garantire la salute e l’assistenza delle persone più longeve che per garantire un reddito decoroso per i
pensionati.
Fino ad ora la sola soluzione presa in considerazione da molti governi è stata quella di garantire un minimo di
pensione, al limite della sopravvivenza, all’universo dei cittadini; per consentire ai più fortunati, quelli che non
conoscono interruzioni significative del rapporto di lavoro, il ricorso ai fondi pensione privati.
Non sembra che questa, di una riduzione della sicurezza nell’assistenza sanitaria e nel regime pensionistico,
sia una soluzione sostenibile nel medio termine a meno di spaccare permanentemente in due il mercato di
lavoro e di scontare un aumento, alla lunga insostenibile, dell’esclusione sociale e della povertà.
La sola strada, difficile ma percorribile, per scongiurare una simile prospettiva appare invece quella
dell’aumento della popolazione attiva, in grado di finanziare lo Stato Sociale. Ma questa è ferma in Italia al 50%
della popolazione totale, contro il 72-75% dei paesi nordici.
Un tale sforzo comporta certamente l’aumento dell’occupazione femminile e l’aumento di un’immigrazione
sempre più qualificata.
Ma sembra ineludibile la promozione di un invecchiamento attivo della popolazione, con l’aumento volontario
ma incentivato, dell’occupazione dei lavoratori anziani e quindi dell’età pensionabile.
Oggi, invece, da questo punto di vista, la situazione è drammatica per i lavoratori anziani, oltre i
quarantacinque anni, gli "over forty five", che sono i primi ad essere licenziati e la cui perdita di lavoro coincide,
nella grande maggioranza dei casi, con la disoccupazione strutturale, per un periodo che può andare dai 45
anni ai 60 anni della pensione di vecchiaia. E questa è la prospettiva, con la progressiva scomparsa della
pensione di anzianità. Fino ad oggi i lavoratori ultra 55enni sono infatti occupati in Italia solo nella misura del
35%! contro il 70% dei paesi scandinavi.
L’aumento della popolazione attiva anche per i lavoratori anziani appare quindi, come la sola alternativa alla
riduzione della tutela pensionistica universale. Ma fare fronte a questa sfida e garantire, al tempo stesso, un
rapporto effettivo fra una popolazione più longeva e la vita sociale della comunità, un processo di inclusione
nella vita civile e politica del paese, comporta uno sforzo straordinario nel campo della formazione e della
riqualificazione del lavoro, uno sforzo che implica, in molti casi, come per gli immigrati e gli anziani, la
ricostruzione di un minimo di cultura di base.
Si tratta quindi, di immaginare una politica della formazione lungo tutto l’arco della vita, oltre all’obbligo
formativo fino ai diciotto anni, capace di modulare le tecniche di formazione e di apprendistato in ragione
dell’età, dell’origine, della cultura di base e del sapere fare dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta infatti di
personalizzare sempre più le pratiche di formazione, per scongiurare numerosi fallimenti.
7. La realizzazione dell’obiettivo fissato dall’Unione Europea con il vertice di Lisbona nel 2001, di portare entro il
2010 al 70% il livello medio di occupazione della popolazione totale dell’Unione, di incentivare l’invecchiamento
attivo e la riqualificazione dei lavoratori anziani, di favorire, per tutti, una maggiore mobilità professionale verso
l’alto, durante la vita lavorativa, presuppone quindi un radicale cambiamento nella struttura della spesa pubblica
e nell’organizzazione del sistema formativo: in tutti i Paesi dell’Unione; ma particolarmente in un Paese come
l’Italia, che salvo pochi punti come quelli che abbiamo celebrato oggi resta alla coda, negli investimenti -fra loro
inseparabili- per la ricerca e per la formazione, non solo degli Stati Uniti e della maggior parte dei paesi europei
ma persino di alcuni paesi del Sud Est asiatico.
Prima di tutto, un radicale cambiamento nelle priorità della spesa pubblica e nelle forme di incentivazione degli
investimenti privati destinati alla formazione e alla ricerca. Questo comporta un rilevante aumento delle spese
destinate alla formazione e alla ricerca nei centri di educazione scolastica ed universitaria e al tempo stesso
una consistente incentivazione all’investimento nella formazione da parte delle imprese, accompagnata da
controlli e sanzioni, nei casi di utilizzi impropri dei finanziamenti pubblici.
Si tratta infatti di sormontare la riluttanza della maggior parte delle imprese –e soprattutto di quelle meno
innovative- ad investire nel fattore umano, quando una parte consistente della mano d’opera ha un’occupazione
precaria e quindi provvisoria.
E, a questo scopo, sembra inevitabile prevedere per i programmi di formazione, di aggiornamento o di
riqualificazione, oltre ad un concorso delle istituzioni pubbliche nazionali e locali, una partecipazione dei
lavoratori al loro finanziamento e quindi un ulteriore legittimazione di un loro diritto di proposta e di controllo sui
programmi formativi. Questo significa che la contrattazione del salario e dell’orario di lavoro dovrà prendere in
conto –come una specie di "salario in natura" o di "assicurazione per la mobilità professionale"- il concorso dei
lavoratori al finanziamento e all’esercizio delle attività formative interessanti le imprese, a livello aziendale; o nel
territorio, per le piccole imprese. L’Unione europea potrà concorrere anche essa, a queste condizioni, al
finanziamento delle attività di formazione e ricerca, favorendo tutte le sinergie che possono realizzarsi con altre
istituzioni scolastiche o con altre imprese europee.
Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione del sistema formativo sembra divenire di fondamentale
importanza la definizione e la sperimentazione di rapporti trasparenti fra gli istituti scolastici e universitari ed il
sistema delle imprese nella salvaguardia delle rispettive autonomie. E non mi riferisco soltanto alla formazione
professionale. Si tratta, in buona sostanza, di sperimentare sistematicamente la pratica degli "stages" sia per gli
studenti che per i docenti. L’insegnamento infatti non è al riparo dell’invecchiamento e dell’obsolescenza.
Si tratta di aprire la scuola secondaria e gli atenei universitari alla partecipazione periodica di docenti
provenienti dal mondo dell’impresa.
Si tratta infine di dotare le Università dei mezzi e degli organici adeguati per potere svolgere sul territorio
un’azione di promozione di esperimenti imprenditoriali, nei quali la ricerca e la formazione ad alte qualificazioni
possano svolgere un ruolo decisivo di impulso. E Cà Foscari sta dando esempio di un’autonomia capace di
sprigionare esperienze importanti che aprono una nuova dimensione del lavoro di ricerca e formazione
dell’Università.

8. E’ facile però comprendere a questo punto, come l’obiettivo di Lisbona, la costruzione di una società della
conoscenza e di nuovi rapporti sistemici fra lavoro e conoscenza non possa essere ridotto ad una questione di
soldi o ad una questione organizzativa. Si tratta in realtà di avviare una sorta di rivoluzione culturale capace
anche si superare con l’iniziativa politica e sociale le molte inerzie che si frappongono al suo conseguimento.
Inerzia delle forze politiche che stentano ad individuare in uno Stato sociale incentrato sulla formazione, la
priorità delle priorità di una politica economica e della piena occupazione e che preferiscono magari rincorrere la
moda di una riduzione indiscriminata della pressione fiscale, accompagnata, inevitabilmente, da una riduzione
delle risorse per scuola, formazione, ricerca.
Inerzia di molte realtà imprenditoriali che privilegiano la flessibilità in uscita della loro manodopera, rispetto ad
un investimento a medio termine in formazione che assicuri un maggiore uso della flessibilità del lavoro
all’interno dell’impresa e, in ogni caso, una maggiore occasione di impiegabilità e di rioccupazione per i
lavoratori.
Inerzia anche nella psicologia di molti lavoratori che vedono spesso con avversione l’impegno in un attività
formativa, soprattutto al di là di una certa soglia di età.
Inerzia in alcuni settori della scuola di fronte alla necessità di sperimentare nuove forme di autonomia
rimettendo in questione vecchie certezze.
E inerzia anche in tanti comportamenti sindacali che tardano a mettere la conquista di un sistema di formazione
per tutto l’arco della vita, al centro della contrattazione collettiva.
Ci sarebbe quindi da diventare scettici sulle possibilità di realizzazione delle strategie di Lisbona e sulla
possibilità di superare, sia pure gradualmente, quel ritardo di dieci anni che si è accumulato, negli anni ’80, in
Europa rispetto alle competitività dell’economia degli Stati Uniti.
Ma ci possono essere di conforto due convinzioni: La prima consiste sul fallimento ormai incontrovertibile di
quelle politiche dell’occupazione che non passino per la promozione di un’attività formativa del fare e del sapere
fare, capace di completare e di valorizzare la formazione scolastica. E la controprova è rappresentata dal
sistema di apprendistato in Germania che ha ridotto ai minimi termini la disoccupazione giovanile di lunga
durata. Siamo ormai costretti a compiere certe scelte.
La seconda deriva dall’esperienza che ho vissuto negli anni 70, quando si trattò di sperimentare nel mondo del
lavoro salariato e nel mondo della scuola l’accordo sindacale sulle 150 ore di formazione a carico delle imprese
per 300 ore di formazione effettiva. Con tutti i suoi limiti, i suoi errori e le sue sbavature, quell’esperienza liberò
tali energie nel mondo della scuola e in quello di lavoratori meno qualificati e consentì di mettere persino alla
prova gli elementi di una nuova pedagogia per la formazione degli adulti, da lasciare tracce profonde anche i
molti quadri sindacali. Questa esperienza è andata oggi in larga misura dispersa. Ma è stata possibile!
E oggi, è possibile liberare, come l’avventura dell’Unione Europea, energie, iniziative, azioni politiche e sociali,
simili a quegli degli anni ’70, consapevoli e forti di essere per la nostra economia e la nostra società, senza
alternativa credibile (e senza molto tempo davanti a noi, se non vogliamo ripetere, all’inizio di questo secolo,
l’esperienza disastrosa, per l’Europa e per l’Italia, degli anni ’80, che aprì un solco rispetto alla competitività
degli Stati Uniti)?
Io ne rimango, malgrado tutto, convinto.
Molte grazie a Voi per avermi concesso questa occasione di dirlo.


Bruno Trentin e il capitalismo italiano
Relazione di Giuseppe Berta al convegno “Il futuro del sindacato dei diritti” (24 ottobre 2008),
organizzato dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dalla CGIL Nazionale a un anno dalla scomparsa
di Bruno Trentin.

La sinistra ha da sempre un problema col capitalismo. Da molti punti di vista, anzi, il capitalismo è il suo
problema. Nel senso che la sinistra ha a lungo stentato a trovare un modello di coesistenza col capitalismo,
quando ha preso atto della sua incapacità o impossibilità a superare il capitalismo stesso come forma
predominante dell’organizzazione dell’economia.
La sinistra è infatti nata, nella sua componente più vasta e maggioritaria, per condurre una trasformazione della
società oltre l’assetto capitalistico. Col tempo, essa ha preso globalmente atto della necessità di stabilire una
convivenza durevole col capitalismo, ciò che ha trovato la prima sanzione col «compromesso
socialdemocratico», una formula che ha consentito, nella sostanza, di non alterare in profondità i meccanismi
capitalistici della formazione della ricchezza, per utilizzare invece la leva delle istituzioni allo scopo di attuare
una redistribuzione collettiva del reddito.
Il «compromesso socialdemocratico» è un’esperienza europea che ha preso consistenza, secondo una varietà
di casi nazionali, fra gli anni trenta e gli anni settanta del secolo scorso. Ne è rimasta sostanzialmente fuori
quella parte della sinistra che proviene dalla tradizione comunista e che, come è avvenuto in Italia, ha tentato
finché ha potuto di rimuovere il problema della convivenza col capitalismo, mascherandolo sotto etichette
politiche di varia natura. Ma alla fine la questione si è imposta anche da noi, soprattutto nel corso degli ultimi
vent’anni, senza però che la sinistra si misurasse fino in fondo con l’esperienza europea, né – ciò che appare
più singolare – che essa attingesse dalla propria storia le risorse che l’avrebbero potuta mettere in grado di
affrontare il rapporto col capitalismo da una prospettiva originale.
Per questo, il convegno dell’Istituto Gramsci del marzo 1962 sulle Tendenze del capitalismo italiano spicca
come un’occasione singolare, un confronto che non caso ha pesato nel tempo, anche perché è rimasto come
un episodio isolato, privo di quegli sviluppi che quella discussione era sembrata in grado di produrre.
Bruno Trentin ne fu il protagonista con la relazione più impegnativa, quella che suscitò le reazioni maggiori, che
divise la platea degli ascoltatori fra coloro i quali ne condividevano gli assunti di fondo e coloro che la videro
inficiata da rischi di operaismo, di una visione delle relazioni fra economia e politica che metteva in gioco la
cultura allora dominante all’interno del Partito comunista.
Trentin, che profuse il meglio di sé nella preparazione di quell’intervento, la considerò sempre come una tappa
essenziale del suo percorso politico, tanto da riprenderla nel corso del tempo e da riferirvisi anche quando le
condizioni erano ormai molto mutate rispetto al 1962, l’anno in cui si chiuse il «miracolo economico» dell’Italia
postbellica e in cui molte aspettative parvero sul punto di prendere consistenza e di realizzarsi.
Torniamo per un attimo alla cornice in cui si svolse quel convegno. Il 1962 fu l’anno di definitiva maturazione del
centro-sinistra, dopo una gestazione quasi interminabile, sei-sette lunghi anni in cui il traguardo di un cambio
della maggioranza governativa si era avvicinato e allontanato periodicamente, in un’altalena di speranze e di
timori. Le speranze di chi scorgeva nel nuovo assetto di governo il quadro istituzionale adatto per dare stabilità,
certezze e garanzie sociali allo sviluppo economico e i timori di chi intravedeva nel centro-sinistra
essenzialmente il pericolo di una divisione nell’ambito di quello che si diceva allora il movimento operaio.
Ma soprattutto la fase politica che si delineava richiedeva alla sinistra di prendere posizione di fronte allo
sviluppo economico. Il capitalismo italiano era in procinto, secondo le formule del tempo, di superare le proprie
contraddizioni? O invece anche la nuova formazione di governo avrebbe mostrato come non potessero essere
superati i limiti imputati alla crescita economica del paese e i divari che ancora caratterizzavano la società
italiana? Insomma, l’Italia era sulla soglia della modernità oppure restava una nazione gravata dai suoi contrasti
storici?
Sono queste le domande che, non sempre pienamente espresse, si leggono sullo sfondo del Convegno
gramsciano del ’62. Un convegno che soffriva, però, di una ristrettezza d’impostazione: era stato organizzato
coinvolgendo soltanto la sinistra d’opposizione, non quella che s’apprestava ad andare al governo. I socialisti
presenziarono al dibattito, ma soltanto con quella componente di sinistra che s’accingeva alla scissione e non
intendeva pregiudicare in alcun modo il legame unitario coi comunisti. Non solo: a Roma convennero solo le
componenti del marxismo ufficiale, non quelle che si radunavano nei nuovi gruppi eterodossi. I torinesi
«Quaderni Rossi» di Raniero Panzieri (e, ancora per poco, di Mario Tronti) non ebbero diritto di cittadinanza.
Pure, il dialogo con questa sinistra eterodossa – sia quella che si esprimeva attraverso le correnti d’ispirazione
revisionista, favorevoli alla sperimentazione del centro-sinistra, sia con quelle che rivendicavano
un’intransigente autonomia della classe operaia – non mancò del tutto. E non tanto perché al convegno
intervennero uomini come Vittorio Foa – colui che s’era spinto più in là lungo la frontiera che divideva la sinistra
ufficiale dei partiti e della Cgil da quella non ufficiale dei «Quaderni Rossi» – e Lucio Libertini, che era stato
sodale per qualche tempo di Panzieri, quando s’era dibattuto di «controllo operaio» sulle pagine del mensile
socialista «Mondo operaio». Ma perché Trentin s’incaricò di tener vivo, mediante la sua relazione, un dialogo
che altrimenti non ci sarebbe stato. E quel silenzio avrebbe pesato come un macigno sulla discussione
dell’Istituto Gramsci.
Basta leggere il titolo della sua relazione per accorgersene: Le dottrine neocapitalistiche e l’ideologia delle forze
dominanti nella politica economica italiana. Era un titolo che recava alla platea del convegno un messaggio
inequivocabile. Diceva infatti due cose: la prima – già di per sé non accetta né condivisa dalla maggioranza
degli interlocutori – che il neocapitalismo era «una realtà» da riconoscere, con cui fare i conti (proprio Foa nel
1958 aveva scritto per «Mondo operaio» un articolo dal titolo eloquente: Il neocapitalismo è una realtà).
Almenoo i più iniziati dei presenti, inoltre, dovevano probabilmente ricordarsi che un anno prima, in un incontro
presso la comunità valdese di Agape, Panzieri aveva presentato ai giovani dei «Quaderni Rossi» una Relazione
sul neocapitalismo, in cui ricorrevano alcuni dei nomi degli studiosi e dei teorici su cui pure Trentin si sarebbe
soffermato.
La seconda affermazione, non meno impegnativa, di Trentin era che le «forze dominanti» dell’economia
italiana, quelle che dettavano o stavano per dettare l’agenda di politica economica, erano d’ispirazione
neocapitalistica.
Tutto ciò sottintendeva un giudizio sulla modernità del capitalismo italiano, poi via via esplicitato nel corso della
relazione. Per Trentin non c’erano dubbi che erano le componenti più dinamiche e moderne del capitalismo a
prendere il sopravvento. Dunque, non si poteva continuare a denunciare l’arretratezza economica del paese, la
povertà e la scarsa robustezza delle sue radici capitalistiche, la sua inadeguatezza allo sviluppo, secondo una
prospettiva che tornava ancora spesso nella pubblicistica comunista (e che troviamo riecheggiata nella
relazione introduttiva del convegno gramsciano, quella ancora colma di echi e di risonanze
terzinternazionalistiche di Antonio Pesenti e di Vincenzo Vitello).
Da questo punto di vista, nulla è più sintomatico del linguaggio adoperato da Trentin e, soprattutto, dei
riferimenti a una letteratura che non aveva ancora cittadinanza nei circuiti culturali della sinistra ufficiale. C’è da
immaginare la sorpresa e, forse, il disorientamento dei suoi ascoltatori, a sentirsi sciorinare le idee e le teorie di
studiosi della società manageriale come Friedrich Pollock e Peter Drucker, John K. Galbraith e Karl Kaysen,
dei laburisti inglesi Tony Crosland e John Strachey, di grandi economisti come Keynes e Schumpeter, per non
dimenticare naturalmente Berle e Means e la loro rappresentazione della società per azioni che aveva
dissociato proprietà e controllo Passando per i richiami all’istituzionalismo americano, alla scuola delle relazioni
industriali del Wisconsin, alle dottrine dei pianificatori francesi. Come se, nella sua relazione, Trentin avesse
voluto profondere uno sforzo di conoscenza e di documentazione, che probabilmente dovette soverchiare molti
di quanti lo sentivano e che certo non erano adusi a quei confronti e a quella letteratura teorica.
Perché questo sforzo di analisi, questo desiderio di render conto di una massa di letture che pochi a quel tempo
in Italia potevano dominare? Lo scopo va intuito, io ritengo, nella volontà di far capire a chi lo ascoltava che il
neocapitalismo internazionale era una forza viva perché disponeva di una sua cultura. Esso era una forza
culturale non meno che economica e materiale. Tendeva quindi ad affermare – nel lessico gramsciano a cui
sempre resterà legato Trentin – un progetto di egemonia. Il neocapitalismo – ora in Italia, come prima negli Stati
Uniti – non prometteva benessere soltanto. Proponeva una sua visione delle relazioni fra economia e politica.
Era in sé, secondo la lettura che ne offriva Trentin, un modello sociale compiuto. Che bisognava combattere,
certamente (Trentin era molto attento a non dare adito ad alcuna concessione a teorie che dipingeva come
avversarie storiche del movimento operaio), ma che appunto per questo bisognava conoscere e comprendere
in tutta la loro portata.
A rileggere la sua relazione, non si possono scorgere alcuni messaggi cifrati che Trentin indirizzava ad alcuni
interlocutori costretti a rimanere celati. A Panzieri e ai «Quaderni Rossi» lasciava intendere che alcune delle
loro scelte di confronto culturale (come Pollock, per esempio) erano giuste e che non si poteva ripudiare tutto un
versante delle scienze sociali contemporanee ripudiandolo come semplice ideologia, nel senso di mascheratura
e oscuramento di una realtà oggettiva. Ma parlava anche ad alcuni amici revisionisti. Come Franco Momigliano,
che dagli uffici eporediesi della Olivetti aveva invitato a valutare con attenzione gli studi sulla automazione e
sulla pianificazione sulle pagine di una delle prime riviste di estrazione revisionistica, «Ragionamenti». Agli uni e
agli altri, ai revisionisti di sinistra, lettori e interpreti estremi del Capitale, o revisionisti di destra, convinti che
fosse venuto per la sinistra il momento di misurarsi con la prospettiva del governo, Trentin diceva che avevano
ragione a non credere più che l’economia capitalistica non potesse provvedere da sé, mediante il piano, al
proprio governo. Le sue ragioni, da questo punto di vista, erano in fondo allineate ai revisionisti, accomunati
dalla scoperta delle scienze sociali e dal loro valore politico.
La sua preoccupazione pare piuttosto quella di far transitare quelle letture e quelle idee nel corpo maggiore
della sinistra. Trentin, che pure viene da una cultura che sa di essere minoritaria, bada a filtrare una visione
moderna dell’economia e della sua organizzazione largamente estranea alla cultura comunista. Cerca di
innovare il ceppo di quest’ultima innestandovi un flusso di letture, esperienze, idee che devono tutte essere
assimilate perché la sinistra sappia essere all’altezza dei problemi del presente.
La sua è, in un certo senso, un’opera di legittimazione. Sa che dopo gli anni del «miracolo» il capitalismo
italiano è cambiato in profondità. Le interpretazioni malthusiane in voga a sinistra nel dopoguerra sono divenute
più che mai anacronistiche. Occorre finalmente aprire gli occhi e prendere atto di una realtà nuova: l’Italia è un
paese il cui sviluppo è trainato dal polo delle grandi imprese pubbliche e private. Imprese neocapitalistiche,
appunto, che dànno luogo a ceti, strati e comportamenti i quali configurano un diverso rapporto fra stato ed
economia. Si tratta di un progetto di modernizzazione che, secondo Trentin, va certamente contrastato, ma che
per questo non può più essere negato alla radice, come tende a fare una cultura comunista riluttante ad
ammettere l’estensione del processo di modernizzazione.
Con i rimandi culturali che evoca, con la visione di un sistema economico italiano ormai avvicinabile a quello dei
paesi più sviluppati, con la sottolineatura della forza intrinseca del neocapitalismo e dei suoi progetti di
regolazione economica e sociale, Trentin vuole consapevolmente introdurre una nota di dissonanza
nell’orizzonte di una sinistra che stenta a capire il cambiamento dell’Italia contemporanea. Badate, egli dice, che
il linguaggio delle relazioni industriali, della job evaluation, del managerialismo non è tutto una mistificazione, la
mascheratura di un capitalismo sempre uguale a se stesso, incapace di evolversi. È la forma in cui si dispiega
un progetto di modernizzazione (e di egemonia, secondo il lessico gramsciano) con cui la sinistra non può
evitare di confrontarsi, a rischio di farsi costringere ai margini dell’arena economico-politica.
Fin qui resteremmo nei limiti di un’operazione che mira a svecchiare una cultura politica incalzata e minacciata
dal progredire dei fenomeni della modernità. Un’operazione pregevole, ma che, se rimanesse in questi termini,
non farebbe altro che richiamare la vitalità delle scienze sociali di metà Novecento e l’eccezionale accumulo di
conoscenze che esse hanno realizzato.
Trentin, tuttavia, fa qualcosa di più, con la sua relazione, si spinge più in là. Vuole indicare come le idee
d’Oltreatlantico stiano trovando un’incarnazione concreta anche in Italia. Invita a non credere, come
inclinerebbero alcuni, che, poiché in Italia l’orientamento maggioritario non è di tipo socialdemocratico o
laburista, le idee del neocapitalismo, fondate sulla possibilità di una convergenza d’interessi fra grandi imprese
e mondo del lavoro, non trovino forze reali cui agganciarsi. C’è infatti, a sinistra, che è pago dell’idea che la
presenza del partito comunista tolga terreno alla marcia del neocapitalismo, privo di una propria base di
consenso sociale cui saldarsi.
Trentin è persuaso invece che una potenziale base di massa per i nuovi modelli della modernizzazione
tecnocratica esista. Essa è costituita non da una socialdemocrazia priva di forti radici, quanto dal sindacalismo
di matrice cattolica. A diffondere le idee della modernizzazione industriale sono per lui le grandi imprese e, a
livello sociale, fondamentalmente i centri di studio e di formazione legati alla Cisl. Insomma, quello che De
Gasperi aveva definito, ai tempi del ritiro di Dossetti dalla politica, una corrente di «laburismo cristiano» che
rappresentava il lascito permanente del dossettismo, è per Trentin il soggetto capace di avviare quel tipo di
modernizzazione che altrove era stato attivato dalle socialdemocrazie e dal partito democratico ereditato da
Roosevelt e il New Deal.
La specificazione è importante. La Cisl non è quindi più il sindacato scissionista, entrato in conflitto con la Cgil
perché parte del disegno politico della Dc. Non solo è un sindacato vero, ma è un sindacato che sa forgiare da
sé la propria cultura – una cultura d’impronta contrattualistica, lontana dalla matrice del sindacato di classe -,
che sa attingere dall’universo anglo-americano alcuni punti di forza, che sa amalgamare differenti spunti
culturali e tradurli in una propria visione delle relazioni sociali e del rapporto fra l’economia e lo stato.
Trentin parla di «Cronache Sociali» e della sua curiosità per il mondo anglosassone, della Cisl e della sua
ricerca di nuovi modelli contrattuali, dei problemi della produttività e della visione dello sviluppo che vi è
associata con una considerazione speciale, con un’apertura di credito molto forte verso quei cattolici che dànno
mostra di non essere affatto ripiegati su se stessi e sulla dottrina sociale della Chiesa, ma che sanno
incorporare strumenti e suggestioni provenienti dall’America del New Deal. Se il suo rimane l’approccio di un
marxista, sicuro che quegli strumenti non portino al di là dei confini della società presente, Trentin non ostenta
peraltro alcun senso di superiorità o di supremazia. Anzi, è pronto ad ammettere che quelle visioni della società
potrebbero perfino sconfiggere la prospettiva marxista, fino a relegarla in una funzione subalterna. Perciò
occorre prendere molto sul serio quel si dice all’interno del sindacato di Giulio Pastore e di Mario Romani, dove
si promuovono criteri d’orientamento destinati a cambiare, qualora avessero successo, lo schema del rapporto
fra grandi imprese, stato e mondo del lavoro. Per lui, questa è una dimensione tecnocratica, inaccettabile dalla
sinistra marxista, ma è con essa che quest’ultima si deve confrontare.
Com’è noto, l’impostazione di Trentin non risultò affatto dominante né condivisa nel convegno dell’Istituto
Gramsci. A opporne un’altra di segno diverso non furono tanto i primi relatori, Pesenti e Vitello; l’antagonista
reale di Trentin in quella come in altre occasioni fu Giorgio Amendola.
È altrettanto noto che Amendola e Trentin furono separati da un’evidente ostilità politica. La vulgata vuole che
Amendola presentasse in quel frangente una rappresentazione del capitalismo tutta all’opposto di quella di
Trentin. Il capitalismo italiano non era in grado, cioè, di superare le proprie contraddizioni; alcune irrisolte
questioni nazionali gravavano perennemente sulla sua evoluzione, e così via.
Questa lettura, a mio avviso, è troppo condizionata dal linguaggio con cui Amendola disseziona i problemi della
società italiana. Che è il linguaggio del comunismo italiano, del togliattismo dell’epoca, che non padroneggiava
certamente le scienze sociali. Ma a vedere bene tra le righe, la relazione di Amendola – che non piacque a molti
dei giovani di sinistra che affollavano la platea del convegno – non verteva affatto sulle irrisolte e insuperabili
contraddizioni del capitalismo italiano. A suo modo, il grande dirigente napoletano dialogava anch’esso col
centro-sinistra nascente (e l’avrebbe continuato a fare per tutto il decennio sessanta): solo che dialogava
piuttosto con Ugo La Malfa che con Antonio Giolitti e il nucleo dei revisionisti socialisti raccoltisi attorno a
quest’ultimo.
Amendola non contrastava, nella sostanza, il programma riformatore del primo centro-sinistra. Sottolineava
semplicemente come, senza l’apporto dei comunisti, non sarebbe stato possibile raggiungere gli obiettivi che
esso si stava dando. Il suo era un discorso sulle condizioni politiche e, in fondo, come oggi si direbbe, sulla
matrice istituzionale dello sviluppo italiano. La programmazione, sosteneva Amendola (e in questo non aveva
certo torto) non sarebbe venuta da se stessa. Doveva poggiare su un consenso e su una base sociale ampi e
diffusi, che la nuova maggioranza di centro-sinistra non sarebbe riuscita a costituire da sola. Ci voleva la
saldatura coi comunisti.
Un approccio simile era del tutto estraneo a Trentin. Il quale parlava invece – come le frange operaiste – della
necessità del controllo operaio nelle fabbriche. Per Trentin (e in questo egli sopravvalutava la forza e la
consistenza della modernizzazione industriale italiana) la programmazione era ormai alle porte e si sarebbe
fatta grazie alla convergenza fra le grandi imprese e lo stato. Nella sua visione gramsciana, ciò avrebbe
configurato un restringimento della democrazia, perché il piano sarebbe stato gestito secondo una logica
tecnocratica.
L’unico mezzo per contrastare tutto questo era il conflitto. La modernizzazione aveva creato anche in Italia le
fondamenta di una nuova contraddizione: la base operaia si era allargata e con essa riprendeva forma la
prospettiva di una conflittualità di classe allargata, capace di restituire potere alla sinistra.
C’era qualcosa che nessuna pianificazione poteva ridare ai lavoratori: l’autonomia sulle loro condizioni di lavoro.
Il conflitto dischiudeva dunque una dimensione di libertà per il lavoro, che si riappropriava delle condizioni per il
proprio riscatto. Su questo terreno andava posto il confronto competitivo con la Cisl, che non era più un nemico
da combattere, ma un soggetto con cui concorrere nell’ambito dell’iniziativa sindacale.
In altre parole, per Amendola contava la forza organizzata del partito comunista e della Cgil nelle fabbriche, ma
perché essa potesse rientrare in un disegno politico volto a riaffermare il ruolo istituzionale della sinistra
comunista, la sua funzione dirigente, come recitava il formulario politico del tempo.
Per Trentin, l’organizzazione operaia in fabbrica aveva valore e significato politici di per se stessa. Per il
potenziale di lotta che racchiudeva, per le istanze di controllo sulla produzione e sul lavoro che suscitava,
perché affermava prerogative di libertà e autonomia dei lavoratori sulle loro condizioni di impiego, prefigurando
un diverso assetto economico e sociale.
Nella cornice del 1962, queste due logiche e prospettive non potevano incontrarsi. Anzi, non potevano che
divaricarsi sempre di più, non appena la conflittualità fosse ripresa massicciamente all’interno del sistema
industriale italiano.
E tuttavia, alla distanza di quasi mezzo secolo, credo che dovremmo sfuggire all’impulso di leggere i
ragionamenti di Amendola e Trentin secondo i criteri politici del loro tempo. Perché Amendola non sbagliava a
porsi il problema di come utilizzare la forza organizzata del movimento operaio per un disegno di trasformazione
sociale che non si risolvesse in una mera guerra di posizione, ma che comportasse invece la prospettiva del
governo. A costo di superare la forma storica comunista, come fece balenare già nel 1964, quando lanciò la
proposta, subito rigettata, di una ricomposizione unitaria della sinistra italiana.
Ma Trentin aveva a sua volta ragione a ricordare il drammatico ritardo di conoscenza della sinistra, che non
aveva compreso il cambiamento del capitalismo e che s’era rifiutata di osservare la profondità della sua
trasformazione. Nei libri che esortava a leggere e negli autori che invitava a studiare, c’era molto della migliore
cultura riformatrice degli anni cinquanta e sessanta, americana ed europea. E aveva ragione anche a mettere in
luce la modernità della proposta sindacale della Cisl, anche quando la trovava radicalmente dissonante rispetto
alla cultura della Cgil in cui s’era formato.
Purtroppo, Trentin proseguì in seguito da solo quel confronto sui caratteri del capitalismo italiano che la
discussione del 1962 aveva aperto e poi troppo frettolosamente richiuso. Se il suo invito di metodo fosse stato
raccolto, e la sua curiosità non fosse rimasta un fenomeno personale, è probabile che la sinistra italiana
sarebbe arrivata meno disarmata agli appuntamenti di fine Novecento.


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