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La trappola dell’autostima

La trappola dell'autostima
Cesare De Silvestri e Antonella Rainone

Veramente volevamo intitolare questo articoletto "L'idiozia dell'autostima", ma siccome stiamo elaborando un lavoro più accademico sulla discussione e riformulazione delle idee irrazionali (disfunzionali), ci siamo accontentati del termine "trappola". Ma la sostanza non cambia.
Nell'ultimo numero di questa Newsletter, sono infatti comparse due recensioni inopinatamente elogiative di libri che trattano appunto della cosiddetta autostima e la considerano una buonissima cosa, utile e sana, da favorire in tutti quanti e addirittura da insegnare ai pazienti.
Basta però riflettere e ragionare un momento per rendersi conto di come questo concetto abbia un funesto potenziale patogeno in generale; e se uno psicoterapeuta si avventura a incoraggiare l'autostima nei suoi pazienti rischia di divenire un nefasto agente iatrogeno responsabile dei danni che può procurare ai malcapitati.

Io mi stimo, io valgo, io sono qualcuno

A parte il carattere vagamente masturbatorio di queste dichiarazioni (niente di male, naturalmente - la masturbazione è un'ottima abitudine sessuale, specie se non rimane volutamente una pratica esclusivamente autarchica e autoreferenziale), i casi sono tre (quartum non datur).

1. Perché lo dico io

Si tratta di una vanesia presunzione assolutamente gratuita, una specie d'atto di fede dell'individuo, simile alle convinzioni religiose o superstiziose. Cioè, una violenza più o meno consapevole contro la ragione che invece chiederebbe prove prima di credere in qualcosa.

2. Perché sono bello, buono e bravo

Si basa sulle qualità e/o prestazioni dell'individuo, cioè sull'arbitrario e logicamente illecito trasferimento e globalizzazione sull'essere (stabile e immutabile nel tempo sino al momento della morte) del giudizio di valore sull'avere o il fare (che sono invece elementi mutevoli e instabili nel tempo). I tre verbi diversi e la globalità del giudizio dovrebbero già mettere in guardia contro un'operazione così avventata.

3. Perché lo dicono (o lo pensano) gli altri

Si basa sulla supina e acritica accettazione del giudizio che gli altri hanno dell'individuo. Il quale giudizio non può necessariamente consistere se non in una ipergeneralizzazione e globalizzazione assolutamente arbitraria di qualche sua qualità o prestazione e nel trasferimento altrettanto illecito (vedi sopra) sull'essere dell'individuo del giudizio di valore sul suo fare o avere.

Io faccio schifo

Non staremo a sottolineare l'inconsistenza e debolezza della convinzione solipsistica di valore globale al punto 1), la quale - se non ha la struttura di un vero e proprio delirio paranoico di grandezza - comporta l'inevitabile rischio di cadere nell'altrettanto arbitraria e soggettiva convinzione opposta che sarà altrettanto e disastrosamente globale. Ma anche le fragili, fragilissime costruzioni di un'autostima globale ai punti 2) e 3) rischiano ovviamente di crollare altrettanto globalmente e disastrosamente in ogni momento. A invalidarle basta infatti la perdita o la diminuzione di una qualità, un errore di prestazione, o la mutata considerazione da parte degli altri.
In tutti e tre i casi il risultato finale rischia pertanto di esitare in una grave depressione autosvalutativa, con le catastrofiche conseguenze talvolta suicidiarie che ben conosciamo.
Lungi, quindi dall'essere una buona cosa, l'autostima andrebbe invece considerata come un'illusione (se non una vera a propria idiozia) e come una trappola micidiale. Sarebbe molto meglio aiutare piuttosto i nostri pazienti a giudicare soltanto le loro qualità e prestazioni, ad apprezzare l'utilità pratica che queste vengano giudicate bene anche dagli altri, e ad accettare se stessi come limitati e fallibili esseri umani senza cercare di darsi dei voti immaginari per il puro e semplice fatto di essere al mondo.
E se qualcuno vuol saperne di più, vada a leggersi che cosa dicono Ellis e la REBT sull'Unconditional Self-Acceptance (USA). Oppure aspetti il nostro lavoro su questo argomento.
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