Il Portogallo e le scoperte geografiche

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 Dom Manuel I, re del Portogallo (1469-1521)

Il Portogallo, sin dall’inizio del XIV secolo, con Dom Diniz, aveva percepito l’importanza cruciale delle vie marittime per rompere l’isolamento cui lo condannava la geografia, dandogli soltanto sponde sull’Atlantico, in un’epoca in cui il Mediterraneo rappresentava il centro dell’economia e della cultura. I catalani, i francesi, le repubbliche marinare di Pisa ed Amalfi e soprattutto le ricche repubbliche di Genova e Venezia monopolizzavano i traffici con le sponde del Mediterraneo e, in particolar modo, attraverso i porti del Mar nero e del Medio Oriente i lucrosi traffici con il lontano oriente. La protezione accordata sin dal 1312 ai Cavalieri Templari perseguitati in Francia da Filippo il Bello dopo che l’Ordine era stato disciolto dal Papa, assicurò al sovrano i capitali necessari al potenziamento della flotta. A questo scopo venne chiamato nel 1317 il genovese Emanuele Pessagno, navigatore e mercante, buon conoscitore dell’Atlantico avendo per anni trafficato con l’Inghilterra e le Fiandre (Verlinden 1970). Il Pessagno stipulò com D. Diníz un contratto nel quale si stabiliva che egli avrebbe assunto il comando della flotta portoghese, mantenendo sempre sotto il suo comando venti capitani e piloti genovesi; altri cinque membri della famiglia Pessagno si succedettero nella carica di ammiraglio, fino all’epoca di Enrico il Navigatore. Uno dei loro capitani, Lanzarotto Malocello, scoprì le isole Canarie, una delle quali Lanzarote, porta ancora il suo nome. Quest’isola e quella de La Gomera gli vennero assegnate come vassallo della corona portoghese affinchè le colonizzasse: questo, come fece notare Verlinden[13], fu il primo possedimento portoghese di oltremare. I capitani genovesi scoprirono pure l’arcipelago di Madera e quello delle Azzorre, la cui colonizzazione però avverrà soltanto alcuni decenni dopo all’epoca di Enrico il Navigatore

  

Dom Henrique il Navigatore

 

L’Infante Dom Henrique (1394-1460), rimasto alla storia come Enrico il Navigatore, era il quarto figlio di João I ed essendo praticamente escluso dalla successione, si era dedicato all’amministrazione del regno ed ai rapporti con l’Ordine di Cristo, ovvero con gli eredi dei Templari, le cui pingui rendite continuavano a rappresentare un valido sostegno all’espansionismo marittimo. Anche l’Infante Dom Henrique dimostrò ampiamente di apprezzare le conoscenze nautiche degli italiani, visto che contrattò  navigatori come il veneziano Alvise da Mosto o Ca’ da Mosto e il ligure Antonio da Noli. Alvise Ca’ da Mosto fu lo scopritore dell’arcipelago di Capo Verde, mentre Antonio da Noli divenne capitano donatario dell’isola di Santiago di Capo Verde di cui mantenne il possesso per trenta anni, mantenendo la carica anche nel breve periodo dell’occupazione spagnola dell’isola. Merita di essere ricordato il piacentino Bartolomeo Perestrello, donatario e colonizzatore dell’isola di Porto Santo e padre di Felipa, la prima moglie di Cristoforo Colombo.

L’arrivo dei navigatori e colonizzatori italiani sia in Portogallo che in Spagna fu accompagnato da quello di commercianti e banchieri genovesi, veneziani, lombardi e toscani che furono gli iniziatori ed il costante sostegno finanziario ell’espansionismo marittimo portoghese e spagnolo. Lo storico portoghese Alberto Vieira [14] ritiene che gli italiani, oltre a divulgare nuove tecniche commerciali, disseminarono nelle  isole atlantiche nuove coltivazioni come quella della canna da zucchero. Introdotta dagli arabi in Sicilia e dai Veneziani nella loro colonia di Tiro nel XII secolo, era stata in seguito introdotta nella regione dell’Algarve in Portogallo ed in quella di Valencia in Spagna: in entrambe queste zone la produzione ed il commercio dello zucchero erano controllate da italiani, principalmente genovesi. Anche nelle isole Canarie e nelle Madere questa coltivazione era effettuata nelle proprietà terriere di famiglie italiane come gli Spinola, Adorno, Doria, Lomellini, di Negro, Salvago, Acciaiuoli: molti di questi avevano proprietà sia nelle spagnole Canarie che nelle Madere e nelle Azzorre portoghesi. Sono di comune dominio tra gli studiosi le proteste xenofobe dei coloni di origine portoghese contro il dominio economico degli “stranieri” in queste isole, con relativa richiesta di espulsione, dalla quale gli italiani si salvarono attraverso un’intensa politica matrimoniale con le principali famiglie portoghesi o attraverso la naturalizzazione concessa dalla corona lusitana forse anche in considerazione del fatto che l’Italia era uno dei principali clienti della produzione saccarifera dell’isola [14].

La colonizzazione delle isole atlantiche del Portogallo, le Madere e le Azzorre, totalmente disabitate, ebbe carattere diverso da quella delle coste africane popolose e dominate dai mussulmani. Terminate le crociate con la vittoria dell’Islam, s’erano stabiliti nel Mediterraneo eccellenti rapporti commerciali tra cristiani e mussulmani, ambedue indifferenti alle ragioni della fede quando si trattava di guadagnare. Le proibizioni papali a commerciare con gli infedeli cadevano nel nulla: i genovesi affittavano navi ai turchi per trasportare truppe in Europa e nelle flottiglie turche che esercitavano la pirateria nel Mediterraneo erano presenti genovesi, catalani, francesi e siciliani [15].

Questo lungo periodo di tregua finì con l’attacco dei genovesi a Tunisi nel 1390 e con l’attacco dei portoghesi a Ceuta nel 1415. Quest’ultima impresa, fatta passare per crociata contro gli infedeli, vide la partecipazione massiccia dei Cavalieri dell’Ordine di Cristo oltre che del re Dom João I e dei suoi figli tra i quali  Dom Henrique il Navigatore che nell’occasione fece uno dei suoi rari viaggi per mare. La partecipazione reale dava la misura dell’importanza dell’impresa che avrebbe permesso al Portogallo di avere un porto sul Mediterraneo e ricche prede. Ceuta era una ricca città mercantile del tutto indifesa nella quale i Cavalieri dell’Ordine di Cristo si abbandonarono al saccheggio ed al massacro: le cronache del tempo parlano di migliaia di morti, in gran parte donne e bambini, accatastati nelle strade ed uccisi senza che opponessero resistenza: vi furono soltanto otto morti tra i portoghesi. Le navi portoghesi con la croce dei Templari sulle vele ripartirono per Lisbona cariche di schiavi e di bottino.

Le successive imprese dei Portoghesi che li portarono a spingersi sempre più a sud lungo la costa occidentale dell’Africa ebbero tutte lo stesso comune denominatore: la ricerca di bottino e di schiavi e gli stessi attori: i banchieri italiani, i cavalieri dell’Ordine di Cristo ed il loro padrino, il Navigatore. Il traffico schiavista che nel Medioevo era stato essenzialmente ristretto al Mediterraneo ed aveva visto protagonisti genovesi, veneziani e dalmati, attraverso le imprese piratesche dei portoghesi, era diventato atlantico.

L’afflusso di schiavi in Portogallo fu tale che un viaggiatore fiammingo, Nicolas Cleynaerts, che soggiornò a Lisbona tra gli anni 1533-1537, ebbe l’impressione che gli schiavi fossero più numerosi degli uomini liberi. Tutti i lavori manuali venivano effettuati da manodopera schiava : “Qui siamo tutti nobili –disse un portoghese al fiammingo- e viene considerato grande disonore esercitare attività manuali.” [15].

 Dom Henrique, dalle informazioni che costantemente faceva raccogliere dai suoi capitani nelle scorrerie sulle coste dell’Africa, era venuto a sapere che le carovane che raggiungevano la costa occidentale dell’Africa portando oro e perle, provenivano dall’interno del Sudan, dalle coste del mar Rosso e da quelle dell’Oceano Indiano. Queste notizie fecero concepire all’Infante l’idea di contornare il continente africano per mettere le mani sulla fonte di quelle ricchezze senza passare attraverso l’intermediazione dei carovanieri. Verso la fine della vita dell’Infante, nel 1458, forse per ulteriori notizie sulla provenienza delle preziose merci, l’idea si trasformò in quella di contornare l’Africa per raggiungere l’India. Sotto la guida dell’Infante la marina portoghese divenne la più potente d’Europa, grazie alla scuola nautica e commerciale dei genovesi, iniziata sin dai tempi di Dom Dinís, e non grazie alla scuola di Sagres, mitica “università della navigazione” che sarebbe stata fondata dal casto Infante nel suo eremo della cittadina di Sagres, ma che in realtà fu  inventata da scrittori e poeti romantici portoghesi nel XIX secolo.

Il progetto di contornare l’Africa per raggiungere l’India venne ripreso ed energicamente portato avanti dal re João II, sotto il cui regno (1481-1495), il navigatore portoghese Bartolomeu Dias, nel 1487, dopo aver evitato le bonacce del golfo di Guinea spingendosi in alto mare dapprima verso ovest e poi verso est, in una manovra che resterà conosciuta come “volta ao mar” (giro del mare) raggiunse e doppiò la punta estrema dell’Africa da lui chiamata Capo Tempestoso, ma che Dom João volle denominare Capo di Buona Speranza nella certezza che l’India ormai potesse essere raggiunta. Per questo sovrano però la speranza rimase tale, perchè dopo aver preparato con molto impegno una grande spedizione in India, morì nel 1495, prima di vederne la realizzazione, avvenuta due anni dopo sotto il suo successore Dom Manuel.  Il nuovo sovrano diede il comando della spedizione a Vasco da Gama (1460-1524), uomo d’armi, cortigiano e, soprattutto,  Cavaliere dell’Ordine di Cristo, ordine di cui era governatore ed amministratore perpetuo il re Dom Manuel [16]. Il sovrano diede solenne investitura al Capitano Generale consegnandogli una bandiera dell’Ordine, tanto per lasciar chiaro che la spedizione era condotta con i fondi degli ex templari e che aveva carattere di crociata. La spedizione partì dal  Portogallo l’8 luglio 1497  con quattro navi, si diresse verso l’isola Santiago nell’arcipelago di Capo Verde per poi navigare lungo la costa africana; tre mesi dopo la partenza sosta nella baia di Sant’Elena per rinnovare le provviste, determinare la latitudine e chiedere informazioni ai nativi. Dopo qualche approccio favorevole, i rapporti con gli africani peggiorarono e dopo una scaramuccia in cui venne ferito da una freccia, il Capitano Generale fu costretto ad issare le vele e a proseguire il viaggio. Il 20 novembre doppiò il Capo di Buona Speranza, per poi risalire la costa Orientale dell’Africa, alla disperata ricerca di un pilota che potesse guidarlo fino all’India; dopo infruttuosi tentativi in Mozambico e poi a Mombasa, finalmente riuscì ad ottenere un pilota a Malindi e grazie a questi, il 20 maggio del 1498 raggiunse Calcutta. L’arrivo dei portoghesi non fece affatto piacere ai mercanti arabi residenti nella città indiana che nel rapporto diretto tra portoghesi e indiani vedevano la fine del secolare commercio che li vedeva protagonisti sia nel trasporto via mare delle merci dell’Oriente fino ai porti dell’Africa Orientale che nel traffico carovaniero che le portava ai porti del Mediterraneo o dell’Atlantico. Probabilmente anche il capo politico, ovvero il Samorin, di Calcutta dovette mostrarsi restio a scontentare gli arabi, suoi tradizionali compagni di affari e limitò al minimo i rapporti commerciali con i portoghesi che tuttavia, con quello che riuscirono a portar a Lisbona, ebbero modo di ripagare le spese della spedizione e ad ottenere un utile significativo.

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