L'antro dell'artista

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Non trovo di meglio che citare un pezzo di un romanzo (Una vita lunga un giorno) per descrivere il suo studio e affidare il resto delle emozioni a qualche foto:

Quest’ultimo si era sempre tenuto a lato della vita pulsante del paese, un po’ come il suo studio che si trovava in una posizione molto decentrata, rispetto alla piazza principale.

Chiamare studio un sottano[1] polveroso sarebbe sembrato troppo, a giudicare dall’esterno. Una targhetta in vivace terracotta smaltata, pomposamente ricordava:

 

Laboratorio di Belle Arti

Scultore Matteo Armegoni

 

Entrando, la prima opinione sarebbe stata completamente ribaltata: il tempo si esaltava e cristallizzava nel ritmo della galleria di ritratti noti e meno noti, volti di varia umanità, bassorilievi di soggetto sacro accostati a nudi di donna, cavalli a tutto tondo imprigionati nelle posizioni più bizzarre, bozzetti di chiesastici portali e monumenti, parti anatomiche come nasi, orecchie o mascelle staccate dal resto del corpo e reinventate in nuove forme. O lasciate isolate, a far pensare all’assurdità di forme che di norma appaiono familiari e rassicuranti.

Il grigio della polvere di creta conferiva età e gravità a tutti i soggetti e colore uniforme alle pareti, al pavimento e alle volte; lo stesso grigio insensibile contro cui era compito impari lottare.

Il primo locale era piccolo e piuttosto buio, e comunicava con un secondo di dimensioni e illuminazione comparabili. Un’ipotesi di porta dava in un piccolo bagno, ingombro di colle e vernici al piombo, con un catino di zinco gocciolante di esperimenti cromatici e un pezzo di specchio dalla forma irregolare, pericolosamente in bilico. Il sapone, eroso nelle scanalature irregolari tipiche dell’uso, era raccolto in un vecchio asciugamani, colpito a morte dal sangue grigio della creta rappresa.

Al centro della prima stanza troneggiava un nero busto di Mussolini, pudicamente coperto da un velo tinteggiato dai colori rilassati della creta secca. Dallo scaffale della parete sinistra una galleria di vari personaggi lo guardava senza parole, in attonita fissità.

In particolare, un viso di Matteotti in gesso, pronto per la fusione ma - chissà perché - in posizione piuttosto nascosta, sembrava particolarmente stupito e preoccupato, con le rughe del viso in maggiore evidenza, sinistro presagio di una fine già annunciata. La stessa posizione, nascosto dietro un medaglione – a parte gli occhi fiammeggianti verso il centro della stanza – sembrava voluta, quasi avesse deciso di vedere, non visto, il trionfo del nemico, addirittura girando il collo ad incontrarne il profilo.

Il medaglione che lo schermava era in caolino, di soggetto sacro, dal biancore così luccicante che ne prolungava l’effetto di protezione verso l’illustre socialista; il quale sarebbe sembrato ancora più preoccupato se avesse scoperto, sulla sua stessa fila, ma nascosto qualche ritratto più a destra, un sosia bianco del Duce, ovvero la copia di gesso del bronzo al centro della stanza, miracolosamente scampata al processo di fusione in bronzo.

Al di sotto della fila dei ritratti storici, si trovava una raccolta di gioielli cotti dal sole e dalle stagioni, volti di uomini e donne colti nel tramonto degli anni.

Sembrava una collezione di una tribù di cacciatori di teste un po’ toccati, che avessero preferito intrappolare gli ultimi raggi del sole della vita.

Qualche secondo prima, avendo notato l’avvicinarsi del federale, lo scultore aveva preferito sostituire, sul pesante grammofono, i Preludi di Chopin con una marzialissima Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Benito entrò e salutò con un perentorio A noi! sincrono con il perfetto sbattere dei tacchi, facendo le prove per l’inaugurazione del pomeriggio. Non aveva notato un certo sincronismo dei gesti di apertura con l’overtoure del compositore tedesco, che non sfuggì alla divertita ironia del padrone di casa.

Matteo gli rispose incurante, continuando a spazzare il pavimento dalla polvere argillosa accumulata da anni, contro il cui sedimentarsi era vano ostinarsi: gli piaceva respirare quell’aria di sepolcro, ancor più che quella del focolare familiare con moglie e figlio in arrivo.

Scuro di capelli e di carnagione, aveva occhi neri come il bronzo fascista, un naso dritto e affilato e labbra evidenti. I vestiti, molto modesti, tradivano un retaggio contadino da cui sarebbe stato impossibile staccarsi.

Le parole misurate e indolenti che uscivano dalla sua bocca erano più che compensate dalle meraviglie che le mani, grosse, tozze e callose come quelle di un muratore, sapevano comporre su spartiti di argilla.

Ogni comunicazione ha i suoi modi e i suoi tempi: Matteo aveva scelto, forse da sempre, di raccontare e affidare le sue storie al silenzio della creta e all’eternità del ricordo bronzeo.

Accese una lampada rudimentale, ricavata da un braccio in terracotta lucida, cerata, con la lampadina che spuntava come per magia dal palmo raccolto della mano, mentre la cavità del resto del braccio celava, altrettanto magicamente, il resto del cordone elettrico.

Rivolse il braccio verso il busto, per illuminarlo meglio ed eliminare tutti gli effetti di piattezza che la scarsa illuminazione avrebbe potuto avere sul lucido del bronzo.

Tolse il velo, orgoglioso della sua creazione.



[1] Sottano è forma dialettale che indica un locale posto a livello del terreno con, in genere, due soli accessi: la porta principale e una sorta di spioncino per dare il minimo sindacale di aria al bagno. Se ci si facesse troppe illusioni sulla quantità d’aria e di luce immesse dallo spioncino del bagno, basti dire che è, per motivi di riservatezza, in genere protetto da una sorta di veneziana in pietra.