Teofanie cosmografiche

Nota di Ferdinando Lombardo

Pubblico con piacere in questo sito un interessante articolo inviatomi da Claudio Piani e Diego Baratono che illustra le possibili relazioni culturali tra la Firenze rinascimentale e  i dotti geografi di St. Dié de Vosges.

Per eventuali chiarimenti e commenti scrivere a

piani.claudio@tiscali.it


Teofanie cosmografiche: il mito del sacro manto geografico.

di Claudio Piani e Diego Baratono

 

Gli storici si sono sempre chiesti come siano potuti giungere nelle mani di Martin Waldseemüller e Mathias Ringmann, i documenti necessari per compilare e dare alle stampe la “Universalis Cosmaographiae del 1507.

In questo nostro breve studio sottoponiamo al lettore e allo studioso alcuni spunti che secondo gli scriventi, se attentamente radiografati, potrebbero essere forieri di importanti innovative piste di indagine al fine di trovare una definitiva risposta al pressante quesito.

Il grande planisfero stampato a Saint-Dié-des-Vosges nel 1507,  è asseverato, segna a caratteri di fuoco la geografia rinascimentale, producendo uno iato incolmabile tra l’antica concezione cosmografica tolemaica e la nuova percezione che l’uomo ha di sé e dei nuovi spazi appena conquistati. Il risultato, dirompente, contempla una nuova ed eccezionale “weltanschauung geografica, la “quarta parte del mondo, si è improvvisamente rivelata all’umanità; un’umanità che fino a quel momento, si era affidata al racconto biblico quale unico depositario della Verità.

Secondo la visione cosmografica medievale, infatti, il mondo sopravvissuto alla rovina del Diluvio Universale, era stato suddiviso ed abitato, in base alle aree geografiche concesse ai discendenti dei figli di Noè, ossia Sem (Asia), Cam (Africa) e Jafet (Europa). Questo arcaico teatro cosmografico, invero, non regge più di fronte alle esplorazioni ed alle novità del mondo scientifico. E’ perciò quanto mai necessario ridisegnare l’orizzonte geografico sulla base della nuova, sconvolgente rivelazione. Le parti dell’ecumene, d’ora in poi, saranno quattro, non più tre. Colui che sta rivelando al vecchio mondo questo inaspettato e straordinario paradigma, è un fiorentino, Amerigo Vespucci.

Il compito, per molti versi “divino”, di ridisegnare il mondo, deve riversarsi nelle mani di coloro che meglio possono realizzarlo. Proprio Saint-Dié e il suo antico monastero, si mostrano ambienti adatti per essere prescelti, quale autorevole palcoscenico per una nuova rappresentazione geografica della “Creazione”. Il mondo, la sua percezione, di qui in poi, avrebbe cambiato volto per sempre e gli eruditi vosgensi ne avrebbero rivelato i più insondabili ed oscuri lineamenti.

Risale ormai all’anno 2003, l’identificazione della fonte iconografica radice del mappamondo affrescato sulla volta della cosiddetta “Sala della Creazione”, spettacolare ambiente nella dimora rinascimentale valtellinese dell’antica famiglia dei Besta a Teglio (Sondrio).

Palazzo Besta è dimora patrizia del secolo XV al centro di un’antica via di comunicazione, che smistava la tratta Venezia - Parigi, passante anche per i Vosgi, con quella che da Milano portava a Vienna attraverso i passi retici del Bernina (insellatura a 2323 m; oggi vi transitano la strada e la ferrovia Tirano – Sankt Moritz) e orobici dell’Aprica (a 1172 m). La struttura architettonica del palazzo nobiliare dei Besta, elegante e sobria, è riverbero della linea compositiva dei banchi medicei progettati nello stesso periodo dal fiorentino Filarete, al secolo Antonio Averlino (Firenze, ca. 1400 – Roma, ca. 1469), per il Duca Francesco Sforza. Gli apparati decorativi presenti nella struttura in discorso, quali le “Storie di Enea”, il ciclo dell’“Orlando Furioso”, le “Metamorphosi” di Ovidio, la “Sala della Creazione” o del “Mappamondo”, sono realizzazioni della metà del secolo XVI. Sono, con tutta evidenza, chiara espressione della profonda cultura umanistica dei committenti, i nobili Besta appunto. In nostri precedenti studi, si è evidenziato come le pitture racchiuse nella splendida volta della sala in parola, orbitanti appunto intorno al mappamondo vopeliano, sono fedele racconto per immagini del ciclo biblico della “Creazione”. In dettaglio si trovano rappresentati: la “Genesi della Luce”, la “Separazione delle Acque”, la “Creazione degli Animali terrestri, dei Pesci e degli Uccelli”, la “Creazione delle Stelle”, ed in ultimo, la “Creazione d’Adamo ed Eva”. La sala del mappamondo valtellinese ha dimensioni raccolte; è esposta a nord e molto probabilmente era adibita a stanza da letto od a biblioteca. Tutti gli indizi portano ad immaginare un utilizzo del locale come luogo di raccoglimento, d’ozio e, soprattutto, di meditazione. I mappamondi, che sovente decoravano questo genere di locali, erano ingredienti propedeutici all’ideale svolgimento di determinate pratiche meditative. Le scene dipinte, infatti, solitamente ricoprivano notevole funzione didascalica per l’osservatore. L’ornato si rivelava essere vero e proprio trattato di storia universale illustrata consultabile in ogni momento, senza la “fatica” di sfogliare ingombranti quanto delicate pagine di costosissimi libri. Il “mappamondo”, come buona parte delle poche storie universali ed enciclopedie circolanti nel Medio Evo, aveva lo scopo di concentrare su di sé la sintesi dell’intera opera che lo conteneva. E’ significativo osservare come questi modelli figurativi circolassero nell’Europa del XVI e XVII secolo, Joseph Moxon geografo inglese, infatti, nel 1683 realizza un planisfero intorno al quale compare un ciclo biblico dall’impronta riformata; molto simile nelle scene a quelle presenti nella Sala della Creazione intorno al mappamondo affrescato di Caspar Vopell. L’originale profilo policircolare che avvolge e determina la tipologia di proiezione del mappamondo valtellinese, si è sostenuto più e più volte, è inequivocabilmente riconducibile alla medesima sagomatura “palliografica” impiegata dal Waldseemüller per incorniciare la sua carta del 1507.

L’idea tanto corretta quanto moderna, che le rappresentazioni per immagini in genere, geografiche in questo caso, aiutino a recepire meglio i concetti rispetto ai testi scritti cui s’accompagnano, era stata sottolineata già da Ruggero Bacone e da Francesco Petrarca. Petrarca, infatti, proclama i mappamondi addirittura superiori al viaggio fisico stesso. Si trasmette in qualche misura l’idea, che questi particolari oggetti non sarebbero semplici costruzioni decorative ma vere e proprie finestre sul mondo, interiore ed esteriore, della conoscenza. Potenti varchi virtuali nel tempo e nello spazio in grado di trasportare istintivamente chiunque sia partecipe, in luoghi lontani, sconosciuti, instillando ricchi contenuti pedagogici in chi osserva. Nel Medio Evo, inoltre, i mappamondi erano utilizzati per “spiegare illustrando” aspetti appartenenti sia alla dimensione trascendentale e religiosa, sia a quelli più pragmatici ed immanenti dell’ambito secolare loro contemporaneo. Questa funzione contemplativa, però, le immagini geografiche non la perdono con il trascorrere dei secoli. Anzi la ritroviamo rafforzata leggendo alcune interessanti riflessioni fatte su questi particolari manufatti da alcuni personaggi di spicco del XV e XVI secolo. Il cardinale Francesco Piccolomini, futuro Pio III, ad esempio nel momento in cui commenta un mappamondo inviatogli nel 1465 dal cartografo veneto Antonio Leonardi, si sofferma a sottolinearne le proprietà moralizzanti e quasi taumaturgiche, o come ancora nel 1580, nel suo scritto “Discorso intorno alle immagini sacre e profane”, il vescovo di Bologna, Gabriele Paleotti, si dilunga sul significato didattico-moralizzante intrinseco delle carte geografiche. Proprio per queste loro proprietà il vescovo di Bologna, in linea con le normative post-tridentine, fa rientrare le carte geografiche, fra l’elenco delle immagini pagane da convertire ed utilizzare come iconografie sacre.  La domanda è inevitabile anche la carta stampata nel 1507 ed il mappamondo di Teglio assumono queste funzioni dai chiari connotati didattico-meditative? Cerchiamo di capirne di più. L’azione primigenia che innesca l’“Atto” per eccellenza, è dar forma, plasmare e controllare una matrice primordiale indefinita. L’atto è autoreferenziale, nel senso che assume tutta la sua efficacia ed energia nel momento in cui il Creatore manifesta a se stesso l’opera finita in ogni suo dettaglio, compiacendosi del lavoro ultimato. La materia a questo punto è riconoscibile, fisicamente localizzata nello spazio e di conseguenza nel tempo.

Disparate rappresentazioni fotografano questo momento fondante: riportano ad antichi topoi, presenti nelle più remote tradizioni, da quell’egiziana fino a quella greca per proseguire fino a quell’ebraica, attraverso miti e leggende. In proposito, episodio mitologico particolarmente interessante tra i numerosi che hanno attirato la nostra attenzione, è certo l’elaborazione mitopoietica del filosofo presocratico greco Ferecide di Siro, del secolo VI a.C. Le sue idee sono raccolte nell’opera cosmografica La caverna dei sette anfratti. Il racconto, attraverso azione sacrale molto suggestiva e particolare, celebra le nozze mistiche tra Zeus e la Terra, Ctonia, in seguito Gea. L’avvenimento sancisce nuovo ordine cosmico. La divinità incontra Ctonia, la Terra, ancora informe da plasmare e identificare. Le depone quindi sulle spalle un mantello ricamato, ideale “strumento pedagogico”, dove compaiono le terre, i monti, i mari e le città:

La potenza plasmante del manto geografico intessuto da Zeus, nell’avvolgere la massa terrena, realtà immanente ma indistinta ed offuscata, informe ma incorrotta, rappresentata appunto da Ctonia, darà vita al cruciale processo formativo. La grezza spazialità sferoidale acquisirà, attraverso l’omaggio onorifico del “mantello”, potente atto sacro, le sembianze di Gea, ossia della Madre Terra. Avverrà, la metamorfosi, proprio il terzo giorno, secondo progetto precostituito di chi ha già in mente il chiaro disegno cosmografico da realizzare. L’abbinamento del  manto con l’atto demiurgico per eccellenza; origina valori semantici ben superiori alla semplice somma delle singole parti in gioco. Si tratta, infatti, di significati paradigmatici tanto potenti da improntare, governandolo, l’atto più sacro ed insondabile dell’intero ciclo mitologico: la creazione nel terzo giorno del mondo e della realtà apparente in cui esso si agita. Il manto geografico che avvolge le spalle di Gea, se quest’ultima distende le braccia, assume una inconfondibile configurazione, la stessa sagomatura riscontrata in peculiari rappresentazioni sacre cristiane: le Madonne ed i Santi che aprono le braccia in segno di protettiva accoglienza. Sono questi i soggetti deputati ad indossare manti la cui valenza, senza dubbio, è misericordiosa. L’iconografia, però, sembra riprendere tratti e posture di figure antropomorfe molto più antiche, caratterizzanti rappresentazioni rupestri dell’età del Bronzo con soggetti, i cosiddetti “oranti”, in atteggiamento votivo ed a braccia spalancate. Il modulo dalla speciale impronta figurativa “pallioforme”, sembra trasparire anche dal contorno proiettivo di figurazioni geografiche quali la carta del 1507 di Martin Waldseemüller o quella seriore di Caspar Vopell. L’immagine del mantello, suggestiva per evocare l’antico mito ferecideo, curiosamente sopravvive nel tempo. A distanza di duemila anni, infatti, nel secolo XVI, si ritrova medesima rappresentazione, integra nel significato, utilizzata da alcuni artisti per celebrare l’epocale momento della scoperta e battesimo del Nuovo Mondo. Stradanus, ad esempio, per realizzare la composizione figurativa della sua Americae retectio, ripropone ingredienti mitologici esclusivi della teofania immaginata da Ferecide. La scoperta dell’America, meglio d’altri, sembra essere topos privilegiato dove l’atto del “disvelamento”, mitologicamente sacro in Ferecide, si trasfigura assumendo colorazioni di puro atto creativo, ancora sacro sì, ma ora dalle forti modulazioni cristiane; più precisamente, “mariane”.

Giovanni Stradano, Americae Retectio, incisione di Adriaen Collaert
(cliccare per ingrandire)

Con la scoperta del “Nuovo Mondo”, all’intero genere umano si è rivelata la quarta parte del mondo. Il manto, che per Ferecide è ingrediente catalizzatore della creazione, si ritrova, nella rappresentazione dello Stradanus, sfondo eccellente per tratteggiare l’idea commemorativa originatasi nell’uomo rinascimentale sull’epocale impresa. Stradanus è noto per pregevoli incisioni sulla visione allegorica dell’America, che in genere rappresenta come donna nuda, soggetta allo sguardo vigile d’Amerigo Vespucci, in sembianze marziali. L’elemento che più colpisce osservando la sua Americae retectio, è proprio il drappeggio con cui il mantello quasi domina, avvolgendolo, il globo terracqueo. La scena è carica di figure simboliche: la colomba, palese richiamo allo Spirito Santo, tiene con il becco un apice dell’ampio tessuto. Enigmatico, Giano, rappresentante la città natale di Cristoforo Colombo, ossia Genova, curiosamente, tenta invano di sollevare la sua porzione di manto. L’azione del “disvelamento”, invece, si rivela di facile esecuzione per la figura opposta a Giano. Si tratta di Flora, chiaro riferimento a Firenze, patria dell’altro protagonista della vicenda, ossia Amerigo Vespucci. Sottili le allusioni riferibili alle imprese dei due navigatori. Si tralasciano, tuttavia, per concentrare l’attenzione sul panneggio avvolgente del maestoso mantello. Chi ha dimestichezza con modelli figurativi sacri, osservando il mantello profilato da Stradanus, scorgerà immediatamente forte similitudine con rappresentazioni di “Madonne misericordiose”, che utilizzano l’apertura del proprio manto per contenervi al di sotto, particolari vedute scenografiche.

Il pallio teso dalla colomba, ossia dallo Spirito Santo, dunque, diviene potente ancorché imperscrutabile riferimento a Maria. Maria, quindi, unica mediatrice possibile tra dimensione trascendente ed immanente, partecipa in maniera dinamica all’azione, offrendo aiuto protettivo al disvelamento del Nuovo Mondo, attraverso il suo generoso abbraccio universale. L’intreccio d’allusioni iconografiche tanto intense ed articolate, grazie al “palium geografico” suggerito da Ferecide di Siro, incomincia ad acquisire significato. La profilatura del manto presente nell’Americae retectio, infatti, oltre a richiamare l’emblema palliografico caratteristico delle Madonne misericordiose, si riallaccia chiaramente ad uno dei più conosciuti mappamondi del secolo XVI, ossia quello realizzato nel 1507 a Saint-Dié dal geografo e matematico Martin Waldseemüller. L’azzardo nostro è volere dimostrare l’esistenza della simbologia sacra del mantello, celata da oltre cinque secoli, fra i tratti sinuosi di una delle più importanti carte rinascimentali conosciute. In altri termini, si è fermamente convinti che le puntuali sintesi iconico-cosmografiche rintracciate, oltre ad essere raffinatissima elaborazione di una o più occultae mentes posizionate a livello di retroscena nel contesto di questa vicenda, conservano strutture semantiche tutt’altro che trascurabili. Anzi. I contenuti sono rivelatori del diretto coinvolgimento tra chi, in qualche modo, ripristinando certa continuità storica ricodifica primordiali simbologie sacre proiettandole nelle profondità narrative del documento cardine per la storia della geografia, ossia la carta del Waldseemüller, e chi perpetua “tradizioni sapienziali” dai contenuti non sempre allineati con la cultura ufficiale del momento, ossia il mondo umanistico fiorentino.

Un elemento indicativo, che ha attirato la nostra attenzione in questa nostra indagine storica, è stato il dipinto fatto realizzare sempre dai Vespucci a Firenze nella chiesa d’Ognissanti. Realizzato dal Ghirlandaio intorno al 1472, curiosamente a vent’anni esatti dalla scoperta ufficiale del “Nuovo Mondo”, il dipinto oltre a presentare evocativi connotati religiosi cari ai fiorentini, ripropone il motivo simbolico ricorrente in questo studio: la “Madonna della Misericordia” ed il suo “mantello”. Sotto il manto della figura mariana compaiono, disposti in modo da configurare evocative, quanto elusive, disposizioni geometriche, dodici personaggi: Sant’Antonino più undici rappresentanti della famiglia Vespucci. Tra questi fa capolino, giovane ed imberbe, Amerigo. Il volto del giovane Amerigo presenta caratteristiche uniche, ben riconoscibili. I suoi tratti fisionomici, infatti, sono perfettamente sovrapponibili a quelli del volto, ora invecchiato, dell’Amerigo Vespucci rappresentato in cartiglio in alto a destra, nel mappamondo murale del 1507 del Waldseemüller. Non esistono altre immagini del navigatore fiorentino con stessi identici tratti identificativi

Probabilmente colpiti dall’insolita immagine mariana definita dal Ghirlandaio, Waldseemüller e Ringmann ne realizzerebbero copia. Si spiegherebbe così, la sorprendente sovrapponibilità geometrica intercorrente tra la sagoma del mappamondo vosagense ed il contorno del manto della Vergine, realizzato dal Ghirlandaio per il casato Vespucci.

Il profilo del manto mariano, dunque, si rivela essere il leit-motiv, che suggella gesta narrative cosmogoniche antiche, quelle di Ferecide, che riconducono al “terzo giorno della Creazione”, e strumento ottimale, nondimeno, per suggellare quel 25 aprile del 1507, giorno in cui, per la prima volta, agli occhi degli uomini si dischiudono orizzonti geografici certo nuovi, ma inspiegabilmente già definiti, misurati, quasi perfetti. Si tratta di un Mundus novus per cui sarà coniato il toponimo “America”, inglobato maternamente in un grembo palliografico dissimulato sì, ma trasudante, in ogni caso, forti connotati simbolico-persuasivi. La scritta impressa sullo stilobate ai piedi della Vergine ideata dal Ghirlandaio per i blasonati Vespucci, in effetti, esalta il significato mitopoietico e pedagogico del momento creativo in parola. L’iscrizione latina recita: “della misericordia di Dio è piena la terra”. Significativamente, il salmo poche righe dopo descrive anche il “terzo giorno della Creazione”

E’ quasi premonizione di quanto un giorno, alle pendici dei Vosgi, si sarebbe disvelato all’umanità intera. Il mito fondante, la visione moralizzatrice di un destino mediato dall’intervento divino sempre presente, sono ingredienti che ritornano vigorosamente anche nell’iconografia del mappamondo affrescato valtellinese. Gli storici dell’arte che si sono occupati della “Sala della Creazione” dove campeggia l’opera geografica del Vopell, sono concordi nel sostenere gli affreschi religiosi momento celebrativo a suggello dell’atto maritale, avvenuto nel 1576, tra il cattolico Carlo I Besta e Anna Travers, nobildonna di famiglia protestante. Nel ciclo pittorico gravitante attorno all’affresco geografico in discorso, spicca la totale assenza di rappresentazioni antropomorfe delle divinità. Si legge in filigrana, poderosa, l’influenza esercitata dalla cultura protestante dei Travers, famiglia allora molto potente ed influente in Valtellina. E’ ovvio che l’arrivo nella famiglia Besta del nuovo membro femminile, legato spiritualmente a teorie riformiste d’oltralpe, abbia peso non indifferente nella scelta dei motivi decorativi a carattere religioso della splendida sala. Modelli figurativi protestanti, grondanti contenuti sacri cattolici che, però, hanno avuto origine da quel grembo inesauribile costituito dal mondo culturale umanistico fiorentino, dove tutto ha inizio, e che, come in un cerchio, consente al tutto di concludersi decorando le pareti di una nobile dimora in un piccolo sperduto borgo medievale delle Alpi retiche. Lo splendido mappamondo vopeliano affrescato da anonimo nel 1570, proprio per sua natura strutturale, per forma e per contenuti, riconduce inesorabilmente, come già sottolineato, alla sagoma del mappamondo del 1507 elaborata dal cenacolo vosgense. E’ inevitabile pensare, a questo punto, che anche l’affresco valtellinese celi, nel suo profilo, la stessa simbologia mariana della carta lorenese. Fu, dunque, scelta strategica mirata quella dei cattolicissimi Besta, d’utilizzare un mappamondo palliografico, e quindi mariano, all’interno di un ciclo d’affreschi dagli influssi “riformisti”? Si voleva così equilibrare, in estremo atto sincretistico, i contenuti mediatici degli stessi, troppo sbilanciati verso idee riformate? Esaminando l’impianto iconografico del manufatto geografico valtellinese attraverso l’implacabile crivello offerto dalla matrice palliografica, allo stato dell’arte, diventa più che plausibile pensarlo, ma torniamo ora a concentrarci sull’opera cartografica, prodromica, di tutto quanto lo scenario cosmografico rinascimentale.

La diffusione di documenti cartografici dai contenuti iconografici e didascalici potenti ed innovativi, come lo è di fatto il mappamondo del 1507 colpisce profondamente l’interesse e l’immaginazione di molti personaggi del mondo culturale del secolo XVI.

Prima, però, di reificare tale dirompente progetto cosmografico, i canonici di Saint-Dié si affidano per i loro primi carteggi, a documenti di provenienza portoghese, consentendogli di realizzare, nel 1506, la carta denominata “Orbis Typus Universalis”. Non soddisfatti di questo primo lavoro, forse perché impossibilitati a ricevere ulteriore materiale cartografico a causa del protezionistico clima portoghese, nel 1507 gli eruditi di Saint-Dié, decidono di concentrare i loro interessi in direzione di Firenze. Grazie ai probabili contatti intrecciati con la famiglia Vespucci dal conte Ebherard del Würtemberg e dall’umanista Giovanni Reuchlin, discepolo di Giorgio Antonio Vespucci, ossia lo zio d’Amerigo, entrambi in Firenze negli anni 1482, 1490 e 1498 e successivamente, grazie ai contatti del Ringmann e d’Enrico Martello, il cenacolo dei Vosgi, riesce ad entrare in possesso dei documenti risolutivi per redigere la carta “Universalis Cosmographiae”. Giovanni Reuchlin è intimo amico di Giorgio Antonio Vespucci, egli probabilmente conosce sia Amerigo, sia lo studioso Zenobio Acciaiuoli, domenicano nel monastero fiorentino di San Marco e confratello dello stesso Giorgio Antonio. In una lettera del 1509 indirizzata al diplomatico Luigi Guicciardini (grande appassionato di astrologia e fratello del grande storico Franceco Guicciardini), custode d’importanti documenti della famiglia di Amerigo Vespucci, l’Acciaiuoli chiede copia di una sfera e di un globo. Si tratta di un’espressa richiesta di Johannes Teutonicus, al secolo Johannes Shöner, operante in quello stesso anno nella città tedesca di Bamberga.

Queste argomentazioni vengono avanzate per la prima volta nel 1924, dal professore Alberto Magnaghi, nel suo studio critico su Amerigo Vespucci; ed in seguito riprese dallo studioso colombiano German Arciniegas.

Ecco la traduzione completa dell’importante documento:

Ti saluto in Dio, Fratello Barnaba Canti, di cui ti sto per mandare una lettera, ti prega a mio      nome di ricopiare in figura piana, quella parte di terra che i portoghesi o gli spagnoli si vantano di aver scoperto, così come tu l’hai descritta (ricopiata?) sia sul globo che sulla carta.

Perché la desidera Giovanni l’astrologo tedesco, come potrai vedere  dalle lettere sue che qui ti accludo. Ti prego dunque caro Luigi che tu l’aiuti in questa faccenda sia con la tua esperienza, sia con il tuo fattivo intervento. Sarà sufficiente (affinché il tedesco sia soddisfatto) trascrivere su di una carta le informazioni su quella parte (Nuovo Mondo) presente sia sulla carta e sul globo, che già mi avevi  prestato e che contiene una parte di terra (Asia) con le isole dalla dorata penisola ovvero da Cattigara (Hanoi), da questo punto prosegui per 180° fino ai confini della terra appena scoperta; ma impegnati affinché sia ricopiata con i gradi equinoziali e con tutta quanta quella storia che è descritta nella tua carta geografica e che riguarda i golfi le isole e persino i costumi degli abitanti. Il monaco camaldolese Pietro Candido dotto di greco e di latino sarà al tuo servizio per ricopiarla, sempre che tu non abbia sottomano qualcuno di più adatto.

Ti raccomando questa faccenda dal momento che io, essendo lontano, non posso curarmene.

Sta bene nel Signore e continua a volermi bene. Cristo ci aiuti tutti. 12 maggio 1509

P.S. Preoccupati anche che il tropico del Cancro e quello del Capricorno vengano segnati nella ricopiatura della carta affinché sia chiaro (per il geografo tedesco) entro quali gradi di latitudine quella nuova regione sia inclusa.

 

L’importante epistola testimonia che nei primi anni del secolo XVI, due ben specifici manufatti cartografici fiorentini, sono già da un po’ di tempo oggetto dell’interesse scientifico dei geografi tedeschi. Si tratta di un globo e di una carta geografica piana, sembrerebbe trattarsi degli stessi oggetti menzionati dal Waldseemüller nella sua dedica a Massimiliano ed utilizzati, verosimilmente, come matrici per realizzare il mappamondo ed il globo del 1507. I due oggetti originali, dunque, devono essere veramente preziosi, anzi, imprescindibili, giacché gli eruditi di mezza Europa se li contendono. Si tratta forse dell’esclusivo prodotto cartografico che Amerigo invia a Pierfrancesco de’Medici, come dimostra la sua lettera del 1500? Dall’epistola dell’Acciaiuoli, emerge una sottile ironia nei confronti della vantata paternità spagnola e portoghese delle imprese oltre oceano. A Firenze si è certi che il merito di queste nuove scoperte va assegnato agli italiani ed a nessun altro. E’ evidente, in ogni caso, che i documenti custoditi a Firenze per certo sono considerati oltremodo attendibili dai geografi tedeschi, che se ne servono per ridefinire la nuova immagine geografica del creato. Si deve tener ben presente, infatti, che i cosmografi alemanni preferiscono questa di documentazione, anziché quella conservata presso gli archivi lusitani o spagnoli. E’ rileggendo con attenzione il poema introduttivo del “De ora Antartica”, pubblicato nel 1505 da Mathias Ringman, che si trova un chiaro riferimento alla sua conoscenza dei due manufatti fiorentini. Il Ringmann ha avuto la fortuna di visionarli certamente prima di chiunque altro, durante la sua visita in Italia nel 1505. Nei suoi versi, infatti, il Ringmann sembra riprendere la lettera dell’Acciaiuoli descrivendo una nuova terra posta tra i tropici, il Portogallo e l’Asia. Questa terra è circondata completamente dal mare. In ogni caso, negli anni tra il 1506 ed il 1507, l’esclusivo materiale è pronto per essere utilizzato e diffuso a mezzo stampa. A riprova di questo fatto, vi è il globo attribuito all’allievo di Leonardo, Francesco Melzi, (1507 – 1514) manufatto, quest’ultimo, molto simile a quello realizzato dallo Shöner. Questo globo creato forse dal genio vinciano, comprova pure, in una certa misura, che in Italia durante i primi anni del Cinquecento, circolavano esclusive ed innovative informazioni sulla geografia del Nuovo Mondo. Si deve ritornare, quindi, ai misteriosi manufatti fiorentini, sperando, che forniscano qualche indicazione in più. Come abbiamo appreso dalla lettera di Zenobio Acciaiuoli sopra riportata, la documentazione ricopiata dalle mani esperte del monaco camaldolese Pietro Candido, viene inviata al geografo tedesco, che la utilizzerà per i suoi globi del 1515. Ad ogni buon conto, perché rivolgersi proprio ad un amanuense camaldolese? Il monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli a Firenze, fin dai primi decenni del secolo XV, ha funzioni d’esclusiva scuola e d’elitaria accademia formativa, per le famiglie più potenti in circolazione. Niccolò Niccoli, Ambrogio Traversari, Leonardo Bruni, Palla Strozzi, Poggio Bracciolini, Giorgio Antonio Vespucci, Paolo del Pozzo Toscanelli.

Sono questi i nomi del gruppo d’eruditi, che nel 1459 dall’accademia del monastero degli Angeli passa in quella Platonica, fondata dal greco Giorgio Gemisto Pletone, il cui maggiore esponente sarà il noto Marsilio Ficino. Da sempre dunque l’ordine dei Camaldolesi è attivo nel mondo della scienza e dell’arte: come non ricordare qui, l’opera del grande geografo camaldolese, il veneziano Fra’ Mauro. E’ forse proprio grazie alla loro opera di compilatura e di trascrizione che, lo ripetiamo, le copie degli esclusivi manufatti geografici fiorentini vengono inviati agli eruditi di Saint- Dié per consentire la realizzazione della carta del 1507.

Un’osservazione interessante, è cercare d’individuare il tragitto più attendibile da e per Saint Dié, probabilmente seguito dai misteriosi manufatti geografici. Proviamo ad ispezionare le traiettorie possibili.

Partendo, così, da Saint Dié, se scegliamo di valicare il passo di Bonhomme, o quello di Saales si arriva a Strasburgo nel primo caso oppure nella città di Colmar nel secondo. Entrambi i percorsi possono essere utilizzati per raggiungere sia i territori tedeschi ad Est del Wurtemberg, sia quelli a Sud della Svizzera a seconda che ci si vuole portare nei centri d’Ulm o di Basilea.

A questo punto, raggiunti i due importanti centri, se si vuole proseguire per l’Italia, il tragitto più diretto è quello in direzione dei cantoni svizzeri di San Gallo e di Glarona. Di qui poi, si raggiunge Coira attraverso i passi dello Spluga e del Septimer, sfociando a Chiavenna, nell’odierna provincia di Sondrio. La località lombarda, nel secolo XVI era sede di un consolato italo-tedesco; siamo proprio nell’area geografica che comprende la Valtellina, con Teglio ed il Palazzo Besta dove troviamo all’interno delle sue splendide sale, l’ormai celebre mappamondo affrescato di Caspar Vopel, di chiara matrice lorenese. L’area in questione fa parte di un importante circuito economico, che ordinato in una compagnia fa capo a Ravensburg, città tedesca a sud di Ulm, e che by-passa i consueti camminamenti romei che utilizzavano i valichi del Sempione e del S.Gottardo per sfociare in seguito nella Pianura Padana. I tragitti utilizzati dalla potente congregazione commerciale tedesca, sono due, il primo raggiunge Milano, Firenze, Roma attraverso Coira, lo Spluga ed il Septimer, mentre il secondo si dirige verso la Spagna attraverso il percorso Ǘberlingen-Ginevra-Lione. Esistono pure due carte itineranti dell’Europa del Nord, ad uso dei pellegrini diretti a Roma, che testimoniano l’esistenza dell’importante via di comunicazione per raggiungere l’Italia attraverso la Germania. Una è la carta del 1492 d’Erhard Etzlaub, la seconda è, curiosamente, quella di Martin Waldseemüller del 1511, che conosciamo solo grazie all’unica copia edita a Strasburgo nel 1520. E’ custodita nel Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum d’Innsbruck.

Proprio su questi documenti è possibile verificare tanto il tracciato occidentale, ossia quello che da Strasburgo, Friburgo, Zurigo, giunge fino a Coira per proseguire, grazie ai passi del Septimer o dello Spluga a Chiavenna (Clef). Di qui si può quindi prosegue verso Como, Milano, Pavia, Piacenza, Fidenza, Parma, Modena, Bologna, Scarperia, Firenze, Roma e così via. Si può ancora, nondimeno, tener dietro il percorso orientale, quello che da Ulm, Ravensburg, Lindau, Bregenz, Vaduz, Coira raggiunge nuovamente Chiavenna e poi replica, è ovvio, quello precedente fino a Roma ed oltre. Chiavenna, la Valtellina, in ogni caso, si rivela essere un importante punto nodale, una vera e propria cerniera territoriale per questi due cammini. Del resto, anche il passaggio che dal Wurtemberg attraverso i sopraccitati passi alpini dello Spluga e del Septimer, collega i territori oltramontani, con la Pianura Padana, è di vitale importanza per motivi abbastanza comprensibili.

Non è infondato ipotizzare, che anche la rivoluzionaria documentazione cartografica di Luigi Guicciardini abbia percorso lo stesso itinerario però in senso opposto finendo tra le mani degli eruditi vosagensi.

Chissà quale fine hanno fatto tali fonti preziose? Sono ancora forse celate in qualche scaffale polveroso all’interno di una biblioteca o di un castello svizzero-tedesco?Ancora dubbi, ancora domande. La carta del 1507 è il documento perfetto per suscitare continui interrogativi, molti dei quali ancora senza risposta. Rimane, comunque, un fatto incontrovertibile: le copie dei due misteriosi manufatti, per giungere in Germania e di qui passare in Lorena, per forza di cose devono aver valicato le Alpi Retiche. Lo strascico di questo loro passaggio è riscontrabile, infatti, appena tre anni dopo la pubblicazione della carta del 1507, negli ambienti culturali di quest’area alpina. Nel 1510, infatti, il filosofo e matematico svizzero del cantone di Glarus, Heinrich Loritz, al secolo Enrico Glareano (1488-1463), è tra i primi cosmografi europei a riprodurre un mappamondo nell’insieme molto simile a quello di Martin Waldseemüller. Il Glareano è ben consapevole della straordinaria importanza dell’innovativo manufatto vosgense. Il matematico svizzero, infatti, cerca di divulgarne le linee cosmografiche innovative in essa contenute, realizzando una sua carta, ex-novo, appunto nel 1510, la carta del Glareano avrà dimensioni più ridotte e caratteristiche leggermente modificate. In questo documento l’umanista svizzero afferma con cognizione di causa, che dell’America sono state esplorate interamente sia le coste a Sud, che determinano la fine dello stesso continente, sia quelle ad Ovest, sull’odierno Pacifico.

A questa conclusione così palese, ma allo stesso tempo destabilizzante, Glareanus, perviene semplicemente perché gli elementi geografici presenti sulla carta di Martin Waldeemüller, non possono portare che ad un’unica visione generale di quelle nuove terre, oppure l’erudita svizzero è a conoscenza di straordinari resoconti perduti, che gli permetterebbero di sostenere senza alcuna incertezza, che effettivamente qualcuno ha esplorato le coste dell’intero continente sudamericano?

Qui è necessario evidenziare ancora una volta, che la località di Glarus è ubicata a pochi chilometri da Coira, la città si trova proprio su quella precisa traiettoria viaria che, secondo le nostre ricerche, è stata utilizzata per convogliare i preziosi manufatti geografici da Firenze verso i Vosgi.

Uno scenario il nostro, trasversale rispetto a quello copioso e più tradizionale della letteratura vepucciana, che vede nella direttrice lusitana-lorenese, l’unico percorso possibile utilizzato dai carteggi cartografici per giungere nelle mani dei canonici vosagensi.

L’aver coinvolto realtà geografiche insolite come quelle delle terre alpine all’interno di un  corpus di studi, che per decenni è stato di riferimento per meglio delineare il già complesso quadro di eventi che ha accompagnato un operazione come quella del Battesimo dell’America; non vuole avere la pretesa di ribaltare le posizioni ufficiali su questo annoso argomento, ma semmai, dare la possibilità d’intravedere attraverso una diversa prospettiva fatti e vicende di un’antica ma ancora vivida e pulsante realtà storica.


 

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