Pubblicazioni obbligatorie per norme generali, politica e dirigenza


Il decreto di riordino della trasparenza si profila come norma di applicazione erga omnes, che estende il proprio ambito di applicazione a tutto l’orizzonte della pubblica amministrazione, intesa in senso allargato, come dimostra l’articolo 11:

Art.11 Ambito soggettivo di applicazione

1.Ai fini del presente decreto per <<pubbliche amministrazioni>> Si intendono tutte le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni.

2. Alle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni di cui al comma 1 e alle società da esse controllate ai sensi dell'articolo 2359 del codice civile si applicano, limitatamente alla attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o dell’Unione europea, le disposizioni dell'articolo 1, commi da 15 a 33, della legge 6 novembre 2012, n. 190.

3. Le autorità indipendenti di garanzia, vigilanza e regolazione provvedono all'attuazione di quanto previsto della normativa vigente in materia di trasparenza secondo le disposizioni dei rispettivi ordinamenti.

La disposizione, tuttavia, risulta chiara ed efficace solo nel primo comma, che ricomprende senza molti dubbi tutte le amministrazioni pubbliche.

Più complessa è la disciplina, invece, del secondo comma che si riferisce in termini molto ampi alla costellazione delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, la disciplina della trasparenza si prevede si applichi solo alle “attività di pubblico interesse”, a condizione che si regolata dal diritto nazionale e limitatamente a quanto stabilisce l’articolo 1, commi da 15 a 33, della legge anticorruzione.

Ora, se l’insieme delle società partecipate costituisce un elemento essenziale della pubblica amministrazione nel suo conplesso, tanto che si parla di realizzare bilanci consolidati tra quelli delle amministrazioni che ne possiedono i caputali e i patrimoni e quelli delle società, non si intende la ragione per la quale dette società debbano vedere applicate le regole della trasparenza solo in parte. Solo, cioè, limitatamente all’esercizio delle attività di interesse pubblico, che, per altro, non sono mai state definite con chiarezza dal legislatore.

E non si capisce, per altro, perché l’articolo 11 in commento, come del resto la legge 190/2012, estenda alle società solo la normativa su trasparenza e regolazione in sostanza dei tempi di risposta ai cittadini, ma non le altre norme “anticorruzione”. Insomma, la trasparenza non è poi così “totale” come enfaticamente afferma il legislatore.

Infine, il terzo comma continua a disegnare per le Authority varie un regime differenziato, esattamente come avviene per il trattamento del personale ed il sistema di valutazione. Francamente, non se ne capisce la ragione ma, soprattutto, l’opportunità.

L’articolo 12 disciplina una serie di pubblicazioni obbligatorie.

Art.12 Obblighi di pubblicazione concernenti gli atti di carattere normativo e amministrativo generale

1. Fermo restando quanto previsto per le pubblicazioni Della Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana dalla legge 11 dicembre 1984, n. 839, e dalle relative norme di attuazione, le pubbliche amministrazioni pubblicano sui propri siti istituzionali i riferimenti normativi con i relativi link alle norme di legge statale pubblicate della banca dati “Normattiva” che ne regolano 1'istituzione, l'organizzazione e 1'attività. Sono altresì pubblicati le direttive, le circolari, i programmi e le istruzioni emanati dall'amministrazione e ogni atto che dispone in generale sulla organizzazione, sulle funzioni, sugli obiettivi, sui procedimenti ovvero nei quali si determina l’interpretazione di norme giuridiche che le riguardano o dettano disposizioni per 1’applicazione di esse, ivi compresi i codici di condotta.

2. Con riferimento agli Statuti e alle norme di legge regionali, che regolano le funzioni, l'organizzazione e lo svolgimento delle attivi di competenza dell'amministrazione, sono pubblicati gli estremi degli atti e dei testi ufficiali aggiornati.

Il comma 1 regola un adempimento di dettaglio riguardante le modalità con le quali le amministrazioni pubbliche debbono effettuare le pubblicazioni sui propri siti. La norma non modifica l’assetto del valore giuridico delle pubblicazioni sulla Gazzetta Ufficiale cartacea, ma spinge verso la diffusione in internet delle norme mediante il portale ufficiale “Normattiva”.

Sicchè, l’incombenza prevista è quella di imporre alle amministrazioni di inserire in tutte le pubblicazioni che contengano rinvii alle norme di legge i link alla norma pubblicata su Normattiva, che garantisce il costante aggiornamento delle disposizioni. In questo modo, si dà ai cittadini la possibilità di giungere al testo vigente delle leggi, anche a partire dai documenti reperiti sui siti delle amministrazioni.

E’ una delle poche disposizioni di minimo dettaglio operativo non accompagnata da una specificazione di responsabilità, per il caso di mancato rispetto.

Non è dubbia l’opportunità di richiamare il testo delle norme di legge, così da renderle conoscibili. Altrettanto indubbio che questo è uno degli ulteriori oneri operativi, che rendono la “funzione di pubblicazione” richiesta alle amministrazioni certamente da gestire. Le amministrazioni sono, in sostanza, chiamate a rispettare vere e proprie regole editoriali. Insomma, occorrerà che si strutturino ed organizzino a questo fine. La cosa non è priva di oneri, è giusto e corretto osservarlo. E’ chiaro che la previsione di molteplici, condivisibili, oneri e modalità di pubblicazione assorba funzioni ed energie. E l’eventuale possibilità di alleviarle mediante sistemi informatici evoluti, comporta in ogni caso costi. Costi della trasparenza.

Ulteriori doveri di pubblicità sui siti hanno ad oggetto:

1.      direttive,

2.      circolari,

3.      programmi,

4.      istruzioni

5.      ogni atto che dispone in generale:

a.       sulla organizzazione,

b.      sulle funzioni,

c.       sugli obiettivi,

d.      sui procedimenti

e.       nei quali si determina l’interpretazione di norme giuridiche che le riguardano o dettano disposizioni per 1’applicazione di esse,

f.       i codici di condotta

Pertanto, oltre diviene obbligatoria non solo la pubblicazione degli atti “negoziali”, da intendere come quelli aventi il potere giuridico di costituire, regolare, modificare o estinguere e, comunque, incidere, la sfera giuridica dei destinatari, ma anche sostanzialmente qualsiasi atto di natura generale, avente anche solo rilievo organizzativo “interno”.

Il sito diviene, dunque, una pubblicazione ufficiale di tutti i provvedimenti di questa natura. La pubblicazione, pur non costituendo a norma dell’articolo 12 condizione di efficacia dei provvedimenti, costituisce adempimento indispensabile per completare l’iter.

Il dettaglio dei doveri di pubblicazioni, alla luce dell’articolo 14, si estendono ai dati dei titolari degli organi di governo:

Art.14 Obblighi di pubblicazione concernenti i componenti degli organi di indirizzo politico

1.         Con riferimento ai titolari di incarichi politici, di carattere elettivo o comunque di esercizio di poteri di indirizzo politico, di livello statale regionale e locale, le pubbliche amministrazioni pubblicano con riferimento a tutti i propri componenti, i seguenti documenti ed informazioni:

a)         l'atto di nomina o di proclamazione, con l'indicazione della durata dell’incarico o del mandato elettivo;

b)         il curriculum;

c)         i compensi di qualsiasi natura connessi all'assunzione della carica; gli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubblici;

d)        i dati relativi all’assunzione di altre cariche, presso enti pubblici o privati, ed i relativi compensi a qualsiasi titolo corrisposti;

e)         gli altri eventuali incarichi con oneri a carico della finanza pubblica e l'indicazione dei compensi spettanti;

f)         le dichiarazioni di cui all'articolo 2, della legge 5 luglio 1982, n. 441, nonchè le attestazioni e dichiarazioni di cui agli articoli 3 e 4 della medesima legge, come modificata dal presente decreto, limitatamente al soggetto, al coniuge non separato e ai parenti entro il secondo grado, ove gli stessi vi consentano. Viene in ogni caso data evidenza al mancato consenso. Alle informazioni di cui alla presente lettera concernenti soggetti diversi dal titolare dell'organo di indirizzo politico non si applicano le disposizioni di cui all'articolo 7.

2.         Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati cui al comma 1 entro tre mesi dalla elezione o dalla nomina e per i tre anni successivi dalla cessazione del mandato o dell'incarico dei soggetti, salve le informazioni concernenti la situazione patrimoniale e, ove consentita, la dichiarazione del coniuge non separato e dei parenti entro il secondo grado, che vengono pubblicate fine alla cessazione dell'incarico o del mandato. Decorso il termine di pubblicazione ai sensi del presente comma le informazioni e i dati concernenti la situazione patrimoniale non vengono trasferiti nelle sezioni di archivio.

L’elencazione degli adempimenti appare estremamente chiara. Sono opportune, dunque, solo alcune annotazioni.

Una prima è da riferire alla rubrica dell’articolo 14, che riferisce, come si nota, gli obblighi di pubblicazione letteralmente ai “componenti degli organi di indirizzo politico”. Tale definizione aiuta a comprendere come il legislatore, nell’utilizzarla, si riferisca, genericamente, agli “organi di governo” o “politici”. Il riferimento all’indirizzo politico, pertanto, non è specificamente rivolto ad individuare organi che svolgono prevalente funzione di indirizzo, rispetto a quella amministrativa, problema che si pone, in particolare, per comuni, province ed altri enti locali.

Che il lemma “organi di indirizzo politico” sia genericamente riferito agli organi politici lo dimostra il comma 1 dell’articolo 14 in commento, ai sensi del quale gli obblighi di pubblicità “anticasta” previsti dall’articolo medesimo concernono i titolari:

a)      di incarichi politici di carattere elettivo,

b)      o comunque di esercizio di poteri di indirizzo politico.

Ciò dimostra che la il legislatore intende dare al lemma “organo di indirizzo politico” un valore atecnico. Il che aiuta a comprendere che l’interpretazione letterale non aiuta a risolvere il problema dell’individuazione dell’organo. E’ l’esempio del problema di stabilire con precisione quale sia l’organo “di indirizzo politico” competente ad adottare il piano triennale di prevenzione della corruzione, ai sensi dell’articolo 1, comma 7, della legge 190/2012.

L’obbligo di pubblicare i dati previsti dall’articolo 14 in commento in sostanza concernono:

a)                          tutti i titolari di incarichi politici, insediati nelle cariche per effetto di elezioni (parlamentari, consiglieri regionali, comunali e provinciali, presidenti delle regioni, presidenti delle province, sindaci);

b)                          chiunque, in ogni caso, assuma incarichi nell’ambito di organi di governo anche se non a seguito di elezioni: può valere per i ministri, per gli assessori regionali, vale certamente per gli assessori delle province e dei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti;

c)                          per organi che esercitano, comunque, poteri di indirizzo politico si devono intendere, anche, quelli posti al vertice delle unità sanitarie locali, nonché alle cosiddette “autonomie funzionali”, camere di commercio ed università.

Sui singoli dati da pubblicare è opportuno soffermarsi con particolare attenzione sulle lettere b), c) e f).

La lettera b), precisando il contenuto dell’articolo 11, comma 8, del d.lgs 150/2009 (comunque abolito dal decreto di riordino della trasparenza) chiarisce che occorra pubblicare il curriculum di chi svolge funzioni politiche. Per quanto sia dato per scontato che, ai fini dell’assunzione di cariche di governo, elettive o meno, non siano necessari specifici titoli di studio, il legislatore impone, comunque, la conoscibilità dei percorsi e dei titoli di chi quegli incarichi rivesta, anche sull’onda delle notizie di cronaca.

La lettera c) impone di pubblicare ogni genere di compensi derivanti dall’assunzione della carica nell’organo di governo, allo scopo di permettere a cittadini ed elettori di verificare quanto sia “conveniente” sul piano finanziario svolgere il mandato. L’obbligo di pubblicazione scende nel minimo dettaglio perché si richiede si estenda anche agli importi dei viaggi di servizio e delle missioni, se pagati con fondi pubblici. E’ evidente la funzione di deterrenza ad utilizzare le risorse per scopi in nulla attinenti all’espletamento del mandato. Anche in questo caso, il legislatore cerca di dare una risposta ai fatti di cronaca. L’operazione di trasparenza appare corretta, ma evidentemente può funzionare solo nella misura in cui gli interessati forniscano una rendicontazione completa, che sarebbe opportuno assoggettare da subito a controlli esterni. In ogni caso, l’onere operativo di pubblicazione risulterà piuttosto complesso, visto che sarà necessario scansionare e mettere in rete ogni singolo scontrino.

La lettera è l’elemento più delicato dell’articolo 14. Essa concerne:

a.       le dichiarazioni di cui all'articolo 2 della legge 441/1982 e cioè:

1)      una dichiarazione concernente i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società; l'esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società, con l'apposizione della formula «sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero»;

2)      copia dell'ultima dichiarazione dei redditi soggetti all'imposta sui redditi delle persone fisiche;

3)      una dichiarazione concernente le spese sostenute e le obbligazioni assunte per la propaganda elettorale ovvero l'attestazione di essersi avvalsi esclusivamente di materiali e di mezzi propagandistici predisposti e messi a disposizione dal partito o dalla formazione politica della cui lista hanno fatto parte, con l'apposizione della formula «sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». Alla dichiarazione debbono essere allegate le copie delle dichiarazioni di cui al terzo comma dell'articolo 4 della legge 18 novembre 1981, n. 659 , relative agli eventuali contributi ricevuti.

b.      le attestazioni e dichiarazioni di cui agli articoli 3 e 4 della medesima legge:

1)      entro un mese dalla scadenza del termine utile per la presentazione della dichiarazione dei redditi soggetti all'imposta sui redditi delle persone fisiche, i soggetti indicati nell'articolo 2 sono tenuti a depositare un'attestazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al numero 1 del primo comma del medesimo articolo 2 intervenute nell'anno precedente e copia della dichiarazione dei redditi;

2)      entro tre mesi successivi alla cessazione dall'ufficio i soggetti indicati nell'articolo 2 sono tenuti a depositare una dichiarazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al numero 1 del primo comma del medesimo articolo 2 intervenute dopo l'ultima attestazione. Entro un mese successivo alla scadenza del relativo termine, essi sono tenuti a depositare una copia della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche.

Tali dichiarazioni riguardano:

a)      colui che assume la carica politica;

b)      il coniuge non separato

c)      i parenti entro il secondo grado

Coniuge e parenti entro il secondo grado, tuttavia, possono assentire o meno alla pubblicazione dei dati che li riguardano. In ogni caso, l’articolo 14 del decreto sulla trasparenza impone di dare evidenza al mancato consenso alla pubblicazione delle informazioni del coniuge e dei parenti.

I dati riguardanti l’articolo 14 non debbono essere pubblicati in modalità aperta e “lavorabile”, secondo quanto previsto dall’articolo 7 del decreto-trasparenza.

Lo scopo della lettera f) dell’articolo 14 è evidente: consentire ai cittadini di verificare se il patrimonio dei componenti degli organi di governo, o del coniuge o dei parenti, si incrementi in coincidenza con l’assunzione e la conduzione della carica o se, comunque, l’incremento risulti superiore a quello che sarebbe determinato dall’importo delle remunerazioni previste. Anche in questo caso, il legislatore ritiene che la pubblicità totale dei cespiti dei componenti degli organi di governo scoraggi, da parte loro, comportamenti scorretti, volti ad utilizzare la carica alla quale sono assorti per l’arricchimento e l’interesse personale, invece che per la cura dell’interesse pubblico.

Il comma 2 dell’articolo 14 entra, come sempre, nel minimo dettaglio operativo, imponendo di pubblicare i dati indicati dal comma 1 entro tre mesi dalla elezione o, nel caso di cariche non elettive, dalla nomina. I dati debbono restare pubblicati per i tre anni successivi dalla cessazione del mandato o dell'incarico dei soggetti, salve le informazioni concernenti la situazione patrimoniale e, ove consentita, la dichiarazione del coniuge non separato e dei parenti entro il secondo grado, che vengono pubblicate fine alla cessazione dell'incarico o del mandato.

Non è prevista la conservazione, però, negli archivi informatici: decorso il termine di pubblicazione le informazioni e i dati concernenti la situazione patrimoniale non debbono essere trasferite nelle apposite sezioni d’archivio dei portali.

L’articolo 15 estende anche al cosiddetto “apparato” alcuni obblighi di pubblicità. La norma è posta ad evidenziare importanti voci di spesa, essendo riferita ai dirigenti, ai collaboratori ed ai consulenti.

Art.15 Obblighi di pubblicazione concernenti i titolari di incarichi dirigenziali e di collaborazione o consulenza

1.Fermi restando gli obblighi di comunicazione di cui all'articolo 17, comma 22, della legge 15 maggio 1997, n. 127, le pubbliche amministrazioni pubblicano e aggiornano le seguenti informazioni relative ai titolari di incarichi amministrativi di vertice e di incarichi dirigenziali, a qualsiasi titolo conferiti, nonchè di collaborazione o consulenza:

a)      gli estremi dell'atto di conferimento dell'incarico;

b)      il curriculum vitae;

c)      i dati relativi allo svolgimento di incarichi o la titolarità di cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla pubblica amministrazione o lo svolgimento di attività professionali;

d)     i compensi, comunque denominati, relativi al rapporto di lavoro, di consulenza o di collaborazione, con specifica evidenza delle eventuali componenti variabili o legate alla valutazione del risultato.

2. La pubblicazione degli estremi degli atti di conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti estranei alla pubblica amministrazione, di collaborazione o di consulenza a soggetti esterni a qualsiasi titolo per i quali è previsto un compenso, completi di indicazione dei soggetti percettori, della ragione dell'incarico e dell'ammontare erogato, nonchè la comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica dei relativi dati ai sensi dell'articolo 53, comma 14, secondo periodo del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, sono condizioni per 1'acquisizione dell'efficacia dell'atto e per la liquidazione dei relativi compensi. Le amministrazioni pubblicano e mantengono aggiornati sui rispettivi siti istituzionali gli elenchi dei propri consulenti indicando 1'oggetto, la durata e il compenso dell'incarico. Il Dipartimento della funzione pubblica consente la consultazione, anche per nominativo, dei dati di cui al presente comma.

3. In caso di omessa pubblicazione di quanto previsto al comma 2, il pagamento del corrispettivo determina la responsabilità del dirigente che l'ha disposta, accertata all'esito del procedimento disciplinare e comporta il pagamento di una sanzione pari alla somma corrisposta, fatto salvo il risarcimento del danno del destinatario ove ricorrano le condizioni di cui all'articolo 30 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104.

4. Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati cui ai commi 1 e 2 entro tre mesi dal conferimento dell'incarico e per i tre anni successivi alla cessazione dell'incarico.

5. Le pubbliche amministrazioni pubblicano e mantengono aggiornato 1'elenco delle posizioni dirigenziali, integrato dai relativi titoli e curricula, attribuite a persone, anche esterne alle pubbliche amministrazioni, individuate discrezionalmente dall'organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione, di cui all'articolo 1, commi 39 e 40 della legge 6 novembre 2012, n. 190.

Il merito della disposizione non pare possa costituire oggetto di particolari critiche (salvo quanto si dirà con riferimento al comma 5). E’ del tutto opportuno e corretto far conoscere chi dirige gli uffici, poiché la dirigenza è un vero e proprio organo non elettivo; è importante che i cittadini sappiano che competenze abbiano e quali curriculum possiedano. Ciò vale, ovviamente, per tutti coloro che siano chiamati, dall’esterno, a supportare l’attività amministrativa con incarichi di collaborazione o consulenza.

Il modo col quale, invece, l’articolo 15 è costruito si presta, invece, a diversi rilievi. Non appare, infatti, del tutto corretto accomunare, come fa il legislatore, incarichi e posizioni aventi origine e caratteristiche totalmente diverse tra loro.

Non si può non sottolineare che gli specifichi obblighi di pubblicazione rivolti a dirigenti, consulenti e collaboratori, specie in quanto regolati da un articolo immediatamente successivo a quello dedicato alla trasparenza dei “costi della politica”, finiscano nell’immaginario di chi legge la norma per essere a loro volta considerati come essi stessi elementi dei costi della politica.

Ciò non è condivisibile. Il legislatore dimentica la fondamentale distinzione tra chi assume gli incarichi dirigenziali in quanto entra a far parte dei ruoli delle amministrazioni a seguito di selezioni concorsuali; e, dall’altro lato, coloro che ricevono incarichi dirigenziali a tempo determinato o incarichi di collaborazione e consulenza, senza concorsi, per cooptazione diretta.

Sostenere o, peggio, lasciar credere, che i primi, trattati normativamente insieme con i secondi, siano un “costo della politica”, cioè che la dirigenza di vertice sia, per sua natura, connessa con la politica è più che scorretto, è falso.

Il principio di separazione ed autonomia della dirigenza rispetto alla politica, per quel che può funzionare, trova piena applicazione solo proprio con riguardo alla dirigenza di ruolo, che non deve il proprio lavoro alla cooptazione del politico di turno, derivante, ovviamente, da quel rapporto di “fiducia” ritenuto incostituzionale dalla Consulta a partire dalla sentenza 103/2007, a sua volta scaturente da un “comune sentire politico”.

Il dirigente di ruolo viene selezionato per concorso, non in base alla condivisione di un pensiero politico o all’adesione ad una parte.

Se nulla v’è da obiettare sulla necessità di dare trasparenza ai costi della dirigenza e, in particolare, alle competenze di chi svolge le funzioni di direzione, sarebbe stato certamente più opportuno dedicare particolare e specifica, o quanto meno distinta, attenzione nei riguardi dei soggetti incaricati senza alcun concorso come dirigenti o come consulenti o collaboratori.

Le consulenze e gli incarichi esterni nel 2010 hanno comportato un costo di euro 2.570.745.279. E’ una cifra rilevante, che si aggiunge ai non bassi costi complessivi del personale pubblico.

Per questo genere di costi, considerando soprattutto l’assenza di strumenti di selezione rigorosi come i concorsi per l’assunzione di dirigenti di ruolo, occorrerebbero strumenti di pubblicità e trasparenza ben superiori e diversi rispetto a quelli richiesti per i dirigenti di ruolo. A partire proprio dal sistema di selezione che dovrebbe essere esclusivamente quello concorsuale.

Si tratta di incarichi che commistionano politica e gestione e sono acclaratamente fonte di cattiva gestione. Più che regole di trasparenza, sarebbe necessario un serio ripensamento di questi istituti, per giungere alla decisione di sopprimerli per sempre, visto il costo ingentissimo e rilevando che la pubblica amministrazione possiede certamente al suo interno competenze non inferiori a quelle di collaboratori e consulenti. Il fatto è che il consulente viene incaricato se alla fine il parere che fornisce è conforme al pensiero di chi lo incarica. Una dirigenza totalmente di ruolo e stabile non viene vista sempre di buon occhio dalla politica che vuole soluzioni “partigiane”[1].

Il comma 1 dell’articolo 15 del decreto-trasparenza lascia fermo quanto prevede l’articolo 17, comma 22, della legge 127/1997, ai sensi del quale “Le disposizioni di cui all'articolo 12 della legge 5 luglio 1982, n. 441 , si applicano anche al personale di livello dirigenziale od equiparato di cui all'articolo 2, commi 4 e 5, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 , e successive modificazioni, nonché al personale dirigenziale delle amministrazioni pubbliche. Per il personale delle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile e militare le competenze attribuite dalla legge 5 luglio 1982, n. 441 , alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Presidente del Consiglio dei ministri sono esercitate dai rispettivi organi di governo”.

L’articolo 12 della legge 441/1982 stabilisce che “Le disposizioni di cui agli articoli 2, 3, 4, 6 e 7 si applicano, con le modificazioni di cui ai successivi articoli:

1) ai presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati e direttori generali di istituti e di enti pubblici, anche economici, la cui nomina, proposta o designazione o approvazione di nomina sia demandata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Consiglio dei Ministri od a singoli Ministri;

2) ai presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati e direttori generali delle società al cui capitale concorrano lo Stato o enti pubblici, nelle varie forme di intervento o di partecipazione, per un importo superiore al venti per cento;

3) ai presidenti, ai vicepresidenti, agli amministratori delegati ed ai direttori generali degli enti o istituti privati, al cui funzionamento concorrano lo Stato o enti pubblici in misura superiore al cinquanta per cento dell'ammontare complessivo delle spese di gestione esposte in bilancio ed a condizione che queste superino la somma annua di lire cinquecento milioni;

4) ai direttori generali delle aziende autonome dello Stato;

5) ai direttori generali delle aziende speciali di cui al regio decreto 15 ottobre 1925, n. 2578, dei comuni capoluogo di provincia o con popolazione superiore ai centomila abitanti”.

La norma in questione, dunque, estende le medesime regole di pubblicità e trasparenza di redditi e patrimoni previste per i componenti degli organi politici a coloro che rivestano incarichi di altra natura, prevalentemente manageriale, in quanto comunque incaricati dello svolgimento di funzioni di “indirizzo politico”, sempre nell’accezione ampia ed atecnica che propone il legislatore.

Per i soggetti indicati sopra e tutti gli altri dirigenti, nonché per gli incaricati di consulenze e collaborazioni, le informazioni da pubblicare saranno:

a)         gli estremi dell'atto di conferimento dell'incarico; in questo modo si rende evidente da dove scaturisce la funzione esercitata:

b)        il curriculum vitae; è il modo per permettere un controllo diffuso sulla corrispondenza tra le competenze che in astratto si richiedono al dirigente e quelle effettivamente possedute. La pubblicazione del curriculum assume rilievo particolare specie per gli incaricati esterni, come i dirigenti a contratto, i consulenti ed i collaboratori, visto che la loro specifica competenza (insieme con l’accertamento dell’assenza di figure professionali idonee all’interno dell’amministrazione) costituisce elemento essenziale per la legittimità degli incarichi;

c)         i dati relativi allo svolgimento di incarichi o la titolarità di cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla pubblica amministrazione o lo svolgimento di attività professionali; per quanto il cumulo con altre attività alla lunga dovrebbe risultare vietato, per effetto delle incompatibilità previste dalla legge anticorruzione, comunque il legislatore impone di rendere noto se i dirigenti svolgano funzioni ulteriori e diverse rispetto a quella principalmente posta in essere per l’ente datore di lavoro;

d)        i compensi, comunque denominati, relativi al rapporto di lavoro, di consulenza o di collaborazione, con specifica evidenza delle eventuali componenti variabili o legate alla valutazione del risultato; è la trasparenza totale sui costi connessi alle figure di vertice ed ai collaboratori esterni;

e)         una dichiarazione concernente i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società; l'esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società, con l'apposizione della formula «sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero»;

f)         copia dell'ultima dichiarazione dei redditi soggetti all'imposta sui redditi delle persone fisiche.

Con in più, le attestazioni e dichiarazioni di cui agli articoli 3 e 4 della legge 441/982:

1)        entro un mese dalla scadenza del termine utile per la presentazione della dichiarazione dei redditi soggetti all'imposta sui redditi delle persone fisiche, l'attestazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al numero 1 del primo comma del medesimo articolo 2 intervenute nell'anno precedente e copia della dichiarazione dei redditi;

2)        entro tre mesi successivi alla cessazione dall'ufficio il deposito di una dichiarazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al numero 1 del primo comma del medesimo articolo 2 intervenute dopo l'ultima attestazione. Entro un mese successivo alla scadenza del relativo termine, obbligo di depositare una copia della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche.

Il comma 2 dell’articolo 15 attribuisce valore di condizione di efficacia dell’atto di conferimento dell’incarico e della liquidazione dei compensi alla pubblicazione degli estremi degli atti di conferimento:

a.       di incarichi dirigenziali a soggetti estranei alla pubblica amministrazione,

b.      di collaborazione o di consulenza a soggetti esterni a qualsiasi titolo per i quali è previsto un compenso.

La pubblicazione impone che siano indicati:

a)      le generalità dei soggetti percettori,

b)      la ragione dell'incarico

c)      la ragione dell'ammontare erogato.

Non basterà, comunque, la sola pubblicazione dei dati per conferire efficacia agli incarichi, un quanto sarà anche necessaria la comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica dei dati, in attuazione dell’articolo 53, comma 14, secondo periodo[2] del d.lgs 165/2001.

Ulteriore forma di pubblicità, utile per una visione di sintesi, è quella consistente nella necessità di pubblicare e mantenere aggiornati, sui siti istituzionali di ciascuna amministrazione, gli elenchi dei propri consulenti indicando 1'oggetto, la durata e il compenso dell'incarico. Si demanda al Dipartimento della funzione pubblica il sistema per consentire la consultazione, anche per nominativo, dei dati di cui al presente comma. Indirettamente, dunque, questi dati sono sottratti al regime della riservatezza.

Il comma 2 dell’articolo 15, per quanto volto a chiarire quali adempimenti finalizzati alla trasparenza ed alla pubblicità concernano i dirigenti sia di ruolo, sia esterni, ed i consulenti e collaboratori, non fa un gran regalo alla chiarezza e coerenza delle norme.

Infatti, per la parte connessa agli obblighi di pubblicità relativi a consulenti e collaboratori si sovrappone, anzi confligge, con le previsioni degli articoli 26 e 27 del decreto-trasparenza, per la parte non riguardante contributi e sussidi a terzi. Infatti, gli articoli 26 e 27 trattano anche “di attribuzione dei corrispettivi e dei compensi a persone, professionisti”; poiché la disciplina delle pubblicazioni degli appalti di servizi si reperisce nel successivo articolo 37, è evidente che gli articoli 26 e 27 limitano la loro regolamentazione proprio alla fattispecie degli incarichi di consulenza e collaborazione, a sua volta trattata anche dall’articolo 15 del decreto.

Una confusione che sarebbe stato il caso di evitare e che impone di leggere in modo combinato gli articoli 15, 26 e 27. L’elencazione dei dati da pubblicare ai sensi dell’articolo 27 del decreto-trasparenza è certo più ampia di quella prevista dall’articolo 15, comma 2. D’altra parte, però, ai sensi dell’articolo 26, comma 3, costituisce condizione di efficacia dell’incarico e dell’erogazione solo la pubblicazione del provvedimento di concessione, mentre, come visto, l’articolo 15 impone anche la comunicazione al dipartimento della Funzione pubblica.

Il comma 3 dell’articolo 15 ripropone la solita e quasi immancabile sanzione per l’omessa pubblicazione. E’ una responsabilità piuttosto grave: il pagamento del corrispettivo in assenza delle pubblicazioni disposte,comporta una specifica responsabilità disciplinare che può sfociare, a carico del dirigente accertato come colpevole, nel pagamento (all’ente di appartenenza, è da credere) di una sanzione pari esattamente alla somma indebitamente corrisposta al soggetto esterno. Resta, comunque, ferma la responsabilità erariale, laddove ricorrano le condizioni di cui all’articolo 30[3] del d.lgs 104/2010.

Il comma 4 impone di pubblicare i dati previsti dai precedenti commi 1 e 2:

a)      entro tre mesi dal conferimento;

b)      per una durata di tre anni successivamente alla cessazione.

Anche in questo caso, oggettivamente la tecnica legislativa appare piuttosto discutibile. Se la pubblicazione dei dati del comma 2 è condizione di efficacia del conferimento degli incarichi, occorre chiedersi quale sia il senso di un termine così lungo, tre mesi, per la pubblicazione.

Il comma 7 dell’articolo 15 riprende, nella sostanza, i contenuti nell’articolo 1, comma 39, della legge 190/2012. Impone di pubblicare e tenere aggiornato 1'elenco delle posizioni dirigenziali, integrato dai relativi titoli e curricula, attribuite a persone, anche esterne alle pubbliche amministrazioni, “individuate discrezionalmente dall'organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione”.

Ancora una volta si utilizza una formula che finisce per creare un ombrello legislativo ad una prassi, quella dell’assegnazione di incarichi dirigenziali a tempo determinato per cooptazione, che risulta all’evidenza di tutti in plateale violazione di ogni principio di selettività, meritocrazia e, soprattutto, di garanzia della separazione tra la funzione di gestione da quella politica. E sì che l’articolo 1, comma 39, della legge anticorruzione (sì, proprio la legge che dovrebbe evitare commistioni tra politica e gestione, sic) ha proprio introdotto questa copertura agli incarichi assegnati in barba all’articolo 97 della Costituzione e del consolidato indirizzo della Consulta contrario allo spoil system, nell’ambito di una norma che, invece, si enuncia volta a garantire il rafforzamento di tale principio.

Il legislatore, non pago del vulnus arrecato alla Costituzione con la legge 190/2012, lo ribadisce nel decreto-trasparenza. A conferma che la dirigenza a contratto “fiduciaria” e di matrice politica resta una priorità ancora, purtroppo, irrinunciabile



[1] E il bello è che pensatori “liberali” ritengono addirittura che sia necessaria una dirigenza di vertice “eletta”. Si veda quanto pubblicato su LeggiOggi: “La dirigenza “fiduciaria” è incostituzionale”

L’editoriale sul Corriere della Sera del 5 dicembre 2012(I distruttori delle riforme) di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi è a dir poco sconcertante.

Pur di giustificare i fallimenti evidenti di un Governo da loro sostenuto a tal punto che Giavazzi è stato chiamato da Monti a fare da consulente tecnico dei tecnici, non sanno più a cosa appigliarsi.

La riforma delle province è un disastro,la riforma Forneroha generato solo maggiore disoccupazione, il debito pubblico continua ad aumentare, il Pil a scendere, di liberalizzazioni nemmeno l’ombra, che la Fiat sia un problema gravissimo il Ministro Passera se ne accorge solo il 4  2012 dicembre, ma la colpa i due economisti l’hanno individuata: la “spectre” della “burocrazia”, che ferma tutte le riforme.

Non leggi frettolose, raffazzonate, alluvionali, continuamente corrette senza riuscire ad emendarle degli errori, dunque, la causa della drammatica situazione dell’Italia. Ma la lobby misteriosa degli “alti dirigenti” (tutti sopra il metro e85 centimetri?) che “pur di conservare il proprio potere di spesa blocca le riforme”.

Il rimedio proposto dai due editorialisti è il seguente: “Che fare? La prima decisione di ogni nuovo ministro deve essere la sostituzione degli alti dirigenti del ministero che gli è stato affidato, a partire dal capo di gabinetto. Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè meno propensi al cambiamento. I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po’ a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena di pagare, quanto più si vuol cambiare. Certo, c’è il rischio che le nomine siano solo politiche, e cioè invece che di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche. Questo è possibile, ma saranno gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa. E i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui hanno affidato l’amministrazione dello Stato. E’ comunque un sistema migliore di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l’operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico»”.

E’ altamente consigliato di rileggere questo passaggio più e più volte. E’ intriso di cancellazione di memoria di 20 e più anni di pessime riforme, di leghismo d’antan, di rifiuto totale della cultura giuridica ed amministrativa che, invece, deve guidare qualsiasi analisi. E’ strano. Economisti e professionisti che non fanno parte dell’apparato amministrativo sono sempre pronti a pontificare criticandolo, ma auspicano continuamente che i ministri estendano i loro poteri di “nomina”, indirettamente autocandidandosi ad entrare a far parte di quella compagine tanto deprecata e con la pretesa di entrare dal portone centrale, senza nemmeno degnarsi di passare per le strettoie dei concorsi e delle durissime selezioni da superare.

Esaminiamo passo per passo le “perle” degli editorialisti del Corriere, che riassumono appunto 20 anni di follia riformatrice.

In primo luogo, gli editorialisti ignorano che proprio per quanto riguarda gli uffici di staff dei ministri la legge (articoli 13 e 14 del d.lgs 165/2001) assegna ai ministri molta, forse troppa, libertà di manovra. Il “capo di gabinetto” è sempre liberamente sostituibile da qualsiasi ministro ed, anzi, ben difficilmente tale ruolo rimane ricoperto dal predecessore, quando si insedia un nuovo ministro. Per altro, non è il capo di gabinetto il perno dell’attuazione delle riforme, ma semmai i segretari generali o i capi dipartimento. Ma questo conferma l’approssimativa conoscenza dell’apparato da parte di Alesina e Giavazzi. Tuttavia, le loro affermazioni, sbagliate, fanno “presa” nei confronti di una popolazione stufa e incattivita. Additare il dirigente pubblico come “untore” e boicottatore dell’invece buono e capacissimo ministro è una mossa banale, trita, ritrita, ma efficace. Il famoso “non ci lasciano lavorare” mille volte ripetuto da Berlusconi.

La seconda affermazione è di stampo filosofico: “Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè meno propensi al cambiamento”.

Strano. Da un quarto di secolo legislatore, analisti, tecnici, Bocconi, Bassanini, Brunetta, insistono che occorre porre in essere sistemi di valutazione per selezionare, sul piano delle azioni concrete, i dirigenti capaci rispetto agli altri.

E di leggi, decreti, regolamenti, contratti, sistemi di valutazione, consulenze, piani, programmi, metodi, software, a questo scopo ne sono stati sfornati migliaia. Per scoprire che, poi, i dirigenti a tempo determinato, quelli nominati direttamente dai ministri che tanto piacciono ad Alesina e Giavazzi, non sono mai oggetto di valutazione negativa o non sono proprio oggetto di valutazione.

Chi predica, solo a parole, l’efficienza dell’azione amministrativa dovrebbe sapere perfettamente che essa va misurata in relazione ai risultati. La propensione al cambiamento non c’entra nulla. Il dirigente vero e capace se ne infischia del cambiamento, perché non tocca a lui stabilire le linee politiche, prerogativa esclusiva dell’organo di governo. Il dirigente, una volta che l’indirizzo politico sia fissato, lo attua, gli piaccia o meno. E va giudicato in base alla capacità di farlo, non in relazione al tempo che sta a svolgere un incarico. Lo capirebbe chiunque.

Terza affermazione: “I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po’ a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena di pagare, quanto più si vuol cambiare”. Il costo è tremendamente alto ed ingente. Una girandola continua della dirigenza e del sistema operativo è il modo migliore per mettere sabbia negli ingranaggi e romperli o ritardarne l’attività, molto di più di quanto possa l’intenzionale eventuale atteggiamento dei dirigenti.

In ogni caso, Alesina e Giavazzi ignorano o fingono che non valga assolutamente nulla la giurisprudenza costituzionale affermatasi a partire dalla sentenza 103/2007, che considera incostituzionale lo spoil system in particolar modo perché lesivo del principio di continuità dell’azione amministrativa.

L’economia, l’aziendalismo, l’autoreferenzialità e il darsi di gomito col potere non dovrebbero prescindere dalle decisioni di autorità come la Consulta.

Ulteriore affermazione che lascia davvero di stucco è la presa d’atto del rischio che “le nomine siano solo politiche, e cioè invece che di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche”. Rischio, tuttavia, secondo gli Autori, neutralizzato dalla circostanza che siano gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa”.

Queste considerazioni sono sconfortanti. Si scade, ancora una volta, nel “lavacro” elettorale. Ogni atto, anche il più incostituzionale e odioso, come la cooptazione per ragioni politiche dei dirigenti, selezionati non in base al tanto evocato “merito”, ma per l’appartenenza politica.

Affermano, come visto, gli editorialisti che “i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui hanno affidato l’amministrazione dello Stato”. Alesina e Giavazzi dimenticano che i cittadini non giudicano per nulla i governi sotto questi aspetti. Non hanno sufficienti informazioni e capacità valutative per questo. E l’andamento delle votazioni di questi ultimi 20 anni lo dimostra ampiamente.

Come cittadino, io pretenderei che l’alta dirigenza sia competente, selezionata non in relazione alle simpatie politiche ma per la preparazione mostrata con la selezione concorsuale, prima e con una seria valutazione, poi. Perché col politico posso negoziare, chiedere di innovare. Col dirigente debbo pretendere di avere l’applicazione corretta ed imparziale di ciò che la politica ha deciso prima, sulla base della negoziazione e dell’innovazione decisa. Far svolgere all’alto dirigente un ruolo politico è esiziale per i principi di democraticità, giusto procedimento, imparzialità, efficacia e concorrenza. E lo spoil system, introdotto nel 1993 è certamente uno dei mali più gravi dell’Italia. Non è un caso che 20 anni di economia bloccata e pessima qualità dell’azione di governo coincida con la deleteria presupposizione che inserendo tra i dirigenti gli “allineati” e non i competenti si governi meglio.

Semplicemente assurda, poi, è la chiosa: “E’ comunque un sistema migliore [quello della cooptazione, nda] di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l’operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico»”.

Abbiamo letto bene? “Dirigenti non eletti?”. Ma cosa pretendono, Alesina e Giavazzi? L’elezione dei dirigenti? Il possesso di una tessera di partito, lo schierarsi proprio nei soggetti chiamati ad amministrare concretamente, in totale dispregio dei principi di separazione tra politica e gestione, accertati dalla Consulta e dal legislatore sulla base della lettura degli articoli 97 e 98 della Costituzione?

Oltre un secolo di diritto amministrativo e di cultura gestionale verrebbero malamente gettati via se passasse un’idea come questa, per la quale l’attività amministrativa è “innovatrice” solo se schierata, bandendo il tratto saliente che dovrebbe caratterizzare la qualità della dirigenza: l’imparzialità. O vanno bene, invece, le richieste fatte da attuali ministri, ad esempio, al Vaticano, per ottenere poltrone importanti alla Banca d’Italia? Perché una dirigenza “eletta” finirebbe, ovviamente, per dipendere dall’opaca (per non dire altro) rete di cortesie, favori, favoritismi che caratterizza le trame della politica delle “nomine”.

Una coscienza liberale dovrebbe prendere atto che proprio il potere di “nomina” di dirigenti e manager è una delle più deleterie cause dell’inefficienza di aziende sanitarie, società partecipate e imprese di Stato o comunque pubbliche. E’ disarmante vedere che due campioni del liberalismo come Alesina e Giavazzi paventino soltanto l’assurda ipotesi dell’elezione della dirigenza.

In conclusione, poi, sarebbe da rammentare ai due editorialisti che i governi non sono eletti né direttamente, né indirettamente. Non sono eletti per nulla. Una rinfrescata alla Costituzione non farebbe male, prima di sparare editoriali populisti, tesi solo a giustificare l’operato di un Governo fallimentare e, purtroppo, anche a giustificare l’inefficacia di un piano, come quello presentato – che combinazione – da Francesco Giavazzi, che, se giace, non è per colpa di qualche dirigente col quale si sarà forse accapigliato, ma delle non scelte del Governo.

[2] Si riporta il contenuto dell’articolo 54, comma 14, del d.lgs 165/2001:

14. Al fine della verifica dell'applicazione delle norme di cui all'articolo 1, commi 123 e 127, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni e integrazioni, le amministrazioni pubbliche sono tenute a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica o su supporto magnetico, entro il 30 giugno di ciascun anno, i compensi percepiti dai propri dipendenti anche per incarichi relativi a compiti e doveri d'ufficio; sono altresì tenute a comunicare semestralmente l'elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza, con l'indicazione della ragione dell'incarico e dell'ammontare dei compensi corrisposti. Le amministrazioni rendono noti, mediante inserimento nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica, gli elenchi dei propri consulenti indicando l'oggetto, la durata e il compenso dell'incarico nonché l’attestazione dell’avvenuta verifica dell’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Le informazioni relative a consulenze e incarichi comunicate dalle amministrazioni al Dipartimento della funzione pubblica, nonché le informazioni pubblicate dalle stesse nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica ai sensi del presente articolo, sono trasmesse e pubblicate in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta di analizzare e rielaborare, anche a fini statistici, i dati informatici. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l’elenco delle amministrazioni che hanno omesso di trasmettere e pubblicare, in tutto o in parte, le informazioni di cui al terzo periodo del presente comma in formato digitale standard aperto. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l'elenco delle amministrazioni che hanno omesso di effettuare la comunicazione, avente ad oggetto l'elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza”.

[3] D.lgs 104/2010, Art. 30. Azione di condanna

1. L'azione di condanna può essere proposta contestualmente ad altra azione o, nei soli casi di giurisdizione esclusiva e nei casi di cui al presente articolo, anche in via autonoma.

2. Può essere chiesta la condanna al risarcimento del danno ingiusto derivante dall'illegittimo esercizio dell'attività amministrativa o dal mancato esercizio di quella obbligatoria. Nei casi di giurisdizione esclusiva può altresì essere chiesto il risarcimento del danno da lesione di diritti soggettivi. Sussistendo i presupposti previsti dall'articolo 2058 del codice civile, può essere chiesto il risarcimento del danno in forma specifica.

3. La domanda di risarcimento per lesione di interessi legittimi è proposta entro il termine di decadenza di centoventi giorni decorrente dal giorno in cui il fatto si è verificato ovvero dalla conoscenza del provvedimento se il danno deriva direttamente da questo. Nel determinare il risarcimento il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento complessivo delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l'ordinaria diligenza, anche attraverso l'esperimento degli strumenti di tutela previsti.

4. Per il risarcimento dell'eventuale danno che il ricorrente comprovi di aver subito in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento, il termine di cui al comma 3 non decorre fintanto che perdura l'inadempimento. Il termine di cui al comma 3 inizia comunque a decorrere dopo un anno dalla scadenza del termine per provvedere.

5. Nel caso in cui sia stata proposta azione di annullamento la domanda risarcitoria può essere formulata nel corso del giudizio o, comunque, sino a centoventi giorni dal passaggio in giudicato della relativa sentenza.

6. Di ogni domanda di condanna al risarcimento di danni per lesioni di interessi legittimi o, nelle materie di giurisdizione esclusiva, di diritti soggettivi conosce esclusivamente il giudice amministrativo.

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