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RESISTENZA IN VAL VARAITA -GIACOMO MARTINA


    



















  




                                                                                     
                                                                     
PARTIGIANI IN VALLE VARAITA

Mappa delle vallate sud occidentali della provincia di Cuneo (Fonte: Piero Balbo, Valcurta, 25 marzo 1944).                                                                                                                                                         


In Valle Varaita dopo l’8 settembre 1943 esiste “soltanto” un presidio di alcune centinaia di soldati – circa 300 – della GAF, Guardia Alpina di Frontiera.


Agli inizi dell’autunno la situazione in valle è pressappoco questa: gruppi di ex militari in alta valle, in prossimità delle caserme, alla frazione Castello di Pontechianale, a Sant’Anna di Bellino, a Becetto; in bassa valle ad Isasca e alla Rulfa, sopra Venasca. Tra gli ufficiali della GAF si distingue l’ex sottotenente Mario MORBIDUCCI, il futuro comandante “Medici”. Era uno studente universitario, nato a Macerata nel 1921. Sottotenente della GAF, di stanza in Val Varaita, fu figura mitica del partigianato locale. Unì al carisma personale, che lo fece un “comandante naturale”, doti di razionale ed ardimentoso coraggio. Vice comandante di Brigata, comandante della 181º Brigata Garibaldi, poi vice comandante della XI Divisione Garibaldi “Cuneo”, fu ucciso alla Rulfa di Venasca, insieme all’inseparabile Francesco Bigatti (Bacco), il 27/12/44. Decorato con Medaglia d’oro alla Memoria, a lui fu intitolata la 181º Brigata d’assalto Garibaldi.

Nei primi mesi del 1944 si cerca di radunare tutte le armi che è possibile recuperare, ma non è ancora riconoscibile una “coscienza politica” di lotta. Sono presenti in vallata anche elementi isolati. A metà novembre circa, il Battaglione Pisacane (Barge) decide di esaminare la situazione in Valle Varaita per dare consistenza organizzata agli sbandati ed eliminare il banditismo. Con una lunga marcia nella neve, giungono a Pontechianale otto uomini, tra cui anche Enzo GRIMALDI (1) e i fratelli CASAVECCHIA (2 e 3).

(1) Vincenzo Grimaldi (Bellini), nato a Caltagirone in Sicilia nel 1922, sergente della scuola di cavalleria di Cavour, partigiano della prima ora, fu comandante di distaccamento, poi vice comandante della 181º Brigata Garibaldi in Val Varaita.

(2) Ernesto Casavecchia (Ernesto), nato a Torino nel 1919, professore di disegno, allievo ufficiale dell’aeronautica. Partigiano dal 1943, leggendario comandante in Val Varaita. Caduto al Santuario di Valmala il 6/03/45 con altri otto compagni.

 (3) Mario Casavecchia (Marino), nato a Torino nel 1922. Fu commissario politico di valle.

In quei mesi si cercano contatti, si radunano armi e, grazie all’arrivo di molti giovani, si formano i primi DISTACCAMENTI: unità fondamentali dei reparti garibaldini, sono il vero e proprio fulcro della guerriglia (da 10 a oltre 50 uomini).

Sono dislocati in bassa valle (nei dintorni di Brossasco e Venasca) per essere facilmente raggiungibili dai nuovi arrivati e mantenere i contatti necessari con la popolazione.  Il comando di valle è situato, in un primo tempo, in un albergo a Venasca e poi spostato più in alto alla frazione Rulfa (posizione dominante sullo sbarco della valle). La consistenza numerica della formazione è ancora modesta, ma questo non impedisce di “mettere ordine” (vengono fucilati due dei componenti della banda di Isasca, che depredava i contadini) ed iniziare le prime azioni contro i tedeschi. Ormai il movimento partigiano sta raggiungendo un peso notevole e rappresenta una minaccia più seria, quindi i tedeschi decidono di intervenire. Contando sulla situazione ambientale (inverno ’43 – ’44, molto rigido e con molta neve) che rende difficoltosa la vita alle bande, il comando tedesco intende ripulire e vallate dai “ribelli”. Il 5 gennaio tocca a Ceretto, poi Costigliole, il 16 gennaio alla Valle Varaita. L’attacco sembra un’operazione di “pulizia”; questa vallata viene ritenuta meno pericolosa, le informazioni dei tedeschi sulle bande partigiane del posto sono scarse e imprecise. Il rastrellamento assume subito un carattere intimidatorio su Venasca (popolazione civile), proprio il punto cruciale del reclutamento e dell’organizzazione partigiana. I tedeschi arrivano all’improvviso. Vengono incendiate alcune “baite” a Rulfa, dalle quali i partigiani si erano precedentemente allontanati. L’organizzazione diventa più complessa e di pari passo si organizza anche il fascismo con le forze militari della RSI, che pubblica un bando di richiamo alle armi. Chi non partecipa è punito con la pena di morte; questo convinse molti giovani a salire in montagna e a entrare a far parte dei distaccamenti. La dislocazione dei vari distaccamenti tiene conto della conformazione della valle e cerca di trarre vantaggio da essa.

I partigiani della valle hanno il compito di sostenere gli operai della Cartiera Burgo in sciopero. Organizzano dei posti di blocco a Costigliole, Verzuolo e Saluzzo e riescono a uccidere un ufficiale tedesco. Si crede che la guerra sia ormai in mano ai partigiani, mentre bisognerà ancora combattere a lungo. L’appoggio della popolazione è fondamentale. Tra la popolazione vi è chi è simpatizzante e chi, invece, è ostile ai partigiani. Alcuni pensano che siano solamente ladri, e che se  non esistessero i tedeschi eviterebbero di bruciare le case; altri invece danno loro ospitalità e non forniscono notizie ai tedeschi, depistandoli. Solitamente le domeniche sono giornate tranquille, nelle quali  fanno visita ai parenti.

Nella primavera del 1944 vi è un nuovo rastrellamento.

Molto importante durante la guerra in Valle Varaita è il vallone di Gilba: un vallone lungo, formato da varie borgate, che si incunea tra la Valle Varaita e la Valle Po. Inoltre, proseguendo dopo Brossasco, la strada si trasforma in strettoia, collegando le numerose borgate di Melle: tra queste è cruciale Sant’Eusebio. Di notevole importanza è anche la Madonna della Betulla, che fornisce un passaggio verso il vallone di Gilba.  Tra S. Eusebio e la Betulla vi è un bacino idroelettrico (presente tuttora), raggiungibile attraverso una strada che prosegue dopo Ponte Valcurta.

Al comando del dipartimento in questa zona è capo Volchi Savorgnan D’Osoppo, chiamato Chopin. Egli è un conte pinerolese, che a quel tempo aveva diciotto anni e dopo aver terminato il liceo, parte per la Valle Varaita, più precisamente per Brossasco. Incuriosisce la gente del posto: una folata di vento fa alzare il suo impermeabile, svelando la pistola.

 Fonte: Balbo Piero, Valcurta, 25 marzo 1944.

È nel distaccamento del vallone di Gilba. Sua madre tenta invano di convincerlo a tornare a casa, e muore il primo giorno del rastrellamento, il 25 marzo ’44. Il giorno precedente aveva salutato la famiglia Garnero, dalla quale era ospitato (insieme a “Birimbo”), dicendo che non era sicuro che si sarebbero ancora visti.  

I tedeschi cominciano a risalire la vallata e mietono le prime vittime. Raggiungono con qualche difficoltà Venasca, dai cingolati scendono i carristi con tute nere, e due cannoni semoventi vengono disposti nei pressi della piazza “nuova” per battere le alture sopra Brossasco. Giacomo Garnero racconta che era in chiesa con lo zio, quando all’improvviso si sentono dei botti di armi da fuoco. Il parroco li rassicura dicendo che la chiesa è un luogo sicuro. Scoppia la battaglia nei pressi di Valcurta, tra Brossasco e Melle. All’inizio il tratto è pianeggiante, poi si forma un dosso, dove i carri armati sono obbligati a fermarsi. I partigiani, prima di intervenire, aspettano che i soldati nemici escano dai carri e dai camion. Il ponte è minato, ma non salta per un inconveniente. Il fuoco incrociato delle mitragliatrici coglie di sorpresa i tedeschi, che cercano immediatamente riparo sotto i camion; vengono anche gettate alcune bombe a mano. Finite le munizioni Chopin si dirige verso il “bacino” e qui viene ucciso da raffiche di mitra. Il suo corpo giacerà per ore nel prato prima di essere ricomposto. I tedeschi salgono poi alla “Betulla”, sorprendendo gli uomini appostati e uccidendo coloro che non riescono a scappare con colpi di cannoni. Alla fine impongono il coprifuoco a Melle.

Fonte: Piero Balbo, Valcurta, 25 marzo 1944 (con prefazione di Lidia Rolfi), A.N.P.I. Verzuolo, giugno 1994.


INTERVISTA A GIACOMO MARTINA (4/07/1929-), testimone adolescente al tempo della Resistenza.

I partigiani in Valle Varaita

Mi ricordo il rastrellamento del giorno 25 marzo 1944. I Fascisti sono partiti da Saluzzo per annientare i partigiani, ma questi erano andati in Francia o nella Valle di Bellino (posti inaccessibili). Quando si ritiravano i tedeschi, i partigiani ritornavano. Si facevano dare da mangiare nei bar: pane non ce n’era, prendevano “tuma” e polenta. Il pane era nero, non lievitato, con farina di frumento in minima quantità, veniva per lo più usata quella di orzo, segale e fave. Il grano non era buono e per questo lo mischiavano con l’altro cereale che dava tanto colore al pane.  In campagna da mangiare davano latte, castagne secche o polenta: la meliga (granturco NdR) costava meno del grano. Brossasco era una specie di fronte; a Venasca i partigiani non andavano perché era occupata dai tedeschi. Brossasco era come una base: quando arrivavano i tedeschi, i partigiani facevano un po’ di resistenza e poi scappavano in Gilba, nella alta Val Varaita. Nonostante ciò i fascisti riuscivano a catturarne qualcuno. Gilba è il posto più veloce per andare in Francia e i tedeschi lì non andavano.  Colle delle Traversette o Colle di Vallanta erano due percorsi brevi, poco controllati per espatriare. Io sono passato da tutti e due i posti. Subito dopo aver superato il confine c’era un rifugio, detto “Bailif”, dove i partigiani si recavano per ristorarsi e poi andavano in un paese chiamato Ristolas. I miei genitori avrebbero voluto che non ci fossero i partigiani.  “I partigiani ti prendevano come ostaggio e ti facevano passare davanti perché così non sparavano.”                          
A Valmala conoscevo tutti, giocavo insieme a bocce; Giorgio Minerbi, che aveva 20 anni, fu ucciso lì insieme ad altri nove, si sono salvati solo Ezio Boero e Chiaffredo Giusiano.
Santa Barbara comandava in Valle Po, ma alla fine della guerra aveva operato anche in Valle Varaita.
I tedeschi chiedevano sempre agli abitanti del paese se sapevamo dov’erano i partigiani e se sospettavano che non dicessi loro la verità, ti picchiavano. Però “la persona libera non è portata a fare la spia”. Qualche partigiano era assai bravo. Era raro che sparassero. All’inizio della guerra c’erano cinque o sei che si dicevano partigiani ma che rubavano tutto: cibo, soldi… si erano uniti ai partigiani ma erano banditi. Quando i partigiani l’hanno saputo li hanno fucilati a Isasca. Il capo si chiamava “Menelic”.                                    
Bocca era di Cuneo e comandante di Giustizia e Libertà; c’erano attriti con i Garibaldini, che erano comunisti.  Discorsi politici però non si sentivano.
La scuola era simile ad adesso, 15 scolari ogni classe, ogni classe una maestra. I tedeschi e i partigiani non andavano nelle scuole. Andavano in chiesa perché qualcuno li aiutava. Le maestre erano obbligate a fare come diceva la dittatura e di conseguenza anche gli alunni.


L’uccisione del partigiano Savorgnan:

Fotografia di Volchi Savorgnan (collezione privata Volpi) 
                                                                                                                                                  Fotografia di Volchi Savorgnan (collezione privata Volpi)                                                                                                                                                                       

Volchi Savorgnan conte di Osoppo
discendeva da una famiglia nobile di Pinerolo e arrivò a Brossasco negli ultimi mesi del ‘43. L’avevo conosciuto personalmente, la notte di Natale del ‘43 avevamo suonato in chiesa insieme. Il suo nome di battaglia era “Chopin”. Il nome di battaglia lo si sceglieva. Il 25 marzo del ‘44 è morto ammazzato dai tedeschi a Sant’Eusebio di Melle. Stava scagliando un grappolo di bombe a mano quando fu ucciso. I tedeschi non hanno lasciato toccare il suo corpo fino al rastrellamento. A lui hanno intitolato la piazza a Brossasco.

La mia esperienza con i partigiani
La sede partigiana brossaschese era al “Basin” (bacino), dove si potevano vedere i passaggi in mezzo alle due vallate, Gilba e Valle Varaita.  I partigiani avevano spesso armi che non funzionavano, moschetti, mitra, cannoni che non sparavano bene.  Io avevo 14 anni e parlavo insieme ad alcuni di loro che mi raccontavano cosa facevano. La gran parte della popolazione era dalla loro parte. Non bisognava dire che si parlava con i partigiani perché era considerato un tradimento.
“Chopin” e “Birimbo” erano passati a casa mia la sera prima del rastrellamento e gli avevano detto che il giorno dopo sarebbe stata una brutta giornata, infatti Chopin è stato ammazzato.

Vincenzo Grimaldi detto “Bellini”
era comandante a Brossasco.  È vivo tuttora, abita a Novara, ha 92 anni. Proveniva dalle scuole di armeria di Pinerolo, è andato in Valle Po e poi a Masueria (frazione di Gilba). Era siciliano. Bob suo papà era capo stazione alla ferrovia; Matteoda, il più spericolato dei figli, perché aveva le armi, non era morto in guerra ed era andato ad abitare in Inghilterra.  A Brossasco c’erano i russi che erano alleati dei partigiani. I tedeschi avevano catturato dei russi e li avevano portati in un campo di concentramento e chiesto se volevano rimanere lì, oppure andare a lottare contro i partigiani in Italia; hanno scelto l’Italia, però una volta arrivati qui si erano alleati con i partigiani. Questi ultimi avevano fatto ammazzare un fascista dai russi nel Campo Santo. Gli avevano sparato da dietro perché era considerato un traditore; se non si era traditori sparavano nello stomaco. Io ho assistito alla scena. Avevano dovuto metterlo nella cassa e aveva visto che gli mancava la parte dalla bocca in giù. “Era pieno di gente che andava a vedere.”
“Rigobello” aveva un cane che rubava le galline, l’hanno preso perché hanno seguito il cane, era il 27 o 28 aprile ‘45.

La fine della guerra
Quando è finita la guerra la gente si fermava e cantava. Andavano a bere insieme ed erano felici con poco. Per ritornare alla normalità ci vollero dieci anni, per avere l’olio d’oliva, il riso. Prima si usava l’olio di nocciole e noci. Una volta sono andato a prendere l’olio in Liguria con la bicicletta.
Con Giorgio Minerbi giocavo con biglie fatte di mattone.
I fratelli Giletta (il padre era negoziante di bestiame) volevano assaltare e prendere i maiali di un vagone del treno. Agirono di notte, con le armi. I partigiani li hanno caricati su un camion, uno di loro possedeva un mitra.
Insieme ad un amico eravamo andati a pescare e a Masueria, avendo sentito una scarica di mitra, avevamo paura. Avevano ammazzato una mucca, i partigiani erano rimasti a guardare. Questi ultimi, vedendo che non andavano via e rimanevano lì a guardare la macellazione della mucca, avevano anche dato un pezzo a me e al mio amico.  

All’eccidio di Valmala
i tedeschi non avevano ammazzato quattro partigiani perché dovevano far cambio con dei prigionieri tedeschi, che avevano a loro volta dei partigiani.
Don Lerda era stato in Russia, capo degli alpini, mediatore di scambio dei prigionieri.
Tra i partigiani c’erano degli interpreti e nonostante questo i tedeschi non li tenevano in considerazione.  Tanti lo facevano per soldi. Otto partigiani in Gilba erano morti perché uno aveva portato un fascista in Masueria, così poi li avevano rintracciati, chiusi in una capanna e bruciati vivi. Alla spia, in Gilba, avevano dato 5 mila lire. “Era detto la mano nera, poi nessuno l’ha più visto”.
In questa zona si cantava “Bella Ciao” che deriva da una canzone russa comunista. “Giovinessa”, “Fischia il sasso” erano invece canzoni fasciste. “Fischia il vento” era partigiana.
Ho contribuito a varie testimonianze, presenti in libri diversi, tra cui: Valcurta, 25 marzo 1944, di Piero Balbo.

Fonte: Intervista a Giacomo Martina svolta da Jessica Barra (V LA) il 16/1/2015.

Pagine secondarie (2): Senza titolo Senza titolo
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