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Chiari Arturo


Tratto da  http://it.wikipedia.org/wiki/Arturo_Chiari



(Firenze, 28 agosto 1891 – Firenze, 17 aprile 1959) 

Arturo Chiari entrò giovanissimo nelle file del movimento sindacale e socialista, prodigandosi con coraggio e dinamismo nell’organizzare gruppi di lavoratori . Studia fino alla prima tecnica e nel 1903 emigra in Svizzera dove resta fino al 1907. Tornato in Italia, ripartirà per la Svizzera per periodi alterni, dal 1910 al 1911 e dal 1913 al 1917 a Lugano, da dove ripartirà per l’Italia. Tornato a Firenze si arruolerà nell’esercito. Nell’estate del 1921 era già segretario interregionale per la Fiom per l’Emilia e le Marche lavorando presso la Camera del lavoro di Bologna. Nell’estate del 1922 è segretario della camera del lavoro di Imola. La sua militanza politica e sindacale in quegli anni, prima dell’avvento del fascismo è instancabile. Nel 1920 era già schedato come “comunista” , nonostante aderisse al partito socialista. Nel periodo immediatamente successivo s’iscrisse al partito comunista e la sua militanza lo portò ad essere un membro attivo del partito, esercitando una grande influenza - estesa anche nel Regno - tanto che spesso si recava nella Venezia Giulia a scopo d’organizzazione e stabilendo anche una discreta corrispondenza con altri membri del partito in Italia. Nel 1923 era ancora segretario della camera del lavoro d’Imola, ma nel 1925 lo troviamo segretario della neonata federazione italiana dipendenti delle aziende elettriche, l’organizzazione, che staccatasi dalla Fiom, curava le rivendicazioni dei lavoratori del settore elettrico . Questa nuova carica lo portava a spostarsi per l’Italia per sviluppare l’organizzazione, nonostante le avverse condizioni che il fascismo cominciava a creare (accordo di Palazzo Chigi del 1923 tra la Confindustria e le corporazioni fasciste e di li a poco le cosiddette “leggi fascistissime”). Nel 1928, nonostante il regime avesse già mostrato la sua violenza, era ancora considerato pericoloso e “comunista” e tralasciata l’attività “sovversiva”, per vivere si mise a fare il cappellaio, per poi lavorare nelle piccole botteghe artigiane di bigiotteria di Firenze. Nel 1944, quando Firenze fu liberata, Chiari venne chiamato a reggere la segreteria della Camera del lavoro del capoluogo toscano ed in seguito assunse l’incarico di segretario nazionale della Cgil per la componente socialista. In questo periodo, dimostrò quanto cara gli fosse la memoria di Bruno Buozzi, al quale era legato da profonda amicizia e di cui soleva considerarsi discepolo, richiamandone l’insegnamento a quanti intendevano imboccare vie diverse da quelle indicate dal maestro. La fedeltà agli ideali ed al metodo di Buozzi costituì una nota costante e caratteristica di tutta la sua intensa attività sindacale fino all’ultimo. Scriveva Chiari nell’ottavo anniversario della morte di Buozzi: “Non credo di esagerare se asserisco che la prematura scomparsa di Buozzi è stata una gran calamità per i lavoratori italiani. Chi, come me, lo ha conosciuto e ne ha potuto apprezzare la capacità e la forza di carattere, dovrà convenire che la sua presenza avrebbe impedito – se non tutte – molte delle incongruenze che sono state, consciamente ed inconsciamente, commesse dalla liberazione ad oggi, sia nel campo sindacale che in quello politico. La sua autorità morale, unita alla vasta esperienza fatta prima e durante il fascismo, come quella acquisita in esilio, sarebbe servita a cementare quel ristretto numero di sindacalisti superstiti e di socialisti onesti, ed a galvanizzare i giovani volenterosi e preparati, evitando così il prevalere di quei messi moscoviti da cui è stato viziato il movimento sindacale fin dal suo risorgere, onde impedire che ci si avviasse su un effettivo piano di riforme e che l’industria italiana si sviluppasse approfittando della situazione favorevole in cui era venuta a trovarsi dopo il termine del conflitto”. La federazione in cui Chiari profuse tutte le sue energie, fu quella dei metallurgici, prima nella Fiom e poi nella Uilm. Chiari fu segretario nazionale della Fiom sin dal 1945 con l’oneroso incarico dell’organizzazione della categoria. Assertore dei principi fondamentali della democrazia, non tralasciava occasione per dibattere con coraggio e competenza temi squisitamente sindacali che erano scevri da finalità partitiche. Vi era allora la tendenza a politicizzare al massimo la lotta sindacale e Chiari si batteva contro quest’errata impostazione tipica della componente comunista, ma anche dei socialisti fusionisti, senza scoraggiarsi mai di fronte ai continui ostacoli che erano frapposti all’adozione del suo metodo. Nel 1946 Chiari curò la preparazione del congresso nazionale della Fiom nel quale svolse poi la relazione di “indirizzo” nel quale si stabiliva che l’obiettivo primario era il contratto unico operai-impiegati e che i costi e i sacrifici della ricostruzione dovevano gravare non solo sui lavoratori ma anche, e soprattutto, su quelle forze imprenditoriali, economiche e finanziarie che, nonostante la guerra, conservavano grandi possibilità, soffermandosi infine sul futuro ordinamento sindacale da discutere nell’assemblea costituente. Quella relazione diede spunto ad alcuni congressisti per manifestare in modo poco democratico il loro dissenso. La relazione non era l’espressione di un’impostazione sua particolare, ma esprimeva la posizione dell’intera segreteria nazionale, nella quale erano presenti i rappresentanti di tutte le correnti politiche. Evidentemente i congressisti dissenzienti non erano informati di questo particolare e ritennero di ravvisare nel testo della relazione impostazioni solo personali di Chiari che contestavano duramente nella convinzione che solo una sua sconfitta avrebbe consentito agli estremisti di assumere il controllo della Fiom. Chiari affrontò la battaglia in modo franco ed aperto e, nonostante la forte opposizione incontrata, riuscì a dare emergere la propria tesi, il congresso stesso lo riconfermò nella carica di segretario nazionale. La sua fede negli ideali socialisti lo impegnò nei lavori della Consulta nazionale (1945 – 1946), di cui egli fu membro su designazione della CGIL, e nella quale si distinse per la fermezza con cui difese gli interessi della classe lavoratrice nel delicato periodo dell’Italia del dopoguerra. La situazione sindacale precipitò nel luglio del 1948 con la scissione della Cgil per opera della corrente moderata e cristiana. La vicenda politica di quel periodo era scossa da tensioni e polemiche che il partito socialista non riuscì o non volle comporre. Nel 1948 Chiari chiese spazio nel dibattito politico nella Direzione del partito e nelle colonne de L’Avanti! Cercava di chiarire il proprio atteggiamento, ma questo diritto di difesa gli fu negato – a lui come ad altri firmatari dei documenti politici. Il comitato centrale della Fiom, riunitosi prima del congresso nazionale dell’agosto 1949, revocò l’incarico a Chiari. La decisione fu presa a seguito del nuovo orientamento della direzione del Psi, che costrinse i propri rappresentanti nel comitato centrale della Fiom a non riconoscere più come loro leader Arturo Chiari. Nella travagliata fase delle scissioni socialiste, Chiari fu sempre presente e pronto ad assumersi responsabilità difficili e scomode – come nel sindacato lo fu anche in politica e per un uomo abituato alla battaglia impegnarsi nella costruzione di un nuovo partito fu niente altro che mantenere fede al proprio carattere - come a Villa Malta, nella riunione con Giuseppe Romita per la costituzione del PSU. Nel 1950 uscì dalla Cgil, nonostante molti socialisti cercassero di farlo recedere da questa sua idea, poiché restava una figura di riferimento del partito socialista all’interno del sindacato, e si gettò con coraggio e decisione alla costruzione della terza centrale sindacale. Rifiutò l’offerta di ricoprire unicamente incarichi di responsabilità confederale, alla quale non negò la propria collaborazione, poiché voleva dedicare la parte più importante del suo tempo alla costruzione della “sua” categoria: quella dei metallurgici. Categoria di cui divenne il primo segretario generale. La struttura propriamente categoriale nacque qualche tempo dopo il 5 marzo del 1950 – anno di nascita della Uil - facendo di Chiari non solo il segretario, ma il fondatore della categoria. Il primo congresso della Uilm tenutosi a Milano il 28 novembre 1953 lo confermò segretario generale e chiarendo quelle che erano le aspettative degli iscritti alla categoria e soprattutto l’indirizzo politico – programmatico che la neonata categoria ha assunto come impegno. All’assise congressuale partecipavano due osservatori speciali: il rappresentante della Federazione internazionale dei metallurgici ed il delegato della federazione lavoratori metallurgici della Germania occidentale. Particolarmente importante, in questo lavoro di primo segretario generale dei metallurgici Uil, fu l’azione svolta da Chiari verso gli organi della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) per la tutela di decina di migliaia di siderurgici minacciati dalla smobilitazione conseguente alla creazione dell’area produttiva comunitaria. La sua impostazione riformista, come emerse dall’intervista rilasciata su questo problema a Il Lavoro Italiano del 14 settembre 1953, delineava una posizione favorevole all’adozione del piano Schuman e, quindi, all’ammodernamento degli impianti produttivi, ma chiedeva l’attivazione di tutte le clausole previste dal piano stesso per ovviare ai disagi che l’introduzione delle nuove normative stava provocando per molti lavoratori del settore metallurgico. La sua competenza tecnica gli valse l’alto incarico di membro del comitato consultivo della Ceca per parecchi anni. Chiari fu assertore di una nuova politica sindacale che – seguendo un’impostazione diversa da quella tradizionale per i problemi della contrattazione – avrebbe potuto dare ai lavoratori un mezzo più efficace ed adeguato alle caratteristiche della produzione moderna a difesa dei loro interessi. La sua fede negli ideali europeisti lo impegnò in una coraggiosa battaglia per l’avvento di una federazione europea nella quale i lavoratori metallurgici italiani avrebbero a suo giudizio trovato il mezzo per raggiungere un migliore tenore di vita. La UILM con la sua direzione, affermò la propria presenza organizzativa in tutto il territorio nazionale, anche grazie a molti socialisti che, seguendo il suo esempio, lasciarono la FIOM per partecipare allo sviluppo della UILM. Chiari come segretario generale della UILM, lasciò un patrimonio – ed un esempio – importante per i dirigenti del sindacato; quello di un uomo, di un dirigente, che non lesinava di sacrificare se stesso, la propria famiglia, il proprio tempo libero, dedicandolo all’attività politica e organizzativa. Si spense a Firenze con la serenità di avere assolto fino in fondo il proprio compito verso i lavoratori e la propria organizzazione.


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