Scultorea - Matteo Germano

uno scultore, la sua vita e la sua arte 

Parlare di un artista, dal punto di vista privilegiato di chi è a lui legato da affetto filiale è compito particolarmente delicato. Si può rischiare di cadere nell'apologia o nella piaggeria fastidiosa.  Cercheremo di non correre questo rischio, oggettivizzando il più possibile l'opera di Germano.

 

 

 

 L'onda dei ricordi

Matteo Germano nacque a San Severo il 16 Gennaio 1937, da Raffaele (bracciante) e Lucia (casalinga). Studia e aiuta il padre (in particolar modo durante l'Estate) e si diploma al Magistrale della cittadina della Capinata.

L'abilitazione conseguita gli permette di partecipare ai concorsi per insegnante elementare, risultando titolare di cattedra intorno ai ventuno anni, con l'insegnamento rimarrà come uno dei cardini della propria vita fino alla pensione.

Intorno ai trent'anni sente prepotente il bisogno di esprimersi con la creta e frequenta, da studente lavoratore, l'Accademia delle Belle Arti di Foggia, dove si diploma in corso. Comincia a frequentare lo studio di Luigi Schingo, vero faro culturale di San Severo.

Ho un ricordo, da figlio, piuttosto preciso di quegli anni.  La cucina diventò il suo studio, venendo invasa per un quarto da un piccolo, traballante  tavolo in formica e  una serie di rudimentali supporti e, per i restanti tre quarti, da noi. Ho idea che i suoi primi lavori catturassero parte degli odori di pasta e piselli che li avvolgevano... Il suo primo, vero lavoro non mi piacque. Era un volto maschile intrespolato su un orribile traliccio di ferro saldato alla bell'e meglio. Omisi di dirglielo, sarebbe stato presuntuoso esprimere pareri artistici: in fondo non ero che un pre-adolescente piuttosto saccente e assetato di letture.

Oltre all'atmosfera e agli odori stantii (gesso e polvere) dello studio di Schingo, coltivo un ricordo non bello. Luigi Schingo era schivo e autorevole, ai miei occhi. Io mi isolavo dalle discussioni che Schingo, mio padre e l'ispettore Pacitti intessevano fino a ora tarda. La luce era assicurata (si fa per dire) da lampade issate su trespoli d'acciaio, il resto era buio, enorme e poco rassicurante. Una sera feci cadere un barattolo di acciaio (ex contenitore di pelati) che fungeva da rabberciato portafiori. Non riesco a dimenticare l'acqua che invase la scrivania (ricoperta di carta da pacchi) e le imprecazioni del maestro Schingo.

Non un carattere facile, quello di mio padre, forse un tratto che lo accomunava a Schingo. 

Ricordo il primo vero studio: un rettangolo intrecciato di bassorilievi e monumenti, giudicato enorme a quei tempi. Poi un garage sotto la nuova casa e, infine, uno studio decente, con la luce giusta. 

Fu un periodo febbrile, che coincise con una nuova attività educativa di mio padre (laboratorio di ceramica al III Circolo), terminata, ormai alle soglie della pensione, per decreto (chiusura della suddetta attività). I monumenti si succedettero in rapida successione.

Poi la pensione, che lo lasciò libero, dopo una vita dedicata alla scuola di dedicarsi alla sua vera passione.

Matteo Germano si spegne il 20 Settembre del 2004, dopo una lotta di dieci mesi contro il male del secolo. E' da tanto che gli debbo questo tributo.  Spero di saldare un debito con la mia coscienza.

PS Una cosa che lo farà sorridere... un piccolo segreto che io e lui abbiamo custodito per anni. Pierluigi Armegoni, che scrisse parecchio sulle sue opere... sono io Armegoni è un'anagramma forzato di Germano. Un piccolo espediente che usammo diverse volte per non suscitare il mancato apprezzamento per quello che ho scritto (si sa come vanno le cose nella provincia profonda d'Italia).

 

Le opere