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Giovanni Corti Vescovo di Mantova

Brano tratto da:

BRIANZA E BRIANZOLI NEL 1859

Pubblicato dall’associazione “Gli amici della brianza”

Edizioni del Licinium, Erba, 1959.


UN BRIANZOLO VESCOVO A MANTOVA DAL 1847 AL 1868

 

Monsignor Giovanni Villelbrod Corti ([1]) nacque in Pomerio d’Erba nel 1796. Della sua giovinezza si sono raccolti scarsi ricordi. Però è certo che sin da giovane manifeste una profonda vocazione religiosa che coronò col Sacerdozio a ventiquattro anni.

Nel 1828 fu eletto prevosto di Besana Brianza, paese di una certa importanza, specialmente per l’affluenza nei mesi estivi di molte e distinte persone che vi possedevano ville. Tra i frequentatori di questo paese, noto per le sue vedute panoramiche e costellato di ville in parte ormai abbandonate, vi erano anche personalità le quali cercavano la compagnia cortese e piacevole del Prevosto. La fama di questi poteva quindi facilmente giungere nelle alte sfere, raccomandata anche da compiacenti ammiratori del Sacerdote pieno di zelo ed amato dal suo popolo.

Nel 1847, rimasta vacante la sede vescovile di Mantova, S. Maestà l’Imperatore proponeva alla Santa Sede la nomina del Corti che fu accolta.

La sua figura di Pastore emerse a lungo sullo sfondo della vita di quella città, teatro di contrastant! energie e urto di spiriti, di sanguinose rivolte e di iniqui processi che prepararono l’unificazione d’Italia.

La sua biografia deriva appunto il maggior interesse dalla rievocazione dei processi di Mantova. Fu una breve parentesi del suo lungo pontificato, ma tuttavia sufficiente per delineare la figura del Presule che lascio un buon ricordo nella storia tormentata della nostra Patria di quel tempo.

Ebbe la disgrazia di capitare in un periodo sfavorevole alla vita della sua Diocesi, tuttavia seppe affrontarla con tale dignità e fermezza da meritare l’elogio universale.

Il processo per cui vennero condannati a morte col capestro Don Tazzoli, Zambelli, Scarsellini, Canal, Poma, Montanari, Grazioli, Speri e Frattini comincio verso il dicembre 1851 e fini il 19 marzo 1853.

Le condanne erano fondate per lo più su indizi appena intravveduti e subito afferrati dallo zelante auditore, su rivelazioni strappate a qualche inquisito sotto il bastone degli aguzzini o sotto altre pressioni, suggestioni, torture morali o fisiche.

Questi arresti gettarono una profonda costernazione negli animi e la desolazione delle famiglie. Il Vescovo particolarmente sentiva tutto il peso di questa angoscia, ma con esempio vivo e stimolante seppe con dignità e fermezza affrontare la dura prova.

Con energia ed incurante delle voci tremebonde che lo esortavano alla massima prudenza, perorò la causa dei suoi preti condannati, poichè essendo la causa di essi la stessa degli altri prigionieri, era certo che il beneficio che avesse potuto ottenere ai preti era anche fatto agli altri. Ma nulla fu concesso ai primi perche non si voleva usare clemenza con i secondi.

Il Governo era molto irritato contro il Clero mantovano per lo spirito liberale che manifestava la maggioranza di esso. Già nove preti erano pri­gionieri e diversi altri spiati dalla polizia.

La cittadinanza era contristata, il Vescovo prostrato dall’amarissima lotta contro la tetragona caparbietà austriaca e dalla non meno sfibrante incomprensione di Roma. Ma il suo forte animo reagiva e fidando nell’aiuto divino e nelle preghiere dei suoi diletti diocesani, riprendeva dopo ogni prova fallita le   tenue fila delle trattative stroncate, afïrontando con fer­mezza serena nuove difficili prove.

Fidando nell’aiuto che gli poteva venire dal Santo Padre, il 20 luglio 1852 col n. 131 del suo protocollo segreto, Mons. Corti gli indirizzava una supplica per interessarlo ad interporsi per la salvezza dei suoi preti carcerati per motivo politico.

Il Papa, alla amorosa e triste lettera, rispondeva il 2 agosto manifestando la sua profonda amarezza, ma sperava che la reità non fosse tale da meritare la pena di morte. Ad ogni modo assicurava di aver fatto raccomandare a Vienna, per mezzo dei suo Segretario di Stato, che qualunque fosse l’esito dei processo, si usasse il debito rispetto ai sacerdoti.

Questa paterna ed amorevole missiva addolci l’amarezza dei Presule per breve tempo, perche una nuova lettera dei 1° settembre da Roma lo contristo nuovamente per i timori che manifestava nei confronti dei condannati e per le desolanti ingiunzioni. Si comandava infatti chiaramente al Vescovo di eseguire la sconsacrazione di quei preti che fossero stati condannati a morte.

E’ noto il disappunto dell’Imperiale Regio Governo, manifestato apertamente nei confronti dei Vescovo, quando questi si era energicamente rifiutato di sconsacrare don Grioli condannato alla fucilazione. L’Austria fu inflessibile: il Vescovo doveva pagare per quell’atto di aperta disobbedienza al Governo. Fu provocato anche un richiamo da Roma onde il Vescovo fosse ammonito di non rifiutarsi in altri simili casi.

Alle ingiunzioni verbali, talora anche violente dell’autorità militare, Mons. Corti rispondeva che non poteva piegarsi a quella imposizione vergognosa per il suo clero perche non esistevano i titoli prescritti dai canoni.

Gli fu richiesta la nota di tali titoli per i quali un sacerdote non do­veva essere degradato, ed il Vescovo la forni, ma non se ne conobbe mai l’esito.

Quantunque il Presule fosse profondamente angustiato per il timore che si dovesse verificare il disgraziato caso, e paventando le conseguenze della grave ingiunzione fattagli, non gli venne mai meno la forza ed il coraggio di opporvisi.

Lasciata trascorrere qualche settimana affinchè gli animi si calmassero e ripreso nuovo consiglio, Mons. Corti si rivolse nuovamente a Roma notificando anche questa volta, con nuove argomentazioni e con maggior energia, che la pena della sconsacrazione non si poteva applicare ai suoi preti in caso di condanna al capestro. I documenti mostrano come il Vescovo rifuggisse dall’infliggere quella pena che Roma per motivi politici gli imponeva di applicare. Ma poteva il Vescovo non piegarsi agli ordini di Roma?

Verso la fine del mese di settembre del 1852 il Consiglio Militare di Mantova ingiungeva al Vescovo di non allontanarsi dalla sua sede durante la prima metà del prossimo mese di ottobre. L’ingiunzione non lo trovava impreparato: sapeva che cosa gli si chiedeva. Cio nonostante penso di rivolgersi alla clemenza dell’Imperatore, ma mentre studiava la via per raggiungere quell’alta ed impossibile mèta e prendere consiglio, si sparse la voce che l’Imperatore doveva recarsi a Pordenone per visitare quel campo militare. Mons. Corti vi si recò infatti in tempo per avvicinarlo; ma prima di ottenere la sospirata udienza dovette attendere per due giorni.

Parlò all’Imperatore con deferenza, ma soprattutto con grande coraggio e fermezza, sperando che il suo dolore trovasse comprensione. Il Vescovo invocava clemenza per tutti e lo pregava di usarla in nome di Dio, della Chiesa e dell’Umanità. L’Imperatore ascolto visibilmente commosso quella accorata perorazione, ma la risposta fu evasiva. Non si poteva attendere altro da simile colloquio.

Mons. Corti non si diede per vinto e ricorse al generale Benedek, in­fluente nel Consiglio di Guerra e presso il maresciallo Radetzky. Ebbe un colloquio con il primo personaggio, molto animato per la schiettezza del Vescovo, e ritorno a Mantova con la certezza di essersi fatto un amico.

Restava ancora un’ultima carta: quella di Radetzky. Il Presule si rivolse a lui pieno di fiducia. Il maresciallo fu sensibilmente toccato dalla perorazione dei Vescovo e si dice che il duro soldato si commovesse sino alle lacrime, ma la risposta fu nettamente negativa.

Taluni disapprovarono la condotta dei Vescovo ritenendo che egli avviliva la propria dignità, ma la popolazione gliene fu grata. Quei passi erano guidati dalla profonda carità cristiana che animava ogni suo atto ed il suo gesto era un vero tributo d’amore reso agli infelici sui quali pen­de va una nefanda sciagura.

La tristissima mattina del 24 novembre 1852 il Vescovo e tre preti entrarono nel castello di Mantova per procedere, secondo le regole dei Pon­tificale romano, alla sconsacrazione di don Enrico Tazzoli condannato a morte per delitto di alto tradimento.

Il Vescovo non si era risparmiato, aveva fatto di tutto per allontanare dal suo diletto figlio quella terribile condanna ingiusta e smisuratamente sproporzionata alla reità commessa; aveva invocato, pregato, ricorso: la ri­sposta era stata precisa ed inequivocabile. Roma gli aveva ingiunto: ... deposto ogni dubbio, obbedisca.

Il Vescovo non raschiò, secondo le norme, fino al sangue, le dita dello sconsacrando con un vetro, bensi le tocco appena con una lama, poi, invece di respingerlo da sè con un calcio, gli stese la mano e se la strinse al suo petto amorevolmente.

In quanto alla sconsacrazione del parroco don Ottonelli si tenne il medesimo ordine della desolante cerimonia che l’aveva preceduta.

Don Tazzoli, dopo la sofferta umiliazione e dato sfogo al suo dolore, scrisse, con mente calma una nobile lettera al suo Vescovo per manifestargli il suo amore e facendogli dono di una sua ricca stola bianca, che Monsignor Corti depose al collo del Beato Giacomo dei Benfatti nella ricorrenza della prima festa per la sua beatificazione il 28 novembre 1860.

L’impressione in tutta Italia fu enorme, ma soprattutto in Lombardia ed in Piemonte per quelle esecuzioni che lasciarono un profondo solco nell’animo della popolazione. I Comitati d’azione, come eccitati da quelle provocazioni sanguinose raddoppiarono l’attività, meditando e preparando il movimento insurrezionale.

Ma non erano ancora finite le pene del paterno cuore di Mons. Corti perche lo sfortunato moto del 6 febbraio 1853 provocò nuove condanne a morte ed una ripresa di processi a Mantova le cui prigioni rigurgitarono nuovamente di inquisiti politici.

Chiusa questa terrificante pagina sul finire del ’56 l’Austria sentendo nell’aria i prodromi della riscossa iniziava una, politica di blandizie culminata col viaggio dell’Imperatore svoltosi tra la freddezza dei suoi sudditi del Lombardo-Veneto. L’unico ricordo che rimase di quella visita nella nostra regione fu il condono generale del 25 gennaio 1857 concesso ai detenuti politici, la soppressione di tutti i processi politici in corso e lo scioglimento della Corte Speciale di Mantova.

Poco più di due anni dopo l’Austria in conseguenza della pace di Villafranca sgombrava dalla Lombardia salvo che dalle fortezze di Mantova e di Peschiera.

Per Mons. Corti si creo subito una strana situazione che mise nuovamente in luce la sua fermezza ed il suo tatto. Non era infatti facile pensare al mistico gregge dolorosamente diviso da due nemiche frontiere. Tut­tavia non faceva mistero di questa sua angoscia, che manifestava apertamente, conscio della sua altissima missione di difendere e conciliare i diritti dei suoi figli attuandone le aspirazioni patriottiche.

Del resto erano noti a tutti i sentimenti di italianità di Mons. Corti. Il Governo Austriaco sopportava questa aperta manifestazione, ma non mancava, quando gli si presentava l’occasione, di prendersene meschine rivincite. Infatti in occasione di un raduno di Vescovi a Vienna, Mons. Corti veniva fatto segno di ostentata noncuranza ed ostilità appunto per i suoi senti­menti, ed alla richiesta fattagli a Corte, quale fosse la sua bandiera, mostrava la croce pettorale.

Altri episodi si raccontano che illustrano il suo fiero atteggiamento di fervente sostenitore della causa italiana. L’Imperatore d’Austria durante la sua visita a Mantova nei primi di marzo del ’57 distribuiva numerose decorazioni trascurando volutamente il Vescovo. E francamente Mons. Corti ne fu lietissimo.

Nell’ottobre del 1866, ceduto il Veneto alla Francia mediatrice di pace, l’Austria sgombrava anche da Mantova. In una lettera pastorale diretta ai suoi diocesani il Vescovo esprimeva la sua grande gioia per l’atteso evento esprimendo con nobili accenti, sebbene non ce ne fosse bisogno, i suoi sen­timenti d’italiano: «Oggi, noi diocesani, ci stringiamo tutti, dopo una settennale separazione politica da buona porzione della nostra famiglia, in un solo amplesso; apparteniamo tutti alla grande Patria Italiana, portiamo tutti il nostro nome, nome pieno di glorie e di speranze».

Il   Governo Italiano, riconoscendone i meriti, lo premiava nominandolo Senatore del Regno e Commendatore dei S. Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia.

Questa visuale, necessariamente parziale ai fini della nostra affrettata indagine, presenta solo un aspetto del fecondo pontificato di Mons. Corti.

La sua complessa opera come Pastore, esige un più ampio esame che ponga nella giusta luce il suo mistico governo ricco di iniziative e di opere. Ma il discorso dovrebbe superare i limiti impostici dalla presente trattazione per cui, a malincuore, siamo costretti a rinunciarvi.

La sua scomparsa lascio grande rimpianto nel popolo mantovano.

La «Gazzetta» di Milano, il giorno successivo alla sua scomparsa, pubblicava il 13 dicembre 1868 questo necrologio: «Annunciamo con dolore la perdita che oggi ha fatto la Chiesa mantovana dei proprio Vescovo. Nelle Provincie Lombarde e l’unico Prelato che abbia saputo meritarsi l’amore dei suoi diocesani. Sappiamo che non a guari, lo stesso Pio IX ebbe a dire di Corti che era Vescovo di grande mente e di gran cuore; solo gli doleva che si fosse lasciato trascinare nel turbinio della rivoluzione.

«In faccia all’Italia che deve la sua unità, la sua indipendenza ed il principio della sua rigenerazione appunto alla rivoluzione, non si poteva fargli elogio migliore».

Mons. Corti fu soggetto a molte critiche, ma nessuna mai cadde nei sospetto di ritenerlo austriacante o nei riconoscergli un contegno servile nei confronti dell’Austria. Non tento mai di accappararsene la fiducia, come purtroppo fecero altri Presuli lombardi. Fu un Pastore di dottrina irreprensibile, attento alle opere dello zelo pastorale, alla rivendicazione dei diritti veri della sua chiesa, premuroso nella formazione dei suo Clero. Fu un grande Pastore ed una gloria della nostra terra in tutto il senso della parola.

 

Raffaele Bagnoli



[1] Il secondo nome di «Villelbrod» gli era stato dato dal padre in ricordo di una pro­pria giovanile e lunga permanenza in Olanda.

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