I nativi e il cannibalismo

L'incontro con le popolazioni indigene

 

L’approccio di Colombo con le genti del Nuovo Mondo fu la conseguenza della sua convinzione di incontrare gli abitanti dell’impero del Gran Khan, il signore della Cina, di cui aveva letto in uno dei suoi libri preferiti, Il Milione di Marco Polo. Le Maestá Cattoliche di Spagna gli avevano affidato lettere diplomatiche da consegnare al monarca orientale Di conseguenza  egli tentava di moderare i suoi equipaggi, pur senza ottenere grandi risultati con ciurme indisciplinate che, dopo mesi di navigazione si ritrovavano in un ambiente dal clima gradevole, pieno di gentili indigene nude.

I primi interlocutori di Colombo appartenevano alle genti Aruache, accomunate in una famiglia linguistica ampiamente rappresentata nel continente sudamericano, dal quale erano arrivati, in ondate successive, navigando d’isola in isola, e con il quale probabilmente erano in contatto. La colonizzazione aruaca delle antille inizió intorno al XII secolo, protraendosi fino alla fine del XV.con arrivi probabilmente da vari punti del continente, visto che l’area occupata da questa famiglia linguistica andava dai piedi delle Ande  colombiane fino alla regione delle attuali Guiane, giungendo fino al delta del Rio delle Amazzoni.

Fu grazie alle indicazioni degli isolani che il 28 ottobre 1492 Colombo, nel suo peregrinare tra le isole,  raggiunse Cuba e cominciò ad esplorarla: i primi segni di attività umana furono rappresentati da due capanne piene di attrezzi per la pesca ch’egli raccomandó di non toccare. Il genovese, convinto che quelle isole facessero parte dell’Asia e dell’impero del Gran Khan, voleva evitare problemi diplomatici. Nei giorni successivi avvistarono villaggi, senza però riuscire ad avvicinare gli abitanti che appena li vedevano arrivare, fuggivano abbandonando le loro case. Finalmente il 1o di novembre, riuscì a stabilire un contatto, inviando a terra un indio di Guanahani che aveva preso a bordo come guida e che riuscí a tranquillizzare gli abitanti di un villaggio; il 4 novembre lo stesso Colombo riuscì a parlare con gli abitanti del villaggio ai quali mostró campioni di cannella e, di pepe, di perle e d’oro ed essi gli dissero che la cannella e il pepe erano presenti nella loro isola, mentre l’oro e le perle si potevano trovare in un’altra isola che loro chiamavano Bohio. Gli indios di Guanahani che Colombo aveva portato con se, come interpreti, dopo appena venti giorni non dovevano aver fatto molti progressi con lo spagnolo e gran parte della conversazione era integrata dai gesti e Colombo credeva di capire che verso Sudest vi fosse un porto con navi di grande stazza e piú lontano ancora abitassero uomini con un occhio solo ed altri con muso di cane che si nutrivano di carne umana e che quando catturavano un uomo, lo decapitavano, bevevano il suo sangue e gli tagliavano i genitali.

Furono queste le prime notizie di un popolo diverso dagli Aruachi, appartenenti alla famiglia linguistica Caribe

Il 23 novembre l’Ammiraglio annota che gli indigeni di Guanahani che ha con se, in vista di un isola che essi chiamano Bohío e che Colombo successivamente avrebbe chiamato Hispaniola (attualmente ospita gli stati di Santo Domingo e Haiti), cercarono di dissuaderlo dall’approdare, dicendo che nell’isola abitavano genti con un occhio solo e altre che chiamavano Cannibali. Visto che la nave continuava ad avvicinarsi all’isola, vennero presi dal terrore e dissero che i Cannibali li avrebbero catturati e divorati. Colombo non credette molto a quanto gli dicevano e disse di ritenere che degli indigeni fossero stati catturati dai Caniba e che i loro parenti non vedendoli piú visti ritornare avessero ritenuto che fossero stati mangiati. Gli indigeni del resto avevano creduto che anche gli Spagnoli fossero venuti per mangiarli ed erano fuggiti dai loro villaggi.

In un altro passo del Diario, all’11 di dicembre, mentre si trovava all’isola di Hispaniola, Colombo nota che tutti gli abitanti delle isole vivevano nel perpetuo terrore dei Caniba e scrive testualmente:

“E per tal motivo torno a ripetere quel che già altre volte ho detto che Caniba non é altro che il popolo del Gran Can, i cui domini debbono trovarsi molto vicini e che egli sarà in possesso di navi che giungeranno fin qui per catturare questi isolani e siccome i prigionieri non ritornano piú indietro, ritengono siano stati divorati.”

Come si vede da questa nota dell’Ammiraglio, egli voleva essere diplomatco ad ogni costo e, accecato dal desiderio di trovare tracce della natura asiatica di quelle terre, si era dato anche ad interpretrazioni linguistiche, dando per assonanza alla parola CAN-NIBALI il significato di “sudditi del Can”.

Nel 1493, nel corso del  secondo viaggio, nell’isola alla quale diede il nome di S. Maria de Guadalupe, oggi chiamata semplicemente Guadalupe, incontró un gruppo di donne che gli dissero che l’isola era abitata da Cannibali che le avevano rapite da altre isole vicine, dopo aver ucciso e mangiato gli uomini dei loro villaggi. Da loro apprende che i Cannibali venivano tanto da isole vicine quanto dalla terraferma che, nella lingua delle donne, era chiamata Zuania.

Queste note di Colombo nel Diario sono i primi accenni all’antropofagia nelle Americhe e rappresentano anche le premesse di una polemica durata cinque secoli  che ancora divampa tra storici, religiosi, movimenti indigenisti e antropologi culturali. Le annotazioni nel Diario non sono categoriche e mostrano anche un certo scetticismo da parte di Colombo che era convinto di dover incontrare da un momento all’altro le genti del Gran Can e che quindi si preoccupava di non irritare le popolazioni e il loro monarca e che non era disposto a credere a quanto gli raccontavano gli indigeni.

Nella letteratura, dal XVI secolo ai nostri giorni, Colombo viene trattato da sprovveduto, credulone o visionario; in un recente libro, di molto successo (Lestringant 1997), si legge che “Colombo non é soltanto lo scopritore dell’America; egli è soprattutto, l’inventore del cannibale”; con tutto il rispetto per il bel libro del dotto francese, pregevole soprattutto per la valutazione critica della letteratura sull’argomento, la sua affermazione, alla luce di quanto l’Ammiraglio scrive, é eccessiva: a Colombo va riconosciuto un senso critico che in molti dei suoi contemporanei mancava.

Merita di essere sottolineato il fatto che Colombo decise di lasciare  un presidio fortificato proprio nell’isola di Hispaniola, nella quale le guide, come si è detto, avevano affermato trovarsi i Caniba; questa importante decisione indica il modesto valore che il navigatore attribuiva alle affermazioni degli abitanti di Guanahani sui mangiatori di uomini.

Le notizie sui “caniba” vennero strumentalizzate ed esagerate dai compagni e successori di Colombo per giustificare le violenze sui popoli nativi, autorizzate dall’editto della Regina Isabella del 1503 che, pur proibendo agli spagnoli di rendere schiavi i nativi, permetteva l’asservimento di quelli dediti al cannibalismo.

L’editto del 1503 che nelle pie intenzioni della Regina, avrebbe dovuto salvaguardare i suoi nuovi e miti sudditi dalla rapacitá degli avventurieri spagnoli e dalla ferocia dei Caniba, sortì l’effetto opposto, in quanto gli avventurieri spagnoli, bisognosi di manodopera schiava per la frenetica ricerca dell’oro, da quel momento cominciarono a vedere antropofagi dovunque; é quindi oggettivamente difficile distinguere il vero dal falso nelle innumerevoli relazioni sull’argomento scritte dall’epoca della scoperta ai nostri giorni e nelle conseguenti aspre polemiche tra innocentisti e colpevolisti, tra chi accettava e chi rifiutava in blocco tutta la documentazione sull’argomento.

Lo scrittore Arens (1979), in un libro di vasto successo ha negato la validità di tutta la documentazione sul cannibalismo, ma la ricerca antropologica e paleontologica dimostra che il cannibalismo é un serio argomento d’indagine scientifica.

Una recente e minuziosa ricerca della Conklin sulla tribú brasiliana dei Wari’ appartenente al gruppo linguistico Txapakura, dimostra che l’antropofagia veniva praticata sia sui nemici vinti, assimilati alla selvaggina, sia in forma compassionevole sui parenti morti.

I Wari’ guerreggiavano con le tribú vicine e dopo una battaglia vittoriosa ritornavano al proprio villaggio portando parti dei corpi dei nemici uccisi che venivano cucinate e mangiate da tutti quelli che erano rimasti nel villaggio senza partecipare alla battaglia ovvero donne, bambini e anziani. I guerrieri non consumavano queste carni, perché in loro era cominciato ad entrare lo spirito del nemico ucciso e quindi si sarebbero macchiati di autocannibalismo; si ritiravano nella casa degli uomini dicendosi sazi del sangue dei nemici uccisi. Rimanevano per lungo tempo volontariamente reclusi in modo da assimilare nei loro corpi l’energia vitale del nemico, limitandosi a bere la chicha, la bevanda ottenuta dalla mandioca, e astenendosi da qualsiasi altro alimento. Evitavano in questo periodo anche i contatti sessuali perché in tal caso l’energia virile proveniente dal sangue del nemico sarebbe passata attraverso lo sperma, alle loro mogli o amanti. La reclusione terminava quando i guerrieri si sentivano rafforzati a sufficienza perché in loro era ormai entrato lo spirito del nemico ucciso e le donne della tribú si stancavano di preparare chicha per i reclusi volontari.

 

Il cannibalismo funerario veniva praticato sui membri del gruppo familiare morti dai congiunti che si dividevano in “parenti veri”, legati al morto da vincoli di sangue, ai quali spettava l’organizzazione del rito e “parenti distanti” cioè quelli acquisiti per matrimoni, ai quali era attribuita la preparazione del cadavere.

In attesa dei “parenti veri” che venivano chiamati anche da villaggi lontani, il cadavere iniziare a putrefarsi e a questo punto veniva tagliato a pezzi e passato al fuoco: i parenti prossimi a questo punto sfilacciavano la carne e la disponevano  su un piano d’appoggio, intercalandolo a pezzi di polenta di mais. Ciascuno dei parenti doveva ingerirne almeno un piccolo pezzo. La reazione di disgusto che i parenti avrebbero avuto nel forzarsi ad ingerire era parte del rito: la repulsione doveva indicare che i parenti compivano una triste necessitá, affinche entrando a far parte dei loro corpi il morto continuasse a far parte del gruppo. Se la carne fosse stata ingerita con avidità il morto sarebbe stato equiparato al nemico ucciso in battaglia.

 

Il carattere vendicativo del cannibalismo sul nemico é evidente anche nel racconto (Staden 1556) di Hans Staden un tedesco assoldato dai portoghesi come artigliere su una nave da Guerra che partí da Lisbona nell’anno 1549 e che dopo sei mesi di traversie  giunse in Brasile. In questo paese Staden venne assoldato dai coloni di San Vicente, uno dei primi insediamenti portoghesi in prossimitá dell’attuale cittá di Santos, per servire come artigliere in un fortino che avrebbe dovuto difendere la colonia dalle incursioni dei Tupinambá, tribú alleata dei francesi, che attaccavano i portoghesi e la tribú loro alleata dei Tupiniquins.

In un attacco di sorpresa dei Tupinambá, Staden venne fatto prigioniero e trasferito nel villaggio della tribù. Staden rimase prigioniero per nove mesi, durante i quali i Tupinambá gli ricordavano continuamente di essere destinato a vittima di un rituale antropofagico e lo obbligavano di quando in quando a dire “io sono il vostro cibo”: il tedesco, forse perché ritenuto un importante trofeo, veniva regalato da un capotribú ad un altro ed in tal modo il suo sacrificio venne ritardato fino a quando nel 1554, venne riscattato da una nave francese e riuscí a tornare in Germania. Durante la prigionia Staden ebbe l’opportunitá di assistere al rituale antropofagico che descrisse nei dettagli.

 

“Quando portano al villaggio un nemico, i primi a picchiarlo sono le donne ed i bambini. Dopo gli incollanno addosso delle piume  grigiastre, gli radono le sopracciglia, danzano intorno a lui e lo legano bene, in modo che non possa fuggire. Dopo gli danno una donna che lo alimenta e s’intrattiene con lui. Se la donna fa un figlio, lo allevano fino ché diventa grande e dopo, quando capita, lo uccidono.

Alimentano bene il prigioniero. Lo mantengono cosí per qualche tempo e si preparano per la festa. In questa occasione producono una grande quantità di recipienti, alcuni dei quali dipinti e decorati. Confezionano anche mazzi di penne che vengono legati alla mazza con la quale lo uccideranno. Fanno anche una grande corda che chiamano muçurana. Con questa corda lo legano prima di ucciderlo.

Quando tutto é pronto, decidono il momento in cui il prigioniero dovrá morire e invitano i selvaggi di altri villaggi affinché facciano loro visita. Riempiono allora tutti i recipienti della bevanda. Uno o due giorni prima d’iniziare la preparazione delle bevande, le donne portano il prigioniero una o due volte nella radura al centro del villaggio e danzano intorno a lui.

Quando tutti gli invitati sono là riuniti il capo della capanna dà loro il benvenuto e dice “Adesso venite ed aiutateci a mangiare il vostro nemico”. Il giorno prima d’incominciare a bere legano la muçurana intorno al collo del prigioniero e dipingono la ibira-pema con la quale lo uccideranno. Il disegno a lato mostra com’è la mazza. Essa ha piú di un braccio di lunghezza. I selvaggi la cospargono con un materiale collante. Dopo prendono dei gusci d’uovo, di colore cinerino appartenenti ad un uccello che si chiama macauá, li riducono in polvere che passano sulla mazza. Dopo una delle donne si siede e disegna qualcosa nella polvere di guscio d’uovo che é stata applicata. Mentre questa dipinge le altre donne stanno intorno a lei e cantano. Quando l’ibira-pema è pronta, decorata con mazzi di penne ed altre cose, essa viene appesa ad una trave in una capanna non occupata. I selvaggi passano la notte intera cantando intorno alla mazza. Nello stesso modo dipingono il viso del prigioniero. Gli altri continuano a cantare anche mentre la donna lo sta dipingendo.

 

Quando cominciano a bere, fanno venire il prigioniero. Questi deve bere con i selvaggi. Loro conversano con lui. Quando terminano di bere, riposano tutto il giorno seguente e costruiscono per il prigioniero una piccola capanna nel luogo dove dovrá morire.Il prigioniero passa la notte in questa capanna severamente sorvegliato.

 

Prima dell’albeggiare, vanno a cantare e a danzare intorno alla mazza con la quale uccideranno il prigioniero, continuando sino a giorno pieno. Fanno allora uscire il prigioniero dalla capanna; questa viene smontata ed al suo posto viene aperta una radura. Tolgono la muçurana dal collo della vittima e gliela passano intorno al corpo e i due capi vengono tirati con forza da lati opposti da molta gente, in modo che la vittima rimanga al centro. Lo lasciano cosí per qualche tempo, mettendo davanti a lui delle piccole pietre, perché possa tirarle contro le donne che vanno intorno a lui e gli dicono, con aria minacciosa, come intendano mangiarlo. Le donne sono dipinte e quando il prifioniero sará squartato, dovranno andare con i primi quattro pezzi intorno alle capanne con grande allegria di tutti gli altri.

 

Accendono un faló alla distanza di due passi dallo schiavo, affinché egli sia costretto a vedere la sua donna che arriva correndo con la mazza, ne erge verso l’alto i mazzi di penne, grida di soddisfazione e passa di fronte al prigioniero in modo che la veda. A questo punto un uomo prende la mazza, si pone di fronte al prigioniero e gliela mostra in modo che possa vederla bene. In questo frattempo, colui che dovrà ucciderlo si allontana insieme ad altri tredici o quattordici per andare a dipingersi il corpo con cenere. Quando lui torna con gli altri carnefici, colui che sta di fronte al prigioniero gli consegna la mazza e il capo della capanna viene, prende la mazza e la passa una volta tra le gambe del prigioniero. Questo per loro costituisce un grande onore. Poi, quello che lo ucciderà torna a prendere la mazza e dice “Si, sono qui, voglio ucciderti perché anche il tuo popolo ha ucciso e mangiato molti dei nostri”. Il prigioniero gli risponde “Ho molti amici che sapranno vendicarmi quando io moriró”. A questo punto il carnefice colpisce il prigioniero alla nuca in modo da fargli fuoriuscire il cervello. “

Immediatamente le donne afferrano il morto, lo trascinano sul fuoco e lo spellano, gli arti vengono separati dal corpo  e quattro donne ne prendono uno ciascuna e corrono con questi intorno alle capanne gridando. Il tronco quindi viene tagliato a pezzi che vengono ripartiti. Le viscere, il cervello e la testa vengono mangiati dalle donne e dai bambini.

“Quello che ha ucciso il prigioniero si attribuisce un altro nome, e il capo della capanna gli fa un’incisione con il dente di un animale selvaggio nella parte superiore del braccio. Quando la ferita sará guarita, si vedrá una cicatrice che assumerà il valore di prestigioso ornamento. Durante i giorni successivi al sacrificio, il carnefice resta coricato nell’amaca; gli danno un piccolo arco con una freccia, con i quali dovrà passare il tempo tirando ad un bersaglio di cera. Ciò fa affinché le braccia non gli diventino tremule in seguito allo spavento per il colpo mortale.”

 

I lettori  avranno certamente notato come il comportamento dell’uccisore, come descritto dalla Conklin tra i Wari’ e quello descritto da Staden tra i Tupinambá, presentino notevoli similitudini: l’uccisore in tutt’e due i casi è spossato dall’impatto con lo spirito dell’ucciso, resta a riposo per giorni, si attribuisce un nuovo nome. Differiscono invece i Wari’ e i Tupinambá per molti altri caratteri: i Wari’ uccidono il nemico in battaglia, mentre i Tupinambá fanno prigionieri che vengono assimilati alla tribù prima di essere destinati al sacrificio rituale che puó essere effettuato anche a distanza di anni dal momento della cattura della vittima. Anche nella preparazione del sacrificio viene sottolineata l’assimilazione del prigioniero alla tribú: il prigioniero conversa con i suoi carnefici che si dipingono con lo stesso colore cenere che le donne hanno dipinto sul volto della vittima, il coraggio del prigioniero viene riconosciuto ed onorato dai carnefici.

Le somiglianze tra i due riti in popolazioni linguisticamente differenti potrebbe suggerire che il rito antropofagico possa essersi originato in aree geograficamente contigue. La trasmigrazione culturale tra piú etnie con differenti lingue é cosa conosciuta tra le etnie Carib e Tupí che vivono fianco a fianco nel parco indigeno dello Xingú. Data l’estrema mobilitá di queste etnie é del tutto verosimile che possano essere vissuti fianco a fianco e scambiati le rispettive visioni del mondo: secondo vari autori Caribi, Aruachi e Tupí potrebbero aver avuto un comune centro d’irradiazione nella regione del Rio Madeira (Imbelloni 1959).

 

Giovanni da Verrazzano (1485-1528), il navigatore fiorentino che aveva esplorato le coste dell’America del Nord alla ricerca di un passaggio settentrionale verso il Catai e le Indie, trovó il suo tragico destino nelle Antille, dove lo aveva portato la sua ultima spedizione. Lasciata la nave al largo di un’isola, forse Guadalupe, si avvicinó con una scialuppa alla riva sulla quale era un gruppo di indigeni che credeva amichevoli. Ansioso di incontrarli si getta a nuoto e raggiunge da solo la riva, dove viene ucciso, fatto a pezzi e mangiato sotto gli occhi dei compagni della scialuppa.

Vespucci (1504) riferisce che nel suo terzo viaggio (1501-1502), nella zona del Cabo São Roque (attualmente nello stato del Rio Grande del Nord, in prossimitá della capitale Natal), tentano di contattare, senza successo gli indigeni che si mantengono lontani per diffidenza; infine, dopo alcuni giorni di tentativi infruttuosi, mandano a terra un robusto marinaio. Un gruppo di donne native si avvicina e lo circonda dimostrando grande curiosità; nel frattempo una donna scende da una collina, arriva dietro a lui e lo abbatte con una mazza. Il corpo del malcapitato viene trascinato dalle donne sulla collina, arrostito e mangiato sotto gli occhi di Vespucci e dei marinai che osservavano dalla nave.

Il navigatore Juan Diaz de Solis nel 1516, mentre esplora le rive del Rio de la Plata, invitato a scendere a terra da un gruppo di nativi, accetta di incontrarli con l’intenzione di catturarne uno da portare in Spagna. I nativi hanno però altrettanto recondite intenzioni e Solis e i marinai che lo accompagnano vengono uccisi a colpi di mazza, fatti a pezzi e mangiati in un luogo in vista degli equipaggi delle navi spagnole, ma fuori della loro portata (Southey 1810).

Questi ultimi episodi sembrano indicare che oltre al cannibalismo rituale si praticava una forma di cannibalismo terroristico, tesa a scoraggiare lo sbarco dei nemici; se, nell’episodio raccontato da Vespucci, il carnefice era realmente una donna e non un uomo con i capelli lunghi scambiato, a causa della distanza, per donna, si può pensare anche ad una manifestazione di disprezzo, come a dire che per certi nemici non c’è bisogno di prodi guerrieri onusti di gloria e di nomi.

Ometto il racconto di altri numerosi episodi analoghi, narrati dagli antichi cronisti, anche perché mi sembra che la materia citata sia piú che sufficiente, per evitare di liquidare sommariamente la critica storica con una negazione generalizzata delle fonti e la ricerca antropologica sull’argomento come inutile esercizio.

È incontestabile il fatto che i colonizzatori iberici abbiano usato strumentalmente l’accusa di cannibalismo per schiavizzare gli abitanti delle Antille e del continente, ma ciò non é sufficiente per negare la ricerca sull’argomento in nome di un presunto “politicamente corretto” o a prosecuzione della leyenda negra che per secoli é stata a sua volta utilizzata dagli anglosassoni per criminalizzare gli iberici cattolici con il fine di sostituirli nei loro domini coloniali, di giustificare i sanguinosi assalti, rapine e stupri di Drake, Morgan e quanti altri, alle colonie spagnole e portoghesi nel Nuovo Mondo.