DANZE TRADIZIONALI
a cura di Francesca Barbagli
a cura di Francesca Barbagli
Si tratta di una forma espressiva che si è affermata lungo i secoli come produzione culturale che caratterizzava l’attività coreutica di una comunità, che è rimasta intatta nei suoi aspetti formali e semantici essenziali1. Si parla di danza tradizionale in quanto tramandata oralmente e visivamente di generazione in generazione.
La danza etnica quindi più che espressione d’arte individuale o sociale è soprattutto un rito, cioè un insieme di atti (movimenti, parole, musica) e contesti (contesto sociale, habitat naturale, evento predeterminato) che la comunità riproduce con funzione identificative e rassicurante per rimarcare il senso di appartenenza sociale e le radici culturali comuni, che si praticava in feste pubbliche e private, religiose e non, con funzione terapeutica, ludica, di corteggiamento, devozionale, ergologica, di guerra. Si può considerare inoltre un complesso sistema linguistico non verbale (eccetto in presenza del canto), un linguaggio (la gestualità è un codice espressivo, così come la parola), fatto di movimenti somatici non casuali, ma formalizzati e condivisi dall’emittente e dal destinatario, affinché i gesti compiuti veicolino un significato comprensibile.
La danza etnica è una produzione culturale composita formatosi anche grazie alle migrazioni e agli scambi dei repertori fra uomini di diversi paesi: le feste religiose, i commerci, il servizio militare, la transumanza, le migrazioni sono stati da sempre vettori di spostamento e innovazione dei balli. Nel corso del tempo si inseriscono elementi nuovi e se ne perdono di vecchi in un processo lento di creazione e trasformazione, dove tuttavia si mantiene un nucleo costante che permette a quella danza di essere riconosciuta. Più la danza è viva, più si trasforma e più si mantiene allo stesso tempo. L’innovazione diventa tradizionale se accettata sia mentalmente che nella pratica.
1 Giuseppe Michele Gala, La tarantella dei pastori. Appunti sulla festa, il ballo e la musica tradizionale in Lucania, in Quaderni della taranta n.7, 1999.
Per le trasformazioni socio-economiche avvenute durante il corso del ‘900, molti repertori sono andati perduti anche nel nostro paese. Ma è avvenuto anche il contrario ed è interessante osservare come, dove e per rispondere a quali bisogni una danza rinasce:
-ad opera di gruppi folkloristici, che però, per la loro natura di gruppi da spettacolo, creano una danza d’arte che spesso elimina le variazioni locali e una separazione tra ballerini sul palco e il pubblico spettatore. Nei contesti di pratica della danza tradizionale invece il pubblico è attivo ad esempio nella tarantella o nel saltarello a coppie si balla all’interno di un cerchio (detto ronda, rota, ecc..) formato da suonatori e astanti che incitano chi si esibisce, aspettando il proprio turno per ballare a loro volta; -in determinati contesti locali come è successo in Salento, dove però, essendoci stata una frattura generazionale nella trasmissione dei balli antichi (pizzica pizzica), la rinascita (“neopizzica”) si è avuta con uno stile, una gestualità e delle forme molto diverse da quelle degli anziani;
-dietro lo stimolo di un ricercatore (etnocoreologo) o per una presa di coscienza interna alla comunità può verificarsi il reinserimento nei luoghi di origine dei vecchi balli. In questo caso fonte e guida sono gli anziani ballerini. La risemina è per forza di cose caratterizzata da una frattura cronologica, quindi da un salto morfologico che comporta una parziale alterazione degli stili e dei repertori originali;
-nel circuito del consumo urbano, lontano dai luoghi e dai modi originari, nato in seguito all’interesse per la musica e il canto popolare dalla fine degli anni 70 del Novecento. Manca quindi il radicamento ad un territorio e ad una comunità, caratteristiche essenziali delle danze tradizionali ed è legata a bisogni vari (attività fisica di apparente facile esecuzione, bisogno di socializzazione, ricerca di radici, moda...);
-in ambito didattico o sociale con funzione educativa e aggregativa.
L’etnocoreologia è una filone di studi di recente formazione, che ha per oggetto la danza etnica. Gli albori di questa disciplina si collocano nel dopoguerra, quando le danze tradizionali erano ancora vive e radicate, ma l’esperienza di ricerca sul campo fu allora inadeguata, anche perché si tendeva ad una spettacolarizzazione del fenomeno ad uso politico e per una retorica etnocentrica. Una seconda fase della ricerca si avvia negli anni 60-70 del Novecento, periodo di grosse trasformazioni socio economiche (l'emigrazione, le nuove mode di ballo, il mutamento degli stili di vita) durante il quale si è rischiata la definitiva scomparsa delle danze stesse. In questa fase della ricerca si assiste ad presa di coscienza elitaria del patrimonio etnocoreutico italiano, si apre quindi la stagione di indagini sul campo.
Infine una terza fase si può collocare nel corso degli anni 80, durante i quali si elaborano i fondamenti teorici della disciplina e si cominciano ad organizzazione corsi didattici e di approfondimento per gli interessati (Estadanza, E ben venga maggio, ecc…).
L’etnocoreologia ha un approccio interdisciplinare al suo oggetto di studio, si serve quindi di nozioni ed esperienze di altre aree disciplinari quali: coreologia, cinetica, anatomia, antropologia, prossemica, storia, musicologia, storia dell’arte e dello spettacolo, sociologia, linguistica, letteratura1.
1 Giuseppe Michele Gala, I grandi processi di uso e la via all’istituzionalizzazione della danza tradizionale. Dalla ritualità contadina alla piazza urbana, alla didattica. La scuola di formazione per insegnanti di danze etniche: l’esempio della UISP lega danza e riflessioni a margine, in Choreola n. 21, primavera/estate 1999, pp. 57-66.
Che senso può avere l’utilizzo di musiche e danze tradizionali con bambini e ragazzi immersi quotidianamente in un ambiente sociale e sonoro così diverso da quello di cui questo repertorio era espressione?
Il recupero di tradizioni orali che fanno parte a pieno titolo della nostra memoria storica mi sembra un primo argomento di fondamentale importanza a favore dell’uso della musica tradizionale nelle scuole. In particolare sono le valenze educative e didattiche che vogliamo sottolineare: le danze tradizionali sono collettive (girotondi, schiere, catene…); la loro esecuzione richiede un controllo motorio individuale, ma coordinato alla musica e agli altri e quindi ciò che ciascuno fa acquista significato ed ha valore nella relazione; coinvolgono il corpo e le emozioni, il bisogno di conoscere delle regole e di adeguarsi ad esse, lo stare in gruppo, dove le energie di tutti sono indispensabili per conseguire l’obiettivo condiviso; implicano una didattica pratica, un fare e non solo un pensare1.
1 Ilva Nesci, Importanza dei balli e dei canti tradizionali nella scuola, in 4° Rassegna regionale di Musica, Canti e Danze della Tradizione popolare “Ilva Nesci”, Direzione didattica statale 5° circolo Pistoia, materiale informativo.
Le danze tradizionali costituiscono un’attività psicomotoria per eccellenza: permettono di migliorare la conoscenza del proprio corpo e le sue potenzialità (immagine corporea, coordinazioni motorie, forma e movimento,…); permettono di esplorare lo spazio (piani, direzioni, geometrie), il tempo, il peso, il flusso del movimento; favoriscono lo sviluppo del senso ritmico, il coordinamento motorio e ritmico corporeo (lateralizzazione, adeguamento al ritmo…); favoriscono la relazione con l’altro e col gruppo.
La danza tradizionale costituiva un forte elemento di socializzazione e di partecipazione dei cittadini alla vita sociale: era utilizzata nelle veglie, nelle “cerimonie di passaggio” (nascite, matrimoni, funerali) per aiutare l’uomo a integrare i cambiamenti; nelle feste religiose. Anche se oggi la danza tradizionale ha perso molte delle sue funzioni, mantiene comunque, anche fuori dal mondo contadino e agro-pastorale, una grossa funzione socializzante derivante dal piacere di partecipare ad un evento collettivo, ad un movimento comune, ad una comunicazione non verbale che com-muove (muoversi insieme), è un momento di incontro e condivisione, di messa in gioco del proprio corpo nella relazione con la musica e con l’altro. Con le danze tradizionali si può quindi metaforicamente educare alla pace e alla convivenza democratica: sono infatti danze di relazione che favoriscono lo sviluppo di un gruppo coeso e rispettoso delle individualità presenti, necessitando di tener conto dell’altro per un obiettivo comune e stimolando nei ragazzi appartenenza e cooperazione, valori fondamentali in un periodo storico così altamente disgregante e disgregato.
Non c’è stato e non c’è popolo al mondo che non abbia nelle sue espressioni il ballo; in particolare la danza tradizionale è importante manifestazione della cultura e del patrimonio di memoria ed esperienza delle generazioni passate, costituisce quindi parte della nostra identità. Le radicali trasformazioni socio-culturali avvenute durante il Novecento e, con particolare rapidità, dal dopoguerra in poi, hanno portato all’abbandono di molti dei vecchi balli antecedenti il ballo liscio, ma, grazie al paziente lavoro di ricerca e documentazione di alcuni ricercatori, molti sono stati recuperati; altri invece sono tuttora ballati da comunità che mantengono una viva tradizione coreutica e musicale. Penso, come scriveva Ernesto de Martino che “solo chi ha un villaggio nella memoria può essere davvero cittadino del Mondo”: far avvicinare bambini, adolescenti e adulti al mondo tradizionale mi sembra quindi fondamentale non solo per ritrovare radici, ma per stabilire ponti tra passato, presente e futuro. Un uomo senza memoria del proprio territorio è facilmente digitalizzato al consumo immediato del tempo e di tutto ciò che questo contiene. Inoltre la conoscenza delle proprie radici può permettere di avvicinarsi con maggiore consapevolezza alle radici altrui, in una provincia, come quella di Arezzo, che vede la presenza di molti concittadini provenienti da paesi extraeuropei.
Attraverso forme espressive di impatto immediato, quali la danza, è possibile innescare processi di rispetto reciproco, di dialogo, di integrazione e di scambio tra culture. Laddove l’incomunicabilità linguistica sembra insormontabile, l’esperienza musicale e coreutica, con la sua tolleranza semantica, riesce a lanciare ponti tra le sensibilità estetiche ed emotive dei singoli individui.
Per quanto riguarda le relazioni di genere, soprattutto nell’età dell’adolescenza, le barriere, anche se in parte legate al momento dello sviluppo, a volte rischiano di diventare troppo alte. Il ballo, che spesso prevede la partecipazione di più coppie, favorisce l’istaurarsi di relazioni positive con l’altro sesso.
Infine, in presenza di alunni con diversabilità psicomotorie, la finalità sarà quella di inserirli nelle danze, anche con eventuali semplificazioni, per stimolare processi di rispetto e integrazione.
Anche per bambini, ragazzi e adolescenti valgono le cose scritte fin qui.In particolare con i più piccoli le danze gioco sono particolarmente indicate: mi riferisco a quelle danze create in epoca contemporanea appositamente per il movimento dei bambini sulla struttura delle danze tradizionali. Danze tradizionali e danze gioco possono essere per bambini, ragazzi e adolescenti, un'ottima attività psicomotoria: permettono di migliorare la conoscenza del proprio corpo e le sue potenzialità (immagine corporea, coordinazioni motorie, forma e movimento,…); permettono di esplorare lo spazio (piani, direzioni, geometrie), il tempo, il peso, il flusso del movimento; favoriscono lo sviluppo del senso ritmico, il coordinamento motorio e ritmico corporeo (lateralizzazione, adeguamento al ritmo…); favoriscono la relazione con l’altro e col gruppo, in quanto collettive (girotondi, schiere, catene…) la loro esecuzione richiede un controllo motorio individuale, ma coordinato alla musica e agli altri e quindi ciò che ciascuno fa acquista significato ed ha valore nella relazione; coinvolgono il corpo e le emozioni, il bisogno di conoscere delle regole e di adeguarsi ad esse, lo stare in gruppo, dove le energie di tutti sono indispensabili per conseguire l’obiettivo condiviso.