CRISTO STORICO: LA VOCE DEGLI STORICI PAGANI


" Non esistono obiezioni "tecniche" contro la veridicità dei vangeli. Tutto quel che riferiscono sin nelle minuzie, trova riscontro preciso e scientifico"  
(M.J. Lagrange (filosofo e matematico) -
école Biblique de Jerusalèm)


Sulla figura storica di Gesù di Nazareth, è molto utile leggere alcune testimonianze denominate EXTRABIBLICHE e cioè testimonianze da parte degli storici pagani o addirittura non credenti quindi NON DI PARTE e quindi affidabili poichè questi storici non hanno avuto nessun motivo personale religioso per parlare di Gesù di Nazareth. Gli unici motivi per cui  ne hanno parlato e perchè o sono degli storici (G. Flavio, P.C. Tacito) o lo hanno fatto per motivi politici o per una questione di ordine sociale (Plinio il giovane), ma parleremo anche di altri storici e fonti non cristiane.
Per ora noi non prenderemo considerazione ne i vangeli e ne gli  scrittori cristiani li prendiamo, giacché questi sono dei «credenti in Cristo» e quindi diciamo sarebbe normale che parlino di Gesù. Vogliamo dar spazio per ora ad autori «neutrali» o, comunque «non cristiani». ogni testimonianza esamineremo: l’autore, il tempo in cui scrive, le affermazioni centrali.


Giuseppe Flavio, figlio di Mattia, nacque tra il 37 e il 38 d.C. . Fu sacerdote a Gerusalemme e all’età di 30 anni circa guidò alcune truppe in rivolta contro l’esercito romano (66 d.C). Dopo quattro anni di guerra che si concluse con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, Giuseppe ottenne di lavorare per i romani svolgendo il compito di storico presso Vespasiano (il futuro imperatore) a Roma. Tra il 75 e il 79 d.C. scrisse un’opera dal titolo “Guerra giudaica” , che costituì un importante riferimento per la storia di Israele in questo periodo descrivendo le tristi gesta belliche alle quali anche lui aveva partecipato.

«Verso quel tempo visse Gesù, uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo. Infatti Egli compiva opere straordinarie; ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la verità. Convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo... Dopo che Pilato, dietro accusa dei nostri capi, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che sin dall’inizio lo avevano amato. Egli apparve loro di nuovo vivo il terzo giorno; già i profeti avevano predetto questo ed avevano annunciate moltissime meraviglie su di lui. Ancora oggi non è scomparso il gruppo dei cristiani che da lui prende nome».

Il testo appena citato, si trova nel libro Antichità Giudaiche (18,63-64). L’autore del libro è un fariseo di nome Giuseppe Flavio, il più grande degli storici ebraici. Egli scrive verso il 90 d.C. Che dire di questa testimonianza? Senza dubbio si tratta di un falso storico. Un autore di storia non può arrivare ad interpretazioni di fede (Egli era il Cristo»; «Egli apparve loro il terzo giorno»; «Già i profeti avevano predetto questo»). Un autore deve limitarsi a narrare dei fatti su cui può offrire una documentazione ed una verificabilità. Che cosa, in realtà è successo? Alcuni cristiani hanno preso un testo di questo autore ebraico e lo hanno allargato con delle affermazioni «di fede».

Fortunatamente noi conosciamo la testimonianza autentica e primitiva di Giuseppe Flavio. E contenuta nella «Storia Universale» del vescovo di Jerapolis Agapio. Eccola:

«In quel tempo ci fu un uomo saggio che era chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto per essere virtuoso. Molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocefisso ed a morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Essi raccontarono che Egli era apparso loro tre giorni dopo la crocefissione e che era vivo. Forse perciò era il messia del quale i profeti hanno raccontato meraviglie».

Questo testo è pienamente affidabile. Racconta con molta semplicità dei fatti, senza sbilanciarsi mai in interpretazioni. Tutto ciò che l’autore narra è verificabile. Per esempio, non afferma: «Gesù è risorto!» ma «Essi raccontarono che egli era apparso loro». Da queste poche righe noi possiamo ricavare questi elementi sicuri: Gesù è esistito; suo contemporaneo è Giovanni (Verso quel tempo» - il riferimento è a Giovanni, ucciso nel Castello di Macheronte da Erode Antipa); era un ebreo che faceva il predicatore.

Fu ucciso da Ponzio Pilato. Da lui sono nati i cristiani.

Dal libro:"Gesù chi sei?", di Ezio Gazzotti. Edizioni Dehoniane Bologna (1995).                             Giuseppe Flavio, figlio di Mattia, nacque tra il 37 e il 38 d.C. . Fu sacerdote a Gerusalemme e all’età di 30 anni circa guidò alcune truppe in rivolta contro l’esercito romano (66 d.C). Dopo quattro anni di guerra che si concluse con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, Giuseppe ottenne di lavorare per i romani svolgendo il compito di storico presso Vespasiano (il futuro imperatore) a Roma. Tra il 75 e il 79 d.C. scrisse alcune opere tra le quali :’ “Guerra giudaica” , e Antichità giudaiche che costituirono un importante riferimento per la storia di Israele in questo periodo descrivendo le tristi gesta belliche alle quali anche lui aveva partecipato e importanti riferimenti a Gesù di Nazareth e alcuni altri  personaggi dei Vangeli..                                                           Riferimento a Giovanni Battista nelle Antichità Giudaiche.

            In Antichità giudaiche, Giuseppe Flavio fa un riferimento in senso elogiativo di Giovanni Battista (cap. 18,116-119), riportando come molti giudei attribuivano la disfatta dell’esercito di Erode al fatto che egli aveva messo a morte il Battista, che quasi tutto il popolo riteneva un vero profeta di Dio.

Ad alcuni dei Giudei sembrò che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Ant. XVIII, 116-119).

            È da notare il parallelo di questo passo dei Giuseppe Flavio con i molti testi dei Vangeli su Giovanni Battista e sulla sua morte.

 

Riferimenti a Gesù nelle Antichità Giudaiche.

             In due altri passi Giuseppe Flavio fa esplicita menzione di Gesù. Vediamo la prima che troviamo al cap. 20, 199-203.

«Il più giovane Anano tuttavia, del quale ho menzionato più sopra la nomina a sommo sacerdote… apparteneva alla setta dei sadducei, i quali, come già s’è notato in antecedenza, nel giudizio erano più duri e spietati di tutti gli altri Giudei. Per gratificare questa sua durezza di cuore, Anano ritenne di aver trovato già ora, che Festo era morto e Albino non era ancora arrivato (si tratta di due procuratori romani: Porcio Festo governò dal 60 al 62 d.C. e Luccio Albino dal 62 al 64 d.C.), un’occasione propizia. Convocò perciò il sinedrio per il procedimento giudiziario e gli pose dinanzi il fratello  (cugino) di Gesù, che è detto il Cristo, di nome Giacomo, nonché alcuni altri, che egli accusò di trasgressione della legge, e li fece lapidare. Ciò però amareggiò anche i più zelanti osservanti della legge, i quali perciò inviarono in segreto ambasciatori al re (Agrippa II,) con la richiesta di invitare Anano – per iscritto – a non permettersi mai più, in futuro, di combinare azioni simili… Alcuni di loro andarono persino incontro ad Albino che era in cammino da Alessandria e lo informarono che Anano non aveva alcun diritto di convocare il sinedrio per procedimenti giudiziari, senza la sua approvazione… Agrippa peraltro, in seguito a ciò, già tre mesi dopo che aveva assunto la carica lo depose. Ma il passo più importante su Gesù di Nazareth l’abbiamo nel cosiddetto “Testimonium Flavianum” (la testimonianza  flaviana)  al cap. 18,63ss.

            Questo testo è stato oggetto di discussione negli ultimi decenni, per il fatto che si ipotizza che in realtà il passo è stato interpolato (cioè, vi sono state aggiunte delle espressioni) ad opera di un cristiano dopo la redazione originaria di Giuseppe Flavio. Oggi, sussistono 3 posizioni sull’autenticità del Testimonium Flavianum:

1)      il testo è originale e autentico così come ci è stato tramandato da più fonti

2)      il testo è stato interpolato successivamente da un autore cristiano

3)      il testo è stato rielaborato successivamente da un autore cristiano partendo da un racconto originario di Giuseppe FlavioVedremo di seguito queste 3 ipotesi illustrando quali siano gli elementi a favore per ogni posizione, anche se dobbiamo subito dire che tutti gli studiosi affermano all’unanimità che certamente il testo cita Gesù di Nazareth come personaggio storico, e questo a noi basterebbe ai fini dello studio che stiamo facendo, ovvero quello di provare come Gesù sia effettivamente esistito.        

            Infatti, nella peggiore delle ipotesi, Giuseppe Flavio attesta di sicuro le seguenti notizie storiche su Gesù: egli insegnò, fu seguito da molti, venne crocifisso, i credenti in lui continuano ad esserci anche dopo la sua morte. Ma oltre alle 3 posizioni degli storici di cui si diceva prima, vedremo come certi studiosi hanno ricostruito il testo in una forma originaria avversa a Gesù e altri in una forma originaria neutrale nei confronti di Gesù.

            (Nella riflessione su questo testo seguiremo in linee generali il manuale Theissen – Merz, Il Gesù storico, Queriniana, Brescia 1999. )

            Infine, vedremo come una importantissima scoperta degli ultimi decenni sembra aver sciolto definitivamente i nodi sull’autenticità del passo in questione.   Intanto vediamo il testo così come è presente in tutti i manoscritti antichi del Testimonium Flavianum, così come ci sono pervenuti.

            «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci.

            Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»                              L’ipotesi di autenticità.      

            Sono pochi i sostenitori di questa ipotesi, anche se si tratta di storici di grande importanza come von Ranke e von Harnack. Tranne la parte «apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie» che sembra un’aggiunta successiva di un autore cristiano, il Testimonium Flavianum è sostanzialmente autentico e quindi avrebbe la seguente forma :

 

            «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci.  Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»

            A favore di questa ipotesi di autenticità ci sono, in effetti, molte ragioni tra le quali riportiamo le seguenti:

1)      Le espressioni « uomo saggio » e « opere straordinarie » sono tipiche di Flavio Giuseppe e difficilmente sarebbero attribuibili ad un cristiano

2)      Anche « con piacere accolgono la verità » è tipica di Flavio Giuseppe, mentre non la userebbe un cristiano, in quanto piacere ha un’accezione negativa nel cristianesimo.

3)      L’affermazione « convinse molti Giudei e Greci» sembra rispecchiare la realtà proprio di Roma dove viveva Flavio Giuseppe e dove molti giudei e pagani avevano abbracciato la fede in Cristo; mentre non è riconducibile a fonti cristiane. 

4)      il testo sembra porre l’accento soprattutto sull’esecuzione ad opera di Pilato tipica di chi conosce le condizioni giuridiche della Giudea; mentre un cristiano avrebbe dato la colpa della crocifissione di Gesù soprattutto ai giudei e non al procuratore romano.

5)      Il fatto che i cristiani vengano designati come tribù dimostra il tono dispregiativo che un cristiano non avrebbe mai usato, mentre è perfettamente attribuibile a un giudeo come Flavio Giuseppe.

L’ipotesi dell’interpolazione.

            Gli studiosi che sostengono che il Testimonium Flavianum  abbia subito delle aggiunte, portano come prova i seguenti punti:

1)      Il periodo di governo di Ponzio Pilato è presentato da Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche sempre come una successione di ribellioni, mentre il termine stesso “ribellione” non appare nel testo in oggetto;

2)      Il testo non è citato da nessun padre della Chiesa in senso apologetico nei secoli II e III, soprattutto perché non veniva detto, nella redazione originaria, che Gesù « era il Cristo » , ma questa espressione è stata aggiunta in seguito.

3)      Le 3 espressioni tipiche di un cristiano e non di un ebreo come lo era Giuseppe Flavio, e quindi frutto di un interpolazione posteriore, sono:

      «ammesso che lo si possa chiamare uomo» , che tradisce una fede nella divinità di Cristo da parte di chi scrive (cosa che non poteva essere per Giuseppe Flavio);

      «questi era il Cristo», anche questa espressione è chiaramente tipica di chi crede che Gesù è il Cristo, cioè il Messia;

      « apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie», anche questa è un’affermazione  di un cristiano.

      Mi permetto, però, di obiettare una cosa a queste ragioni sulla non autenticità. Se probabilmente non vi era la frase «questi era il Cristo», credo che si può pensare che la forma originaria di Giuseppe Flavio poteva essere:  «Questi era detto il Cristo» oppure «Questi era creduto il Cristo dai suoi discepoli», e questo perché, come si può vedere, il Testimonium Flavianum si conclude con la frase «continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome»  (che da tutti gli studiosi è considerata autentica); inoltre anche nel passo di Antichità Giudaiche cap. 20, 199-203 Flavio Giuseppe dice di Gesù «che é detto il Cristo»; e inoltre non credo che lo storico ebreo abbia avuto difficoltà a capire che dal momento che i suoi seguaci erano chiamati cristiani, egli sicuramente «era detto il Cristo».

 

Ipotesi della rielaborazione

È un’ipotesi che cerca di trovare una via di mezzo tra l’interpolazione e l’autenticità del Testamentum, sostenuta soprattutto da J.P. Meier alla luce anche di alcune scoperte che si sono fatte recentemente. Secondo questa posizione, il Testamentum che ci è stato tramandato è il risultato di una rielaborazione fatta a partire dal racconto originario di Giuseppe che ha apportato poche modifiche. Secondo questo studioso, il testo originale uscito dalla penna dello storico ebreo doveva essere il seguente.

«In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere ricevono la verità:  e attirò a sé  molti  discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un accusa  fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannò alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino ad oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere»

 

Una recente scoperta getta luce sul testo originale del Testamentum Flavium

 

      Nel 1972 Shlomo Pinès, (1908 – 1990), professore  all’Università di Gerusalemme, sostenne che il Testamentum Flavianum è sostanzialmente autentico proprio nella versione in cui l’abbiamo conosciuto dalle fonti antiche,  e che ci sono state soltanto delle piccole variazioni.             Pinès si basa su un testo in arabo del Testamentum che si ritrova nella Kitab Al-Unwan  (Storia universale), un’opera di Agapio di Ierapoli (Siria) del X sec., vescovo e storico cristiano, che  riporta il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma:

 

Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei:

In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie

            Questo testo sembra aver messo tutti d’accordo circa la forma originaria, in quanto, sebbene riportato da un vescovo cristiano, non appare modificato o rielaborato secondo una prospettiva cristiana, ma può benissimo essere stato scritto dallo stesso Flavio Giuseppe, o comunque, se non è proprio la versione originale, almeno appare molto vicina ad essa.

            Se il vescovo lo avesse modificato non avrebbe sminuito la figura di Gesù con l’espressione del tipo “egli forse era il Messia”. In questa versione appare chiaro come Giuseppe Flavio riporta le qualità di Gesù non come sue affermazioni, ma come veniva definito e riportato da altri (i discepoli di Gesù). Attribuisce la resurrezione di Gesù non come a una propria fede, ma a ciò che raccontavano, appunto, i suoi discepoli.

 

 Conclusione su Giuseppe Flavio.

In breve, per concludere,  come abbiamo precedentemente scritto, quello che a noi interessa non è tanto se Giuseppe Flavio credeva o meno alla messianicità o alla divinità di Gesù, e se egli era divenuto cristiano o meno, ma ai fini di dimostrare la storicità di Gesù constatiamo che certamente Giuseppe parla di Gesù come un personaggio storico realmente esistito così come Pilato, Giacomo, Giovanni Battista.                                                                                                                                                                     Ecco cosa racconta il TALMUD un testo EBRAICO E QUINDI NON CRISTIANO a proposito di GESU' DI NAZARETH:             COPYRIGHT BY GIUSEPPE SPINELLA

Il Talmud di Babilonia (100 D.C.)

***

«Ci viene raccontato che, alla vigilia della Pasqua, venne appeso Gesù di Nazareth. Un messaggero andò per le strade e le piazze, per 40 giorni, gridando: Gesù sta per essere lapidato perché ha praticate le arti magiche, ha sobillato e fatto deviare il popolo di Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa si presenti e lo difenda in tribunale! Non venne trovata per lui nessuna discolpa. Per questo lo appesero alla vigilia della Pasqua. Il grande maestro Ulla dice: Credi tu che Gesù sia stato uno da difendere? No, fu uno che conduceva il popolo ad adorare gli idoli. Di lui Dio misericordioso ha detto: Tu non devi avere misericordia e giustificare la sua colpa! »

Queste righe sono contenute nel Talmud di Babilonia, scritto verso il 100 d.C.

Questo libro è una antologia di detti dei rabbini. Ha una notevole importanza per gli Ebrei. Contiene l'interpretazione della Bibbia. Che dire della sua attendibilità, su questo punto? E un testo che «va preso con le pinze». Intanto contiene una contraddizione: prima si dice che Gesù fu appeso (= fu crocefisso ad un legno) e poi che fu lapidato (= ucciso a colpi di sassi). Inoltre si sente molto bene il pregiudizio dei Sadducei e dei Rabbini. Essi tendono a dire: — Su Gesù c’è stato un processo regolare, durato 40 giorni. Gli è stata data la possibilità di difendersi. Nessuno ha voluto discolparlo. Egli era veramente uno che faceva deviare Israele dalla autentica fede. Per altri aspetti, il testo è preciso. Dà per scontate queste affermazioni: Gesù è esistito; era un maestro ed un guaritore (ha praticato le arti magiche»); ha avuto dei discepoli. Soprattutto contiene una notizia estremamente circostanziata; «Lo appesero alla vigilia della Pasqua».

Dal libro:"Gesù chi sei?", di Ezio Gazzotti. Edizioni Dehoniane Bologna (1995)                                      

          

P. Cornelio Tacito (54/55-120 DC: fu uno dei più grandi storici della Roma antica. Scrisse infatti due opere a carattere storico:  Historiae (105-110 d.C.) e Annales (116-117 d.C.). In quest’ultima, tratta del periodo che va da Augusto (14 d.C.) fino a Nerone (68 d.C.) Nell’analizzare l’operato dell’imperatore Nerone fu molto critico verso di lui, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo periodo del suo regno. Parlando della sua folle condotta come imperatore spietato, Tacito parla anche della persecuzione verso i cristiani (Annales 15,44,2-5).      

            Tra le altre cose, Tacito non esita ad attribuire a Nerone la colpa di aver incendiato Roma il 16 luglio del 64 d.C. , dicendo espressamente che fu ordinato di dare fuoco alla città (Annales 15,38). E qui che Tacito parla dei Cristiani e di Cristo. Infatti, Nerone incolpò proprio la ‘setta’ dei Cristiani per fugare le voci che invece lo accusavo come il vero colpevole dell’incendio dell’Urbe.

Le notizie biografiche in nostro possesso su questo storico sono abbastanza scarse. Siamo incerti persino sul prenome: Gaius (come voleva Sidonio Apollinare, nel V secolo) oppure Publius (come invece attesta l'autorevole codice Mediceus I).

Diverse informazioni si possono desumere dall’epistolario con Plinio il Giovane, che gli fu amico, benché avesse qualche anno di meno (adulescentulus, cum iam tu fama gloriaque floreres, “quando io ero un ragazzo, mentre tu eri già all’apice della fama e dell’onore”, epistulae VII, 20, 4); altri indizi emergono poi da alcuni passi dell’Agricola, del Dialogus de oratoribus ed infine delle Historiae. La data di nascita viene fissata usualmente tra il 55 e il 58 D.C., mentre per il luogo si fanno diverse ipotesi: l’Italia transpadana, data la diffusione in quel territorio del nomen e del cognomen, Cornelius Tacitus; la Gallia Narbonense, da dove proveniva il suocero Agricola, nativo di Forum Iulii (oggi Fréjus ); oppure Terni, visto che l’imperatore M. Claudio Tacito, originario di questa città, vantava – non sappiamo quanto a buon diritto - la presenza dello storico tra i suoi avi. Neppure la sua provenienza sociale è conosciuta, ma il carattere degli studi intrapresi dallo storico – forse fu allievo di Quintiliano – e la rapidità della sua carriera politica fanno pensare quasi sicuramente ad una famiglia abbastanza agiata.

Poiché Tacito apparteneva - stando a queste ipotesi - a famiglia patrizia, senatoria o equestre, non meraviglia dunque che fosse educato a Roma nelle scuole dei migliori maestri dell'epoca (Marco Apro, Giulio Secondo e probabilmente Quintiliano, come accennato), come mostrano alcune allusioni di Plinio il Giovane e soprattutto come documentano le sue opere, specialmente il Dialogus. Tacito nel volgere di pochi anni divenne estremamente rinomato come avvocato competente e buon letterato e, iniziata la carriera politica, la percorse con relativa rapidità, grazie anche all'influenza del grande generale Giulio Agricola di cui nel 77 sposò la figlia quattordicenne (Agricola IX: Consul egregiae tum spei filiam iuveni mihi Agricola despondit ac post consulatum collocavit : “Agricola, mentre era console, promise a me giovane sua figlia che già allora faceva bene sperare di sé, e dopo il consolato me la diede in sposa” ).

E’ lo stesso Tacito, nel proemio delle Historiae, a fornirci qualche notizia della sua carriera, “iniziata sotto Vespasiano, accresciuta sotto Tito, proseguita sotto Domiziano”. Fu tribunus militum nel 76 o 77, quaestor nel 79, praetor nell'88. Nello stesso anno 88 fu eletto nel collegio sacerdotale dei quindecemviri sacris faciundis (deputati alla custodia dei libri Sibillini, ai culti di origine straniera, alla celebrazione dei Ludi Saeculares). Questa elezione rivela senza dubbio la grande stima di cui Tacito godeva presso il senato e presso il popolo, non per i favori del suocero - come si può intuire - ma grazie alle sue personali doti di magistrato e di oratore: potevano fregiarsene, infatti, solo magistrati già anziani. Dopo la pretura, Tacito dovette ottenere un incarico amministrativo o militare nella Germania o nella Gallia Belgica. Lontano da Roma per alcuni anni, vi tornò nel 93, dopo la morte improvvisa - per avvelenamento, come sostenuto nella Vita di Agricola - del suocero, la cui brillante carriera pare avesse provocato l’invidia di Domiziano.

L'ascesa di Nerva al trono imperiale migliorò la situazione: lo storico dice finalmente di provare la sensazione che “gli ritorni il respiro”, così che poté riprendere la carriera politica raggiungendo il consolato nel 97. Allora, quando prese a godere di una discreta tranquillità, cominciò a comporre i suoi capolavori, senza tuttavia interrompere la sua attività di magistrato e di facondo oratore: nel 100, affiancato da Plinio il Giovane, svolse il ruolo di accusatore nel procedimento per malversazione contro il proconsole d’Africa Mario Prisco. Nel 112 o 113 fu inviato da Traiano insieme a Plinio il Giovane in Asia in qualità di proconsole (come ci risulta da un’iscrizione). Dopo tale data, però, non possediamo più alcuna notizia sicura. Possiamo tuttavia congetturare che lo storico abbia trovato la morte verso la fine del principato di Traiano (98-117), oppure all’inizio di quello di Adriano (117-138).

Gli Annali di Tacito (verso il 110 D.C.)

***

«Né interventi umani né regali da parte dell’imperatore né sacrifici agli dei riuscirono a soffocare la voce popolare che l’incendio della città fosse stato comandato. Allora, per mettere a tacere ogni diceria, Nerone addossò la colpa di tutto ai cristiani. Li condannò ai supplizi più raffinati visto che si erano resi odiosi per i loro delitti. I cristiani prendevano nome da Cristo che era stato crocefisso ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l’impero di Tiberio. Quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, stava riprendendo forza non solo in Giudea, origine di quel male, ma anche in Roma dove confluiscono tutte le nefandezze e vergogne»

Il testo è preso dagli Annali (14,44,2-5) di Tacito.

Costui è uno dei più grandi storici latini. E un pagano convinto e — come appare dalle affermazioni — non ha particolari simpatie verso i cristiani. Sta parlando dell’incendio che devastò Roma, nel luglio del 64 d.C.

Dice che l’imperatore Nerone addossò ogni responsabilità sui cristiani. Dedica due righe a Gesù: «Essi (= i cristiani) prendevano nome da Cristo, che era stato crocefisso ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l’impero di Tiberio». Le sue indicazioni sono precise e circostanziate.

Dal libro:"Gesù chi sei?", di Ezio Gazzotti. Edizioni Dehoniane Bologna 1995                                         Per dovere di cronaca e fenomenologia riporto qui la versione di Tacito sull'incendio di Roma in Italiano e l'originale in latino:         

I Cristiani e l'incendio di Roma

 

Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell'imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell'incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l'impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d'origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d'atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole un gran numero di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne. Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benchè le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l'estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per sadismo di un solo uomo.

 

Testo originale

 

Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit quos per flagitia inuisos uulgus Christianos appellabat. Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque. Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis conuicti sunt. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur. Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi uel curriculo insistens. Vnde quamquam aduersus sontis et nouissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica sed in saeuitiam unius absumerentur.

Tacito Annales Liber XV,44  


 

Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane, (61-113 d.C.), nipote di Plinio il Vecchio (zio materno) nel 111 fu nominato dall’imperatore Traiano legatus in Bitinia. L’opera nella quale parla di Cristo è la raccolta di 10 Epistole. È nella decima Epistola (X,96), inviata all’imperatore Traiano, che Plinio chiede direttive su come comportarsi con i Cristiani. Scrupoloso e devoto com’era verso Traiano, gli chiese consigli sul da farsi e gli sottopose una serie di questioni, dinanzi alle quali il principe dovette forse anche provare un certo fastidio.


PLINIO IL GIOVANE
(61-120 circa)

Senatore e avvocato, verso il 111 d.C. fu inviato con poteri di governatore nella provincia della Bitinia e del Ponto. Lì alcuni cristiani denunciati avevano confessato di non essere più cristiani da molto tempo e avevano raccontato a Plinio la miseria della loro fede precedente: “…che erano soliti radunarsi in un giorno prestabilito prima dell’alba, e inneggiare a cosi alterni a Cristo come a loro Dio e che si erano impegnati con giuramento a non commettere alcun delitto, bensì a evitare il furto, il brigantaggio, l’adulterio, l’infedeltà e l’appropriazione di un bene affidato.”

Plinio scrive all'Imperatore Traiano:

“E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza?
Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome.

Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi.

Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo.

Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata.

Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma” (Epist. X, 96, 1-9)

Segue la risposta dell’imperatore Traiano:

“Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi” (Epist. X,97)                                                                 BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA                                                           

  • Gesù chi sei?", di Ezio Gazzotti. Edizioni 1995                                                                P.C. Tacito, Annales                                                                                           G.Flavio, Antichità giudaiche                                                                           G. Flavio, Guerre giudaiche                                                                              Plinio il Giovane, Epistolae                                                                                www.gesustorico.it  copyright  by Giuseppe Spinella                                     http://www.mariadinazareth.it/www2005/Cristo%20Storico/Indice.htm    --------------------------------------------------------------------------------------------------       ALTRI SCRITTORI NON CRISTIANI.                                  

    SVETONIO

     

    Caio Svetonio Tranquillo (70-126 d.C.), proveniente dall’ordine equestre, ebbe come mecenate Plinio il Giovane che gli diede accesso a tutti gli archivi e ricoprì alte cariche ufficiali. Scrisse le biografie degli imperatori (De Vita Caesarum), in otto volumi, pubblicate tra gli anni 117 e 122.

                 Il primo riferimento a Cristo che abbiamo nelle opere di Svetonio è la seguente tratta dalla Vita di Claudio (23,4) , a proposito dell’editto di Claudio sui Giudei di Roma:

                “Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine”.

                Questa espulsione avvenne probabilmente nel 49 d.C. ed è confermata perfettamente anche dagli Atti degli Apostoli (18,2):

                “Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei.

                E’ da notare come Svetonio usa l’appellativo ‘Cresto’ intendendo il termine greco ‘Christòs’ (=Messia); infatti, anche Tacito chiama i seguaci di Gesù con il nome di cristiani (vedi anche Tertulliano, Apolog., 3).

                Svetonio parlerà ancora dei cristiani nella Vita di Nerone scrivendo che l’imperatore  “Sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica” , Vita Neronis  (16,2).

                                                                                    Il nome di Cristo (Christos) poteva essere confuso da Svetonio con quello di Cresto (Chrestos), perché la pronuncia di entrambi i nomi era uguale e la grafia interscambiabile nella koiné, cioè nel greco universale parlato in tutto l'impero. Questo benché nella lettera di Plinio il Giovane a Traiano la dicitura sia esatta. (At 11,26 sostiene che il nome ha avuto origine in Antiochia). La critica ateistica ha creduto di ravvisare in questo "Cresto" un personaggio reale, diverso dal Cristo, per cui il passo di Svetonio non servirebbe affatto a dimostrare l'esistenza di Gesù. In effetti, tale nome era comunissimo tra gli schiavi e i liberti, o comunque tra gli immigrati asiatici. Si trova citato almeno 80 volte nelle iscrizioni latine di Roma.

    Assolutamente da escludere è che il termine "cristiani" sia stato coniato dalle stesse autorità romane -come vuole Tertulliano- nella discussione del Senato seguita alla proposta dell'imperatore Tiberio di legalizzare il cristianesimo (cfr Apologetico, V,2). Quel dibattito -nel 35!- non c'è mai stato.

    Né ha senso pensare che il nome di Cristo sia stato modificato da un copista cristiano per togliere il sospetto che i cristiani fossero coinvolti in quei tumulti. Oppure che i cristiani usassero il nome di Cresto per non essere riconosciuti come tali e sfuggire quindi alle persecuzioni. Come che sia, resta senza dubbio curioso un errore del genere da parte di uno storico amico di Plinio il Giovane, filologo e avvocato, uno dei collaboratori più stretti di Traiano, capo dell'ufficio-studi sotto Adriano, prefetto delle biblioteche e perfetto conoscitore del greco.

    Lo storico Dione Cassio afferma che gli ebrei a Roma erano così numerosi che non si poteva cacciarli senza provocare tumulti, sicché Claudio si limitò a proibire le loro riunioni (Storia romana 59,6). Ma difficilmente le popolazioni pagane prendevano le difese degli ebrei quando questi venivano perseguitati o esiliati o espulsi definitivamente. E' però vero che l'editto di Claudio ebbe scarsi risultati, anche perché, nel complesso, la sua politica nei confronti dei giudei fu tollerante. I Druidi celtici o gli astrologi orientali subirono, in questo periodo, ben altra sorte.                                                


  • Bibliografia                                                                               http://www.mariadinazareth.it/www2005/Cristo%20Storico/Svetonio.htm 

    Mara bar Sarapion

               Mara bar Sarapion era un filosofo stoico siriano, originario di Samosata, del I sec. d.C. Fu incarcerato dai romani e dalla prigionia scrisse una lettera al figlio Serapion. Riportata da un manoscritto del VII sec. conservato al British Museum, questa lettera risale al 73 d.C. e riporta ammonizioni ed esortazioni che Mara invia al figlio Serapion. Egli raccomanda al figlio di perseguire la sapienza nella sua vita, anche se questo comporta andare incontro a persecuzioni e calunnie, così come è accaduto in passato ad a numerosi personaggi della storia e come sta avvenendo per lui stesso, presagendo una sua possibile condanna a morte ad opera dei romani. E Mara cita Socrate, Pitagora e il “saggio Re dei Giudei” tradito dal proprio popolo e condannato a morte. Non fa il nome di Gesù, ma il saggio re dei Giudei è proprio identificabile con Cristo; non si riscontra, infatti, nessun re dei giudei che fu ucciso dagli stessi giudei, se non Gesù Cristo che fu accusato di essersi proclamato re (sulla croce fu posta la scritta “I.N.R.I.”, ovvero “Gesù Nazareno Re dei Giudei”).

                Il testo di Mara bar Serapion è il seguente:

                «Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dall’aver ucciso Socrate, un fatto che dovettero pagare con la carestia e con la peste? O gli abitanti di Samo per aver bruciato Pitagora, visto che in un istante tutto il loro paese fu ingoiato dalla sabbia? O i Giudei per l’esecuzione del loro saggio re, visto che da quel tempo fu loro sottratto il regno?

                Giustamente infatti Dio vendicò questi tre saggi: gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samo furono sommersi dal mare, i Giudei eliminati e cacciati dal loro regno, vivono tutti nella diaspora. Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, grazie alla statua di Hera, né il saggio re, grazie al nuovo insegnamento che aveva impartito»

                La ‘punizione divina’ a cui allude Mara è la guerra tra giudei e romani svoltasi dal 66 al 74 d.C.  che si concluse con la distruzione del tempio e la diaspora dei giudei fuori da Israele. L’autore sembra conoscere il cristianesimo primitivo siriano, soprattutto perché in questo ambiente storico sorse il Vangelo di Matteo nel quale possiamo rilevare elementi simili a quelli della lettera di Mara, come ad esempio Mt. 2,1ss dove i saggi cercano il neonato “re dei Giudei”), oppure i racconti della passione dove Gesù entra a Gerusalemme acclamato come re, gli oltraggi che poi subì, la domanda di Pilato “Sei tu il Re dei Giudei?”  in Mt. 27,11, e la scritta sulla croce “Questi è Gesù, il re dei Giudei”; e in particolare la distruzione di Gerusalemme che nel vangelo di Matteo è vista come punizione per aver condannato a morte Gesù.

                Si rileva inoltre che ciò che di Gesù affascinò i filosofi pagani (in particolare gli stoici) fu soprattutto il suo insegnamento ,“le nuove leggi”  che il re dei Giudei diede al suo popolo, in quanto lo chiama “il saggio re”.

                Ai fini storici, il documento di Mara è importante perché il saggio re dei Giudei (Gesù) è considerato un personaggio storico così come Socrate e Pitagora.

    http://www.gesustorico.it/htm/fontinocrist/mara.asp                                                         
  • Petronio e Caritone di Afrodisia
  • Petronio era consigliere di stile di Nerone; cadde in disgrazia nel 65 e fu costretto al suicidio, come vari Stoici perseguitati dal tiranno, le cui morti esemplari Petronio parodiò con la propria. Era infatti maestro di parodia, di cui riempì il Satyricon, scritto in quel 64 che vide la prima persecuzione: Nerone fece ricadere la colpa dell'incendio di Roma sui Cristiani, già invisi al popolino per i loro presunti crimini, infanticidio e incesto, derivati dal fraintendimento dell'eucaristia e dell'usanza cristiana di chiamarsi «fratelli».

    I Cristiani, già numerosi a Roma, furono uccisi in modo spettacolare, destando commiserazione anche tra i pagani, secondo Tacito. Petronio allora affiancava Nerone e stava scrivendo il suo romanzo, il Satyricon, in cui allude chiaramente all'incendio.

    E sembra alludere anche ad episodi evangelici e ai Cristiani, che non poteva non conoscere.
     

    1) L'unzione di Betania sembra parodiata ove il parvenu Trimalcione, in un con testo conviviale, prende del nardo e ne cosparge i convitati in prefigurazione del suo uso funebre sul suo corpo alla sepoltura. Similmente, Gesù ci dice che la donna che lo ha cosparso di nardo ha preparato il suo corpo alla sepoltura. I due passi sono gli unici in tutta l'antichità in cui il nardo è usato in un contesto conviviale in prefigurazione del suo uso funebre. Inoltre, Trimalcione per una predizione è convinto di avere ancora molti anni da vivere: perché insiste sulla sua morte come imminente? Con un riferimento al Vangelo si spiegherebbe.

    2) II canto del gallo che denuncia il tradimento di Pietro e annunzia il giorno della morte di Gesù sembra parodiato nella scena in cui il canto di un gallo, nel mondo classico sempre considerato segno positivo, è invece ritenuto annuncio di una sciagura mortale - unico caso in tutta la letteratura classica insieme al Vangelo - e il gallo è detto index, denunciatore.

    3) L'Eucaristia è parodiata ove il protagonista si finge possessore di un bene prezioso che lascerà a quanti taglieranno il suo corpo in parti e ne mangeranno al cospetto di tutti. Analogamente, i Cristiani sin dalle origini mangiavano con l'Eucaristia il corpo di Cristo frazionando il pane in parti al cospetto della comunità, per entrare in possesso dell'eredità più preziosa, la vita eterna donata da Cristo.

    4) La crocifissione e la resurrezione sembrano parodiate ove tre uomini sono crocifissi da un governatore di provincia e i loro cadaveri, come quello di Gesù, sono custoditi dai soldati perché nessuno li trafughi. Ma il terzo giorno uno è portato via e sostituito con un altro, al che Petronio deride i creduloni ammirati davanti all'improvvisa rianimazione di un defunto. Le vicinanze con i Vangeli sono impressionanti. Il romanzo contiene anche una chiara parodia del Giudizio di Salomone. e il nome di Trimalcione, durante la cui cena avvengono tre degli episodi descritti, è semitico: «tre volte re», «re per eccellenza».

    Anche lo scrittore greco Caritone di Afrodisia sembra avere scritto il suo Romanzo di Calliroe poco dopo la metà del I sec.: l'ultimo suo editore, B. Reardon, come C. Thiede, data il romanzo non dopo il 62, quando lo stoico Persio lo cita alla fine della sua satira I: «Dopo pranzo ti do la Calliroe».

    Afrodisia, in Caria, era vicina a zone di antica evangelizzazione, il che rende possibile una conoscenza del cristianesimo, che alcune scene del romanzo sembrano presupporre. Colpiscono quelle della crocifissione di Cherea e della morte apparente di Calliroe.

    Cherea è condannato da un governatore, porta la sua croce, non si ribella né accusa nessuno, e dalla croce è poi invitato a discendere con l'identica forma verbale greca usata anche per Gesù. Il terzo giorno dalla presunta morte della giovane protagonista Calliroe, Cherea giunge alla tomba all'alba, con libagioni, ma trova le pietre rotolate via dall'ingresso e prova smarrimento (aporia), lo stesso termine usato da Luca per le pie donne al sepolcro, come pure l'incredulità di fronte al fatto paradossale è anche nei Vangeli.

    La Fama, come nunzio (aggelos), vola a dare notizia; tutti accorrono ma Cherea non osa entrare prima del padre di Calliroe, come Giovanni, che nel Vangelo non entra nel sepolcro prima di Pietro; la tomba è incredibilmente vuota e, mentre alcuni parlano di trafugamento, Cherea proclama la divinizzazione e assunzione in cielo della fanciulla.

    Inoltre, il riconoscimento finale di Calliroe, tornata in vita, avviene grazie alla voce, come quello di Gesù da parte della Maddalena.

    Altre affinità di pensiero con il cristianesimo sono interessanti: il valore della castità, della vita, la dignità degli schiavi, etc. Petronio e Caritone alludono anche al trafugamento di cadavere, di cui erano accusati i Cristiani nei primi decenni, come attesta Mt 28. A questa accusa sembra connesso ]'Editto di Nazareth, in cui l'imperatore (Nerone) commina la morte ai profanatori di tombe, una colpa usualmente punita solo con una multa: l'editto è probabilmente rivolto contro i Cristiani, tanto più se si intende che i trasgressori sarebbero stati sottoposti «ad un processo relativo alla religione per un culto reso a un essere umano»: ciò si adatta al cristianesimo, che dal 35 era fuori legge per un senatoconsulto sotto Tiberio, che tuttavia aveva posto il veto alle accuse anticristiane, impedendo una persecuzione che scoppiò solo nel 64 per volere di Nerone e di cui Petronio era al corrente.

      

    ADRIANO

    Publio Adriano fu imperatore dal 117 al 138 d.C. Dopo Tiberio, possiamo dire che fu il primo imperatore clemente nei confronti dei cristiani, come si può vedere da una lettera di risposta a Minucio Fundano, proconsole d'Asia, e che ci è pervenuta in greco sia attraverso Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, IV, 9) che tramite Giustino (I Apol. 68).

               In questa lettera, Adriano stabilisce che la sola prova di appartenere al gruppo dei cristiani non costituiva più, d'ora innanzi, elemento di reato per cui eseguire una condanna. Inoltre, l'imperatore decideva che dovevano essere gli accusatori dei cristiani a provare le presunte accuse contro di essi, e se non riuscivano a provare la fondatezza delle proprie accuse potevano incorrere in gravissime pene:

    "Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’ infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo".

                  C'è anche da segnalare che, secondo la biografia di Alessandro Severo (S.H.A., Sev. Alex., 29,2), Adriano avrebbe pensato alla collocazione di una statua di Cristo nel Pantheon di Roma.

             In una successiva lettera del 133 d.C. al console Serviano sono citati Cristo e i Cristiani.

     

    Celso

     

    Celso, filosofo del II secolo d.C. , scrisse un’opera contro i Cristiani dal titolo  Discorso veritiero. Non ci è pervenuta quest’opera, ma sappiamo della sua esistenza e conosciamo alcune sue parti grazie al testo di Origene Contra Celsum, scritto intorno nel 248 d.C., dove lo scrittore cristiano confuta le argomentazioni di Celso.

    Celso riporta i seguenti giudizi che attinse dai pregiudizi giudei contro i cristiani e contro Gesù Cristo.

    “Essendo la sua famiglia povera, Gesù fu mandato in Egitto a cercare lavoro; e quando arrivò lì, egli acquisì certi poteri magici che gli egizi si vantavano di possedere; quindi ritornato fiero per i poteri che acquisì, per tali poteri si proclamò Dio da se stesso. “  (Contra Celsum, I, 32)

    “Gesù si circondò di 10 o 11 uomini scellerati, i peggiori dei pubblicani e dei pescatori; e con questi se ne andava di qua e di là, in modo vergognoso e meschinamente raccoglieva provviste” (Contra Celsum, I,62)

    Riportiamo il commento all’opera di Celso che ne fa Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo (par. 195).

    Celso, poco prima del 180, pubblicò il suo Discorso veritiero, con cui assale in minor parte Gesù e in maggior parte i cristiani. Egli tiene a far rilevare che in precedenza si è informato bene del suo argo­mento, giacché ripete fiduciosamente rivolto ai cristiani: “Io so tutto (sul conto vostro)!”; ha infatti letto i vangeli, e li cita nel suo discorso attribuendoli regolarmente ai discepoli di Gesù. Ciò nonostante egli accetta dai vangeli solo i fatti che corrispondono alle sue mire polemiche, quali le debolezze della natura umana di Gesù, il lamento della sua agonia, la sua morte in croce, ecc., che sarebbero a parer suo tutte cose indecorose per un Dio: invece sostituisce gli altri dati biografici con le sconce calunnie anticristiane messe in giro già allora dai Giudei; spesso poi altera l'indole dei fatti, talvol­ta deforma anche le parole delle citazioni, e in genere sparge a pie­ne mani il ridicolo sull'odiato argomento con un metodo che anticipa sotto vari aspetti quello di Voltaire. Ma queste ragioni storiche sono, in realtà, solo sussidiarie, e il vero argomento fondamentale è filosofico: Celso, che mira a rinsaldare l'unità politica dell'Impero romano di fronte alla minaccia dei Barbari, giudica indiscutibilmente assurda l'idea di un Dio fattosi uomo, e quindi erronea la storia evangelica; perciò i cristiani, se vorranno essere ragionevoli, dovranno abbandonare tali assurdità e ritornare ai tradizionali dei dell'Impero. Porfirio, il discepolo del neoplatonico Plotino, è molto più sodo di Celso. Nei suoi 15 libri Contro i cristiani, apparsi sullo scorcio del secolo III, egli conserva un tono più moderato (a quanto possiamo raccogliere dai frammenti), e si dà tutto a rilevare le contraddizioni o inverosimiglianze storiche ch'egli trova nei vangeli; ma anche qui, come in Celso, l'obiezione più forte è sollevata in nome dei principii filosofici: “Può patire un Dio? Può risuscitare un morto?”. La risposta negativa che evidentemente bisogna dare a tali domande, se­condo Porfirio, decide anche di tutta la questione; qualunque inter­pretazione dei racconti evangelici sarà preferibile a quella che am­metta il patimento di un Dio o la resurrezione di un morto. Quando l'impero diventò ufficialmente cristiano, non solo non com­parvero più nuovi scritti contro l'autorità storica dei vangeli, ma disparvero anche quelli già pubblicati: ad esempio, i libri di Por­fino Contro i cristiani. furono ufficialmente proscritti per decreto della corte di Bisanzio nel 448. Seguitarono tuttavia a circolare, scritte in ebraico o trasmesse oralmente, le sconce calunnie giudaiche di cui già si era servito Celso, e che più tardi confluirono nel libello Toledòth Jeshua. 



                  
  • MARCO AURELIO
  • Il successore di Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua greca, un’opera in 12 libri, intitolata A se stesso, nella quale raccolse massime, pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto filosofico.

    In essa trova spazio un accenno al martirio dei Cristiani:

    “Oh, come è bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani; sia invece ponderata e dignitosa, in modo che anche altri possano esserne persuasi, senza teatralità” (Ad sem. XI, 3)1.

    Come già Plinio il Giovane, così anche Marco Aurelio pare essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che vanno incontro al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per l’imperatore, questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano e ponderato, ma è un segno di fanatismo, frutto di una “ una mera opposizione”. Ed è proprio sotto l’impero di questo sovrano saggio e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di Lione. LINK   .http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=2&page=8                 --- USO ESCLUSIVAMENTE DIDATTICO

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