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II.Commercio triangolare

Il commercio triangolare

Introduzione

 

L

o sviluppo delle esplorazioni geografiche, la conquista delle Americhe da parte degli europei nel XV secolo e la successiva colonizzazione di questi territori nei tre secoli successivi diedero un grande impulso al commercio di schiavi.
Gli imperi europei del XVII-XVIII secolo erano imperi commerciali, in cui la potenza militare era utilizzata per proteggere o controllare i traffici, da cui gli stati traevano ricchezza e potenza. Centrale in essi era lo scambio dei prodotti; ben presto si crearono dei circuiti di scambio che avvolgevano più continenti, arrivando a una prima unificazione e integrazione del mondo. Ad esempio già nel ‘600 era possibile percorrere la circumnavigazione del globo utilizzando per le varie tappe le navi corriere che collegavano in modo fisso porti posti su continenti diversi. In un primo tempo le colonie inglesi e francesi delle Indie Occidentali si affidarono a lavoratori europei, ma il caldo torrido e le malattie tropicali sterminarono tre su quattro dei coloni bianchi nel giro di due anni. Quando il boom dello zucchero, a metà ‘700, provocò il bisogno urgente di manodopera numerosa e a poco prezzo, più adattabile al clima e al duro lavoro nelle piantagioni, si determinò il "commercio triangolare" che ebbe un ruolo rilevante nel circuito degli scambi che interessò l’Atlantico. Le navi dall'Europa andavano in Africa, dove vendevano manufatti in cambio di schiavi africani. Questi venivano poi imbarcati nell'orrendo viaggio detto "Passaggio Intermedio" e mandati nel Nuovo Mondo, dove il carico vivente era scambiato con materiali grezzi destinati all'Europa. Alla fine del ciclo il guadagno era altissimo. Dal XVI fino alla fine del XIX secolo si contano 27 mila viaggi, effettuati tra Africa e America, e 9 milioni e mezzo di africani sopravissuti a una traversata che durava da 1 a 3 mesi e si svolgeva in condizioni spesso disumane. La maggioranza degli schiavi deportati nelle Americhe proveniva dalle coste centro-occidentali dell'Africa. Sebbene destinati a tutti i paesi del continente, essi furono utilizzati soprattutto nelle piantagioni delle isole caraibiche e del Brasile, dove la popolazione è, infatti, in gran parte di origine africana. Questa tratta ha coinvolto popoli e nazioni di tutti i continenti ad eccezione dell'Australia. Gli europei hanno gestito il traffico, gli africani hanno spesso catturato e venduto altri africani, gli arabi hanno commercializzato con gli europei, i coloni e i loro discendenti hanno posto sotto schiavitù nelle piantagioni i neri deportati.

Origini del commercio: egemonia del Portogallo

e sostegno degli altri stati orientali

Il Portogallo penetrato in Brasile fu il primo stato europeo a utilizzare fin dal 1444 schiavi per soddisfare le necessità di manodopera interna e come elementi decorativi delle corti; nel 1460 importava già da 700 a 800 schiavi all’anno prelevati sulle coste occidentali africane. La Spagna seguì ben presto l’esempio portoghese senza riuscire però, almeno inizialmente, a intaccarne il monopolio del traffico africano di schiavi. Negli stessi anni il commercio di schiavi africani dall’Africa centrale ai mercati arabi, iraniani e indiani fu intensificato anche dai commercianti arabi. Anche i sovrani neri africani, scoprirono il valore di quel mercato e ne presero subito parte, vendendo alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate, sete, perle, pietre preziose, acquavite, cannoni, polvere da sparo e armi; con questo sistema vennero venduti e deportati 21 milioni di neri di questi, 10 milioni morivano durante la traversata, a causa delle terribili condizioni in cui venivano trasportati.  Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra. Gli schiavi ottenuti dai portoghesi e dagli spagnoli per questa via iniziarono a essere mandati nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'oceano Atlantico.

Crescita della tratta: economie basate sullo schiavismo

La tratta degli schiavi attraverso l'Atlantico assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo, dai Caraibi fino agli Stati Uniti meridionali. Il forte aumento nella richiesta di manodopera di schiavi fu conseguenza della durezza delle condizioni che la colonizzazione spagnola impose in America latina alla popolazione indigena.

Il duro lavoro nei campi e nelle miniere aurifere del sud, le pessime condizioni di vita e le malattie portate dall’Europa come il vaiolo contribuirono, infatti, a decimare la popolazione, che fu rimpiazzata con schiavi africani. I neri d'Africa, per loro natura più resistenti, costituivano da questo punto di vista un'alternativa. Una volta comprati o catturati, gli schiavi neri attraversavano l'oceano verso il continente americano per svolgere poi i lavori forzati. Frequentemente, gli schiavi erano addetti alle piantagioni di cotone e davano così agli europei la possibilità di esportare il cotone grezzo in Europa; lì, il materiale veniva lavorato e trasformato in stoffe e indumenti. Dall'Europa alcuni prodotti tessili venivano poi esportati, per esser barattati con nuovi schiavi. Scopo dell'immensa rotazione era anche quello di creare ricchezza pagando i mercanti di schiavi africani con merce di poco valore, ma tecnologicamente abbastanza interessante (forbici, bigiotteria, stoffe ecc.). Questo sistema conosceva una triste e ricca gamma di variazioni ad esempio, dall'Africa gli schiavi raggiungevano i paesi dell'America Latina e lavoravano per l'agricoltura, la quale forniva zucchero da esportare in Nord America. Dal Nord America, i beni prodotti con queste risorse (ad esempio i liquori come il rum) attraversavano l'Atlantico, venendo trasportati in Africa ai mercanti di schiavi o alla vendita in Europa e così si chiudeva il ciclo. Quest'ultimo aveva una durata annuale. Ogni percorso veniva coperto da navi diverse. La fonte principale di manodopera era la cosiddetta Costa degli Schiavi, che si estende, a Sud del Sahara.

La tratta dal punto di vista socio-legale

 C'è da dire che la detenzione e il commercio degli schiavi fiorivano anche perché in Africa erano attività legali, e a partire dalla Costa degli schiavi si sviluppava un ricco commercio che esportava manodopera in diverse direzioni. Una parte degli schiavi era, infatti, destinata al mercato interno africano: soprattutto, era in voga l'esportazione di schiavi destinata ai porti mediterranei dell'Africa del Nord. Il trasporto passava legalmente per il deserto del Sahara formando la cosiddetta tratta orientale. Nonostante il commercio fosse in buona parte legale, la Chiesa Cattolica condannava l'intero commercio costruito dagli europei (che facevano uso della cosiddetta tratta occidentale, cioè quella atlantica) attraverso l'emissione di bolle papali. Si ricordano la Sublimis Deus di Papa Paolo III del 2 giugno 1537 relativa non solo ai nativi americani ma a tutti i popoli, quella di Papa Urbano VIII emessa nel 1639 che riaffermava la precedente bolla di Paolo III, quella di Papa Benedetto XIV la Immensa Pastorum principis del 22 dicembre 1741. Si posero in questo modo delle primitive basi a quella che sarebbe diventata una lunga contestazione. In particolare il forte impegno dei Gesuiti contro la schiavitù ne provocò nel 1767 l'espulsione da tutto il Nuovo Mondo anche per aver dato vita ad autonome comunità di nativi molto avanzate. Alla fine del XVI secolo l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda tolsero al Portogallo il monopolio sul commercio degli schiavi. Nel Nord America i primi schiavi africani furono insediati a Jamestown, in Virginia, nel 1619. Inizialmente non si ritenne necessario procedere a una definizione giuridica del loro status, ma a partire dalla seconda metà del XVII secolo, con lo sviluppo delle piantagioni nelle colonie del Sud, il numero degli africani importati come schiavi agricoli crebbe enormemente, così tanto da superare il numero dei coloni bianchi; le leggi riguardanti il loro status, legale politico e sociale, furono così definite già prima della guerra d’indipendenza americana. Formalmente gli schiavi d’America godettero di alcuni diritti, come quello all’istruzione, al matrimonio, all’assistenza medica; tuttavia, gli elementari diritti umani furono costantemente violati fino al XIX secolo. Durante i quattro secoli in cui si praticò la tratta degli schiavi, milioni e milioni di africani furono vittime di questo traffico di vite umane.

Il “Passaggio di mezzo”

Le sofferenze dei neri d’africa spesso cominciavano mesi prima del trasporto. Gli schiavi venivano selezionati dai negrieri nei vasti recinti per schiavi che costellavano la costa dell'Africa occidentale da Capo Verde alla Baia di Bonny (o del Biafra), passando da un porto all'altro finché non avevano riempito le stive delle loro navi. Poi l'imbarco alla volta di Haiti, Cuba, Brasile, Santo Domingo; pigiati uno sull'altro incatenati con lunghi catenacci delle stive delle "navi negriere", spesso vecchie carrette che si sfondavano dopo qualche chilometro di navigazione. In vista del viaggio, che durava dalle cinque alle otto settimane, si caricavano a bordo acqua e cibo e nelle stive venivano allestiti i "ponti degli schiavi", ripiani di legno spesso non più larghi di 75 centimetri, su cui gli schiavi venivano ammassati sdraiati, i maschi incatenati e ammanettati. Malattie e disperazione erano diffuse sulle navi che deportavano gli schiavi: altissima fu la percentuale di quelli che non arrivavano a destinazione e finivano in pasto ai pesci (dal 50 al 70%). Gli schiavi superstiti venivano rimpinzati di cibo, curati, lasciati riposare, ripuliti e addirittura unti con olio di palma per ben figurare agli occhi dei mercanti: persino i loro denti venivano resi bianchi e lucenti con speciali radici mediche. Alla fine la "merce umana"veniva esposta nei mercati di schiavi di Curacao, della Martinica, di Nevis e di Sant Eustatius, oppure sulla stessa banchina cui attraccava la nave dove i compratori sceglievano i pezzi migliori con vere e proprie aste. A metà del ‘700, gli schiavi di colore rappresentavano già il 90% della popolazione nelle isole produttrici di zucchero, mentre la proporzione era molto più bassa nelle Bahamas, nelle Isole Cayman e nelle Antille Olandesi, luoghi non adatti all'istituzione di piantagioni. La drammatica sproporzione tra bianchi e neri creava una situazione latente di terrore da parte dei coltivatori che, temendo le rivolte degli schiavi, governavano i loro feudi privati con pugno di ferro. I crudeli guardiani, armati di fruste, mantenevano la disciplina tra i lavoratori nei campi e imponevano durissime sanzioni in caso di disobbedienza o furto. Nonostante gli sforzi dei coltivatori, ci furono rivolte di schiavi in tutte le colonie. Duravano al massimo un paio di settimane o di mesi, poi venivano represse eccetto la rivolta di Saint Domingue, che portò alle fondazione della Repubblica nera di Haiti nel 1804.

I vantaggi
(per America ed Europa)
Le compagnie commerciali di stato come la Compagnia reale africana creata in Inghilterra hanno investito e ottenuto molto. Alcune città europee come Nantes, Liverpool, Bristol e Manchester hanno costruito la loro società e le loro economie sui profitti ottenuti dalla tratta. Lo zucchero è stato il principale prodotto commercializzato in quest'epoca (seguito poi dal cotone, dal caffè dal tabacco e dal riso): sarebbe stato troppo caro se la pianta fosse stata coltivata da schiavi. Anche il commercio diretto tra le città europee e le loro colonie americane dipendeva dalla schiavitù.

Effetti della deportazione nelle Americhe

All'inizio del XIX secolo, gli abolizionisti denunciarono lo schiavismo come pratica immorale e ingiusta nei confronti dei deportati e come danno insanabile nei confronti dei paesi da cui venivano prelevati gli schiavi: a questo si da il nome di diaspora nera o africana. Il numero di schiavi sottratti ai loro paesi, anche se alto, è molto inferiore al tasso di crescita delle popolazioni. Inoltre il commercio degli schiavi avveniva quasi sempre attraverso intermediari locali, e quindi comportava un afflusso di risorse e ricchezze verso l'Africa. La Guinea, per esempio, arrivò ad avere un giro d'affari, tra commercio di schiavi, di oro e di avorio, intorno ai 3 milioni e mezzo di sterline l'anno, circa un quarto di quello di superpotenze come il Regno Unito.

L'abolizione

Nella seconda metà del XVIII secolo l'Europa "cristiana" incominciò a rendersi conto della disumanità di questo traffico. La prima nazione europea a proclamare l'abolizione dello schiavismo e a impegnarsi attivamente per contrastare la tratta degli schiavi fu l'Inghilterra; questa iniziò ad assumere un atteggiamento contrario alla tratta degli schiavi, e dopo la risoluzione di Mansfield del 1772, decise di fondare in Africa occidentale una colonia destinata agli ex schiavi. Il primo tentativo (1787-1790) a St George’s Bay (nell’attuale Sierra Leone) fallì; un secondo tentativo fu compiuto dagli abolizionisti che, nel 1787, fondarono Freetown. Dopo aver proibito la tratta degli schiavi nel 1807, i britannici fecero di Freetown un’utile base per condurre operazioni navali contro tale commercio; nel 1808 la Sierra Leone divenne una colonia della corona britannica. L’esempio della Sierra Leone attrasse gli americani interessati all’emancipazione dei neri e, all’inizio del 1822, l’American Colonization Society fondò una colonia, la Liberia, nel vicino Capo Mesurado. Certamente l'Inghilterra traeva dall'abolizione della schiavitù anche un vantaggio politico, in particolare ai danni della Francia. La Royal Navy britannica venne impiegata attivamente per contrastare il commercio di schiavi attraverso l'oceano Indiano e Atlantico. A metà del XIX secolo il traffico lungo queste rotte era stato sostanzialmente annullato; continuò invece il commercio di schiavi all'interno del continente africano, specialmente dai paesi arabi attraverso l'Etiopia.La lotta allo schiavismo, secondo alcuni, fu usata anche come pretesto dagli europei per la loro espansione coloniale in Africa. Alla fine del XIX secolo, tutta l'Africa era stata spartita in colonie, e praticamente tutti i regimi coloniali avevano imposto l'abolizione della schiavitù (solo in pochissimi paesi questo passaggio avvenne più tardi; per esempio, per l'Etiopia fu nel 1932). Gli ultimi paesi a spezzare le catene degli schivi furono il Brasile e Cuba, nel 1888. Nel 1926, dopo la prima guerra mondiale, la società delle nazioni deliberò ufficialmente la fine della tratta e dello schiavismo in tutto il mondo. La rivoluzione, con la solenne dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, abolì formalmente la schiavitù, anche se il turpe commercio continuò indisturbato per decenni, con una sola differenza: che essendo vietato e clandestino, fece salire il prezzo della "merce". Nel complesso la maggior potenza schiavistica fu il Portogallo, con 30 mila traversate atlantiche in quattro secoli, seguiti dall'Inghilterra, con 12 mila.

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