_______ DOCUMENTAZIONE_________

    - Petrarca - Rime (Commento di G. Leopardi)


    FRANCESCO PETRARCA

    RIME

    CON L’INTERPRETAZIONE DI GIACOMO LEOPARDI

    E CON NOTE INEDITE DI FRANCESCO AMBROSOLI.

    VOLUME UNICO.
    7a Edizione stereotipa.
    FIRENZE,
    G. BARBÈRA, EDITORE.
    1886.


     
    AVVERTENZA.

    Richiesto di eleggere quel comento al Canzoniere del Petrarca, ch’io reputassi più accomodato alle scuole, io non dubitai di attenermi nella presente edizione a quello di Giacomo Leopardi. Le ragioni della scelta sono dette in parte nella Prefazione dell’Interprete, ma a noi principalissima fu quella messa innanzi dal Settembrini: «Tutti questi comentatori, e storici, e spositori (egli dice) hanno renduto ridicola la più santa poesia dell’amore, non hanno capito mai che il vero nell’arte è l’idea, e che il Petrarca non si commenta, ma si sente. Il solo Leopardi, perchè ti aiuta a sentire, e non discute nè dottoreggia, ha fatto il comento migliore, come che paia il più semplice e modesto. »
    In questo concetto entrò ben tosto il valente tipografo, e a crescer pregio all’interpretazione Leopardiana acquistò le dottissime note che Francesco Ambrosoli lasciò inedite e scritte di sua mano in un esemplare della prima stampa (Milano Stella 1826). Che retto giudizio, e che lucida mente fosse quella dell’Ambrosoli non è chi non sappia; ond’è che, avendo io in commissione di trascegliere fra le annotazioni sue quelle che meglio si confacessero all’assunto del Leopardi, d’averne a lasciar indietro qualcuna a me sapeva male, che tutte avrei voluto raccogliere. Sono queste di tre maniere: letterali, grammaticali ed estetiche. Le prime, che o spiegano qualche passo sfuggito alla diligenza del Recanatese, o rispettosamente dissentono da lui, accolsi tutte o pressochè tutte; delle grammaticali assai poche; pochissime, e le più notevoli solo, delle estetiche. È troppo chiaro che, introducendo a più larga mano le seconde e le terze, avrei guastato l’armonia e l’indole del comento Leopardiano. Dal quale per contrario mi fu avviso di non allontanarmi punto, citando passi di autori, e versi di poeti manifestamente e con arte somma dal Petrarca imitati.
    Il testo seguìto fu quello del Marsand; e fino a tanto che non sia venuta fuori l’edizione critica, che delle Rime petrarchesche un eminente Filologo sta apparecchiando ai torchi del Barbèra, è necessità l’appigliarsi a quel testo universalmente accettato, massime a chi ripubblica l’interpretazione del Leopardi, che volle in tutto seguitarlo quantunque non lo credesse netto di lezioni false.  Se non che a parecchie di queste, confortato da stampe e da codici autorevolissimi io non mi peritai di dare il bando, e d’introdurre la miglior lezione o nel testo, quando la lezione mi parve certa, o nelle annotazioni, se disputabile.
    Un’altra riforma alla quale ci siamo animosamente accinti si fu di rendere tutte quante le Rime all’ortografia petrarchesca. Certe elisioni e troncature che si trovano ne’ versi del Petrarca, non hanno riscontro nè colle antiche edizioni, nè coi codici, nè co’ pochi autografi, che del nostro divino lirico sono rimasti nelle biblioteche; ma sono arbitrii di pedanti, o di poveri editori, i quali attesero più al suono e alla misura del verso, che alla dolcezza e all’efficacia del numero. Scorta a questo lavoro di restauro ortografico mi furono per prima cosa i frammenti dell’originale pubblicati da Federico Ubaldini nel 1642 in Roma; poi quelli citati e tenuti autografi dal Muratori, e uno spoglio, ch’io feci diligentissimo, di un bel codice della Biblioteca comunale di Bologna. Con tali aiuti mi studiai di ricostruire l’ortografia del nostro poeta; e non dirò di avere spianato, chè sarebbe presunzione soverchia, ma di aver tolto qualche sterpo alla via che il sopraddetto Filologo saprà sgomberare del tutto.
    Fra le numerose Vite che del Petrarca si scrissero, nessuna mi parve tanto convenirsi alla nostra edizione, quanto la Lettera ai posteri, che di sè e de’ suoi casi lasciò scritta il Poeta. Laonde questa breve autobiografia, che si premette nella versione del Fracassetti insieme con alcune note che la chiariscono e compiono, terrà luogo di Vita.
    Le annotazioni, che non appartengono al Leopardi, portano i seguenti segni:
    A. Ambrosoli. - C. Castelvetro. - T. Tassoni. - L. Edizione Lemonnier.
    Sono mie, o da me ricavate su per diversi comenti, quelle che sono segnate di un *.
    Umile senza fallo, e non leggera fu la fatica ch’io mi son presa, intorno al nostro sovrano Lirico; ma la riverenza ch’io gli professo me la fe parere e lieve ed altissima. Se i miei giovani lettori prenderanno in mano il Canzoniere col sentimento medesimo onde io l’ho riveduto, le poche antitesi strampalate, e i bisticci meschini del Lauro e dell’Auro saranno loro piccola ombra a tanta e insuperabile luce di poesia.

    Milano, 1870.
    DOMENICO CARBONE.
     
    FRANCESCO PETRARCA AI POSTERI.


    Come che molto sia da dubitare, che un nome oscuro e meschino a grande distanza di luoghi e di tempi possa pervenire, darsi potrebbe il caso che a voi di me giungesse qualche sentore, e che vi prendesse alcuna vaghezza di conoscere qual’uomo io mi fossi, qual sorte si avessero le opere mie,  spezialmente quelle di cui la memoria ed il povero nome avesse infino a voi tramandato la fama. Quanto alla prima delle due cose saran diversi i pareri; chè suol ciascuno nel parlare d’altrui meglio che al vero, al proprio avviso attenersi, nè la lode e l’infamia hanno legge che le governi. Mortale omiciattolo io fui, siccome voi siete: di stirpe grande no, ma non vile. Della famiglia mia  dirò come Cesare Augusto diceva della sua, ch’ella fu antica. Non malvagia nè invereconda ebbi dalla natura sortita l’indole, cui nocque per altro il contagio del mal costume. Trassemi l’adolescenza in inganno: m’ebbe vinto la giovinezza: mi corresse la vecchiaia, facendomi esperto di ciò che molto innanzi aveva imparato, giovinezza e piaceri non essere che vanità: o a meglio dire, mi corresse il supremo moderatore di tutti i tempi e di tutte l’età, che i miseri mortali lascia talora da insano orgoglio aggirare nelle vie dell’errore, perchè, sebben tardi, una volta si ravveggano e si convertano. Fui della persona in gioventù non troppo robusto, ma destro ed agile assai. Bello no, ma tale che sul fior degli anni poteva piacere; di bel colore tra il bianco e il bruno, d’occhi vivaci e di vista che si serbò per lungo tempo acutissima, ma dopo l’anno sessantesimo venutami meno, mi costrinse a malincuore a ricorrere agli occhiali. Sanissimo per tutta la vita, la vecchiaia coll’ordinario stuolo de’ suoi malanni mi sopraffece. Da genitori di onesta condizione, e per vero dire venuti già da mediocre a povero stato, e cacciati da Firenze patria loro in esilio, nacqui in Arezzo sull’aurora del lunedì 20 luglio dell’anno 1304 a contare dal dì, che Cristo nascendo segnava l’epoca di questa ultima nostra età.  Fui delle ricchezze solenne dispregiatore, non perchè bello non mi paresse il possederle, ma sì perchè abborrii dai travagli e dalle cure che son di quelle compagne inseparabili. Avverso alle lautezze dei banchetti mantenni di tenue vitto e di volgari cibi la vita più lietamente, che tra le leccornie e le ghiottonerie, non soglion fare i successori di Apicio. Quelli che han nome di sontuosi conviti e dir si dovrebbono crapule a temperanza e a costumatezza avverse e nemiche, io sempre ebbi in odio, e parvemi penoso a un tempo ed inutile e il farne altrui, e l’accettarne invito. Ma nulla ebbi di più caro del convivare cogli amici: il loro arrivo fu sempre una festa per me: e il non avere compagno a tavola mi spiacque sempre. Dalla ostentazione costantemente mi tenni lontano, non solo perchè cattiva in sè stessa e contraria all’umiltà: ma perchè affannosa e nemica riesce al vivere riposato e tranquillo. D’altri amori non mi accesi che di un solo nella mia giovinezza: e quello onesto a un tempo e ardentissimo, del quale più lungo ancora che non fu sarebbe stato il travaglio, se l’ardore che già cominciava a venir meno, acerba ma opportuna la morte non avesse estinto.  De’ voluttuosi piaceri ben vorrei dirmi al tutto inesperto; ma poichè questo senza mentire al vero io non posso, mi terrò contento ad affermare, che quantunque il calore della età e del temperamento me ne dessero fortissimo stimolo, pur dal fondo dell’anima ne conobbi e n’esecrai la bassezza. Giunto però ai quarant’anni o in su quel torno, benchè pieno tuttavia di fuoco e di vigore, non solamente la pratica, ma la memoria pur anco ne abbandonai, e fui com’uomo che a donna mai non si fosse avvicinato. E ben di questo al mio Dio le maggiori grazie che io sappia rendo e professo, noverando fra le cose più felici della mia vita, l’essermi potuto sano ancora e robusto da quella umiliante soggezione al tutto affrancare. Ma d’altro si parli. Conobbi in altri la superbia, in me stesso non mai, e stato sempre dappoco, mi tenni pur da meno di quello che fui. Feci per ira talvolta male a me stesso; ad altri non mai. Delle onorevoli amicizie avidissimo, ne fui cultore sempre fedele; e certo di dire il vero, me ne piaccio e vanto. Sdegnoso, irritabile, dimenticai facilmente le ingiurie, de’ beneficii la memoria mai non deposi. Per familiarità di principi, di monarchi, di grandi fui talmente avventurato da destarne in molti l’invidia. Ma, sventura comune a chi invecchia, toccò a me pure soventi volte pianger la perdita de’ miei più cari. I più grandi monarchi dell’età mia m’ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, nè so perchè. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dell’alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l’amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Retto e aggiustato meglio che non acuto ebbi l’ingegno, acconcio ad ogni buona disciplina, ma alla morale filosofia e all’arte poetica massimamente disposto. Questa però coll’andar degli anni posi in disparte, tutto piacendomi delle sacre lettere, nelle quali trovai riposte dolcezze tenute a vile insino allora, nè degli studi poetici ad altro che a ricreamento dell’animo più mi occupai. Piacquemi sopra ogni altro lo studio dell’antichità: dappoichè la presente età nostra ebbi io sempre per tal modo in fastidio, che s’egli non fosse l’amore de’ miei cari, in tutt’altro tempo da questo esser nato io vorrei, del quale cerco a tutt’uomo di farmi dimentico, e vivo coll’animo in mezzo agli antichi. Perchè degli storici io presi grande diletto, non senza provar disgusto delle loro contraddizioni, attenendomi a quella fra le contrarie sentenze, cui o la maggiore verosimiglianza, o l’autorità dello scrittore conciliasse più fede. All’eloquio mio detter lode di chiaro e di efficace; a me parve sempre debole e oscuro. Nel familiare consorzio degli amici, mai non posi mio studio a parere eloquente: nè so persuadermi che tanto Cesare Augusto ve ne ponesse. Ma dove il luogo, il subbietto, o gli uditori me ne parvero meritevoli, feci ogni mio potere per riuscirvi: se poi mi venisse fatto di conseguirlo, non io lo so, e sta il giudicarne a quelli che mi ascoltarono. E così potessi affidarmi di aver vissuto bene, come poco m’importerebbe di aver bene parlato: vana è la gloria che dalla sola eleganza delle parole si procaccia. Or ecco come del tempo della mia vita in parte la fortuna, ed in parte la mia volontà abbiano disposto. Il primo e non intero anno dopo la nascita si passò per me in Arezzo dove venni alla luce; i sei seguenti trascorsi in un paterno podere presso l’Ancisa a quattordici miglia di Firenze: richiamata la madre mia dall’esilio, n’andai per un anno a Pisa, e fu per me l’ottavo: il nono e gli altri che vennero appresso scorsero nella Gallia transalpina, sulla sinistra riva del Rodano, ciò è a dire in Avignone, ove il romano Pontefice in turpe esilio da lungo tempo trattiene la Chiesa di Cristo. Parve, or sono pochi anni passati, averla Urbano Quinto alla sua sede restituita: ma ne svanì al tutto la speranza, e quel che è peggio, svanì mentr’egli ancora viveva, sì che pentito ei si parve del bene che aveva fatto. Poco più ch’egli avesse vissuto, udito avrebbe per certo le mie rampogne, chè già la penna avea fra le dita, quando la gloriosa impresa abbandonando, improvvisamente la vita gli venne meno. Infelice ch’ei fu! Come bello per lui sarebbe stato il morire innanzi all’ara di Pietro ov’è la sua sede! Se dopo lui colà rimasti si fossero i suoi successori, tutta era sua la gloria di quel felice ritorno: se ripartivano quelli, tanto maggiore si pareva il suo merito quanto più grande la colpa loro si sarebbe chiarita. Ma lasciamo questo già lungo e intempestivo lamento. Ivi pertanto sulla riva di quel fiume da continui venti battuta trascorsi dapprima la puerizia sotto l’impero de’ genitori, e poscia sotto quello delle mie vanità la giovinezza.  Ma fu più volte ed a lungo quella mia dimora interrotta. Conciossiachè per quattro anni interi io di quel tempo mi trattenni a Carpentras, piccola città posta a levante di Avignone e ad essa vicina: e in queste due imparai di grammatica, di dialettica e di rettorica tanto quanto in quell’età può impararsi, e nelle scuole d’ordinario s’insegna: tanto poco cioè, quanto tu, lettor mio, intendi bene. Di là mi mossi per Mompellieri, ove intrapresi, e per quattro anni continuai lo studio delle leggi: passato quindi a Bologna, vi stetti altri tre anni, e tutto ebbi percorso il corpo del diritto civile, dando di me, siccome molti stimavano, speranze grandissime, se quella carriera avessi continuato. Ma come appena dalla paterna autorità io fui prosciolto, abbandonai quello studio, non perchè veneranda non mi paresse l’autorità delle leggi, le quali tenni io sempre in onore, e strettamente siccome sono congiunte alle romane antichità, offrivano alla mia mente subbietto di dilettevole applicazione; ma sì perchè nell’usarne la malizia degli uomini le deturpa, ed io sdegnai di apparare un’arte che disonestamente mai non avrei voluto, nè onestamente, senza tirarmi addosso la taccia di baggèo, avrei potuto esercitare.  A ventidue anni pertanto io mi ridussi a casa mia, chè così chiamo per forza di quell’abitudine che si converte in natura, l’esiglio di Avignone, a cui fui tratto sul termine della mia fanciullezza.
    Ivi per fama era io già conosciuto, e grandi personaggi cominciavano a dimostrarsi dell’amicizia mia desiderosi. Se a questo ora io ripenso, ingenuamente confesso di non intenderne il perchè, e meco stesso ne fo quelle meraviglie che allora non ne faceva, perchè la presunzione propria di quella età me d’ogni onore degnissimo a me medesimo rappresentava. Vollero sopra tutti conoscermi i Colonnesi; illustre nobilissima famiglia che lo splendore della Romana Curia colla sua presenza allora accresceva, e a sè chiamatomi, di così fatte onorevoli accoglienze mi furon cortesi che forse nemmen al presente, ma di quel tempo certamente per nessun titolo io meritava: e quell’illustre e impareggiabile uomo che fu Giacomo Colonna vescovo allora di Lombez, cui per virtù non credo potersi uomo al mondo paragonare, seco mi condusse in Guascogna alle falde de’ Pirenei, ove nella compagnia del signore e de’ familiari di lui passai divinamente l’estate in tale giocondità di vita, che rammentar non la posso senza sospirarne per desiderio. Di là tornato m’acconciai col Cardinale Giovanni Colonna suo germano fratello, e vissi con lui per anni molti, come s’ei fosse a me non signore, ma padre, anzi non padre, ma fratello amoroso, o per meglio dire, come se stato fosse egli un altro me stesso, e la casa sua casa mia. Di quel tempo mi prese giovanile vaghezza di viaggiare per Francia e per Lamagna, e sebbene pretendessi altre cause perchè i miei superiori il partire mi consentissero, in verità non per altro io mi moveva che per saziare la smania di veder cose nuove. Vidi dapprima in quel viaggio Parigi, e assai mi piacque l’esaminar da me stesso quanto di vero o di favoloso intorno a quella città mi venne udito. Di là tornato, mossi per Roma, che sin dall’infanzia fu meta per me di desiderio ardentissimo. Appresi allora a venerare quel magnanimo capo della famiglia che fu Stefano Colonna, uomo in virtù a qual tu voglia degli antichi eroi non punto secondo, che m’ebbe caro per guisa da riguardarmi non altramente che se fossi stato un de’ suoi figli. E durò fino all’estremo de’ giorni suoi costante e inalterabile per me l’affetto e l’amore di quell’egregio: in me per lui dura tuttora, nè verrà meno che colla vita. Compiuto quel viaggio, e sentendo che per lo abborrimento in me innato al vivere delle città il soggiorno noiosissimo di Avignone mi si rendeva impossibile a tollerare, cercai d’un qualche appartato ricetto ove potessi, quasi in sicuro porto ricoverarmi, e a quindici miglia dalla città mi venne trovata la piccolissima, ma solitaria ed amena valle che Chiusa si chiama, ove regina di tutte le fonti scaturisce la Sorga. Allettato dalla bellezza del luogo, vi trasportai i miei libri e vi fissai la dimora. E lungo sarebbe il dire quante e quali cose in tanti anni ivi io facessi. Per dirlo in poche parole, tutti gli opuscoli miei, se non per intero composti, furono cominciati, o per lo meno orditi in quel luogo; e furon tanti, che a questa età mi danno ancora da fare. Conciossiachè come delle membra, così dell’ingegno io fui meglio destro che forte, e quindi avvenne che molte cose con alacrità intraprese lasciai per istanchezza in abbandono. Ivi la solinga natura del luogo m’indusse a scrivere la Bucolica di pastorale argomento, e i due libri della vita solitaria che diressi a Filippo, grande sempre dell’animo, ma Vescovo allora della piccola Cavaillon, ora Cardinale amplissimo, e Vescovo di Sabina, solo dei vecchi amici che mi rimanga, e che non episcopalmente come Ambrosio amava Agostino, ma con fraterna predilezione m’ebbe amato sempre, e m’ama pur tuttavia. E fra quei monti errando a sollazzo in un venerdì della settimana santa, sursemi nella mente, e forte vi si apprese, il pensiero di dettare un poema intorno a quel primo Scipione Africano il cui nome, meravigliando il rammento, fin dalla fanciullezza m’ebbe preso di singolare amore; e trasportato da interno impeto misi tantosto con grande ardore mano a quell’opera, che poi distratto da mille cure lasciai interrotta, e che dal subbietto Africa intitolata, non so per quale sua o mia ventura prima che alcuno la conoscesse, destò di sè tanto amoroso desiderio. Ivi in un giorno stesso, mirabile a dirsi, mi giunser lettere del Senato Romano, e del Cancelliere dell’Università Parigina, con le quali a ricevere la poetica corona quegli a Roma, questi a Parigi facevami invito. Preso da giovanile baldanza, e degno veramente io stimandomi dell’onore, onde degno siffatti uomini mi reputavano, nè al merito mio, ma solamente al giudizio di quelli ponendo mente, stetti alcun poco infra due, pensando quale di quegli inviti seguire si convenisse. E chiestone consiglio al Cardinale Giovanni Colonna cui mi trovava così vicino, che alla lettera da me scrittagli in sulla sera ebbi la dimane in sull’ora di terza prontissima la risposta, m’attenni al suo parere, che fu di preferire ad ogni altra la veneranda autorità di Roma: siccome ne fan testimonio le due lettere che su questo proposito gli scrissi, e ancora conservo. Andai dunque, e sebbene, secondo il giovanile costume, di me stesso io portassi giudizio assai favorevole, sentii vergogna di starmene al solo giudizio mio, o di coloro che invitato mi avevano, perocchè si potesse tener per certo che di sì grande onore non mi avrebbero fatto offerta, se di riceverlo degno non mi avessero tenuto. E mi risolsi a passare per Napoli: e venni in presenza di quel grandissimo Monarca, e filosofo, che fu Roberto, più per la sua dottrina, che non per la corona regale famoso e celebrato, unico re che alle scienze ed alla virtù s’avessero amico i tempi nostri, da lui chiedendo che qual giudizio convenevole gli sembrasse di me, tal ei proferisse. Or io meravigliando rammento, e se tu saperlo potessi meraviglieresti, lettore, le onorevoli accoglienze, e le dimostrazioni di amore, ond’egli fummi cortese: nè può ridirsi quanto l’animo gli godesse nel sentire del venir mio la cagione: chè da un lato ammirò la giovanile mia fidanza, pensò dall’altro non poca gloria dall’onore, che io chiedeva, tornare a lui stesso, cui solo fra tutti i mortali aveva io giudicato capace a sentenziare di me. Poichè di mille svariate cose ebbe meco ragionato, io gli feci vedere il mio poema dell’Africa, e tanto gli piacque, che come singolare favore mi pregò che volessi a lui intitolarlo: nè poteva io, nè certamente voleva alla onorevole dimanda non consentire. E per quello che fu lo scopo del mio viaggio prefisse egli un giorno nel quale continuo mi esaminò dal mezzodì fino alla sera. E perchè alla materia che fra le mani cresceva il tempo venne meno, seguitò a fare il medesimo nei due giorni appresso: e messo così per tre giorni il mio povero ingegno alle prove, nell’ultimo degno di ricever la laurea mi giudicò. La quale in Napoli ei mi esibiva, e con preghiere facevami forza perchè l’accettassi: ma più che il venerando desiderio di quel gran re valse sull’animo mio l’amor di Roma. Ed egli, visto che dal proposito rimuovere non mi poteva, mi fece da’ suoi regali messi, e dalle sue lettere accompagnare al Senato, nelle quali rese di me le più onorifiche e gloriose testimonianze. Giusto allora a molti e a me spezialmente si parve quel regale giudizio: oggi la mia non meno che la sentenza di lui, e di quanti altri vi convenivano io disapprovo, e condanno. Più che dal vero egli lasciò guidarsi dall’amicizia e dal favore onde gli parve la giovinezza mia meritevole. Or come che indegno io ne fossi, da giudizio tanto autorevole aiutato e promosso, in mezzo al plauso dei Romani che alla solenne pompa assisterono, rozzo ancora ed ignorante qual’era, cinsi la chioma del poetico alloro; siccome da varie mie lettere in verso e in prosa più minutamente narrato si manifesta. Non di scienza alcuna, ma ben di trista invidia fummi feconda quella corona: nè vo’ di questo parlare chè troppo l’argomento trarrebbemi per le lunghe. Partito da Roma, mi ridussi a Parma, ed ivi dimorai qualche tempo in compagnia dei signori di Correggio a me d’ogni favore liberalissimi, ed in tutto egregii ma sventuratamente tra loro discordi: che di quella città facevano allora sì buon governo da non credere che mai per lo passato ne avesse, o sia per averne nel tempo avvenire un che l’agguagli. Memore dell’onore allora allor conferitomi, e studioso di dimostrare, che di quello io non fossi al tutto immeritevole, mentre a diporto un giorno, volto il cammino verso la montagna, m’aggirava sulle sponde dell’Enza ai confini di Reggio per entro la Selva Piana, sentii risvegliarmisi all’aspetto di quei luoghi nella mente il pensiero dell’interrotto mio poema sull’Africa, e come dentro dettavami l’estro rinfocolato, scrissi in quel giorno di molti versi; poscia tornato a Parma nella tranquilla ed appartata dimora, che più tardi comperata fu mia, tanto intorno a quello di buona voglia mi affaticai, che con celerità, onde in me dura tuttavia la meraviglia, l’ebbi in poco di tempo condotto a fine. Di colà feci ritorno alla mia transalpina solitudine, e rividi la bella fonte di Sorga, lasciandomi dietro le spalle trentaquattro anni di vita, e meco, la Dio mercè, portando l’amore e la stima ad ogni mio merito superiore di quanti, nel lungo soggiorno di Padova e di Verona, avea conosciuti. Molti anni più tardi per solo merito della fama fui preso a ben volere da un personaggio di tanto rara bontà, che nessuno per certo fra quanti furono in Italia signori, potrebbe con esso lui venire a confronto. Fu questi Giacomo giuniore di Carrara, il quale e per messi e per lettere mandate ne’ vari luoghi d’Italia od oltr’Alpe, quando io colà dimorava, mai non si stancò di pregarmi per anni ed anni che andassi a lui, e mi piacesse farmigli amico: ond’è che quantunque dai grandi della terra non sperassi mai nulla, risolsi alfine di presentarmigli per vedere a che fossero per riuscire le istanze di un uomo sì grande, e a me sconosciuto. E tardi assai mi mossi e venni a Padova, ove da quell’eccelso non qual si suole fra gli uomini, ma qual cred’io s’usa tra i beati nel cielo, m’ebbi accoglienza di tanto gaudio, di tanto amore, di tenerezza tanta ripiena, che non potendo a parole far che altri l’intenda, miglior partito stimo il tacerne. Di tante altre cose dirò quest’una, che sapendo com’io fin dall’infanzia dato mi fossi al chiericato, per legarmi più strettamente non tanto a sè, quanto alla sua città, mi fece conferire un canonicato di Padova. E certamente se più a lungo a lui fosse durata la vita, il mio continuo viaggiare, e cangiar di dimora avrei cessato. Ahi! però che tutto passa quaggiù in poco d’ora: e se cosa al gusto si offra che sappia alquanto di dolce, aspèttati di trovare nell’ultimo boccone l’amaro. Non erano ancora due anni passati che a me, alla patria ed al mondo, cui donato l’aveva, Iddio lo ritolse, perchè (non m’illude l’amore) tutti n’eravamo indegni. E quantunque il suo figlio e successore illustre anch’egli e prudentissimo le paterne vestigia calcando, di amorevolezza e di onoranza abbiami sempre dato manifestissime prove, perduto lui, che spezialmente in ragion dell’età più meco si conveniva, mi fu impossibile il rimanermi, e feci in Francia ritorno non tanto per lo desiderio di rivedere le cose già mille volte vedute, quanto per cercare, secondo che soglion gl’infermi, mutandomi di luogo, alla noia un conforto.
     
    PREFAZIONE DELL’INTERPRETE.


    Pubblicato questo Comento l’anno 1826 in Milano, alcuni l’accusarono d’inutilità, dicendo che il Petrarca è chiaro da sè medesimo. Questi tali è credibile che non comperino Petrarchi con comenti, e però a loro non è dovuta alcuna risposta. Altri gli diedero lode di esattissima brevità, altri lo biasimarono di secchezza, altri di superflua prolissità. Molti stranieri mi ringraziarono, non senza maraviglia di poter leggere un Poeta italiano coi medesimi sussidii che si hanno per leggere i latini e i greci. L’edizione di Milano fu venduta prestamente. Più ristampe ne sono state fatte in questi dieci anni; nessuna con saputa mia: tanto che ritengono insino agli errori della prima stampa. Richiesto di giovare, se potessi, all’edizione presente, pongo qui avanti alcune poche avvertenze.
    In primo luogo questo Comento, che io chiamo più volentieri Interpretazione, si diversifica tanto dagli altri comenti che abbiamo sopra il Petrarca, quanto si assomiglia a quelli che gli antichi Greci e Latini fecero sopra gli autori loro. Per lo più non è altro che una traduzione dei versi o delle parole del Poeta in una prosa semplice e chiara quanto io ho saputo farla. Ogni volta che ad intendere il testo sono necessarie notizie storiche o mitologiche, si porgono brevemente. Non è passata in silenzio nessuna difficoltà della quale io mi sia accorto; e dovunque io non ho inteso, ho confessato espressamente di non intendere, acciocchè il lettore, non intendendo, non si credesse nè più ignorante nè meno acuto dell’interprete, come tutti gli altri comentatori vogliono che egli si tenga in tali occasioni. Quelli che mi riprendono di troppa abbondanza, non nell’esposizione di ciascun luogo o di ciascun vocabolo, ma nella quantità dei vocaboli e luoghi che io spiego, hanno ragione, se considerano questo Comento come fatto per loro: ma se lo considerano come fatto per tutti, anche per le donne, e, occorrendo, per li bambini, e finalmente per gli stranieri, non mi debbono biasimare di aver procurata a questi ogni comodità senza alcuno incomodo degli altri, i quali non sono mai sforzati di voltare gli occhi al Comento nei luoghi che intendono; e con sì piccolo dispendio di carta e d’inchiostro, che qui in Napoli, dove nel 1828, ristampando questa Interpretazione, vollero, come dissero elegantemente, spogliarla della sua superflua prolissità, appena di dieci o quindici piccolissime paginette lo poterono accorciare. Che se spesso m’avviene di dichiarare una stessa voce o maniera più e più volte, s’ha a considerare, fra l’altre cose, che il Petrarca non è di quegli scrittori che si leggono dal principio alla fine seguitamente, ma qua e là, per lo più a salti e senz’ordine; onde è conveniente che il lettore abbia a ciascun luogo tutto ciò che gli bisogna per intenderlo, e non sia costretto di andare alla ventura pescando in tutto il Comento le dichiarazioni che gli occorrono.
    Quanto al testo, ho seguitato alla cieca quello del professore Marsand, oggi usato universalmente; non che esso sia nè che io lo creda netto di lezioni false. Ma l’assunto del Marsand, come mi diceva egli stesso in Milano, non fu altro che di rappresentare fedelmente le tre edizioni antiche da lui citate nel suo proemio e giudicate ottime, lasciando altrui la critica di sì fatto testo; parte, si può dire, intatta, non solo nel Petrarca, ma in tutti gli autori nostri antichi, quantunque, così necessaria in questi come nei greci e nei latini. Ma non era della natura della mia interpretazioncella l’entrare in questo campo. Forse lo tenterò alcun giorno in un Saggio di emendazioni critiche delle Rime del Petrarca, la materia del quale ho da più anni in serbo; e forse, in compagnia di molti altri miei disegni, anche questo se ne andrà col vento. Ancora l’ordine dei componimenti del Petrarca sarebbe corretto in molta parte; e, quello che è più, la forza intima, e la propria e viva natura loro, credo che verrebbero in una luce e che apparirebbero in un aspetto nuovo, se potessi scrivere la storia dell’amore del Petrarca conforme al concetto della medesima che ho nella mente: la quale storia, narrata dal poeta nelle sue Rime, non è stata fin qui da nessuno intesa nè conosciuta, come pare a me che ella si possa intendere e conoscere, adoperando a questo effetto non altra scienza che quella delle passioni e dei costumi degli uomini e delle donne. E tale storia, così scritta come io vorrei, stimo che sarebbe non meno piacevole a leggere, e più utile che un romanzo.
    In una cosa si discostano l’edizione di Milano e la presente da quelle del Marsand; cioè nella punteggiatura; la quale io medesimo, colla maggiore diligenza che mi fu possibile, volli fare del tutto nuova. Opera assai tediosa a fare, ma che può essere quasi un altro comento: perchè infiniti sono i luoghi del Petrarca e degli altri antichi, che punteggiati scarsamente o soverchiamente o male, appena si possono intendere, e punteggiati avvedutamente e con misura, diventano chiarissimi.
    In questa nuova edizione ho cercato che fossero corretti gli errori tipografici della prima, ch’io aveva segnati accuratamente già da gran tempo, e che il Comento fosse migliorato con parecchie mutazioni ed aggiunte ch’io aveva in ordine. La lontananza e l’angustia del tempo non mi hanno consentito di più. Se avessi potuto a bell’agio rivedere il Comento dall’un capo all’altro, e paragonarlo col testo, avrei fatto molte altre innovazioni: e certamente avrei scancellata ogni parola che io per baldanza giovanile lasciai scorrere, poco riverente verso il Petrarca; la stima del quale di giorno in giorno, non ostante i suoi mancamenti che tutti sanno, cresce in me tanto, quanto ella scema in qualche imbrattatore di fogli che non mi degno di nominare. Anche avrei fatto uso della scelta, assai ricca, di annotazioni sopra il Petrarca pubblicata poco dopo la prima edizione di questo Comento in Padova dal signor Carrer; opera che io non ho veduta, ma che stimo degna di menzione a rispetto sì del nome del compilatore, e sì di avere udito molto commendarla. Il Comento che i Borghi e compagni aggiunsero al Petrarca che stamparono nel 1827 in Firenze, non è altro che una storpiatura del presente.

    GIACOMO LEOPARDI.

    Napoli, 1836.
     
    PARTE PRIMA

    SONETTI E CANZONI IN VITA DI MADONNA LAURA.


    SONETTO I.
    Chiede compassione del suo stato, e confessa pentito
    la vanità del suo amore.

    Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
    Di quei sospiri ond’io nudriva il core
    In sul mio primo giovenile errore,
    Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono;
    Del vario stile in ch’io piango e ragiono
    Fra le vane speranze e ’l van dolore,
    Ove sia chi per prova intenda amore,
    Spero trovar pietà, non che perdono.
    Ma ben veggi’or sì come al popol tutto
    Favola fui gran tempo: onde sovente
    Di me medesmo meco mi vergogno:
    E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
    E ’l pentirsi, e ’l conoscer chiaramente
    Che quanto piace al mondo è breve sogno.

    Verso 1. Voi. O voi. Vocativo. In rime sparse. In vari e brevi componimenti poetici. - Il suono. L’espressione. E ci fa intendere che quanto può dirci a parole non è altro che un suono verso di quello che provò egli dentro di sè. [A.] // 2. Onde. Dei quali. Coi quali. // 3. Nel tempo degli inganni della mia gioventù. // 4. Quand’era. Quand’io era. // 5. In che. In cui. // 7. Per prova. Per esperienza. Intenda. Conosca. // 8. Pietà non che perdono. Non solamente perdono, ma anche compassione. Questa quartina s’intenderà più facilmente leggendola così: «Ove sia chi per prova intenda amore, Spero trovar pietà, non che perdono, Del vario stile» col resto. // 9-10. Sì come. Che. Al popol tutto Favola fui gran tempo. Per lungo tempo fui materia di discorso e di riso alla gente. // 11. Meco. Fra me.


    SONETTO II.
    Forte contro tante insidie d’Amore,
    non potè difendersi da quest’ultima.

    Per far una leggiadra sua vendetta,
    E punire in un dì ben mille offese,
    Celatamente Amor l’arco riprese,
    Come uom ch’a nuocer luogo e tempo aspetta.
    Era la mia virtute al cor ristretta,
    Per far ivi e negli occhi sue difese,
    Quando ’l colpo mortal là giù discese,
    Ove solea spuntarsi ogni saetta.
    Però turbata nel primiero assalto,
    Non ebbe tanto nè vigor nè spazio
    Che potesse al bisogno prender l’arme,
    Ovvero al poggio faticoso ed alto
    Ritrarmi accortamente da lo strazio,
    Dal qual oggi vorrebbe e non può aitarme.

    Verso 2. Offese. Fatte ad Amore dal Poeta, resistendogli e disprezzandolo. // 3. Celatamente. Di nascosto. // 4. Com’uom che. Come fa chi. // 5. Virtute. Forza. // 6. Far sue difese. Difendersi. // 7. Là giù. Nel cuore. // 8. Dove ogni assalto di Amore soleva riuscir vano. - Spuntarsi. Perder la punta. [A.] // 9. Però. Perchè amore aveva ripreso l’arco e tratto il suo colpo di nascosto, o come fa chi, volendo nuocere altrui, aspetta luogo e tempo opportuno. Turbata. La detta mia virtù, cioè la mia forza. Nel primiero assalto. Fin sul principio dell’assalto. // 10. Non ebbe tanto vigore nè tanto tempo. // 11. Potesse. La mia virtù. Al bisogno. Come richiedeva il bisogno. // 12. Al poggio faticoso ed alto. Al monte, alla ròcca, della virtù o della ragione o cosa simile. // 13. Ritrarmi. Il verbo ritrarre qui è attivo, e dipendente dalla parola potesse, che sta nell’undecimo verso. // 14. Aitarme. Aiutarmi.


    SONETTO III.
    Giudica Amor vile, che lo ferì in un giorno
    da non doverne sospettare.

    Era il giorno ch’al Sol si scoloraro
    Per la pietà del suo Fattore i rai,
    Quand’i’ fui preso, e non me ne guardai,
    Chè i be’ vostri occhi, Donna, mi legaro.
    Tempo non mi parea da far riparo
    Contra colpi d’Amor: però n’andai
    Secur, senza sospetto; onde i miei guai
    Nel comune dolor s’incominciaro.
    Trovommi Amor del tutto disarmato,
    Ed aperta la via per gli occhi al core,
    Che di lagrime son fatti uscio e varco.
    Però, al mio parer, non gli fu onore
    Ferir me di saetta in quello stato,
    E a voi armata non mostrar pur l’arco.

    Verso 1. Il giorno ch’al Sol. Il giorno nel quale al sole. Intende l’anniversario della morte di Cristo. // 2. Per la pietà del suo Fattore. Per la compassione che il sole sentiva del suo creatore. // 4. Chè. Poichè. // 5-6. Essendo quel giorno santo e lugubre, non mi pareva tempo da temere assalti di Amore, e da starne in guardia. // 7. Secur. Sicuro. - Qui sta nel significato primitivo ed etimologico, sine cura. [A.] // 8. Nel comune dolor. Dei Cristiani per la ricordanza della morte di Cristo. // 9. Del tutto. Affatto. // 10. Ed aperta. E trovò aperta. // 11. Che. I quali occhi. Son fatti. Sono divenuti. // 12. Ma secondo me non gli fece onore, non fu cosa da vantarsene. // 13. In quello stato. Così disarmato e sprovvisto come io era. // 14. Armata. - Di pudicizia. [Z.] - Non mostrar pur. Nè pur mostrare.


    SONETTO IV.
    Innamorato di Laura, trae argomento di lodarla
    dal luogo stesso dov’ella nacque.

    Quel ch’infinita provvidenza ed arte
    Mostrò nel suo mirabil magistero;
    Che criò questo e quell’altro emispero,
    E mansueto più Giove che Marte;
    Venendo in terra a illuminar le carte
    Ch’avean molti anni già celato il vero,
    Tolse Giovanni da la rete e Piero,
    E nel regno del Ciel fece lor parte.
    Di sè, nascendo, a Roma non fe grazia,
    A Giudea sì: tanto sovr’ogni stato
    Umiltate esaltar sempre gli piacque.
    Ed or di picciol borgo un Sol n’à dato
    Tal, che Natura e ’l luogo si ringrazia
    Onde sì bella donna al mondo nacque.

    Verso 1. Quel. Colui, cioè Dio. // 2. Nel suo mirabil magistero. Nella sua maravigliosa opera della creazione del mondo. // 3. Criò. Creò. Questo e quell’altro emispero. L’uno e l’altro emisfero. // 4. E diede al pianeta detto Giove più benigni influssi che a quello di Marte. Opinione antica. - A questa traduzione letterale potevasi aggiungere che il poeta con questo esempio di Giove e di Marte volle dire in generale: Dio, fonte di tutte le varie virtù (influssi) che sono (o si crederono essere) ne’ pianeti. [A.] // 5. A illuminar le carte. A rischiarar le scritture sacre. A svelare il senso delle scritture sacre. // 8. E diede loro parte nel regno del cielo, cioè li fece partecipi del regno del cielo. // 9. Non fece a Roma la grazia di nascer quivi. // 10-11. Sovr’ogni stato Umiltate esaltar. Innalzare gli umili sopra ogni condizione umana. // 12-14. Ed ora da una picciola Terra ci ha fatto nascere un sole tale, che gli uomini ringraziano la Natura e il luogo che hanno prodotto sì bella donna, cioè Laura.


    SONETTO V.
    Col nome stesso di Laura va ingegnosamente
    formando l’elogio di lei.

    Quand’io movo i sospiri a chiamar voi,
    E ’l nome che nel cor mi scrisse Amore,
    LAUdando s’incomincia udir di fore
    Il suon de’ primi dolci accenti suoi.
    Vostro stato REal che ’ncontro poi,
    Raddoppia a l’alta impresa il mio valore:
    Ma, TAci, grida il fin, chè farle onore
    È d’altri omeri soma che da’ tuoi.
    Così LAUdare e REverire insegna
    La voce stessa, pur ch’altri vi chiami,
    O d’ogni reverenza ed onor degna:
    Se non che forse Apollo si disdegna
    Ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami
    Lingua mortal presuntuosa vegna.

    Verso 2. E ’l nome. Ed a chiamare, cioè a profferire, il nome. // 3-4. Il suono delle prime lettere di questo nome (cioè di Laureta, che oggi si direbbe Lauretta o pur Loreta) s’incomincia a udire fuori delle labbra lodando, cioè non è altro che il suono della prima sillaba di laudare; e però dice il Poeta che chi proferisce il nome della sua donna, la incomincia a lodare col suono stesso delle prime lettere di tal nome. // 5. La vostra condizione REgia che trovo poi, cioè nella seconda sillaba della voce Laureta. // 6. A l’alta impresa. All’impresa di lodarvi. // 7-14. Ma la ultima sillaba della voce Laureta, cioè ta, grida TAci, perciocchè a lodarla si ricercano ben altre forze che non sono le tue. Per tanto, o donna degna di somma riverenza e di somma lode, il suono medesimo del vostro nome, purchè uno vi nomini, insegna a lodarvi e a riverirvi (la prima sillaba a LAUdarvi, e la seconda a REverirvi): ma forse Apollo si sdegna che una lingua mortale presuntuosa venga, cioè si metta, a parlare del lauro (che è la pianta di Apollo, e che, secondo la consuetudine del Poeta, significa Laura); e da ciò nasce che l’ultima sillaba del vostro nome comanda di tacere.


    SONETTO VI.
    Viva immagine del suo amore ardente,
    e della onestà costante di Laura.

    Sì traviato è ’l folle mio desio
    A seguitar costei che ’n fuga è volta,
    E de’ lacci d’Amor leggiera e sciolta
    Vola dinanzi al lento correr mio;
    Che, quanto richiamando più l’invio
    Per la secura strada, men m’ascolta;
    Nè mi vale spronarlo o dargli volta,
    Ch’Amor per sua natura il fa restio.
    E poi che ’l fren per forza a sè raccoglie,
    I’ mi rimango in signoria di lui,
    Che mal mio grado a morte mi trasporta,
    Sol per venire al Lauro onde si coglie
    Acerbo frutto, che le piaghe altrui,
    Gustando, affligge più, che non conforta.

    Verso 1. Sì traviato. Il mio desiderio è portato sì fattamente fuori del dritto cammino, fuor della giusta via. [A.] // 2. Che ’n fuga è volta. Che si è data a fuggire, che fugge. // 3. E de’ lacci. Si noti l’elissi di questa locuzione, come se dicesse: Laura vola perchè non amando come amo io lei è leggera (non porta il peso) e sciolta (non ha l’impaccio) de’ lacci d’amore. [A.] // 5-6. Che quanto più, richiamandolo, procuro di rimetterlo in sulla strada sicura, tanto meno mi ascolta. // 7. Vale. Giova. Dargli volta. Tirarlo colla briglia per voltarlo indietro. Qui l’autore rappresenta il suo folle desio sotto la figura di un cavallo. // 8. Chè. Poichè. Seguitando la metafora del cavallo, dice molto acconciamente che l’amore per sua natura lo fa restìo. // 9. E quando ha pigliato per forza il freno tra i denti. // 10. In Signoria. In potere. Di lui. Del mio folle desio. // 11. Mal mio grado. A mio malgrado. // 12. Al lauro. A Laura. // 14. Gustando. Maniera tolta dai Latini. Vuol dire: quando è gustato.


    SONETTO VII.
    Conosce di esser incatenato più forte
    che augello tolto alla sua libertà.

    A piè de’ colli ove la bella vesta
    Prese de le terrene membra pria
    La Donna, che colui ch’a te ne ’nvia
    Spesso dal sonno lagrimando desta,
    Libere in pace passavam per questa
    Vita mortal, ch’ogni animal desia,
    Senza sospetto di trovar fra via
    Cosa ch’al nostro andar fosse molesta.
    Ma del misero stato ove noi semo
    Condotte da la vita altra serena,
    Un sol conforto, e de la morte, avemo:
    Chè vendetta è di lui, ch’a ciò ne mena:
    Lo qual in forza altrui, presso a l’estremo,
    Riman legato con maggior catena.

    In questo Sonetto s’introducono a parlare certe bestioline prese ne’ contorni della terra di Laura e mandate dal poeta a regalare a un amico.
    Verso 1-14. Noi passavamo libere e in pace per questa vita caduca che ogni animale desidera, cioè vivevamo in libertà e in pace, senza timore d’insidie nè di sciagure, appiè dei colli dove prese la bella veste delle membra terrene, cioè dove nacque, colei che spesso desta dal sonno quello che ci manda a te in dono (cioè il Poeta), e lo desta addolorato e piangente. Abbiamo un solo conforto sì di questo misero stato in cui siamo venute da quell’altra vita libera e dolce, e sì della morte vicina: e questo conforto si è l’essere vendicate di colui che è cagione della nostra calamità (cioè del Poeta); il quale si trova in mano altrui (cioè di Laura), vicino all’estremo di sua vita e in cattività più dura che la nostra. // 12. Vendetta è di lui ec. Maniera affatto latina. [A.]


    SONETTO VIII.
    Cerca com’essendo Laura un Sole, ei non abbia
    a sentirne tutta la forza.

    Quando il pianeta che distingue l’ore,
    Ad albergar col Tauro si ritorna,
    Cade virtù da l’infiammate corna
    Che veste il mondo di novel colore:
    E non pur quel che s’apre a noi di fore,
    Le rive e i colli, di fioretti adorna,
    Ma dentro, dove giammai non s’aggiorna,
    Gravido fa di sè ’l terrestro umore;
    Onde tal frutto e simile si colga.
    Così costei, ch’è tra le donne un Sole,
    In me, movendo de’ begli occhi i rai,
    Cria d’amor pensieri, atti e parole.
    Ma come ch’ella gli governi o volga,
    Primavera per me pur non è mai.

    Verso 3. Virtù. Quanti begli usi di questa parola presso gli antichi! Qui è efficacia [A.] // 1-4. Quando il pianeta che serve alla divisione e alla misura del tempo, cioè il sole, ritorna nella costellazione del toro (il che accade passata la metà di aprile), piove dalle corna del detto toro, infiammato dal sole, una virtù, cioè calore e luce, che veste la terra di color nuovo, cioè di nuove erbe e foglie e di nuovi fiori. // 5-6. E non solo adorna di fioretti quella parte della terra che sta esposta agli occhi, voglio dire le campagne e i colli. // 7. Ma oltre di ciò, sotterra, in luoghi dove non si fa mai giorno; cioè non entra mai la luce del giorno. Qui, come spesso, il verbo aggiornarsi è impersonale. // 8. Gravido fa ec. è il vere tument terræ di Virg. - *Terrestro. Terrestre.* // 9. Tal frutto. Qual è questo che io vi mando. Mandava il Poeta, come si crede, insieme con questo Sonetto, alcuni tartufi a un amico. E simile. Ed altri simili. // 11-12. Movendo i begli occhi, genera in me pensieri, opere e parole amorose. // 13. Come che. Comunque. In qualunque modo. Gli. Li. Questo pronome si riferisce ai rai de’ begli occhi. // Nondimeno non è mai primavera per me. Cioè, benchè gli occhi di Laura facciano in me questi effetti, o vero, benchè il sole faccia primavera nella terra, tuttavia gli occhi di Laura non fanno mai primavera in me.


    BALLATA I.
    Accortasi Laura dell’amore di lui, gli si fece tosto
    più severa che prima.

    Lassare il velo o per Sole o per ombra,
    Donna, non vi vid’io,
    Poi che ’n me conosceste il gran desio
    Ch’ogni altra voglia d’entro al cor mi sgombra.
    Mentr’io portava i be’pensier celati
    C’ànno la mente desïando morta,
    Vidivi di pietate ornare il volto;
    Ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,
    Furo i biondi capelli allor velati,
    E l’amoroso sguardo in sè raccolto.
    Quel ch’i’ più desiava in voi, m’è tolto:
    Sì mi governa il velo,
    Che per mia morte ed al caldo ed al gelo,
    De’ be’ vostri occhi il dolce lume adombra.

    Verso 1. Lassare. Lasciare. Deporre. // 3. Poi che. Dopo che. // 4. D’entro al cor mi sgombra. Mi scaccia dal cuore. // 5. I be’ pensier. I miei pensieri di amore verso di voi. // 6. Che hanno col gran desiderio uccisa la mente mia, cioè annullato le mie facoltà mentali. // 7. Vidi nel vostro volto qualche segno di compassione verso di me. // 8. Ma dopo che Amore, che era in me, vi ebbe dato segno di quello che io pensava. // 10. In sè. In sè stesso. // 11. Quel ch’i’ più desiava in voi. Cioè la vista degli occhi vostri. // 12-14. Così mi tratta quel velo che, per mia pena mortale, adombra sì al caldo e sì al gelo, cioè a tutte l’ore, il dolce lume dei vostri begli occhi.


    SONETTO IX.
    Spera nel tempo, che, rendendo Laura men bella,
    gliela renderà più pietosa.

    Se la mia vita da l’aspro tormento
    Si può tanto schermire e dagli affanni,
    Ch’i’ veggia, per virtù degli ultimi anni,
    Donna, de’ be’ vostri occhi il lume spento,
    E i cape’ d’oro fin farsi d’argento,
    E lassar le ghirlande e i verdi panni,
    E ’l viso scolorir che ne’ miei danni
    A lamentar mi fa pauroso e lento;
    Pur mi darà tanta baldanza Amore,
    Ch’i’vi discovrirò, de’ miei martiri
    Qua’ sono stati gli anni e i giorni e l’ore.
    E se ’l tempo è contrario ai be’ desiri,
    Non fia ch’almen non giunga al mio dolore
    Alcun soccorso di tardi sospiri.

    Verso 3. Virtù. Per effetto. [A.] // 1-4. Se la mia vita potrà reggere al tormento e agli affanni di amore, tanto che io vi vegga giunta in età provetta, e spento per virtù di questa il lume, cioè lo splendore dei vostri occhi. // 5. I cape’ d’oro fin. I capelli d’oro fino, cioè puro. Farsi. Divenire. // 6. E lassar. E voi lasciare. I verdi panni. Le vesti di color gaio. Le vesti da giovane. // 7-8. E scolorirsi quel viso che ora m’infonde tanta timidità, che ne’ miei mali appena ardisco di lamentarmi. // 9. Pur. Alla fine. Baldanza. Ardire. Coraggio. // 10. Discovrirò. Discoprirò. Manifesterò. Narrerò. // 11. Qua’. Quali. // 12-14. E sebbene allora il tempo, cioè la nostra età provetta, sarà contrario ai bei desiderii, cioè all’amore; almeno il dolor mio sarà un poco alleggerito da qualche vostro tardo sospiro. Non fia significa Non sarà, Non avverrà, Non potrà essere.


    SONETTO X.
    È lieto e contento che l’amore di Laura
    il sollevi al Bene sommo.

    Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
    Amor vien nel bel viso di costei;
    Quanto ciascuna è men bella di lei,
    Tanto cresce il desio che m’innamora.
    I’ benedico il loco e ’l tempo e l’ora
    Che sì alto miraron gli occhi miei,
    E dico: Anima, assai ringraziar dei
    Che fosti a tanto onor degnata allora.
    Da lei ti vien l’amoroso pensiero
    Che, mentre il segui, al sommo Ben t’invia,
    Poco prezzando quel ch’ogni uom desia:
    Da lei vien l’animosa leggiadria
    Ch’al Ciel ti scorge per destro sentiero,
    Sì ch’i’ vo già de la speranza altiero.

    Versi 1-2. Quando Amore nel bel viso di costei viene ad ora ad ora tra le altre donne. Cioè, quando costei viene tra le altre donne, e però ci viene Amore, che abita nel suo bel viso. Ad ora ad ora vuol dire di quando in quando. // 6. Sì alto. Cioè sì nobile oggetto. // 7. Ringraziar. Ringraziare il Cielo o la Fortuna. Dei. Devi. // 8. A tanto onor degnata. Fatta degna di tanto onore. Graziata di tanto onore. // 10. Mentre. Finchè.


    BALLATA II.
    Lontano, non la vedrà che col pensiero;
    e però invita gli occhi a saziarsene.

    Occhi miei lassi, mentre ch’io vi gira
    Nel bel viso di quella che v’à morti,
    Pregovi, siate accorti;
    Chè già vi sfida Amore; ond’io sospiro.
    Morte può chiuder sola a’ miei pensieri
    L’amoroso cammin che li conduce
    Al dolce porto de la lor salute.
    Ma puossi a voi celar la vostra luce
    Per meno obbietto; perchè meno interi
    Siete formati, e di minor virtute.
    Però dolenti, anzi che sian venute
    L’ore del pianto, che son già vicine,
    Prendete or a la fine
    Breve conforto a sì lungo martiro.

    Verso 1. Lassi. Miseri, o vero, stanchi dal piangere. // 2. V’à morti. Vi ha spenti. // 3. Siate accorti. Cioè, studiatevi di bearvi in quella vista quanto più potete. Il Poeta era per doversi partire dalla sua Laura. // 4. Chè. Perocchè. Vi sfida. A reggere al dolore della lontananza. // 5-10. I miei pensieri non possono essere impediti di giungere a Laura, se non dalla morte; cioè, nulla, se non solamente la morte, mi può tôrre la facoltà di pensare a Laura; ma ben può un obbietto, cioè un ostacolo, minore della morte, nascondere a voi, occhi miei, la vostra luce, cioè privarvi di Laura; perchè voi siete per natura meno perfetti che i pensieri, e forniti di minor potenza. // 11. Dolenti. Infelici. Vocativo.* Anzi che. Prima che. // 12. L’ore del pianto. Cioè l’ore della lontananza. - Che vi sarà cagione di piangere. [A.] // 13. Alla fine. Per l’ultima volta avanti la partenza. // 14. Un breve ristoro che vi aiuti a poter poi sostenere un dolore sì lungo.


    SONETTO XI.
    Irresoluto nel dilungarsi da Laura,
    descrive i vari affetti da cui è agitato.

    Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
    Col corpo stanco, ch’a gran pena porto;
    E prendo allor del vostro aere conforto,
    Che ’l fa gir oltra, dicendo: Oimè lasso.
    Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso
    Al cammin lungo ed al mio viver corto,
    Fermo le piante sbigottito e smorto,
    E gli occhi in terra lagrimando abbasso.
    Talor m’assale in mezzo a’ tristi pianti
    Un dubbio, come posson queste membra
    Da lo spirito lor viver lontane.
    Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra
    Che questo è privilegio degli amanti,
    Sciolti da tutte qualitati umane?

    Il Poeta componeva questo Sonetto nel tempo di un suo viaggio col quale si allontanava da Laura.
    Verso 3. Conforto. Usato qui precisamente come nell’ultimo verso della ballata precedente; e questo è anco il significato vero della parola. - Aggiugnimento di forza per qualche operazione dello spirito avvenire. [A.] // 3-4. E respirando dell’aria che viene dalla parte dove voi siete, prendo un poco di ristoro, confortato dal quale, il mio corpo va innanzi, dicendo: Misero me. // 5. Lasso. Lascio. // 7. Fermo le piante. Fermo il passo. // 10. Un dubbio, come posson. Un dubbio; e il dubbio è questo: come possono. // 11. Da lo spirito lor. Ch’è Laura. // 12. Non ti rimembra. Non ti sovviene. // 13. Questo. Cioè di poter vivere col corpo lontano dal suo spirito.


    SONETTO XII.
    Ansioso cerca da per tutto chi gli presenti
    le vere sembianze di Laura.

    Movesi ’l vecchierel canuto e bianco
    Del dolce loco ov’à sua età fornita,
    E da la famigliuola sbigottita,
    Che vede il caro padre venir manco:
    Indi traendo poi l’antico fianco
    Per l’estreme giornate di sua vita,
    Quanto più può col buon voler s’aita,
    Rotto dagli anni e dal cammino stanco.
    E viene a Roma, seguendo ’l desio,
    Per mirar la sembianza di colui
    Ch’ancor là su nel Ciel vedere spera.
    Così, lasso, talor vo cercando io,
    Donna, quant’è possibile, in altrui
    La desïata vostra forma vera.

    Verso 2. Del. Dal. Ov’ha sua età fornita. Dove ha passato la sua vita che è presso alla fine. // 4. Venir manco. Venir meno, cioè andar languendo, mancando, per la vecchiezza. // 5. Indi. Di là. // 6. Per le. Nelle. // 7. Col buon voler ec. Cioè trae dal suo buon volere quella forza che il corpo non ha; e la coscienza della sua buona intenzione lo aiuta a vincere la debolezza degli anni e la lunghezza del cammino. [A.] - S’aita. S’aiuta. // 8. E dal cammino stanco. E stanco dal cammino. // 9. Seguendo ’l desio. Menato dal suo desiderio. // 10. La sembianza. L’immagine. Chiama immagine di Cristo il papa. - *Intendi piuttosto la Veronica, di che parla Dante nel 31 del Par., ossia il sudario in cui vedesi l’effigie del Redentore; chè nessuno ha mai creduto che il papa abbia la sembianza di Cristo. Oltrechè chi avesse voluto vedere il papa a tempo del Petrarca, non a Roma avrebbe dovuto portarsi, ma ad Avignone.* // 11. Ancor. Riferito a tempo futuro. Di nuovo. // 13. In altrui. In altri.


    SONETTO XIII.
    Quale sia il suo stato quando Laura gli è presente,
    e quando da lui si diparte.

    Piovonmi amare lagrime dal viso,
    Con un vento angoscioso di sospiri,
    Quando in voi adivien che gli occhi giri,
    Per cui sola dal mondo i’ son diviso.
    Vero è che ’l dolce mansueto riso
    Pur acqueta gli ardenti miei desiri,
    E mi sottragge al foco de’ martiri,
    Mentr’io sono a mirarvi intento e fiso:
    Ma gli spiriti miei s’agghiaccian poi
    Ch’i’ veggio, al dipartir, gli atti soavi
    Torcer da me le mie fatali stelle.
    Largata al fin con l’amorose chiavi
    L’anima esce del cor per seguir voi;
    E con molto pensiero indi si svelle.

    Verso 3. Quando avviene che io giri, cioè volga, gli occhi in voi, cioè a voi. // 6. Pur. A poco a poco. // 8. Mentre. Finchè. // 9-11. Ma il cuore e il sangue mi si agghiacciano quando, nel separarci l’uno dall’altro, io veggo che le mie stelle, cioè gli occhi vostri, che per me sono fatali, cioè hanno influssi simili a quei delle stelle del cielo, ritirano da me i loro atti soavi: o vero, che voi con atti soavi licenziandovi, ritirate da me gli occhi vostri. // 12. Largata. Dischiusa. Con l’amorose chiavi. Colle chiavi d’amore. // 14. Si stacca da voi, e non senza molto pensiero di voi, ritorna in me. - Nella prima quartina il P. dice: piango, quando vi vedo. Nella seconda: la dolcezza del mirarvi rimedia al pianto. Nella prima terzina: torno in doglia, partendo voi da me. Nell’ultima: un’estasi amorosa rimedia al dolore. [P.]


    SONETTO XIV.
    Per poter meno amarla, fugge, ma inutilmente,
    dalla vista del suo bel volto.

    Quand’io son tutto vôlto in quella parte
    Ove ’l bel viso di Madonna luce;
    E m’è rimasta nel pensier la luce
    Che m’arde e strugge dentro a parte a parte;
    I’, che temo del cor che mi si parte,
    E veggio presso il fin della mia luce,
    Vommene in guisa d’orbo senza luce,
    Che non sa ’ve si vada, e pur si parte.
    Così davanti ai colpi della Morte
    Fuggo; ma non sì ratto che ’l desio
    Meco non venga, come venir sole.
    Tacito vo; chè le parole morte
    Farian pianger la gente; ed i’ desio
    Che le lagrime mie si spargan sole.

    Verso 1. Vôlto. Rivolto col corpo e col pensiero, dopo essermi trovato con Laura. In. Verso. // 2. Luce. Risplende. // 3. La luce. Del viso di Laura. - Il verso tutto intero significa: E mi dura nella memoria l’imagine del volto rilucente di Laura. [A.] // 4. A parte a parte. Tutto quanto. // 5. Io, che temo a cagione del cuore che mi si divide, mi si spezza. // 6. E veggio presso. E veggo esser vicino. Luce. Vita. // 11. Sole. Suole. // 12. Che. Perchè. Parole morte. Parole disperate. Parole di dolore mortale. // 14. Sole. Senza compagnia di lagrime d’altri.


    SONETTO XV.
    Rassomiglia sè stesso alla farfalla,
    che è arsa da quel lume che sì la diletta.

    Sono animali al mondo di sì altera
    Vista, che ’ncontro al Sol pur si difende;
    Altri, però che ’l gran lume gli offende,
    Non escon fuor se non verso la sera;
    Ed altri, col desio folle, che spera
    Gioir forse nel foco perchè splende,
    Provan l’altra virtù, quella che ’ncende.
    Lasso, il mio loco è ’n questa ultima schiera.
    Ch’i’ non son forte ad aspettar la luce
    Di questa Donna, e non so fare schermi
    Di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
    Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
    Mio destino a vederla mi conduce:
    E so ben ch’i’ vo dietro a quel che m’arde.

    Verso 1. Sono animali al mondo. Si trovano nel mondo alcuni animali. Altera. Qui sta per forte, gagliarda. - Ma ci fa intendere tutto insieme l’indole che s’accompagna a tal forza e gagliardia di veduta. [A.] // 2. Incontro al Sol. Contro, o pure di rincontro, al sole. Si difende. Regge. // 3. Altri. Altri animali. Però che. Perciocchè. // 6. Gioir. Godere. // 7. L’altra virtù, quella che ’ncende. L’altra potenza del fuoco, voglio dir quella che abbrucia. // 8. Tristo me, io sono del numero di questi ultimi animali. // 9-11. Perciocchè io non ho la vista tanto forte che regga alla luce di Laura, e però non sono del numero dei primi animali: nè anche mi so schermire, cioè riparare, dalla detta luce con tenermi in luoghi oscuri e non venir fuora se non al tardi, come fanno gli animali del secondo genere. // 12. Infermi. Deboli. // 14. I’ vo dietro a quel che m’arde. Io cerco cosa che mi abbrucia.


    SONETTO XVI.
    Tentò e ritentò più volte, ma indarno, di lodare
    le bellezze della sua Donna.

    Vergognando talor ch’ancor si taccia,
    Donna, per me vostra bellezza in rima,
    Ricorro al tempo ch’io vi vidi prima,
    Tal che null’altra fia mai che mi piaccia.
    Ma trovo peso non da le mie braccia,
    Nè ovra da polir con la mia lima:
    Però l’ingegno, che sua forza estima,
    Ne l’operazïon tutto s’agghiaccia.
    Più volte già per dir le labbra apersi;
    Poi rimase la voce in mezzo ’l petto.
    Ma qual suon poria mai salir tant’alto?
    Più volte incominciai di scriver versi;
    Ma la penna e la mano e l’intelletto
    Rimaser vinti nel primiero assalto.

    Versi 1-2. Vergognandomi talvolta che io non abbia ancora cantato della vostra bellezza. // 3. Ricorro al tempo. Richiamo alla memoria quel tempo. Prima. La prima volta. - Più letteralmente diremo: Ritorno colla memoria a quel tempo ch’io vidi la prima volta; e questo con desiderio di ridestare dentro di me la vostra imagine e quindi ritrarla. [A.] // 4. E vi vidi tale che mai non potrà essere che alcun’altra donna mi piaccia. // 5-6. Ma trovo che il cantare della vostra bellezza è peso non proporzionato alle mie forze, e opera, cioè lavoro, da non poter esser polito colla mia lima. - *Dante: «Scrissi più volte rime, Ed in pulirle oprai tutte mie lime.»* // 7. L’ingegno. Mio. Che sua forza estima. Che misura le proprie forze e ne fa giudizio. // 8. Ne l’operazïon. Nel provarsi a celebrare la vostra bellezza. // 10. In mezzo ’l. In mezzo al. // 11. Qual suon. Qual voce. Notisi che il Poeta nel primo terzetto parla del dire, nel secondo dello scrivere. Poria. Potrebbe. Salir tant’alto. Riuscir degno di argomento sì nobile. // 12. Di. A. // 14. Rimaser ec. Qui a compiere l’elissi dovrebbe dirsi: Rimaser vinti nel dare il primo assalto. Nel son. II v. 9 dovrebbe compirsi l’elissi dicendo, Rimase vinta nel ricevere il primo assalto. - Dovendo valermi di tal locuzione, l’applicherei piuttosto all’assalito che all’assalitore. [A.] - Nel primiero assalto. Alla prima prova.


    SONETTO XVII.
    Dimostra che il suo cuore sta in pericolo di morire
    se Laura nol soccorre.

    Mille fïate, o dolce mia guerrera,
    Per aver co’ begli occhi vostri pace,
    V’aggio profferto il cor; ma a voi non piace
    Mirar sì basso con la mente altera:
    E se di lui forse altra donna spera,
    Vive in speranza debile e fallace:
    Mio, perchè sdegno ciò ch’a voi dispiace,
    Esser non può già mai così com’era.
    Or s’io lo scaccio, ed e’ non trova in voi
    Ne l’esilio infelice alcun soccorso,
    Nè sa star sol, nè gire ov’altri ’l chiama;
    Poria smarrire il suo natural corso;
    Che grave colpa fia d’ambeduo noi,
    E tanto più di voi, quanto più v’ama.

    Verso 1. Guerrera. Guerriera. Nemica. Che mi fai guerra. // 3. Aggio. Ho. Profferto. Offerto. // 5. E se forse altra donna spera di aver questo cuore. // 7-8. Mio come era prima, non può esser mai più (intendi questo cuore), perchè io sdegno, cioè ho a schifo, quello che dispiace a voi. - Sdegnare è il contrario di degnare. Ved. son. X v. 8. [A.] // 9-12. Dunque, se io lo scaccio da me, se tu non gli dai ricovero, se non sa nè star solo nè andare dove altri, cioè altre donne, lo chiamano, egli potrebbe perire. // 13. Che. Il che. Fia. Sarà. // 14. E la colpa vostra sarà tanto più grave della mia, quanto egli ama più voi che me.


    SESTINA I.
    Espone la miseria del suo stato. Ne accusa Laura.
    La brama pietosa, e ne dispera.

    A qualunque animale alberga in terra,
    Se non se alquanti c’ànno in odio il Sole,
    Tempo da travagliare è quant’è ’l giorno;
    Ma poi ch’il cielo accende le sue stelle,
    Qual torna a casa, e qual s’annida in selva
    Per aver posa almen infino a l’alba.

    Verso 1-5. A tutti gli animali che vivono in terra, eccettuatone alquanti che odiano il Sole, cioè gli animali notturni, è assegnato tanto tempo da travagliare quanto dura il giorno; ma quando si fa notte, alcuni di loro tornano a casa, ed altri si adagiano in qualche selva. // 6. Aver posa. Riposarsi.

    Ed io, da che comincia la bell’alba
    A scuoter l’ombra intorno de la terra
    Svegliando gli animali in ogni selva,
    Non ò mai triegua di sospir col Sole:
    Poi quand’io veggio fiammeggiar le stelle,
    Vo lagrimando e desiando il giorno.

    Verso 2. A discacciar l’ombra d’intorno alla terra. - *Virg.: «Humentemque aurora polo dimoverat umbram.»* // 4. Col sole. Finchè dura il giorno.

    Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
    E le tenebre nostre altrui fanno alba,
    Miro pensoso le crudeli stelle
    Che m’ànno fatto di sensibil terra,
    E maledico il dì ch’i’ vidi ’l Sole:
    Che mi fa in vista un uom nudrito in selva.

    Verso 2. Altrui. A’ nostri antipodi. - L’esser noi nelle tenebre è cagione che i nostri antipodi abbiano l’alba. [A.] // 4. Che hanno voluto che io fossi fatto di materia che sente, cioè che fossi animal vivo e non creatura inanimata. // 5. Ch’i’ vidi ’l sole. Ch’io nacqui. // 6. Che. Il che. Il qual modo di vita che io meno. Mi fa in vista. Mi fa nell’apparenza. Mi fa parere. Fa ch’io paia. Nudrito in selva. Silvestro. Salvatico.

    Non credo che pascesse mai per selva
    Sì aspra fera, o di notte o di giorno,
    Come costei ch’i piango a l’ombra e al Sole,
    E non mi stanca primo sonno, od alba;
    Chè, bench’i’ sia mortal corpo di terra,
    Lo mio fermo desir vien da le stelle.

    Verso 1. Pascesse. Qui è verbo neutro. // O di notte o di giorno. O la notte o il giorno. E vuol dire: fera, cioè animale notturno o diurno. // 3. Costei. Laura. Ch’i’ piango. Per la quale io piango. A l’ombra e al Sole. Notte e giorno. // 4. E dalla sera alla mattina non sono mai stanco di piangere. // 5. Chè. Perocchè. // 6. Fermo. Costante. Durevole. - Vien da le stelle. E perciò è fermo e durevole come le stelle, o il loro (creduto) influsso. [A.]

    Prima ch’i’ torni a voi, lucenti stelle,
    O tomi giù ne l’amorosa selva
    Lassando il corpo, che fia trita terra,
    Vedess’io in lei pietà: ch’in un sol giorno
    Può ristorar molti anni, e ’nnanzi l’alba
    Puommi arricchir dal tramontar del Sole.

    Verso 1. Dice tornare alle stelle per morire, seguendo un’opinione platonica. // 2. Tomi. Cada. Ne l’amorosa selva. Nella selva dove, secondo Virgilio, dimorano le anime delle persone morte per cagion d’amore. // 3. Lassando. Lasciando. Fia. Sarà. Diverrà. Trita terra. Polvere. // 4. Vedess’io. Maniera di dire desiderativa. In lei. In Laura. // 5-6. Mi può compensar le pene di molti anni; e dal tramontar del sole prima che arrivi l’alba vegliante, mi può far beato.

    Con lei foss’io da che si parte il Sole,
    E non ci vedess’altri che le stelle
    Sol una notte; e mai non fosse l’alba;
    E non si trasformasse in verde selva
    Per uscirmi di braccia, come il giorno
    Che Apollo la seguia qua giù per terra.

    Verso 1. Foss'io. Forma desiderativa. Da che si parte il Sole. Dopo tramontato il sole. // 3. Non fosse l'alba. Non venisse l'alba. // 4. Non si trasformasse. Laura. In verde selva. In lauro. // 5. Come il giorno. Come ella fece quel giorno. Confonde Laura con Dafne.

    Ma io sarò sotterra in secca selva,
    E ’l giorno andrà pien di minute stelle
    Prima ch’a sì dolce alba arrivi il Sole.

    In questi tre versi vedi le sei parole finali di tutti i precedenti. Misere prove d’ingegno alle quali sottopongonsi anche i grandi ossequiosi alle usanze. [A.] // Verso 1. In secca selva. Chiuso in legno secco, cioè in una cassa da morto. Dice selva per legno, come dicono i Francesi e dissero anche i Latini. // 2. E di giorno si vedranno le stelle. // 3. Prima che spunti sì fortunato giorno.


    CANZONE I.
    Perduta la libertà, servo di Amore,
    descrive e compiange il proprio stato.

    Nel dolce tempo de la prima etade,
    Che nascer vide ed ancor quasi in erba
    La fera voglia che per mio mal crebbe;
    Perchè, cantando, il duol si disacerba,
    Canterò com’io vissi in libertade,
    Mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe;
    Poi seguirò sì come a lui ne ’ncrebbe
    Troppo altamente, e che di ciò m’avvenne;
    Di ch’io son fatto a molta gente esempio:
    Benchè ’l mio duro scempio
    Sia scritto altrove sì che mille penne
    Ne son già stanche, e quasi in ogni valle
    Rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri,
    Ch’acquistan fede a la penosa vita.
    E se qui la memoria non m’aita,
    Come suol fare, iscusinla i martíri,
    Ed un pensier, che solo angoscia dalle
    Tal, ch’ad ogni altro fa voltar le spalle,
    E mi fece obblïar me stesso a forza;
    Chè tien di me quel d’entro, ed io la scorza.

    Verso 1-3. Canterò, perchè cantando si mitiga il dolore, come nel tempo della mia prima gioventù, nel qual tempo mi nacque e fu ancora quasi in erba, cioè bambina, la passion dell’amore che è cresciuta poi per mio male; canterò, dico, come io vissi allora in libertà finchè sdegnai di dar luogo ad Amore nell’animo mio. Poi seguiterò dicendo come Amore fu punto vivamente di questo dispregio, e ciò che mi avvenne per virtù del suo sdegno. // 9. Di che. Onde, cioè per quel che mi avvenne. // 10. Benchè. Dipende dal canterò del verso quinto e dal seguirò del settimo. // 12. E quasi. E benchè quasi. // 14. Che fanno fede della mia penosa vita. Che provano come sia misera la mia vita. // 15. Qui. Nel narrare i miei casi. //.16-18. E la scusi altresì un pensiero, cioè il pensiero o desiderio di Laura, che da sè solo le dà, cioè alla mia memoria, alla mia mente, un’angoscia tale che mi fa lasciar da parte ogni altro pensiero. Avanti fa voltar le spalle si sottintenda il mi che è nel verso seguente. - Questa metafora della mente che volta le spalle ad ogni altro pensiero non può lodarsi: e il Poeta ne ha di sì fatte non poche. Nell’Alighieri ne incontriamo alcune che tengono dal secolo una rozzezza spiacevole a noi, ma non offendono quasi mai, come questa, il gusto e il buon senso. [A.] // 19. Face. Fa. // 20. Perocchè quel pensiero signoreggia il mio interno, ed io non posseggo altro di me che il di fuori.

    I’ dico che dal dì che ’l primo assalto
    Mi diede Amor, molti anni eran passati,
    Sì ch’io cangiava il giovenile aspetto;
    E dintorno al mio cor pensier gelati
    Fatto avean quasi adamantino smalto
    Ch’allentar non lassava il duro affetto:
    Lagrima ancor non mi bagnava il petto
    Nè rompea il sonno; e quel ch’in me non era,
    Mi pareva un miracolo in altrui.
    Lasso, che son! che fui!
    La vita al fine, e ’l dì loda la sera.
    Chè sentendo il crudel di ch’io ragiono,
    Infino allor percossa di suo strale
    Non essermi passato oltra la gonna,
    Prese in sua scorta una possente donna,
    Vêr cui poco già mai mi valse o vale
    Ingegno o forza o dimandar perdono.
    Ei duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono,
    Facendomi d’uom vivo un lauro verde,
    Che per fredda stagion foglia non perde.

    Versi 1-3. Dico dunque che da che io provai quel primo assalto di Amore che si prova all’entrare della giovinezza, erano passati molti anni, tanto che il mio aspetto giovanile non era più quel di prima. // 4. Pensier gelati. Pensieri gravi e severi. Studi ed occupazioni gravi. // 5. Adamantino smalto. Un riparo d’acciaio. // 6. Che non lasciava infievolire il mio rigido proposito di non amare. // 7. Lagrima. Di amore. // 8. Nè rompea. Nè mi rompea. E quel che in me non era. Cioè gli affanni e le smanie d’amore. // 9. Un miracolo. Una meraviglia. Una cosa appena credibile. - Cioè che altri per amore piangesse e perdesse il sonno. [A.] // 10. Che son! che fui! Quanto sono diverso da quel che fui! // 11. Non lodar la vita prima della fine, nè il dì prima della sera. Modo proverbiale. Qui loda è voce dell’imperativo di lodare. - * Il citato Cod. Bolognese legge: «La vita il fine, e ’l dì loda la sera.» Lezione, ch’io stimo migliore della comune, e più rispondente al modo proverbiale latino: Finis coronat opus; e all’italiano: Il fine dimostra la cosa. Onde il detto verso s’avrebbe a intendere così: il fine loda, collauda, giudica la vita; e la sera la giornata.* // 12. Perocchè avvedendosi Amore. // 13. Percossa di suo strale. Verun colpo di suo strale. - Ma si noti, che i trecentisti non usarono molto nè uno nè veruno nè alcuno; delle quali voci noi abituati a leggere libri francesi empiamo le prose e spesso anche i versi. [A.] // 14. Non avermi passata la veste. Non avermi tocco nel vivo. // 15. Scorta. Aiuto. Una possente donna. Laura. // 16. Verso cui, cioè con cui, non mi giovò mai nè mi giova. // 17. Ingegno. Arte. Perdono. Pietà. // 18. Ei duo. Questi due, cioè Amore e Laura. // 19-20. Cambiandomi, di uomo vivo ch’io era, in lauro verde, figura di Laura: il quale, non ostante la stagion fredda, non perde mai foglia. Vuol significare l’intensità e la costanza dell’amore suo; la prima, dicendo di essere stato trasformato nella persona stessa della sua donna; l’altra, dicendo che egli, come fa il lauro, non perde mai foglia.

    Qual mi fec’io quando primier m’accorsi
    De la trasfigurata mia persona,
    E i capei vidi far di quella fronde
    Di che sperato avea già lor corona,
    E i piedi in ch’io mi stetti e mossi e corsi,
    (Com’ogni membro a l’anima risponde)
    Diventar due radici sovra l’onde,
    Non di Peneo, ma d’un più altero fiume;
    E ’n duo rami mutarsi ambe le braccia!
    Nè meno ancor m’agghiaccia
    L’esser coverto poi di bianche piume,
    Allor che fulminato e morto giacque
    Il mio sperar, che troppo alto montava.
    Chè, perch’io non sapea dove nè quando
    Mel ritrovassi, solo, lagrimando,
    Là ’ve tolto mi fu, dì e notte andava
    Ricercando da lato e dentro a l’acque,
    E già mai poi la mia lingua non tacque,
    Mentre poteo, del suo cader maligno:
    Ond’io presi col suon color d’un cigno.

    Verso 1. Qual mi fec’io. Qual divenni! Che pensai! Chi può dir quello che provò l’animo mio? Quando primier. Quando prima. Tosto che. // 2. Che la mia persona, cioè il mio corpo ora trasfigurato. - Passato da una ad altra figura. [A.] 3. Far. Farsi. Divenire. // 4. Della qual fronde io aveva sperato che essi, cioè i miei capelli, dovessero una volta essere incoronati. // 5. In ch’io mi stetti e mossi. Nei quali, cioè in sui quali, io stetti ritto e mi mossi. // 6. Come. Perocchè. A l’anima. La quale nel Poeta non era più d’uomo, ma di pianta. Risponde. Corrisponde. // 7. Diventar. Vidi diventare. // 8. Di Peneo. Fiume della Tessaglia, sulle rive del quale si finge che accadesse la trasformazione di Dafne. D’un più altero fiume. Della Sorga, o del Rodano. // 10. Nè meno. E non meno. - M’agghiaccia. Mi è, o mi fu cagione di agghiacciare per lo spavento. [A.] // 11. Il ripensare come fui poscia coperto di bianche piume. Imitazione della favola di Fetonte e di Cigno re di Liguria, di qui fino a tutta la stanza. // 13. Il mio sperar. La mia speranza intorno a Laura. // 14. Chè. Poichè. Narra perchè fosse poi trasformato in un cigno. // 15. Mel ritrovassi. Ritrovarlo, cioè il mio sperare. Io non sapea dove nè quando ritrovare, cioè ricuperare, la mia speranza perduta. - Ritrovare qui sta nel suo significato vero e primitivo di trovar di nuovo, tornar a trovare. [A.] // 16. Là ’ve. Là dove. Tolto mi fu. Il mio sperare che mi era stato ucciso. // 17. Da lato. Di qua e di là. // 18-20. E da quell’ora in poi la mia lingua, finche potè, non cessò mai di lamentarsi della infelice caduta della mia speranza; onde io presi la voce e colla voce il colore di un cigno. Quanto al colore del cigno, che è bianco, il Poeta vuole accennare la sua canutezza, cominciata fino nella prima gioventù, come racconta esso medesimo nelle opere latine. - *Maligno. Qui vale semplicemente Malo, Malaugurato.*

    Così lungo l’amate rive andai;
    Che volendo parlar, cantava sempre,
    Mercè chiamando con estrania voce:
    Nè mai in sì dolci o in sì soavi tempre
    Risonar seppi gli amorosi guai,
    Che ’l cor s’umilïasse aspro e feroce.
    Qual fu a sentir, che ’l ricordar mi coce?
    Ma molto più di quel ch’è per innanzi,
    Della dolce ed acerba mia nemica
    È bisogno ch’io dica;
    Benchè sia tal, ch’ogni parlare avanzi.
    Questa, che col mirar gli animi fura,
    M’aperse il petto, e ’l cor prese con mano,
    Dicendo a me: di ciò non far parola.
    Poi la rividi in altro abito sola,
    Tal ch’i’ non la conobbi, (o senso umano!)
    Anzi le dissi ’l ver, pien di paura:
    Ed ella ne l’usata sua figura
    Tosto tornando, fecemi, oimè lasso,
    D’uom, quasi vivo e sbigottito sasso.

    Verso 1. L’amate rive. Del fiume che ha detto di sopra. // 2. Cantava sempre. Ovid.: «Quidquid conabor dicere verus erat.»* // 3. Mercè chiamando. Chiedendo alla mia donna pietà. Estrania. Non d’uomo, ma di cigno. // 4. Tempre. Modi. - Temperie o riunione di voci. [A.] // 5. Risonar. Esprimer cantando. - Far risonare. [A.] // 6. Il cor. Di Laura. // 7. Pensate voi quanta fosse la mia pena allora a sentirla, se mi cruccia anche il ricordarmene. - *Il Prof. Pasqualigo dice d’aver trovato in tutti i cod.: «Tal fu a sentir che il ricordar mi coce.» Senza segno interrogativo. Lezione accettabile, ma forse meno poetica della comune.* // 8-11. Ma bisogna che io dica di Laura una cosa molto maggiore, o pur cose molo maggiori di quelle che ho dette innanzi: benchè questo che ho a dire sia tale che vinca ogni parlare, cioè non si possa ben dare ad intendere con parole. // 12. Questa. Laura. // 13-14. Accenna qualche dimostrazione di amore datagli da Laura con divieto di farne parola. // 15. In altro abito. Cioè in aspetto più benigno del consueto. // 16. Non la conobbi. Cioè la credetti meno altiera di prima. O senso umano! Come sei fallace! O giudizio umano, come sei facilmente ingannato dalle apparenze! come ci lasciamo ingannare dalla speranza! // 17. Anzi cogliendo il tempo, perch’ella era sola e mi parea più cortese, tremando, le scopersi il mio desiderio. // 18-20. Ma ella ripigliando subito il solito suo rigore, mi cangiò di uomo in un sasso semivivo e sbigottito. Vuol significare quanto fosse grande la confusione e lo sbigottimento che provò per lo sdegno mostrato da Laura all’udire quella richiesta.

    Ella parlava sì turbata in vista,
    Che tremar mi fea dentro a quella petra
    Udendo: I’ non son forse chi tu credi.
    E dicea meco: Se costei mi spetra,
    Nulla vita mi fia noiosa e trista:
    A farmi lagrimar, signor mio, riedi.
    Come, non so; pur io mossi indi i piedi,
    Non altrui incolpando, che me stesso,
    Mezzo, tutto quel dì, tra vivo e morto.
    Ma perchè ’l tempo è corto,
    La penna al buon voler non può gir presso;
    Onde più cose ne la mente scritte
    Vo trapassando, e sol d’alcune parlo,
    Che maraviglia fanno a chi l’ascolta.
    Morte mi s’era intorno al core avvolta;
    Nè tacendo potea di sua man trarlo,
    O dar soccorso a le virtuti afflitte:
    Le vive voci m’erano interditte:
    Ond’io gridai con carta e con inchiostro:
    Non son mio, no; s’io moro, il danno è vostro.

    Verso 1. Turbata. Adirata. In vista. Nell’aspetto. // 2. Fea. Faceva. A quella petra. A quella pietra nella quale io era mutato. // 3. Udendo. Udendola io dire. I’ non son forse chi tu credi. Io non sono tale qual tu forse mi credi, cioè donna da prestare orecchio a tali dimande. // 4-6. Ed io diceva fra me: se costei mi libera da esser di pietra, cioè, partito ch’io mi sia questa volta dalla sua presenza, ogni vita, per dura e misera che sia, mi parrà dolce a paragone dello smarrimento e del travaglio che provo adesso. Torna, Amore, a farmi piangere come soglio, cioè, lasciami tornare alla mia vita trista, che pure è assai più comportabile di questo mio stato presente. // 7. Io mi mossi pur di là, ed uscii di quell’esser di pietra, non so come. // 8. Dando solo a me stesso la colpa di quel che m’era accaduto. // 9. E tutto quel dì fui mezzo vivo e mezzo morto. // 11. La penna non può scrivere tutto quel ch’io vorrei. - Ma nel testo la locuzione fa imagine, come vuole la poesia. E noi vediamo il buon volere che scorre lungo la serie delle cose, che il Poeta ha nella mente scritte, e dietro a lui la penna che vorrebbe e non può andargli presso e seguitarlo. [A.] // 12. Più cose. Molte cose. // 13. Trapassando. Passando in silenzio. // 14. Che sono maravigliose, e però più notabili delle altre. // 15. Io era in un affanno mortale. // 16. Potea. Io. Di sua man. Di mano della morte. Trarlo. Il mio onore. // 17. A le virtuti afflitte. Ai miei spiriti oppressi. // 18. Il parlare a Laura presenzialmente mi era interdetto, cioè impedito, perchè ella non mi voleva ascoltare. // 19-20. Dunque non potendo reggere se io taceva, nè anche potendo parlare a viva voce, mi diedi a scrivere e far versi, e in questi gridai: Donna, io non sono più mio, ma vostro; per tanto, so muoio, è vostro il danno.

    Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
    D’indegno far così di mercè degno;
    E questa spene m’avea fatto ardito.
    Ma talora umiltà spegne disdegno,
    Talor lo ’nfiamma: e ciò sepp’io da poi,
    Lunga stagion di tenebre vestito;
    Ch’a quei preghi il mio lume era sparito.
    Ed io non ritrovando intorno intorno
    Ombra di lei, nè pur de’ suoi piedi orma;
    Come uom che tra via dorma,
    Gitta’mi stanco sopra l’erba un giorno.
    Ivi, accusando il fuggitivo raggio,
    A le lagrime triste allargai ’l freno,
    E lascia’le cader come a lor parve:
    Nè già mai neve sotto al Sol disparve,
    Com’io sentii me tutto venir meno,
    E farmi una fontana a piè d’un faggio
    Gran tempo umido tenni quel vïaggio
    Chi udì mai d’uom vero nascer fonte?
    E parlo cose manifeste e conte.

    Versi 1-2. Ben credeva io così, cioè con tali versi umili e supplichevoli, rendermi nella estimazione di Laura degno di perdono, da indegno ch’io n’era. Mi credea far vuol dire credea farmi, ed è maniera molto usata dagli antichi. // 3. Spene. Speme. Speranza. // 5. Lo ’nfiamma. Lo infiamma. E ciò sepp’io da poi. E di ciò m’avvidi io di poi. // 6-7. Essendo vissuto per lungo tempo in tenebre, perchè il mio lume, cioè Laura, per questo pregarla di perdono che io faceva in versi, era sparita, cioè non mi si lasciava più vedere. // 8. Intorno intorno. All’intorno. In alcun luogo. // 10. Come viandante che per via si getti a dormire. // 12. Ivi, dolendomi della mia luce, cioè della mia donna, che mi fuggiva. // 14. Parve. Piacque. // 15-16. Nè mai neve si liquefece al Sole così compiutamente come io mi sentii tutto mancare e disfare. Dimostra il Poeta con questa trasformazione come le sue lagrime fossero abbondanti e continue. // 17. E farmi. E divenire. // 18. Umido. Si riferisce al viaggio, o più probabilmente al Poeta. Tenni quel viaggio. Andai trascorrendo, come fanno i fiumi. - *Potrebbe anche intendersi con meno ardita metafora: Per gran tempo bagnai di lagrime quella via, quel sentiero.* // 19. Chi udì mai che d’uom vero nascesse un fonte? // 20. E pur queste cose che io narro, sono verissime; anzi manifeste e note.

    L’alma, ch’è sol da Dio fatta gentile,
    (Chè già d’altrui non può venir tal grazia)
    Simile al suo Fattor stato ritene:
    Però di perdonar mai non è sazia
    A chi, col core e col sembiante umile,
    Dopo quantunque offese a mercè vene:
    E se contra suo stile ella sostene
    D’esser molto pregata, in lui si specchia;
    E fal, perchè ’l peccar più si pavente:
    Chè non ben si ripente
    De l’un mal chi de l’altro s’apparecchia.
    Poi che Madonna, da pietà commossa,
    Degnò mirarmi, e riconobbe e vide
    Gir di pari la pena col peccato;
    Benigna mi ridusse al primo stato.
    Ma nulla è al mondo in ch’uom saggio si fide:
    Ch’ancor poi, ripregando, i nervi e l’ossa
    Mi volse in dura selce; e così scossa
    Voce rimasi de l’antiche some,
    Chiamando Morte e lei sola per nome.

    Verso 1. Quelle anime che Dio ha dotate di gentilezza. // 2. D’altrui. Da altri che da Dio. // 3. Ha uno stato, un essere, somigliante a quello del suo creatore. // 4. Però, come fa Iddio, non lascia mai di perdonare. // 5. Sembiante. Aspetto. // 6. Quantunque. Quanto si voglia. A mercè vene. Cioè viene. Implora pietà. // 7-8. E se alcune volte, contro il suo costume, ella, cioè l’alma gentile, innanzi di perdonare, si lascia pregar lungamente, anche in ciò imita lui, cioè Dio. - La forza che l’alma gentile fa a sè stessa, lasciandosi molto pregare, invece di accondiscendere subito, è significata dal verbo sostenere. [A.] // 9. Fal. Lo fa. Perchè ’l peccar più si pavente. Acciocchè si tema il peccar più, cioè il tornare a peccare. // 10. Chè. Perocchè. Si ripente. Si pente. // 11. De l’un mal. Di un peccato. Chi de l’altro s’apparecchia. Chi si apparecchia di commetterne un altro. // 12. Poi che. Dopo che. Quando. // 14. Che la quantità della pena che io aveva patita era già proporzionata alla mia colpa. // 15. Al primo stato. Di uomo. Vuol significare che Laura tornò a mostrarglisi cortese, e come egli ne fu consolato. // 16. Ma l’uomo saggio non si dee fidare di cosa alcuna del mondo. // 17. Ripregando. Ripregandola io, cioè tornando a richiederla di amore. // 18-19. Volse. Cangiò. Scossa Voce rimasi de l’antiche some. Rimasi una voce spogliata delle mie membra. Imitazione della favola d’Eco. - Rimasi voce scossa dall’antiche some in latino si direbbe: «vox corporeo pondere excussa.» [A.] // 20. Lei. Laura.

    Spirto doglioso, errante (mi rimembra)
    Per spelunche deserte e pellegrine,
    Piansi molt’anni il mio sfrenato ardire:
    Ed ancor poi trovai di quel mal fine,
    E ritornai ne le terrene membra,
    Credo, per più dolor ivi sentire.
    I’ seguii tanto avanti il mio desire,
    Ch’un dì, cacciando, sì com’io solea,
    Mi mossi; e quella fera bella e cruda
    In una fonte ignuda
    Si stava, quando ’l Sol più forte ardea.
    Io, perchè d’altra vista non m’appago,
    Stetti a mirarla, ond’ella ebbe vergogna;
    E per farne vendetta, o per celarse,
    L’acqua nel viso con le man mi sparse.
    Vero dirò (forse e’ parrà menzogna),
    Ch’i’ sentii trarmi de la propria immago;
    Ed in un cervo solitario e vago
    Di selva in selva ratto mi trasformo;
    Ed ancor de’ miei can fuggo lo stormo.

    Verso 1. Spirto. Dice spirto perchè era privato del corpo. Mi rimembra. Mi sovviene. Mi ricordo. // 2. Pellegrine. Estranie. // 3. Ardire. L’ardire usato con Laura. // 4. Di quel mal fine. Fine di quel male. // 7-13. Io seguitando il mio desiderio, trascorsi tant’oltre, che un dì essendomi mosso cacciando, cioè posto ad andare a caccia, come io soleva, e trovata Laura ignuda in una fonte, io, perchè non mi contento, non mi diletto, di altra vista che della sua, stetti fermo a mirarla: della qual cosa ella si vergognò. Imitazione della favola di Atteone. // 16. Vero dirò. Dirò cosa vera. E’. Egli, cioè questo vero che io dirò. // 17. Cioè dirò che io mi sentii spogliare della figura d’uomo. // 18. Vago. Errante. // 19. Di selva in selva. Dipende da vago, o vero è inchiusa in questo verso la voce correndo, o altra simile, sottintesa. - Parmi che basti ordinare così le parole: «E ratto mi trasformo in un cervo solitario e vago (vagante) di selva in selva.» [A.] - Mi trasformo. Cioè mi trasformai. // 20. Stormo. Frotta.

    Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro
    Che poi discese in prezïosa pioggia,
    Sì che ’l foco di Giove in parte spense:
    Ma fui ben fiamma, ch’un bel guardo accense;
    E fui l’uccel che più per l’aere poggia,
    Alzando lei, che ne’ miei detti onoro.
    Nè per nova figura il primo alloro
    Seppi lassar; chè pur la sua dolce ombra
    Ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

    Versi 1-3. Accenna la favola di Danae, e vuole intendere da una parte che egli non fu mai ricco, dall’altra che Laura non consentì mai di soddisfare al suo desiderio. // 4. Un bel guardo. Due begli occhi. Accense. Accese. - Ch’un bel guardo accense, cioè accesa da un bel guardo. Ma il relativo che, oggetto, fa quasi sempre amfibologico il discorso. [A.] // 5-6. E fui quell’uccello che sale su per l’aria più alto di tutti gli altri, cioè l’aquila, e come tale, portai Laura in cielo co’ miei versi, non altrimenti che l’aquila portò Ganimede. // 7-9. Nè seppi mai, qualunque nuova figura io prendessi, lasciare quel lauro nel quale primieramente fui trasformato, cioè lasciar l’amore della mia donna; anzi eziandio la sola ombra di quell’alloro mi scaccia dall’animo ogni piacere men bello.


    CANZONE II.
    Lodando le bellezze di Laura, mette in questione
    se debba o no lasciarne l’amore.

    Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi
    Non vestì donna unquanco,
    Nè d’òr capelli in bionda treccia attorse,
    Sì bella come questa che mi spoglia
    D’arbitrio, e dal cammin di libertade
    Seco mi tira sì, ch’io non sostegno
    Alcun giogo men grave.

    Verso 1. Sanguigni. Di color sanguigno. Persi. Color misto di purpureo e di nero, ma il nero vince. // 2. Unquanco. Mai fino a ora. // 3. D’òr capelli. Capelli d’oro. // 4. Sì bella. Si riferisce a donna, che sta nel secondo verso. // 5. D’arbitrio. Del mio libero arbitrio. // 6-7. Non sostegno Alcun giogo men grave. Non consento di sottopormi al giogo di altra donna, che pur sarebbe più leggiero: tanto amo questo di Laura. - Non sostegno. Mi par di sentire in questo verbo una forza maggiore di quella attribuitagli dal Leopardi, e significa, se non erro: non ho virtù o vigor d’animo bastevole per voler sottrarmi al giogo di Laura, e mettermi sotto un altro men grave. [A.]

    E se pur s’arma talor a dolersi
    L’anima, a cui vien manco
    Consiglio, ove ’l martír l’adduce in forse;
    Rappella lei da la sfrenata voglia
    Subito vista; che del cor mi rade
    Ogni delira impresa, ed ogni sdegno
    Fa ’l veder lei soave.

    Verso 1. S’arma a dolersi. Locuzione poetica e significativa dello sforzo e del coraggio necessari all’impresa. [A.] // 2. L’anima. Mia. Vien manco. Vien meno. // 3. Consiglio. Il senno. Il buon giudizio. Ove. Quando. L’adduce in forse. La riduce a temer della vita. // 4-7. Laura, subito vista, cioè subito che io la veggo, ritira lei, cioè l’anima mia, dalla sfrenata, cioè temeraria, volontà di dolersi; perocchè il veder lei, cioè Laura, mi scaccia dal cuore ogni pensiero di pazze risoluzioni, e volge in dolcezza ogni mio sdegno.

    Di quanto per amor già mai soffersi,
    Ed aggio a soffrir anco
    Fin che mi sani ’l cor colei che ’l morse,
    Rubella di mercè, che pur lo ’nvoglia,
    Vendetta fia; sol che contra umiltade
    Orgoglio ed ira il bel passo ond’io vegno
    Non chiuda e non inchiave.

    Versi 1-7. Io sarò vendicato di quanto ho sofferto per amore fin qui, e di quanto ho a sofferire, finchè quella spietata che mi ha punto il cuore, e che pur l’invoglia, cioè l’innamora, non me lo risani essa medesima; sarò vendicato, dico, purchè orgoglio ed ira di Laura non chiudano incontro all’umiltà mia il bel passo, cioè varco, pel quale io vengo a lei, cioè non mi vietino di continuare a vederla di tempo in tempo, e conversare umilmente e onestamente seco. // 5. Vendetta fia, cioè sarò vendicato, significa che il Poeta tiene per fermo che Laura dovrà pur muoversi una volta a pietà di lui. // 3. Morse. Ferì. - *Ovid.: «Pectora legitimus casta momordit amor.»*

    Ma l’ora e ’l giorno ch’io le luci apersi
    Nel bel nero e nel bianco
    Che mi scacciâr di là dov’Amor corse,
    Novella d’esta vita che m’addoglia
    Furon radice, e quella in cui l’etade
    Nostra si mira, la qual piombo o legno
    Vedendo è chi non pave.

    Versi 1-7. Novella radice, cioè prima cagione, origine, di questa mia dolorosa vita, furono il giorno e l’ora ch’io vidi per la prima volta quel bel nero e quel bianco, cioè quei begli occhi e quel viso, che mi scacciarono di colà dove corse Amore, cioè scacciarono me dal cuor mio, che Amore occupò immantinente. Origine de’ miei mali fu altresì quella donna che è specchio ed esempio del nostro secolo, la quale chi può vedere senza sbigottirsene, conviene che sia fatto di piombo o di legno.

    Lagrima adunque che dagli occhi versi
    Per quelle, che nel manco
    Lato mi bagna chi primier s’accorse,
    Quadrella, del voler mio non mi svoglia,
    Chè ’n giusta parte la sentenzia cade:
    Per lei sospira l’alma; ed ella è degno
    Che le sue piaghe lave.

    Versi 1-7. Adunque (cioè, poichè il mio male è proceduto per gli occhi miei, che videro Laura) niuna lagrima che io versi da questi medesimi occhi per la pena che mi danno quelle saette che nel mio fianco sinistro bagna di sangue chi fu primo ad accorgersi del mio male, cioè il mio cuore; niuna lagrima, dico, mi svoglia dal mio volere, cioè mi rimuove dal proposito di amar questa donna; perocchè la sentenza, cioè la condanna, cade in quella parte di me che l’ha meritata, cioè quella parte di me che sostien la pena del lagrimare, sono gli occhi: per colpa di questa parte, cioè degli occhi, l’anima mia patisce: or dunque è ben giusto che quelli lavino le piaghe di questa.

    Da me son fatti i miei pensier diversi:
    Tal già, qual io mi stanco,
    L’amata spada in sè stessa contorse.
    Nè quella prego che però mi scioglia:
    Che men son dritte al ciel tutt’altre strade;
    E non s’aspira al glorïoso regno
    Certo in più salda nave.

    Versi 1-7. I miei pensieri combattono meco medesimo. Io cangio pensiero ad ora od ora. Una donna già, cioè Didone, travagliata da una battaglia simile a questa nella quale io mi stanco, rivolse contro sè stessa l’amata spada, cioè si uccise colla spada di Enea. Contuttociò non prego Laura che mi ritorni in libertà, perchè tutti gli altri sentieri che menano al cielo son men diritti di questo, cioè niuna via conduce così dirittamente al cielo come l’amor di costei, e certo non si può veleggiare in cerca del paradiso con più salda nave, cioè più robusta e più soda, che questo amore.

    Benigne stelle che compagne fersi
    Al fortunato fianco,
    Quando ’l bel parto giù nel mondo scorse!
    Ch’è stella in terra, e come in lauro foglia
    Conserva verde il pregio d’onestade:
    Ove non spira folgore, nè indegno
    Vento mai che l’aggrave.

    Verso 1. Benigne stelle. Esclamazione. E vuol dire, benigne furono quelle stelle. Fersi. Si fecero. // 2. Fianco. Della madre di Laura. // 3. Quando Laura scese in terra, cioè nacque. In questo verso e nei due precedenti il Poeta vuol dire che Laura fu partorita in buon punto di stelle. // 4. Che. Cioè Laura. Come in lauro foglia. Come la foglia del lauro si conserva sempre verde. // 6. Ove. Nella qual foglia o nel qual lauro. Non spira folgore. Cioè non cade folgore. Così disse Virgilio: «fulminis afflavit ventis.» Si dice che il lauro non sia percosso da fulmini. // 7. Aggrave. Aggravi.

    So io ben ch’a voler chiuder in versi
    Sue laudi, fora stanco
    Chi più degna la mano a scriver porse.
    Qual cella è di memoria in cui s’accoglia
    Quanta vede virtù, quanta beltade;
    Chi gli occhi mira d’ogni valor segno,
    Dolce del mio cor chiave?

    Versi 1-7. Io so bene che il più degno uomo che mai ponesse mano a scrivere, cioè il più degno scrittore che fosse mai, volendo chiudere in versi le lodi di Laura, cioè cantar pienamente di tutti i suoi pregi, fora, cioè sarebbe, stanco; si stancherebbe. In qual cella di memoria si può raccorre tanta virtù, tanta bellezza, quanta è pur quella che reggono coloro che mirano gli occhi di costei, segno, cioè centro, sede, di ogni valore, cioè di ogni pregio, e chiavi del cuor mio? Dice qual cella di memoria, seguitando l’opinione di alcuni filosofi, che la facoltà della memoria risedesse in certi spartimenti che fossero nel cervello.

    Quanto ’l Sol gira, Amor più caro pegno,
    Donna, di voi non ave.

    Versi 1-2. O donna, in quanto gira il Sole, cioè dentro il giro del Sole, che vuol dire in tutta la terra, Amore non ha più cara gemma di voi.


    SESTINA II.
    Benchè disperi di vedere Laura pietosa,
    protesta di amarla fino alla morte.

    Giovane donna sott’un verde lauro
    Vidi, più bianca e più fredda che neve
    Non percossa dal Sol molti e molti anni;
    E ’l suo parlare e ’l bel viso e le chiome
    Mi piacquen sì, ch’i’ l’ò dinanzi agli occhi
    E avrò sempre, ov’io sia, in poggio o ’n riva.

    Verso 3. Non mai percossa dal Sole in molti e molti anni. // 5. Piacquen. Piacquero. - L’ò dinanzi agli occhi. Cioè la sua imagine è così vivamente stampata nel mio animo o nella mia memoria, che quasi mi par di vederla. Ma il Poeta dice più risoluto e con maggiore efficacia. [A.] // 6. E avrò. E l’avrò, cioè dinanzi agli occhi. Ov’io sia. Dovunque, in qualunque luogo, io sia. In poggio o ’n riva. In monte o in. piano: e anche questo vuol dire, in qualunque luogo.

    Allor saranno i miei pensieri a riva,
    Che foglia verde non si trovi in lauro:
    Quand’avrò queto il core, asciutti gli occhi,
    Vedrem ghiacciare il foco, arder la neve.
    Non ho tanti capelli in queste chiome,
    Quanti vorrei quel giorno attender anni.

    Verso 1-2. Allora avrò finito di pensare a lei, o vero allora sarò venuto a capo del mio desiderio, quando non si trovi più foglia verde in sui lauri. // 3. Cioè quando il mio desiderio sarà stato appagato, ovvero quando io avrò finito di amar colei. // 4. Ghiacciar. Agghiacciarsi. // 6. Quanti anni consentirei di aspettare quel giorno del mio contento, se io fossi certo che egli dovesse pur venire una volta. Ovvero, quanti anni vorrei che passassero innanzi che io lasciassi l’amor di Laura; cioè a dire, che io non la voglio lasciar mai. - Potrebbe anche spiegarsi: Mi contenterei di aspettare in tormento tanti anni quanti ho capelli in testa, purchè fossi certo di vedere tal mutazione, cioè agghiacciato il mio fuoco, e ardente la neve di Laura. Ved. il son. IX. Del resto, molte possibili interpetrazioni accusano lo scrittore di poca precisione. [A.]

    Ma perchè vola il tempo e fuggon gli anni,
    Sì ch’a la morte in un punto s’arriva,
    O con le brune o con le bianche chiome:
    Seguirò l’ombra di quel dolce lauro
    Per lo più ardente Sole e per la neve,
    Fin che l’ultimo dì chiuda questi occhi.

    Versi 1-6. Ma poichè non posso viver tanto, almeno andrò sempre amando e seguitando colei, finch’io moia.

    Non fur già mai veduti sì begli occhi
    O ne la nostra etade o ne’ primi anni,
    Che mi struggon così come ’l Sol neve:
    Onde procede lagrimosa riva;
    Ch’Amor conduce a piè del duro lauro,
    C’à i rami di diamante, e d’òr le chiome.

    Verso 2. Ne’ primi anni. Al tempo antico. // 3. Che. I quali occhi. Come ’l Sol neve. Come il Sole strugge la neve. // 4-5. Dal che nasce un fiume di lagrime, che da Amore è condotto a’ piedi della spietata Laura. // 6. I rami di diamante, cioè candidissimi e preziosi, significano le membra di Laura; le chiome d’oro, i capelli.

    I’ temo di cangiar pria volto e chiome,
    Che con vera pietà mi mostri gli occhi
    L’idolo mio scolpito in vivo lauro;
    Che, s’al contar non erro, oggi à sett’anni
    Che sospirando vo di riva in riva
    La notte e ’l giorno, al caldo ed a la neve.

    Verso 1. Cangiar volto e chiome. Invecchiare. // 2. Che. Dipende dal pria del verso innanzi. // 3. L’idolo mio, il quale è fatto di un lauro vivo, cioè il quale non è inanimato come gli altri idoli, ma è una donna viva, di nome Laura. // 4. S’al contar non erro. Se io non fallo nel conto. [A.] - Oggi à. Fa. Sono. // 5. Di riva in riva. Qua e là. Da luogo a luogo. // 6. Di continuo e in ogni tempo.

    Dentro pur foco, e for candida neve,
    Sol con questi pensier, con altre chiome,
    Sempre piangendo andrò per ogni riva,
    Per far forse pietà venir negli occhi
    Di tal che nascerà dopo mill’anni,
    Se tanto viver può ben culto lauro.

    Verso 1. Io, tutto fuoco dentro, e candida neve fuori, cioè scolorito e pallido. // 2. Non con altri pensieri che questi che ho adesso, ma ben con altre chiome, cioè colle chiome alterate per la età. // 3. Per ogni riva. Per ogni dove. // 4. Pietà venir negli occhi. Piangere di pietà. // 5. Tal. Qualcuno. Dopo mill’anni. Di qui a mille anni. // 6. Se le lodi di Laura, scritte con cura e studio, possono durar tanto, cioè pervenire a quelli che nasceranno di qua a mill’anni.

    L’auro e i topazi al Sol sopra la neve
    Vincon le bionde chiome presso agli occhi
    Che menan gli anni miei sì tosto a riva.

    Versi 1-3. Le bionde chiome di Laura presso a quegli occhi che mi conducono a morte immatura, vincono in splendore e in bellezza l’oro e i topazi posti al Sole sopra la neve.


    SONETTO XVIII.
    Laura, morendo, avrà certamente il seggio più alto
    della gloria del Cielo.

    Quest’anima gentil che si diparte,
    Anzi tempo chiamata a l’altra vita,
    Se là suso è, quant’esser de’, gradita,
    Terrà del ciel la più beata parte.
    S’ella riman fra ’l terzo lume e Marte,
    Fia la vista del Sole scolorita;
    Poi ch’a mirar sua bellezza infinita
    L’anime degne intorno a lei fien sparte.
    Se si posasse sotto ’l quarto nido,
    Ciascuna de le tre saria men bella,
    Ed essa sola avria la fama e ’l grido.
    Nel quinto giro non abitrebbe ella:
    Ma se vola più alto, assai mi fido
    Che con Giove fia vinta ogni altra stella.

    Verso 1. Si diparte. Parte da questo mondo. Scriveva il Poeta questo Sonetto in tempo che Laura era malata. // 2. Anzi tempo. Prima nei tempo. - Ancor giovane. [A.] // 3. Se ella è gradita lassù in cielo quanto debbe essere. // 4. Terrà. Avrà. Abiterà. // 5. Il terzo lume. Il terzo pianeta, cioè Venere. // 6. La vista, cioè l’aspetto, del Sole, perderà del suo colore, cioè sarà quasi velata dalla luce di quest’anima. Tra Venere e Marte sta il Sole, secondo gli astronomi antichi. // 7. Sua. Dell’anima di Laura. // 8. Fien sparte. Saranno sparse. Si spargeranno. // 9. Si posasse. Si fermasse. Prendesse a soggiornare. Dimorasse. Sotto ’l quarto nido. Sotto la casa del Sole, cioè tra Marte e Venere. // 10. De le tre. Delle tre stelle o pianeti che stanno di sotto al Sole e più vicino a noi, cioè Venere, Mercurio e la Luna. Men bella. Dell’anima di Laura. // 11. La fama e ’l grido. Di bellezza. // 12. Nel cerchio di Marte, pianeta fiero e maligno, certamente ella non vorrà stare. // 13-14. Ma se vola più su del cielo di Marte, ho per fermo che ella vincerà di splendore il pianeta di Giove e tutte le altre stelle, cioè tutte le fisse. - *Fia vinta leggiamo col cod. Bolognese e non sia, secondo la lezione vulgata. Più sopra: Fia scolorita. Fien sparte.*


    SONETTO XIX.
    Non attende pace, nè disinganno del suo amore,
    se non che dalla morte.

    Quanto più m’avvicino al giorno estremo,
    Che l’umana miseria suol far breve,
    Più veggio ’l tempo andar veloce e leve,
    E ’l mio di lui sperar fallace e scemo.
    I’ dico a’ miei pensier: non molto andremo
    D’amor parlando omai; chè ’l duro e greve
    Terreno incarco, come fresca neve,
    Si va struggendo; onde noi pace avremo:
    Perchè con lui cadrà quella speranza
    Che ne fe vaneggiar sì lungamente,
    E ’l riso e ’l pianto e la paura e l’ira.
    Sì vedrem chiaro poi come sovente
    Per le cose dubbiose altri s’avanza;
    E come spesso indarno si sospira.

    Verso 2. Che presto termina le miserie umane. // 3. Più. Tanto più. // 4. E il mio sperare di lui, cioè del tempo, essere ingannevole e privo di effetto. // 6-7. Il duro e greve Terreno incarco. Il mio corpo. Fresca. Recente. Non ancora indurata. // 9. Con lui. Col mio corpo. // 10. Ne fe. Ci fe. // 12. Sì. Così. Come sovente. Quanto sovente. // 13. Gli uomini camminano allo scuro e nella incertezza. // 14. Come spesso. Quanto spesso. Indarno. Senza cagione. Per cagioni vane. O vero, senza profitto. - *M’è avviso che l’ultimo terzetto s’abbia meglio a intendere così: Vedremo dopo morte, che spesso i pericoli e le ansie della vita profittano, e che spesso si sospira e si cerca ciò che è vanità o nostro danno.*


    SONETTO XX.
    Laura inferma gli apparisce in sogno,
    e lo assicura ch’ella ancor vive.

    Già fiammeggiava l’amorosa stella
    Per l’orïente, e l’altra, che Giunone
    Suol far gelosa, nel settentrïone
    Rotava i raggi suoi lucente e bella:
    Levata era a filar la vecchierella,
    Discinta e scalza, e desto avea ’l carbone;
    E gli amanti pungea quella stagione
    Che per usanza a lagrimar gli appella:
    Quando mia speme, già condotta al verde
    Giunse nel cor, non per l’usata via;
    Che ’l sonno tenea chiusa, e ’l dolor molle;
    Quanto cangiata, oimè, da quel di pria!
    E parea dir: perchè tuo valor perde?
    Veder questi occhi ancor non ti si tolle.

    Verso 1. L’amorosa stella. Il pianeta di Venere. La Diana. // 2-3. E l’altra, che Giunone suol far gelosa. Callisto, cioè l’orsa maggiore. E l’altra, vuol dire: e quell’altra stella. // 5. Era. Erasi. // 6. Discinta e scalza. Mezzovestita. E desto avea ’l carbone. E avea suscitato il fuoco. // 7-8. E sopravveniva con dolor degli amanti quell’ora che suol chiamarli a lagrimare, o perchè gli sveglia dal sonno, e però dalla dimenticanza dei loro mali, o perchè gli sforza a partirsi dalle persone amate. - *In breve, spuntava l’alba.* // 9. Mia speme. Laura. Condotta al verde. Ridotta presso all’estremo per la malattia. // 10-11. Mi si appresentò all’animo, non per la solita via, cioè non per la via degli occhi, che il sonno teneva chiusi e il dolore bagnati di pianto, ma per via della immaginativa. // 12. Cangiata. Mutata Laura per la infermità. Da quel di pria. Dall’esser di prima. // 13. E parea dir. E parevami che mi dicesse. Perchè tuo valor perde? Perchè il tuo coraggio va perdendo della sua forza, langue, cade, si scema? Perde può anche esser detto qui poeticamente in luogo di perdi. // 14. Ancora non ti si toglie, cioè non ti è negato di veder questi occhi. Cioè, io non sono ancora morta.


    SONETTO XXI.
    Raffigura la sua donna ad un lauro,
    e prega Apollo a difenderlo dalle tempeste.

    Apollo, s’ancor vive il bel desio
    Che t’infiammava a le tessaliche onde,
    E se non ài l’amate chiome bionde,
    Volgendo gli anni, già poste in oblio;
    Dal pigro gelo e dal tempo aspro e rio,
    Che dura quanto ’l tuo viso s’asconde,
    Difendi or l’onorata e sacra fronde,
    Ove tu prima, e poi fu’ invescato io;
    E per virtù dell’amorosa speme
    Che ti sostenne ne la vita acerba,
    Di queste impressïon l’aere disgombra.
    Sì vedrem poi per maraviglia insieme
    Seder la Donna nostra sopra l’erba,
    E far de le sue braccia a sè stessa ombra.

    Versi 1-2. Apollo, se ancor dura in te l’amore di Dafne. - A le. Elitticamente: presso alle ec. [A.] // 4. Volgendo gli anni. Coll’andar degli anni. // 6. Quanto. Tanto tempo quanto. Il tuo viso. Vuol dire il sole. // 7. L’onorata e sacra fronde. Il lauro, che significa a un medesimo tempo Dafne amata da Apollo, e Laura amata dal Poeta. // 8. Invescato. Invischiato. // 9. Per virtù. In grazia. // 10. Che ti fu conforto nella vita acerba che menasti in condizione di pastore. // 11. Purifica l’aria da questi vapori. // 12. Così, cioè, rasserenato che tu abbi il cielo, noi due insieme staremo poi mirando per maraviglia, cioè come una maraviglia. // 13. La donna nostra. Quella donna che in un medesimo tempo è a te Dafne, a me Laura. // 14. E fare ombra a sè stessa delle proprie braccia, cioè dei rami del lauro.


    SONETTO XXII.
    Vive solitario, e si allontana da tutti,
    ma ha sempre Amore in sua compagnia.

    Solo e pensoso i più deserti campi
    Vo misurando a passi tardi e lenti;
    E gli occhi porto, per fuggir, intenti,
    Dove vestigio uman l’arena stampi.
    Altro schermo non trovo che mi scampi
    Dal manifesto accorger de le genti;
    Perchè negli atti d’allegrezza spenti
    Di fuor si legge com’io dentro avvampi:
    Sì ch’io mi credo omai che monti e piagge
    E fiumi e selve sappian di che tempre
    Sia la mia vita, ch’è celata altrui.
    Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
    Cercar non so, ch’Amor non venga sempre
    Ragionando con meco, ed io con lui.

    Versi 1-2. I più deserti campi Vo misurando. Vo camminando per li campi più deserti. // 3-4. E tengo gli occhi intenti por fuggire ogni luogo segnato da piede umano. // 5-6. Così mi bisogna fare, perch’io non trovo altro modo d’impedire che le persone non si avveggano manifestamente del mio stato. // 7. D’allegrezza spenti. Nudi d’ogni allegrezza. - O piuttosto: Nei quali è spenta ogni allegrezza. [A.] // 8. Di fuor si legge. Si legge di fuori. // 10. Sappian. Poichè io vivo sempre con loro. Di che tempre. Quale. Di che qualità. // 11. Ch’è celata altrui. Laddove gli altri uomini, o vero altri che i monti, le piaggie, i fiumi e le selve, non sanno la qualità della mia vita. // 13. Che. Dipende dal sì aspre e dal sì selvagge del verso antecedente.


    SONETTO XXIII.
    Conosce che la morte nol può trarre d’affanno,
    e nondimeno, stanco, la invita.

    S’io credessi per morte essere scarco
    Del pensiero amoroso che m’atterra,
    Con le mie mani avrei già posto in terra
    Queste membra noiose e quello incarco.
    Ma perch’io temo che sarebbe un varco
    Di pianto in pianto e d’una in altra guerra,
    Di qua dal passo ancor che mi si serra,
    Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.
    Tempo ben fora omai d’avere spinto
    L’ultimo stral la dispietata corda,
    Ne l’altrui sangue già bagnato e tinto.
    Ed io ne prego Amore, e quella sorda,
    Che mi lassò de’ suoi color dipinto,
    E di chiamarmi a sè non le ricorda.

    Verso 1. Per morte. Elissi: per mezzo della morte, morendo. [A.] // 6. Di pianto in pianto ec. Parmi aver letto, non so ben dove, che in questo verso il Poeta alluda al timore del castigo eterno. E così vorrei intendere anch’io; e senza dubbio il concetto sarebbe più vero, più grande, più bello. Ma il Poeta dice troppo chiaramente nel bel principio che egli si ucciderebbe, qualora potesse credere che morendo cesserebbe di essere tormentato dal pensiero amoroso. Sotto una bellissima veste poetica abbiamo qui adunque un concetto falso e riprovevole. [A.] // 1-14. Se io credessi che morte mi dovesse sgravare del peso di questo amore che mi opprime, mi sarei già ucciso di propria mano, e per tal modo avrei posto giù quel peso. Ma perch’io dubito che il morire non sarebbe altro che un passare da un pianto a un altro o da una a un’altra guerra, cioè che l’amor mio non si spegnerebbe per la mia morte, però, miserello che io sono, mi rimango ancora mezzo di qua dal passo di morte, che mi è serrato, e mezzo lo varco, cioè lo trapasso. In vero, oramai saria ben tempo che la spietata corda dell’arco d’Amore avesse scoccata in me l’ultima freccia, cioè la freccia mortale, che è già bagnata e tinta nel sangue d’altri, cioè nel sangue di tanti amanti infelici. E io pur prego di ciò Amore, cioè che egli scocchi in me questa freccia, e ne prego altresì quella sorda, cioè Morte, che non mi ascolta, la quale mi ha lasciato dipinto de’ suoi colori (mostra di esser campato, forse poco innanzi, da una malattia mortale), e non per questo si ricorda di chiamarmi a sè.


    CANZONE III.
    Mesto per esser lontano da Laura,
    arde di sommo desiderio di rivederla.

    Sì è debile il filo a cui s’attène
    La gravosa mia vita,
    Che, s’altri non l’aita,
    Ella fia tosto di suo corso a riva:
    Però che dopo l’empia dipartita
    Che dal dolce mio bene
    Feci, solo una spene
    È stato infino a qui cagion ch’io viva;
    Dicendo: Perchè priva
    Sia de l’amata vista,
    Mantienti, anima trista:
    Che sai s’a miglior tempo anco ritorni
    Ed a più lieti giorni?
    O se ’l perduto ben mai si racquista?
    Questa speranza mi sostenne un tempo
    Or vien mancando, e troppo in lei m’attempo.

    Verso 1-4. La mia dolorosa vita pende da sì debol filo, che se qualcuno non l’aiuta, ella finirà in breve. Attène sta per attiene. // 5. L’empia dipartita. La spietata, la crudele partenza. // 6. Dal dolce mio bene. Da Laura. // 8. È stato. È stata. Infin a qui. Fino a ora. // 9. Perchè. Benchè. // 10. Sia. Sii. // 11. Mantienti. Conservati. Attendi a vivere. // 12-14. Chi sa che tu non abbi ancora a tornare a tempi migliori e giorni più lieti, e a riacquistare una volta il bene perduto? // 15. Un tempo. Per certo tempo. // 16. M’attempo. Duro. Aspetto. M’inoltro nell’età. - Attemparsi troppo in una cosa vorrà dire starvi, attendervi tanto che ci venga addosso molto tempo; e perciò anche, nel verso che qui si commenta, invecchiare sperando. [A.]

    Il tempo passa, e l’ore son sì pronte
    A fornire il vïaggio,
    Ch’assai spazio non aggio
    Pur a pensar com’io corro a la morte.
    A pena spunta in orïente un raggio
    Di Sol, ch’a l’altro monte
    De l’avverso orizzonte
    Giunto ’l vedrai per vie lunghe e distorte.
    Le vite son sì corte,
    Sì gravi i corpi e frali
    Degli uomini mortali,
    Che quand’io mi ritrovo dal bel viso
    Cotanto esser diviso,
    Col desio non possendo mover l’ali,
    Poco m’avanza del conforto usato,
    Nè so quant’io mi viva in questo stato.

    Verso 2. A compiere il loro viaggio. // 3. Che io non ho tempo che basti. // 4. Pur. Nè pure. // 5-9. Appena è levato il sole in oriente, che tu lo vedi giungere per le lunghe ed oblique vie del zodiaco alle montagne dell’orizzonte opposto, cioè d’occidente. // 12-13. Che quando io penso di quanto grande intervallo io sono diviso da Laura. Ovvero, che poichè io mi trovo tanto discosto da Laura. // 14. Non potendo io volare, come fa il mio desiderio, e così ritornar presso a Laura in un punto. - L’uso della preposizione con presso i trecentisti, e presso il Poeta forse, specialmente è notabile: Non potendo mover l’ali (tramutarsi da luogo a luogo) col desio, cioè in modo che la mia persona si muova insieme col desiderio che sento di movermi. [A.] // 15-16. Poco mi resta del mio solito conforto. Cioè: quella mia speranza di riveder Laura poco val più a confortarmi; perch’io mi trovo lontano da colei già da tanto tempo, e di tanto paese, che non si può trapassare se non in molti giorni; e dall’altro canto la vita umana è così corta. Sicchè in questo stato, cioè senza conforto alcuno, non so quanto potrò vivere.

    Ogni loco m’attrista, ov’io non veggio
    Que’ begli occhi soavi
    Che portaron le chiavi
    E perchè ’l duro esilio più m’aggravi,
    S’io dormo o vado o seggio,
    Altro già mai non chieggio,
    E ciò ch’i’ vidi dopo lor, mi spiacque.
    Quante montagne ed acque,
    Quanto mar, quanti fiumi
    M’ascondon que’ duo lumi,
    Che quasi un bel sereno a mezzo il die
    Fêr le tenebre mie,
    Acciò che ’l rimembrar più mi consumi;
    E quant’era mia vita allor gioiosa,
    M’insegni la presente aspra e noiosa.

    Verso 4. Mentre. Finchè. // 5. Perchè. Acciocchè. Esilio. Lontananza dagli occhi di Laura. // 6. Cioè in qualunque tempo. // 7. Altro. Altro che di veder quelli occhi. // 8. Dopo lor. Dopo veduti quegli occhi. // 12-13. Che tramutarono le tenebre dove io mi trovava, in un bel sereno di mezzogiorno. // 15-16. E acciocchè la mia vita presente aspra e noiosa mi dimostri quanto fosse dilettevole la vita d’allora.

    Lasso, se ragionando si rinfresca
    Quell’ardente desio
    Che nacque il giorno ch’io
    Lassai di me la miglior parte addietro;
    E s’Amor se ne va per lungo obblio;
    Chi mi conduce a l’esca
    Onde ’l mio dolor cresca?
    E perchè pria, tacendo, non m’impetro?
    Certo, cristallo o vetro
    Non mostrò mai di fare
    Nascosto altro colore,
    Che l’alma sconsolata assai non mostri
    Più chiari i pensier nostri,
    E la fera dolcezza ch’è nel core,
    Per gli occhi, che di sempre pianger vaghi
    Cercan dì e notte pur chi glien’appaghi.

    Verso 1. Si rinfresca. Si rinnuova, ripiglia vigore. [A.] // 4. Mi divisi dalla miglior parte di me. - La miglior parte. Il cuore del P. rimasto presso Laura; ovvero Laura stessa. [A.] // 5. E se l’amore con lunga dimenticanza si spegne. // 6. A l’esca. Cioè a ragionar di Laura. // 7. Onde. Per la quale. // 8. E perchè piuttosto non eleggo di tacer sempre se anche, a lungo andare, io dovessi perciò impietrire? // 9-16. Certo nè cristallo nè vetro mostrò mai di fuori così chiaramente alcun riposto colore, diverso da quello di esso cristallo o di esso vetro, o pur della loro superficie; che le anime sconsolate non mostrino assai più manifestamente i pensieri umani, e la crudele dolcezza che è nel cuore, cioè la dolorosa e tuttavia dolce voglia di rinfrescare e nutrire il proprio affanno; le quali cose si dimostrano dalle anime nostre per mezzo degli occhi, che, essendo bramosi e pressochè innamorati di pianger sempre, cercano continuamente cosa che ne li soddisfaccia.

    Novo piacer che negli umani ingegni
    Spesse volte si trova,
    D’amar qual cosa nova
    Più folta schiera di sospiri accoglia!
    Ed io son un di quei che ’l pianger giova:
    E par ben ch’io m’ingegni
    Che di lagrime pregni
    Sien gli occhi miei, sì come ’l cor di doglia;
    E perchè a ciò m’invoglia
    Ragionar de’ begli occhi,
    (Nè cosa è che mi tocchi.
    O sentir mi si faccia così addentro),
    Corro spesso e rientro
    Colà, donde più largo il duol trabocchi,
    E sien col cor punite ambe le luci,
    Ch’a la strada d’Amor mi furon duci.

    Verso 1. Ingegni. È usato qui come l’ingenium de’ Latini, per Indole, Natura. [A.] // 1-4. Strana inclinazione, che pure si trova spesse volte nelle nature degli uomini, di amare qualunque si sia cosa nuova che dia più larga materia di sospirare! // 5. Che. Accusativo. Giova. Diletta. // 6-8. E in vero par che io mi studi e mi affatichi perchè gli occhi miei sieno così pieni di lagrime come è pieno il cuore di affanno. // 9. A ciò. Al piangere. // 10. Il ragionare dei begli occhi di Laura. // 11. Nè cosa è. E niuna cosa è. Nè si può trovar cosa. // 12. Così addentro. Dipende non meno da mi tocchi che da sentir mi si faccia. // 13-16. Ritorno ad ogni ora a quei ragionamenti dai quali abbia a sgorgare una maggior piena di affanno, e per li quali avvenga che, siccome è travagliato il mio cuore, sieno anche puniti questi occhi per li quali Amore mi entrò nell’animo.

    Le trecce d’òr, che devrien fare il Sole
    D’invidia molta ir pieno;
    E ’l bel guardo sereno,
    Ove i raggi d’Amor sì caldi sono,
    Che mi fanno anzi tempo venir meno,
    E l’accorte parole,
    Rade nel mondo o sole,
    Che mi fer già di sè cortese dono,
    Mi son tolte: e perdono
    Più lieve ogni altra offesa,
    Che l’essermi contesa
    Quella benigna angelica salute,
    Che ’l mio cor a virtute
    Destar solea con una voglia accesa:
    Tal ch’io non penso udir cosa già mai
    Che mi conforte ad altro ch’a trar guai.

    Verso 1. Devrien. Dovriano. Dovrebbero. // 2. Esser pieno di molta invidia. // 5. Anzi tempo venir meno. Mancare, languire, appassire, venir quasi a morte, prima del tempo. // 8. Che già mi fecero cortese dono di sè. Che Laura cortesemente m’indirizzava. // 9-10. E perdono Più lieve ogni altra offesa. E sopporto più facilmente ogni altra offesa, e mi dolgo meno di ogni altra offesa, di ogni altro danno, fattomi dalla fortuna o da chi o che che sia. // 11. Contesa. Impedita. Tolta. // 12. Cioè la vista salutare del benigno ed angelico volto di Laura. Ovvero, come alcuno spiega, il saluto, cioè le parole, di Laura. - *La seconda spiegazione è la vera e sola conforme agli esempi innumerevoli, nel trecento, di salute per saluto.* // 14. Destar. Muovere. Incitare. // 15. Tal che. Di modo che. Per la qual cosa. Laonde. Si riferisce alle parole essermi contesa Quella benigna angelica salute. Non penso. Non mi credo. Non mi aspetto. Cosa. Cosa alcuna. // 16. Mi conforte. Mi conforti. Cioè m’inviti, m’induca. A trar guai. A sospirare e lamentarmi.

    E per pianger ancor con più diletto,
    Le man bianche sottili,
    E le braccia gentili,
    E gli atti suoi soavemente alteri,
    E i dolci sdegni alteramente umíli,
    E ’l bel giovenil petto
    Torre d’alto intelletto,
    Mi celan questi luoghi alpestri e feri;
    E non so s’io mi speri
    Vederla anzi ch’io mora;
    Però ch’ad ora ad ora
    S’erge la speme, e poi non sa star ferma,
    Ma ricadendo afferma
    Di mai non veder lei che ’l Cielo onora,
    Ove alberga onestate e cortesia,
    E dov’io prego che ’l mio albergo sia.

    Verso 1. Queste parole son dette per modo di parentesi. // 9. S’io mi speri. Se io debba sperare. // 10. Anzi che. Prima che. // 11. Perocchè tratto tratto. - *Il cod. della Comunale di Bologna legge; Surge la speme che sembra miglior contraposto al ricadendo che segue.* // 13. Ricordando affermo ec. Per verità l’affermare di non dover mai riveder Laura è proprio della disperazione piuttostochè della speranza. [A.] // 14. Di mai non veder lei. Che io non vedrò mai più colei. Che. Accusativo. // 15. Ove. Nella quale. // 16. E nella quale, cioè nell’animo della quale, io prego il Cielo che mi conceda di abitare.

    Canzon, s’al dolce loco
    La Donna nostra vedi,
    Credo ben che tu credi
    ch’ella ti porgerà la bella mano,
    Ond’io son sì lontano.
    Non la toccar; ma reverente a’ piedi
    Le dì ch’io sarò là tosto ch’io possa,
    O spirto ignudo, od uom di carne e d’ossa.

    Verso 1. Al dolce loco. Nel dolce luogo. Intende semplicemente del luogo dove era Laura. // 5. Onde. Dalla qual mano. // 6. A’ piedi. Stando a’ piedi di Laura. // 7. Le dì. Dille. Tosto ch’io possa. Subito che io potrò. // 8. O in anima sola, cioè morto; o in corpo e in anima, cioè vivo.


    SONETTO XXIV.
    Si lagna del velo e della mano di Laura,
    che gli tolgon la vista de’ suoi begli occhi.

    Orso, e’ non furon mai fiumi, nè stagni,
    Nè mare, ov’ogni rivo si disgombra;
    Nè di muro o di poggio o di ramo ombra;
    Nè nebbia, che ’l ciel copra e ’l mondo bagni;
    Nè altro impedimento, ond’io mi lagni,
    Qualunque più l’umana vista ingombra,
    Quanto d’un vel che due begli occhi adombra
    E par che dica: Or ti consuma e piagni.
    E quel loro inchinar, ch’ogni mia gioia
    Spegne, o per umiltate o per orgoglio,
    Cagion sarà che ’nanzi tempo moia.
    E d’una bianca mano anco mi doglio,
    Ch’è stata sempre accorta a farmi noia,
    E contra gli occhi miei s’è fatta scoglio.

    Verso 1. Orso. Parla ad uno di nome Orso, che fu conte dell’Anguillara. E’. Egli. Qui è parola riempitiva. // 2. Si disgombra. Si scarica. // 5-7. In somma non fu mai al mondo nessun ostacolo, fra tutti quelli che maggiormente impediscono la nostra vista, del quale io mi lagnassi tanto, quanto mi lagno di un velo. // 8. Struggiti pure e piangi di desiderio e di dolore. // 9. Loro. Di quegli occhi. Inchinar. Chinarsi. // 10. O per umiltate o per orgoglio. Dipende dal verbo inchinar del verso precedente. // 13. Accorta. Desta e ingegnosa. Noia. Dispiacere. // 14. S’è fatta. È divenuta.


    SONETTO XXV.
    Rimproverato di aver tanto differito a visitarla,
    ne adduce le scuse.

    Io temo sì de’ begli occhi l’assalto,
    Ne’ quali Amore e la mia morte alberga,
    Ch’i’ fuggo lor come ’l fanciul la verga;
    E gran tempo è ch’io presi ’l primier salto.
    Da ora innanzi faticoso od alto
    Loco non fia, dove ’l voler non s’erga,
    Per non scontrar chi i miei sensi disperga,
    Lassando, come suol, me freddo smalto.
    Dunque s’a veder voi tardo mi volsi,
    Per non ravvicinarmi a chi mi strugge,
    Fallir forse non fu di scusa indegno.
    Più dico; che ’l tornare a quel ch’uom fugge,
    E ’l cor che di paura tanta sciolsi,
    Fur de la fede mia non leggier pegno.

    Il Poeta si scusa con Laura di essere stato lungo tempo senza visitarla.
    Verso 1. Sì. Talmente. // 3. Lor. Quelli, cioè i detti occhi. // 4. Ch’io presi ’l primier salto. Che ho cominciato a fuggirli. // 5-8. E da ora innanzi per non incontrarmi con quello che disperge i miei sensi, cioè mi toglie l’uso dei sensi, lasciandomi stupido come un sasso, cioè per non incontrar quegli occhi; mi inerpicherò ancora, a un bisogno, su per qualunque luogo più difficile ed alto. Cioè fuggirò sempre quegli occhi a tutto potere. // 9. Voi. Voi, Laura. Tardo mi volsi. Tardi sono tornato // 11. Questo non è stato forse un mancamento indegno di scusa. // 12. Più dico. E dico di più. Che ’l tornare. Come ho fatto io. Ch’uom fugge. Che si fugge. Che si teme. Che io fuggiva. // 13. E l’avermi io, per tornare a vedervi, discacciata dal cuore quella tanta paura che io aveva degli occhi vostri. // Sciolsi. Qui è dal latino solvere cioè slegai; perchè la paura tenendol legato gli impediva di andare a veder Laura. [A.] // 14. Sono stati non piccolo segno della mia costanza in amarvi.


    SONETTO XXVI.
    Quando Laura parte, il cielo tosto si oscura,
    ed insorgono le procelle.

    Quando dal proprio sito si rimove
    L’arbor ch’amò già Febo in corpo umano,
    Sospira e suda a l’opera Vulcano,
    Per rinfrescar l’aspre saette a Giove:
    Il quale or tona, or nevica ed or piove,
    Senza onorar più Cesare che Giano;
    La terra piagne, e ’l Sol ci sta lontano
    Che la sua cara amica vede altrove.
    Allor riprende ardir Saturno e Marte,
    Crudeli stelle; ed Orïone armato
    Spezza a’ tristi nocchier governi e sarte.
    Eolo a Nettuno ed a Giunon, turbato,
    Fa sentire, ed a noi, come si parte
    Il bel viso dagli angeli aspettato.

    Versi 1-2. Quando il Lauro, cioè Laura, si parte dal suo luogo. La sostanza di questo Sonetto e del susseguente, chè tutti e due, come ancora quello che viene appresso, hanno le medesime rime, si è che mentre Laura è lontana, l’aria è turbata e tempestosa, e che ella si racquieta e si rasserena quando quella ritorna. // 3. All’opera. Al lavoro. // 4. Rinfrescar. Rinnovare. L’aspre saette. I fulmini. // 6. Senza aver più rispetto al mese di luglio, chiamato così dal nome di Giulio Cesare, che a quel di gennaio, detto dal nome di Giano. // 7. Ci sta lontano. Sta lontano da noi. // 8. La sua cara amica. Dafne, cioè Laura. // 10. Crudeli stelle. Pianeti di maligno influsso. Orione. Costellazione, chiamata da Virgilio nembosa e da Orazio infesta ai navigatori. Armato. Di tempeste. // 11. Tristi. Miseri. Governi. Timoni. // 12-14. I venti fanno sentire al mare, all’aria ed a noi che il bel viso di Laura, aspettato in cielo dagli angeli, si parte di qua.


    SONETTO XXVII.
    Al ritorno di Laura, si rasserena il cielo,
    e si ricompone in placida calma.

    Ma poi che ’l dolce riso umile e piano
    Più non asconde sue bellezze nove;
    Le braccia a la fucina indarno move
    L’antiquissimo fabbro siciliano:
    Ch’a Giove tolte son l’arme di mano
    Temprate in Mongibello a tutte prove;
    E sua sorella par che si rinnove
    Nel bel guardo d’Apollo a mano a mano.
    Del lito occidental si muove un fiato
    Che fa securo il navigar senz’arte
    E desta i fior tra l’erba in ciascun prato.
    Stelle noiose fuggon d’ogni parte,
    Disperse dal bel viso innamorato,
    Per cui lagrime molte son già sparte.

    Verso 1. Poichè. Quando. Riso. Volto. // 2. Nove. Mirabili. Senza pari. // 3-4. Vulcano si affatica indarno. Cioè, il lavoro dei fulmini è vano. - Move. Esercita, adopera lavorando. [A.] // 5. Che. Perocchè. // 6. In Mongibello. Nell’Etna. // 7-8. E pare che la sorella di Giove, cioè Giunone, che significa l’aria, si rinnovi a poco a poco, cioè si ristori, si rifaccia, ai raggi del sole; che vuol dire che l’aria si rasserena. // 9. Del lito occidental. Da ponente. Un fiato. Un venticello. // 10. Senz’arte. Eziandio senz’arte. Senza che vi bisogni usare l’arte. // 12. Noiose. Maligne. D’ogni. Da ogni. // 13. Innamorato. Amoroso. Che innamora. // 14. Son già sparte. Sono state sparse.


    SONETTO XXVIII.
    Infintantochè Laura è assente,
    il cielo rimane sempre torbido ed oscuro.

    Il figliuol di Latona avea già nove
    Volte guardato dal balcon sovrano
    Per quella ch’alcun tempo mosse in vano
    I suoi sospiri, ed or gli altrui commove.
    Poi che cercando stanco non seppe ove
    S’albergasse, da presso o di lontano;
    Mostrossi a noi qual uom per doglia insano,
    Che molto amata cosa non ritrove.
    E così tristo standosi in disparte,
    Tornar non vide il viso che laudato
    Sarà, s’io vivo, in più di mille carte.
    E pietà lui medesmo avea cangiato,
    Sì che i begli occhi lagrimavan parte:
    Però l’aere ritenne il primo stato.

    Versi 1-2. Il Sole si era già nove volto affacciato all’oriente, cioè levato. // 3-4. Per quella. Per cercar quella, cioè Dafne, che qui è tutt’uno con Laura. Ch’alcun tempo mosse in vano I suoi sospiri. Per la quale già, un tempo, egli sospirò in vano. Gli altrui. Quelli di un altro. Cioè i miei. // 6. Da presso o di lontano. Se vicino o lontano. Laura passava tutto il giorno in casa di un suo parente infermo, e però il Sole non la poteva vedere. // 7. Insano. Uscito di senno // 8. Molto amata cosa. Cosa molto amata. // 9. E così. E però. In disparte. Cioè coperto di nuvole. // 10. Tornar non vide il viso. Non si accorse quando Laura tornò fuori. // 12. Lui medesmo. Ancor lui. Intendi il bel viso. Avea cangiato. Cioè fatto mesto: perocchè l’infermo era morto. // 13. I begli occhi. Di Laura. Parte. Intanto. Insieme. // 14. Cioè: restò annuvolato come era prima che Laura tornasse fuori.


    SONETTO XXIX.
    Alcuni piansero i loro stessi nemici,
    e Laura nol degna neppur d’una lacrima.

    Quel ch’in Tessaglia ebbe le man sì pronte
    A farla del civil sangue vermiglia,
    Pianse morto il marito di sua figlia,
    Raffigurato a le fattezze conte:
    E ’l pastor ch’a Golia ruppe la fronte,
    Pianse la rubellante sua famiglia,
    E sopra ’l buon Saul cangiò le ciglia;
    Ond’assai può dolersi il fiero monte.
    Ma voi, che mai pietà non discolora,
    E ch’avete gli schermi sempre accorti
    Contra l’arco d’Amor che ’ndarno tira,
    Mi vedete straziare a mille morti;
    Nè lagrima però discese ancora
    Da’ be’ vostri occhi; ma disdegno ed ira.

    Verso 1. Quel. Intendi Giulio Cesare. // 2. Farla. Cioè la Tessaglia. // 3. Il marito di sua figlia. Pompeo, che era suo genero. // 4. Raffigurato. Riconosciuto. Alle fattezze. Della sua testa, mandata a Cesare da Tolomeo re di Egitto. Conte. Note a esso Cesare. // 5. Cioè Davide. // 6. La rubellante sua famiglia. La morte di Assalonne, suo figliuolo ribelle. // 7. Cangiò le ciglia. Maniera poco felice per dire pianse. [A.] // 7-8. E mostrò segni di cordoglio per la morte del valoroso Saulle; a cagione del qual cordoglio, bene ha di che dolersi l’infausto monte di Gelboe, che è il luogo dove Saulle si uccise. Accenna le imprecazioni dette da Davide a quel monte per questo caso. - *Onde anche l’Alighieri: «Gelboè, Che poi non sentì pioggia nè rugiada.» Purg., C. XII.* // 9-10. Voi che... E che... Questi due relativi, uno oggetto e l’altro soggetto non sono atti a produrre nè chiarezza nè bellezza. [A.] - Gli schermi. I ripari. Accorti. Apparecchiati. Pronti. // 12. A mille morti. Da mille morti. O piuttosto, fino a mille morti, con pena uguale a mille morti; come si dice straziare a morte, cioè straziare mortalmente, fino a morte, fieramente. // 13. Nè lagrima però. Nè lagrima alcuna perciò.


    SONETTO XXX.
    È lo specchio di Laura che gli fa soffrire
    il duro esilio dagli occhi suoi.

    Il mio avversario, in cui veder solete
    Gli occhi vostri, ch’Amore e ’l Cielo onora,
    Co le non sue bellezze v’innamora,
    Più che ’n guisa mortal soavi e liete.
    Per consiglio di lui, Donna, m’avete
    Scacciato del mio dolce albergo fora;
    Misero esilio! avvegna ch’io non fora
    D’abitar degno ove voi sola siete.
    Ma s’io v’era con saldi chiovi fisso,
    Non devea specchio farvi per mio danno,
    A voi stessa piacendo, aspra e superba.
    Certo, se vi rimembra di Narcisso,
    Questo e quel corso ad un termine vanno:
    Benchè di sì bel fior sia indegna l’erba.

    Verso 1. Avversario. Rivale. Intende lo specchio. // 3. Non sue. Non sue ma vostre. // 4. Dotate (intendi le non sue bellezze) di soavità e di giocondità più che umana. // 5. Per consiglio di lui. Cioè per l’orgoglio cagionatovi dallo specchio. // 6. Del mio dolce albergo fora. Fuori del cuor vostro. // 7. Avvegna che. Sebbene. Non fora. Non sarei. // 8. Degno di abitare dove, cioè in quel cuore dove non è altri che voi. Vuol dire che Laura non amava altri che sè stessa. // 9. V’era. Nel vostro cuore. // 10. Non devea specchio. Non doveva uno specchio. // 11. A voi stessa piacendo. Piacendo voi a voi stessa. Con farvi compiacere di voi medesima. Aspra e superba. Dipende dal farvi del verso innanzi. // 12-14. Ricordatevi di Narcisso, e sappiate che questo vostro procedere e quello di colui, conducono a uno stesso fine; benchè l’erba sia indegna di produrre e di albergare in sè un sì bel fiore, come sareste voi se vi trasformaste al modo di Narcisso.


    SONETTO XXXI.
    Si adira contro gli specchi,
    perchè la consigliano a dimenticarsi di lui.

    L’oro e le perle, e i fior vermigli e i bianchi
    Che ’l verno devria far languidi e secchi,
    Son per me acerbi e velenosi stecchi,
    Ch’io provo per lo petto e per li fianchi.
    Però i dì miei fien lagrimosi e manchi;
    Chè gran duol rade volte avvien che ’nvecchi:
    Ma più ne ’ncolpo i micidiali specchi
    Che ’n vagheggiar voi stessa avete stanchi.
    Questi poser silenzio al signor mio,
    Che per me vi pregava; ond’ei si tacque
    Veggendo in voi finir vostro desio.
    Questi fur fabbricati sopra l’acque
    D’abisso, e tinti nell’eterno obblio;
    Onde ’l principio di mia morte nacque.

    La sostanza di questo Sonetto è, che la cura che Laura poneva in adornarsi, e massimamente il suo specchiarsi di continuo, innamorandola sempre più di sè stessa e facendola insuperbire, erano cagione di gravissimo danno al Poeta.
    Versi 1-2. L’oro e le perle di cui voi vi adornate, e quei fiori che vi procacciate anche fuor stagione e in dispetto del verno. // 4. Provo. Sento. - Ma esprime di più. [A.] // 5. Però. Per cagion loro. Fien. Saranno. Manchi. Scemi. Vuol dire che la sua vita finirà innanzi tempo. // 6. Rade volte avviene che gran dolore duri tanto da poterlo dir vecchio, ma prima uccide cui esso affligge. [A.] // 8. In vagheggiar. Vagheggiando. Stanchi. Stancati. // 9. Al signor mio. Ad Amore. // 11. Veggendo che il vostro desiderio si terminava in voi stessa, cioè che voi non avevate altro amore che di voi medesima. // 12-13. Questi. Gli specchi. L’acque D’abisso. Gli stagni dell’inferno. E tinti nell’eterno obblio. E bagnati nel fiume di Lete. // 14. Onde. Dai quali specchi. Il principio. La cagione, che è la vostra alterigia.


    SONETTO XXXII.
    Timido e vergognoso nel rimirare gli occhi di lei,
    il desiderio gliene dà coraggio.

    I’ sentia dentro al cor già venir meno
    Gli spirti che da voi ricevon vita
    E, perchè natural mente s’aita
    Contra la morte ogni animal terreno,
    Largai ’l desio, ch’i’ tengo or molto a freno,
    E misil per la via quasi smarrita;
    Però che dì e notte indi m’invita,
    Ed io contra sua voglia altronde il meno.
    E’ mi condusse vergognoso e tardo
    A riveder gli occhi leggiadri, ond’io,
    Per non esser lor grave, assai mi guardo.
    Vivrommi un tempo omai; ch’al viver mio
    Tanta virtute à sol un vostro sguardo;
    E poi morrò, s’io non credo al desio.

    Verso 1. Venir meno. Perchè da gran tempo io non era stato a vedervi. // 3. S’aita. S’aiuta. - Si difende. [A.] // 4. Terreno. Di questo mondo. // 5. Largai. Allargai. // 6. E lo misi per la strada già quasi dimenticata, cioè m’incamminai per venir da voi. // 7. Però che. Assegna la ragione perchè quella via fosse quasi smarrita. Indi m’invita. Il desiderio m’invita ad andare per colà, cioè per quella via. // 8. Altronde. Per altra via. Per altra parte. // 9. E’. Egli, cioè il desiderio. // 10-11. Ond’io, Per non esser lor grave, assai mi guardo. I quali occhi io schivo diligentemente, per non dar loro molestia. // 12-13. Ora che col rivedervi io mi sono ricreato, mi manterrò in vita per un tratto di tempo, perchè un vostro sguardo eziandio solo, ha nel viver mio tanta potenza, che basta a sostentarlo per qualche spazio. // 14. S’io non credo al desio. Se io non cedo al desiderio che mi stimola a tornarvi a vedere.


    SONETTO XXXIII.
    Fermo di voler palesare a Laura i suoi mali,
    ammutolisce dinanzi a lei.

    Se mai foco per foco non si spense,
    Nè fiume fu già mai secco per pioggia;
    Ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
    E spesso l’un contrario l’altro accense;
    Amor, tu ch’i pensier nostri dispense,
    Al quale un’alma in duo corpi s’appoggia,
    Perchè fa’ in lei con disusata foggia
    Men, per molto voler, le voglie intense?
    Forse, sì come ’l Nil, d’alto caggendo,
    Col gran suono i vicin d’intorno assorda;
    E ’l Sole abbaglia chi ben fiso il guarda;
    Così ’l desio, che seco non s’accorda,
    Ne lo sfrenato obbietto vien perdendo,
    E, per troppo spronar, la fuga è tarda?

    Si meraviglia il Poeta come l’amor suo, per troppa veemenza, si rimanga quasi stupido e inetto a tentar cosa alcuna per conseguire il suo intento.
    Verso 1. Se fuoco non fu giammai spento da fuoco, non si spense mai per aggiungimento di fuoco. // 3-4. Ma sempre che a una qualsivoglia cosa si aggiunge una sua simile, quella cresce: anzi spesse volte una cosa è accresciuta eziandio da un’altra che le è contraria, come per esempio il fuoco, versandovi su certi liquori, maggiormente si accende. Il verbo poggiare, cioè montare, qui è preso per crescere. // 5. Dispense. Dispensi. Cioè amministri, governi. // 6. Tu, sostegno di un’anima che vive in due corpi, cioè dell’anima dell’amante. // 7. Fa’. Fai. In lei. Nella detta anima. Con disusata foggia. In modo insolito. In istrana guisa. // 8. Meno intense, cioè men vive le voglie, cioè i desiderii, per lo stesso molto volere, cioè per la stessa veemenza del desiderare. // 9. Caggendo. Cadendo. // 10. D’intorno. Dintorno. All’intorno. // 11. Ben fiso. Molto fissamente. // 12. Che seco non s’accorda. Discorde, vario, da sè medesimo. // 13. Va perdendo della sua forza nello stesso sfrenato, cioè impetuoso, correre verso il proprio oggetto. // 14. E il corso è lento per soverchio affrettarlo che fanno gli sproni.


    SONETTO XXXIV.
    Alla presenza di Laura non può più parlare,
    nè piangere, nè sospirare.

    Perch’io t’abbia guardato di menzogna
    A mio podere, ed onorato assai,
    Ingrata lingua, già però non m’ài
    Renduto onor, ma fatto ira e vergogna:
    Chè quando più ’l tuo aiuto mi bisogna
    Per dimandar mercede, allor ti stai
    Sempre più fredda; e se parole fai,
    Sono imperfette, e quasi d’uom che sogna.
    Lagrime triste, e voi tutte le notti
    M’accompagnate, ov’io vorrei star solo,
    Poi fuggite dinanzi a la mia pace.
    E voi sì pronti a darmi angoscia e duolo,
    Sospiri, allor traete lenti e rotti.
    Sola la vista mia del cor non tace.

    Verso 1. Perchè. Quantunque. - Guardato. Custodita, preservata. [A.] - Di menzogna. Dal mentire. // 2. A mio podere. Quanto ho potuto. Ed onorato assai. E quantunque io t’abbia onorato assai, cioè procacciato a te molto onore. // 3. Ingrata lingua. Parla alla lingua propria. Già. Particella intensiva, cioè che aggiunge forza al parlare. Però. Per questo. Contuttociò. // 5-7. Chè. Perocchè. Quando più ’l tuo aiuto mi bisogna Per dimandar mercede. Cioè, quando io mi trovo alla presenza di Laura e in occasione da dimandarle pietà. Allor ti stai Sempre più fredda. Allora sempre ti stai più muta che mai. Fai. Dici. Profferisci. // 8. Imperfette. Tronche. E quasi d’uom che sogna. Perchè chi parla tra il sonno, parla con difficoltà e balbetta, e non profferisce le parole intere. // 9. Lagrime triste. Si volge alle proprie lagrime. E voi. Similmente voi. // 10. M’accompagnate. Mi tenete compagnia. Ov’io. Laddove allora io. Ovvero nel qual tempo io. // 11. Dinanzi a la mia pace. Dalla presenza di Laura. // 13. Traete. Vi traete. Ovvero, spirate. // 14. La vista mia. L’aspetto mio. Il viso e gli atti miei. Del cor non tace. Non lascia di esprimere lo stato del mio cuore.


    CANZONE IV.
    Tutti riposano dopo le lor fatiche,
    ed egli non ha mai tregua con Amore.

    Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina
    Verso occidente, e che ’l dì nostro vola
    A gente che di là forse l’aspetta;
    Veggendosi in lontan paese sola,
    La stanca vecchierella pellegrina
    Raddoppia i passi, e più e più s’affretta;
    E poi così soletta,
    Al fin di sua giornata
    Talora è consolata
    D’alcun breve riposo, ov’ella obblia
    La noia e ’l mal de la passata via.
    Ma, lasso, ogni dolor che ’l dì m’adduce,
    Cresce qualor s’invia
    Per partirsi da noi l’eterna luce.

    Verso 1. Ne la stagion che. Nell’ora nella quale. Il ciel. Intende il Sole, o segue l’antica opinione della solidità dei cieli. Rapido. Rapidamente. Inchina. Neutro. Declina. // 2. Vola. Mentre il sole è ancor alto non ci accorgiamo del rapido volger del tempo; ma presso al tramonto, il continuo e sensibile diminuirsi della luce diurna ci avverte di quella rapidità, come se il giorno allora volasse, affrettandosi al suo termine. [A.] // 3. Cioè i nostri antipodi; e dice forse, perchè le terre dell’emisfero occidentale non erano ancora scoperte. Di là. Vuol dir di là dall’occidente. // 6. Più e più. Ognora più. // 8. Finita la sua giornata. // 19. Trova talora il conforto. // 12. Lasso. Oimè. Che. Accusativo. // 13-14. Qualor. Ogni volta che. S’invia per partirsi. È presso a partirsi. L’eterna luce. Il Sole.

    Come il Sol volge le ’nfiammate rote
    Per dar luogo a la notte, onde discende
    Dagli altissimi monti maggior l’ombra,
    L’avaro zappador l’arme riprende,
    E con parole e con alpestri note
    Ogni gravezza del suo petto sgombra;
    E poi la mensa ingombra
    Di povere vivande,
    Simili a quelle ghiande
    Le qua’ fuggendo tutto il mondo onora.
    Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora;
    Ch’i’ pur non ebbi ancor, non dirò lieta,
    Ma riposata un’ora
    Nè per volger di ciel nè di pianeta.

    Verso 1. Come. Quando. // 3. Dagli altissimi monti ec. Virg. «Majoresque cadunt altis de montibus umbræ.»* // 4. Avaro. Avido. L’arme. I suoi strumenti da lavorare. // 5. E con voci e melodie rustiche. // 6. Scaccia dal suo animo ogni pensiero molesto. - Ingombra. Empie senz’arte e senza lo studio delle grandi mense dei ricchi. [A.] // 9. Semplici e rozze come erano quelle ghiande delle quali si dice che si cibassero gli uomini nel secol d’oro. // 10. Le quali ghiande, cioè lo stato primitivo degli uomini, tutto il mondo fugge in un medesimo tempo e loda. // 11. Ma chi vuol si rallegri. Ma si conforti pur chi vuole, come fanno la vecchierella e il zappatore detti di sopra. Ad ora ad ora. Di tempo in tempo. // 12. Ch’i’. Che, quanto a me, io. Pur non ebbi. Nè pur ebbi. // 14. Non ostante qualunque rivolgimento del cielo e degli astri.

    Quando vede ’l pastor calare i raggi
    Del gran pianeta al nido ov’egli alberga,
    E ’mbrunir le contrade d’orïente,
    Drizzasi in piedi, e con l’usata verga,
    Lassando l’erba e le fontane e i faggi,
    Move la schiera sua soavemente;
    Poi lontan da la gente,
    O casetta o spelonca
    Di verdi frondi ingiunca:
    Ivi senza pensier s’adagia e dorme.
    Ahi, crudo Amor, ma tu allor più m’informe
    A seguir d’una fera che mi strugge
    La voce e i passi e l’orme;
    E lei non stringi, che s’appiatta e fugge.

    Verso. 2. Del gran pianeta. Del Sole. Al nido. Alla stanza. Al ricetto. Dipende da calare Ov’egli alberga. Dove esso Sole dimora durante la notte. Opinione dei Greci antichi e di alcuni Barbari. // 3. E venirsi oscurando la parte orientale del cielo e delle campagne. - Imbrunir, neutro, come nella St. I, v. 1, inchina. Questi verbi di forma attiva con elissi del pronome (mi, ti, si) furono frequenti ai trecentisti, e, salva la chiarezza, non dovremmo abbandonarli. [A.] // 4. Usata. Solita. // 6. La schiera sua. La greggia o l’armento. Soavemente. Pianamente. // 7-9. Poi lungi dalla gente, cioè in luogo solitario, ingiunca, cioè sparge (in francese jonche), di verdi fronde il terreno di qualche sua casetta o spelonca, e di quelle fronde si fa letto. // 11. Allor più. In quell’ora più che mai. M’informe. M’informi. Cioè mi ammaestri e mi spingi. // 12. D’una fera. Cioè di Laura. // 14. Non stringi. Non allacci. Non prendi. - S’appiatta e fugge. La copula e non serve qui ad unire due azioni consecutive, come se il fuggire fosse una conseguenza dell’appiattarsi; ma è come se dicesse: Non stringi costei che ora appiattandosi, ora fuggendo, sempre a me si sottrae. [A.]

    E i naviganti in qualche chiusa valle
    Gettan le membra poi che ’l Sol s’asconde,
    Sul duro legno e sotto l’aspre gonne.
    Ma io, perchè s’attuffi in mezzo l’onde,
    E lassi Ispagna dietro a le sue spalle,
    E Granata e Marrocco e le Colonne;
    E gli uomini e le donne
    E ’l mondo e gli animali
    Acquetino i lor mali;
    Fine non pongo al mio ostinato affanno;
    E duolmi ch’ogni giorno arroge al danno;
    Ch’i’ son già, pur crescendo in questa voglia,
    Ben presso al decim’anno;
    Nè posso indovinar chi me ne scioglia.

    Verso 1. E. Similmente. Chiusa valle. Seno di mare. // 2. Poi che. Quando. S’asconde. Tramonta. // 3. Questo verso dipende dalle parole gettan le membra. L’aspre gonne. I ruvidi loro panni. // 4. Perchè. Benchè. S’attuffi. Il Sole. In mezzo l’onde. ln mezzo alle onde. // 5. Lassi. Lasci. // 6. Le Colonne. Le colonne d’Ercole, cioè i monti di Calpe e d’Abila presso allo stretto di Gibilterra. Nomina il Poeta in questo verso e nel precedente alcuni dei luoghi più occidentali di Europa e d’Affrica. - *Morrocco leggono i Cod., così dicevano sempre i trecentisti.* // 7. E gli uomini. E perchè, cioè benchè, gli uomini. // 11. Duolmi. Mi duole, cioè mi dispiace. Arroge al danno. Aggiunge, cioè reca qualche accrescimento, ai miei mali. // 12-13. Poichè io sono già ben presso al decimo anno, solamente crescendo in questa mia voglia. Cioè a dire, poichè egli è ormai ben dieci anni che io non fo altro che crescere, che io vo sempre crescendo, nell’amor di Laura. // 14. E non so immaginar cosa che mi possa liberare da questa voglia.

    E, perchè un poco nel parlar mi sfogo
    Veggio, la sera, i buoi tornare sciolti
    Da le campagne e da’ solcati colli.
    I miei sospiri a me perchè non tolti
    Quando che sia? perchè no ’l grave giogo?
    Perchè dì e notte gli occhi miei son molli?
    Misero me! che volli,
    Quando primier sì fiso
    Gli tenni nel bel viso,
    Per iscolpirlo, immaginando, in parte
    Onde mai nè per forza, nè per arte
    Mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda
    A chi tutto diparte?
    Nè so ben anco che di lei mi creda.

    Verso 1. Questo verso è come una parentesi, e il senso è: continuando a parlare, perchè parlando sfogo un poco il mio affanno. // 4. Non tolti. Non sono tolti. // 5. Quando che sia? Quando si sia? Alcuna volta. Mai. Perchè no ’l grave giogo? Perchè non mi è tolto mai per alcun tempo il grave giogo di Amore, come a’ buoi si toglie loro il giogo ciascuna sera? // 6. Molli. Bagnati. // 7-12. Misero me! che voglia, che intenzione, che pensiero fu il mio quando la prima volta li tenni, cioè tenni gli occhi, sì fitti nel bel viso di Laura, per iscolpirlo colla immaginazione in un luogo, cioè nel mio cuore, dal quale nè forza nè arte alcuna non lo potrà mai scancellare? // 13. A quella che tutto scioglie, cioè alla morte. // 14. E non so che cosa io mi debba credere anche della morte. Cioè non so se la stessa morte mi potrà levar dall’animo la immagine del viso di Laura.

    Canzon, se l’esser meco
    Dal mattino a la sera
    T’à fatto di mia schiera,
    Tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
    E d’altrui loda curerai sì poco,
    Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio
    Come m’ha concio il foco
    Di questa viva petra ov’io m’appoggio.

    Versi 1-3. Canzone, se lo star continuamente meco, come tu sei stata fin qui, cioè mentre che io t’ho composta, ti ha fatto di quella schiera della quale io sono, cioè d’indole trista e inclinata al vivere solitario. // 5. Loda. Lode. Curerai. Ti curerai. // 6. Che ti basterà, che tu sarai contenta, di andare di monte in monte pensando. // 7. M’ha concio. Mi ha ridotto. Concio sta per conciato, participio del verbo conciare. // 8. Di questa viva petra. Intende la sua donna, e la chiama pietra per significare come ella è dura e inesorabile. Ov’io m’appoggio. Ch’è sostegno della mia vita.


    SONETTO XXXV
    Brama d’esser cangiato in sasso, piuttosto che
    menar la vita in tanti affanni.

    Poco era ad appressarsi agli occhi miei
    La luce che da lungo gli abbarbaglia,
    Che, come vide lei cangiar Tessaglia,
    Così cangiato ogni mia forma avrei.
    E s’io non posso trasformarmi in lei
    Più ch’i’ mi sia (non ch’a mercè mi vaglia),
    Di qual pietra più rigida s’intaglia,
    Pensoso ne la vista oggi sarei;
    O di diamante, o d’un bel marmo bianco
    Per la paura forse, o d’un diaspro
    Pregiato poi dal vulgo avaro e sciocco.
    E sarei fuor del grave giogo ed aspro;
    Per cu’ i’ ò invidia di quel vecchio stanco
    Che fa con le sue spalle ombra a Marrocco.

    Versi 1-14. Poco mancava ad approssimarsi, cioè per poco più che si fosse approssimata agli occhi miei quella luce che gli abbaglia anco da lontano, cioè Laura, io avrei cangiata ogni mia forma, come fece essa, cioè Dafne o Laura, in Tessaglia. E se io non mi posso trasformare in Laura più di quello che io sono, perchè già son divenuto una stessa persona seco (quantunque ciò non mi vaglia nulla per muoverla a pietà di me), io sarei al presente una statua in aspetto pensoso, e questa tale statua sarebbe di una pietra delle più dure che mai si possano tagliare, come, per esempio, di diamante, o forse di un bel marmo bianco per la paura, o vero d’un diaspro, sicchè sarei tenuto in gran pregio dalla moltitudine avara e sciocca. E per tal modo sarei libero dall’affanno di questa mia passione, il quale fa che io porto invidia a quel vecchio stanco (accenna la favola di Atlante), che trasformato in montagna fa ombra colle sue spalle a Marocco. // 13. Per cu’ i’ ò ec. Il qual giogo è sì grave e sì aspro, ch’io porto invidia ad Atlante, cioè vorrei piuttosto sostener il mondo. [A.]


    MADRIGALE I.
    Solo a vederla bagnare un velo, diveniva tutto
    spasimato d’amore.

    Non al suo amante più Dïana piacque
    Quando, per tal ventura, tutta ignuda
    La vide in mezzo de le gelid’acque;
    Ch’a me la pastorella alpestra e cruda,
    Posta a bagnar un leggiadretto velo,
    Ch’a l’aura il vago e biondo capel chiuda;
    Tal che mi fece or quand’egli arde il cielo,
    Tutto tremar d’un amoroso gelo.

    Verso 1. Al suo amante. Ad Atteone. // 2. Per tal ventura. Per un cotale accidente, cioè per caso. Ovvero, per fortuna simile a questa ch’è occorsa ora a me. // 4. Ch’a me. Di quello che piacque a me. Dipende dalla voce più del primo verso. La pastorella. Intende la sua donna, e la chiama così per quell’atto umile in cui la trovò. Alpestra. Selvaggia. Aspra. // 5. Posta. Intenta. // 7. Or quando. Ora che. In questa presente stagione nella quale. Egli. Parola riempitiva.


    MADRIGALE II.
    Descrive un suo viaggio amoroso. I pericoli
    lo arrestano, e ritorna indietro.

    Perch’al viso d’Amor portava insegna,
    Mosse una pellegrina il mio cor vano;
    Ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.
    E lei seguendo su per l’erbe verdi,
    Udii dir alta voce di lontano:
    Ahi quanti passi per la selva perdi.
    Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
    Tutto pensoso; e rimirando intorno,
    Vidi assai periglioso il mio vïaggio;
    E tornai ’ndietro quasi a mezzo il giorno.

    Versi 1-2. Una pellegrina, cioè Laura la chiama pellegrina, perciocchè in questo madrigale la vita umana è significata sotto la metafora di un viaggio, perchè portava nel viso insegna di Amore, cioè bellezza, ovvero segni di animo inclinato ad amare, mosse, cioè allettò, il mio cuor vano, cioè leggero. // 3. Chè. Perocchè. // 4. Su. Particella riempitiva, che i buoni scrittori ebbero molto in uso di porre avanti alla preposizione per in casi simili a questo. // 5. Alta voce. Una voce alta. Intende la voce della ragione. // 6. Per la selva. Cioè tra gli errori e i vaneggiamenti dell’amore. Perdi. Getti inutilmente. // 9. Conobbi essere assai periglioso il seguire quella pellegrina. // 10. A mezzo il giorno. Cioè a mezzo il corso naturale della vita.


    BALLATA III.
    Credevasi libero d’amore, e conosce d’essersene
    rinvescato sempre più.

    Quel foco ch’io pensai che fosse spento
    Dal freddo tempo e da l’età men fresca,
    Fiamma e martìr ne l’anima rinfresca.
    Non fur mai tutte spente, a quel ch’i’ veggio,
    Ma ricoperte alquanto le faville:
    E temo no ’l secondo error sia peggio.
    Per lagrime, ch’io spargo a mille a mille,
    Convèn che ’l duol per gli occhi si distille
    Dal cor, ch’à seco le faville e l’esca,
    Non pur qual fu, ma pare a me che cresca.
    Qual foco non avrian già spento e morto
    L’onde che gli occhi tristi versan sempre?
    Amor (avvegna mi sia tardi accorto)
    Vuol che tra duo contrari mi distempre;
    E tende lacci in sì diverse tempre,
    Che quand’ò più speranza che ’l cor n’esca
    Allor più nel bel viso mi rinvesca.

    Verso 1. Pensai. Credetti. // 2. Dal freddo tempo. Dagli anni maturi. - Età men fresca. Men nuova, men giovanile. Vedi Canz. III, St. 4, v. I. [A.] - Così rinfresca nel verso seguente vuol dire rinnova. // 3. Rinnova ora in me la sua fiamma, e il mio tormento. // 4. A quel ch’i’ veggio. Per quanto io veggo. Secondo che io veggo. // 6. E temo che il secondo errore, cioè questo rinnovamento dell’amor mio, riesca peggiore del primo. // 8. Convèn. Conviene. Distille. Distilli. // 9. C’à seco. Il qual cuore ha in sè. Ovvero, il qual duolo ha seco. // 10. La qual esca, o pure il qual duolo, non è tanto solamente quanto era prima, ma pare a me che cresca. // 13. Avvegna. Avvegnachè. Cioè benchè. Mi sia tardi accorto. Di ciò. // 14. Tra duo contrari. Il fuoco e le lagrime. Mi distempre. Io mi distempri. Cioè mi liquefaccia, mi disfaccia, mi strugga. // 15. In sì diverse tempre. In sì varie guise. // 16. N’esca. Esca dai detti lacci. // 17. Mi rinvesca. M’invischia di nuovo.


    SONETTO XXXVI.
    Tradito e deluso dalle promesse di Amore,
    mena la vita più dogliosa che prima.

    Se col cieco desir, che ’l cor distrugge,
    Contando l’ore non m’inganno io stesso,
    Ora, mentre ch’io parlo, il tempo fugge
    Ch’a me fu insieme ed a mercè promesso.
    Qual ombra è sì crudel che ’l seme adugge
    Ch’al desïato frutto era sì presso?
    E dentro dal mio ovil qual fera rugge?
    Tra la spiga e la man qual muro è messo?
    Lasso, nol so; ma sì conosco io bene
    Che, per far più dogliosa la mia vita,
    Amor m’addusse in sì gioiosa spene.
    Ed or di quel ch’i’ ò letto mi sovvène;
    Che innanzi al dì de l’ultima partita
    Uom beato chiamar non si convène.

    Questo Sonetto si finge composto in tempo che il Poeta stava aspettando Laura a un colloquio promessogli.
    Versi 1-2. Se io medesimo nel contar le ore non m’inganno per quel cieco desiderio che mi consuma // 3. Il tempo fugge. Passa quel tempo. - *Ovid.: «Dum loquor, hora fugit.»* // 4. Mercè. Pietà. // 5. Qual è quella sì spietata ombra che aduggia ora il seme. Adugge sta per aduggia. Aduggiare significa soffocare, danneggiare le piante coll’ombra. - *Adugge è da aduggere e non da aduggiare. Vedi nel Voc. della Crusca gli esempi del Bembo e dell’Ariosto.* // 6. Al desiato frutto. A dare, a produrre il desiato frutto. // 7. Dentro dal mio ovil. Dentro allo stesso mio ovile, dove io credeva pur che la greggia stesse sicura. // 9. Sì. Particella affermativa // 11. Amore mi trasse in isperanza di quel colloquio. // 12. Sovvène. Sovviene. // 13. Partita. Partenza. Intende la morte. // 14. Non si dee dar titolo di felice a nessuno. Ovvero, nessuno dee chiamar sè stesso felice. - *Ovid. .... «Dicique beatus Ante obitum nemo, supremaque funera debet».*


    SONETTO XXXVII.
    Amore lo amareggia di troppo, e non può gustar più
    le sue rare dolcezze.

    Mie venture al venir son tarde e pigre,
    La speme incerta; e ’l desir monta e cresce;
    Onde ’l lassar e l’aspettar m’incresce;
    E poi al partir son più levi che tigre.
    Lasso, le nevi fien tepide e nigre,
    E ’l mar senz’onda, e per l’alpe ogni pesce;
    E corcherassi ’l Sol là oltre ond’esce
    D’un medesimo fonte Eufrate e Tigre;
    Prima ch’i’ trovi in ciò pace nè tregua,
    O Amor o Madonna altr’uso impari;
    Che m’ànno congiurato a torto incontra:
    E s’i’ ò alcun dolce, è dopo tanti amari,
    Che per disdegno il gusto si dilegua.
    Altro mai di lor grazie non m’incontra.

    Sonetto composto in occasione poco diversa da quella che diede materia al precedente.
    Verso 1. Mie venture. Le mie fortune. Cioè le grazie che io ricevo da Laura. // 2. E ’l desir monta e cresce. Per la speranza. // 3. Onde, cioè per questo accrescimento del desiderio, mi pesa parimente l’aspettar le grazie di Laura e il lasciar d’aspettarle. // 4. Son. Le mie venture. Levi. Veloci. Preste. // 5. Fien. Saranno. Nigre. Nere. - *Lucano: «Ocyor et cœli flammis et tigride fœta.»* // 6. Senz’onda. Senza ondeggiamento. Senza moto. E per l’alpe ogni pesce. E i pesci vivranno su per li monti. // 7-8. Eufrate e Tigri. Boez.: «Tigris et Euphrates uno se fonte, resolvunt;» e Dante Purg. C. XXXIII, v. 112: «Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri Veder mi parve uscir d’una fontana.» Opinione erronea già riconosciuta da Strabone e Diodoro Siculo.* - E il Sole tramonterà in oriente. Là oltre, vuol dire verso colà, colà intorno, in quel d’intorno. // 9. Nè sta per e dalla congiuntiva provenzale ni.* // 10. O Amor. O prima che Amore. Madonna. Laura. // 11. I quali. cioè Amore e Madonna, hanno congiurato a torto contro di me. // 12. E se io ho talvolta un poco di dolce, questo viene dopo tanto amaro. // 13. Per disdegno. Pel dispetto ch’io ho di aver tanto aspettato, e patito. Il gusto. Di quel dolce. Si dilegua. Si riduce a nulla. // 14. Altre grazie di Amore e di Laura, fuorchè queste tarde e brevi che ho dette, non mi toccano mai.


    BALLATA IV.
    Vorrà sempre amarla, benchè non vedesse mai più
    i suoi occhi, nè i suoi capelli.

    Perchè quel che mi trasse ad amar prima
    Altrui colpa mi toglia,
    Del mio fermo voler già non mi svoglia.
    Tra le chiome de l’ôr nascose il laccio,
    Al qual mi strinse, Amore;
    E da’ begli occhi mosse il freddo ghiaccio
    Che mi passò nel core
    Con la virtù d’un subito splendore,
    Che d’ogni altra sua voglia,
    Sol rimembrando, ancor l’anima spoglia.
    Tolta m’è poi di que’ biondi capelli,
    Lasso, la dolce vista;
    E ’l volger di duo lumi onesti e belli
    Col suo fuggir m’attrista:
    Ma perchè ben morendo onor s’acquista,
    Per morte nè per doglia
    Non vo’ che da tal nodo Amor mi scioglia.

    Versi 1-3. Quantunque per colpa d’altri, cioè per crudeltà di Laura, mi sia tolto quello onde ebbe origine l’amor mio, cioè la vista delle chiome e degli occhi dalla medesima Laura, ciò non mi rimuove dal mio fermo proponimento di amar colei. - Svoglia contrario d’invoglia. [A.] // 4-5. Amore nascose tra quelle chiome d’oro il laccio al quale egli mi prese. // 6. Mosse. Neutro. Venne. Il freddo ghiaccio. Il tremito e lo smarrimento dell’amore. // 8. Virtù. Potenza. Splendore. Dei detti occhi. // 9-10. Che anche al presente spoglia l’anima mia d’ogni altra sua voglia, solo che ella, cioè l’anima mia, se ne ricordi, cioè si ricordi di quello splendore. // 13. E ’l volger. E il girare. Lumi. Occhi. // 15-17. Ma siami pur tolta la vista di quelle chiome, e mi fuggano pur quegli occhi; che io per qualunque dolore ne debba ricevere, e se anche ne avessi a morire, non voglio perciò essere liberato di questo amor mio, perocchè il morire per una bella cagione è cosa onorata e gloriosa.


    SONETTO XXXVIII.
    Non abbia più privilegi quel Lauro, che di dolce
    e gentile gli si fece spietato.

    L’arbor gentil che forte amai molti anni,
    Mentre i be’ rami non m’ebbero a sdegno,
    Fiorir faceva il mio debile ingegno
    A la sua ombra, e crescer negli affanni.
    Poi che, securo me di tali inganni,
    Fece di dolce sè spietato legno,
    I’ rivolsi i pensier tutti ad un segno,
    Che parlan sempre de’ lor tristi danni.
    Che porà dir chi per Amor sospira,
    S’altra speranza le mie rime nove
    Gli avesser data, e per costei la perde?
    Nè poeta ne colga mai, nè Giove
    La privilegi; ed al Sol venga in ira
    Tal che si secchi ogni sua foglia verde.

    Verso I. L’arbor gentil. Il lauro, cioè Laura. Forte. Grandemente. // 2. Mentre. Finchè. - Finchè Laura non isdegnò di accogliere la mia devozione. [A.] // 5. Securo me. Essendo io sicuro. Non temendo io punto. // 6. Il detto albero, di cortese legno che era, si fece spietato. // 7. Ad un segno. Cioè a dolermi. // 8. Che. I quali pensieri. // 9-11. Che potranno dire gl’innamorati, gli amanti, se mai per quei versi nei quali io significava la benignità di Laura, avessero concepita qualche speranza di ricevere dalle loro donne un trattamento diverso da quello che oggi è fatto a me dalla mia, od ora, sentendo la mutazione di costei, perderanno quella tale speranza? Non potranno dire altro se non quello che porta il terzetto seguente. Porà sta per potrà. - Nove per prime. [A.] // -14. Nè Giove la privilegi. Nè Giove la faccia immune dall’esser tocca dal fulmine. Il pronome la si riferisce ad arbore, la qual voce può essere femminina o mascolina, e in questo Sonetto è femminina. Venga in ira. Diventi odiosa.


    SONETTO XXXIX.
    Benedice tutto ciò che fu cagione ed effetto
    del suo amore verso di lei.

    Benedetto sia ’l giorno e ’l mese e l’anno
    E la stagione e ’l tempo e l’ora e ’l punto
    E ’l bel paese e ’l loco ov’io fui giunto
    Da duo begli occhi, che legato m’ànno:
    E benedetto il primo dolce affanno
    Ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
    E l’arco e le saette ond’io fui punto,
    E le piaghe ch’infin al cor mi vanno.
    Benedette le voci tante ch’io,
    Chiamando il nome di mia Donna, ò sparte,
    E i sospiri, e le lagrime e ’l desio;
    E benedette sien tutte le carte
    Ov’io fama le acquisto, e ’l pensier mio,
    Ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’à parte.

    Verso 3. Giunto. Colto. Preso. - Giunto propriamente viene da giugnere, e significa l’atto di persona, o di cosa, che arrivi dove noi siamo ed a noi. Dicesi poi invece di colto o preso come una conseguenza del raggiungimento. Quindi il verso è molto efficace, perchè ci fa intendere che il poeta fosse in certo modo fuggitivo o ribelle ad amore. [A.] // 6. Ad esser. Per essere. Quando fui. Quando divenni. Quando fui costretto ad essere. Con Amor congiunto. Cioè innamorato. // 7. Onde. Da cui. // 9. Le voci tante. Le tante voci. // 10. Sparte. Sparse. // 13. Le acquisto. Procaccio a lei, cioè alla mia donna. // 14. Ch’è sol di lei. Che non ha altro oggetto se non lei. Che non è mai rivolto se non a lei. Altra. Altra donna. Non v’à parte. Non ha parte in esso mio pensiero.


    SONETTO XL.
    Avvedutosi delle sue follie, prega Dio che lo torni
    ad una vita migliore.

    Padre del Ciel, dopo i perduti giorni,
    Dopo le notti vaneggiando spese
    Con quel fero desio ch’al cor s’accese
    Mirando gli atti per mio mal sì adorni;
    Piacciati omai, col tuo lume, ch’io torni
    Ad altra vita ed a più belle imprese;
    Sì ch’avendo le reti indarno tese,
    Il mio duro avversario se ne scorni.
    Or volge, Signor mio, l’undecim’anno
    Ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo,
    Che sopra i più soggetti è più feroce.
    Miserere del mio non degno affanno;
    Riduci i pensier vaghi a miglior luogo;
    Rammenta lor com’oggi fosti in croce.

    Verso 4. Mirando. Mirando io. Pel mirar che io feci. Per avere io mirato. Dipende dalle parole s’accese. Gli atti. I sembianti di Laura. Adorni. Vaghi. // 5. Piacciati omai, col tuo lume. Piacciati omai di fare colla tua grazia. // 7-8. Sicchè il diavolo resti confuso e scornato di avermi teso le reti invano. // 9. Volge. Finisce. Era l’anniversario della morte di Cristo e dell’innamoramento del Poeta. // 10. Sommesso. Sottoposto. Giogo. D’Amore. // 11. Vuol dir che Amore è più crudele verso quelli che lo servono più devotamente e con più fede. // 12. Miserere. Abbi misericordia. Non degno. Non meritato da me, o non conveniente all’esser mio, ovvero procedente da cose vane. - *Virg.: «Miserere animi non digna ferentis.»* // 13. Vaghi. Erranti. Luogo. Via. Oggetto. // 14. Come. Che.


    BALLATA V.
    Prova che la sua vita è nelle mani di Laura,
    da che potè dargliela con un saluto.

    Volgendo gli occhi al mio nuovo colore,
    Che fa di morte rimembrar la gente,
    Pietà vi mosse; onde, benignamente
    Salutando, teneste in vita il core.
    La frale vita ch’ancor meco alberga,
    Fu de’ begli occhi vostri aperto dono
    E de la voce angelica soave.
    Da lor conosco l’esser ov’io sono;
    Che, come suol pigro animal per verga,
    Così destaro in me l’anima grave.
    Del mio cor, Donna, l’una e l’altra chiave
    Avete in mano; e di ciò son contento,
    Presto di navigar a ciascun vento;
    Ch’ogni cosa da voi m’è dolce onore.

    Verso 1. Volgendo. Volgendo voi. // 2. Che riduceva a mente la morte a chi lo vedeva. Cioè, che pareva effetto di morte, che era simile al colore di un morto. // 4. Salutando. Salutandomi. // 5. Ch’ancor meco alberga. Che io conservo ancora. Che ancora mi rimane. // 6. Fu manifestamente dono dei vostri begli occhi. // 8. Dalla voce e dagli occhi vostri riconosco, alla voce e agli occhi vostri debbo lo stato in cui sono. // 9. Che. I quali occhi e la qual voce. Come suol. Come suol destarsi. // 10. Destaro. Destarono. Cioè suscitarono, ravvivarono. Grave. Oppressa. Languente. // 11. L’una e l’altra chiave. La chiave dell'allegrezza e quella della tristezza. Vuol dire il Poeta che Laura può a sua voglia rallegrarlo e attristarlo, ucciderlo e tornarlo in vita. // 13. Pronto a vivere in ciascuno stato che a voi piaccia di darmi. // 14. Ogni cosa da voi. Ogni cosa che mi venga da voi.


    SONETTO XLI.
    Persuade Laura a non voler odiare quel core,
    dond’ella non può più uscire.

    Se voi poteste per turbati segni,
    Per chinar gli occhi o per piegar la testa,
    O per esser più d’altra al fuggir presta,
    Torcendo il viso a’ preghi onesti e degni,
    Uscir già mai, ovver per altri ingegni,
    Del petto, ove dal primo lauro innesta
    Amor più rami: i’ direi ben che questa
    Fosse giusta cagione a’ vostri sdegni:
    Chè gentil pianta in arido terreno
    Par che si disconvenga; e però lieta
    Naturalmente quindi si diparte.
    Ma poi vostro destino a voi pur vieta
    L'esser altrove, provvedete almeno
    Di non star sempre in odïosa parte.

    Verso 1. Per turbati segni. Per dimostrazioni di sdegno e dispetto. Con usarmi atti e maniere aspre o scortesi. // 3. D’altra. Di qualunque altra. D’ogni altra. // 4. A’ preghi. A’ miei preghi. // 5-8. Se voi poteste, dico, o coi sopraddetti ovvero con altri modi, uscir giammai del mio cuore, dove si moltiplicano tutto dì gli affetti verso di voi, cioè trarmi dall’animo l’amor che io vi porto; in tal caso io confesserei che voi avreste buona ragione di trattarmi scortesemente come fate. // 9. Chè. Perocchè. Gentil pianta. Come siete voi. In arido terreno. Come è il mio cuore. // 10-11. E però lieta Naturalmente quindi si diparte. E perciò naturalmente è volonterosa di partirsi di là, cioè dall’arido terreno. // 12. Poi. Poichè. // 13. Provvedete. Procurate. // 14. Cioè di non odiarmi, acciocchè voi non dobbiate star sempre in un cuore che voi abbiate in odio. - *Ovid.: «Sine fine cavete, Ne sit inviso vestra figura loco.»*


    SONETTO XLII.
    Prega Amore di accendere in essa quel foco,
    dalle cui fiamme ei non ha più scampo.

    Lasso, che mal accorto fui da prima
    Nel giorno ch’a ferir mi venne Amore,
    Ch’a passo a passo è poi fatto signore
    De la mia vita, e posto in su la cima.
    Io non credea, per forza di sua lima,
    Che punto di fermezza, o di valore
    Mancasse mai ne l’indurato core:
    Ma così va chi sopra ’l ver s’estima.
    Da ora innanzi ogni difesa è tarda
    Altra, che di provar s’assai o poco
    Questi preghi mortali Amore sguarda.
    Non prego già, nè puote aver più loco,
    Che misuratamente il mio cor arda;
    Ma che sua parte abbia costei del foco.

    Verso I. Che. Quanto. Da prima. In principio. // 3. A passo a passo. A grado a grado. A poco a poco. // 4. È posto in sulla cima. E si è collocato in sulla cima dell’animo mio, cioè mi tiene sottoposto al suo imperio. // 5-7. Io non credeva che per forza della lima, cioè dell’assidua operazione di Amore, nell’animo mio, esso animo già indurato (come il Poeta ha detto nella seconda stanza della prima Canzone) dovesse mai perdere punto della sua fermezza o del suo valore. // 8. Così va chi. Così finisce chi. Così accade a chi. Ovvero, così accade quando uno. Sopra ’l ver. Oltre il giusto. Più del giusto. S’estima. Stima sè medesimo. // 9-11. Oramai è tardo ogni altro rimedio, eccetto che di provar se Amore presta o non presta punto orecchio alle preghiere degli uomini. // 12. Nè puote. Nè ciò puote. Nè tal preghiera può. // 13. Misuratamente. Con misura. Non soverchiamente. - *Dante: «Che misuratamente il core avvampi.»* // 14. Ovid.: «Nec medeare mihi, sanesque hæc vulnera mando; Fineque nil opus est, partem ferat illa caloris.»*


    SESTINA III.
    Rassomiglia Laura all’inverno, e prevede
    che tale gli sarà sempre.

    L’aer gravato, e l’importuna nebbia
    Compressa intorno da rabbiosi venti,
    Tosto convèn che si converta in pioggia:
    E già son quasi di cristallo i fiumi;
    E ’n vece de l’erbetta, per le valli
    Non si vede altro che pruine e ghiaccio.

    Verso 1. Gravato. Carico, gravido, di vapori. Torbido. Nuvoloso. Importuna. Fastidiosa. Molesta. // 3. Convèn. Conviene. // 6. Pruine. Brine.

    Ed io nel cor via più freddo che ghiaccio,
    Ò di gravi pensier tale una nebbia,
    Qual si leva talor di queste valli
    Serrate incontr’a gli amorosi venti
    E circondate di stagnanti fiumi,
    Quando cade dal ciel più lenta pioggia.

    Verso 1. Via più. Vie più. Molto più. // 2. Tal una nebbia. Una nebbia tale. // 3-4. Di queste valli Serrate incontr’a gli amorosi venti. Cioè da Valchiusa dove il Poeta si trovava e al cui nome allude, e dice che quelle valli erano chiuse da monti che contrastavano l’entrata alle aure amorose, cioè a quelle che spiravano dal luogo dove era Laura. // 6. Quando. Dipende dalle parole si leva del terzo verso.

    In picciol tempo passa ogni gran pioggia;
    E ’l caldo fa sparir le nevi e ’l ghiaccio,
    Di che vanno superbi in vista i fiumi;
    Nè mai nascose il ciel sì folta nebbia,
    Che sopraggiunta dal furor de’ venti
    Non fuggisse dai poggi e da le valli.

    Verso 3. Di che. Di cui. Per cui. Superbi in vista. Superbi a vedere. Con sembiante, con aspetto superbo. - *Di che. In conseguenza di che struggendosi le nevi e il ghiaccio gonfiano i fiumi.* // 4. Il ciel. Accusativo.

    Ma, lasso, a me non val fiorir di valli;
    Anzi piango al sereno ed a la pioggia,
    Ed a’ gelati ed ai soavi venti:
    Ch’allor fia un dì Madonna senza ’l ghiaccio
    Dentro, e di for senza l’usata nebbia,
    Ch’i’ vedrò secco il mare e laghi e fiumi.

    Verso 1. A me non val. Non mi apporta nessun giovamento. [A.] // 4. Fia. Sarà. Si riferisce a Madonna. // 5. Di for. Di fuori. L’usata nebbia. La solita nebbia. Cioè l’aspetto e i modi severi e sdegnosi. // 6. Che. Dipende dalla voce allor del quarto verso, e vuol dir quando.

    Mentre ch’al mar discenderanno i fiumi,
    E le fere ameranno ombrose valli,
    Fia dinanzi a’ begli occhi quella nebbia,
    Che fa nascer de’ miei continua pioggia;
    E nel bel petto l’indurato ghiaccio,
    Che trae del mio sì dolorosi venti.

    Verso 1. Mentre che. Finchè. // 4. De’ miei. Da’ miei. // 5. E. E fia. // 6. Del mio. Dal mio petto. Venti. Cioè sospiri.

    Ben debb’io perdonare a tutti i venti
    Per amor d’un che in mezzo di duo fiumi
    Mi chiuse tra ’l bel verde e ’l dolce ghiaccio;
    Tal ch’i’ dipinsi poi per mille valli
    L’ombra, ov’io fui; che nè calor nè pioggia,
    Nè suon curava di spezzata nebbia.

    Verso 2. Per amor. Per cagione. A contemplazione. D’un. Cioè d’un vento, e vuol dire di Laura, il qual nome ha il medesimo suono che l’aura. In mezzo di duo fiumi. Tra Sorga e Druenza, o vero tra l’un di questi e Rodano. // 3. Fece che io non mi sapeva partire da’ bei prati e dalle acque fresche di questo luogo dove io l’aveva veduta // 4-6. Onde io poscia, andando per mille valli, non curando nè caldo nè pioggia nè strepito di spezzate nubi, cioè tuoni, da per tutto dipinsi, cioè figurai colla fantasia, l’immagine di Laura. Le parole ov’io fui dipendono da mille valli. - *Spezzata nebbia. Tuoni. Dante, Par. XXIII, 99: «Parrebbe nube che spezzata tuona.»*

    Ma non fuggìo già mai nebbia per venti
    Come quel dì, nè mai fiume per pioggia,
    Nè ghiaccio quando il Sole apre le valli.

    Verso 1. Fuggío. Fuggì. // 2. Come quel dì. Così rapidamente come fuggì quel giorno che io vidi Laura in questo luogo. Nè mai fiume per pioggia. Sottintendasi: fuggì così rapidamente. // 3. Nè ghiaccio. Sottintendasi come di sopra. Quando ’l Sol apre le valli. Quando il sole apre il grembo alla terra. Intende di primavera.


    SONETTO XLIII.
    Caduto in un rio, dice che gli occhi non glieli
    può asciugare che Laura.

    Del mar tirreno a la sinistra riva,
    Dove rotte dal vento piangon l’onde,
    Subito vidi quell’altera fronde
    Di cui convèn che ’n tante carte scriva.
    Amor, che dentro a l’anima bolliva,
    Per rimembranza de le trecce bionde
    Mi spinse; onde in un rio che l’erba asconde
    Caddi, non già come persona viva.
    Solo, ov’io era tra boschetti e colli,
    Vergogna ebbi di me: ch’al cor gentile
    Basta ben tanto; ed altro spron non volli.
    Piacemi almen d’aver cangiato stile
    Dagli occhi a’ piè; se del lor esser molli
    Gli altri asciugasse un più cortese aprile.

    Verso 1. Sinistra riva. Perchè entrando dallo stretto di Gibilterra, il Mare Mediterraneo, e la Francia e l’Italia vengono ad essere alla sinistra riva. [C.] // 2. Dove... l’onde spinte dal vento e rotte contra gli scogli piangono, cioè fanno uno strepito malinconico e quasi un suono di pianto. [A.] // 3. Subito. Improvvisamente. Quell’altera fronde. Cioè un albero di alloro, figura di Laura. Altera qui vale onorata, nobile. // 6. Facendomi risovvenire delle bionde chiome della mia donna. // 7. In un rio che l’erba asconde. In un rivolotto che era nascosto dall’erba. // 8. Non già come persona viva. Come persona non viva. Come corpo morto. - *Dante. Inf. C. VI, v. 142: «E caddi come corpo morto cade.*» // 10. Vergogna ecc. Dant. Purg. C. III, v. 7. «Ei mi parea da sè stesso rimorso. O dignitosa coscïenza e netta, Come t’è picciol fallo amaro morso.»* // 9-14. Quantunque io mi trovassi solo, e tra boschetti e colli, che è come dire in luogo ritirato dalla gente, pure io mi vergognai per quella caduta; e la vergogna che ebbi fu di me stesso, cioè della presenza mia propria, che basta ben questa a un cor nobile, ed altro stimolo non ci volle a farmi vergognare. A ogni modo io sono contento di aver cangiato usanza, cioè dello aver bagnato i piedi in cambio degli occhi, se pure un più cortese aprile asciugasse questi occhi del loro esser molli, cioè delle loro lagrime. Dice un più cortese aprile, avendo riguardo sì all’essergli avvenuto in aprile il caso recitato in questo Sonetto, e sì agli altri mesi di aprile che esso aveva passati dolorosamente insino allora da poi che pure in aprile si fu innamorato di Laura.


    SONETTO XLIV.
    È combattuto in Roma dai due pensieri,
    o di ritornarsene a Dio, o alla sua Donna.

    L’aspetto sacro de la terra vostra
    Mi fa del mal passato tragger guai,
    Gridando: sta’ su, misero: che fai?
    E la via di salir al Ciel mi mostra.
    Ma con questo pensier un altro giostra,
    E dice a me: perchè fuggendo vai?
    Se ti rimembra, il tempo passa omai
    Di tornar a veder la Donna nostra.
    I’, che ’l suo ragionar intendo allora,
    M’agghiaccio dentro in guisa d’uom ch’ascolta
    Novella che di subito l’accora.
    Poi torna il primo, e questo dà la volta.
    Qual vincerà, non so; ma infino ad ora
    Combattuto ànno, e non pur una volta.

    Verso. 1. Sacro: Che induce religione ne’ guardanti per la venerabile memoria de’ santi martiri. [C.] - Della terra vostra. Della città di Roma. Il Poeta indirizzava questo Sonetto da Roma a un Romano. // 2. Del mal passato. De’ miei passati vaneggiamenti amorosi. Tragger guai. Sospirare e lamentarmi. Traggere sta per trarre. // 3. Sta’ su. Volgi l’animo a pensare e operare più degnamente. - È l’erige te dei Latini. [A.] // 6. Fuggendo vai. Da Laura. // 7. Se ti rimembra. Se ti sovviene. Se ben ti ricordi. Sovvengati che. // 8. La Donna nostra. Laura. // 12. Il primo. Il primo pensiero. Questo. Questo secondo pensiero. Dà la volta. Volge le spalle. Si parte. Fugge via. // 13. Qual. Quale de’ due pensieri. // 14. Combattuto ànno. Hanno combattuto insieme. Non pur una volta. Non una volta sola. Più d’una volta.


    SONETTO XLV.
    Destinato alla servitù di Amore, non potè
    liberarsene nè pur colla fuga.

    Ben sapev’io che natural consiglio,
    Amor, contra di te già mai non valse:
    Tanti lacciuol, tante impromesse false,
    Tanto provato avea ’l tuo fero artiglio.
    Ma novamente (ond’io mi maraviglio)
    Dirol, come persona a cui ne calse,
    E che ’l notai là sopra l’acque salse,
    Tra la riva toscana e l’Elba e ’l Giglio.
    I’ fuggia le tue mani, e per cammino,
    Agitandom’i venti e ’l cielo e l’onde,
    M’andava sconosciuto e pellegrino;
    Quand’ecco i tuoi ministri, i’ non so donde,
    Per darmi a diveder ch’al suo destino
    Mal chi contrasta e mal chi si nasconde.

    Verso 1. Natural consiglio. Accorgimento umano. Provvedimento, espediente umano; ovvero prudenza, sagacità umana. // 3. Accusativi dipendenti dalle parole provato avea del verso seguente. Lacciuol è detto per lacciuoli; impromesse per promesse. // 5. Novamente. Di nuovo. O pure in un nuovo modo. O pure per una fresca ovvero straordinaria esperienza. Onde. Del che. // 6-8. Diròllo, cioè dirò questa medesima cosa come uno che ci ho avuto interesse, e che la ho provata trovandomi in mare tra la riva di Toscana e le isolette dell’Elba e del Giglio. // 11. M’andava. Me ne andava. // 12. Quand’ecco, non so donde venuti, mi sopraggiungono i tuoi ministri. Cioè rimembranze e pensieri di quell’amore che il Poeta fuggiva, ovvero amoretti nuovi, occasioni di nuovi amori. // 13. Al suo destino. Dipende dai verbi contrasta e si nasconde, del verso seguente. // 14. Mal. Mal fa.


    CANZONE V.
    Vorrebbe consolarsi col canto, ma per propria colpa
    è costretto a piangere.

    Lasso me, ch’i’non so in qual parte pieghi
    La speme, ch’è tradita omai più volte.
    Che se non è chi con pietà m’ascolte,
    Perchè spargere al Ciel sì spessi preghi?
    Ma s’egli avvien ch’ancor non mi si nieghi
    Finire anzi ’l mio fine
    Queste voci meschine,
    Non gravi al mio Signor perch’io ’l ripreghi
    Di dir libero un dì tra l’erba e i fiori:
    » Drez et razon es qu’ieu chan e m demori.

    Le stanze di questa Canzone, che sono cinque, si chiudono ciascuna col primo verso di cinque altre Canzoni; la prima di Arnaldo Daniello, poeta provenzale, la seconda di Guido Cavalcanti, la terza di Dante, la quarta di Cino da Pistoia, la quinta dello stesso Petrarca.
    Versi 1-2. Non so in qual parte pieghi La speme. Non so a che parte piegare, cioè volgere, la speranza. E vuol dire: non so in che sperare, con che fondamento sperare. È tradita. E stata tradita. // 3. Non è chi. Non vi è, non ci ha, nessuno che. Ascolte. Ascolti. - *Spargere al ciel significa spargere al vento all’aria vana.* // 5-10. Ma se pure ancora non mi è negato di finire una volta questi miei lamenti prima che io muoia, cioè se la mia presente infelicità non è destinata a durar sempre, non gravi, cioè non sia grave, non dispiaccia, ad Amore che io di nuovo lo preghi di potere un giorno dire allegramente tra l’erba e i fiori, cioè in luoghi di sollazzo e piacere: «diritto e ragione è che io canti e mi trastulli.» Le parole s’egli avvien che ancor non mi si nieghi sono un modo di parlare ridondante, e importano lo stesso che se ancora non mi si niega.

    Ragione è ben ch’alcuna volta i’ canti,
    Però ch’ò sospirato sì gran tempo;
    Che mai non incomincio assai per tempo
    Per adeguar col riso i dolor tanti.
    E s’io potessi far ch’agli occhi santi
    Porgesse alcun diletto
    Qualche dolce mio detto,
    O me beato sopra gli altri amanti!
    Ma più quand’io dirò senza mentire:
    » Donna mi prega; perch’io voglio dire.

    Verso 1. Ragione. Ragionevole. Giusto. // 2. Però c’ò. Perocchè ho. // 3-4. Anzi se io incomincio ora a cantare, cioè a prendere un poco di spasso, io non incomincio già tanto presto, quanto bisognerebbe perchè io potessi agguagliar col riso i tanti miei dolori, cioè sollazzarmi tanto quanto ho penato. // 5. Agli occhi santi. Di Laura. // 6. Porgesse. Recasse. // 7. Qualche mia parola lieta che ella leggesse. Qualche mio verso allegro. // 9-10. Ma più beato se io potrò dire con verità: una donna mi prega, cioè a parlare; perchè, cioè per la qual cosa, io voglio dire. E vuole intendere: ma beatissimo me, se Laura non solo mi ascoltasse con qualche diletto, ma eziandio mi pregasse a parlare.

    Vaghi pensier, che così passo passo
    Scorto m’avete a ragionar tant’alto,
    Vedete che Madonna à ’l cor di smalto
    Sì forte, ch’io per me dentro nol passo.
    Ella non degna di mirar sì basso,
    Che di nostre parole
    Curi; chè ’l Ciel non vole;
    Al qual pur contrastando i’ son già lasso:
    Onde, come nel cor m’induro e ’nnaspro,
    » Così nel mio parlar voglio esser aspro.

    Verso 1. Vaghi. Vagabondi. Leggeri. Vani. // 2. Scorto. Condotto. Menato. A ragionar tant’alto. A presumer tanto di me stesso, cioè ad immaginare che Laura si muova a pregarmi che io parli. // 3. Vedete. Imperativo. Guardate. Avvertite. Sappiate. // 4. Sì forte. Sì duro. Si riferisce a smalto. Io per me dentro nol passo. Io quanto a me, cioè, non so degli altri, ma certamento io, non ho forza di penetrarlo. - Per me. Intende da me solo, o senza qualche aiuto dall’alto che predisponga Laura in mio favore. [A.] // 5. Non degna. Non si degna. // 7. Curi. Si curi. Chè. Perciocchè. Vole. Vuole. // 8. Contro il quale io ho già combattuto tanto che io ne sono stanco. // 9-10. Per tanto, come io divengo duro e aspro nel cuore per la fierezza di Laura, così voglio essere aspro e tristo nelle parole, in luogo di cantar lietamente, come io proponeva di sopra.

    Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna
    Altri ch’io stesso e ’l desïar soverchio?
    Già, s’i’ trascorro il ciel di cerchio in cerchio,
    Nessun pianeta a pianger mi condanna.
    Se mortal velo il mio vedere appanna,
    Che colpa è de le stelle
    O de le cose belle?
    Meco si sta chi dì e notte m’affanna.
    Poi che del suo piacer mi fe gir grave
    » La dolce vista e ’l bel guardo soave.

    Verso 1. Virg. «Quid loquor, aut ubi sum?»* - Si ridice il Poeta di quello che egli ha detto di sopra nell’altra stanza, che il cielo e la fierezza di Laura sono causa della sua infelicità. // 2. Altri che. Se non. Fuorchè. Il desïar. Il desiderio. // 3. Già. Voce che serve a crescer forza alla negazione. S’i’ trascorro il ciel di cerchio in cerchio. Per quanto io voglia cercare tra tutte le sfere del cielo. // 5. Mortal velo. Cioè il corpo. Il mio vedere appanna. Mi appanna la vista, cioè mi offusca l’intelletto, o fa che io creda che il Cielo e Laura sieno cagione del mio male. // 6-7. Non è però che la colpa della mia infelicità sia veramente del Cielo, o pur delle cose belle, tra le quali è Laura. - *Dante. Inf. C. I, v. 40. «Mosse da prima quelle cose belle.»* // 8. Cioè, la causa del mio travaglio non è cosa alcuna che sia fuori di me, ma ella dimora in me stesso, e non è altro se non che il mio desiderio. // 9-10. Da che il sembiante di Laura mi fece andar grave, cioè m’inebbriò, m’empiè il cuore, del suo piacere, cioè della sua dolcezza e del desiderio di esso.

    Tutte le cose di che ’l mondo è adorno
    Uscìr buone di man del Mastro eterno:
    Ma me, che così addentro non discerno,
    Abbaglia il bel che mi si mostra intorno;
    E s’al vero splendor già mai ritorno,
    L’occhio non può star fermo;
    Così l’à fatto infermo
    Pur la sua propria colpa, e non quel giorno
    Ch’i’ volsi invêr l’angelica beltade
    » Nel dolce tempo de la prima etade.

    Versi 1-6. Tutte le cose belle del mondo furono da Dio create buone, e però Laura non può esser causa di male: ma io che non penetro collo intelletto così addentro, sono abbagliato dalla estrinseca bellezza di quella; e se alcuna volta mi riduco a mirare il vero splendore, cioè la interna bontà ed eccellenza di colei, l’occhio non vi può durare. // 7. Così. Tanto. Talmente. Infermo. Debole. // 8. Pur. Solamente. // 9. Ch’i’ volsi. Che io lo volsi, cioè volsi l’occhio. E forse il Poeta scrisse: chil volsi cioè ch’i’ ’l volsi. - *La lezione: Ch’i’ ’l volsi è nel Cod. 1143 della Riccardiana di Firenze e così scrisse il Varchi nelle sue lezioni sopra le tre Canzoni Degli occhi.* - Ma potrebbe anche esser detto i’ volsi come diciamo i’ mossi, nel senso di io mi volsi, io volsi me. [A.] - Invêr. Verso. L’angelica beltade. Di Laura.


    CANZONE VI.
    Grande elogio de’ begli occhi di Laura è la difficoltà
    di saper lodarli.

    Perchè la vita è breve
    E l’ingegno paventa a l’alta impresa,
    Nè di lui nè di lei molto mi fido;
    Ma spero che sia intesa
    Là dov’io bramo e là dov’esser deve
    La doglia mia, la qual tacendo i’ grido.
    Occhi leggiadri, dove Amor fa nido,
    A voi rivolgo il mio debile stile
    Pigro da sè, ma ’l gran piacer lo sprona;
    E chi di voi ragiona,
    Tien dal suggetto un abito gentile,
    Che con l’ale amorose
    Levando, il parte d’ogni pensier vile.
    Con queste alzato vengo a dire or cose
    Ch’ò portate nel cor gran tempo ascose.

    Questa Canzone e le due seguenti sono sopra gli occhi di Laura, e si chiamano le Canzoni degli occhi.
    Verso 2. E l’ingegno mio si spaventa della difficoltà del sublime assunto di lodare gli occhi di Laura. // 3. Di lui. Dell’ingegno mio. Di lei. Della vita. // 5. Là dov’io bramo. Cioè dove io bramo che sia intesa. E là dov’esser deve. E dove debbe essere intesa. // 6. La qual tacendo i’ grido. La quale io grido anche tacendo. Dice il Poeta che se bene egli si fida poco che la vita e l’ingegno gli bastino a parlar sufficientemente degli occhi di Laura, nondimeno spera che comunque egli ne parlerà, il dolore che cagionano a lui questi occhi, dovrà essere inteso dalla medesima Laura, poichè esso lo dà ad intendere eziandio tacendo. - *Grida tacendo «Perchè negli atti d’allegrezza spenti Di fuor si legge come dentro avvampi,» spiega lo stesso Petr. nel son. XXII, P. 1.*/ / 8. Cioè, prendo a ragionar di voi. // 9. Da sè. Quanto a sè. Quanto alla natura sua. Il gran piacer. Il gran desiderio che ha di lodarvi. // 11. Tien. Ha. Dal suggetto. Dall’argomento del suo dire. Un abito gentile. Una nobile disposizione d’animo. // 12. Con l’ale amorose. Colla forza del sentimento amoroso. // 13. Levando. Levandolo. Cioè innalzandolo. Il parte. Lo divide. Lo allontana. // 14. Con queste. Cioè con l’ale amorose.

    Non perch’io non m’avveggia
    Quanto mia laude è ingiurïosa a voi;
    Ma contrastar non posso al gran desio
    Lo quale è in me da poi
    Ch’i’ vidi quel che pensier non pareggia,
    Non che l’agguagli altrui parlar o mio.
    Principio del mio dolce stato rio,
    Altri che voi so ben che non m’intende.
    Quando agli ardenti rai neve divegno,
    Vostro gentile sdegno
    Forse ch’allor mia indegnitate offende.
    O se questa temenza
    Non temprasse l’arsura che m’incende,
    Beato venir men! che ’n lor presenza
    M’è più caro il morir, che ’l viver senza.

    Verso 1. Non già che io non m’avvegga. Non fo già questo (cioè di pigliare a lodarvi) perchè io non conosca. - Ingiurïosa, alla latina, per dannosa: perchè la lode che non agguaglia il merito fa danno al lodato, inducendo altrui a stimarlo troppo bassamente. [A.] // 4-6. Da poi ch’i’ vidi. Insino all’ora che io vidi. Quel che pensier ecc. Quello che non solo non possiamo agguagliar con parole nè io nè altri, ma non si può pareggiare eziandio col pensiero. Intende di quegli occhi. // 7. Vocativo. Occhi, autori del mio stato dolce e doloroso. // 8. So ben che nessuno m’intende, altro che voi. // 9-11. Quando ai vostri raggi ardenti io divengo come neve al sole; e vuol dire: quanto io vi miro da vicino, forse allora la mia indegnità, cioè il mio essere indegno di mirarvi da presso, vi offende, e muove il vostro gentile sdegno. - Gentile sdegno par che voglia significare quell’alterezza o nobiltà d’animo altre volte lodata in Laura, onde sdegnava tutto ciò ch’era basso e volgare. [L.] // 12. O. Oh. Interiezione. Temenza. Timore. // 14-15. In tal caso io verrei meno, io mi disfarei; e beato me se ciò avvenisse! perocchè mi è più caro il morire in presenza loro, cioè di quegli occhi, che il vivere senza essa, cioè a dire, lontano da essa presenza.

    Dunque, ch’i’ non mi sfaccia,
    Sì frale oggetto a sì possente foco,
    Non è proprio valor che me ne scampi:
    Ma la paura un poco,
    Che ’l sangue vago per le vene agghiaccia,
    Risalda ’l cor, perchè più tempo avvampi.
    O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
    O testimon de la mia grave vita,
    Quante volte m’udiste chiamar Morte!
    Ahi dolorosa sorte!
    Lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita.
    Ma, se maggior paura
    Non m’affrenasse, via corta e spedita
    Trarrebbe a fin quest’aspra pena e dura:
    E la colpa è di tal che non n’à cura.

    Versi 1-3. Dunque se io, che sono un oggetto così fragile, pure non mi distruggo a un fuoco così attivo, ciò non procede già da forza mia propria. // 4. Un poco. Dipende dal verbo risalda del secondo verso dopo questo. // 5. Che. La qual paura. Vago. Errante. // 6. Risalda. Rassoda. - Perchè. Affinchè. [A.] - Più tempo. Più lungamente. - La paura non lasciando trascorrere il sangue per le vene, è cagione che la vita ristretta nel cuore duri più tempo. [A.] // 8. Testimon. Testimoni. Grave. Misera. // 11. Lo star. Il fermarmi alla presenza di quegli occhi. Non m’aita. Non mi giova. // 12-13. Se maggior paura Non m’affrenasse. Se non mi ritenesse la paura di una pena maggiore, cioè della pena dell’altra vita. Via corta e spedita. Un modo breve e facile. Un mezzo pronto e speditivo. Cioè l’uccidermi da me stesso. // 15. Di tal che. Di una che. Intende della morte, ovvero di Laura. Non n’à cura. Non si dà pensiero della mia infelicità, e non mi uccide, ovvero non si muove a usarmi pietà.

    Dolor, perchè mi meni
    Fuor di cammino a dir quel ch’i’ non voglio?
    Sostien ch’io vada ove ’l piacer mi spigne.
    Già di voi non mi doglio,
    Occhi sopra ’l mortal corso sereni,
    Nè di lui ch’a tal nodo mi distrigne.
    Vedete ben quanti color dipigne
    Amor sovente in mezzo del mio volto,
    E potrete pensar qual dentro fammi
    Là ’ve dì e notte stammi
    Addosso col poder ch’à in voi raccolto,
    Luci beate e liete;
    Se non che ’l veder voi stesse v’è tolto:
    Ma quante volte a me vi rivolgete,
    Conoscete in altrui quel che voi siete.

    Verso 2. Quel ch’i’ non voglio. Cose aliene dal mio proposito. // 3. Sostien. Sopporta. Lascia. Imperativo. Ch’io vada ove Il piacer mi spigne. Ch’io parli degli occhi di Laura come io aveva incominciato. Piacere qui, come sopra nella prima stanza, significa desiderio, appetito. // 5. Sopra ’l mortal corso. Oltre l’uso mortale. Più del consueto tra’ mortali. // 6. Di lui. Di colui. Cioè d’Amore. A tal nodo. Intende l’amore di quegli occhi. Mi distrigne. Mi stringe. Mi tiene stretto, legato. // 7. Vedete ben. Guardate bene. Imperativo. // 9-15. E da quello che egli opera in me di fuori, potrete congetturare quale egli mi riduca dentro, dove mi sta sempre addosso; cioè attende continuamente a travagliarmi, con quella forza che egli prende da voi, occhi beati e lieti. Dico beati e lieti, eccetto che vi manca la beatitudine e la contentezza di veder voi medesimi. Ma ogni volta che vi rivolgete in me, potete conoscere in altrui, cioè dagli effetti che voi fate nell’aspetto mio, quello che voi siete. Là ’ve sta per là dove, cioè dove.

    S’a voi fosse sì nota
    La divina incredibile bellezza
    Di ch’io ragiono, come a chi la mira,
    Misurata allegrezza
    Non avria ’l cor; però forse è remota
    Dal vigor natural che v’apre e gira.
    Felice l’alma che per voi sospira,
    Lumi del ciel; per li quali io ringrazio
    La vita che per altro non m’è a grado.
    Oimè, perchè sì rado
    Mi date quel, dond’io mai non son sazio?
    Perchè non più sovente
    Mirate qual Amor di me fa strazio?
    E perchè mi spogliate immantinente
    Del ben che ad ora ad or l’anima sente?

    Verso 1. Sì. Così. Corrisponde al come del terzo verso della stanza. // 3. Di che. Della quale. // 4-6. L’allegrezza che sentirebbe il cuore di Laura sarebbe smisurata e soverchia; e forse di qui è che la detta bellezza, cioè la bellezza di voi, occhi, è remota dalla potenza naturale che vi apre e gira, cioè non è sottoposta alla vostra facoltà naturale di vedere, non cade sotto alla vostra virtù visiva. // 8-9. Lumi del ciel. Cioè, occhi celestiali. Per li quali. Per rispetto dei quali. Per cagione della cui vista. Io ringrazio La vita. Io sono contento di vivere. Io ho cara la vita. Per altro. Quanto al resto. Quanto a ogni altra cosa. Per niun’altra cosa. Non m’è a grado. Non mi aggrada. Non mi è cara. Mi è discara. // 10. Rado. Di rado. // 11. Cioè, mi consentite di vagheggiarvi, ovvero, vi rivolgete a mirarmi. Donde qui vale di che, di cui. // 13. Qual. Si riferisce a strazio. // 15. Ad ora ad or. Di quando in quando. Alcune volte. Cioè qualora voi mi guardate. L’anima. L’anima mia.

    Dico ch’ad ora ad ora
    (Vostra mercede) i’ sento in mezzo l’alma
    Una dolcezza inusitata e nova,
    La qual ogni altra salma
    Di noiosi pensier disgombra allora,
    Sì che di mille un sol vi si ritrova.
    Quel tanto a me, non più, del viver giova.
    E se questo mio ben durasse alquanto,
    Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe:
    Ma forse altrui farebbe
    Invido, e me superbo l’onor tanto:
    Però, lasso, conviensi
    Che l’estremo del riso assaglia il pianto:
    E ’nterrompendo quelli spirti accensi,
    A me ritorni, e di me stesso pensi.

    Verso 2. Vostra mercede. Per grazia vostra. Per vostra cagione. In mezzo l’alma. In mezzo all’alma. // 3. Nova. Straordinaria. Mirabile. // 4. Ogni altra salma. Ogni qualsivoglia soma, carico, peso. // 5. Disgombra. Discaccia dall’animo mio. // 6. Tanto che di mille pensieri che erano nell’anima mia, un solo vi si ritrova, vi resta, cioè il pensiero di voi. // 7. Quella sola parte, cioè quei soli momenti della vita, e non più mi sono cari. // 9. Nullo. Nessuno. Agguagliarse. Agguagliarsi. Pareggiarsi. Paragonarsi. // 10-11. Ma forse un onor così grande sarebbe cagione d’invidia agli altri, e a me di superbia. // 12. Lasso. Interiezione. Misero me. Conviensi. È necessario. // 13. Che l’estremità, o l’ultimo confine del riso sia occupato dal pianto, cioè che succeda alla gioia il dolore. - Proverb. XIV, 13: «Extrema gaudii luctus occupat.» [C.] // 14-15. E che interrompendo voi, occhi, con ritirarvi da me, quegli spiriti accesi, cioè quei sentimenti caldissimi che io provo in quell’ora, ovvero, che interrompendo io quei sentimenti caldissimi, io ritorni in me e pensi a me stesso.

    L’amoroso pensiero
    Ch’alberga dentro, in voi mi si discopre
    Tal, che mi trae del cor ogni altra gioia:
    Onde parole ed opre
    Escon di me sì fatte allor, ch’i’ spero
    Farmi immortal, perchè la carne moia;
    Fugge al vostro apparir angoscia e noia;
    E nel vostro partir tornano insieme:
    Ma perchè la memoria innamorata
    Chiude lor poi l’entrata,
    Di là non vanno da le parti estreme.
    Onde s’alcun bel frutto
    Nasce di me, da voi vien prima il seme.
    Io per me son quasi un terreno asciutto,
    Colto da voi; e ’l pregio è vostro in tutto.

    Verso 2. Dentro. Nel cuor di Laura. // 4-6. Per la qual cosa, escono allora di me parole ed opere così fatte, cioè tali, che io spero, per virtù di quelle, farmi immortale, quantunque il corpo abbia a morire. // 8. Insieme. Cioè, insieme col vostro partire. // 9. La memoria innamorata. La memoria piena di quello che io ho veduto e goduto in voi. // 11. Cioè, non passano oltre la superficie, non mi penetrano // 12. Alcun bel frutto. Qualche azione o pensiero o parola o scrittura degna. // 14. Per me. Quanto è a me. Quasi. Come. Per così dire. Asciutto. Arido. // 15. Colto. Coltivato. Il pregio. Il merito di ogni bene che nasce da me. In tutto. Del tutto. Interamente.

    Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi
    A dir di quel ch’a me stesso m’invola:
    Però sia certa di non esser sola.

    Verso 1-3. Canzone, tu non sei bastante a soddisfare il desiderio che io ho di ragionar di quegli occhi, che mi rubano a me stesso; anzi tu lo stimoli e infiammi: però sta’ sicura che tu non sarai sola. Vuol dire che il Poeta intende di scrivere ancora altre canzoni sopra il medesimo soggetto: e tali sono le due seguenti.


    CANZONE VII.
    Dagli occhi di Laura viene inalzato a contemplare
    le vie del Cielo.

    Gentil mia Donna, i’ veggio
    Nel mover de’ vostri occhi un dolce lume
    Che mi mostra la via ch’al Ciel conduce;
    E per lungo costume,
    Dentro là dove sol con Amor seggio
    Quasi visibilmente il cor traluce.
    Quest’è la vista ch’a ben far m’induce,
    E che mi scorge al glorïoso fine;
    Questa sola dal vulgo m’allontana:
    Nè già mai lingua umana
    Contar poria quel che le sue divine
    Luci sentir mi fanno,
    E quando il verno sparge le pruine,
    E quando poi ringiovenisce l’anno,
    Qual era al tempo del mio primo affanno.

    Verso 2. Nel mover. Nel muoversi. Nel moto. // 4. E per lunga consuetudine vostra, ovvero per facoltà di conoscimento acquistata da me colla lunga usanza di mirare i vostri occhi. Altri vogliono che le parole di questo verso dipendano dal verbo seggio del verso seguente. // 5. Dentro ai vostri occhi, dove io ed Amore sediamo, cioè abitiamo, soli. Ovvero, dentro ai vostri occhi, il quale si è il solo luogo dove io abito, e meco Amore. Seggio vuoi dire seggo. // 8. Mi scorge. Mi guida. Al glorïoso fine. All’acquisto del Paradiso. // 11. Contar. Raccontare. Poria. Potria. Potrebbe. // 13. Pruine. Brine. // 14. Ringiovenisce. Verbo neutro. // 15. Siccome esso, cioè l’anno, faceva, cioè ringiovaniva, allora che io m’innamorai, che fu di primavera.

    Io penso: se lassuso
    Onde ’l Motore eterno de le stelle
    Degnò mostrar del suo lavoro in terra,
    Son l’altr’opre sì belle,
    Aprasi la prigione ov’io son chiuso
    E che il cammino a tal vita mi serra.
    Poi mi rivolgo alla mia usata guerra,
    Ringraziando natura e ’l dì ch’io nacqui,
    Che reservato m’ànno a tanto bene,
    E lei, ch’a tanta spene
    Alzò ’l mio cor; chè ’nsino allor io giacqui
    A me noioso e grave:
    Da quel dì innanzi a me medesmo piacqui,
    Empiendo d’un pensiero alto e soave
    Quel core, ond’ànno i begli occhi la chiave.

    Verso 1. Lassuso. In Paradiso. // 2. Onde. Là ove. [A.] // 3. Degnossi di mostrare in terra alcuna sua opera, cioè di creare le cose che noi veggiamo. // 4. Le altre opere di Dio sono così belle come questi occhi. // 5. Cioè muoia il mio corpo. // 6. A tal vita. Al vivere lassù in cielo tra cose tanto belle. // 7. Poi mi rivolgo a pensare alla mia solita guerra, cioè alla mia passione amorosa. - O forse mi rivolgo, ritorno alla solita mia contradizione con me medesimo. [A.] // 9. Reservato. Riserbato. A tanto bene. Cioè a vedere ed amare gli occhi di Laura. // 10. Lei. Colei. Cioè Laura. A tanta spene. A quella del glorioso fine detto nell’altra stanza. Ovvero a quello di acquistarsi l’animo di Laura. // 11. Chè. Poichè. // 14. Empiendo. Empiendo, non io, ma Laura, della quale si ripiglia a dire; e i due versi precedenti, colla metà dell’altro prossimo, sono una sorta di parentesi. // 15. Ond’ànno. Del quale hanno. [A.]

    Nè mai stato gioioso
    Amore o la volubile Fortuna
    Diedero a chi più fur nel mondo amici,
    Ch’i’ nol cangiassi ad una
    Rivolta d’occhi ond’ogni mio riposo
    Vien, com’ogni arbor vien da sue radici.
    Vaghe faville, angeliche, beatrici
    De la mia vita, ove ’l piacer s’accende
    Che dolcemente mi consuma e strugge;
    Come sparisce e fugge
    Ogni altro lume dove ’l vostro splende,
    Così de lo mio core,
    Quando tanta dolcezza in lui discende,
    Ogni altra cosa, ogni pensier va fore,
    E sol ivi con voi rimansi Amore.

    Verso 3. A chi più fur nel mondo amici. A quelli che essi amarono il più. A qualunque si voglia, a persona del mondo alla quale essi fossero maggiormente amici. // 4-6. Non diedero, dico, a chicchessia un qualsivoglia stato tanto gioioso che io non fossi per darlo volentieri in iscambio di un solo sguardo di occhi, onde, dai quali, cioè di occhi così fatti che da loro viene ogni mia quiete, come ogni albero viene dalle sue radici. // 7. Vocativi. Rivolge il favellare agli occhi di Laura. // 14. Fore. Fuori.

    Quanta dolcezza unquanco
    Fu in cor d’avventurosi amanti, accolta
    Tutta in un loco, a quel ch’i’ sento è nulla,
    Quando voi alcuna volta
    Soavemente tra ’l bel nero e ’l bianco
    Volgete il lume in cui Amor si trastulla:
    E credo, da le fasce e da la culla
    Al mio imperfetto, a la fortuna avversa
    Questo rimedio provvedesse il Cielo.
    Torto mi face il velo
    E la man che sì spesso s’attraversa
    Fra ’l mio sommo diletto
    E gli occhi, onde dì e notte si rinversa
    Il gran desio, per isfogar il petto,
    Che forma tien dal varïato aspetto.

    Verso l. Unquanco. Mai. In qualunque tempo. // 2-3. Avventurosi. Fortunati. Accolta tutta in un loco. Raccolta tutta insieme. Recata tutta in uno. A prenderla, a considerarla, tutta insieme. Se anche si aduna tutta insieme, si reca tutta in un cumulo. A quel ch’i’ sento è nulla. È nulla a comparazione di quello che io sento. // 4. Quando. Dipende dalle parole i’ sento del verso superiore. // 5-6. Circonlocuzione che viene a dire: vi girate. // 7. E credo che insino dalla mia infanzia. // 8. Al mio imperfetto. Alla mia imperfezione. A la fortuna avversa. Alla mia fortuna avversa. // 9. Rimedio. Compenso. Conforto. Provvedesse. Apparecchiasse provvidentemente, con previdenza del bisogno futuro [A.] // 10. Torto mi face. Mi fa danno. Mi offende. // 11. S’attraversa. Si frappone. // 12. Il mio sommo diletto. Cioè a dire, la vista degli occhi di Laura. // 13. E gli occhi. Cioè gli occhi miei. Onde. Dai quali occhi. Si rinversa. Si versa. Trabocca. Cioè in lagrime. // 14. Isfogar. Verbo attivo. Alleviare. - *Dante Inf., C. XXXIII, v. 113: «Sì ch’i’ sfoghi il dolor che il cuor m’impregna.»* // 15. Il qual petto, che vale a dire il cuore, l’animo, è variamente disposto, ha diverso stato, secondo che l’aspetto di Laura è dolce ovvero aspro.

    Perch’io veggio (e mi spiace)
    Che natural mia dote a me non vale,
    Nè mi fa degno d’un sì caro sguardo;
    Sforzomi d’esser tale,
    Qual a l’alta speranza si conface,
    Ed al foco gentil ond’io tutt’ardo.
    S’al ben veloce, ed al contrario tardo,
    Dispregiator di quanto ’l mondo brama,
    Per sollicito studio posso farme;
    Potrebbe forse aitarme
    Nel benigno giudicio una tal fama.
    Certo il fin de’ miei pianti,
    Che non altronde il cor doglioso chiama,
    Vien da’ begli occhi al fin dolce tremanti,
    Ultima speme de’ cortesi amanti.

    Verso 2. Che io non ho doni naturali da meritare che Laura mi volga l’animo. // 4. Procuro di supplire il difetto della natura collo studio, e di rendermi tale, ec. // 5. A l’alta speranza. Di piacere a Laura. Si conface. Si confà. Si conviene. È corrispondente. // 7. Se pronto al bene, ed al male restio. // 9. Per sollicito studio. Per mezzo di un sollecito, cioè diligente studio. Farme. Farmi. // 10. Aitarme. Aiutarmi. Cioè giovarmi, favorirmi. // 11. Nel benigno giudicio. Nel concetto di Laura. Nell’animo di Laura. Una tal fama. Cioè quella di essere, come ha detto innanzi, «al ben veloce, ed al contrario tardo,» e «Dispregiator di quanto ’l mondo brama.» // 13. Che. Il qual fine. Accusativo. Altronde. Da altra cosa. Il cor. Il mio cuore. Chiama. Chiede. // 14. Vien. Dee venire. Non può venire se non. Da’ begli occhi. Di Laura. Dolce tremanti. Per amore. Dolce qui vale dolcemente. - *Dante, Vita Nuova: «Chi avesse voluto conoscere amore, far lo poteva mirando il tremore degli occhi miei.»*

    Canzon, l’una sorella è poco innanzi,
    E l’altra sento in quel medesmo albergo
    Apparecchiarsi; ond’io più carta vergo.

    Verso 1. L’una sorella. Cioè la Canzone antecedente, che pure è sopra gli occhi di Laura. È poco innanzi. Cioè a dire, è venuta al mondo, è uscita in luce poco dianzi. // 2. L’altra. Cioè la Canzone che segue. In quel medesmo albergo. Cioè nella mia mente, ovvero nella medesima parte della mia mente; ovvero sopra la stessa materia. // 3. Ond’io più carta vergo. Sicchè io seguito a scrivere.


    CANZONE VIII.
    Trova ogni bene negli occhi di Laura, e protesta
    che non finirà mai di lodarli.

    Poi che per mio destino
    A dir mi sforza quell’accesa voglia
    Che m’à sforzato a sospirar mai sempre,
    Amor, ch’a ciò m’invoglia,
    Sia la mia scorta e ’nsegnimi il cammino,
    E col desio le mie rime contempre;
    Ma non in guisa che lo cor si stempre
    Di soverchia dolcezza; com’io temo
    Per quel ch’i’sento ov’occhio altrui non giugne;
    Chè ’l dir m’infiamma e pugne;
    Nè per mio ingegno, ond’io pavento e tremo,
    Sì come talor sòle,
    Trovo ’l gran foco de la mente scemo;
    Anzi mi struggo al suon de le parole
    Pur com’io fossi un uom di ghiaccio al Sole.

    Verso 2. Quell’accesa voglia. Nominativo. // 4. A ciò m’invoglia. Mi mette nell’animo questa voglia che mi sforza a parlare. // 6. E faccia che i miei versi agguaglino il desiderio che io ho di verseggiare. Contempre sta per contemperi. - *È degna di nota la lezione del citato Cod. Bolognese, il quale in cambio di Nè per mio ingegno pone Nè per mio dir, che rende il concetto del Petrarca assai più chiaro.* // 7-13. Ma abbia riguardo però che in questo mio favellar di quegli occhi, il cuore non mi si stemperi per troppa dolcezza, come io temo che accada, considerato quello che io sento dentro di me, cioè che questo parlare mi riscalda e mi stimola tuttavia maggiormente, nè per ingegnarmi che io faccia a favellare, trovo però (cosa della quale mi spavento forte) che si scemi punto, come pur suole alcune volte, il gran fuoco dell’animo. // 14. De le parole. Delle mie parole. // 15. Pur com’io fossi. Appunto come se io fossi.

    Nel cominciar credia
    Trovar, parlando al mio ardente desire
    Qualche breve riposo e qualche tregua.
    Questa speranza ardire
    Mi porse a ragionar quel ch’i’ sentia:
    Or m’abbandona al tempo, e si dilegua.
    Ma pur convèn che l’alta impresa segua,
    Continuando l’amorose note;
    Sì possente è il voler che mi trasporta;
    E la ragione è morta,
    Che tenea ’l freno, e contrastar nol pote.
    Mostrimi almen ch’io dica
    Amor, in guisa che se mai percote
    Gli orecchi de la dolce mia nemica,
    Non mia, ma di pietà la faccia amica.

    Verso 1. Credia. Io credeva. // 5. Mi porse. Mi diede. // 6. Al tempo. Nel tempo che ella dovrebbe avere effetto. // 7. Convèn. Conviene. L’alta impresa. Di ragionar di quegli occhi. Segua. Io segua, cioè prosegua. // 8. L’amorose note. Il mio canto amoroso. // 9. Il voler. La voglia. // 10-11. E la ragione, la quale già per l’addietro teneva il governo delle mie facoltà, ovvero di quel voler che mi trasporta, ora non può impedir questa cosa, ovvero non può contrastare a esso volere, perocchè ella è spenta. Pote sta per puote. // 12-15. M’insegni Amore, se non altro, di favellare in modo che se per avventura le mie parole vengono agli orecchi di Laura, la facciano amica non mia ma di pietà, cioè operino che ella, non dico mi usi cortesia, ma mi abbia compassione.

    Dico: se ’n quella etate
    Ch’al vero onor fur gli animi sì accesi,
    L’industria d’alquanti uomini s’avvolse
    Per diversi paesi,
    Poggi ed onde passando; e l’onorate
    Cose cercando, il più bel fior ne colse;
    Poi che Dio e Natura ed Amor volse
    Locar compitamente ogni virtute
    In quei be’ lumi ond’io gioioso vivo,
    Questo e quell’altro rivo
    Non convèn ch’i’ trapasse e terra mute;
    A lor sempre ricorro,
    Come a fontana ch’ogni mia salute;
    E quando a morte desïando corro,
    Sol di lor vista al mio stato soccorro.

    Verso 1. Dico. Cioè, seguitando dunque a ragionar di quegli occhi, dico. // 2. Nella quale gli animi furono così dediti all’amore della vera gloria. // 3. S’avvolse. S’aggirò. Andò attorno. Andò pellegrinando. // 5. Poggi ed onde. Monti e mari. Onorate. Pregevoli. Nobili. // 7. Al presente, avendo voluto Iddio, la Natura ed Amore. Volse è detto per volle. // 8. Locar. Collocare. // 9. Onde. Per li quali. - *Sorga e Durenza.* // 11. Non convèn. Non fa di bisogno. Trapasse. Trapassi. E terra mute. E muti paese. // 12. A lor. A quei lumi, cioè occhi. // 14. Cioè, quando desidero di morire. - Cioè quando l’amoroso desiderio mi trae in pericolo di morire. Questa mi pare interpretazione più giusta; perchè se il poeta desiderasse di morire, o corresse a morte per proprio desiderio, non darebbe il nome di soccorso alla vista degli occhi di Laura, i quali lo sottraggono a quel fato. [A.] // 15. Con solo mirar quegli occhi mi riconforto. Non prendo conforto da altro che dalla loro vista.

    Come a forza di venti
    Stanco nocchier di notte alza la testa
    A’ duo lumi ch’à sempre il nostro polo;
    Così ne la tempesta
    Ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti
    Sono il mio segno e ’l mio conforto solo.
    Lasso, ma troppo è più quel ch’io ne ’nvolo
    Or quinci, or quindi, come Amor m’informa
    Che quel che vien da grazïoso dono.
    E quel poco ch’i’ sono
    Mi fa di loro una perpetua norma:
    Poi ch’io li vidi in prima,
    Senza lor a ben far non mossi un’orma
    Così gli ò di me posti in su la cima;
    Che ’l mio valor per sè falso s’estima.

    Versi 1-2. A forza di venti Stanco nocchier. Nocchiero stanco a forza di venti, cioè per furia di venti. // 3. Alle due Orse. Il nostro polo vuol dire il polo antartico. // 5. Gli occhi lucenti. Di Laura. // 7. Ma, oimè, troppo più è quel piacere ch’io piglio da quegli occhi di furto. // 8. Com’Amor m’informa. Secondo che Amore mi ammaestra, mi scaltrisce, m’insegna. // 9. Da grazïoso dono. Da volontario dono che quelli facciano. // 10-11. E una perpetua norma di loro mi fa quel poco che io sono. Cioè, l’averli io di continuo per norma, mi fa essere quel poco che io sono, è causa che io sia tutto quel poco che io sono, di tutto quel poco valore che è in me. // 12. Da quando io li vidi la prima volta. // 13. Un’orma. Un passo. // 14-15. E gli ho talmente fatti signori e moderatori di me, che mal si può giudicare del mio valore se egli si considera solo in sè stesso, cioè in quanto a ciò che è veramente proprio mio. Falso qui sta per falsamente. - La mia virtù, il mio sapere si stima manchevole, imperfetto da sè solo. [Varchi.]

    I’ non poria già mai
    Immaginar, non che narrar, gli effetti
    Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
    Tutti gli altri diletti
    Di questa vita ò per minori assai;
    E tutt’altre bellezze indietro vanno.
    Pace tranquilla, senza alcuno affanno,
    Simile a quella che nel cielo eterna,
    Move dal loro innamorato riso.
    Così vedess’io fiso
    Com’Amor dolcemente gli governa,
    Sol un giorno da presso,
    Senza volger già mai rota superna;
    Nè pensassi d’altrui nè di me stesso;
    E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.

    Verso 1. Poria. Potrei. // 2. Immaginar, non che narrar. Non dico narrare, ma nè anco immaginare. // 6. Tutt’altre. Tutte le altre. Indietro vanno. Restano indietro, cedono, sono inferiori, alla bellezza di questi occhi. // 8. Eterna. Verbo. Rende eterni. - Mi nascono due dubbi: Il primo circa la vera lezione, la quale potrebb’essere ch’è nel cielo eterna. L’altro circa la forza del verbo eternare, potendo essere usato per diventare, o durare, od essere eterna. Press’a poco in quel modo che il Tasso usò nell’Aminta il verbo vernare, per diventare inverno. Dico questo, perchè, interpretando rende eterni, parmi che il concetto non sia giustissimo; del resto vorrei piuttosto mutar la lezione. [A.] // 9. Move. Nasce. Deriva. Innamorato. Amoroso. Che innamora. // 10. Piacesse a Dio che io potessi stare a mirar fissamente. // 12. Sol un giorno. Per ispazio solamente di un giorno. // 13. Senza che mai si movesse veruna delle sfere celesti, di modo che quel giorno durasse sempre. - *Dante Purg. C. VIII, 18: «Avendo gli occhi alle superne rote.»* // 15. Spesso. Aggettivo. Frequente.

    Lasso, che desïando
    Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
    E vivo del desir fuor di speranza.
    Solamente quel nodo
    Ch’Amor circonda a la mia lingua, quando
    L’umana vista il troppo lume avanza,
    Fosse disciolto; i’ prenderei baldanza
    Di dir parole in quel punto sì nove,
    Che farian lacrimar chi le ’ntendesse.
    Ma le ferite impresse
    Volgon per forza il cor piagato altrove:
    Ond’io divento smorto,
    E ’l sangue si nasconde i’ non so dove,
    Nè rimango qual era; e sonmi accorto
    Che questo è ’l colpo di che Amor m’à morto.

    Verso 3. E vivo del solo desiderio senza alcuna speranza. // 4. Solamente. Se almeno. // 5. Che. Accusativo. Circonda. Pone intorno. - È il latino: «circumdare brachia collo.» [A.] // 6. Il troppo splendore di quegli occhi vince la potenza della mia vista debole, come quella che è vista umana. // 7. I’ prenderei baldanza. Io prenderei ardimento. Io ardirei. // 8. Nove. Inusitate. Mirabili. // 9. Intendesse. Udisse. // 10-11. Ma le ferite che allora io ricevo nel cuore, mi distraggono per forza il pensiero dalle cose che io vorrei dire. // 14. Nè rimango qual era. E io non son più quello di prima. // 15. Che questo privarmi in tali occasioni dell’uso della parola, si è il colpo col quale Amore mi ha ucciso, si è il maggior danno che Amore mi abbia fatto. Di che vale di cui, cioè con cui. Morto sta per ucciso.

    Canzone, i’ sento già stancar la penna
    Del lungo e dolce ragionar con lei,
    Ma non di parlar meco i pensier miei.

    Verso 1. Stancar. Stancarsi. // 3. Ma non però sento i miei pensieri stancarsi di parlar meco. - *Potrebbe intendersi: sono stanco di scrivere, ma non di pensare a Laura.*


    SONETTO XLVI.
    Se non ragiona di Laura com’essa merita,
    è colpa d’Amore che la fece sì bella.

    Io son già stanco di pensar sì come
    I miei pensier in voi stanchi non sono;
    E come vita ancor non abbandono
    Per fuggir de’ sospir sì gravi some;
    E come a dir del viso e de le chiome
    E de’ begli occhi, ond’io sempre ragiono,
    Non è mancata omai la lingua e ’l suono,
    Dì e notte chiamando il vostro nome;
    E ch’e’ piè miei non son fiaccati e lassi
    A seguir l’orme vostre in ogni parte,
    Perdendo inutilmente tanti passi;
    Ed onde vien l’inchiostro, onde le carte
    Ch’i’ vo empiendo di voi: se ’n ciò fallassi,
    Colpa d’Amor, non già difetto d’arte.

    Versi 1-2. Io sono già stanco di pensare come egli avvenga che i miei pensieri non sono ancora stanchi di raggirarsi intorno a voi. // 3. Vita. La vita. // 4. Per liberarmi dal peso di tanta miseria. // 5. A dir. A forza di dire, di favellare. // 6. Onde. Di cui. Delle quali cose. // 7. Non è mancata. Non mi è venuta meno. E ’l suono. E la voce. // 8. Chiamando. Invocando. Profferendo. Gridando. // 9. E’ piè. I piedi. Fiaccati. Rotti, cioè spossati e vinti dalla fatica. // 12-14. E come fo io a trovare inchiostro e carte abbastanza per iscriver tante cose di voi: nel che se per avventura io facessi errore (cioè in questo scriver sempre di voi, come io fo, e non mai di altra materia), sarebbe colpa di amore, non già mancamento d’arte.


    SONETTO XLVII.
    Riconforta sè stesso a non istancarsi nel lodare
    gli occhi della sua Donna.

    I begli occhi ond’i’ fui percosso in guisa
    Ch’e’ medesmi porian saldar la piaga,
    E non già virtù d’erbe, o d’arte maga,
    O di pietra dal mar nostro divisa;
    M’ànno la via sì d’altro amor precisa,
    Ch’un sol dolce pensier l’anima appaga;
    E se la lingua di seguirlo è vaga,
    La scorta può, non ella, esser derisa.
    Questi son que’ begli occhi che l’imprese
    Del mio signor vittorïose fanno
    In ogni parte, e più sovra ’l mio fianco.
    Questi son que’ begli occhi che mi stanno
    Sempre nel cor con le faville accese;
    Perch’io di lor parlando non mi stanco.

    Verso 1. Onde. Dai quali. // 2. Ch’e’ medesmi. Che solo essi medesimi. Porian. Potrieno. Potrebbero. Saldar. Chiudere. Sanare. - *Ovid.: «Namque ea, vel nemo vel qui mihi vulnera fecit solus Achilleo tollere more potest.» e Vitt. Siro: «Amoris vulnus idem sanat qui facit.»* // 4. Dal mar nostro divisa. Lontana dal nostro mare. Oltramarina. // 5. Mi hanno talmente tagliata la via di ogni altra voglia, cioè fatta impossibile ogni altra cura e studio. // 7. Vaga. Cupida. Vogliosa. // 8. La scorta. Cioè esso pensiero, che la lingua è vaga di seguire. // 9-10. L’imprese. Accusativo. Del mio signor. Di Amore. // 11. E più sovra ’l mio fianco. E massimamente nel mio cuore. // 14. Perchè. Per la qual cosa. Di lor parlando non mi stanco. Non mi stanco mai di parlar di loro.


    SONETTO XLVIII.
    La prigione di Amore lo lusinga sì forte,
    che, uscendo, sospira di ritornarvi.

    Amor con sue promesse lusingando
    Mi ricondusse a la prigione antica,
    E diè le chiavi a quella mia nemica,
    Ch’ancor me di me stesso tène in bando.
    Non me n’avvidi, lasso, se non quando
    Fu’ in lor forza; ed or con gran fatica
    (Chi ’l crederà perchè giurando il dica?)
    In libertà ritorno sospirando.
    E come vero prigioniero afflitto,
    De le catene mie gran parte porto;
    E ’l cor ne gli occhi e ne la fronte ò scritto.
    Quando sarai del mio colore accorto,
    Dirai: s’i’ guardo e giudico ben dritto,
    Questi avea poco andare ad esser morto.

    Pare che questo Sonetto fosse composto in occasione di qualche sdegno nato fra il Poeta e Laura, e fosse indirizzato ad un amico lontano.
    Versi 1-2. Lusingando, mi ricondusse. Cioè, lusingandomi, mi ricondusse. Il pronome mi serve in questo luogo a tutti e due i verbi, modo non insolito al nostro Poeta. A la prigione antica. Accenna i suoi primi amori giovanili, uscito dei quali, visse in libertà fino a tanto che preso dalle bellezze di Laura, tornò in servitù di Amore. // 3. Le chiavi. Della prigione. A quella mia nemica. Cioè Laura. // 4. Me di me stesso tène in bando. Mi tiene in bando di me stesso, cioè a dire esule da me stesso. // 5-6. Se non quando Fu’ in lor forza. Se non dopo che fui venuto in poter loro, cioè di quelle chiavi, o piuttosto di Amore e di Laura. - Questa seconda spiegazione è la vera. [A.] // 7. Perchè giurando il dica. Benchè io l’affermi con giuramento. // 8. Sospirando. Cioè malvolentieri. // 9-10. E quantunque liberato dalla cattività, pur come un vero prigioniero, cioè come fossi ancora cattivo, porto meco una gran parte delle mie catene. - *Persio: «Cum fugit a collo trahitur pars longa catenæ.»* // 11. Il cor. Cioè l’afflizione che ho nel cuore. Ò scritto. Porto scritto. // 12. Quando ti sarai accorto del mio colore. Cioè, veduto che abbi il mio colore. // 13. S’i’ guardo e giudico ben dritto. Se io non m’inganno. Dritto sta per dirittamente. // 14. Costui poteva star poco a morire. Costui è stato per morire. Se costui non usciva dalla prigione, poco poteva campare.


    SONETTO XLIX.
    Laura è sì bella, che Memmi non potea ben ritrarla
    se non che sollevandosi al Cielo.

    Per mirar Policleto a prova fiso,
    Con gli altri ch’ebber fama di quell’arte,
    Mill’anni, non vedrian la minor parte
    De la beltà che m’ave il cor conquiso.
    Ma certo il mio Simon fu in Paradiso,
    Onde questa gentil donna si parte;
    Ivi la vide, e la ritrasse in carte,
    Per far fede qua giù del suo bel viso.
    L’opra fu ben di quelle che nel Cielo
    Si ponno immaginar, non qui fra noi,
    Ove le membra fanno a l’alma velo.
    Cortesia fe; nè la potea far poi
    Che fu disceso a provar caldo e gelo,
    E del mortal sentiron gli occhi suoi.

    Questo Sonetto e il seguente sono intorno a un ritratto di Laura fatto da Simone Memmi.
    Versi 1-4. Se Policleto e gli altri che furono famosi nell’arte di quello, cioè nell’arte del ritrarre e figurare il bello con opere della mano, stessero a gara mirando attentamente il volto di Laura ben mille anni, non iscorgerebbero però la minor parte della bellezza che mi ha vinto e soggiogato il cuore, e che a Simone è venuto fatto di esprimere. Ave è detto per ha. // 6. Si parte. Proviene. È venuta. // 7. La ritrasse in carte. Il Giordani porta opinione che questo ritratto fosse un semplice disegno a lapis; e fonda questa opinione sulla materia (in carte) e sullo strumento (lo stile) menzionato nel Sonetto seguente «E vaglia quanto può.» [A.] // 8. Per dare a conoscere in terra il suo bel viso. // 9. L’opra. Il ritratto, opera di Simone. Ben. Certamente. // 10. Ponno. Possono. Non qui fra noi. Ma non si possono immaginare qui tra i mortali. // 12-14. Simone fece atto grazioso e cortese a ritrarre, siccome egli fece lassù in cielo, il volto di Laura per darlo a conoscere qui a noi: e non avrebbe potuto farlo dopo che si fu disceso in terra e che gli occhi suoi sentirono del mortale, cioè sperimentarono lo stato mortale, ovvero ebbero, tennero, parteciparono del mortale; perocchè in tal condizione essi non sarebbero stati atti a vedere e contemplare una bellezza celeste, come è quella di Laura, in guisa da potercela bene rappresentare.


    SONETTO L.
    Niente più vorrebbe da Simone s’egli avesse potuto
    dar l’anima a quel ritratto.

    Quando giunse a Simon l’alto concetto
    Ch’a mio nome gli pose in man lo stile,
    S’avesse dato a l’opera gentile
    Con la figura voce ed intelletto,
    Di sospir molti mi sgombrava il petto,
    Che ciò ch’altri àn più caro, a me fan vile:
    Però che in vista ella si mostra umìle,
    Promettendomi pace ne l’aspetto:
    Ma poi ch’i’ vengo a ragionar con lei,
    Benignamente assai par che m’ascolte,
    Se risponder savesse a’ detti miei.
    Pigmalïon, quanto lodarti dèi
    De l’immagine tua, se mille volte
    N’avesti quel ch’io sol una vorrei!

    Verso 1. Quando giunse a Simon. Quando venne, nacque, nell’animo di Simone. Ovvero, quando fu indotto, eccitato, da me nell’animo di Simone, fu inspirato da me a Simone. L’alto concetto. Il nobile e sublime pensiero, cioè il pensièro di ritrarre il volto di Laura. Ovvero la sublime invenzione, immaginazione, idea; cioè il pensiero di ritrarlo in quella tal maniera che egli lo ritrasse. // 2. Che a mia instanza, a contemplazione mia, ovvero da mia parte, lo persuase a intraprendere il ritratto di Laura. Stile è preso per lo strumento usato da Simone in quell’opera, o fosse lo scalpello, come vogliono alcuni, ovvero, come si crede comunemente, il pennello. - *O come opinava il Giordani, la matita.* // 3-4. Se come egli diede alla sua opera la figura, così le avesse dato voce e intelletto. // 5-6. Mi avrebbe sgomberato il petto di molto affanno, cioè mi avrebbe liberato di un desiderio affannosissimo, il quale mi fa parer vile quello di cui gli altri tengono il maggior conto. - Ciò in significato di tutto ciò; altrimenti bisognerà indovinare di qual cosa parli il poeta. Forse vuol dire la vita? [A.] // 7. In vista. A vederla. Ella. Cioè Laura nella effigie fatta da Simone. // 8. E coll’atto del volto mi promette pace, cioè promette di contentarmi. // 9. Poi che. Quando. // 10. Ascolte. Ascolti. // 11. Se non che ella non sa rispondere alle mie parole. Savesse sta per sapesse. // 12. Lodar ti dèi. Devi chiamarti contento. // 13. De l’immagine tua. Della statua che tu facesti, la quale, convertita in una donna viva, corrispose all’amor tuo. Se. Poichè. // 14. Avesti da lei quello che io sarei contento di ottenere da questa immagine una volta sola, cioè dimostrazioni di amore.


    SONETTO LI.
    Se l’ardore amoroso cresce ancora sì forte,
    prevede di dover presto morire.

    S’al principio risponde il fine e il mezzo
    Del quartodecim’anno ch’io sospiro,
    Più non mi può scampar l’aura ne ’l rezzo;
    Sì crescer sento ’l mio ardente desiro.
    Amor, con cu’ i pensier mai non àn mezzo,
    Sotto ’l cui giogo già mai non respiro,
    Tal mi governa, ch’i’ non son già mezzo,
    Per gli occhi, ch’al mio mal sì spesso giro.
    Così mancando vo di giorno in giorno
    Sì chiusamente, ch’i’ sol me n’accorgo,
    E quella che, guardando il cuor mi strugge.
    Appena infin a qui l’anima scorgo;
    Nè so quanto fra meco il suo soggiorno;
    Chè la morte s’appressa, e ’l viver fugge.

    Versi 1-2. Se il mezzo e il fine di questo anno quattordicesimo de’ miei sospiri, cioè della mia passione amorosa, il quale ora incomincia, corrispondono al suo principio. // 3. Nè aria nè ombra non possono più giovarmi contro l’arsura che io provo. // 4. Sì. Talmente. Tanto. Desiro. Desire. Desiderio. // 5. Non àn mezzo. Non hanno misura, modo. Non osservano termine alcuno. // 7-8. Mi concia sì fattamente, fa tal governo di me, che io sono già ridotto a meno che la metà, cioè più che mezzo disfatto, a cagione del continuo struggermi in lagrime che io fo per gli occhi, i quali io volgo così spesso al mio male, cioè a Laura. // 9. Mancando. Disfacendomi. Consumandomi. // 10. Chiusamente. Celatamente. Insensibilmente. // 11. E quella. E se ne accorge quella. Guardando. Guardandola io. A guardarla. Con esser mirata. // 12. Appena ho condotto la vita insino a qui, cioè, a gran fatica ho potuto conservar la vita insino al presente. // 13. E non so quanto ella, cioè l’anima, soggiornerà meco, cioè quanto potrò campare ancora. // 14. Chè. Perocchè.


    SESTINA IV.
    Mal affidatosi alla fragil nave d’Amore, prega Dio
    che lo drizzi a buon porto.

    Chi è fermato di menar sua vita
    Su per l’onde fallaci e per gli scogli,
    Scevro da morte con un picciol legno,
    Non può molto lontano esser dal fine:
    Però sarebbe da ritrarsi in porto
    Mentre al governo ancor crede la vela.

    Verso 1. Fermato. Risoluto. // 2. Su. Particella di ripieno, che serve a eleganza. // 3. Separato, cioè distante, dalla morte sol di tanto intervallo quanto è la grossezza di una piccola barca. // 4. Dal fine. Dal perdersi. Da perire. // 5. Sarebbe da ritrarsi. Converrebbe ritirarsi. // 6. Mentre. Finchè. Crede. Ubbidisce.

    L’aura soave a cui governo e vela
    Commisi entrando a l’amorosa vita,
    E sperando venire a miglior porto,
    Poi mi condusse in più di mille scogli;
    E le cagion del mio doglioso fine
    Non pur d’intorno avea, ma dentro al legno.

    Versi 1-2. L’aura. Allude al nome di Laura. Governo e vela Commisi. Affidai timone e vela, cioè a dire il governo della mia vita. Entrando. Cioè, entrando io. // 5-6. E io mi trovava in mezzo a cose che mi recavano in pericolo di fare una fine infelice, e queste erano non solo dintorno al legno, ma eziandio dentro. Vuol dire che egli era combattuto, non solo dalle bellezze di Laura e da simili cose di fuori, ma eziandio dentro di sè dai pensieri e dagli affetti propri.

    Chiuso gran tempo in questo cieco legno
    Errai senza levar occhi a la vela,
    Ch’anzi ’l mio dì mi trasportava al fine;
    Poi piacque a Lui che mi produsse in vita,
    Chiamarmi tanto indietro da li scogli,
    Ch’almen da lunge m’apparisse il porto.

    Verso 1. Gran tempo. Si riferisce alla voce errai del verso seguente. In questo cieco legno. Cioè nel corpo, dentro al quale rinchiusa, fa l’anima dell’uomo il viaggio di questa vita. // 3. Che, cioè la qual vela, mi trasportava alla morte prima del tempo. // 4. A Lui che mi produsse in vita. Cioè a Dio. // 5. Chiamarmi. Colle sue inspirazioni.

    Come lume di notte in alcun porto
    Vide mai d’alto mar nave nè legno,
    Se non gliel tolse o tempestate o scogli;
    Così di su da la gonfiata vela
    Vid’io le ’nsegne di quell’altra vita:
    Ed allor sospirai verso ’l mio fine.

    Verso 1. Come. Cioè con quanta allegrezza. Lume. Accusativo. Di notte. Nottetempo. // 2. Nè. O. Ovvero. // 3. Se non gliel tolse. Se non glielo impedì, cioè di vedere sì fatto lume. // 4. Così. Cioè con altrettanta allegrezza. Di su da la gonfiata vela. Di sopra della gonfiata vela. Cioè dalla vedetta. // 5. Cioè vidi ciò che mi diede segno che l’altra vita era vicina. Forse il Poeta accenna qualche sua infermità di cui fu per morire. // 6. Sospirai verso ’l mio fine. Cioè desiderai di morire ed essere in cielo.

    Non perch’io sia securo ancor del fine;
    Chè volendo col giorno esser a porto,
    È gran vïaggio in così poca vita;
    Poi temo, chè mi veggo in fragil legno,
    E, più ch’i’ non vorrei, piena la vela
    Del vento che mi pinse in questi scogli.

    Versi 1-3. Sospirai, dico, verso il mio fine, cioè verso il cielo, non già che ancora io sia sicuro di giungervi, se bene io non sono ancora sicuro di giungervi, perocchè a volere essere, cioè arrivare, in porto col giorno, cioè prima di notte, egli ci è a fare un viaggio grande, rispetto alla brevità della giornata, che vale a dire della vita. Vuole intendere che l’ora della morte lo potrebbe sopraggiungere innanzi che egli fosse bastantemente apparecchiato a ben morire. Perchè nel primo verso sta in vece di che. // 4. Poi. Oltre di questo. Chè. Perchè. Atteso che. // 5-6. E perchè veggio piena, cioè gonfia, la vela più che non vorrei, di quel medesimo vento che mi spinse in questi scogli. Vuol dire che benchè ravveduto de’ suoi portamenti passati, egli non è però ancora fuori dei pericoli di prima.

    S’io esca vivo de’ dubbiosi scogli,
    Ed arrive il mio esilio ad un bel fine,
    Ch’i sarei vago di voltar la vela,
    E l’ancore gittar in qualche porto:
    Se non ch’i’ ardo come acceso legno:
    Sì m’è duro a lassar l’usata vita.

    Verso 1. S’io esca. Così io esca. Forma desiderativa. // 2. Arrive. Arrivi. Il mio esilio. Cioè la mia vita. // 3. Ch’i’. Come io. Come certamente io. Come egli è vero che io. Vago. Desideroso. Voltar la vela. Abbandonare la via tenuta fin qui. // 5. Se non che. Se non fosse che. Ma. // 6. Sì m’e duro a lassar. Tanto mi riesce difficile, ovvero dispiacevole, di lasciare. Usata. Consueta.

    Signor de la mia fine e de la vita,
    Prima ch’i’ fiacchi il legno tra gli scogli,
    Drizza a buon porto l’affannata vela.

    Verso 1. Tu, o Dio, che sei signore del mio fine e della mia vita, cioè nel cui arbitrio è posta la morte e la vita mia. // 2. Fiacchi. Rompa.


    SONETTO LII.
    Riconosce i propri errori, e invita sè stesso
    ad ascoltar la voce di Dio.

    Io son sì stanco sotto ’l fascio antico
    De le mie colpe e de l’usanza ria,
    Ch’i’ temo forte di mancar tra via,
    E di cadere in man del mio nemico.
    Ben venne a dilivrarmi un grande amico,
    Per somma ed ineffabil cortesia:
    Poi volò fuor de la veduta mia
    Sì ch’a mirarlo indarno m’affatico.
    Ma la sua voce ancor quaggiù rimbomba
    O voi che travagliate, ecco il cammino;
    Venite a me, se ’l passo altri non serra.
    Qual grazia, qual amore, e qual destino
    Mi darà penne in guisa di colomba,
    Ch’i mi riposi, e levimi da terra?

    Verso 1. Fascio. Soma. Carico. // 2. Usanza. Consuetudine. Abito. // 3. Forte. Grandemente. Mancar. Venir meno. Tra via. Per via. Prima di arrivare alla meta del mio cammino, cioè della mia vita. // 4. Del mio nemico. Del demonio. // 5. Ben venne. Vero è che venne. Dilivrarmi. Liberarmi. Un grande amico. Cioè il Redentore. // 7. Veduta. Vista. // 10. Vang.: «O vos omnes qui laboratis et onerati estis, venite ad me, et ego reficiam vos.»* // 11. Altri. Cioè i vostri vizi e cose tali. Non serra. Non vi chiude. // 14. Sì che io mi riposi dal travaglio che mi dà il fascio de le mie colpe e de l’usanza ria, e così riposato, m’innalzi coll’animo verso il cielo. Ovvero, sicchè io m’innalzi collo spirito al cielo, e quivi mi riposi. - *Petrarca nelle Pastorali: «Quis dabit ut pennas posita gravitate columbæ, Induar alta petens, et post tot dura quiescam?»*


    SONETTO LIII.
    Egli è quasi per abbandonarla, quand’ella
    non lasci d’essergli sì crudele.

    Io non fu’ d’amar voi lassato unquanco,
    Madonna, nè sarò mentre ch’io viva;
    Ma d’odiar me medesmo giunto a riva,
    E del continuo lagrimar son stanco.
    E voglio anzi un sepolcro bello e bianco
    Che ’l vostro nome a mio danno si scriva
    In alcun marmo, ove di spirto priva
    Sia la mia carne, che può star seco anco.
    Però, s’un cor pien d’amorosa fede
    Può contentarvi senza farne strazio,
    Piacciavi omai di questo aver mercede.
    Se ’n altro modo cerca d’esser sazio
    Vostro sdegno, erra; e non fa quel che crede
    Di che Amor e me stesso assai ringrazio.

    Verso 1. Fu’. Fui. Lassato. Stanco. Unquanco. Mai. // 2. Nè sarò. Nè sarò lassato, cioè stanco, di amar voi. Mentre che. Finchè. // 3-4. Ma bensì sono giunto all’estremo dell’odiar me medesimo, ovvero sono giunto a un termine che io non posso più sopportare l’avere odio a me stesso, e sono stanco del continuo lagrimare. // 5-8. E voglio quando io morrò, esser chiuso piuttosto in una sepoltura semplicemente bianca, di quello che il vostro nome si abbia a scrivere con mio danno in qualche marmo, cioè che una inscrizione che dica che io sono morto per cagion vostra si abbia a scolpire in qualche marmo, in cui sia chiuso il mio corpo privo dello spirito, col quale egli può ben rimanere ancora, cioè a dire, il qual corpo è in età da potere ancora vivere dell’altro tempo. Vuol dire in sostanza il Poeta, che egli non intende di lasciarsi ridurre a morte dalla sua passione amorosa e dai rigori di Laura. // 11. Di questo. Del cuor mio, il quale è appunto pieno di amorosa fede verso di voi. Mercede. Pietà. // 12-14. Ma se il vostro sdegno cerca di saziarsi altrimenti, cioè se voi avete pure in animo di fare strazio del mio cuore e non avergli pietà, egli, cioè il vostro sdegno, s’inganna, e non avverrà quel che egli si crede, cioè il vostro sdegno non potrà saziarsi in tal guisa nè uccidermi, perocchè io avrò forza di sottrarmi al vostro potere; della qual cosa ringrazio grandemente Amore e me stesso.


    SONETTO LIV.
    Non mai sicuro dalle frecce d’Amore, sentesi però
    assai forte per rintuzzarle.

    Se bianche non son prima ambe le tempie
    Ch’a poco a poco par che ’l tempo mischi,
    Securo non sarò, bench’io m’arrischi
    Talora ov’Amor l’arco tira ed empie.
    Non temo già che più mi strazi o scempie
    Nè mi ritenga, perch’ancor m’invischi
    Nè m’apra il cor, perchè di fuor l’incischi
    Con sue saette velenose ed empie.
    Lagrime omai dagli occhi uscir non ponno,
    Ma di gire infin là sanno il vïaggio,
    Sì ch’appena fia mai chi ’l passo chiuda.
    Ben mi può riscaldar il fiero raggio,
    Non sì ch’i’ arda; e può turbarmi il sonno,
    Ma romper no, l’immagine aspra e cruda.

    Verso 1. Se bianche non son prima. Finchè non saranno bianche. // 2. Mischi. Riduca di color mischio, cioè grigio, tra nero e bianco. Ovvero, mescoli di pel bianco. // 3-4. Io non sarò sicuro al tutto dalle percosse di Amore, benchè al presente io mi arrischi alcune volte di fermarmi dove egli tende l’arco e vi pone il dardo, cioè di stare alquanto con Laura, o alla presenza di Laura. // 5. Che più mi strazi o scempie. Che per l’avanti esso Amore faccia strazio e scempio di me come per lo passato. Scempie è detto in luogo di scempi. // 6. E quando anche m’invischi, cioè mi pigli al suo vischio, non temo che mi ritenga. // 7. Nè temo che mi apra, cioè mi passi, mi ferisca profondamente, il cuore, posto eziandio che lo incischi, cioè lo frastagli, lo trinci, lo sforacchi, superficialmente. // 8. Empie. Spietate. // 9. Lagrime. Di amore. Dagli occhi. Dagli occhi miei. // 10. Ma sanno però ancor la via di andar fin là, cioè fino agli occhi. // 11. Fia. Vi sarà. Chi il passo chiuda. Cosa alcuna che impedisca loro, cioè alle lagrime amorose, di giungere insino agli occhi. // 12. Il fiero raggio. Lo splendore degli occhi di Laura. // 13. Non sì. Ma non in modo. Può. Il nome che regge questo verbo è l’immagine, che sta nel verso seguente. // 14. Ma romper no. Ma non già romperlo. L’immagine aspra e cruda. Di Laura.


    SONETTO LV.
    Cerca se per gli occhi o pel cuore entrato sia
    l’amore suo verso di Laura.

    - Occhi, piangete; accompagnate il core
    Che di vostro fallir morte sostène.
    - Così sempre facciamo; e ne convène
    Lamentar più l’altrui che ’l nostro errore.
    - Già prima ebbe per voi l’entrata Amore
    Là onde ancor, come in suo albergo vène.
    - Noi gli aprimmo la via per quella spene
    Che mosse dentro da colui che more.
    - Non son, com’a voi par, le ragion pari;
    Chè pur voi foste ne la prima vista
    Del vostro e del suo mal cotanto avari.
    - Or questo è quel che più ch’altro n’attrista;
    Ch’e’ perfetti giudicii son sì rari,
    E d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista.

    Dialogo del Poeta e degli occhi suoi.
    Verso 2. Di vostro fallir. Per vostro fallo. Sostène. Sostiene. // 3. Così sempre facciamo. Cioè piangiamo sempre. Rispondono gli occhi. Ne convène. Ci conviene. Ci bisogna. Siamo costretti. // 4. Dolerci di un male che è più per colpa d’altri che nostra. // 5. Già. Soggiunge il Poeta. Prima. In principio. Primieramente. // 6. Là onde. Colà dove. Vuol dir nel cuore. Vène. Viene. // 7. Noi. Tornano a parlare gli occhi. Per quella spene. A causa di quella speranza. // 8. Mosse. Neutro. Venne. Provenne. Derivò. Dentro. Internamente. Da colui che more. Cioè dal cuore. // 9. Non sono uguali le partite, come a voi pare, tra il cuore e voi. Parla il Poeta. // 10. Nella prima vista. Nel primo veder Laura. // 11. Tanto avidi del mal vostro e del suo, cioè di quello del cuore. - *Avari alla latina per cupidi, avidi: Oraz.: «Præter laudem nullius avaris,»» e Claud.: «Cædis avarus miles.»* // 12. Or. Conchiudono gli occhi. Più ch’altro. Più d’ogni altra cosa. // 13. E’. I. // 14. E uno ha il biasimo della colpa di un altro.


    SONETTO LVI.
    Ama, ed amerà sempre il luogo, il tempo e l’ora
    in cui innamorossi di Laura.

    Io amai sempre, ed amo forte ancora,
    E son per amar più di giorno in giorno,
    Quel dolce loco ove piangendo torno
    Spesse fïate quando Amor m’accora;
    E son fermo d’amare il tempo e l’ora
    Ch’ogni vil cura mi levàr d’intorno;
    E più colei lo cui bel viso adorno
    Di ben far co’ suoi esempi m’innamora.
    Ma chi pensò veder mai tutti insieme
    Per assalirmi ’l cor or quindi or quinci
    Questi dolci nemici ch’i’ tanto amo?
    Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!
    E, se non ch’al desio cresce la speme,
    I’ cadrei morto ove più viver bramo.

    Sonetto composto in occasione che al Poeta intervenne di tornare a veder Laura nello stesso luogo, tempo e ora ch’egli l’aveva veduta la prima volta.
    Verso 1. Forte. Assai. // 2. E amerò ciascun giorno più. // 4. M’accora. Mi stringe, mi opprime, mi travaglia il cuore. // 5. Fermo. Risoluto. // 8. M’innamora, cioè m’invoglia, col suo esempio, di bene operare. // 9. Ma chi avrebbe creduto, chi si aspettava di dover mai vedere raccolti e congregati tutti insieme. // 10. Or quindi or quinci. Da questa e da quella banda. Da ogni lato. // 11. Questi dolci nemici. Cioè a dir Laura, e il luogo, il tempo e l’ora che io la vidi la prima volta. // 12. Con quanto sforzo. Con quante forze. Poichè Amore lo assaliva con tutti questi nemici a un tempo. // 13. E se non ec. fosse, avvenisse che ec. [A.] - Al desio. A proporzione del desiderio. A proporzione che cresce il desiderio. // 14. Ove più viver bramo. Quando, ora che ho maggior desiderio di vivere.


    SONETTO LVII.
    Si adira contro di Amore, perchè non l’uccise
    dopo di averlo reso felice.

    Io avrò sempre in odio la fenestra
    Onde amor m’avventò già mille strali,
    Perch’alquanti di lor non fur mortali;
    Ch’è bel morir mentre la vita è destra.
    Ma ’l sovrastarne la prigion terrestra,
    Cagion m’è, lasso, d’infiniti mali:
    E più mi duol che fien meco immortali,
    Poi che l’alma dal cor non si scapestra.
    Misera! che dovrebbe esser accorta
    Per lunga esperïenza omai, che ’l tempo
    Non è chi ’ndietro volga o chi l’affreni.
    Più volte l’ò con tai parole scorta:
    Vattene, trista; chè non va per tempo
    Chi dopo lassa i suoi dì più sereni.

    Verso 1. La fenestra. Cioè gli occhi di Laura. // 2. Onde. Dalla quale. M’avventò. Mi lanciò. // 3. L’avrò, dico, in odio perchè, se non tutti, almeno alquanti di quelli non furono mortali, perchè nessuno di quelli fu mortale. // 4. Ch’è bel morir. Poichè bello è morire. Destra. Seconda. Felice. - *Sen.: «Magna felicitas moriendi, in ipsa felicitate mori;» e P. Sir.: «Dura vita grata est, mortis conditio optima.»* // 5. Sovrastar. Restare ancora. Nella prigion terrestra. Nel corpo. Cioè, in vita. Terrestra è detto per terrestre. // 7. Fien. Saranno. Cioè questi infiniti mali. // 8. Poichè l’anima non si scioglie, non si sprigiona dal cuore. Cioè, poichè con tutti questi mali, io non muoio. // 9. Devrebbe. Dovrebbe. Esser accorta. Essersi accorta. Aver conosciuto. // 11. Non puossi far tornare indietro nè ritardare o fermare. E però non si può far che i giorni de’ miei contenti ritornino e restino. // 12. Scorta. Ammonita. Avvertita. // 13-14. Partiti, poverella, chè chi lascia addietro, cioè chi si trova aver già passati i suoi dì più felici, non parte dal mondo per tempo, cioè troppo presto.


    SONETTO LVIII.
    Chiama suoi nemici gli occhi di Laura,
    che lo tengono in vita per tormentarlo.

    Sì tosto come avvien che l’arco scocchi,
    Buon sagittario di lontan discerne
    Qual colpo è da sprezzare, e qual d’averne
    Fede ch’al destinato segno tocchi.
    Similemente il colpo de’ vostri occhi,
    Donna, sentiste a le mie parti interne
    Dritto passare; onde convèn ch’eterne
    Lagrime per la piaga il cor trabocchi.
    E certo son che voi diceste allora:
    Misero amante, a che vaghezza il mena!
    Ecco lo strale ond’Amor vòl ch’e’ mora.
    Ora, veggendo come ’l duol m’affrena,
    Quel che mi fanno i miei nemici ancora,
    Non è per morte, ma per più mia pena.

    Versi 1-4. Un buon saettatore, immantinente che egli ha scoccato il suo arco, conosce da lontano qual colpo è da disprezzare, cioè da credere che sia per andare a vuoto, e quale è da confidare che dia nel segno stabilito. // 5. Il colpo de’ vostri occhi. Il dardo uscito dei vostri occhi, o lanciatomi dai vostri occhi. // 6. Sentiste. Conosceste. Vi avvedeste. // 8. Trabocchi. Versi. // 9. E certo son. E io son certo. // 10. A che vaghezza il mena! A che è condotto egli dall’appetito, dalla sua voglia! // 11. Onde. Di cui. Per cui. Vòl. Vuole. // 12-14. Ora, se noi guardiamo al dolor chi io patisco, manifesto è che ciò che ancora mi fanno, cioè questo dolore che mi cagionano, i miei nemici, cioè i vostri occhi; che se i vostri occhi mi fanno ancora male, non è per uccidermi, poichè già il primo colpo, come è detto di sopra, fu tale che Amor vuol che io ne muoia, ma solo è per maggiormente straziarmi. Veggendo come, significa, considerato o considerando come, atteso come, quanto si è al modo nel quale, quanto si è al vedere che. M’affrena vuol dire mi stringe, mi preme, ovvero, è signore di me, è in me tanto forte, che io sono al tutto in suo potere.


    SONETTO LIX.
    Consiglia agli amanti la fuga d’Amore prima
    d’essere arsi dalle sue fiamme.

    Poi che mia speme è lunga a venir troppo,
    E de la vita il trapassar sì corto,
    Vorre’ mi a miglior tempo esser accorto,
    Per fuggir dietro più che di galoppo:
    E fuggo ancor così debile e zoppo
    Da l’un de’ lati, ove ’l desio m’à storto:
    Securo omai; ma pur nel viso porto
    Segni ch’io presi a l’amoroso intoppo.
    Ond’io consiglio voi che siete in via:
    Volgete i passi; e voi ch’Amore avvampa,
    Non v’indugiate su l’estremo ardore.
    Chè, perch’io viva, di mille un non scampa.
    Era ben forte la nemica mia;
    E lei vid’io ferita in mezzo il core.

    Verso 1. Mia speme. Quello che io spero. Il soggetto, l’adempimento, l’effetto della mia speranza. È lunga a venir troppo. Tarda troppo a venire. // 2. Il trapassar. Il corso. Sì corto. È sì corto. // 3. Vorre’ mi. Mi vorrei. A miglior tempo. Più per tempo. In età più fresca. Esser accorto. Di ciò. // 4. Fuggir dietro. Fuggire indietro, cioè ritirarmi dall’amore. Più che. Più velocemente che. // 5. E, benchè tardi, fuggo, quantunque debole e zoppo. // 6. Dall’un de’ lati. Cioè dal lato del cuore. Queste parole dipendono dalla precedente, zoppo. Ove. Dal qual lato. - *Dante. Da quella parte ove il cuor à la gente.* // 8. Alcuni segni che io ho riportati dall’essere incorso nei lacci, nelle mani, di Amore. Vuol dir la tristezza, il pallore, la macilenza e simili. // 9. Che siete in via. Che siete inviati, incamminati, verso Amore. Cioè che siete disposti, inclinati, ad amare. // 10. Volgete i passi. Tornate indietro. Avvampa. Arde. // 11. Non aspettate che l’ardore della vostra passione amorosa sia pervenuto all’estremo. // 12. Perocchè, se bene io sono pur potuto scampare dalle mani di Amore e sono ancora vivo, sappiate che di mille non ne scampa uno appena. // 13. La nemica mia. I comentatori intendono in queste parole chi una cosa, chi un’altra. Io per me credo che elle si debbano intender di Laura in questo luogo non meno che in tutti gli altri, e che nel verso seguente si accenni qualche passione amorosa che il Poeta avesse scoperto nella sua donna. // 14. E. E pure. E ciò non ostante. - E lei, locuzione elittica. E nondimeno lei così forte com’era, a malgrado della sua fortezza, vidi ec. [A.] - In mezzo il core. In mezzo al cuore.


    SONETTO LX.
    Fuggito dalla prigione di Amore, volle ritornarvi,
    e non può più uscirne.

    Fuggendo la prigione ov’Amor m’ebbe
    Molt’anni a far di me quel ch’a lui parve,
    Donne mie, lungo fora a ricontarve
    Quanto la nova libertà m’increbbe.
    Diceami ’l cor, che per sè non saprebbe
    Vivere un giorno; e poi tra via m’apparve
    Quel traditore in sì mentite larve,
    Che più saggio di me ingannato avrebbe.
    Onde più volte sospirando indietro,
    Dissi: Oimè, il giogo e le catene e i ceppi
    Eran più dolce che l’andare sciolto.
    Misero me! che tardo il mio mal seppi:
    E con quanta fatica oggi mi spetro
    De l’error ov’io stesso m’era involto!

    Verso 1. Fuggendo la prigione. Al tempo che io fuggiva dalla prigione. M’ebbe. Mi tenne. // 2. A far. Facendo. E fece. Parve. Piacque. // 3. Fora. Sarebbe. Ricontarve. Raccontarvi. // 4. M’increbbe. Mi fu molesta, noiosa, grave. // 5. Per sè. Da sè. Senza amore. Non saprebbe. Non avrebbe potuto. // 6. Tra via. Per la via. // 7. Quel traditore. Cioè Amore. In sì mentite larve. Sì ben mascherato, travestito. // 8. Che avrebbe ingannato un più savio, più avveduto, di me. - 9. Sospirando indietro. Sospirando il passato. Sospirando per desiderio del passato. // 12. Che tardo. Quanto tardi. Il mio mal seppi. Conobbi come mi nocesse l’amore di Laura. // 13. Mi spetro. Mi stacco. Mi svolgo. Mi sviluppo. Usa questo traslato mi spetro per dare ad intendere il grande sforzo che gli bisogna a uscir dal suo errore.


    SONETTO LXI.
    Dipinge le celesti bellezze della sua Donna,
    e protesta di amarla sempre.

    Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,
    Che ’n mille dolci nodi gli avvolgea;
    E ’l vago lume oltra misura ardea
    Di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;
    E ’l viso di pietosi color farsi,
    Non so se vero o falso, mi parea:
    I’ che l’esca amorosa al petto avea,
    Qual maraviglia se di subito arsi?
    Non era l’andar suo cosa mortale,
    Ma d’angelica forma; e le parole
    Sonavan altro che pur voce umana.
    Uno spirto celeste, un vivo sole
    Fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale,
    Piaga per allentar d’arco non sana.

    Verso 1. I capei d’oro. Di Laura. // 2. Che. La quale aura. // 4. Ch’or ne son sì scarsi. Sì poveri. O per malattia o per età. // 5. E ’l viso. Di Laura. - Di pietosi color. Di colori indicanti pietà. [A.] // 6. Non so se vero o falso. Non so se con verità o per errore. O che così fosse veramente o che io m’ingannassi. // 7. Che l’esca amorosa al petto avea. Cioè, che avea l’animo disposto ed apparecchiato ad accendersi di amore. // 8. Di subito. Subitamente. // 9. L’andar. L’andamento. // 9-11. Virg.: «Et vera incessu patuit Dea Nec vox hominem sonat.»* // 10. Ma d’angelica forma. Ma era qual sarebbe quello di una forma, cioè di una figura, angelica. Ovvero, ma era di una qualità, di una maniera angelica. // 11. Avevano altro suono che quello di una semplice voce umana. Pure in questo luogo significa puramente, semplicemente. // 13-14. E se non fosse or tale, Piaga per allentar d’arco non sana. E posto che Laura oggi, per età, ovvero per malattia, non sia più quale io la vidi allora, non segue perciò che l’amor che io le presi in quella occasione, debba oggidì essere spento, perocchè lo allentare dell’arco non salda la piaga che esso arco avrà fatta. Il verbo sanare qui è preso in significato neutro.


    SONETTO LXII.
    Amore minaccioso e sdegnato contro di lui,
    lo condanna a pianger sempre.

    Più volte Amor m’avea già detto: Scrivi,
    Scrivi quel che vedesti in lettre d’oro;
    Sì come i miei seguaci discoloro,
    E ’n un momento gli fo morti e vivi.
    Un tempo fu che ’n te stesso ’l sentivi,
    Volgare esempio a l’amoroso coro:
    Poi di man mi ti tolse altro lavoro;
    Ma già ti rangiuns’io, mentre fuggivi.
    E s’e’ begli occhi ond’io mi ti mostrai,
    E là dov’era il mio dolce ridutto
    Quando ti ruppi al cor tanta durezza,
    Mi rendon l’arco ch’ogni cosa spezza;
    Forse non avrai sempre il viso asciutto:
    Ch’i’ mi pasco di lagrime; e tu il sai.

    Verso 1. Già. Cioè, prima che io mi ponessi a scrivere, come ora fo, queste rime amorose. // 2. Lettre. Lettere. // 3. Sì come. Scrivi, dico, come. - *Ovid.: «Palleat omnis amans; color hic est aptus amanti.»* // 4. In un momento. In un medesimo tempo. A un tratto. // 5-6. Accenna gli amori della prima gioventù del Poeta. // 7. Altro lavoro. Altri studi. Veggasi la seconda stanza della prima Canzone. // 9. E’ begli occhi. I begli occhi di Laura. Onde. Dai quali. Mi ti mostrai. Ti apparvi. // 10. Là dove. Dove. Nei quali. Ridutto. Albergo. - *Meglio forse, rocca, fortezza.* // 11. Quando vinsi la durezza del tuo cuore. Cioè, quando ti trassi all’amor di Laura. // 12. Cioè mi rendono quella potenza che io aveva da loro. Vuol dire, se gli occhi di Laura ripigliano quella vivezza e quello splendore che avevano al tempo che tu ne fosti preso, e che ora hanno perduto.


    SONETTO LXIII.
    Descrive lo stato di due amanti, ritornando
    col pensiero sopra sè stesso.

    Quando giugne per gli occhi al cor profondo;
    L’immagin donna, ogni altra indi si parte;
    E le vertù che l’anima comparte,
    Lascian le membra quasi immobil pondo
    E del primo miracolo il secondo
    Nasce talor; che la scacciata parte,
    Da sè stessa fuggendo, arriva in parte
    Che fa vendetta, e ’l suo esilio giocondo.
    Quinci in duo volti un color morto appare,
    Perchè ’l vigor che vivi gli mostrava,
    Da nessun lato è più là dove stava.
    E di questo in quel dì mi ricordava,
    Ch’i’ vidi duo amanti trasformare
    E far quel io mi soglio in vista fare.

    Verso 1. Per gli occhi. Per la via degli occhi. Al cor profondo. All’intimo del cuore. // 2. L’immagin donna. L’immagine sovrana. Vuol dir l’immagine della persona amata. Indi. Dal cuore. // 3. Le vertù. Le virtù. Cioè le facoltà. Comparte. Distribuisce alle membra. // 4. Pondo. Peso. // 5. Del primo miracolo. Che è quello che le virtù animali fuggano dal corpo dell’amante, lasciandolo quasi immobil pondo. // 6. Che. E il secondo miracolo è questo, che. La scacciata parte. Le virtù animali. // 7-8. Fuggendo dalla propria sede (cioè dal corpo dell’amante), viene in un luogo (che è il corpo della persona amata) nel quale (scacciando altresì da esso corpo le virtù animali di essa persona) fa vendetta dell’essere stata scacciata dalla sua sede, e (formandosi in quel medesimo corpo, che le è sì caro) fa dolce e giocondo il proprio esilio, cioè il suo soggiorno fuori della propria sede. // 9. Quindi. Quindi. Perciò. Per tal cagione. In duo volti. Cioè nel volto dell’amante e in quel della persona amata. // 10. Il vigor. Le virtù animali. Che vivi gli mostrava. Che dava loro un color di vita. // 11. Da nessun lato. Nè da quel dell’amante, cioè nella persona amante, nè da quel dell’amata, cioè nella persona amata. Là dove stava. Nella sua propria sede. // 13. Duo amanti. Non si sa di quali il Poeta intenda. Trasformare. Trasformarsi. Cioè mutarsi di colore e di aspetto. // 14. E far. E farsi. E divenire. In vista. Nel sembiante.


    SONETTO LXIV.
    Duolsi di Laura, ch’ella non penetri con gli occhi
    nel fondo del suo cuore.

    Così potess’io ben chiudere in versi
    I miei pensier, come nel cor li chiudo;
    Ch’animo al mondo non fu mai sì crudo,
    Ch’i’ non facessi per pietà dolersi.
    Ma voi, occhi beati, ond’io soffersi
    Quel colpo ove non valse elmo nè scudo,
    Di for e dentro mi vedete ignudo,
    Ben che ’n lamenti il duol non si riversi;
    Poi che vostro vedere in me risplende,
    Come raggio di Sol traluce in vetro.
    Basti dunque il desio, senza ch’io dica.
    Lasso, non a Maria, non nocque a Pietro
    La fede ch’a me sol tanto è nemica:
    E so ch’altri che voi nessun m’intende.

    Versi 1-2. Piacesse a Dio che io potessi chiuder così bene in versi i miei pensieri come io li chiudo nel cuore, cioè dar pienamente e perfettamente ad intendere quello che io penso. // 3-4. Chè non fu mai al mondo anima così cruda, che io non fossi per muovere a pietà di me, se potessi esprimere i miei pensieri nel modo che ho detto. // 5. Onde. Dai quali. Soffersi. Cioè ricevetti, ebbi, riportai. // 6. Ove. Contro il quale. // 7. Di for. Di fuori. Ignudo. Scoperto. // 8. Cioè, benchè io non esprima quello che io sento. // 910. Cioè, poichè la vostra vista penetra in me come raggio di sole in vetro. - Si noti la poesia della frase. Gli occhi di Laura non solo vedono dentro il cuore del P. ma penetrando vi risplendono e lo illuminano. [A.] // 11. Vi basti dunque il desiderio, la volontà, che io avrei di perfettamente esprimere i miei pensieri, senza che io gli esprima in effetto. // 12-14. In questi versi il Poeta parla copertamente, e accenna qualche cosa saputa ed intesa solo da esso e da Laura. Non a Maria, non nocque a Pietro vuol dire: non fu di pregiudizio a Maria Maddalena nè a Pietro apostolo. Nemica è preso qui per dannosa.


    SONETTO LXV.
    Non vorrebbe più amar quell’oggetto che, rivedendo,
    è forzato di riamare.

    Io son de l’aspettar omai sì vinto
    E de la lunga guerra de’ sospiri,
    Ch’i’ aggio in odio la speme e i desiri,
    Ed ogni laccio onde ’l mio cor è avvinto.
    Ma ’l bel viso leggiadro che dipinto
    Porto nel petto, e veggio ove ch’io miri,
    Mi sforza; onde ne’ primi empi martìri
    Pur son contra mia voglia risospinto.
    Allora errai quando l’antica strada
    Di libertà mi fu precisa e tolta.
    Chè mal si segue ciò ch’agli occhi aggrada:
    Allor corse al suo mal libera e sciolta;
    Or a posta d’altrui convèn che vada
    L’anima, che peccò sol una volta.

    Verso 1. Vinto. Stanco. // 3. Aggio. Ho. // 6. E veggio. E che io veggio. Ove che. Ovunque. // 7. Ne’ primi empi martìri. Nelle spietate pene di prima. Cioè nelle spietate pene mie solite. // 9-10. Quando l’antica strada Di libertà mi fu precisa e tolta. Cioè, quando mi lasciai tirare all’amore di Laura. L’antica strada vuol dire la strada che io teneva già un tempo. Precisa vale tagliata. // 11. Mal si segue. Cattiva cosa è il seguire. Aggrada. È gradito. Piace. // 12-13. Allora elesse il suo male di proprio volere, al presente è necessitata di fare il volere altrui. // 14. Che peccò sol una volta. Solo per aver peccato una volta, cioè quando corse al suo male.


    SONETTO LXVI.
    Deplora la libertà già perduta, e l’infelicità
    del suo stato presente.

    Ahi, bella libertà, come tu m’ài,
    Partendoti da me, mostrato quale
    Era ’l mio stato, quando ’l primo strale
    Fece la piaga ond’io non guarrò mai!
    Gli occhi invaghiro allor si de’ lor guai,
    Che ’l fren de la ragione ivi non vale;
    Perch’ànno a schifo ogni opera mortale:
    Lasso, così da prima gli avvezzai.
    Nè mi lece ascoltar chi non ragiona
    De la mia morte; che sol del suo nome
    Vo empiendo l’aere che sì dolce suona.
    Amor in altra parte non mi sprona,
    Nè i piè sanno altra via, nè le man come
    Lodar si possa in carte altra persona.

    Verso 1. Virg., En., VIII: «In ferrum pulchra pro libertate ruebant.»* // 1-4. Cioè: Oh come, dopo che io ho perduta la mia libertà, ho conosciuto quel che ella era, cioè a dire quanto era dolce! Il primo strale significa la prima vista di Laura. Guarrò sta per guarirò. // 5. Invaghiro allor sì de’ lor guai. S’invaghirono del loro proprio male sì fattamente. // 6. Ivi. In loro, cioè negli occhi. Ovvero, in quella vaghezza che essi hanno dei loro guai. // 7. Ogni opera mortale. Ogni creatura mortale fuori di Laura. - Parmi di trovare nel verso ben altro concetto. Hanno a schifo ogni opera mortale, perchè gli avvezzai a mirar Laura; la quale, s’intende, è cosa divina. [A.] // 8. Da prima. Da principio. Da che ebbi veduto Laura // 9-11. E non posso dare orecchio a chi non parla di Laura, ad altri che a chi favella di Laura, il cui solo nome, che sì dolcemente suona, vo di continuo proferendo e gridando. // 12. In altra parte. Verso altra parte che verso Laura. // 13. Nè le man come. Nè le mani sanno come.


    SONETTO LXVII.
    Mostra ad un amico qual sia la strada a tenersi;
    ma confessa ch’ei l’ha smarrita.

    Poi che voi ed io più volte abbiam provato
    Come ’l nostro sperar torna fallace,
    Dietro a quel sommo ben che mai non spiace
    Levate il core a più felice stato.
    Questa vita terrena è quasi un prato
    Che ’l serpente tra’ fiori e l’erba giace;
    E s’alcuna sua vista agli occhi piace,
    È per lassar più l’animo invescato.
    Voi dunque, se cercate aver la mente
    Anzi l’estremo dì queta già mai,
    Seguite i pochi, e non la volgar gente.
    Ben si può dire a me: frate, tu vai
    Mostrando altrui la via dove sovente
    Fosti smarrito, ed or se’ più che mai.

    Verso 1. Voi. Scrive a un amico. // 2. Torna fallace. Riesce vano, ingannevole. // 3-4. Innalzate il cuore a un più felice stato, seguitando quel bene sommo che mai non viene a noia, cioè Dio. // 6. Che. Nel quale. - *Oppure, secondo l’Ambrosoli: è un prato di tal natura, che ec. - Il che fu usato nello stesso modo da Dante nel verso: «Che la diritta via era smarrita.» - Virg., «latet anguis in herba.»* // 7. Alcuna sua vista. Alcuna cosa che in essa vita si vegga, apparisca. // 8. È. Questo è. Ciò non è per altro che. Più. Si riferisce a invescato, che vale invischiato. // 10. Anzi l’estremo dì. Avanti l’ultimo dì. Prima di morire. Già mai. Una volta. // 12. Ben. Vero è che. È ben vero che. Frate. Fratello. // 14. Se’. Cioè sei smarrito.


    SONETTO LXVIII.
    Pensando alle varie cagioni del suo innamoramento
    commovesi al pianto.

    Quella fenestra ove l’un Sol si vede
    Quando a lui piace, e l’altro in su la nona:
    È quella dove l’aere freddo suona
    Ne’ brevi giorni, quando borea ’l fiede;
    E ’l sasso ove a’ gran dì pensosa siede
    Madonna, e sola seco si ragiona;
    Con quanti luoghi sua bella persona
    Coprì mai d’ombra o disegnò col piede;
    E ’l fiero passo ove m’aggiunse Amore;
    E la nova stagion che d’anno in anno
    Mi rinfresca in quel dì l’antiche piaghe;
    E ’l volto e le parole che mi stanno
    Altamente confitte in mezzo ’l core;
    Fanno le luci mie di pianger vaghe.

    Verso 1. Quella fenestra. Cioè l’una delle finestre della casa di Laura, volta a mezzogiorno. L’un Sol. Cioè Laura. // 2. Quando a lui piace. Cioè a dire, quando piace a esso sole, cioè a Laura di affacciarsi a essa finestra. E l’altro in su la nona. E dove l’altro sole, cioè il sole vero, percuote, batte, in sull’ora della nona, cioè in sul mezzodì. // 3. E quella. Cioè un’altra delle finestre della casa di Laura, volta alla parte opposta, cioè a settentrione. - Suona indica, o meglio vuol farci sentire con questo verbo quasi il sibilare del vento. [A.] // 4. Ne’ brevi giorni. Nel tempo dell’inverno. Fiede. Percuote. // 5. E ’l sasso. Forse un sedile di pietra accanto all’uscio della casa di Laura. A’ gran dì. Nel tempo della state. // 6. Seco si ragiona. Ragiona seco medesima, co’ suoi pensieri. // 7. E tutti quei luoghi, e ogni qual si sia luogo, che il suo bel corpo. // 8. Disegnò col piede. Segnò col piede, cioè impresse delle sue orme, calcò. // 9. E l’acerbo luogo dove io fui colto, sopraggiunto da Amore, cioè, dove io vidi Laura e me ne accesi. // 10. La nova stagion. Il tempo di primavera. D’anno in anno. Ciascun anno. // 11. Rinfresca. Rincrudisce. In quel dì. Nel dì che m’aggiunse Amore. Cioè nel sesto di aprile, nel quale io vidi Laura la prima volta. // 12. Virg.: En. IV, v. 4: «Hærent infixi pectore vultus, Verbaque.»* // 13. Altamente. Profondamente.


    SONETTO LXIX.
    Sa quanto il mondo è vano. Combattè
    inutilmente finora; nondimeno spera di vincerlo.

    Lasso, ben so che dolorose prede
    Di noi fa quella ch’a null’uom perdona;
    E che rapidamente n’abbandona
    Il mondo, e picciol tempo ne tien fede.
    Veggio a molto languir poca mercede;
    E già l’ultimo dì nel cor mi tuona:
    Per tutto questo, Amor non mi sprigiona,
    Che l’usato tributo agli occhi chiede.
    So come i dì, come i momenti e l’ore
    Ne portan gli anni; e non ricevo inganno,
    Ma forza assai maggior che d’arti maghe.
    La voglia, e la ragion combattuto ànno
    Sette e sette anni; e vincerà il migliore,
    S’anime son qua giù del ben presaghe.

    Verso 2. Quella ch’a null’uom perdona. La morte. Nullo. Significa nessuno. // 3. N’abbandona. Ci abbandona. // 4. E picciol tempo ne tien fede. E che esso mondo non ci serba fede, non ci resta fedele, se non per poco tempo. // 5. Veggo le molte pene sofferte per amore, essere scarsamente ricompensate. // 7. Per tutto questo. Con tutto questo. Tutto ciò non ostante. // 8. L’usato tributo. Il solito tributo, cioè quel delle lagrime. Agli occhi. Agli occhi miei. // 10-11. Ne portan gli anni. Cioè, accumulati gli uni cogli altri, fanno presto gli anni. E non ricevo inganno, Ma forza assai maggior che d’arti maghe. E non sono già ingannato, e non manco di vedere la verità, ma ricevo forza, cioè mi è fatta forza, molto maggiore che non sarebbe quella di qualche arte magica. // 12. La voglia. L’appetito. Combattuto ànno. Hanno combattuto fra loro. // 13. Sette e sette anni. Per ispazio di quattordici anni. Il migliore. La migliore delle due cose sopraddette, cioè la ragione. // 14. Se egli è dato ad un’anima quaggiù in terra, di presentire con verità un ben futuro. Cioè, se il presentimento che io ho, non è vano. - *Ricorda quel d’Ovid.: «Si quid habent veri vatum præsagia, vivam.»*


    SONETTO LXX.
    Per nascondere alla gente le sue angosce amorose,
    ride, e finge allegrezza.

    Cesare, poi che ’l traditor d’Egitto
    Li fece il don de l’onorata testa,
    Celando l’allegrezza manifesta,
    Pianse per gli occhi fuor, sì come è scritto;
    Ed Annibàl, quando a l’imperio afflitto
    Vide farsi fortuna sì molesta,
    Rise fra gente lagrimosa e mesta,
    Per isfogare il suo acerbo despitto:
    E così avvèn che l’animo ciascuna
    Sua passïon sotto ’l contrario manto
    Ricopre con la vista or chiara or bruna.
    Però, s’alcuna volta i’ rido o canto,
    Facciol perch’i’ non ò se non quest’una
    Via da celare il mio angoscioso pianto.

    Verso 1. Poi che. Quando. D’Egitto. Egiziano. [L.] Il re Tolomeo. [L.] // 2. Li. Gli. De l’onorata testa. Cioè della testa di Pompeo. // 3. Manifesta. Sensibile. Viva. Ovvero, manifesta all’intendimento altrui. // 4. Per gli occhi fuor. Esternamente per gli occhi. Sì come è scritto. Come si narra dagli Storici - e specialmente da Lucano nel IX lib., v. 1038... «lacrymas non sponte cadentes Effudit gemitusque expressit pectore læto.» [L.] // 5. A l’imperio. Di Cartagine. Afflitto. Sbattuto. Malcondotto. Ridotto in cattivo stato. // 6. Farsi. Divenire. Molesta. Aspra. Sinistra. // 8. Despitto. Dispetto. Sdegno. - Sdegnoso dispregio. [A.] // 9. Avvèn. Avviene. // 10. Sotto ’l contrario manto. Sotto l’apparenza della passione contraria. // 11. Con la vista or chiara or bruna. Coll’aspetto or lieto or tristo. // 13-14. Facciol. Lo fo. Quest’una via. Questo sol modo.


    CANZONE IX.
    Oppresso da tanti affanni, delibera di volersi
    partire dall’amore di Laura.

    Mai non vo’ più cantar com’io soleva:
    Ch’altri non m’intendeva; ond’ebbi scorno
    E puossi in bel soggiorno esser molesto.
    Il sempre sospirar nulla rileva.
    Già su per l’alpi neva d’ogni intorno;
    Ed è già presso al giorno; ond’io son desto.
    Un atto dolce onesto è gentil cosa:
    Ed in donna amorosa ancor m’aggrada
    Che ’n vista vada altera e disdegnosa,
    Non superba e ritrosa.
    Amor regge suo imperio senza spada.
    Chi smarrito à la strada, torni indietro;
    Chi non ha albergo, posisi in sul verde;
    Chi non ha l’auro o ’l perde,
    Spenga la sete sua con un bel vetro.
    I’ die’ in guardia a san Pietro; or non più, no;
    Intendami chi può, ch’i’ m’intend’io.
    Grave soma è un mal fio a mantenerlo.
    Quanto posso mi spetro, e sol mi sto.
    Fetonte odo che ’n Po cadde, e morio:
    E già di là dal rio passato è ’l merlo.
    Deh venite a vederlo; or io non voglio.
    Non è giuoco uno scoglio in mezzo l’onde,
    E ’ntra le fronde il visco. Assai mi doglio
    Quando un soverchio orgoglio
    Molte virtuti in bella donna asconde.
    Alcun è che risponde a chi nol chiama;
    Altri, chi ’l prega, si dilegua e fugge;
    Altri al ghiaccio si strugge;
    Altri dì e notte la sua morte brama.
    Proverbio, ama chi t’ama, è fatto antico.
    I’ so ben quel ch’io dico. Or lassa andare;
    Chè convèn ch’altri impare a le sue spese.
    Un’umil donna grama un dolce amico.
    Mal si conosce il fico. A me pur pare
    Senno a non cominciar troppo alte imprese:
    E per ogni paese è buona stanza.
    L’infinita speranza occide altrui:
    Ed anch’io fui alcuna volta in danza.
    Quel poco che m’avanza,
    Fia chi nol schifi, s’i’ ’l vo’ dare a lui.
    I’ mi fido in colui che ’l mondo regge
    E ch’e’ seguaci suoi nel bosco alberga,
    Che con pietosa verga
    Mi meni a pasco omai tra le sue gregge.
    Forse ch’ogni uom che legge non s’intende;
    E la rete tal tende che non piglia;
    E chi troppo assottiglia si scavezza.
    Non sia zoppa la legge ov’altri attende.
    Per bene star si scende molte miglia.
    Tal par gran maraviglia, e poi si sprezza.
    Una chiusa bellezza è più soave.
    Benedetta la chiave che s’avvolse
    Al cor, e sciolse l’alma, e scossa l’ave
    Di catena sì grave,
    E ’nfiniti sospir del mio sen tolse.
    Là dove più mi dolse, altri si dole;
    E dolendo addolcisce il mio dolore;
    Ond’io ringrazio Amore
    Che più nol sento; ed è non men che suole.
    In silenzio parole accorte e sagge,
    E ’l suon che mi sottragge ogni altra cura,
    E la prigion oscura ov’è ’l bel lume;
    Le notturne vïole per le piagge,
    E le fere selvagge entro a le mura,
    E la dolce paura e ’l bel costume,
    E di duo fonti un fiume in pace volto
    Dov’io bramo, e raccolto ove che sia:
    Amor e gelosia m’ànno ’l cor tolto:
    E i segni del bel volto,
    Che mi conducon per più piana via
    A la speranza mia, al fin degli affanni.
    O riposto mio bene; e quel che segue:
    Or pace or guerre or tregue,
    Mai non m’abbandonate in questi panni.
    De’ passati miei danni piango e rido;
    Perchè molto mi fido in quel ch’i’ odo.
    Del presente mi godo, e meglio aspetto;
    E vo contando gli anni, e taccio, e grido;
    E ’n bel ramo m’annido, ed in tal modo,
    Ch’i’ ne ringrazio e lodo il gran disdetto,
    Che l’indurato affetto al fine à vinto,
    E ne l’alma dipinto: i sare’ udito,
    E mostratone a dito; ed ànne estinto.
    Tanto innanzi son pinto,
    Ch’i’ il pur dirò: non fostu tanto ardito.
    Chi m’a ’l fianco ferito, e chi ’l risalda,
    Per cui nel cor via più che ’n carte scrivo;
    Chi mi fa morto e vivo;
    Chi ’n un punto m’agghiaccia e mi riscalda.

    Questa Canzone (che che se ne fosse la causa) è scritta a bello studio in maniera che ella non s’intenda. Per tanto a noi basterà d’intenderne questo solo; e io non mi affannerò di ridurla in chiaro a dispetto del proprio autore. Il Bembo disse che era questa una filza di proverbi senza soggetto continuato, del genere di quelle che gli antichi chiamavano frottole; il Castelvetro la credè una canzone proverbiosa, ma di concetti ordinati, e riguardanti l’amor di Laura, e in questa veduta si diede ad interpretarla: il Lelio opinò ch’ella fosse tutta allusiva alla Corte Papale; altri finalmente pensarono che vi si parli del ritiro del Poeta da Avignone in Valchiusa, toccando e di sè medesimo e di Laura e della Corte insieme. Sia comunque, è tal gorgo, che non s’è finora trovato una chiave per penetrarlo. [L.]


    MADRIGALE III.
    Allegoricamente descrive le circostanze del suo
    dolce innamoramento.

    Nova angeletta sovra l’ale accorta
    Scese dal cielo in su la fresca riva
    Là ond’io passava sol per mio destino.
    Poi che senza compagna e senza scorta
    Mi vide, un laccio che di seta ordiva,
    Tese fra l’erba ond’è verde ’l cammino.
    Allor fui preso; e non mi spiacque poi;
    Sì dolce lume uscìa degli occhi suoi.

    Verso 1: Nova. Mirabile. Di forme, di natura, non più veduta fra noi. Sovra l’ale accorta. Modo di dire significativo dell’avvedimento e della prontezza dello spirito di Laura rappresentata sotto figura di angeletta, e però alata. // 2. In su la fresca riva. Di Sorga. Ovvero intende generalmente le campagne e i luoghi abitati o frequentati da Laura, o pur questo mondo, questa vita. // 3. Là onde, cioè per dove, per la qual riva, io, per mio destino, passava solo. // 4. Compagna. Compagnia. Scorta. Guida. // 6. Ond’è. Della quale, per la quale era. // 7. Fui preso. Cioè, al laccio tesomi da quella angeletta, il quale significa le bellezze e le virtù di Laura. Non mi spiacque poi. Di essere stato preso,


    SONETTO LXXI.
    Ama, teme, e vorrebbe fuggire dagli occhi di Laura,
    che poi vede da per tutto.

    Non veggio ove scampar mi possa omai:
    Sì lunga guerra i begli occhi mi fanno,
    Ch’io temo, lasso, no ’l soverchio affanno
    Distrugga il cor, che triegua non à mai.
    Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai,
    Che dì e notte ne la mente stanno,
    Risplendon sì, ch’al quintodecimo anno
    M’abbaglian più che ’l primo giorno assai:
    E l’immagini lor son sì cosparte,
    Che volver non mi posso ov’io non veggia
    O quella o simil, indi accesa, luce.
    Solo d’un lauro tal selva verdeggia,
    Che ’l mio avversario con mirabil arte
    Vago fra i rami, ovunque vuol, m’adduce.

    Verso 1. Ove scampar mi possa. Dove io mi possa salvare. Dove salvarmi. // 3-4. No ’l soverchio affanno Distrugga ’l cor. Che il troppo affanno non disfaccia, non uccida, non riduca al niente il mio cuore. // 5. Gli amorosi rai. Cioè gli occhi di Laura. // 6. Ne la mente. Nella mia mente. // 9. Sì cosparte. Sì fattamente sparse per ogni dove. // 10. Volver. Volgere. Ov’io non veggia. In parte alcuna nella quale io non vegga. Da niun lato sicchè io non vegga. // 11. O la luce di quegli occhi, o altra luce simile, accesa e derivata da quella. // 12. Un lauro solo, cioè Laura, produce una tal selva, cioè ha tante immagini e somiglianze di sè. Tante immagini di Laura, tante cose atte a rappresentarmela al pensiero, alla fantasia, sono sparse dintorno. // 13. Il mio avversario. Amore. // 14. Dovunque gli piace, in qual si sia luogo, conduce tra i rami della detta selva me vago, cioè vagante, errante. Vuol dire: in qual si sia luogo e occasione mi riduce alla mente, mi suscita nella fantasia, la immagine di Laura.


    SONETTO LXXII.
    Volgesi lieto a salutar quel terreno dove Laura
    cortese lo salutò.

    Avventuroso più d’altro terreno,
    Ove Amor vidi già fermar le piante,
    Vêr me volgendo quelle luci sante
    Che fanno intorno a sè l’aere sereno;
    Prima poria per tempo venir meno
    Un’immagine salda di diamante,
    Che l’atto dolce non mi stia davante
    Del qual ho la memoria e ’l cor sì pieno:
    Nè tante volte ti vedrò già mai,
    Ch’i’ non m’inchini a ricercar de l’orme
    Che ’l bel piè fece in quel cortese giro.
    Ma se ’n cor valoroso Amor non dorme,
    Prega, Sennuccio mio, quando ’l vedrai,
    Di qualche lagrimetta o d’un sospiro.

    Verso 1. D’altro. D’ogni altro. // 2. Quello dove io vidi Amore, cioè Laura, fermare il passo; ovvero, dove io vidi Amore fermar le piante, cioè il passo, di Laura. // 5. Poria. Potrebbe. Per tempo. Per lunghezza di tempo. Per corso di tempo. Venir meno. Consumarsi. Disfarsi. // 6. Salda. Solida. // 7. Che. Prima, dico, che egli avvenga che. L’atto dolce. Di Laura, detto di sopra. Cioè l’atto di fermarsi e volgere uno sguardo al Poeta. // 9. Ti vedrò. Segue a parlare a quel terreno. // 11. Giro. Cioè tratto, spazio, circuito di terreno. Ovvero significa il movimento degli occhi o della persona di Laura in quella occasione. // 12. Valoroso. Nobile, egregio, quale è quello di Laura. // 13. Prega. Pregalo, cioè prega il cuor di Laura, che viene a dire: prega Laura. Un medesimo pronome, cioè il pronome il, espresso in questo verso una volta sola, cioè davanti a vedrai, serve in un tempo a due verbi, cioè alla voce vedrai ed alla voce prega. Sennuccio mio. Sennuccio Del Bene, nome di un amico del Poeta. - *Secondo l’opinione del Tassoni, alla quale si accosta anche il Carrer, il Petrarca non si volge a Sennuccio, ma, continuando la prosopopea del terreno, Sennuccio mio è oggetto di prega.*


    SONETTO LXXIII.
    Se Amore lo turba, si rasserena pensando
    agli occhi e alle parole di Laura.

    Lasso; quante fïate Amor m’assale,
    Che fra la notte e ’l dì son più di mille,
    Torno dov’arder vidi le faville
    Che ’l foco del mio cor fanno immortale.
    Ivi m’acqueto: e son condotto a tale,
    Ch’a nona, a vespro, a l’alba ed a le squille
    Le trovo nel pensier tanto tranquille
    Che di null’altro mi rimembra o cale.
    L’aura soave, che dal chiaro viso
    Move col suon de le parole accorte,
    Per far dolce sereno ovunque spira;
    Quasi un spirto gentil di Paradiso,
    Sempre in quell’aere par che mi conforte;
    Sì che ’l cor lasso altrove non respira.

    Verso 1. Quante fiate. Tutte le volte che. 2. Che. Le quali fiate. // 3. Dove. Forse accenna quel medesimo luogo di cui parla il Sonetto addietro. Le faville. Intende degli occhi di Laura. // 4. Immortale. Perpetuo. // 5. Condotto a tale. Ridotto in grado, in termine, tale. // 6. A nona. A mezzodì. A le squille. All’ave maria. // 7. Nel pensier. Nel mio pensiero. // 8. Mi rimembra o cale. Mi ricordo o mi curo. // 10. Move. Neutro. Si muove. Viene. Accorte. Prudenti. Sagge. Giudiziose. Spiritose. // 11. Ovunque spira. Ovunque essa aura spira. // 13. In quell’aere. Cioè in quel luogo. Conforte. Conforti. // 14. Altrove non respira. Non respira, cioè non ha ristoro, non ha riposo, altrove che in detto luogo.


    SONETTO LXXIV.
    Sopraggiuntagli Laura quando men l’aspettava,
    non ardì pur di parlarle.

    Perseguendomi Amor al luogo usato,
    Ristretto in guisa d’uom ch’aspetti guerra,
    Che si provvede e i passi intorno serra,
    De’ mie’ antichi pensier mi stava armato.
    Volsimi, e vidi un’ombra che da lato
    Stampava il sole, e riconobbi in terra
    Quella che, se ’l giudicio mio non erra,
    Era più degna d’immortale stato.
    I’ dicea fra mio cor: perchè paventi?
    Ma non fu prima dentro il penser giunto,
    Che i raggi ov’io mi struggo eran presenti.
    Come col balenar tuona in un punto,
    Cosi fu’ io da’ begli occhi lucenti
    E d’un dolce saluto insieme aggiunto.

    Verso 1. Perseguendomi. Spingendomi. Al luogo usato. Forse al luogo detto di sopra, nel Sonetto LXXII. // 2. Ristretto. Suppliscasi, io. // 5. Che. Accusativo. - *Altri fa soggetto il che, e intende: la qual ombra di Laura stampava, segnava, figurava il sole.* // 6. In terra. Cioè in quell’ombra stampata dal sole in terra. // 8. Era più degna di esser di natura immortale che umana. // 9. Fra mio cor. Fra me stesso. Paventi. Temi. // 10. Ma non fu appena giunto, cioè a dir nato, questo pensiero dentro, cioè dentro di me. // 11. I raggi ov’io mi struggo. Cioè gli occhi di Laura. Ove vuol dire ai quali. // 12. Come avviene talvolta che in un punto medesimo balena e tuona. // 14. D’un. Da un. Insieme. In un medesimo tempo. Aggiunto. Sopraggiunto.


    SONETTO LXXV.
    Il dolce e pietoso saluto della sua Donna lo rende
    estatico dal piacere.

    La Donna che ’l mio cor nel viso porta,
    Là dove sol fra bei pensier d’amore
    Sedea, m’apparve; ed io per farle onore
    Mossi con fronte reverente e smorta.
    Tosto che del mio stato fussi accorta,
    A me si volse in sì novo colore
    Ch’avrebbe a Giove nel maggior furore
    Tolto l’arme di mano e l’ira morta.
    I’ mi riscossi; ed ella oltra, parlando,
    Passò, che la parola i’ non soffersi,
    Nè ’l dolce sfavillar degli occhi suoi.
    Or mi ritrovo pien di sì diversi
    Piaceri, in quel saluto ripensando,
    Che duol non sento, nè sentii ma’ poi.

    Verso 1. Che ’l mio cor nel viso porta. Perchè il cuore del Poeta si cangiava conforme al viso di Laura. - E in più parole: la donna il cui viso governa il mio core; il quale si attrista o s’allegra, secondochè quello mi si mostra severo o benigno. [L.] // 2. Là dove. In luogo, nel luogo dove. // 3. Sedea. Persona prima. Farle onore. Inchinarla. Farle riverenza. // 4. Mossi. Mi mossi. Mi rizzai. // 5. Fussi. Si fu. // 6. In sì novo colore. In sì celeste e maraviglioso aspetto. // 8. E l’ira morta. E spenta l’ira. // 7-8. Ovid.: «Risit, et ex animo dedit oscula, qualia possent Excutere irato tela trisulca Jovi.»* // 9-10. Io mi commossi tutto, ed ella passò oltre parlandomi, in guisa che io non ebbi forza di sostenere le sue parole, cioè non ressi, mi smarrii, alla dolcezza di quelle. // 13. In. A. // 14. Ma’ poi. Mai da indi in qua.


    SONETTO LXXVI.
    Svela all’amico quali continuamente sieno stati,
    e sieno i pensieri suoi.

    Sennuccio, i’ vo’ che sappi in qual maniera
    Trattato sono, e qual vita è la mia.
    Ardomi e struggo ancor com’io solia;
    Laura mi volve; e son pur quel ch’e’ m’era.
    Qui tutta umìle e qui la vidi altera;
    Or aspra or piana, or dispietata or pia;
    Or vestirsi onestate or leggiadria;
    Or mansueta or disdegnosa e fera.
    Qui cantò dolcemente, e qui s’assise;
    Qui si rivolse, e qui rattenne il passo;
    Qui co’ begli occhi mi trafisse il core;
    Qui disse una parola, e qui sorrise;
    Qui cangiò ’l viso. In questi pensier, lasso,
    Notte e dì tienmi il signor nostro, Amore.

    Verso 3. Ardomi e struggo. Mi brucio e mi struggo. Com’io solia. Come io soleva. Cioè come per l’addietro. // 4. Mi volve. Mi agita. Mi governa a suo piacimento. Pur. Puramente. Al tutto. Quel ch’i’ m’era. Quel che io era. Quello di prima. // 6. Piana. Affabile. Benigna. Pia. Pietosa. // 7. Onestate. Di onestà. Leggiadria. Di leggiadria. - *Ovid.: «Sic sedit, sic culta fuit, sic stamina nevit, Injectæ collo sic jacuere comæ; Hos habuit vultus, hæc illi verba fuerunt; Hic color hæc facies, hic decor oris erat.»*


    SONETTO LXXVII.
    La sola vista di Valchiusa gli fa dimenticare
    tutti i pericoli di quel viaggio.

    Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio,
    (Così ci foss’io intero, e voi contento)
    Venni fuggendo la tempesta e ’l vento
    Ch’ànno subito fatto il tempo rio.
    Qui son securo: e vovvi dir perch’io
    Non, come soglio, il folgorar pavento;
    E perchè mitigato, non che spento,
    Nè mica trovo il mio ardente desìo.
    Tosto che, giunto a l’amorosa reggia,
    Vidi onde nacque Laura dolce e pura,
    Ch’acqueta l’aere e mette i tuoni in bando;
    Amor ne l’alma, ov’ella signoreggia,
    Raccese il foco, e spense la paura:
    Che farei dunque gli occhi suoi guardando!

    Verso 1. Qui. Cioè in Valchiusa. Mezzo. Perocchè io ci sono senza di voi. // 2. Così. Particella desiderativa. Intero. Cioè in compagnia vostra. E voi. E voi ci foste. // 3. Cioè, venni tra la tempesta e il vento. // 4. Subito. Improvvisamente - Che hanno improvvisamente fatto rio il tempo. [A.] // 5. Qui son securo. Qui ho l’animo sicuro. Cioè qui non sento paura della tempesta. Vovvi dir. Voglio dirvi. // 6. Non temo qui della tempesta come io soglio. // 7. Mitigato, non che spento. Non dico spento, ma nè pur mitigato. // 8. Nè mica. Nè anche in una menoma parte. Il mio ardente desìo. Cioè la mia passione amorosa. // 9. A l’amorosa reggia. Alla reggia di Amore. Vuol dire alla patria di Laura. // 10-11. Onde nacque. Il luogo da cui, cioè dove, nacque. Laura dolce e pura, Ch’acqueta l’aere e mette i tuoni in bando. Parla con senso doppio, e facendo allusione al significato della voce Laura divisa in due, cioè l’aura. // 12. Ne l’alma. Cioè nell’anima mia. // 13. E spense la paura. Della tempesta detta innanzi. // 14. Or che sarebbe se io mirassi gli occhi di Laura, poichè il veder solo il luogo del suo natale, ha racceso in me il fuoco e spenta la paura!


    SONETTO LXXVIII.
    Tornato in Valchiusa, brama solo la pace con Laura,
    e l’onore del Colonnese.

    De l’empia Babilonia, ond’è fuggita
    Ogni vergogna, ond’ogni bene è fori,
    Albergo di dolor, madre d’errori,
    Son fuggit’io per allungar la vita.
    Qui mi sto solo, e, come Amor m’invita,
    Or rime e versi, or colgo erbette e fiori,
    Seco parlando, ed a’ tempi migliori
    Sempre pensando; e questo sol m’aita.
    Nè del volgo mi cal nè di fortuna
    Nè di me molto nè di cosa vile,
    Nè dentro sento nè di fuor gran caldo.
    Sol due persone cheggio; e vorrei l’una
    Col cor vêr me pacificato e umìle,
    L’altro col piè, sì come mai fu, saldo.

    Verso 1. De l’empia Babilonia. Così chiama Avignone, dove era a quel tempo la corte di Roma. // 2. Fori. Fuori. // 4. Per allungar la vita. Cioè per campare, per conservare, la vita; per non morir di rincrescimento e di cordoglio. // 7-8. Seco. Cioè con Amore. A’ tempi migliori Sempre pensando. Pascendomi continuamente della speranza, ovvero della ricordanza, di tempi migliori. M’aita. M’aiuta. Cioè mi conforta, mi sostiene. // 9-11. Nè mi curo gran fatto, nè mi do molto pensiero, del volgo nè della fortuna nè di me medesimo nè di alcuna cosa bassa e degna di poca stima; e tanto per ciò che appartiene al mio intrinseco, quanto all’estrinseco, mi trovo in istato pressochè freddo e tranquillo. // 12. Cheggio. Chiedo. Cioè desidero. L’una. Che è Laura. // 13. Vêr. Verso. // 14. L’altro (intende del cardinal Colonna suo amico e padrone) vorrei che fosse in stato di fortuna, oppur di animo, fermo e gagliardo quanto mai, più che mai.


    SONETTO LXXIX.
    Voltasi Laura a salutarlo, il Sole per gelosia
    si ricoperse con una nube.

    In mezzo di duo amanti onesta altera
    Vidi una donna, e quel signor con lei
    Che fra gli uomini regna e fra gli Dei;
    E da l’un lato il Sole, io da l’altro era.
    Poi che s’accorse chiusa da la spera
    De l’amico più bello, agli occhi miei
    Tutta lieta si volse; e ben vorrei,
    Che mai non fosse in vêr di me più fera.
    Subito in allegrezza si converse
    La gelosia che ’n su la prima vista,
    Per sì alto avversario, al cor mi nacque.
    A lui la faccia lagrimosa e trista
    Un nuviletto intorno ricoverse:
    Cotanto l’esser vinto li dispiacque.

    Verso 1. Di duo amanti. L’uno il Poeta e l’altro il Sole, amante di Dafne, confusa qui, come altrove, con Laura. // 2. Una donna. Cioè Laura. Quel signor. Cioè Amore. // 3. Ovid.: «Regnat, et in dominos jus habet ille Deos.»* // 5-6. Poi che s’accorse chiusa da la spera De l’amico più bello. Poichè si accorse di esser chiusa dalla sfera, cioè circondata dai raggi, del più bello dei due amanti, cioè del Sole. Vuol dire in sostanza: sentendosi abbagliare dalla luce del Sole. - Si noti il modo alla latina: «postquam se comperit clausam,» o simili. [A.] // 8. In vêr. Verso. Più fera. Più aspra, più rigida, di quel che ella fu in quel punto. // 9. Si converse. Si convertì. Cioè si cangiò. // 10. In su la prima vista. Alla prima. A prima giunta. // 11. Avversario. Rivale. Intende del Sole. // 12. A lui. Cioè al Sole. // 13. Nuviletto. Nuvoletto. Ricoverse. Ricoperse. Ricoprì. // 14. Li. Gli.


    SONETTO LXXX.
    Non desidera, non contempla e non trova che la sola
    immagine della sua Donna.

    Pien di quella ineffabile dolcezza
    Che del bel viso trassen gli occhi miei
    Nel dì che volentier chiusi gli avrei
    Per non mirar già mai minor bellezza,
    Lassai quel ch’i’ più bramo; ed ò sì avvezza
    La mente a contemplar sola costei,
    Ch’altro non vede, e ciò che non è lei
    Già per antica usanza odia e disprezza.
    In una valle chiusa d’ogni ’ntorno,
    Ch’è refrigerio de’ sospir miei lassi,
    Giunsi sol con Amor, pensoso e tardo.
    Ivi non donne, ma fontane e sassi,
    E l’immagine trovo di quel giorno
    Che ’l pensier mio figura ovunque io sguardo.

    Verso 2. Trassen. Trassero. // 3. Volentier chiusi gli avrei. Cioè, volentieri sarei morto o diventato cieco. // 5. Lassai quel ch’i’ più bramo. Cioè lasciai la vista di Laura, mi allontanai da Laura. // 7. Ciò che non è lei. Ciò che non è essa. Cioè, ogni qualsivoglia cosa fuorchè essa. - Le voci me, te, lui, lei, loro dopo il verbo essere affermante o negante identità di persona o trasmutamento d’uno in altro, prendon forma di veri sostantivi di caso retto, e significano la mia, la tua, la sua persona. Il lei adunque in questo luogo è un nominativo, non già, come alcuni dicono, accusativo, a cui non si saprebbe trovare un reggente senza una forzatissima ellissi. La miseria poi della variante ciò che non è ’n lei, non ha bisogno d’esser dimostrata a chi ha gusto. [L.] // 9. Cioè, in Valchiusa. // 12. Non donne, ma fontane o sassi. Queste parole dipendono dal verbo trovo, che sta nel verso seguente. // 13. Di quel giorno. Del giorno detto qui di sopra nel terzo verso. - E l’immagine trovo ec. Vuol dire che trova in Valchiusa l’immagine di Laura, quale egli la vide in quel giorno; ovvero che trova l’immagine di quel giorno, cioè che in Valchiusa gli si ridestano i pensieri, i sentimenti, gli affetti avuti e provati in quel giorno? A me parrebbe più poetica questa seconda interpretazione; ma forse la prima è la vera. [A.] // 14. Che. La quale immagine. Accusativo. Figura. Verbo. Dipinge. Sguardo. Verbo. Guardo. Miro. Volgo gli occhi.


    SONETTO LXXXI.
    Se veder potesse la casa di Laura, i sospiri
    le giugnerebbero più spediti.

    Se ’l sasso ond’è più chiusa questa valle,
    Di che ’l suo proprio nome si deriva,
    Tenesse vòlto, per natura schiva,
    A Roma il viso ed a Babel le spalle;
    I miei sospiri più benigno calle
    Avrian per gire ove lor spene è viva:
    Or vanno sparsi, e pur ciascuno arriva
    Là dov’io ’l mando, che sol un non falle.
    E son di là sì dolcemente accolti,
    Com’io m’accorgo, che nessun mai torna:
    Con tal diletto in quelle parti stanno.
    Degli occhi è ’l duol; che tosto che s’aggiorna
    Per gran desio de’ be’ luoghi a lor tolti,
    Danno a me pianto, ed a’ piè lassi affanno.

    Versi 1-6. Se quella montagna dalla quale principalmente è chiusa questa valle, dal che, cioè dall’essere così chiusa, deriva il suo nome di Valchiusa, tenesse il dosso rivolto ad Avignone, quasi avendo a schifo le sozzure di quella corte, e la fronte volta verso Roma, i miei sospiri avrebbero, per andare alla mia donna, una strada più agiata. Forse perchè il lato di fuori della detta montagna fosse meno aspro e malagevole, sicchè, se esso fosse stato di dentro, il Poeta fosse potuto salire in sulla cima del monte, e di là inviare i suoi sospiri verso Laura. // 8. Che. In guisa che. Sol un. Nè pur uno. Non falle. Non fallisce. Cioè, non erra il cammino, ovvero non manca di arrivar colà. // 9. Di là. Di là dal monte. Là dove è Laura. // 10. Che. Dipende dalla voce sì del verso precedente. // 12. Degli occhi è ’l duol. Gli occhi, cioè gli occhi miei, sono quelli che sopportano il danno di questa presente positura della montagna. S’aggiorna. Si fa giorno. // 11. De’ be’ luoghi a lor tolti. Di vedere il luogo dove è Laura, il che essi non possono. // 14. Ed a’ piè lassi affanno. Vuol dire che esso s’inerpicava pure, quantunque invano, su per quella montagna, sforzandosi di salire in sulla cima per iscoprire il luogo dove era Laura.


    SONETTO LXXXII.
    Benchè conosca d’essere infelice nel suo amore,
    è fermo di volerla amar sempre.

    Rimansi addietro il sestodecimo anno
    De’ miei sospiri; ed io trapasso innanzi
    Verso l’estremo; e parmi che pur dianzi
    Fosse il principio di cotanto affanno.
    L’amar m’è dolce, ed utile il mio danno,
    E ’l viver grave; e prego ch’egli avanzi
    L’empia fortuna; e temo non chiuda anzi
    Morte i begli occhi che parlar mi fanno.
    Or qui son, lasso, e voglio esser altrove,
    E vorrei più volere, e più non voglio,
    E per più non poter fo quant’io posso.
    E d’antichi desir lagrime nove
    Provan com’io son pur quel ch’i’ mi soglio,
    Nè per mille rivolte ancor son mosso.

    Verso 1. Rimansi addietro. È passato, è compiuto già. // 3-4. L’estremo. Il fine della mia vita. Ovvero, il mio ultimo anno. Che pur dianzi Fosse il principio di cotanto affanno. Che il mio tanto affanno sia cominciato poco dianzi. // 6-8. Prego ch’egli avanzi L’empia fortuna. Cioè, desidero che la mia vita duri più lungamente che la mia mala fortuna. E temo non chiuda anzi Morte i begli occhi che parlar mi fanno. E temo che morte non chiuda quei begli occhi che mi danno materia di ragionare e di scrivere, anzi, cioè, avanti, che il detto mio desiderio sia compiuto, che la mia mala fortuna abbia avuto fine. // 9. Qui. Cioè in tale stato. Voglio. Desidero. Altrove. In altro stato. // 10. E vorrei aver più efficace volontà di essere altrove, cioè in altro stato, e non ne ho. // 11. E fo quanto posso a fine di non poter da vantaggio, cioè a fine di non potere uscire di questo mio stato. // 12. E le lagrime che io spargo al presente per forza di desiderii nati gran tempo addietro. // 13. Come. Che. Quel ch’i’ mi soglio. Quello che io soglio essere. Quello di questi tempi addietro. // 14. Per mille rivolte. Non ostante mille rivolgimenti, cioè mille vicende di fortuna e di vita, ovvero mille sforzi fatti per uscire del mio stato amoroso. Mosso. Mutato da quel di prima.


    MADRIGALE IV.
    Eccita Amore a far vendetta di Laura,
    che superba disprezza il suo regno.

    Or vedi, Amor, che giovinetta donna
    Tuo regno sprezza e del mio mal non cura,
    E tra duo ta’ nemici è sì secura.
    Tu se’ armato, ed ella in trecce e ’n gonna
    Si siede e scalza in mezzo i fiori e l’erba,
    Vêr me spietata e contro te superba.
    I’ son prigion; ma se pietà ancor serba
    L’arco tuo saldo, e qualcuna saetta,
    Fa di te e di me, signor, vendetta.

    Verso 1. Che giovinetta donna. Quanto giovinetta, ovvero qual giovanetta donna. // 3. Tra duo ta’ nemici. Tra due tali nemici, chè siamo tu ed io. // 6. Vêr. Verso. // 7. I’ son prigion. E però, in quanto a me, non posso far vendetta. Pietà. Accusativo. // 8. Qualcuna saetta. Qualche saetta. Accusativi.


    SONETTO LXXXIII.
    L’abito non si lascia, benchè abbiasene danno.
    Propone sè stesso in esempio.

    Dicessett’anni à già rivolto il cielo
    Poi che ’n prima arsi e già mai non mi spensi;
    Ma quando avvèn ch’al mio stato ripensi
    Sento nel mezzo de le fiamme un gelo.
    Vero è ’l proverbio, ch’altri cangia il pelo
    Anzi che ’l vezzo; e per lentar i sensi,
    Gli umani affetti non son meno intensi:
    Ciò ne fa l’ombra ria del grave velo.
    Oimè lasso; e quando fia quel giorno
    Che mirando ’l fuggir degli anni miei,
    Esca del foco e di sì lunghe pene?
    Vedrò mai ’l dì che pur quant’io vorrei
    Quell’aria dolce del bel viso adorno
    Piaccia a questi occhi, e quanto si convène?

    Verso 2. Da che io fui preso di questo amore, il quale in questi diciassett’anni non è stato mai spento per alcun tempo. // 3. Avvèn. Avviene. // 4. Un gelo. Per la considerazione del mio così lungo errore. // 5. Altri. L’uomo. La persona. Uno. // 6. Anzi che ’l vezzo. Prima che l’usanza, la consuetudine. Per lentar i sensi. Per quanto i sensi si allentino, cioè s’indeboliscano colla età. // 8. Ne fa. Ci cagiona. L’ombra ria del grave velo. Cioè il nostro esser congiunti col corpo. // 11. Esca. Io esca. // 12. Pur quant’io vorrei. Solo quanto io vorrei. Cioè in guisa puramente spirituale e nobile, e senza alcuna mescolanza di sensualità. // 13. Del bel viso adorno. Del viso di Laura. // 14. E quanto si convène. E solo quanto si conviene. Cioè, senza alcuno affetto sensuale.


    SONETTO LXXXIV.
    Laura impallidisce alla novella ch’egli debba
    da lei allontanarsi.

    Quel vago impallidir che ’l dolce riso
    D’un’amorosa nebbia ricoperse,
    Con tanta maestade al cor s’offerse,
    Che li si fece incontro a mezzo ’l viso.
    Conobbi allor sì come in paradiso
    Vede l’un l’altro; in tal guisa s’aperse
    Quel pietoso pensier, ch’altri non scorse,
    Ma vidil’io, ch’altrove non m’affiso.
    Ogni angelica vista, ogni atto umìle
    Che già mai in donna, ov’amor fosse, apparve,
    Fora uno sdegno a lato a quel ch’i’ dico.
    Chinava a terra il bel guardo gentile,
    E tacendo dicea (com’a me parve):
    Chi m’allontana il mio fedele amico?

    Sopra il rincrescimento mostrato da Laura al Poeta per la novella che egli era per partirsi da lei.
    Verso 1. Il dolce riso. Vuol dire il volto di Laura. // 3. Al cor. Al cuor mio. S’offerse. Si appresentò. // 4. Che esso mio cuore si fece incontro a quello impallidire di Laura a mezzo il mio viso, cioè mi corse al viso; o mi si dipinse in sul viso. Il pronome li sta per gli. // 5-6. Sì come in paradiso Vede l’un l’altro. In che modo gli Spiriti in paradiso si veggono e intendono l’un l’altro. S’aperse. Si manifestò. Si diede a conoscere. // 7. Quel pietoso sentimento dell’animo di Laura, che gli altri non iscorsero, di cui gli altri non si avvidero. // 8. Ch’altrove non m’affiso. Che non soglio fissar gli occhi in altro oggetto, cioè, non soglio mirare intentamente altro che il volto di Laura. // 9-11. Qualunque più angelico tenore di volto, qualunque più cortese atto che mai fino a ora si vedesse in donna che fosse tocca di amore, sarebbe quasi un atto di sdegno o una scortesia in comparazione di quell’atto che io dico.


    SONETTO LXXXV.
    Amore, Fortuna e memoria del passato vietangli
    di sperare giorni felici.

    Amor, Fortuna, e la mia mente schiva
    Di quel che vede, e nel passato volta,
    M’affliggon sì, ch’io porto alcuna volta
    Invidia a quei che son su l’altra riva.
    Amor mi strugge ’l cor; Fortuna il priva
    D’ogni conforto; onde la mente stolta
    S’adira e piagne: e così in pena molta
    Sempre convèn che combattendo viva.
    Nè spero i dolci dì tornino indietro,
    Ma pur di male in peggio quel ch’avanza:
    E di mio corso ho già passato il mezzo.
    Lasso, non di diamante ma d’un vetro,
    Veggio di man cadermi ogni speranza,
    E tutti i miei pensier romper nel mezzo.

    Verso 1-2. Schiva ecc. Mal soddisfatta del presente e piena della ricordanza e del desiderio del passato. // 4. Sull’altra riva. Cioè morti. // Viva. Io viva. // 9. Nè spero. Nè spero che. // 10. Ma spero, cioè m’aspetto, pure, solo, che quella parte che mi avanza del vivere vada di male in peggio. // 12-13. Veggo, tristo che io sono, cadermi di mano ogni speranza, e disfarsi come cosa non di diamante ma di vetro. // 14. Romper nel mezzo. Rompersi nel mezzo. Cioè andar fallati, riuscire a nulla.


    CANZONE X.
    Cerca ogni via di mitigar il suo affanno,
    ma ci rimane sempre più immerso.

    Se ’l pensier che mi strugge,
    Com’è pungente e saldo,
    Così vestisse d’un color conforme,
    Forse tal m’arde e fugge,
    Ch’avria parte del caldo,
    E desteriasi Amor, là dov’or dorme:
    Men solitarie l’orme
    Foran de’ miei piè lassi
    Per campagne e per colli;
    Men gli occhi ad ogni or molli;
    Ardendo lei che come un ghiaccio stassi,
    E non lassa in me dramma
    Che non sia foco e fiamma.

    Verso 1. Il pensier. Il pensiero, il sentimento, amoroso. // 3. Vestisse d’un color conforme. Cioè potesse esser dato ad intendere con parole proporzionate alle sue qualità. // 4-6. Forse una tale che ora in un medesimo tempo m’arde e mi fugge, avrebbe parte dell’ardore che ella mi cagiona, e desterebbesi Amore colà dove esso ora dorme, cioè nel cuor di colei. // 7-9. Perchè io non cercherei come ora, la solitudine. Ovvero, perchè Laura mi seguirebbe o verrebbe in mia compagnia. Foran vuol dire sarebbero. // 10. Ad ogni or. Ognora. Sempre. Di continuo. Molli. Forano, cioè sarebbono, molli. // 11. Ardendo lei. Atteso che arderebbe, cioè sentirebbe amore, colei. // 12. Lassa. Lascia. Dramma. Una menoma particella.

    Però ch’Amor mi sforza
    E di saver mi spoglia,
    Parlo in rime aspre e di dolcezza ignude:
    Ma non sempre a la scorza
    Ramo, nè ’n fior, nè ’n foglia,
    Mostra di fuor sua natural virtude.
    Miri ciò che ’l cor chiude,
    Amor e que’ begli occhi
    Ove si siede a l’ombra.
    Se ’l dolor che si sgombra,
    Avvèn che ’n pianto o ’n lamentar trabocchi,
    L’un a me noce, e l’altro
    Altrui, ch’io non lo scaltro.

    Verso 1. Mi sforza. Mi priva di forza. // 2. Saver. Sapere. // 3. Ignude. Prive. // 4-6. Ma non sempre i rami degli alberi mostrano di fuori nella scorza ovvero nei fiori o nelle foglie la loro virtù naturale. // 7-9. Non alle mie parole, ma sì bene a quello che io ho nell’animo, debbono mirare, cioè attendere, Amore e quei begli occhi, all’ombra dei quali egli si siede, cioè gli occhi di Laura. - Miri. Forse leggevasi mirin: e fors’anco la lezione del testo non deve mutarsi; nè è vero che miri stia qui invece di mirino, o debba intendersi come ripetuto, cioè: «Miri Amore e mirino gli occhi di Laura ciò che io ho sul mio cuore.» Senza pretendere di mutare l’altrui opinione, potrebbe proporsi quest’altra interpretazione: «Io vinto, e quasi dissennato dall’amorosa passione parlo sì rozzamente, da indurre chi m’ode a dubitare s’io abbia un concetto e un sentimento adeguato ai meriti di Madonna Laura; ma Amore mi scusi, mirando quello che io ho nell’animo, cioè la fervente passione, onde m’è tolta la forza e il sapere, e mirando altresì gli occhi di Laura, cioè l’impossibilità di parlare con dolcezza e squisitezza corrispondenti a tale subbietto.» La stanza seguente pare che giustifichi sì fatta spiegazione. [A.] // 10. Si sgombra. Si sfoga. // 11. Avvèn. Avviene. // 12-13. L’uno, cioè il pianto, è di travaglio e di molestia a me stesso; e l’altro, cioè il lamentare, è fastidioso ad altrui, cioè a Laura, perocchè io non lo scaltrisco, cioè non gli so dar grazia e piacevolezza.

    Dolci rime leggiadre
    Che nel primiero assalto
    D’Amore usai, quand’io non ebbi altr’arme;
    Chi verrà mai che squadre
    Questo mio cor di smalto,
    Ch’almen, com’io solea, possa sfogarme?
    Ch’aver dentro a lui parme
    Un che Madonna sempre
    Dipinge, e di lei parla:
    A voler poi ritrarla,
    Per me non basto; e par ch’io me ne stempre.
    Lasso, così m’è scorso
    Lo mio dolce soccorso.

    Verso 1. Vocativi. // 2-3. Nel primiero assalto D’Amore. Nel cominciamento della mia passione amorosa. Altr’arme. Altra via di dare ad intendere a Laura il mio stato. // 4. Verrà. Avverrà. Squadre. Squadri. Cioè riduca a squadra, assetti, dirozzi, polisca. E vuol dire, riduca atto a sapere esprimere i suoi sentimenti amorosi con dolcezza e leggiadria. // 5. Di smalto. Cioè durissimo. // 6. In modo che almeno io mi possa sfogare come io faceva nel primiero assalto d’Amore, quando io usava quelle dolci rime leggiadre. // 7. A lui. Cioè al mio cuore. Parme. Parmi. // 8. Un. Una persona. // 10-11. Volendola poi dipingere io stesso con parole, non riesco da tanto: e nondimeno pare che io me ne stemperi, cioè vi pongo ogni sforzo; ovvero, e di questa mia insufficienza pare che io mi stemperi, cioè mi strugga; tanto dispiacere ne prendo. // 12. M’è scorso. Mi si è dileguato. M’è fuggito di mano, mancato, venuto meno. // 13. Cioè quello delle dolci rime leggiadre che io usai da principio.

    Come fanciul ch’a pena
    Volge la lingua e snoda;
    Che dir non sa, ma ’l più tacer gli è noia;
    Così ’l desir mi mena
    A dire; e vo’ che m’oda
    La mia dolce nemica anzi ch’io moia.
    Se forse ogni sua gioia
    Nel suo bel viso è solo,
    E di tutt’altro è schiva;
    Odil tu, verde riva;
    E presta a’ miei sospir sì largo volo,
    Che sempre si ridica
    Come tu m’eri amica.

    Verso 3. Ma ’l più tacer gli è noia. Ma il silenzio oramai gli rincresce, e però favella pur come può. // 4-5. Il desir mi mena A dire. Non ostante che io non sappia dire leggiadramente. Vo’. Voglio. // 6. Anzi che. Prima che. // 7-13. Se per avventura Laura non prende piacere se non del suo proprio volto, ed ha ogni altra cosa a noia, tu o verde riva (che fosti calcata da’ suoi piedi), ascolta il mio dire, e fa’ che esso si divulghi per modo, e prestagli tanta celebrità, che perpetuamente sia ricordato l’amore che io ti portai.

    Ben sai che sì bel piede
    Non toccò terra unquanco,
    Come quel, di che già segnata fosti:
    Onde ’l cor lasso riede
    Col tormentoso fianco
    A partir teco i lor pensier nascosti.
    Così avestu riposti
    De’ bei vestigi sparsi
    Ancor tra i fiori e l’erba;
    Che la mia vita acerba
    Lagrimando trovasse ove acquetarsi.
    Ma come può s’appaga
    L’alma dubbiosa e vaga.

    Verso 2. Viene a dire: non fu mai al mondo. // 3. Come. Dipende dalle parole del primo verso, sì bel. Quel. Cioè, il piede di Laura. Di che. Del quale. Cioè, de’ cui vestigi. // 4-6. Onde il mio cuore infelice e il fianco affannoso (col quale io, giacendo, ti premo) riedono, cioè tornano, qua tratto tratto, a divider teco i loro pensieri nascosti. // 7-11. E piacesse a Dio che tu serbassi ancora qualcuno degli sparsi vestigi di Laura, riposto tra i fiori e l’erba, sicchè la mia vita trista trovasse ove acquetarsi nelle sue pene. Avestu vale avessi tu. // 13. L’alma. Cioè l’alma mia. Vaga. Errante. Dice dubbiosa e vaga perchè egli non sa di certo quali sieno i luoghi stati tocchi dal piede della sua donna.

    Ovunque gli occhi volgo,
    Trovo un dolce sereno,
    Pensando: qui percosse il vago lume.
    Qualunque erba o fior colgo,
    Credo che nel terreno
    Aggia radice, ov’ella ebbe in costume
    Gir fra le piagge e ’l fiume,
    E talor farsi un seggio
    Fresco, fiorito e verde.
    Così nulla sen perde:
    E più certezza averne, fora il peggio.
    Spirto beato, quale
    Se’, quando altrui fai tale?

    Verso 3. Qui percosse il vago lume. Questo o quest’altro tal luogo fu percosso dal lume delle pupille di Laura. // 4-7. Qualora io colgo qui un’erba o un fiore, credo che il terreno ove egli ha radice sia quello ove Laura costumò di andar camminando a diporto tra le sponde ed il fiume. Aggia vuol dire abbia. // 10-11. In tal modo io non perdo nulla di quel che è stato tocco oppur mirato da Laura; e il sapere con più certezza se questa o quell’erba o fiore sia veramente o non sia stato tocco o nato nel terreno premuto da quella, e cose simili, non sarebbe per me se non peggio. - Perchè ora tutto mi reca beatitudine, e non solamente quelle poche erbe e que’ pochi luoghi che Laura realmente toccò. [A.] // 12-13. Spirto beato. Volge il parlare a Laura. Quale Se’, quando altrui fai tale? Che divina cosa è da dire che sii tu stessa, poichè tu rendi così prezioso altrui, cioè a dir, le cose fuori di te, con toccarle o mirarle!

    O poverella mia, come se’ rozza!
    Credo che tel conoschi:
    Rimanti in questi boschi.

    Verso 1. O poverella mia. Parla alla Canzone. // 2. Che tel conoschi. Cioè che tu conosca d’essere così rozza.


    CANZONE XI.
    Rivolgesi estatico a que’ luoghi ove la vide,
    e dove fu, ed è beato in amarla.

    Chiare, fresche e dolci acque,
    Ove le belle membra
    Pose colei che sola a me par donna;
    Gentil ramo, ove piacque
    (Con sospir mi rimembra)
    A lei di fare al bel fianco colonna;
    Erba e fior, che la gonna
    Leggiadra ricoverse
    Con l’angelico seno;
    Aer sacro sereno,
    Ov’Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
    Date udïenza insieme
    A le dolenti mie parole estreme.

    Verso 2. Ove. In riva alla quali. Le belle membra. Suppliscasi sue. // 3. Pose. Adagiò. // 5. Non senza sospirare me ne ricordo. // 6. Di fare al bel fianco colonna. Cioè di appoggiare il fianco. // 7. Che. Accusativo. // 8. Ricoverse. Ricoperse. // 9. Con. E.

    S’egli è pur mio destino
    (E il Cielo in ciò s’adopra)
    Ch’Amor questi occhi lagrimando chiuda,
    Qualche grazia il meschino
    Corpo fra voi ricopra,
    E torni l’alma al proprio albergo ignuda.
    La morte fia men cruda
    Se questa speme porto
    A quel dubbioso passo;
    Che lo spirito lasso
    Non poria mai in più riposato porto
    Nè ’n più tranquilla fossa
    Fuggir la carne travagliata e l’ossa.

    Verso 2. In ciò s’adopra. Procura. Vuol dire: ed è piacer del Cielo. // 3. Cioè, che io muoia d’amore infelice. La voce lagrimando si riferisce agli occhi, non ad Amore. // 4-5. Cioè qualche cortese persona, qualcuno per atto di grazia, sotterri il mio corpo qui tra voi. // 6. Al proprio albergo. Al Cielo. Parla secondo i Platonici. Ignuda. Cioè spogliata del corpo. // 7. La morte. La mia morte. // 8. Questa speme. Cioè d’essere sotterrato fra voi. Porto. Porto meco. // 9. A quel dubbioso passo. Così chiama la morte. // 10. Chè. Perocchè. Lo spirito. Il mio spirito. // 11-13. Cioè, non potrebbe certo in niun modo, partendosi da questo corpo misero, lasciare esso corpo in più riposato porto nè in più tranquillo sepolcro, che qui tra voi.

    Tempo verrà ancor forse,
    Ch’a l’usato soggiorno
    Torni la fera bella e mansueta:
    E là ’v’ella mi scorse
    Nel benedetto giorno,
    Volga la vista desïosa e lieta,
    Cercandomi; ed, o pieta!
    Già terra infra le pietre
    Vedendo, Amor l’inspiri
    In guisa che sospiri
    Sì dolcemente che mercè m’impetre,
    E faccia forza al Cielo,
    Asciugandosi gli occhi col bel velo.

    Verso 2. A l’usato soggiorno. Cioè, a questo luogo che ella fu solita di praticare. // 3. La fera. Cioè Laura. // 4. Là ’v’. Là dove. // 5. Nel benedetto giorno. Cioè in quel giorno che io la vidi qui seduta. // 6. Lieta. Cioè atteggiata per modo che mostri come sarebbe lieta di ritrovarmi. Insomma qui lieta, come spesso nella vita de’ SS. PP. sta per amorevole, benigna. [A.] // 7. O pieta! O pietà! Cioè, oh dolore! // 8. Già terra. Già divenuto terra. // 9. Vedendo. Vedendomi. Cioè vedendomi essa. // 10. Che sospiri. Che ella sospiri. // 11-12. Mercè m’impetre, E faccia forza al Cielo. Cioè sforzi dolcemente il Cielo a usar pietà col mio spirito. Impetre sta per impetri

    Da’ be’ rami scendea
    (Dolce ne la memoria)
    Una pioggia di fior sovra ’l suo grembo
    Ed ella si sedea
    Umile in tanta gloria,
    Coverta già de l’amoroso nembo.
    Qual fior cadea sul lembo,
    Qual su le treccie bionde,
    Ch’oro forbito e perle
    Eran quel dì a vederle;
    Qual si posava in terra, e qual su l’onde;
    Qual con un vago errore
    Girando, parea dir: qui regna Amore.

    Verso 1. Da’ be’ rami. Sotto ai quali ella era assisa. Scendea. Nel giorno detto di sopra. // 2. Dolce a ricordarmene. - *La Bodoniana del 1799, seguìta anche dall’Albertini (Firenze, Ciardetti 1832), legge questo verso in tal modo: Dolce n’è la memoria, ed è lezione accettabile, tanto più che ne’ codici contemporanei si cercherebbero invano gli accenti e le apostrofi, richiesti dalla ortografia moderna.* // 6. Coverta. Coperta. De l’amoroso nembo. Cioè di quella pioggia di fiori che le cadeva sopra. // 7. Sul lembo. Della sua veste. // 11. Su l’onde. Del fiume in sulla cui riva ella era assisa. // 12-13. Con un vago errore Girando. Cioè, vagando qua o la, ovvero errando leggiadramente, e aggirandosi.

    Quante volte diss’io
    Allor pien di spavento:
    Costei per fermo nacque in Paradiso!
    Così carco d’oblio
    Il divin portamento
    E ’l volto e le parole e ’l dolce riso
    M’aveano, e sì diviso
    Da l’immagine vera,
    Ch’i’ dicea sospirando:
    Qui come venn’io, o quando?
    Credendo esser in Ciel, non là dov’era.
    Da indi in qua mi piace
    Quest’erba sì, ch’altrove non ò pace.

    Verso 2. Pien di spavento. Effetto del tormentoso desiderio cagionato in me da quella stupenda bellezza che io vedeva in Laura. // 3. Per fermo. Per certo. Certamente. // 4-9. Il divino portamento della persona, il volto, le parole e il soave riso di colei, m’avevano sì fattamente carco d’oblio, cioè confuso e tratto d’intendimento, e così diviso dalla immagine vera, cioè alienato dalla vera opinione, dal concetto vero, dal conoscimento di ciò che io vedeva, per modo, ch’io dicea sospirando. // 11. Credendo. Perocchè io mi credeva. Dov’era. Dove io era veramente.

    Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
    Potresti arditamente
    Uscir del bosco e gir infra la gente.

    Verso 1. Se tu fossi così bene acconcia o adorna come desidereresti di essere. Parla alla Canzone.


    CANZONE XII.
    Lontano da Laura, si riconforta
    trovando la sua bella immagine da per tutto.

    In quella parte dove Amor mi sprona,
    Convèn ch’io volga le dogliose rime,
    Che son seguaci de la mente afflitta.
    Quai fien ultime, lasso, e qua’ fien prime?
    Colui che del mio mal meco ragiona,
    Mi lascia in dubbio; sì confuso ditta.
    Ma pur quanto l’istoria trovo scritta
    In mezzo ’l cor, che sì spesso rincorro,
    Con la sua propria man, de’ miei martiri,
    Dirò; perchè i sospiri,
    Parlando, àn triegua, ed al dolor soccorro.
    Dico, che, perch’io miri
    Mille cose diverse attento e fiso,
    Sol una donna veggio e ’l suo bel viso.

    Versi 1-3. Viene a dire: io mi trovo costretto a cantare, a prendere per materia delle mie rime, Laura e l’amor mio. // 4. Fien. Saranno. - *Staz.: «Quid primum, mediumque canam, quo fine quiescam.»* // 5. Cioè Amore. // 6. Mi lascia in dubbio. Cioè, donde io debba incominciare e dove finire. Confuso. Confusamente. Ditta. Detta. Verbo. // 7-9. Ma nondimeno per quanto, secondo che, trovo nel cuor mio scritta colla propria mano di Amore, la istoria de’ miei martirii, la quale rincorro, io soglio riandare, rileggere, così spesso. // 10. Dirò. Parlerò. Canterò. I sospiri. I miei sospiri. // 11. Ed al dolor soccorro. E perchè, parlando, io soccorro al dolore, cioè alleggerisco il mio dolore. // 12-13. Dico. Dico adunque. Perch’io miri Mille cose diverse. Per quante cose diverse io miri. Per mirar che io faccia mille cose diverse.

    Poi che la dispietata mia ventura
    M’à dilungato dal maggior mio bene,
    Noiosa, inesorabile e superba;
    Amor col rimembrar sol mi mantène:
    Onde s’io veggio in giovenil figura
    Incominciarsi ’l mondo a vestir d’erba,
    Parmi veder in quella etate acerba,
    La bella giovenetta, ch’ora è donna:
    Poi che sormonta riscaldando il sole,
    Parmi qual esser sòle
    Fiamma d’amor che ’n cor alto s’indonna.
    Ma quando il dì si dòle
    Di lui che passo passo addietro torni,
    Veggio lei giunta a’ suoi perfetti giorni.

    Verso 1. Ventura. Fortuna. // 2. Dilungato. Allontanato. Dal maggior mio bene. Cioè da Laura. // 3. Questo verso si riferisce alla voce ventura. Noiosa vale travagliosa, dispiacevole, acerba. // 4. Col rimembrar sol mi mantène. Mi sostenta solo colle reminiscenze, colle rimembranze; cioè di Laura. Mantène sta per mantiene. // 5-14. Onde qualunque cosa che io vegga, come, per modo di esempio, la primavera, la state, l’autunno, mi richiama alla mente Laura e l’amor mio. Se io veggo il mondo, in sembianza giovanile, incominciarsi a vestir d’erba, cioè a dire, se io veggo la primavera, parmi di veder colei, che ora è donna, dico di vederla ancor giovanetta e in quella etate acerba, cioè nella età immatura, verde. Quando il sole sormonta, cioè monta su via via, riscaldando (che è al tempo della state), io lo assomiglio a una fiamma di amore che a poco a poco s’indonna, cioè si fa signora, di un animo alto, cioè grande e nobile. E quando il giorno duolsi di quello, dico del sole, che tornando passo passo indietro, lasci lui vincere dalla notte, che è quanto dire in autunno, io veggo Laura giunta alla età matura. Sòle, nel decimo verso, sta per suole.

    In ramo fronde, ovver vïole ’n terra
    Mirando a la stagion che ’l freddo perde,
    E le stelle migliori acquistan forza;
    Negli occhi ò pur le vïolette e ’l verde
    Di ch’era nel principio di mia guerra
    Amor armato sì ch’ancor mi sforza;
    E quella dolce leggiadretta scorza
    Che ricopria le pargolette membra
    Dov’oggi alberga l’anima gentile,
    Ch’ogni altro piacer vile
    Sembrar mi fa; sì forte mi rimembra
    Del portamento umíle,
    Ch’allor fioriva, e poi crebbe anzi agli anni,
    Cagion sola e riposo de’ mie’ affanni.

    Verso 2. Mirando. Cioè mirando io. A la. Nella. Che. Nella quale. Perde. Perde della sua forza. È vinto. // 3. Le stelle migliori. Le costellazioni e gli astri delle stagioni calde o temperate dell’anno. // 4-6. Mi par di vedere quelle violette e quel verde di che Amore nel cominciamento della mia passione era armato in guisa che anche oggi egli mi fa forza. Pare che voglia intendere dei fiorellini di cui Laura fosse solita di adornarsi nella sua prima giovanezza. // 7. Intende le vesti colorate, o come altri vuole, la pelle dilicata e candida. // 8. Le pargolette membra. Cioè le tenere membra di Laura giovanetta. // 11. Sì forte mi rimembra. Sì viva e gagliarda ricordanza nasce allora in me. Si riferisce alle parole del quarto verso negli occhi ho pur. // 12. Di quella modestia del sembiante e degli atti di Laura. // 13. Allor. Cioè nella prima giovinezza di Laura e nel principio della mia passione amorosa. Anzi agli anni. Più prestamente che a proporzione degli anni. // 14. Mie’. Miei.

    Qualor tenera neve per li colli
    Dal Sol percossa veggio di lontano,
    Come ’l Sol neve mi governa Amore,
    Pensando nel bel viso più che umano,
    Che può da lunge gli occhi miei far molli,
    Ma da presso gli abbaglia, e vince il core;
    Ove, fra ’l bianco e l’aureo colore,
    Sempre si mostra quel che mai non vide
    Occhio mortal, ch’io creda, altro che ’l mio;
    E del caldo desio,
    Ch’è quando, i’ sospirando, ella sorride,
    M’infiamma sì, che obblio
    Nïente apprezza, ma diventa eterno;
    Nè state il cangia, nè lo spegne il verno.

    Verso 1. Qualor. Qualunque volta. Sempre che. Ogni volta che. // 3. Amore mi governa come il sole la neve. Cioè fa di me quello che fa il sole della neve. Suppliscasi: dico fra me. // 4. Pensando. Cioè mi governa, pensando io. Nel. Al. Più che umano. Sovrumano. - Pensando nel: potrebbe questa frase indicare un pensiero, una considerazione più intensa della solita frase pensare al. [A.] // 5. Da lunge. Cioè quando io non lo veggo. // 7-13. Nel qual viso, tra il color bianco della carne e il dorato dei capelli, sempre si mostra, cioè apparisce, quello che, per quanto io credo, non fu mai veduto da occhio mortale eccetto che dal mio (vuol dire la bellezza interna, e le perfezioni dell’animo di Laura); quello, dico, che m’infiamma di un desiderio ardente; e ciò avviene allora che sospirando io, ella sorride; il qual desiderio è tale che niente apprezza obblio, cioè non teme di mancare, di venir meno, ma diventa eterno.

    Non vidi mai dopo notturna pioggia
    Gir per l’aere sereno stelle erranti,
    E fiammeggiar fra la rugiada e ’l gelo,
    Ch’i’ non avessi i begli occhi davanti,
    Ove la stanca mia vita s’appoggia,
    Qual’io gli vidi a l’ombra d’un bel velo:
    E sì come di lor bellezze il cielo
    Splendea quel dì, così, bagnati ancora,
    Li veggio sfavillar: ond’io sempre ardo.
    Se ’l Sole levarsi sguardo,
    Sento il lume apparir che m’innamora;
    Se tramontarsi al tardo,
    Parmel veder quando si volge altrove,
    Lassando tenebroso onde si move.

    Versi 4-9. Che non mi paresse, senza che mi paresse, vedermi dinanzi quei begli occhi ai quali si appoggia la mia stanca vita, cioè a dire, che sono conforto e sostegno della mia vita misera; dico vedermeli dinanzi quali io li vidi una volta adombrati da un velo, che ricopriva il loro pianto. E parmi di vederli, quantunque così lagrimosi, sfavillare, nel modo che io vidi quella volta risplendere delle loro bellezze il cielo: del qual fulgore dei medesimi io ardo sempre. // 10. Sguardo. Miro. // 11. Cioè, parmi vedere apparire gli occhi di Laura. // 12. Se tramontarsi. Se veggo il sole tramontare. Al tardo. In sul tardi. A sera. // 13. Parmi vedere il lume che m’innamora, cioè gli occhi di Laura, volgersi altrove. // 14. Onde si move. Il luogo ond’esso si ritira.

    Se mai candide rose con vermiglie
    In vasel d’oro vider gli occhi miei,
    Allor allor da vergine man colte;
    Veder pensaro il viso di colei
    Ch’avanza tutte l’altre maraviglie
    Con tre belle eccellenzie in lui raccolte:
    Le bionde trecce sopra ’l collo sciolte,
    Ov’ogni latte perderia sua prova;
    E le guance, ch’adorna un dolce foco.
    Ma pur che l’ôra un poco
    Fior bianchi e gialli per le piagge mova,
    Torna a la mente il loco
    E ’l primo dì ch’i’ vidi a l’aura sparsi
    I capei d’oro, ond’io sì subito arsi.

    Verso 1. Se mai. Se alcuna volta. Se talvolta. // 3. Allor allor. Pur allora. Pur dianzi. // 4. Veder pensaro. Credettero, s’immaginarono, di vedere. - E nondimeno quel pensarono riferito agli occhi non mi pare lodevole. [A.] // 5. Che. Cioè il qual viso. Avanza. Supera. Maraviglie. Cose meravigliose. // 6. Con. Dipende dal verbo avanza. // 7-9. Le tre eccellenze sono il biondo dei capelli, il bianco del collo e il vermiglio delle guance. Ov’ogni latte perderia sua prova. Vuol dire: dal quale, cioè dal collo, ogni latte sarebbe vinto di bianchezza. // 10. Ma pur che l’ôra un poco. Ma solo che l’aria un poco. // Mova. Agiti. // 12. Torna. Mi torna. // 13. A l’aura. È detto con sentimento doppio, e vale in un tempo all’aria e a Laura.

    Ad una ad una annoverar le stelle,
    E ’n picciol vetro chiuder tutte l’acque
    Forse credea quando in sì poca carta
    Novo pensier di ricontar mi nacque
    In quante parti il fior de l’altre belle,
    Stando in sè stessa, à la sua luce sparta,
    Acciò che mai da lei non mi diparta:
    Nè farò io; e se pur talor fuggo,
    In cielo e ’n terra m’à racchiusi i passi;
    Perchè agli occhi miei lassi
    Sempre è presente, ond’io tutto mi struggo;
    E così meco stassi,
    Ch’altra non veggio mai, nè veder bramo,
    Nè ’l nome d’altra ne’ sospir miei chiamo.

    Versi 1-14. Ma forse io ho creduto di potere annoverare, cioè contare, numerare, le stelle a una a una, e chiudere tutte le acque del mondo in un picciol vaso, quando mi è nato il nuovo, cioè strano, pensiero di raccontare con una breve canzone, in quante parti il fiore delle altre belle, cioè Laura, senza uscir di sè stessa, ha sparsa la sua luce (che viene a dire, quante cose mi recano alla fantasia la immagine di Laura): il che ella ha fatto, acciocchè io mai non mi parta dall’amor suo; cosa che io già non sono per fare; o se anche cerco talvolta di partirmene, ella (con avere sparsa la sua luce in tante parti) mi ha serrato i passi in cielo e in terra, cioè in ogni dove; perocchè ogni cosa me la rappresenta al pensiero, onde io mi disfaccio e consumo tutto; ed ella sta sempre meco per modo, che io non veggo mai nè bramo vedere altra donna, nè chiamo ne’ miei sospiri altro nome che il suo.

    Ben sai, Canzon, che quant’io parlo è nulla
    Al celato amoroso mio pensiero
    Che dì e notte nella mente porto;
    Solo per cui conforto
    In così lunga guerra anco non pèro:
    Chè ben m’avria già morto
    La lontananza del mio cor, piangendo;
    Ma quinci da la morte indugio prendo.

    Verso 1. Quant’io parlo. Tutto ciò che io dico. Ogni mio dire. // 2. Al. Rispetto al. A comparazione, a proporzione, del. // 4-5. Il qual pensiero, col conforto che egli mi porge, è sola cagione che in così lungo affanno e travaglio, ancora io non vengo meno. // 6. Chè. Perocchè. Ben. Certamente. Morto. Ucciso. // 7. La lontananza del mio cor. Cioè la lontananza di Laura. Piangendo. Cioè piangendo io. // 8. Ma col detto conforto vengo ritardando il morire, cioè mantenendomi in vita.


    CANZONE XIII.
    Nemico de’ luoghi abitati, ama le solitudini
    per isfogarvi il suo cuore.

    Di pensier in pensier, di monte in monte
    Mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
    Provo contrario a la tranquilla vita.
    Se ’n solitaria piaggia, rivo o fonte,
    Se ’n fra duo poggi siede ombrosa valle,
    Ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
    E, come Amor la ’nvita,
    Or ride or piagne, or teme or s’assicura:
    E ’l volto che lei segue, ov’ella il mena,
    Si turba e rasserena,
    Ed in un esser picciol tempo dura;
    Onde a la vista uom di tal vita esperto
    Diria: questi arde, e di suo stato è incerto.

    Versi 2-3. Ch’ogni segnato calle Provo contrario a la tranquilla vita. Perocchè ogni via praticata dagli uomini mi riesce contraria alla tranquillità della vita. Cioè a dire, io non trovo pace in alcun luogo praticato dagli uomini. // 4. Rivo o fonte. Il verbo al quale questi due nomi si riferiscono, è siede, che sta nel verso seguente, se ben questa voce, rispetto al suo significato, appartiene più propriamente ad ombrosa valle, a cui pure è congiunto. // 6. L’alma. Cioè l’alma mia. // 7. E secondo che Amore le pone innanzi un pensiero o un altro. // 8. Virg.: «Hinc metuunt, cupiuntque, dolent, gaudentque.»* // 9. Il volto. Cioè il volto mio. Che lei segue. Che segue l’anima. Così si conforma allo stato e ai movimenti dell’anima. // 11. E poco dura in un medesimo stato. // 12. A la vista. Al solo vedermi. Uom di tal vita esperto. Uno che avesse esperienza di sì fatta vita, cioè di una vita coma la mia. // 13. Ovid.: «Et qui te videat dicere possit: amat.»*

    Per alti monti e per selve aspre trovo
    Qualche riposo; ogni abitato loco
    È nemico mortal degli occhi miei.
    A ciascun passo nasce un pensier novo
    De la mia donna, che sovente in gioco
    Gira il tormento ch’i’ porto per lei;
    Ed a pena vorrei
    Cangiar questo mio viver dolce amaro,
    Ch’i’ dico: forse ancor ti serva Amore
    Ad un tempo migliore;
    Forse a te stesso vile, altrui se’ caro:
    Ed in questa trapasso sospirando:
    Or potrebb’esser vero? or come? or quando?

    Verso 4. Nasce. Mi nasce. // 5. De la. Sopra la. Intorno alla. Che. Il qual pensiero. // 6. Gira. Volge. Porto. Ho. Sento. Patisco. // 7-13. E appena mi nasce un pensiero che mi consiglia di cangiare questa mia vita a un tempo dolce ed amara, che un altro pensiero sopravviene e mi dice: forse Amore ti riserba ancora a un tempo più lieto; forse mentre che tu stesso ti hai a vile, altri, cioè Laura, ti ama. E qui sospirando passo a pensare e dire tra me medesimo: or potrebbe ciò esser vero? e come? e quando?

    Ove porge ombra un pino alto od un colle
    Talor m’arresto, e pur nel primo sasso
    Disegno con la mente il suo bel viso.
    Poi ch’a me torno, trovo il petto molle
    De la pietade; ed allor dico: ahi lasso,
    Dove se’ giunto: ed onde se’ diviso!
    Ma mentre tener fiso
    Posso al primo pensier la mente vaga,
    E mirar lei, ed obblïar me stesso,
    Sento Amor sì da presso
    Che del suo proprio error, l’alma s’appaga:
    In tante parti e sì bella la veggio,
    Che se l’error durasse, altro non cheggio.

    Verso 2. E pur nel primo sasso. E nel primo sasso che a caso mi vien veduto. // 3. Suo. Di Laura. // 4-13. Quando da quella immaginazione ritorno in me stesso, trovo per la tenerezza, il petto bagnato di lagrime; e allora dico: oh misero, dove sei tu ora, e donde, cioè da quanto cara e dolce immaginazione, sei tu partito! Ma finchè io posso tener fissa nel primo pensiero, cioè nella predetta immaginazione, la mia mente vaga, cioè instabile, e così mirar la mia donna obbliando me stesso, io sento, per dir così, l’oggetto dell’amor mio così vicino, che l’anima mia s’appaga del suo proprio errore. E per questo così fatto modo io veggo Laura in tante cose, e veggola così bella, che se tali inganni del mio pensiero fossero durevoli, io non chiederei di più. Cheggio nell’ultimo verso sta per chiedo.

    I’ l’ò più volte (or chi fia che mel creda?)
    Ne l’acqua chiara e sopra l’erba verde
    Veduta viva, e nel troncon d’un faggio,
    E ’n bianca nube sì fatta che Leda
    Avria ben detto che sua figlia perde,
    Come stella che ’l Sol copre col raggio:
    E quanto in più selvaggio
    Loco mi trovo e ’n più deserto lido,
    Tanto più bella il mio pensier l’adombra.
    Poi quando il vero sgombra
    Quel dolce error, pur lì medesmo assido
    Me freddo, pietra morta in pietra viva,
    In guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.

    Versi 1-6. Più volte (chi mel crederà?) io ho veduta Laura nell’acqua chiara, sopra l’erba verde, nel tronco di un faggio, in una bianca nube; e l’ho veduta come viva, e sì fatta, cioè, così bella, che Leda avrebbe confessato che sua figlia, cioè a dire Elena, è inferiore a colei di bellezza, ed è vinta al paragone, come una stella che sia coperta dalla luce del sole. // 7-8. E quanto è più selvaggio e deserto il luogo dove io mi trovo. // 9. L’adombra. La dipinge. La immagina. // 10. Sgombra. Discaccia via. // 11-12. Pur lì medesmo. Quivi medesimo. In quello stesso luogo appunto nel quale io mi trovo. Assido Me. Mi assido. In pietra viva. Cioè, sopra un sasso naturale. - *Ovid. in persona di Arianna: «Aut mare prospiciens in saxo frigida sedi: Quamque lapis sedes, tam lapis ipsa fuit.»*

    Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
    Verso ’l maggiore e ’l più spedito giogo,
    Tirar mi suole un desiderio intenso:
    Indi i miei danni a misurar con gli occhi
    Comincio, e ’ntanto lagrimando sfogo
    Di dolorosa nebbia il cor condenso,
    Allor ch’i’ miro e penso,
    Quanta aria dal bel viso mi diparte,
    Che sempre m’è sì presso e sì lontano.
    Poscia fra me pian piano:
    Che fai tu lasso? forse in quella parte
    Or di tua lontananza si sospira:
    Ed in questo pensier l’alma respira.

    Versi 1-3. Un desiderio intenso mi suol tirare, cioè indurre a salire, in sul giogo più alto e più libero, dove non tocchi, cioè non giunga, ombra di altra montagna. // 4. Indi. Di colà. Stando colà. I miei danni. Vuol dir l’intervallo che è tra il luogo ove si trova egli e quello ove è Laura. // 6. Di dolorosa nebbia. Dipende da condenso. Condenso. Cioè pregno, ingombro. // 8. Quanta aria. Cioè quanto spazio. Dal bel viso. Cioè da Laura. Diparte. Divide. // 9. M’è sì presso e sì lontano. Mi è sì vicino per virtù del mio pensiero e della mia immaginativa, e sì lontano in effetto. // 10. Fra me. Suppliscasi: dico. // 11. In quella parte. Cioè colà, dove è Laura.

    Canzone, oltra quell’alpe,
    Là dove ’l cielo è più sereno e lieto,
    Mi rivedrai sovra un ruscel corrente,
    Ove l’aura si sente
    D’un fresco ed odorifero laureto.
    Ivi è ’l mio cor, e quella che ’l m’invola:
    Qui veder puoi l’immagine mia sola.

    Verso 3. Mi rivedrai. Cioè vedrai la mia vera persona, la quale non è qui, ma là, dove è Laura. Sovra. In riva di. // 4-5. Modo di dire allegorico, che significa; ove sta Laura. // 6. Che ’l m’invola. Che me lo invola. // 7. Qui. Nel luogo dove ora è, contrapposto ad ivi, cioè nel luogo dove poi sarà. [A.]


    SONETTO LXXXVI
    Allontanandosi da Laura, piange, sospira,
    e si conforta colla sua immagine.

    Poi che ’l cammin m’è chiuso di mercede,
    Per disperata via son dilungato
    Dagli occhi ov’era (i’ non so per qual fato)
    Riposto il guidardon d’ogni mia fede.
    Pasco ’l cor di sospir, ch’altro non chiede;
    E di lagrime vivo, a pianger nato;
    Nè di ciò duolmi; perchè in tale stato
    È dolce il pianto più ch’altri non crede:
    E solo ad una immagine m’attengo,
    Che fe non Zeusi o Prassitele o Fidia,
    Ma miglior mastro e di più alto ingegno.
    Qual Scizia m’assicura o qual Numidia,
    S’ancor non sazia del mio esilio indegno,
    Così nascosto mi ritrova invidia?

    Verso 1. Poichè mi è impedito di ottener pietà. Poichè io non posso ottener pietà. // 2. Disperatamente mi sono allontanato. // 4. Guidardon. Guiderdone. Premio. // 5-6. *Ovid. Met. «Cura, dolorque animi, lacrimæque alimenta fuerunt.»* // 8. Ch’altri non crede. Che non si crede. // 9. E non ho altro conforto e sostegno che una immagine. Vuol dir la immagine di Laura stampata nella sua mente. // 10. Che. Accusativo. // 11. Intende di Amore. // 12. M’assicura. Mi potria far sicuro. // 13. Del mio esilio. Chiama esilio la sua lontananza da Laura. Indegno. Non meritato.


    SONETTO LXXXVII.
    Spera che, aggiungendo nuova forza alle sue rime,
    ella gli sarà più pietosa.

    Io canterei d’amor sì novamente,
    Ch’al duro fianco il dì mille sospiri
    Trarrei per forza, e mille alti desiri
    Raccenderei ne la gelata mente;
    E ’l bel viso vedrei cangiar sovente,
    E bagnar gli occhi, e più pietosi giri
    Far, come suol chi degli altrui martiri
    E del suo error, quando non val, si pente;
    E le rose vermiglie infra la neve
    Mover da l’ôra, e discovrir l’avorio,
    Che fa di marmo chi d’appresso ’l guarda:
    E tutto quel, perchè nel viver breve
    Non rincresco a me stesso, anzi mi glorio
    D’esser servato a la stagion più tarda.

    Verso 1. Io canterei. Io vorrei cantare. Sì novamente. Sì mirabilmente. In maniera sì maravigliosa. // 2. Al duro fianco. Dal duro fianco di Laura. Il dì mille sospiri. Mille sospiri il dì, cioè ciascun dì. // 3. Alti desiri. Porrei in considerazione dei giovani questo epiteto. [A.] // 4. Ne la gelata mente. Di Laura. // 5. Cangiar. Cangiarsi. // 6. Bagnar. Bagnarsi. // 8. Quando non val. Troppo tardi. Quando il pentirsi è inutile. // 9. Le rose vermiglie. Le labbra. La neve. Il candore del volto. // 10. Mover. Esser mosse. Ôra. Aura. Aria. Intende il fiato di Laura, e vuol dire che egli indurrebbe colei a favellargli. L’avorio. I denti. // 11. Fa di marmo. Fa come impietrire. // 12-13. E tutto quel, perchè nel viver breve Non rincresco a me stesso. E vedrei somiglianti effetti nascere in tutte quelle cose, cioè in tutte quelle parti di Laura, per le quali questa breve vita non mi viene a noia. // 14. Di essere destinato a vivere in questo secolo tardo, cioè vecchio, che vuol dir tralignato e corrotto. Altri spiegano: di essere riserbato a vivere insino alla vecchiezza.


    SONETTO LXXXVIII.
    Vorrebbe spiegare il perchè di tanti effetti
    contrari in Amore, e nol sa.

    S’amor non è, che dunque è quel ch’i’ sento?
    Ma s’egli è amor, per Dio, che cosa e quale?
    Se buona, ond’è l’effetto aspro mortale?
    Se ria, ond’è sì dolce ogni tormento?
    S’a mia voglia ardo, ond’è ’l pianto e ’l lamento
    S’a mal mio grado, il lamentar che vale?
    O viva morte, o dilettoso male,
    Come puoi tanto in me s’io nol consento?
    E s’io ’l consento, a gran torto mi doglio.
    Fra sì contrari venti, in frale barca
    Mi trovo in alto mar, senza governo,
    Sì lieve di saver, d’error sì carca,
    Ch’i’ medesmo non so quel ch’io mi voglio,
    E tremo a mezza state, ardendo il verno.

    Verso 1. Che cosa è quello che io sento, se non è amore? // 2. Che cosa e quale? Suppliscasi: è. // 5. A mia voglia. Volontariamente. // 6. A mal mio grado. Mio mal grado. Contro mia voglia. // 11. Senza governo. Senza timone. Dipende dalla voce barca del verso dietro. // 12. Dipende da barca. Saver è detto per sapere, nome.


    SONETTO LXXXIX.
    Incolpa Amore delle miserie in cui è avvolto
    senza speranza di uscirne.

    Amor m’à posto come segno a strale,
    Come al Sol neve, come cera al foco,
    E come nebbia al vento; e son già roco,
    Donna, mercè chiamando; e voi non cale.
    Dagli occhi vostri uscio ’l colpo mortale,
    Contra cui non mi val tempo nè loco;
    Da voi sola procede (e parvi un gioco)
    Il sole e ’l foco e ’l vento, ond’io son tale.
    I pensier son saette, e ’l viso un sole,
    E ’l desir foco; e ’nsieme con quest’arme
    Mi punge Amor, m’abbaglia e mi distrugge;
    E l’angelico canto e le parole,
    Col dolce spirto ond’io non posso aitarme,
    Son l’aura innanzi a cui mia vita fugge.

    Verso 3. Son. Son divenuto. // 4. Mercè chiamando. A forza d’implorar pietà. E voi non cale. E a voi non ne cale. E voi non ve ne date pensiero. Voi qui, come in altri luoghi degli antichi, è terzo caso. // 8. Son tale. Sono nello stato che io dico. // 10. Insieme. A un tempo. // 11. Mi punge. Cioè colle saette, che sono i pensieri. M’abbaglia. Col sole, ch’è il vostro viso. Mi distrugge, Col fuoco, ch’è il desiderio. // 13. Spirto. Fiato. Onde. Da cui. Contro a cui. Aitarme. Aiutarmi. // 14. L’aura. Allude al nome di Laura. Innanzi a cui mia vita fugge. Cioè, che mi riduce all’estremo, in pericolo della vita; che mi uccide.


    SONETTO XC.
    Richiama Laura a veder la crudele agitazione
    in cui essa sola lo ha posto.

    Pace non trovo, e non ò da far guerra;
    E temo e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
    E volo sopra ’l cielo, e giaccio in terra;
    E nulla stringo, e tutto ’l mondo abbraccio.
    Tal m’à in prigion che non m’apre nè serra,
    Nè per suo mi ritèn nè scioglie il laccio;
    E non m’ancide Amore e non mi sferra,
    Nè mi vuol vivo nè mi trae d’impaccio.
    Veggio senz’occhi; e non ho lingua, e grido;
    E bramo di perire, e cheggio aita;
    Ed ò in odio me stesso ed amo altrui:
    Pascomi di dolor; piangendo rido;
    Egualmente mi spiace morte e vita.
    In questo stato son, Donna, per vui.

    Verso 4. Tutto ’l mondo abbraccio. Colle mie speranze smisurate e folli. // 5. Tal m’à in prigion che. Mi ha in prigione una tale che. // 6. Per suo. Come suo. Ritèn. Ritiene. // 7. Ancide. Uccide. Sferra. Scatena. // 10. Cheggio. Chiedo. // 11. Altrui. Cioè Laura. // 14. Per vui. Per voi. Cioè, per cagion vostra.


    CANZONE XIV.
    Dimostra che l’infelicità del suo stato è una cosa
    straordinaria e nova.

    Qual più diversa e nova
    Cosa fu mai in qualche stranio clima,
    Quella, se ben si stima,
    Più mi rassembra; a tal son giunto, Amore.
    Là, onde ’l dì vèn fore,
    Vola un augel che sol senza consorte,
    Di volontaria morte
    Rinasce, e tutto a viver si rinnova.
    Così sol si ritrova
    Lo mio voler, e così in su la cima
    De’ suoi alti pensieri al Sol si volve,
    E così si risolve,
    E così torna al suo stato di prima;
    Arde, e more, e riprende i nervi suoi;
    E vive poi con la fenice a prova.

    Verso 1. Qual. Qualunque. Diversa e nova. Straordinaria e mirabile. // 2. Stranio. Straniero. Forestiero. // 3. Se ben si stima. Se rettamente si giudica. // 4. Mi rassembra. Mi si assomiglia. A tal son giunto. In tale stato sono ridotto. // 5. Colà donde nasce il sole. Cioè, nelle parti d’oriente. Vèn sta per viene, Fore per fuori. // 6. Un augel. Cioè la fenice. Senza consorte. Senz’altro augello della sua specie. Senza marito o moglie. - Consorte: qui sta meglio interpretarlo secondo l’etimologia, compagno di sorte. [A.] // 9-12. Così la mia passione amorosa è unica al mondo; e di sulla cima de’ suoi pensieri alti, cioè nobilissimi, ovvero, che mirano ad un sublime oggetto, cioè ad ottener l’animo di Laura, essa mia passione, come la fenice dalla cima della sua pira, si volge al sole, cioè a Laura, e come la fenice medesimamente si disfà e consuma. // 15. Con la fenice a prova. A gara colla fenice. Cioè non meno lungamente che la fenice.

    Una pietra è sì ardita
    Là per l’indico mar, che da natura
    Tragge a sè il ferro, e ’l fura
    Dal legno in guisa che i navigi affonde.
    Questo prov’io fra l’onde
    D’amaro pianto; che quel bello scoglio
    À col suo duro orgoglio
    Condotta ov’affondar convèn mia vita;
    Così l’alma à sfornita
    (Furando ’l cor, che fu già cosa dura,
    E me tenne un, ch’or son diviso e sparso)
    Un sasso a trar più scarso
    Carne che ferro. O cruda mia ventura!
    Che ’n carne essendo, veggio trarmi a riva
    Ad una viva dolce calamita.

    Verso 1. Una pietra è. Trovasi una pietra. Intende della calamita. - Ardita. Far vive e operanti le cose morte ed inerti, non è (come dissero molti) l’essenza della poesia, è nondimeno gran parte delle bellezze poetiche. [A.] // 2. Da natura. Per sua natura. // 4. I navigi. Le navi. Affonde. Affondi. Mandi a fondo. // 5. Questo prov’io. Il simile provo io. Il simile accade a me. // 6. Quel bello scoglio. Cioè Laura. // 8. Ridotta la mia vita in termine che le conviene affondare, cioè andare a fondo. // 9-13. Per tal modo un sasso più scarso a trar carne che ferro, cioè avido di trar carne in vece di ferro, solito di trarre a sè non ferro ma carne, ha sguernita l’anima mia, rubando il cuore, il quale già un tempo, siccome è il ferro, fu cosa dura, cioè a dir saldo e freddo incontro ad amore, e come fa il ferro alle navi, mi tenne uno, cioè tenne le mie parti congiunte insieme, laddove ora io sono diviso e sparso, vivendo parte in me medesimo e parte in Laura. // 14. A riva. A fine. A morte. // 15. Ad. Da.

    Ne l’estremo occidente
    Una fera è soave e queta tanto,
    Che nulla più; ma pianto
    E doglia e morte dentro agli occhi porta:
    Molto convène accorta
    Esser qual vista mai vèr lei si giri:
    Pur che gli occhi non miri,
    L’altro puossi veder securamente.
    Ma io, incauto dolente,
    Corro sempre al mio male; e so ben quanto
    N’ò sofferto e n’aspetto; ma l’ingordo
    Voler, ch’è cieco e sordo,
    Sì mi trasporta, che ’l bel viso santo
    E gli occhi vaghi, fien cagion ch’io pèra,
    Di questa fera angelica, innocente.

    Verso 2. Una fera è. Trovasi una fera. Cioè la catopleba, animale che fu detto essere in Etiopia, e cadere immantinente morto chiunque lo vegga negli occhi (Ved. Plin., lib. 8, cap. 21). // 5-6. Molto convène accorta Esser. Conviene che sia molto accorta. Cioè debbe aver molto riguardo. Qual. Qualunque. // 8. L’altro. Il resto del corpo della fiera. // 9. Dolente. Misero. // 10. Al mio male. Vuol dir gli occhi e il viso di Laura. Quanto. Ciò che. // 11. Ingordo. Avido. // 12. Voler. Appetito. // 13. Sì mi trasporta, che. Mi trasporta in guisa, che. // 14. Fien. Saranno. // 15. Di. Si riferisce al bel viso santo e agli occhi vaghi.

    Surge nel mezzogiorno
    Una fontana, e tien nome del Sole;
    Che per natura sòle
    Bollir le notti, e ’n sul giorno esser fredda;
    E tanto si raffredda
    Quanto ’l Sol monta, e quanto è più da presso.
    Così avvèn a me stesso,
    Che son fonte di lagrime e soggiorno:
    Quando ’l bel lume adorno,
    Ch’è ’l mio Sol, s’allontana, e triste e sole
    Son le mie luci, e notte oscura è loro;
    Ardo allor: ma se l’oro
    E i rai veggio apparir del vivo Sole,
    Tutto dentro e di fòr sento cangiarme,
    E ghiaccio farme; così freddo torno.

    Verso 1. Surge. Sorge. Cioè scaturisce. Nel mezzogiorno. Nelle parti del mezzogiorno. // 2. E tien nome del Sole. E chiamasi fontana del sole. - *Sil. Ital.: «Stat phano vicina (novum et memorabile) lympha Quæ nascente die, quæ deficiente tepescit, Quæque riget, medium cum sol accedit Olympum. Atque eadem rursus nocturnis fervet in umbris.»* // 3. Che. La qual fontana. Sòle. Suole. // 4. In sul giorno. Il giorno. Di giorno. // 5. Tanto. Tanto maggiormente. // 6. Quanto. Quanto più. Da presso. Vicino. // 7. Avvèn. Avviene. // 8. Soggiorno. Ecco la materia che vittoriosamente ripugna all’intenzione dell’arte. Con buona pace del Petrarca ciascuno sente la poca acconcezza di questa parola. [A.] // 9-10. Il bel lume adorno, Ch’è ’l mio Sol. Cioè il viso di Laura. Sole. Abbandonate. // 11. E notte oscura è loro. E per loro è notte buia. // 12. L’oro. Cioè i capelli. // 13. I rai. Cioè gli occhi. Del vivo Sole. Cioè di Laura. // 14. Di fòr. Di fuori. // 15. E ghiaccio farme. E mi sento divenir ghiaccio. Torno. Divento.

    Un’altra fonte à Epiro
    Di cui si scrive ch’essendo fredda ella,
    Ogni spenta facella
    Accende, e spegne qual trovasse accesa.
    L’anima mia, ch’offesa
    Ancor non era d’amoroso foco,
    Appressandosi un poco
    A quella fredda ch’io sempre sospiro,
    Arse tutta; e martìro
    Simil già mai nè Sol vide nè stella;
    Ch’un cor di marmo a pietà mosso avrebbe:
    Poi che ’nfiammata l’ebbe,
    Rispensela virtù gelata e bella.
    Così più volte à ’l cor racceso e spento
    Io ’l so che ’l sento; e spesso me n’adiro.

    Verso 1. Plin.: «Dodonis Jovis fons cum sit gelidus et immersas faces extinguat, si extincta admoveatur, accendit.»* // 4. Qual. Cioè, ogni facella che. Accusativo. // 8. A quella fredda. Cioè a Laura. Che. Per la quale. // 9-10. Martìro Simil. Accusativo. // 12-13. Poichè colei l’ebbe accesa, una virtù gelata e bella, cioè la castità di colei medesima, la tornò a spegnere. // 14. À ’l cor racceso e spento. Cioè quella fredda, che è Laura, ha racceso e spento il mio cuore.

    Fuor tutti i nostri lidi,
    Ne l’isole famose di Fortuna,
    Due fonti à: chi de l’una
    Bee, mor ridendo; e chi de l’altra, scampa.
    Simil fortuna stampa
    Mia vita, che morir poria ridendo
    Del gran piacer ch’io prendo,
    Se nol temprassen dolorosi stridi.
    Amor, ch’ancor mi guidi
    Pur a l’ombra di fama occulta e bruna,
    Tacerem questa fonte, ch’ogni or piena,
    Ma con più larga vena
    Veggiam quando col Tauro il Sol s’aduna.
    Così gli occhi miei piangon d’ogni tempo,
    Ma più nel tempo che Madonna vidi.

    Verso 1. Fuor. Fuori di. Lontano da. Lidi. Paesi. // 2. Cioè nelle isole dette Fortunate. // 3. À. Avvi. // 4. Mor. Muore. // 5-6. Stampa mia vita. Forma, qualifica, la mia vita. Dà forma e tenore alla mia vita. Poria. Potria. // 7. Del. Per lo. A cagion del. Ch’io prendo. Ch’io provo in amar Laura, in mirarla, e in simili cose. // 8. Se il dolore che io provo altresì per le stesse cagioni, non temperasse questo piacere. // 9-10. Amore, che insino a qui non mi guidi se non dietro all’ombra di una fama incerta e oscura. Cioè, che insino a qui m’hai fatto ragionar solamente di cose lontane, dove io non ho seguitato altro che semplici voci e relazioni incerte. Così spiego io questo luogo, diversamente da tutti gli altri interpreti. Pur qui vale solamente. // 11-13. Poichè tu mi meni pur dietro alle cose lontane e conosciute solo per fama, taceremo dunque di questa fonte della Sorga, presso la quale io mi trovo, e che noi veggiamo coi nostri occhi essere piena e copiosa d’acqua in ogni tempo, ma più copiosa e piena quando il sole si congiunge al segno del toro, cioè nel mese di aprile. // 14. D’ogni tempo. In ogni tempo. // 15. Nel tempo che Madonna vidi. Cioè nel mese di aprile, o nel tempo della primavera, quando io vidi Laura la prima volta.

    Chi spïasse, Canzone,
    Quel ch’i’ fo, tu puoi dir: Sotto un gran sasso
    In una chiusa valle, ond’esce Sorga,
    Si sta; nè chi lo scorga
    V’è, se no Amor che mai nol lascia un passo,
    E l’immagine d’una che lo strugge:
    Chè per sè fugge tutt’altre persone.

    Verso 1. Chi. Se alcuno. Spiasse. Ricercasse. // 12. Quel ch’i’ fo. Che cosa io faccia. // 3. In una chiusa valle. Cioè in Valchiusa. // 4. Scorga. Vegga. // 5. Se no. Se non. // 6. L’immagine. Che esso porta scolpita nell’animo. // 7. Chè. Perocchè. Per sè. Quanto è in lui. Tutt’altre persone. Ogni altra persona.


    SONETTO XCI.
    Non ha coraggio di dirle: Io ti amo; e però conchiude
    di amarla in silenzio.

    Amor, che nel pensier mio vive e regna,
    E ’l suo seggio maggior nel mio cor tène,
    Talor armato ne la fronte vène,
    Ivi si loca ed ivi pon sua insegna.
    Quella ch’amare e sofferir ne ’nsegna,
    E vuol che ’l gran desio, l’accesa spene,
    Ragion, vergogna e reverenza affrene;
    Di nostro ardir fra sè stessa si sdegna.
    Onde Amor paventoso fugge al core,
    Lassando ogni sua impresa, e piange e trema;
    Ivi s’asconde, e non appar più fore.
    Che poss’io far, temendo il mio Signore,
    Se non star seco infino a l’ora estrema?
    Chè bel fin fa chi ben amando more.

    Verso 2. Seggio. Sede. Maggior. Principale. Tène. Tiene. // 3-4. Cioè, alcune volte fornitosi di coraggio, si ardisce a dar segno di sè nel mio viso, e apparisce di fuori. Vène sta per viene; Si loca vale si colloca, si alluoga, si accampa. // 5. Quella che in un medesimo tempo c’insegna ad amare e a sopportare in pace le pene dell’amore. Vuole intender Laura. // 6. Il gran desio, l’accesa spene. Accusativi. // 7. Affrene. Affreni. // 8. Nostro. Cioè, d’Amore e mio. // 9. Paventoso. Pauroso. Spaventato. // 10. Lassando ogni sua impresa. Cioè, ritirandosi dalla intrapresa di scoprirsi e manifestarsi a Laura. // 12. Temendo il mio Signore. Poichè anco il Signor mio, cioè Amore, è impaurito e teme. // 13. Star seco. Stare con esso mio Signore. Cioè perseverar di amare. // 14. Chè. Perocchè. Bel fin fa. Fa bella fine. - *Properz.: «Laus in amando mori.»*


    SONETTO XCII.
    Paragona sè stesso alla farfalla, che, volando
    negli occhi altrui, trova la morte.

    Come talora al caldo tempo sòle
    Semplicetta farfalla al lume avvezza
    Volar negli occhi altrui per sua vaghezza,
    Ond’avvèn ch’ella more, altri si dole;
    Così sempr’io corro al fatal mio sole
    Degli occhi onde mi vèn tanta dolcezza,
    Che ’l fren de la ragione Amor non prezza,
    E chi discerne è vinto da chi vòle.
    E veggo ben quant’elli a schivo m’ànno;
    E so ch’i’ ne morrò veracemente;
    Chè mia vertù non può contra l’affanno:
    Ma sì m’abbaglia Amor soavemente,
    Ch’i’ piango l’altrui noia e no ’l mio danno;
    E, cieca, al suo morir l’alma consente.

    Verso 1. Al. Nel. Sòle. Suole. // Per sua vaghezza. Cioè, invaghita del lucido di essi occhi. // 4. Avvèn. Avviene. More. È uccisa. Altri. Cioè la persona alla quale ella era volata negli occhi. // 6. Degli occhi. Cioè degli occhi di Laura. Vèn. Viene. // 7. Il fren. Accusativo. Non prezza. Disprezza. Non cura. // 8. E l’intelletto è vinto dall’appetito. // 9. Elli. Essi. Cioè gli occhi di Laura. A schivo. A schifo. A noia. In fastidio. // 11. Chè. Perocchè. Vertù. Virtù. Forza. Non può. Non vale. Non è bastante. Non può reggere. // 12. Sì. Tanto. Si riferisce a soavemente. // 13. L’altrui noia. Cioè, la noia che io do a Laura con questo mio correr sempre a mirarla. No ’l mio. Non il mio.


    SESTINA V.
    Narra la storia fedele del suo amore, e dice
    esser ben tempo di darsi a Dio.

    A la dolce ombra de le belle frondi
    Corsi fuggendo un dispietato lume
    Che ’nfin quaggiù m’ardea dal terzo cielo,
    E disgombrava già di neve i poggi
    L’aura amorosa che rinnova il tempo,
    E fiorian per le piagge l’erbe e i rami.

    Verso 1. De le belle frondi. Cioè, delle frondi d’un lauro: sotto l’allegoria del quale in tutta questa Sestina, come altrove, è significata Laura. // 2-3. Fuggendo un dispietato lume ec. Vuol dire: spinto ad amare dai crudeli influssi del pianeta del terzo cielo, cioè del pianeta di Venere. // 4-6. Accenna la stagione della primavera, la quale fu il tempo che il Poeta corse la prima volta all’ombra del lauro, cioè s’innamorò di Laura.

    Non vide il mondo sì leggiadri rami
    Nè mosse ’l vento mai sì verdi frondi,
    Come a me si mostrâr quel primo tempo:
    Tal che temendo de l’ardente lume,
    Non volsi al mio refugio ombra di poggi,
    Ma de la pianta più gradita in cielo.

    Verso 4. De l’ardente lume. Di quello del pianeta di Venere. // 5. Volsi. Volli.

    Un lauro mi difese allor dal cielo;
    Onde più volte, vago de’ bei rami,
    Da poi son gito per selve e per poggi:
    Nè già mai ritrovai tronco nè frondi
    Tanto onorate dal superno lume,
    Che non cangiasser qualitate a tempo.

    Verso 1. Dal cielo. Cioè dalla stella di Venere. // 2. Vago de’ bei rami. Desideroso di piante simili a quella. // 4-6. Vuol dire, che mai non trovò donna le cui qualità e condizioni col variar dei tempi non si cangiassero, come quelle di Laura non si cangiavano mai. Dal superno lume significa dal sole o dagli astri o dal cielo.

    Però più fermo ogni or di tempo in tempo
    Seguendo ove chiamar m’udia dal cielo,
    E scorto d’un soave e chiaro lume,
    Tornai sempre devoto ai primi rami,
    E quando a terra son sparte le frondi,
    E quando ’l Sol fa verdeggiar i poggi.

    Verso l. Più fermo ogni or di tempo in tempo. Con animo, nel progresso del tempo, ogni dì più costante e deliberato. Ogni or vale ognora. // 2. Seguendo ove. Andando colà dove. // 3. Scorto. Guidato. D’un. Da un. Soave e chiaro lume. Cioè quello degli occhi dì Laura. // 5-6. D’autunno e di primavera. O pur d’inverno e di state. Cioè in ogni tempo. Sparte vuol dire sparse.

    Selve, sassi, campagne, fiumi e poggi,
    Quant’è creato, vince e cangia il tempo;
    Ond’io cheggio perdono a queste frondi
    Se, rivolgendo poi molti anni il cielo,
    Fuggir disposi gl’invescati rami
    Tosto ch’incominciai di veder lume.

    Verso 3. Cheggio. Chiedo. A queste frondi. A questo Lauro. // 4. Se poscia, dopo molti anni. // 5. Fuggir disposi. Mi risolvetti a fuggire. Gl’invescati rami. I suoi rami invischiati, cioè intrisi di vischio. // 6. Di veder lume. Cioè a conoscere il vero, a ravvedermi.

    Tanto mi piacque prima il dolce lume,
    Ch’i’ passai con diletto assai gran poggi
    Per poter appressar gli amati rami:
    Ora la vita breve e ’l loco e ’l tempo
    Mostranmi altro sentier di gir al cielo,
    E di far frutto, non pur fiori e frondi.

    Verso 1. Il dolce lume. Degli occhi di Laura. // 2. Cioè sostenni con piacere molto grandi travagli. // 3. Appressar gli. Appressarmi agli. // 4. E ’l loco e ’l tempo. In cui mi trovo. Forse era nella settimana santa o altri giorni sacri. O vuole intendere della sua età provetta. // 6. E di far frutti, e non fiori e frondi solamente.

    Altro amor, altre frondi ed altro lume,
    Altro salir al ciel per altri poggi
    Cerco (chè n’è ben tempo) ed altri rami.


    SONETTO XCIII.
    Sentendo parlar di Amore e di Laura,
    pargli di vedere e sentir Laura stessa.

    Quand’io v’odo parlar sì dolcemente,
    Come Amor proprio a’ suoi seguaci instilla,
    L’acceso mio desir tutto sfavilla,
    Tal che ’nfiammar devria l’anime spente.
    Trovo la bella donna allor presente,
    Ovunque mi fu mai dolce o tranquilla,
    Ne l’abito ch’al suon, non d’altra squilla,
    Ma di sospir, mi fa destar sovente.
    Le chiome a l’aura sparse, e lei conversa
    Indietro veggio; e così bella riede
    Nel cor, come colei che tien la chiave.
    Ma ’l soverchio piacer che s’attraversa
    A la mia lingua, qual dentro ella siede,
    Di mostrarla in palese ardir non ave.

    Verso 1. V’odo. Scrive a qualche amico. // 2. Amor proprio. Amore medesimo. Chi ha inteso qui amor di sè stesso non ha posto mente a quest’uso che fanno a ogni tratto i buoni scrittori, di proprio per medesimo, dicendo io proprio, tu proprio, me proprio, il re proprio e simili. Instilla. Inspira. // 4. Devria. Dovria. Dovrebbe. Spente. Fredde. // 5. Trovo. Parmi vedere. // 6. Ovunque. Tale quale io la vidi ovunque. // 7. Ne l’abito. Nella forma. Nell’atto. Nel portamento. Squilla. Campana. // 8. Mi fa destar sovente. Rapprentandomisi alla immaginazione nel sonno. // 9-10. Conversa Indietro. Rivolta indietro, cioè verso me, come io la vidi talvolta. Riede. Torna. // 11. Tien la chiave. Di esso cuore. // 13. Qual. Dipende dalle parole del verso seguente mostrarla in palese. Dentro. Dentro al cuore. Siede. Sta. Dimora. // 14. Mostrarla in palese. Cioè descriverla con parole. Ave. Ha.


    SONETTO XCIV.
    Quai fossero le bellezze di Laura, quand’egli
    la prima volta se n’invaghì.

    Nè così bello il Sol già mai levarsi
    Quando ’l ciel fosse più di nebbia scarco,
    Nè dopo pioggia vidi ’l celeste arco
    Per l’aere in color tanti variarsi,
    In quanti fiammeggiando trasformarsi,
    Nel dì ch’io presi l’amoroso incarco,
    Quel viso al qual (e son nel mio dir parco)
    Nulla cosa mortal pote agguagliarsi.
    I’ vidi Amor ch’e’ begli occhi volgea
    Soave sì, ch’ogni altra vista oscura
    Da indi in qua m’incominciò apparere.
    Sennuccio, il vidi, e l’arco che tendea,
    Tal che mia vita poi non fu secura,
    Ed è sì vaga ancor del rivedere.

    Verso 5. In quanti. In quanti colori. Trasformarsi. Suppliscasi vidi. // 6. Presi l’amoroso incarco. Cioè innamorai di Laura. // 8. Nulla. Nessuna. Pote. Puote. Può. Agguagliarsi. Compararsi. // 9. Ch’e’ begli occhi. Che i begli occhi, cioè gli occhi di Laura. // 10-11. Oscura da indi in qua m’incominciò apparere. Da indi in qua m’incominciò ad apparire, a parere, oscura. // 12. E l’arco. E vidi similmente l’arco. Che tendea. Che esso Amore tendeva. // 13. Poi. Da indi innanzi. // 14. E nondimeno ella è ancora sì desiderosa di rivedere quella così fatta vista.


    SONETTO XCV.
    In qualunque luogo o stato ei si trovi, vivrà
    sempre sospirando per Laura.

    Ponmi ove ’l Sol occide i fiori e l’erba,
    O dove vince lui ’l ghiaccio e la neve;
    Ponmi ov’è ’l carro suo temprato e leve,
    Ed ov’è chi cel rende o chi cel serba;
    Ponmi in umil fortuna od in superba,
    Al dolce aere sereno, al fosco e greve;
    Ponmi a la notte, al dì lungo ed al breve,
    A la matura etate od a l’acerba;
    Ponm’in cielo od in terra od in abisso,
    In alto poggio, in valle ima e palustre,
    Libero spirto od a’ suoi membri affisso;
    Ponmi con fama oscura o con illustre:
    Sarò qual fui, vivrò com’io son visso,
    Continüando il mio sospir trilustre.

    Verso 1. Ponmi. Mettimi. Ove ’l Sol occide i fiori e l’erba. Nei climi arsi dal sole. Occide sta per uccide. // 2. Lui. Cioè il sole. // 4. Vuol dire: o in oriente, donde il sole ci è come renduto la mattina; o in occidente, dove esso, durante la notte, ci è come serbato. // 8. Acerba. Verde. Immatura. // 11. Affisso. Cioè legato, congiunto. // 13. Visso. Vissuto. - *In questo sonetto il Poeta imita Orazio: «Pone me, pigris ubi nulla campis Arbor æstiva recreatur aura etc.»*


    SONETTO XCVI.
    Loda le virtù e le bellezze di Laura, del cui nome
    vorrebbe riempiere il mondo.

    O d’ardente virtute ornata e calda
    Alma gentil, cui tante carte vergo;
    O sol già d’onestate intero albergo
    Torre in alto valor fondata e salda;
    O fiamma; o rose sparse in dolce falda
    Di viva neve, in ch’io mi specchio e tergo;
    O piacer, onde l’ali al bel viso ergo,
    Che luce sovra quanti ’l Sol ne scalda;
    Del vostro nome, se mie rime intese
    Fossin sì lunge, avrei pien Tile e Battro;
    La Tana, il Nilo, Atlante, Olimpo e Calpe.
    Poi che portar nol posso in tutte quattro
    Parti del mondo, udrallo il bel paese
    Ch’Appennin parte, e ’l mar circonda e l’Alpe.

    Verso 2. Vergo. Scrivo. // 3. O donna che già un tempo, cioè mentre eri donzella, fosti albergo solo, cioè singolare, di onestà intera. // 6. In che. In cui. // 8. Luce. Riluce. Splende. Verbo. Sovra quanti. Più di quanti altri. // 10. Fossin. Fossero. Pien. Empiuto. // 14. Ch’è diviso in due dall’Appennino e circondato dal mare e dalle Alpi. Parte vuol dire divide. Intende dell’Italia.


    SONETTO XCVII.
    I guardi dolci e severi di Laura, lo confortano
    timido, lo frenano ardito.

    Quando ’l voler che con duo sproni ardenti
    E con un duro fren mi mena e regge,
    Trapassa ad or ad or l’usata legge
    Per far in parte i miei spirti contenti;
    Trova chi le paure e gli ardimenti
    Del cor profondo ne la fronte legge;
    E vede Amor che sue imprese corregge,
    Folgorar ne’ turbati occhi pungenti:
    Onde, come colui che ’l colpo teme
    Di Giove irato, si ritragge indietro;
    Chè gran temenza gran desire affrena.
    Ma freddo foco e paventosa speme
    De l’alma, che traluce come un vetro,
    Talor sua dolce vista rasserena.

    Verso 1. Il voler. La passione amorosa. // 3. Trasgredisce di quando in quando la solita legge. Cioè usa con Laura qualche ardimento maggiore del consueto. // 5. Chi. Intende di Laura. // 7. Sue imprese. Cioè, gli ardimenti di esso mio volere. // 8. Ne’ turbati occhi pungenti. Di Laura. // 9-10. Il colpo di Giove irato. Il colpo del fulmine. // 11. Chè. Perocchè. Temenza. Timore. Paura. // 13. De l’alma. Dell’alma mia. // 14. Sua. Di Laura. Vista. Aspetto.


    SONETTO XCVIII.
    Non sa scriver rime degne di Laura, che in riva
    di Sorga e all’ombra del lauro.

    Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro,
    Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, Indo e Gange,
    Tana, Istro, Alfeo, Garonna e ’l mar che frange,
    Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro,
    Non edra, abete, pin, faggio o ginebro
    Poria ’l foco allentar che ’l cor tristo ange,
    Quant’un bel rio ch’ad ogni or meco piange,
    Con l’arboscel che ’n rime orno e celèbro.
    Quest’un soccorso trovo tra gli assalti
    D’Amore, onde convèn ch’armato viva
    La vita, che trapassa a sì gran salti.
    Così cresca ’l bel lauro in fresca riva;
    E chi ’l piantò, pensier leggiadri ed alti
    Ne la dolce ombra, al suon de l’acque, scriva.

    Verso 3. Che frange. Che si frange. // 6. Poria. Potria. Allentar. Mitigare. Il cor. Il mio cuore. Ange. Tormenta. // 7. Quanto. Quanto può allentarlo. Un bel rio. Cioè Sorga. Ad ogni or. Ognora. Di continuo. // 8. Con. E quanto può allentarlo. L’arboscel. Cioè Laura, figurata in un arboscello d’alloro. // 9. Quest’un. Questo solo. // 10. Onde. Per li quali assalti. Ovvero significa: del qual soccorso; e dipende da armato. Convèn. Conviene. Viva. Io viva. // 11. La vita. Accusativo, che dipende da viva. // 12. Così. Voce che significa desiderio. Cresca ’l bel lauro. Cioè cresca Laura in onore e fama. // 13. Chi ’l piantò. Cioè, chi fu autore della fama e gloria di Laura. Intende di sè stesso. // 14. Ne la. Alla. Dolce ombra. Del lauro sopraddetto. De l’acque. Cioè del predetto rivo.


    BALLATA VI.
    Bench’ella siagli men severa, egli non è contento
    e tranquillo nel core.

    Di tempo in tempo mi si fa men dura
    L’angelica figura e ’l dolce riso,
    E l’aria del bel viso
    E degli occhi leggiadri meno oscura.
    Che fanno meco omai questi sospiri,
    Che nascean di dolore,
    E mostravan di fore
    La mia angosciosa e disperata vita?
    S’avvèn che ’l volto in quella parte giri
    Per acquetar il core,
    Parmi veder Amore
    Mantener mia ragione e darmi aita.
    Nè però trovo ancor guerra finita
    Nè tranquillo ogni stato del cor mio;
    Chè più m’arde ’l desio,
    Quanto più la speranza m’assicura.

    Verso. 1. Di tempo in tempo. Coll’andar del tempo. Dura. Aspra. Rigida. // 4. Meno oscura. Mi si fa meno oscura, cioè meno severa, sdegnosa. // 7. Fore. Fuori. // 9. S’avvèn. Se avviene. In quella parte. Cioè verso Laura. Giri. Io giri, cioè rivolga. // 12. Mantener mia ragion. Cioè patrocinar la mia causa appresso Laura. // 14. Nè tranquillo ogni stato. Nè tranquillo pienamente lo stato. // 15. Più. Tanto più. // 16. M’assicura. Mi dà cuore. Mi rincuora.


    SONETTO XCIX.
    Quasi certo dell’amore di Laura, pur non avrà
    pace finch’essa non gliel palesi.

    Che fai, alma? che pensi? avrem mai pace?
    Avrem mai tregua? od avrem guerra eterna?
    Che fia di noi, non so; ma in quel ch’io scerna,
    A’ suoi begli occhi il mal nostro non piace.
    Che pro, se con quegli occhi ella ne face
    Di state un ghiaccio, un fuoco quando verna?
    Ella non, ma colui che gli governa.
    Questo ch’è a noi, s’ella sel vede e tace?
    Talor tace la lingua, e ’l cor si lagna
    Ad alta voce, e ’n vista asciutta e lieta
    Piagne dove mirando altri nol vede.
    Per tutto ciò la mente non s’acqueta,
    Rompendo ’l duol che ’n lei s’accoglie e stagna;
    Ch’a gran speranza uom misero non crede.

    Dialogo del Poeta e della sua propria anima.
    Verso 3. Risponde l’anima. In quel ch’io scerna. Per quanto io posso comprendere. // 4. Suoi. Di Laura. // 5. Soggiunge il Poeta. Che pro. Che vale, che giova, questo? Ne. Ci. Pronome, accusativo. Face. Fa. // 6. Quando verna. Nel verno. // 7. L’anima. Ella non. Non ella. Colui. Cioè Amore. Gli. Li. Cioè quegli occhi. // 8. Il Poeta. Ch’è a noi. Che fa, che monta, a noi? Sel vede. Lo vede. Vede questa cosa, quello che ci è fatto da Amore. // 9. L’anima. // 10. In vista. Sotto un viso. // 11. Dove mirando altri nol vede. Dove altri nol vede quantunque vi miri. Cioè dentro. // 12. Il Poeta. Per. Non ostante. La mente. La mia mente. // 13. Rompendo. E non interrompe. In lei. Cioè in essa mente. S’accoglie. È raccolto. // 14. Chè. Perocchè. A gran speranza. Come è questa che tu, o anima, mi vorresti dare, cioè che Laura dentro di sè si dolga del mio dolore, e mi ami.


    SONETTO C.
    Gli occhi di Laura lo feriron d’amore, ma d’amore
    puro e guidato dalla ragione.

    Non d’atra e tempestosa onda marina
    Fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,
    Com’io dal fosco e torbido pensiero
    Fuggo ove ’l gran desio mi sprona e ’nchina.
    Nè mortal vista mai luce divina
    Vinse, come la mia quel raggio altero
    Del bel dolce soave bianco e nero,
    In che i suoi strali Amor dora ed affina.
    Cieco non già, ma faretrato il veggo;
    Nudo, se non quanto vergogna il vela;
    Garzon con l’ali, non pinto, ma vivo.
    Indi mi mostra quel ch’a molti cela:
    Ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
    Quant’io parlo d’Amore e quant’io scrivo.

    Verso 1. D’atra. Da atra. // 2. Fuggìo. Fuggì. // 3. Come. Così come. // 4. Fuggo ove. Fuggo colà ove. Vuol dire: ricorro alla vista di Laura. // 6. Come. Così come vince. La mia. Cioè la mia vista. Accusativo. // 7. Vuol dire: degli occhi di Laura. // 8. In che. In cui. - *Ovid.: «In quibus occulte spicula tingit amor.»* // 10. Se non quanto vergogna il vela. Eccetto in quelle parti che il pudore vuol che si celino. // 12. Indi. Di là. Cioè da quegli occhi. // 13. Chè. Perocchè. A parte a parte. Parte per parte. Punto per punto. Capo per capo.


    SONETTO CI.
    Condotto a sperare e temer sempre,
    non ha più forza di vivere in tale stato.

    Questa umil fera, un cor di tigre o d’orsa,
    Che ’n vista umana e ’n forma d’angel vène,
    In riso e in pianto, fra paura e spene
    Mi rota sì, ch’ogni mio stato inforsa.
    Se ’n breve non m’accoglie o non mi smorsa,
    Ma pur, come suol far, tra due mi tène;
    Per quel ch’io sento al cor gir fra le vène
    Dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.
    Non può più la vertù fragile e stanca
    Tante varïetati omai soffrire;
    Che ’n un punto arde, agghiaccia, arrossa e ’mbianca.
    Fuggendo spera i suoi dolor finire;
    Come colei che d’ora in ora manca:
    Chè ben può nulla chi non può morire.

    Verso. 1. Fera. Fiera. Sostantivo. Un cor. Che ha un cuore. Questo cuore. // 2. Che ha sembianza umana e forma d’angelo. Vène sta per viene. L’uso di questo verbo nella presente locuzione, è tolto dal latino: «Gratior et pulchro veniens in corpore virtus.» // 4. Ogni mio stato inforsa. Rende il mio stato al tutto incerto. - *Inforsare ai trecentisti era più che rendere incerto, era mettere in pericolo.* // 5. Se ’n breve. Se presto. Non m’accoglie. Non accetta l’amor mio. Non mi smorsa. Non mi cava il morso. Non mi sfrena. Non mi scioglie. Non mi lascia libero. // 6. Ma pur. Ma solo. Ma tuttavia. Tra due. Fra il sì e il no. Tène. Tiene. // 7-8. Secondo che io giudico, da quel dolce veleno che io mi sento andare per le vene al cuore, la mia vita, o Amore, è spacciata, è ita, è finita. // 9. La virtù. La mia forza. // 11. In un punto. In un tempo medesimo. Arde, agghiaccia, arrossa, e ’mbianca. Verbi neutri. Suppliscasi: essa virtù. // 12-14. Ella spera di finire i suoi dolori morendo: e bene a ragione spera di avere a morire, perocchè ella si sente essere in punto di venir meno: e poi, che potrebbe ella se non potesse pur morire? poichè chi non può questo, in verità non può nulla. - *Chè ben può nulla ecc. Senec.: «quicquam non potest, qui mori non potest.»*


    SONETTO CII.
    Tenta di renderla pietosa coi sospiri,
    e riguardandola in volto lo spera.

    Ite, caldi sospiri, al freddo core;
    Rompete il ghiaccio che pietà contende;
    E, se prego mortale al Ciel s’intende,
    Morte o mercè sia fine al mio dolore.
    Ite, dolci pensier, parlando fore
    Di quello ove ’l bel guardo non s’estende:
    Se pur sua asprezza o mia stella n’offende,
    Sarem fuor di speranza e fuor d’errore.
    Dirsi può ben per voi, non forse appieno,
    Che ’l nostro stato è inquïeto e fosco,
    Sì come ’l suo pacifico e sereno.
    Gite securi omai, ch’Amor vèn vosco;
    E ria fortuna può ben venir meno,
    S’ai segni del mio Sol l’aere conosco.

    Verso 1. Al freddo core. Di Laura. // 2. Che pietà contende. Che in quel cuore è ostacolo alla pietà. // 3. Al. Nel. S’intende. Si ode. Si ascolta. // 4. Morte. Se Laura apertamente mi rigetterà. Mercè. Pietà. Grazia. Sia fine. Ponga fine. // 5. Fore. Fuori. // 6. Di quello che i begli occhi di Laura non veggono. Cioè dello stato del mio cuore. // 7-8. Se l’asprezza di colei, ovvero il mio destino farà che ella mi rifiuti, almeno per tal modo usciremo di speranza e d’inganno. // 9. Dir si può ben per voi. Voi potete ben dire. Per qui vale da. Non forse appieno. Benchè non possiate forse dirlo compiutamente. Ovvero, benchè, il dir questo, cioè (come poi soggiunge) che lo stato nostro è inquieto e misero come il suo (cioè quello di Laura) è pacifico e lieto, non sia forse un dir tutto, per esser maggiore l’acerbità dallo stato nostro che la giocondità di quello di Laura. // 12. Vèn. Viene. Vosco. Con voi. // 13-14. E ben potrebbe avvenire che la nostra mala fortuna avesse fine, se ai segni del mio sole io conosco l’aria, cioè se non è vana la congettura che io fo dai segni che veggo negli occhi di Laura, i quali mi paiono segni buoni.


    SONETTO CIII.
    Laura sì bella sa infonder pensieri onesti?
    dunque la sua bellezza è somma.

    Le stelle e ’l cielo e gli elementi a prova
    Tutte lor arti ed ogni estrema cura
    Poser nel vivo lume in cui Natura
    Si specchia e ’l Sol, ch’altrove par non trova.
    L’opra è sì altera, sì leggiadra e nova,
    Che mortal guardo in lei non s’assecura.
    Tanta negli occhi bei for di misura
    Par ch’Amor e dolcezza e grazia piova.
    L’aere percosso da’ lor dolci rai
    S’infiamma d’onestate, e tal diventa,
    Che ’l dir nostro e ’l pensier vince d’assai
    Basso desir non è ch’ivi si senta,
    Ma d’onor, di virtute. Or quando mai
    Fu per somma beltà vil voglia spenta?

    Verso 1. A prova. A gara. // 3. Nel vivo lume. Vuol dir negli occhi di Laura. // 4. Altrove par non trova. Non trova altra cosa che lo agguagli, se non quest’una, cioè gli occhi di Laura. Par vale pari. // 5. L’opra. Cioè quegli occhi. Altera. Nobile. Nova. Stupenda. // 6. Non s’assecura. Non ardisce di fermarsi. // 7. For. Fuori. // 11. Che supera di gran lunga quanto da noi si possa dire e pensare. // 12. Ivi. In quell’aere percosso da’ dolci rai degli occhi di Laura. Vuol dire: in presenza di colei. // 13-14. Or quando mai Fu per somma beltà vil voglia spenta? Or qual è quella bellezza somma che spenga ogni desiderio ed affetto vile? Volendo dire: nessuna, se non questa.


    SONETTO CIV.
    De’ forti effetti che in lui produsse la vista
    di Laura commossa al pianto.

    Non fur mai Giove e Cesare sì mossi
    A fulminar colui, questo a ferire,
    Che pietà non avesse spente l’ire,
    E lor de l’usate arme ambeduo scossi.
    Piangea Madonna, e ’l mio Signor ch’io fossi
    Volse a vederla e suoi lamenti a udire,
    Per colmarmi di doglia e di desire
    E ricercarmi le midolle e gli ossi.
    Quel dolce pianto mi dipinse Amore,
    Anzi scolpìo, e que’ detti soavi
    Mi scrisse entro un diamante in mezzo ’l core;
    Ove con salde ed ingegnose chiavi
    Ancor torna sovente a trarne fore
    Lagrime rare e sospir lunghi e gravi.

    Verso. 1. Mossi. Cioè in procinto. // 3. L’ire. Di Giove e di Cesare. // 4. De l’usate arme. Delle consuete armi. Scossi. Spogliati. Dipende dalla voce avesse del verso antecedente. // 5-6. Il mio Signor. Amore. Ch’io fossi Volse a vederla. Volle che io mi trovassi a vederla in quell’atto. // 8. Ricercarmi. Scuotermi. Commuovermi. // 9-10. Quel dolce pianto. Accusativi. Mi dipinse Amore, Anzi scolpìo. Queste parole si riferiscono a quelle del verso appresso in mezzo ’l core, non meno che il seguente mi scrisse. // 12. Salde. Solide. // 13. Fore. Fuori. // 14. Rare. Poche.


    SONETTO CV.
    Il pianto di Laura fa invidia al Sole,
    e rende attoniti gli elementi.

    I’ vidi in terra angelici costumi
    E celesti bellezze al mondo sole;
    Tal che di rimembrar mi giova e dole;
    Chè quant’io miro par sogni, ombre e fumi.
    E vidi lagrimar que’ duo bei lumi,
    Ch’àn fatto mille volte invidia al Sole;
    Ed udii sospirando dir parole
    Che farian gir i monti e stare i fiumi.
    Amor, senno, valor, pietate e doglia
    Facean piangendo un più dolce concento
    D’ogni altro che nel mondo udir si soglia:
    Ed era ’l cielo a l’armonia sì ’ntento,
    Che non si vedea ’n ramo mover foglia;
    Tanta dolcezza avea pien l’aere e ’l vento.

    Verso. 2. Sole. Uniche. // 3. Rimembrar. Rimembrarmene. Mi giova. Mi diletta. // 4. Par. Cioè: a comparazione di quelle, pare. // 8. Gir. Muoversi. Stare. Fermarsi. Star fermi. // 10-11. Un più dolce concento D’ogni altro. Un concento più dolce d’ogni altro. // 12. Il cielo. Vuol dire l’aria. A l’armonia. A quel concento. // 13. Mover. Muoversi. // 14. Pien. Empiuto.


    SONETTO CVI.
    Vorrebbe dipingerla qual egli la vide
    in quel giorno in cui essa piangea.

    Quel sempre acerbo ed onorato giorno
    Mandò sì al cor l’immagine sua viva,
    Che ’ngegno o stil non fia mai che ’l descriva,
    Ma spesso a lui con la memoria torno.
    L’atto d’ogni gentil pietate adorno,
    E ’l dolce amaro lamentar ch’i’ udiva,
    Facean dubbiar se mortal donna o diva
    Fosse che ’l ciel rasserenava intorno.
    La testa òr fino, e calda neve il volto,
    Ebeno i cigli, e gli occhi eran due stelle,
    Ond’Amor l’arco non tendeva in fallo;
    Perle e rose vermiglie, ove l’accolto
    Dolor formava ardenti voci e belle:
    Fiamma i sospir, le lagrime cristallo.

    Verso 1. Cioè quel giorno quando il Poeta vide Laura piangente, del quale parlano i due Sonetti di sopra. - *Virg. En.: «Jamque dies (ni fallor) adest, quem semper acerbum, Semper honoratum (sic Dii voluistis) habebo.»* // 2. Sì. Talmente. Sì fattamente. Al cor. Al mio cuore. // 7. Dubbiar. Dubitare. // 8. Fosse che. Fosse quella che. // 9. Òr. Oro. // 10. Ebeno. Ebano. // 11. Onde. Da cui. // 12. Perle e rose vermiglie, ove. Perle e rose vermiglie era quella parte ove. Cioè la bocca. Accolto. Raccolto. Adunato.


    SONETTO CVII.
    Ha compre fitte negli occhi e nel cuore
    le belle lagrime della sua Laura.

    Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri
    Per quetar la vaghezza che gli spinge,
    Trovo chi bella donna ivi dipinge
    Per far sempre mai verdi i miei desiri.
    Con leggiadro dolor par ch’ella spiri
    Alta pietà che gentil core stringe:
    Oltre la vista, agli orecchi orna e ’nfinge
    Sue voci vive e suoi santi sospiri.
    Amor e ’l ver fur meco a dir che quelle
    Ch’i’ vidi eran bellezze al mondo sole,
    Mai non vedute più sotto le stelle.
    Nè sì pietose e sì dolci parole
    S’udiron mai, nè lagrime sì belle
    Di sì begli occhi uscir mai vide il Sole.

    Verso 1. Ove che. Ovunque. In qualunque luogo. O giri. Cioè i detti occhi. // 2. La vaghezza. La smania del desiderio. // 3. Trovo chi. Cioè, trovo Amore che. Ovvero, trovo che il mio pensiero, la mia fantasia. Ivi. Cioè in quel qualunque luogo ovo io poso gli occhi e gli giro. // 4. Per far sempre mai verdi. Per tener sempre vivi e freschi. // 6. Gentil core. Accusativo. Stringe. Tocca. Prende. // 7-8. Quello che in qualsivoglia luogo mi dipinge la mia donna piangente, oltre a ciò che esso mi rappresenta alla vista, mi porge ancora e mi finge vivamente all’udito le voci e i sospiri di Laura. // 9-11. Io giudicai, e medesimamente giudicò Amore, e fu giudizio conforme alla verità, che quelle bellezze che io vidi nella mia donna piangente, erano bellezze uniche al mondo, non vedute in terra mai più.


    SONETTO CVIII.
    Le virtù, le bellezze e le grazie di Laura non hanno
    esempio che nel Cielo.

    In qual parte del Cielo, in quale idea
    Era l’esempio onde Natura tolse
    Quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
    Mostrar qua giù quanto là su potea?
    Qual ninfa in fonti, in selve mai qual Dea
    Chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
    Quand’un cor tante in sè virtuti accolse?
    Benchè la somma è di mia morte rea.
    Per divina bellezza indarno mira
    Chi gli occhi di costei già mai non vide,
    Come soavemente ella gli gira.
    Non sa com’Amor sana e come ancide,
    Chi non sa come dolce ella sospira,
    E come dolce parla e dolce ride.

    Verso 1. Accenna la dottrina platonica delle idee, cioè forme, immateriali e primitive delle cose. // 2. Esempio. Esemplare. // 3. In che. In cui. Volse. Volle. // 4. Qua giù. In terra. Quanto là su potea. Quanto ella possa colassù in cielo. // 8. Se bene la principale delle virtù di Laura, cioè la castità, è rea della mia morte, cioè mi riduce in disperazione e mi mena all’estremo. // 9. Cioè indarno procaccia di trovare altrove una bellezza divina. // 11. Gli. Li. // 12. Ancide. Uccide. // 13-14. Dolce. Dolcemente.


    SONETTO CIX.
    Parli, rida, guardi, sieda, cammini, è cosa
    sovrumana ed incredibile.

    Amor ed io sì pien di maraviglia
    Come chi mai cosa incredibil vide,
    Miriam costei, quand’ella parla o ride,
    Che sol sè stessa e nulla altra simiglia.
    Dal bel seren de le tranquille ciglia
    Sfavillan sì le mie due stelle fide,
    Ch’altro lume non è ch’infiammi o guide
    Chi d’amar altamente si consiglia.
    Qual miracolo è quel, quando fra l’erba
    Quasi un fior siede! ovver quand’ella preme
    Col suo candido seno un verde cespo!
    Qual dolcezza è ne la stagione acerba
    Vederla ir sola coi pensier suoi ’nsieme,
    Tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!

    Versi 1-2. Sì pien di maraviglia Come chi mai cosa incredibil vide. Così pieni di maraviglia come è chiunque mai vede alcuna cosa incredibile. Con tanta maraviglia quanta si è quella di chi vede cosa incredibile. // 4. Che non s’assomiglia a niun’altra che a sè stessa. // 6. Sì. Talmente. In guisa tale. // 7. Non è. Non v’ha. Guide. Guidi. // 8. Chi ha volontà, chi si risolve, di amare altamente, cioè con affetto sublime, nobile. // 9. Qual miracolo è quel. Qual maraviglia, qual cosa mirabile, è a vedere. // 12. Ne la stagione acerba. Nella stagione immatura, verde. Vuol dir nella primavera. // 13. Coi pensier suoi ’nsieme. Insieme co’ suoi pensieri. In compagnia de’ propri pensieri. // 14. Un cerchio. Una ghirlanda. A l’oro terso e crespo. Cioè, a’ suoi capelli biondi e ricciuti.


    SONETTO CX.
    Tutto ciò ch’ei fece, e lo indusse ad amarla,
    fu ed è in lui cagion di tormento.

    O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti,
    O tenace memoria, o fero ardore,
    O possente desire, o debil core,
    O occhi miei, occhi non già, ma fonti;
    O fronde, onor de le famose fronti,
    O sola insegna al gemino valore;
    O faticosa vita, o dolce errore,
    Che mi fate ir cercando piagge e monti;
    O bel viso, ov’Amor insieme pose
    Gli sproni e ’ fren, ond’e’ mi punge e volve
    Com’a lui piace, e calcitrar non vale;
    O anime gentili ed amorose,
    S’alcuna à ’l mondo; e voi nude ombre e polve;
    Deh restate a veder qual è ’l mio male.

    Verso l. Passi. Miei. Vaghi. Erranti. Instabili. // 5. O fronde. Vuol dire il lauro. // 6. Al gemino valore. Al valor militare e al poetico o letterario. // 8. Ir cercando piagge e monti. Andar vagando per piagge e per monti. // 10. Onde. Coi quali. Volve. Volge. // 11. Non vale. Non giova. // 13. S’alcuna à ’l mondo. Se alcuna ce n’ha ora al mondo. Nude ombre e polve. Delle persone gentili ed amorose che furono al mondo in altri tempi. // 14. Restate. Fermatevi. Qual. Di che sorta, e quanto grande.


    SONETTO CXI.
    Invidia tutti quegli oggetti e que’ luoghi
    che la veggono, toccano e ascoltano.

    Lieti fiori e felici, e ben nate erbe,
    Che Madonna, pensando, premer sòle;
    Piaggia ch’ascolti sue dolci parole,
    E del bel piede alcun vestigio serbe;
    Schietti arboscelli, e verdi frondi acerbe,
    Amorosette e pallide vïole;
    Ombrose selve, ove percote il Sole,
    Che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;
    O soave contrada, o puro fiume,
    Che bagni ’l suo bel viso e gli occhi chiari,
    E prendi qualità dal vivo lume;
    Quanto v’invidio gli atti onesti e cari!
    Non fia in voi scoglio omai che per costume
    D’arder con la mia fiamma non impari.

    Verso 1. Ben nate erbe. Erbe nate con buon destino, nate a rara fortuna. [A.] // 2. Pensando. Camminando pensierosa. Sòle. Suole. // 4. Serbe. Serbi. // 5. Acerbe. Tenere. Non ancora perfette e mature. // 7. Percote. Dà. Batte. Il Sole. Par che sia detto allegoricamente, e significhi il viso o gli occhi di Laura. // 11. Dal vivo lume. Di quegli occhi. // 12. Gli atti onesti e cari. Di Laura che vi preme, vi tocca e vi mira. // 13. Costume. Assuefazione. Consuetudine. // 14. D’arder con la mia fiamma. D’ardere come io ardo. Cioè d’amar Laura come fo io, insieme con me.


    SONETTO CXII.
    Soffrirà costante le pene di Amore, purchè Laura
    il vegga, e ne sia contenta.

    Amor, che vedi ogni pensiero aperto
    E i duri passi onde tu sol mi scorgi,
    Nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi,
    A te palese, a tutt’altri coverto.
    Sai quel che per seguirti ho già sofferto;
    E tu pur via di poggio in poggio sorgi
    Di giorno in giorno, e di me non t’accorgi
    Che son sì stanco e ’l sentier m’è troppo erto.
    Ben vegg’io di lontano il dolce lume
    Ove per aspre vie mi sproni e giri;
    Ma non ò, come tu, da volar piume.
    Assai contenti lasci i miei desiri,
    Pur che ben desïando i’ mi consume,
    Nè le dispiaccia che per lei sospiri.

    Verso 1. Che vedi ogni pensiero aperto. Al quale è palese ogni pensiero. // 2. Onde. Per cui. Scorgi. Guidi. Meni. // 3. Porgi. Imperativo. // 4. A tutt’altri. A ogni altro. Coverto. Coperto. // 6. Pur via. Tuttavia, a mano a mano. // 7-8. E di me non t’accorgi Che. E non ti accorgi che io. // 10. Ove. A cui. Verso cui. // 11. Da volar piume. Ali da volare. // 12-13. Assai contenti lasci i miei desiri, Pur che. Senza che tu segua a travagliarmi in tal guisa, io sarò contento se tu mi concederai che ec. Consume. Consumi.


    SONETTO CXIII.
    È sempre agitato, perchè Laura può farlo morire
    e rinascere ad ogni istante.

    Or che ’l cielo e la terra e ’l vento tace,
    E le fere e gli augelli il sonno affrena,
    Notte ’l carro stellato in giro mena,
    E nel suo letto il mar senz’onda giace;
    Vegghio, penso, ardo, piango; e chi mi sface
    Sempre m’è innanzi per mia dolce pena:
    Guerra è ’l mio stato, d’ira e di duol piena;
    E sol di lei pensando ho qualche pace.
    Così sol d’una chiara fonte viva
    Move ’l dolce e l’amaro ond’io mi pasco;
    Una man sola mi risana e punge.
    E perchè ’ l mio martìr non giunga a riva,
    Mille volte il dì moro e mille nasco;
    Tanto dalla salute mia son lunge.

    Verso 2. Fere. Fiere. Affrena. Tien legati. // 3. Notte. Or che Notte. // 4. Senz’onda. Quieto. Non mosso dal vento. // 5. Non dubito di accettare la lezione vegghio confortata da stampe antiche e dai più autorevoli codici fiorentini, anzi che la lezione veggio ricevuta dal Marsand e da pochi altri.* - Chi mi sface. Quella che mi disfà, mi distrugge. // 6. Innanzi. Presente al pensiero. // 8. Di lei. Di quella che mi sface. // 9. Sol d’una. Da una stessa. // 10. Move. Deriva. Proviene. // 11. Una man sola ec. Ovid., De rem. Amor.: «Una manus vobis vulnus, opemque feret.»* // 12. Perchè. Acciocchè. Non giunga a riva. Cioè non abbia fine. // 13. Il dì. Ciascun dì. Ogni dì. Per dì.


    SONETTO CXIV.
    Il portamento di lei, gli sguardi, gli atti
    e le parole lo rendono estatico.

    Come ’l candido piè per l’erba fresca
    I dolci passi onestamente move,
    Vertù che ’ntorno i fiori apra e rinnove
    De le tenere piante sue par ch’esca.
    Amor, che solo i cor leggiadri invesca,
    Nè degna di provar sua forza altrove,
    Da’ begli occhi un piacer sì caldo piove,
    Ch’i’ non curo altro ben nè bramo altra esca.
    E con l’andar e col soave sguardo
    S’accordan le dolcissime parole,
    E l’atto mansueto, umile e tardo.
    Di tai quattro faville, e non già sole,
    Nasce ’l gran foco di ch’io vivo ed ardo;
    Che son fatto un augel notturno al Sole.

    Verso 1. Come. Quando. // 3. Vertù. Una virtù. Rinnove. Rinnuovi. // 5. Invesca. Invischia. Prende al vischio. - *Guido Guinic.: «Al cor gentil ripara sempre amore:» e Dant. Inf. V, v. 100: «Amor che a cor gentil ratto s’apprende.»* // 6. Degna. Si degna. // 9. L’andar. L’andamento. // 11. L’atto. Cioè l’attitudine e il portamento della persona, e i moti di essa, eccetto il camminare. Tardo. Posato. // 12. Di. Da. Tai quattro faville. Cioè l’andamento, lo sguardo, il favellare e il portamento di Laura. E non già sole. Nè solo da questo. // 13. Di che. Di cui. // 14. Che sono diventato come è un uccello notturno posto al sole, perchè gli effetti che Laura opera in me sono tali, che io non vi posso reggere più che un uccello notturno alla luce del dì.


    SONETTO CXV.
    Va fuori di sè nell’atto ch’essa, pria di cantare,
    abbassa gli occhi e sospira.

    Quando amore i begli occhi a terra inchina
    E i vaghi spirti in un sospiro accoglie
    Con le sue mani, e poi ’n voce gli scioglie
    Chiara, soave, angelica, divina;
    Sento far del mio cor dolce rapina;
    E sì dentro cangiar pensieri e voglie,
    Ch’i’ dico: or fien di me l’ultime spoglie,
    Se ’l Ciel sì onesta morte mi destina.
    Ma ’l suon, che di dolcezza i sensi lega,
    Col gran desir d’udendo esser beata,
    L’anima, al dipartir presta, raffrena.
    Così mi vivo, e così avvolge e spiega
    Lo stame de la vita che m’è data,
    Questa sola fra noi del ciel sirena.

    Verso 1. I begli occhi. Di Laura. // 2. I vaghi spirti. I vagabondi spiriti. Vuol dire il fiato di Laura. Accoglie. Raccoglie. Aduna. // 6. E sì dentro cangiar. E sì fattamente cangiarsi dentro di me. // 7. Or fien di me l’ultime spoglie. Cioè, qui senza fallo io mi muoio. Fien vale saranno. // 8. Onesta. Onorata. Nobile. // 9. Il suon. Del sospirare e della favella di Laura. I sensi. I miei sensi. // 10. Col. E il; e più letteralmente unito col. [L.] - D’udendo esser beata. Di esser beata udendo. Di bearsi in quel suono. // 11. Ritiene l’anima, che è già in punto per partirsi. // 12. Avvolge. Al fuso. Spiega. Svolge dal fuso. // 14. Sola. Unica. Del ciel. Celeste.


    SONETTO CXVI.
    Crede, discrede di veder Laura pietosa,
    ma sta sempre fermo nella speranza.

    Amor mi manda quel dolce pensero,
    Che secretario antico è fra noi due;
    E mi conforta e dice che non fue
    Mai, com’or, presto a quel ch’i’ bramo e spero.
    Io, che talor menzogna e talor vero
    Ò ritrovato le parole sue,
    Non so s’il creda, e vivomi intra due
    Nè sì nè no nel cor mi sona intero.
    In questa passa ’l tempo, e ne lo specchio
    Mi veggio andar vêr la stagion contraria
    A sua impromessa ed a la mia speranza.
    Or sia che può: già sol io non invecchio;
    Già per etate il mio desir non varia.
    Ben temo il viver breve che n’avanza.

    Verso 1. Pensero. Pensiero. // 2. Secretario. Cioè confidente, e consapevole dei nostri segreti. Noi due. Cioè Amore e me. // 3-4. E mi conforta e dice. Cioè esso Amore per mezzo del detto pensiero, che è la speranza. Che non fue Mai, com’or, presto a quel. Che ora egli è, più che mai fosse, disposto ed apparecchiato a fare, a concedermi, quello. Fue sta per fu. // 7. S’il creda. Se io gli debba credere. Intra due. In forse. In dubbio. // 8. Nel cor mi sona intero. Cioè mi persuade. - *«Che ’l sì e ’l no nel capo mi tenzona.» Dante Inf. VIII, v. 111.* // 9. In questa. Fra tanto. // 10. Vêr. Verso. // 11. Impromessa. Promessa. // 12. Sia che può. Avvenga quel che può avvenire, quel che si voglia. Sol io non invecchio. Non invecchio io solo. // 14. Vuol dire: è ben vero che se bene il crescere della età non mi spaventa per altro, sì mi spaventa esso in quanto che rimanendo, così a me come a Laura, ogni dì meno spazio da vivere, temo che la morte non sopraggiunga innanzi che il mio desiderio e la mia speranza abbiano compimento.


    SONETTO CXVII.
    Trema al turbamento di Laura. Rasserenatasi,
    e’ vorrebbe parlarle, e non osa.

    Pien d’un vago pensier, che mi desvia
    Da tutti gli altri, e fammi al mondo ir solo,
    Ad or ad or a me stesso m’involo,
    Pur lei cercando che fuggir devria:
    E veggiola passar sì dolce e ria,
    Che l’alma trema per levarsi a volo;
    Tal d’armati sospir conduce stuolo,
    Questa bella d’Amor nemica e mia.
    Ben, s’io non erro, di pietate un raggio
    Scorgo fra ’l nubiloso altero ciglio,
    Che ’n parte rasserena il cor doglioso:
    Allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio
    Di scovrirle il mio mal preso consiglio,
    Tanto le ò a dir che incominciar non oso.

    Verso 1-2. Vago. Cupido. Mi desvia Da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo. Mi fa diverso da tutti gli altri nomini ed unico al mondo. Desvia sta per disvia, cioè rimuove, allontana. Ir, in questo luogo, come anche in altri molti questo medesimo verbo, e i verbi andare e gire, sta in vece di essere. // 3-4. Ad or ad or. Spesse volte. Tratto tratto. A me stesso m’involo, Pur lei cercando. Dimentico me stesso per cercar sola lei. Che. Accusativo. Devria. Io dovrei. // 5. Ria. Aspra. // 6. L’alma. L’alma mia. Trema per levarsi a volo. Cioè si riduce in punto di fuggir via. // 7-8. Cioè, tanto affanno è cagionato in me dalla vista di costei. - *Guid. Guinic.: «Ed io dal suo valor sono assalito, Con sì fera battaglia di sospiri.»* // 9. Ben. Vero è che. // 11. Il cor. Il mio cuore. // 12-13. Raccolgo l’alma. Cioè ritengo l’anima che era in procinto di fuggir via. E poi ch’i’ aggio Di scovrirle il mio mal preso consiglio. E quando io mi sono deliberato, e deliberatomi, di scoprire a Laura il mio male. Aggio vuol dire ho.


    SONETTO CXVIII.
    Col proprio esempio insegna agli amanti
    che il vero amore vuol silenzio.

    Più volte già dal bel sembiante umano
    Ò preso ardir con le mie fide scorte
    D’assalir con parole oneste accorte
    La mia nemica, in atto umile e piano:
    Fanno poi gli occhi suoi mio penser vano,
    Perch’ogni mia fortuna, ogni mia sorte,
    Mio ben, mio male, e mia vita e mia morte,
    Quei che solo il può far, l’à posto in mano.
    Ond’io non pote’ mai formar parola
    Ch’altro che da me stesso fosse intesa;
    Così m’à fatto Amor tremante e fioco.
    E veggio or ben che caritate accesa
    Lega la lingua altrui, gli spirti invola.
    Chi può dir com’egli arde, è ’n picciol foco.

    Verso 1. Dal bel sembiante umano. Cioè, dal vedere nell’aspetto di Laura alquanto di benignità e dolcezza. // 2. Cioè, ho preso animo di deliberarmi co’ miei pensieri. - O piuttosto: ho preso animo, confidandomi co’ miei pensieri: ho, pensando, deliberato di osar assalire ec. [A.] // 5. Ma poi la presenza di Laura e la vista degli occhi suoi, fanno che io non posso recare ad effetto il mio pensiero. // 8. Quei che solo il può far. Cioè porle tutte queste cose in mano. Intende di Amore. L’à. Le ha. Cioè a Laura. // 9. Onde. Cioè per la gran forza dell’amore che io ho per lei, la qual forza è tanta, che l’ha fatta signora di tutto me e di ogni cosa che mi appartenga, come è detto di sopra. Non pote’ mai. Cioè in presenza di Laura. Pote’, vale potei. // 10. Che fosse intesa da altri che da me stesso. // 12. Caritate. Amore. // 13. Altrui. All’uomo. Alla persona. // 14. Chi può favellare alla persona amata dell’amor suo, ama freddamente. - *Ovid.: «Felix qui patitur quæ numerare potest.»*


    SONETTO CXIX.
    Siagli pur Laura severa, ch’e’ non lascerà mai
    di amarla e sospirare per lei.

    Giunto m’à Amor fra belle e crude braccia,
    Che m’ancidono a torto; e s’io mi doglio,
    Doppia ’l martir: onde pur com’io soglio,
    Il meglio è ch’io mi mora amando e taccia:
    Chè poria questa il Ren, qualor più agghiaccia
    Arder con gli occhi e rompre ogni aspro scoglio;
    Ed à sì egual a le bellezze orgoglio,
    Che di piacer altrui par che le spiaccia.
    Nulla posso levar io per mio ’ngegno
    Del bel diamante ond’ella à il cor sì duro;
    L’altro è d’un marmo che si mova e spiri:
    Ned ella a me per tutto il suo disdegno
    Terrà già mai, nè per sembiante oscuro,
    Le mie speranze e i miei dolci sospiri.

    Verso 1. Giunto. Colto. Preso. // 2. Ancidono. Uccidono. // 3. Doppia. Raddoppia. Pur come. Nè più nè meno come. // 5. Chè. Perocchè. Poria. Potrebbe. Questa. Cioè Laura. Qualor più agghiaccia. Quando egli è più ghiacciato. // 6. Rompre. Rompere. // 7. Ovid.: «Fastus inest pulchris, sequiturque superbia formam.»* // 8. Ovid.: «Et crimen placuisse putabat.»* // 9. Per mio ’ngegno. Per molto che io m’ingegni. Per quanto io mi voglia ingegnare. Per artificio o spediente ch’io adoperi. // 10. Del bel diamante. Dipende dalla voce nulla del verso qui addietro. // 11. L’altro. Il resto della sua persona. Spiri. Respiri. - *Virg. «Parii lapidis spirantia signa.»* // 12. Ned. Nè. // 13. Oscuro. Torbido. Aspro. Accigliato.


    SONETTO CXX.
    L’amerà costante, benchè siagli anche invidiosa
    del suo amore verso di lei.

    O invidia, nemica di virtute,
    Ch’a’ bei principii volentier contrasti,
    Per qual sentier così tacita intrasti
    In quel bel petto, e con qual arti il mute?
    Da radice n’ài svelta mia salute:
    Troppo felice amante mi mostrasti
    A quella che miei preghi umili e casti
    Gradì alcun tempo, or par ch’odii e refute.
    Nè però che con atti acerbi e rei
    Del mio ben pianga e del mio pianger rida,
    Poria cangiar sol un de’ pensier miei.
    Non perchè mille volte il dì m’ancida,
    Fia ch’io non l’ami e ch’i’ non speri in lei:
    Che s’ella mi spaventa, Amor m’affida.

    Verso 3. Intrasti. Entrasti. // 4. Mute. Muti. // 5. Da radice. Dalla radice. Nè. Cioè, da quel bel petto. O è particella che ridonda. // 6. Mi mostrasti. Mi rappresentasti, per muoverla a invidiarmi. // 8. Refute. Rifiuti. Cioè rigetti. // 9. Nè. Ma non. Però che. Perchè. Per quanto.// 11. Poria. Potrebbe. Sol un. Un solo. Pur uno. // 12. Perchè. Cioè benchè. Mille volte il dì. Mille volte per dì. Ancida. Uccida. // 13. Fia. Avverrà. Seguirà. // 14. M’affida. Mi dà speranza ed animo.


    SONETTO CXXI.
    Starsi sempre tra le vie del dolce e dell’amaro,
    è la vita misera degli amanti.

    Mirando ’l Sol de’ begli occhi sereno,
    Ov’è chi spesso i miei dipinge e bagna,
    Dal cor l’anima stanca si scompagna
    Per gir nel paradiso suo terreno.
    Poi trovandol di dolce e d’amar pieno,
    Quanto al mondo si tesse, opra d’aragna
    Vede: onde seco e con Amor si lagna,
    Ch’à sì caldi gli spron, sì duro il freno.
    Per questi estremi duo, contrari e misti,
    Or con voglie gelate or con accese,
    Stassi così fra misera e felice.
    Ma pochi lieti, e molti pensier tristi;
    E ’l più si pente de l’ardite imprese:
    Tal frutto nasce di cotal radice.

    Verso 2. Chi. Intende di Amore. Dipinge. Cioè: dipinge ne’ miei occhi i moti che esso cagiona nell’animo. // 3. L’anima. L’anima mia. Si scompagna. Si parte. // 4. Nel paradiso suo terreno. Cioè in Laura, o negli occhi di Laura. Veggasi il Sonetto sessantesimoterzo. // 5. Amar. Amaro. // 6. Aragna. Ragno. // 7. Vede. Suppliscasi essere. // 9. Estremi duo. Due estremi. // 11. Stassi. L’anima mia. // 12. Ma. Suppliscasi fra, voce che si trova nel verso antecedente, e che dipende anche qui dal medesimo verbo, cioè stassi. Pochi lieti, e molti pensier tristi. Pochi pensieri lieti e molti tristi. // 13. Il più. Il più delle volte. Le più volte. // 14. Di cotal radice. Cioè dell’amore.


    SONETTO CXXII.
    Pensa nel suo dolore, ch’è meglio patire per Laura
    che gioir d’altra donna.

    Fera stella (se ’l Cielo à forza in noi
    Quant’alcun crede) fu sotto ch’io nacqui,
    E fera cuna dove nato giacqui,
    E fera terra ov’e’ piè mossi poi;
    E fera donna che con gli occhi suoi,
    E con l’arco a cui sol per segno piacqui,
    Fe la piaga ond’, Amor, teco non tacqui,
    Che con quell’arme risaldar la puoi.
    Ma tu prendi a diletto i dolor miei:
    Ella non già; perchè non son più duri,
    E ’l colpo è di saetta e non di spiedo.
    Pur mi consola che languir per lei
    Meglio è che gioir d’altra; e tu mel giuri
    Per l’orato tuo strale, ed io tel credo.

    Verso 1. Fera. Fiera. Il Cielo. Cioè gli astri, e i moti celesti. // 2. Quant’alcun crede. Quanto si crede. Fu sotto che. Fu quella sotto la quale. // 4. E’. I. // 6. A cui sol per segno piacqui. A cui piacqui solamente come bersaglio, e non altrimenti nè per altro. // 7. Fe. Fece. Ond’. Onde. Di cui. // 8. Che. Il quale. Con quell’arme. Cioè con quegli stessi occhi. Risaldar. Chiudere. Risanare. - *Propert.: «Missus et æmonia juvenis qua cuspide vulnus Senserat, hac ipsa cuspide sensit opem.»* // 10-11. Ella non ne prende diletto, perchè non sono così aspri come ella vorrebbe, e perchè la ferita è solo di saetta, e non di spiedo; cioè a dir non è grande quanto vorrebbe ella. // 12. Mi consola che. Mi consola questo, che. // 14. Orato. Dorato.


    SONETTO CXXIII.
    Ringiovanisce alla cara memoria del luogo
    e del tempo del suo primo amore.

    Quando mi vène innanzi il tempo e ’l loco
    Ov’io perdei me stesso, e ’l caro nodo
    Ond’Amor di sua man m’avvinse in modo
    Che l’amar mi fe dolce e ’l pianger gioco:
    Solfo ed esca son tutto, e ’l core un foco,
    Da quei soavi spirti, i quai sempre odo,
    Acceso dentro sì, ch’ardendo godo,
    E di ciò vivo, e d’altro mi cal poco.
    Quel Sol, che solo agli occhi miei risplende,
    Coi vaghi raggi ancor indi mi scalda
    A vespro tal qual era oggi per tempo:
    E così di lontan m’alluma e ’ncende,
    Che la memoria ad ogni or fresca e salda
    Pur quel nodo mi mostra e ’l loco e ’l tempo.

    Verso 1. Mi vène innanzi. Mi viene alla memoria. Mi si rappresenta al pensiero, alla fantasia. // 2. Perdei me stesso. Fui preso dell’amor di Laura. // 3. Onde. Di cui. Con cui. // 4. Amar. Amaro. Veggasi il quinto verso del Sonetto centesimo ventesimoprimo. Fe. Fece. // 5. Un foco. È un fuoco. // 6. Da quei soavi spirti. Vuol dir le parole e i sospiri di Laura. // 8. Mi cal poco. Mi curo poco. Mi do poco pensiero. // 9. Solo. Nome aggettivo. // 10. Ancor. Anco al presente. Tuttavia. Indi. Cioè dal pensiero e dalla immagine che mi viene alla mente, del tempo, del luogo e del nodo detti di sopra. // 11. A vespro. Nella età provetta. Oggi per tempo. Questa mattina. Cioè nel fior della mia gioventù. // 12-13. E così di lontan m’alluma e ’ncende, Che. E da lontano m’illumina, ovvero mi avvampa, e mi accende in maniera, che. Ad ogni or. Sempre. // 14. Pur. Di continuo. Tuttavia.


    SONETTO CXXIV.
    Col pensier in lei sempre fitto, passa intrepido
    e solo i boschi e le selve.

    Per mezzo i boschi inospiti e selvaggi,
    Onde vanno a gran rischio uomini ed arme,
    Vo secur io; chè non può spaventarme
    Altri che ’l Sol ch’à d’Amor vivo i raggi.
    E vo cantando (o penser miei non saggi!)
    Lei che ’l Ciel non poria lontana farme;
    Ch’i’ l’ò negli occhi; e veder seco parme
    Donne e donzelle, e sono abeti e faggi.
    Parmi d’udirla, udendo i rami e l’ôre
    E le frondi, e gli augei lagnarsi, e l’acque
    Mormorando fuggir per l’erba verde.
    Raro un silenzio, un solitario orrore
    D’ombrosa selva mai tanto mi piacque;
    Se non che del mio Sol troppo si perde.

    Passava il Poeta, in tempo di guerra, dalla Germania in Avignone.
    Verso 1. Per mezzo i boschi. Per mezzo ai boschi. // 2. Onde. Per li quali. A. Con. Uomini ed arme. Uomini armati. // 3. Spaventarme. Spaventarmi. // 4. Scherzo colla opposizione del sole; detto allegoricamente per Laura, e della oscurità dei boschi, dicendo che solo quello gli può far paura, e non questa. // 5. O penser miei non saggi! Oh il pazzerello che io sono! Penser vale pensieri. // 6. Poria. Potrebbe. Farme. Farmi. // 7. Chè. Perocchè. Parme. Parmi. // 9. Òre. Aure. // 11. Virg.: «Et tenuis fugiens per gramina rivus.»* // 12. Raro. Rare volte. // 13. Mai. Questa particella dipende dall’avverbio raro del verso precedente, ed è presa nel significato suo primitivo di magis, più; onde raro mai, vale: rade volte più, cioè rade volte oltre questa. // 14. Del mio Sol troppo si perde. Vuol dire: troppo tempo io passo in luoghi lontani dalla mia Laura. E qui ancora, con parlare allegorico, allude al toglier che fanno le selve colla loro ombra la luce del sole.


    SONETTO CXXV.
    La vista del bel paese di Laura gli fa dimenticar
    i pericoli dal viaggio.

    Mille piagge in un giorno e mille rivi
    Mostrato m’à per la famosa Ardenna
    Amor, ch’a’ suoi le piante e i cori impenna
    Per farli al terzo ciel volando ir vivi.
    Dolce m’è sol senz’arme esser stato ivi,
    Dove armato fiêr Marte e non accenna;
    Quasi senza governo e senza antenna
    Legno in mar, pien di pensier gravi e schivi.
    Pur giunto al fin de la giornata oscura,
    Rimembrando ond’io vegno e con quai piume,
    Sento di troppo ardir nascer paura.
    Ma ’l bel paese e ’l dilettoso fiume
    Con serena accoglienza rassecura
    Il cor già vôlto ov’abita il suo lume.

    Verso 2. Per la famosa Ardenna. Cioè nel viaggio di cui parla il Sonetto qui addietro. Accenna il Poeta la velocità usata da esso in quel cammino per l’ansietà di giungere là dove era Laura. // 3. A’ suoi. A’ suoi seguaci. Le piante. I piedi. Impenna. Fornisce di ali. // 4. Al terzo ciel. Al cielo del pianeta di Venere, che stimavasi il pianeta degli amanti. // 5. Mi è dolce essere stato ivi solo e senz’armi. // 6. Fiêr Marte e non accenna. Marte ferisce, percuote, senza far cenno; o piuttosto, non minaccia solamente, non fa vista di voler ferire, ma ferisce in fatti. Fiêr vale fere, cioè ferisce, colpisce. // 7. Quasi. Dipende dalle parole essere stato ivi. // 10. Onde. Da che luoghi. Con quai piume. Con che ali. Cioè, in che modo. // 11. Sento al troppo ardimento succedere la paura. // 12. Significa la provincia di Avignone, dove era giunto. // 14. Il cor. Il mio cuore. Ove. Al luogo ove. Verso colà dove. Il suo lume. Cioè Laura.


    SONETTO CXXVI.
    Tormentato da Amore, vuol frenarlo colla ragione
    e mal suo grado nol può.

    Amor mi sprona in un tempo ed affrena,
    Assecura e spaventa, arde ed agghiaccia,
    Gradisce e sdegna, a sè mi chiama e scaccia.
    Or mi tène in speranza ed or in pena;
    Or alto or basso il mio cor lasso mena;
    Onde ’l vago desir perde la traccia,
    E ’l suo sommo piacer par che li spiaccia;
    D’error sì novo la mia mente è piena.
    Un amico pensier le mostra il vado,
    Non d’acqua che per gli occhi si risolva,
    Da gir tosto ove spera esser contenta:
    Poi, quasi maggior forza indi la svolva,
    Convèn ch’altra via segua, e mal suo grado
    A la sua lunga e mia morte consenta.

    Verso 1. Ed affrena. E mi affrena. // 2. Assecura. Mi assicura. Cioè m’inanima. // 4. Tène. Tiene. // 6. Vago. Errante. Perde la traccia. Cioè perde la via, si smarrisce. // 7. Li. Gli. // 8. Novo. Strano. // 9-11. Un amico pensiero mostra a lei, cioè alla mia mente, un guado, che non è guado di lagrime, pel quale ella può andar presto dove spera esser contenta, cioè alla felicità. Vuol dire: la ragione la consiglia di lasciar questo amore e volgersi a Dio. // 12. Maggior forza. Forza maggior della propria. Indi la svolva. La svolga, cioè la ritragga, da ciò. // 13. Convèn. Conviene. Mal suo grado. Suo mal grado. // 14. Alla sua lunga e mia morte. Alla sua e mia lunga morte.


    SONETTO CXXVII.
    Ei placa Laura colla sola umiltà, e così esorta
    un amico a far con la sua donna.

    Geri, quando talor meco s’adira
    La mia dolce nemica, ch’è sì altera,
    Un conforto m’è dato, ch’i’ non pèra,
    Solo per cui vertù l’alma respira.
    Ovunqu’ella, sdegnando, gli occhi gira,
    Che di luce privar mia vita spera,
    Le mostro i miei pien d’umiltà sì vera,
    Ch’a forza ogni suo sdegno indietro tira.
    Se ciò non fosse, andrei non altramente
    A veder lei, che ’l volto di Medusa,
    Che facea marmo diventar la gente.
    Così dunque fa’ tu; ch’i’ veggio esclusa
    Ogni altr’aita; e ’l fuggir val nïente
    Dinanzi a l’ali che ’l Signor nostro usa.

    Verso 1. Geri. Nome di uno che aveva indirizzato al Poeta un Sonetto, al quale il presente risponde. // 2. La mia dolce nemica. Laura la quale mi è nemica, e nondimeno mi è tanto cara. [A.] // 3. Ch’i’. Sicchè io. // 4. Solo per cui vertù. Il qual conforto è la sola cosa, per cui virtù ec. // 5. Ovunque. Par che sia detto per qualvolta, sempre che, ogni volta che. - Parmi non solo più naturale, ma anche più bello intendere: In qualunque luogo Laura gira gli occhi, cercando, come sdegnosa, di schivar la mia vista, da per tutto io mi studio di appresentarmela con tanta umiltà che ec. [A.] // 7. I miei. Cioè gli occhi miei. Pien. Pieni. // 10. Che. Dipende da non altramente. - *Dante, Inf. IX: «Venga Medusa, sì ’l farem di smalto.* // 12-13. Così dunque fa’ tu. Cioè colla tua donna. Esclusa ogni altr’aita. Non esserci altro aiuto, altro rimedio, altro spediente, che questo. // 14. Cioè, dinanzi ad Amore, che ci sa raggiunger sì tosto come ei vuole.


    SONETTO CXXVIII.
    Potrà bensì il Po allontanarlo da Laura col corpo,
    ma non collo spirito.

    Po, ben puo’ tu portartene la scorza
    Di me con tue possenti e rapide onde,
    Ma lo spirto ch’ivi entro si nasconde
    Non cura nè di tua nè d’altrui forza.
    Lo qual, senz’alternar poggia con orza,
    Dritto per l’aure al suo desir seconde
    Battendo l’ali verso l’aurea fronde,
    L’acqua e ’l vento e la vela e i remi sforza.
    Re degli altri, superbo, altero, fiume,
    Che ’ncontri ’l Sol quando e’ ne mena il giorno
    E ’n ponente abbandoni un più bel lume;
    Tu te ne vai col mio mortal sul corno;
    L’altro, coverto d’amorose piume,
    Torna volando al suo dolce soggiorno.

    Composto venendo il Poeta in Italia da Provenza dove era Laura, e navigando in sul Po.
    Verso 1. Puo’. Puoi. La scorza. Cioè il corpo. // 4. Non cura di. Non si cura di. Non ha rispetto a. // 5. Lo qual. Il quale spirito. Senz’alternar poggia con orza. Senza piegare la barca quando dall’una parte quando dall’altra, per secondare il vento, come si fa navigando. Poggia ed orza sono termini de’ navigatori. // 6. Dritto. Avverbio. Seconde. Propizie. Favorevoli. // 7. L’aurea fronde. Vuol dir Laura. // 8. Vince la forza dell’acqua, del vento, della vela e dei remi, che portano il mio corpo lungi da Laura. // 9. Degli altri. Cioè degli altri fiumi. // 10-11. Cioè, che corri a Levante, e ti parti da Ponente, dove è Laura. Ne vale a noi. // 12. Col mio mortal. Colla parte mortale di me. Col mio corpo. Sul corno. Cioè sulle onde; - perchè i fiumi soleano rappresentarsi in forma di tori. [A.] // 13. L’altro. Il rimanente di me. Cioè il mio spirito. Coverto. coperto. // 14. Al suo dolce soggiorno. Cioè colà dove è Laura.


    SONETTO CXXIX.
    Egli fu colto impensatamente nelle reti di Amore
    tese sotto un alloro.

    Amor fra l’erbe una leggiadra rete
    D’oro e di perle tese sotto un ramo
    De l’arbor sempre verde ch’i’ tanto amo,
    Benchè n’abbia ombre più triste che liete.
    L’esca fu ’l seme ch’egli sparge e miete,
    Dolce ed acerbo ch’io pavento e bramo:
    Le note non fur mai, dal dì ch’Adamo
    Aperse gli occhi, sì soavi e quete:
    E ’l chiaro lume che sparir fa ’l Sole
    Folgorava d’intorno: e ’l fune avvolto
    Era a la man ch’avorio e neve avanza.
    Così caddi a la rete, e qui m’àn colto
    Gli atti vaghi e l’angeliche parole
    E ’l piacer e ’l desire e la speranza.

    Verso 3. Cioè del lauro. // 5-6. Intende il piacer e il desire e la speranza, come mostra nell’ultimo verso. // 7. Le note. Vuol dire il canto dei richiami, e significa con quest’allegoria la voce e le parole di Laura. // 9. E ’l chiaro lume. Quello degli occhi di Laura. // 11. Avanza. Vince. // 12. Qui. Cioè in essa rete.


    SONETTO CXXX.
    Arde di amore per Laura, ma non è mai geloso,
    perchè la virtù di lei è somma.

    Amor, che ’ncende ’l cor d’ardente zelo,
    Di gelata paura il tien costretto,
    E qual sia più, fa dubbio a l’intelletto,
    La speranza o ’l timor, la fiamma o ’l gielo.
    Trema al più caldo, arde al più freddo cielo,
    Sempre pien di desire e di sospetto:
    Pur come donna in un vestire schietto
    Celi un uom vivo, o sotto un picciol velo.
    Di queste pene è mia propria la prima,
    Arder dì e notte; e quanto è ’l dolce male,
    Nè ’n pensier cape, non che ’n versi o ’n rima:
    L’altra non già; chè ’l mio bel foco è tale,
    ch’ogni uom pareggia; e del suo lume in cima
    Chi volar pensa, indarno spiega l’ale.

    Verso 1. Il cor. Il cuor dell’amante. Zelo. Affetto. // 2. Di gelata paura. Di quella della gelosia. Costretto. Stretto; - ma costretto ha più forza. [A.] // 3. E fa dubbio, cioè dubbioso, all’intelletto dell’amante, qual sia maggiore. // 7-8. Accenna le strane immaginazioni degl’innamorati, che poco meno che non hanno sospetto e gelosia fino delle donne; dubitando che non sieno uomini travestiti. Pur come vale nè piu nè meno, come se. - Proper.: «Et miser in tunica suspicor esse virum.»* // 9-14. Di queste due pene degli altri amanti, che sono l’ardore del desiderio e il freddo della gelosia, la prima, cioè quella detta nel primo verso, che è l’arder dì e notte, è mia propria, cioè tocca a me ancora, ed ha luogo nell’amor mio. E quanto sia grande questo dolce male, cioè questa pena dell’ardore, non cape non solamente in versi o in rima, ma nè anche in pensiero, cioè non si può, non solo esprimere con parole, ma neppur comprendere colla mente. L’altra pena, cioè della gelosia, non ha luogo in me, atteso che il mio bel fuoco, cioè la donna ch’io amo, pareggia ogni uomo, cioè ha tutti gli uomini per uguali, gli guarda d’uno stesso occhio, e non concede più all’uno che all’altro, e chi pensa volare in cima del suo lume, cioè chi spera e s’ingegna di farsi principale e signore nell’animo di quella, spiega le ale, cioè spera e si affatica, invano. - Mio bel foco. Virg.: «meus ignis Amyntas.»*


    SONETTO CXXXI.
    Se i dolci sguardi di lei lo tormentano a morte,
    che sarebbe se glieli negasse?

    Se ’l dolce sguardo di costei m’ancide,
    E le soavi parolette accorte,
    E s’Amor sopra me la fa sì forte
    Sol quando parla, ovver quando sorride:
    Lasso, che fia se forse ella divide,
    O per mia colpa o per malvagia sorte,
    Gli occhi suoi da mercè, sì che di morte
    Là dov’or m’assecura, allor mi sfide?
    Però s’i’ tremo e vo col cor gelato
    Qualor veggio cangiata sua figura,
    Questo temer d’antiche prove è nato.
    Femmina è cosa mobil per natura;
    Ond’io so ben ch’un amoroso stato
    In cor di donna picciol tempo dura.

    Verso 5. Che fia. Che sarà. Se forse. Se mai per avventura. // 7-8. Mercè. Pietà. Sì che di morte, Là dov’or m’assecura, allor mi sfide. In modo che allora co’ suoi sguardi ella mi sfidi a morte, cioè a dire procuri di darmi morte, laddove ora me ne assicura, cioè m’aiuta che io non muoia, ovvero, mi rassicura che io non tema di avere a morire. // 10. Figura. Cioè aspetto. // 11. Prove. Esperienze. // 12. Virg.: «Varium et mutabile semper fœmina.»*


    SONETTO CXXXII.
    Si addolora, e teme che l’infermità, in cui Laura
    si trova, le tolga la vita.

    Amor, Natura e la bell’alma umìle,
    Ov’ogni alta virtute alberga e regna,
    Contra me son giurati. Amor s’ingegna
    Ch’i’ mora affatto; e ’n ciò segue suo stile:
    Natura tien costei d’un sì gentile
    Laccio, che nullo sforzo è che sostegna:
    Ella è si schiva, ch’abitar non degna
    Più ne la vita faticosa e vile.
    Così lo spirto d’or in or vien meno
    A quelle belle care membra oneste,
    Che specchio eran di vera leggiadria.
    E s’a morte pietà non stringe il freno,
    Lasso, ben veggio in che stato son queste
    Vane speranze ond’io viver solia.

    Verso 3. Son giurati, s’intende fra loro, congiurati.* - S’ingegna. Procura. // 4. Stile. Costume. Usanza. // 5-6. Vuol dire: la complessione di Laura è così delicata, che non regge a nessuno urto, a nessuna scossa. Nullo sta per niuno, Sostegna per sostenga. - Tener d’un laccio. Ecco una di quelle elissi che nel parlar toscano sono frequenti e di bell’effetto. S’intende tener per mezzo di un laccio. [A.] // 7. Ella. Laura. Degna. Verbo. // 9. D’or in or vien meno. Sta continuamente per mancare. // 14. Onde. Delle quali. Solia. Solea.


    SONETTO CXXXIII.
    Attribuisce a Laura le bellezze tutte, e le rare
    doti della Fenice.

    Questa Fenice, de l’aurata piuma
    Al suo bel collo candido gentile
    Forma senz’arte un sì caro monile,
    Ch’ogni cor addolcisce e ’l mio consuma:
    Forma un diadema natural ch’alluma
    L’aere dintorno; e ’l tacito focile
    D’Amor tragge indi un liquido sottile
    Foco che m’arde a la più algente bruma.
    Purpurea vesta, d’un ceruleo lembo
    Sparso di rose i belli omeri vela;
    Novo abito e bellezza unica e sola.
    Fama ne l’odorato e ricco grembo
    D’arabi monti lei ripone e cela,
    Che per lo nostro ciel sì altera vola.

    Verso 1. De l’aurata piuma. Cioè, de’ suoi capelli biondi. // 5. Alluma. Illumina, o accende. // 7. Indi. Da esso diadema. // 8. A la più algente bruma. Alla più gelata brina. Cioè nel maggior freddo. // 9. Vesta. Veste. D’un. Con un. Dipende dal verbo vela. // 11. Novo. Straordinario. Non più veduto. // 12-14. Cioè, la fama porta che la Fenice viva nascosta nelle montagne dell’Arabia, quando ella in verità vive nelle nostre parti, e vola maestosamente per l’aria. Vuol dire che Laura è la vera Fenice, e l’altra è una favola. Che vuol dir la quale, e dipende da lei.


    SONETTO CXXXIV.
    I più famosi poeti non avrebber cantato che di Laura,
    se l’avesser veduta.

    Se Virgilio ed Omero avessin visto
    Quel Sole il qual vegg’io con gli occhi miei,
    Tutte lor forze in dar fama a costei
    Avrian posto, e l’un stil con l’altro misto:
    Di che sarebbe Enea turbato e tristo,
    Achille, Ulisse e gli altri semidei,
    E quel che resse anni cinquantasei
    Sì bene il mondo, e quel ch’ancise Egisto.
    Quel fiore antico di virtuti e d’arme,
    Come sembiante stella ebbe con questo
    Novo fior d’onestate e di bellezze!
    Ennio di quel cantò ruvido carme;
    Di quest’altro io: ed o pur non molesto
    Gli sia ’l mio ingegno, e ’l mio lodar non sprezze.

    Verso 1. Avessin. Avessero. // 2. Quel Sole. Cioè Laura. // 4. E l’un stil con l’altro misto. E avrebbero mescolato insieme i due stili, cioè gli stili di loro due. // 5. Di che. Onde. Della qual cosa. Per la qual cosa. Cioè perchè Omero e Virgilio, occupati al tutto nelle lodi di Laura, non avrebbero cantato di loro. // 7-8. Cioè Augusto ed Agamennone. Quel ch’ancise Egisto vuol dire quel che fu ucciso da Egisto. // 9. Cioè Scipione Affricano maggiore. // 10-11. Come sembiante vuol dire quanto somigliante; Stella vale destino, sorte; Novo sta per moderno, opposto all’antico del verso nono. Il senso è: quanto fu somigliante la sorte di Scipione a quella di Laura! // 13. Di quest’altro. Suppliscasi fiore. Io. Suppliscasi canto ruvido carme. O. Interiezione di desiderio. Pur. Solamente. // 14. Sprezze. Sprezzi.


    SONETTO CXXXV.
    Teme che le sue rime non sieno atte a celebrar
    degnamente le virtù di Laura.

    Giunto Alessandro a la famosa tomba
    Del fero Achille, sospirando disse:
    O fortunato, che sì chiara tromba
    Trovasti e chi di te sì alto scrisse!
    Ma questa pura e candida colomba,
    A cui non so s’al mondo mai par visse,
    Nel mio stil frale assai poco rimbomba:
    Così son le sue sorti a ciascun fisse.
    Chè d’Omero dignissima e d’Orfeo,
    O del pastor ch’ancor Mantova onora,
    Ch’andassen sempre lei sola cantando;
    Stella difforme, e fato sol qui reo
    Commise a tal che ’l suo bel nome adora,
    Ma forse scema sue lode parlando.

    Verso 3. Sì chiara tromba. Quella di Omero - *Cic. pro Arch.: «O fortunate adolescens, qui tuæ virtutis præconem Homerum inveneris.»* // 4. Alto. Altamente. Nobilmente. // 6. Par. Pari. Alcun’altra uguale. // 7. Frale. Debole. Assai. Si riferisce a poco. // 9. Chè. Perocchè. Dignissima. Lei degnissima. Accusativo. // 10. Che. Accusativo. Intende di Virgilio. // 11. Andassen. Andassero. // 12. Stella. Nominativo. Difforme. Discorde dalle altre che l’adornarono di tanti pregi. Ovvero, non corrispondente al suo merito; - o forse difforme dalla stella d’Achille. [A.] - Fato. Nominativo. Sol qui. In ciò solo. // 13. Commise. Assegnò da celebrarla. A tal. A uno. Intende di sè stesso. // 14. Scema sue lode. Cioè nuoce alla sua gloria in cambio di giovarle. Lode sta per lodi.


    SONETTO CXXXVI.
    Prega il Sole a non privarlo della vista
    del beato paese di Laura.

    Almo Sol, quella fronde ch’io sol’amo,
    Tu prima amasti: or sola al bel soggiorno
    Verdeggia e senza par, poi che l’adorno
    Suo male e nostro vide in prima Adamo.
    Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego e chiamo,
    O Sole; e tu pur fuggi, e fai d’intorno
    Ombrare i poggi, e te ne porti ’l giorno,
    E fuggendo mi toi quel ch’i’ più bramo.
    L’ombra che cade da quell’umil colle,
    Ove favilla il mio soave foco,
    Ove ’l gran lauro fu picciola verga,
    Crescendo mentr’io parlo, agli occhi tolle
    La dolce vista del beato loco
    Ove ’l mio cor con la sua donna alberga.

    Verso 1. Quella fronde. Cioè il lauro, allegoria di Laura e di Dafne. - *Sol’. Sola.* // 2. Or. Forse era in tempo d’inverno, quando non verdeggiano le altre piante. Al bel soggiorno. Nel suo bel soggiorno. // 3-4. Par. Pari. Poi che. Da poi che. Da che. Da quando. L’adorno Suo male e nostro. Eva. Accusativo. Vuol significare che siccome l’alloro nel tempo dell’inverno verdeggia solo esso tra le altre piante, così non ci ha donna alcuna che si possa agguagliare a Laura, e mai non ce ne ebbe, dalla prima donna in qua. // 5. I’ ti pur prego. Io ti prego pure. // 7. Ombrare. Dar ombra. // 8. Toi. Togli. Quel ch’i’ più bramo. Quello che è dichiarato negli ultimi due versi. // 10. Favilla. Sfavilla. // 11. Dove già Laura fu bambina. // 12. Tolle. Toglie.


    SONETTO CXXXVII.
    Paragonasi ad una nave in tempesta,
    e che incomincia a disperare del porto.

    Passa la nave mia colma d’obblio
    Per aspro mare a mezza notte il verno
    Infra Scilla e Cariddi; ed al governo
    Siede ’l signor, anzi ’l nemico mio.
    A ciascun remo un pensier pronto e rio,
    Che la tempesta e ’l fin par ch’abbia a scherno:
    La vela rompe un vento umido eterno
    Di sospir, di speranze e di desio.
    Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
    Bagna e rallenta le già stanche sarte,
    Che son d’error con ignoranza attorto.
    Celansi i duo miei dolci usati segni;
    Morta fra l’onde è la ragione e l’arte:
    Tal ch’incomincio a disperar del porto.

    Verso 2. Aspro. Turbato. Il verno. In tempo d’inverno. // 3. Al governo. Della nave. // 4. Il signor, anzi ’l nemico mio. Amore. // 5. A ciascun remo. Suppliscasi siede o sta. // 6. Il fin. La morte. // 7. La vela. Accusativo. Rompe. Fiede. Batte. Percuote. Eterno. Continuo. Perenne. // 11. Che son. Che son fatte. // 12. I duo miei dolci usati segni. Le due mie consuete stelle. Vuol dir gli occhi di Laura. // 14. Del porto. Di giungere in porto. Di salvarmi.


    SONETTO CXXXVIII.
    Contempla estatico Laura in visione, e predice,
    dolente, la morte di lei.

    Una candida cerva sopra l’erba
    Verde m’apparve, con duo corna d’oro,
    Fra due riviere, a l’ombra d’un alloro,
    Levando ’l Sole, a la stagione acerba.
    Era sua vista sì dolce superba
    Ch’i’ lasciai per seguirla ogni lavoro;
    Come l’avaro, che ’n cercar tesoro
    Con diletto l’affanno disacerba.
    «Nessun mi tocchi,» al bel collo d’intorno
    Scritto avea di diamanti e di topazi;
    «Libera farmi al mio Cesare parve.»
    Ed era ’l Sol già vòlto al mezzo giorno.
    Gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi;
    Quand’io caddi ne l’acqua, ed ella sparve.

    Verso 3. Riviere. Fiumi. Forse tra Sorga e Durenza. [L.] // 4. Levando ’l Sole. In sul levar del sole. A la stagione acerba. In tempo di primavera. Veggasi il duodecimo verso del Sonetto contesimonono. // 5. Vista. Aspetto. // 8. Disacerba. Solleva. Tempera. // 10. Portava scritto in caratteri di diamanti e di topazi. // 11. Parve. Piacque. Ha riguardo all’antico motto: «Cæsaris sum; noli me tangere.» // 12. Vòlto. Cioè vicino. // 13. Suppliscasi erano. [L.] // 14. Il Tassoni pensa che il cader nell’acqua significhi la quantità delle lacrime versate dal Poeta, dopo lo sparire di Laura. [L.]


    SONETTO CXXXIX.
    Ripone tutta la sua felicità solo nel contemplare
    le bellezze di Laura.

    Sì come eterna vita è veder Dio,
    Nè più si brama, nè bramar più lice,
    Così me, donna, il voi veder, felice
    Fa in questo breve e frale viver mio.
    Nè voi stessa, com’or, bella vid’io
    Già mai, se vero al cor l’occhio ridice;
    Dolce del mio pensier ôra beatrice,
    Che vince ogni alta speme, ogni desio.
    E se non fosse il suo fuggir sì ratto,
    Più non dimanderei: che s’alcun vive
    Sol d’odore, e tal fama fede acquista;
    Alcun d’acqua o di foco il gusto e ’l tatto
    Acquetan, cose d’ogni dolzor prive;
    I’ perchè non de la vostr’alma vista?

    Verso 1. Eterna vita è veder Dio. Il veder Dio è vita eterna. // 3. Il voi veder. Il veder voi. // 5. Com’or, bella. Bella come ora. Così bella come vi veggo al presente. - *Proper.: «Nec illa mihi formosior unquam Visa est.» E Dante: «Io non la vidi tante volte ancora Ch’i’ non trovassi in lei nova bellezza.» // 7. Del mio pensier ôra beatrice. Aura beatrice del mio pensiero. // 5. Suo. Della detta ôra, cioè aura. // 10. Alcun. Cioè alcuni animali. // 11. E tal fama fede acquista. E tal cosa è creduta per vera. - Si allude alla favola di Solino e di Plinio intorno agli astomi, cioè senza bocca, popoli che abitavano presso le fonti del Gange e che vivevano di solo odore. [L.] // 12. Alcun. Alcuni animali. // 13. Acquetan. Appagano. Contentano. Dolzor. Dolcezza. // 14. Perchè non. Perchè non potrei vivere ed appagarmi.


    SONETTO CXL.
    Invita Amore a vedere il bell’andamento
    e gli atti dolci e soavi di Laura.

    Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra,
    Cose sopra natura, altere e nove:
    Vedi ben quanta in lei dolcezza piove;
    Vedi lume che ’l Cielo in terra mostra.
    Vedi quant’arte dora e ’mperla e innostra
    L’abito eletto e mai non visto altrove;
    Che dolcemente i piedi e gli occhi move
    Per questa di bei colli ombrosa chiostra.
    L’erbetta verde e i fior di color mille,
    Sparsi sotto quell’elce antiqua e negra,
    Pregan pur che ’l bel piè li prema o tocchi.
    E ’l ciel di vaghe e lucide faville
    S’accende intorno, e ’n vista si rallegra
    D’esser fatto seren da sì begli occhi.

    Verso 2. Altere e nove. Nobili e inusitate. // 4. Il Cielo. Accusativo. // 5. Innostra. Imporpora. // 6. L’abito. La persona di Laura. [A.] // 7. Che. Quanto. Veggasi il primo verso del Sonetto quarantesimosecondo. // 13. In vista. Nel sembiante. Visibilmente.


    SONETTO CXLI.
    Nulla può immaginarsi di più perfetto
    che veder Laura, e sentirla parlare.

    Pasco la mente d’un sì nobil cibo,
    Ch’ambrosia e nèttar non invidio a Giove:
    Chè sol mirando, obblio ne l’alma piove
    D’ogni altro dolce, e Lete al fondo bibo.
    Talor ch’odo dir cose e ’n cor describo,
    Perchè da sospirar sempre ritrove,
    Ratto per man d’Amor, nè so ben dove,
    Doppia dolcezza in un volto delibo;
    Chè quella voce infino al Ciel gradita,
    Suona in parole sì leggiadre e care,
    Che pensar nol poria chi non l’à udita.
    Allor insieme in men d’un palmo appare
    Visibilmente, quanto in questa vita
    Arte, ingegno e natura e ’l ciel può fare.

    Verso 1. D’un sì nobil cibo. Cioè del mirare e dell’ascoltar la sua Laura, come poi dichiara. // 3. Chè. Perocchè. Mirando. Cioè mirando io Laura. Ne l’alma. Nell’alma mia. // 4. Dolce. Dolcezza. Al fondo. Insino al fondo. Bibo. Beo. // 5. Odo dir cose. Cioè odo colei favellare. Describo. Descrivo. Cioè le cose che odo. // 6. Per le quali io trovi sempre materia di sospirare. // 7. Ratto. Rapito. Dove. Cioè dove rapito. // 8. Doppia dolcezza. Cioè la dolcezza del vedere e quella dell’udire. Delibo. Gusto. // 11. Pensar. Immaginare. Poria. Potrebbe. // 12. In men d’un palmo. In meno spazio d’un palmo. Vuol dire nel volto di Laura.


    SONETTO CXLII.
    Avvicinandosi al paese di Laura, sente la forza
    del suo amore verso di lei.

    L’aura gentil che rasserena i poggi
    Destando i fior per questo ombroso bosco,
    Al soave suo spirto riconosco,
    Per cui convèn che ’n pena e ’n fama poggi.
    Per ritrovar ove ’l cor lasso appoggi,
    Fuggo dal mio natio dolce aere tosco;
    Per far lume al pensier torbido e fosco,
    Cerco ’l mio Sole, e spero vederlo oggi.
    Nel qual provo dolcezze tante e tali,
    Ch’Amor per forza a lui mi riconduce;
    Poi sì m’abbaglia, che ’l fuggir m’è tardo.
    Io chiedere’ a scampar non arme anziali:
    Ma perir mi dà ’l Ciel per questa luce:
    Che da lunge mi struggo, e da presso ardo.

    Verso 1. L’aura. L’aura del paese ove era la sua donna. // 2. Destando i fior. Ecco il linguaggio poetico; i fiori si destano, come persone addormentate nel verno. [A.] // 3. Spirto. Fiato. // 4. Convèn. Conviene. Che ’n pena e ’n fama poggi. Che io monti, cioè cresca, di giorno in giorno in patimenti e in celebrità. // 5. Ove ’l cor lasso appoggi. Dove appoggiare il mio cuor lasso. // 6. Fuggo. Vo lontano. Tosco. Toscano. // 7. Al pensier. Al mio pensiero. // 11. Sì. Sì fattamente. M’abbaglia. Esso mio sole. Che. Dipende dal sì. Il fuggir m’è tardo. Non veggo l’ora di fuggire. // 12. A scampar. Per salvarmi. Anzi. Ma. // 13. Ma il Cielo mi ha destinato a perire per virtù di questa luce, cioè della luce del mio sole.


    SONETTO CXLIII.
    Non può sanarsi la sua amorosa ferita,
    che o dalla pietà di Laura o dalla morte.

    Di dì in dì vo cangiando il viso e ’l pelo;
    Nè però smorso i dolce inescati ami,
    Nè sbranco i verdi ed invescati rami
    De l’arbor che nè Sol cura nè gielo.
    Senz’acqua il mare, e senza stelle il cielo
    Fia innanzi ch’io non sempre tema e brami
    La sua bell’ombra, e ch’i’ non odii ed ami
    L’alta piaga amorosa che mal celo.
    Non spero del mio affanno aver mai posa
    Infin ch’i’ mi disosso e snervo e spolpo,
    O la nemica mia pietà n’avesse.
    Esser può in prima ogn’impossibil cosa,
    Ch’altri che morte od ella sani ’l colpo
    Ch’Amor co’ suoi begli occhi al cor m’impresse.

    Verso 1. Vo cangiando ’l viso e ’l pelo. Pel crescer della età. // 2. Smorso. Lascio di tener co’ denti. Dolce inescati. Guerniti di dolce esca. // 3. Sbranco. Lascio di tenere abbrancati. Invescati. Invischiati. // 4. Del lauro, allegoria di Laura. // 6. Innanzi che. Prima che. Non sempre tema e brami. Non tema e brami sempre. // 7. Sua. Cioè del detto albero. // 8. Alta. Profonda. // 10. Mi disosso e snervo e spolpo. Cioè muoio. - I verbi smorsare, sbrancare, disossare, snervare, spolpare somigliano a certi altri foggiati dall’Alighieri: ma non attestano una medesima forza creatrice. [A.] // 11. O. O infin che. La nemica mia. Cioè Laura. Pietà n’avesse. Cioè avesse pietà del mio affanno. Dice avesse, e non ha o abbia, per significare la incertezza che ciò avvenga mai. // 12. In prima. Prima. // 13. Ch’altri. Dipende da in prima. Ella. Cioè la nemica mia. // 14. Suoi. Cioè della nemica mia. - E si noti la frase imprimere un colpo, che è il latino imprimere vulnus. [A.]


    SONETTO CXLIV.
    Sin dal primo dì in ch’ei la vide, crebbero
    in Laura le grazie, ed in esso l’amore.

    L’aura serena che, fra verdi fronde
    Mormorando, a ferir nel volto viemme,
    Fammi risovvenir quando Amor diemme
    Le prime piaghe sì dolci e profonde;
    E ’l bel viso veder, ch’altri m’asconde,
    Che, sdegno o gelosia celato tiemme;
    E le chiome, or avvolte in perle e ’n gemme
    Allora sciolte e sovra ôr terso bionde;
    Le quali ella spargea sì dolcemente,
    E raccogliea con sì leggiadri modi,
    Che, ripensando, ancor trema la mente.
    Torsele il tempo po’ in più saldi nodi,
    E strinse ’l cor d’un laccio sì possente
    Che morte sola fia ch’indi lo snodi.

    Verso 2. Ferir. Percuotere. Viemme. Viemmi. Cioè mi viene. // 3. Quando. Del tempo quando. Ciò fu di primavera. Diemme. Diemmi. // 5. E. E fammi. Altri. cioè: sdegno e gelosia, come spiega nel verso seguente. // 6. Gelosia. Invidia che Laura ha del mio bene. Veggasi il Sonetto centoventesimo. Tiemme. Tiemmi. Cioè mi tiene. // 7. E le chiome. E veder le chiome. // 8. Sovra. Più che. // 12. Vuol dir che Laura cresciuta in età, non lasciava più i suoi capelli andare sciolti, come nella prima giovinezza. Po’ sta, per poi. // 13. Il cor. Il cuor mio. // 14. Indi. Cioè da esso laccio.


    SONETTO CXLV.
    La presenza di Laura lo trasforma, e la sola
    sua ombra lo fa impallidire.

    L’aura celeste che ’n quel verde lauro
    Spira, ov’Amor ferì nel fianco Apollo,
    Ed a me pose un dolce giogo al collo,
    Tal che mia libertà tardi restauro;
    Può quello in me che nel gran vecchio mauro
    Medusa quando in selce trasformollo.
    Nè posso dal bel nodo omai dar crollo,
    Là ’ve ’l Sol perde, non pur l’ambra o l’auro;
    Dico le chiome bionde e ’l crespo laccio,
    Che sì soavemente lega e stringe
    L’alma, che d’umiltate e non d’altro armo.
    L’ombra sua sola fa ’l mio core un ghiaccio
    E di bianca paura il viso tinge:
    Ma gli occhi hanno virtù di farne un marmo.

    Versi 1-3. Vuol dire il fiato e le parole di Laura, significata nell’alloro, che è figura altresì di Dafne. // 4. In modo che io non posso ricuperare, o non sono più a tempo di ricuperare, la mia libertà. // 5. Può quello in me che. Può in me quello che potè. Ha in me quel potere che ebbe. Nel gran vecchio mauro. In Atlante. // 7. Dar crollo. Muovermi pur un poco. Quel che si dice in francese bouger. // 8. Là ’ve. Là ove. Dove. Cioè, al paragone del qual nodo; pel quale s’intendono i capelli di Laura. Il Sol perde, non pur l’ambra o l’auro. È vinto, non dico l’ambra e l’oro, ma fino il sole. // 11. L’alma. L’alma mia. D’altro armo. Armo di altro. // 12. Sua. Dell’alloro, che vuol dir Laura; ovvero del crespo laccio detto nel nono verso, cioè della chioma di Laura. // 14. Gli occhi. Di Laura. Farne. Cioè del mio cuore e del viso.


    SONETTO CXLVI.
    Non può ridire gli effetti che in lui fanno gli occhi
    e le chiome di Laura.

    L’aura soave al Sole spiega e vibra
    L’auro ch’Amor di sua man fila e tesse:
    Là da’ begli occhi, e da le chiome stesse
    Lega ’l cor lasso, e i levi spirti cribra.
    Non ho midolla in osso, o sangue in fibra,
    Ch’io non senta tremar, pur ch’i’ m’appresse
    Dov’è chi morte e vita insieme spesse
    Volte in frale bilancia appende e libra;
    Vedendo arder i lumi, ond’io m’accendo,
    E folgorar i nodi, ond’io son preso,
    Or sull’omero destro ed or sul manco.
    I’ nol posso ridir; che nol comprendo;
    Da ta’ due luci è l’intelletto offeso,
    E di tanta dolcezza oppresso e stanco.

    Verso 2. Cioè i capelli di Laura. // 4. Lega. Intendasi di Amore. Il cor. Il mio cuore. I levi spirti. I miei lievi spiriti. Cribra. Agita. Scuote. // 6. Pur che. Purchè. Appresse. Appressi. // 7. Dove. Al luogo dove. Chi. Vuol dir Laura. Morte e vita. La morte e la vita mia. // 8. Appende. Sospende. // 9. Vedendo. Si riferisce alle parole del sesto verso ch’io non senta tremar. I lumi. Cioè gli occhi di Laura. // 10. Folgorar. Risplendere. I nodi. Cioè le trecce di Laura. // 11. Dipende dal verbo folgorare. // 13. Ta’. Tali.


    SONETTO CXLVII.
    Rapitole un guanto, loda la sua bella mano,
    e duolsi di doverlo restituire.

    O bella man che mi distringi ’l core
    E ’n poco spazio la mia vita chiudi;
    Mano ov’ogni arte e tutti loro studi
    Poser Natura e ’l Ciel per farsi onore;
    Di cinque perle orïental colore,
    E sol ne le mie piaghe acerbi e crudi,
    Diti schietti, soavi; a tempo ignudi
    Consente or voi, per arricchirmi, Amore.
    Candido, leggiadretto e caro guanto,
    Che copria netto avorio e fresche rose;
    Chi vide al mondo mai sì dolci spoglie?
    Così avess’io del bel velo altrettanto.
    O incostanza de l’umane cose!
    Pur questo è furto; e vien ch’i’ me ne spoglie.

    Verso 1. Distringi. Stringi. // 5-8. O diti schietti, soavi, simili per colore a cinque perle orientali, acerbi e crudi solo nelle mie piaghe, opportunamente permette Amore che voi rimanghiate ora ignudi, per arricchirmi, cioè delle vostre spoglie. Si aveva preso il Poeta nascostamente un guanto di Laura. // 14. Pur questo è furto. Questo è pur furto. Vien. Avviene. Ch’i’ me ne spoglie. Ch’io me ne spogli, cioè lo renda.


    SONETTO CXLVIII.
    Le ridà il guanto, e dice che non pur le mani,
    ma tutto è in Laura meraviglioso.

    Non pur quell’una bella ignuda mano,
    Che con grave mio danno si riveste,
    Ma l’altra, e le duo braccia, accorte e preste
    Son a stringer il cor timido e piano.
    Lacci Amor mille, e nessun tende in vano
    Fra quelle vaghe nove forme oneste,
    Ch’adornan sì l’alto abito celeste,
    Ch’aggiunger nol può stil nè ’ngegno umano.
    Gli occhi sereni e le stellanti ciglia;
    La bella bocca angelica, di perle
    Piena e di rose e di dolci parole,
    Che fanno altrui tremar di maraviglia;
    E la fronte e le chiome, ch’a vederle,
    Di state a mezzo dì vincono il Sole.

    Verso 1. Non pur. Non solo. // 2. Si riveste. Cioè del guanto rendutole dal Poeta. // 3-4. Accorte e preste Son. Sono accorte e preste, cioè pronte. Piano. Umile. Facile. Che non resiste. // 5. Amor tende mille lacci, e nessun d’essi invano. // 7. Sì. Talmente. Abito. Cioè corpo, persona. // 8. Aggiunger. Arrivare, attivo. // 9-14. Dipendono questi versi dalla voce fra del verso sesto.


    SONETTO CXLIX.
    Si pente d’aver restituito quel guanto ch’era
    per lui una delizia e un tesoro.

    Mia ventura ed Amor m’avean sì adorno
    D’un bell’aurato e serico trapunto,
    Ch’al sommo del mio ben quasi era aggiunto,
    Pensando meco a chi fu questo intorno.
    Nè mi riede a la mente mai quel giorno
    Che mi fe ricco e povero in un punto,
    Ch’i’ non sia d’ira e di dolor compunto,
    Pien di vergogna e d’amoroso scorno;
    Chè la mia nobil preda non più stretta
    Tenni al bisogno, e non fui più costante
    Contra lo sforzo sol d’un’angioletta:
    O fuggendo, ale non giunsi a le piante,
    Per far almen di quella man vendetta,
    Che degli occhi mi trae lagrime tante.

    Verso 2. Cioè del guanto di Laura, trapunto o ricamato d’oro o di seta. // 3. Che. Dipende dal sì del primo verso. Al sommo del mio ben. Al colmo della mia beatitudine. Era. Io era. Aggiunto. Giunto. // 4. Meco. Fra me. A chi fu questo intorno. Intorno a chi, cioè intorno a qual mano, fu questo guanto. // 5. Riede. Torna. // 6. Fe. Fece. Ricco e povero. Ricco, per l’acquisto del guanto; povero, per averlo renduto. In un punto. In un medesimo punto. // 10. Al bisogno. Come voleva il bisogno. // 12. Ale non giunsi a le piante. Non aggiunsi, non legai, non posi, ale a’ miei piedi. // 14. Degli. Dagli.


    SONETTO CL.
    Arso e distrutto dalla fiamma amorosa,
    non ne incolpa che la propria sorte.

    D’un bel, chiaro, polito e vivo ghiaccio
    Move la fiamma che m’intende e strugge,
    E sì le vene e ’l cor m’asciuga e sugge,
    Che ’nvisibilemente i’ mi disfaccio.
    Morte, già per ferire alzato ’l braccio,
    Come irato ciel tuona o leon rugge,
    Va perseguendo mia vita che fugge;
    Ed io, pien di paura, tremo e taccio.
    Ben poria ancor pietà con amor mista,
    Per sostegno di me, doppia colonna
    Porsi fra l’alma stanca e ’l mortal colpo:
    Ma io nol credo, nè ’l conosco in vista
    Di quella dolce mia nemica e donna:
    Nè di ciò lei; ma mia ventura incolpo.

    Verso 1. Vuol dir Laura. // 2. Move. Viene procede. Nasce. // 3. Sì. Sì fattamente. // 7. Perseguendo. Inseguendo. // 9. Poria. Potrebbe. Pietà con amor. Che nascessero nel cuor di Laura. // 11. L’alma. L’alma mia. E ’l mortal colpo. Che mi è minacciato da Morte. // 12-13. Ma io non credo che ciò sia per avvenire, e non ne veggo alcun segno nell’aspetto di Laura. Donna qui sta per signora. // 14. Ventura. Fortuna.


    SONETTO CLI.
    L’amerà anche dopo morte. Essa nol crede,
    ed egli se ne rattrista.

    Lasso, ch’i’ ardo, ed altri non mel crede;
    Sì crede ogni uom, se non sola colei
    Che sovra ogni altra e ch’i’ sola vorrei:
    Ella non par che ’l creda, e sì sel vede.
    Infinita bellezza e poca fede,
    Non vedete voi ’l cor negli occhi miei?
    Se non fosse mia stella, i’ pur devrei
    Al fonte di pietà trovar mercede.
    Quest’arder mio, di che vi cal sì poco,
    E i vostri onori in mie rime diffusi,
    Ne porian infiammar forse ancor mille:
    Ch’i’ veggio nel pensier, dolce mio foco,
    Fredda una lingua, e duo begli occhi chiusi
    Rimaner dopo noi pien di faville.

    Verso 2. Sì crede. Anzi veramente mel crede. // 3. La quale più che ogni altra persona, anzi la qual sola io vorrei che mel credesse. // 4. E sì sel vede. E pure, e nondimeno, lo vede. // 5. Vocativi. Cioè, o donna di bellezza infinita e di poca fede. // 7. Se non fosse mia stella. Se non fosse la mia sorte nemica, che lo impedisce. Devrei. Dovrei. // 8. Al fonte di pietà. Che siete voi. // 9. Di che. Di cui. // 11. Potrebbero infiammar di amore forse anco mille donne. // 12. Chè. Perocchè. Veggio nel pensier. Cioè preveggo col pensiero. Dolce mio foco. Vocativo. // 13-14. Cioè, che voi, per virtù delle mie rime, vivrete nella memoria degli uomini ancor dopo morta. Pien vale pieni, e dipende da rimanere.


    SONETTO CLII.
    Propone Laura a sè stesso come un modello
    di virtù da doversi imitare.

    Anima, che diverse cose tante,
    Vedi, odi e leggi e parli e scrivi e pensi;
    Occhi miei vaghi, e tu, fra gli altri sensi,
    Che scorgi al cor l’alte parole sante;
    Per quanto non vorreste o poscia od ante
    Esser giunti al cammin che sì mal tiensi,
    Per non trovarvi i duo bei lumi accensi,
    Nè l’orme impresse de l’amate piante?
    Or con sì chiara luce e con tai segni
    Errar non dèssi in quel breve vïaggio
    Che ne può far d’eterno albergo degni.
    Sfòrzati al cielo, o mio stanco coraggio,
    Per la nebbia entro de’ suoi dolci sdegni
    Seguendo i passi onesti e ’l divo raggio.

    Verso 1. Anima. Anima mia. Diverse cose tante. Tante cose diverse. // 3. Vaghi. Cupidi. Bramosi. E tu. Parla al senso dell’udito. // 4. Scorgi. Guidi. Conduci. Al cor. Al mio cuore. L’alte parole sante. Di Laura. // 5-8. Quanto gran prezzo non rifiutereste voi piuttosto che acconsentire di esser venuti al mondo o più presto o più tardi di questo tempo, in guisa che non aveste trovato nella vita costei? Ante vale avanti, prima. // 9. Con sì chiara luce. Quella de’ duo bei lumi accensi, cioè degli occhi di Laura. Con tai segni. Cioè l’orme impresse de l’amate piante, che vuol dire i vestigi di Laura. // 10. Dèssi. Si dee. In quel breve viaggio. Cioè nel viaggio della vita. // 11. Ne. Ci. // 12. Sfòrzati al ciel. «Poma ad sidera nituntur.» Virg.: Geor. II, v. 428. [A.] - *Coraggio vale cuore, ed è voce frequentissima presso i poeti antichi.* // 13. Per la nebbia entro. Per entro la nebbia. // 14. I passi onesti. Le orme di Laura. Divo. Divino. Raggio. Degli occhi di Laura.


    SONETTO CLIII.
    Confortasi col pensiero che un dì gli sarà invidiata
    la sua fortuna.

    Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci,
    Dolce mal, dolce affanno e dolce peso,
    Dolce parlar e dolcemente inteso,
    Or di dolce òra, or pien di dolci faci.
    Alma, non ti lagnar, ma soffri e taci,
    E tempra il dolce amaro che n’à offeso,
    Col dolce onor che d’amar quella ài preso
    A cu’ io dissi: tu sola mi piaci.
    Forse ancor fìa chi sospirando dica,
    Tinto di dolce invidia: assai sostenne
    Per bellissimo amor questi al suo tempo.
    Altri: o fortuna agli occhi miei nemica!
    Perchè non la vid’io? perchè non venne
    Ella più tardi, ovver io più per tempo?

    Verso 4. Or pieno di dolce aura, cioè refrigerio, or di dolci faci, cioè di dolce ardore. // 6. Che n’à offeso. Che ci ha travagliati. // 7. D’amar. Dall’amare. Preso. Ricevuto. // 8. A cu’ io. A cui io. - *Ovid.: «Elige cui dicas: tu mihi sola places.»* // 9. Ancor fia chi. Ci sarà nell’avvenire qualcuno che. // 10. Sostenne. Sofferse. // 11. Questi. Cioè il Poeta. // 12. Altri. Altri forse dirà. // 14. Per tempo. Presto.


    CANZONE XV.
    La persuade esser falso ch’ei avesse detto
    di amare altra donna.

    S’i’ ’l dissi mai, ch’i’ venga in odio a quella
    Del cui amor vivo, e senza ’l qual morrei:
    S’i’ ’l dissi, ch’e’ miei dì sian pochi e rei,
    E di vil signoria l’anima ancella:
    S’i’ ’l dissi, contra me s’arme ogni stella,
    E dal mio lato sia
    Paura e gelosia,
    E la nemica mia
    Più feroce vêr me sempre e più bella.

    Verso 1. S’i’ ’l dissi mai. D’amare un’altra donna. // 3. Ch’e’. Che i. Rei. Cattivi. Miseri. // 4. Di vil signoria. Cioè di vil passione, affetto. // 5. S’arme. Si armi. // 8. La nemica mia. Laura. // 9. Più feroce. Suppl. sia. Vêr. Verso.

    S’i’ ’l dissi, Amor l’aurate sue quadrella
    Spenda in me tutte, e l’impiombate in lei:
    S’i’ ’l dissi, cielo e terra, uomini e Dei
    Mi sian contrari, ed essa ognor più fella:
    S’i’ ’l dissi, chi con sua cieca facella
    Dritto a morte m’invia,
    Pur come suol si stia,
    Nè mai più dolce o pia
    Vêr me si mostri in atto od in favella.

    Verso 1. L’aurate sue quadrella. Le saette che producono amore. // 2. L’impiombate. Quelle che generano odio o freddezza. // 4. Fella. Aspra. Rigida. // 5. Chi. Colei che. Cioè Laura. Cieca facella. Cioè face, fiamma, che arde le intime e segrete parti dell’uomo. Chiusa, occulta, invisibile facella. Così Virgilio di Didone innamorata: «Vulnus alit venis, et cœco carpitur igni.» // 6. Dritto. Avverbio. // 7. Si rimanga tale, nè più nè meno, quale ella suol essere. // 8. Più dolce o pia. Più dolce o pietosa di quel che ella suole. // 9. Vêr. Verso. In atto od in favella. In opere o in parole.

    S’i’ ’l dissi mai, di quel ch’i’ men vorrei
    Piena trovi quest’aspra e breve via:
    S’i’ ’l dissi, il fero ardor che mi desvia
    Cresca in me, quanto ’l fier ghiaccio in costei:
    S’i’ ’l dissi, unqua non veggian gli occhi miei
    Sol chiaro o sua sorella,
    Nè donna nè donzella,
    Ma terribil procella,
    Qual Faraone in perseguirgli Ebrei.

    Verso 2. Trovi. Io trovi. Quest’aspra e breve via. Cioè la vita. // 3. Fero. Fiero. Mi desvia. Mi disvia. Cioè mi trae della via, mi fa smarrire, mi toglie il senno. // 5. Unqua. Mai. // 6. Sole chiaro nè luna chiara. // 9. Qual. Accusativo. Come quella che. Faraone. Suppliscasi vide. Perseguir. Inseguire.

    S’i’ ’l dissi, coi sospir, quant’io mai fei,
    Sia pietà per me morta e cortesia:
    S’i’ ’l dissi, il dir s’innaspri, che s’udia
    Sì dolce allor che vinto mi rendei:
    S’i’ ’l dissi, io spiaccia a quella ch’io torrei,
    Sol chiuso in fosca cella
    Dal dì che la mammella
    Lasciai fin che si svella
    Da me l’alma, adorar: forse ’l farei.

    Versi 1-2. Coi sospir, quant’io mai fei, Sia pietà per me morta e cortesia. Siano morti, cioè perduti, e gittati invano, i miei sospiri e quanto io feci mai; e con questo, e insieme, cioè medesimamente, sia morta per me ogni pietà e cortesia. // 3. Il dir. Cioè le parole di Laura. S’innaspri. Divenga aspro. // 4. Che vinto mi rendei. Cioè, che fui preso dell’amor di Laura. // 5. Torrei. Congiungasi questa voce col verbo adorar dell’ultimo verso della stanza; e intendasi: Vorrei, sarei contento, di adorare.

    Ma s’io nol dissi, chi sì dolce apria
    Mio cor a speme ne l’età novella,
    Regga ancor questa stanca navicella
    Col governo di sua pietà natia,
    Nè diventi altra, ma pur qual solia
    Quando più non potei,
    Che me stesso perdei,
    Nè più perder devrei.
    Mal fa chi tanta fè sì tosto obblia.

    Verso 1. Chi. Colei che. //. 2. Età. Età mia. // 3. Ancor. Anche ora. Anche in avvenire. Tuttavia. // 4. Governo. Timone. Natia. Naturale. Ingenita. // 5. Ma pur qual solia. Ma sia quale ella soleva essere. // 6. Suppliscasi perdere, patire, sostenere, fare, o altro simile. Ovvero intendasi: quando io non potei resistere. // 8. Devrei. Dovrei. // 9. Fè. Fede.

    Io nol dissi già mai, nè dir poria
    Per oro o per cittadi o per castella.
    Vinca ’l ver dunque e si rimanga in sella,
    E vinta a terra caggia la bugia.
    Tu sai in me il tutto, Amor: s’ella ne spia,
    Dinne quel che dir dèi.
    I’ beato direi
    Tre volte e quattro e sei
    Chi, devendo languir, si morì pria.

    Verso 1. Nè dir poria. Nè potrei dirlo. // 3. E si rimanga in sella. Metafora tolta dai giostratori. // 4. Caggia. Cada. // 5. Ne spia. Ne cerca. Ne dimanda. // 6. Dei. Devi. // 7. Io direi: beato. // 9. Devendo. Dovendo. Languir. Per amore. Pria. Di languire.

    Per Rachel ho servito e non per Lia;
    Nè con altra saprei
    Viver; e sosterrei,
    Quando ’l Ciel ne rappella,
    Girmen con ella in sul carro d’Elia.

    Verso 1. Cioè, per Laura ho patito e non per un’altra donna. Ha riguardo al servizio prestato da Giacobbe a Labano per avere in isposa Rachele. // 3-5. E sosterrei girmen. Ed avrei cuore di andarmene. Ne rappella. Ci richiama a sè.


    CANZONE XVI.
    Non può vivere senza vederla, e non vorrebbe
    morire per poter amarla.

    Ben mi credea passar mio tempo omai
    Come passato avea questi anni addietro,
    Senz’altro studio e senza novi ingegni;
    Or poi che da Madonna i’ non impetro
    L’usata aita, a che condotto m’ài,
    Tu ’l vedi, Amor, che tal arte m’insegni.
    Non so s’i’ me ne sdegni;
    Chè ’n questa età mi fai divenir ladro
    Del bel lume leggiadro,
    Senza ’l qual non vivrei in tanti affanni.
    Così avess’io i prim’anni
    Preso lo stil ch’or prender mi bisogna;
    Chè ’n giovenil fallire è men vergogna.

    Verso 1. Mi credea. Io mi credeva. // 3. Ingegni. Artifizi. Astuzie. // 4-5. Or poi che da Madonna i’ non impetro L’usata aita. Vuol dire: ma poichè Laura non mi si lascia più vedere, oppur non mi volge più gli occhi, volontariamente. // 6. Tal arte. Cioè di procacciarmi la vista, ovvero gli sguardi, di Laura come per furto. // 10. Senza il quale, trovandomi, come mi trovo, in tanti affanni, io non potrei vivere. // 11. Così. Voce desiderativa. I. Nei. // 12. Lo stil. L’usanza. L’arte detta di sopra. // 13. Chè. Perocchè. - *Ovid.: «Quæ decuit primis sine crimine lusimus annis.»*

    Gli occhi soavi, ond’io soglio aver vita,
    De le divine lor alte bellezze
    Furmi in sul cominciar tanto cortesi,
    Chè ’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze,
    Ma celato di for soccorso aita,
    Vissimi; che nè lor nè altri offesi.
    Or ben ch’a me ne pesi,
    Divento ingiurioso ed importuno;
    Chè ’l poverel digiuno
    Viene ad atto talor che ’n miglior stato
    Avria in altrui biasmato.
    Se le man di pietà invidia m’à chiuse,
    Fame amorosa e ’l non poter mi scuse.

    Verso 1. Onde. Dai quali. // 3. In sul cominciar. Da principio. Cortesi. Liberali. // 5. Di for soccorso. Soccorso che gli viene di fuori. Soccorso altrui. Aita. Verbo. Aiuta. // 6. Altri. Vuol dir Laura. // 10. Atto. Azione. Che. Che esso. // 12. Se invidia m’à chiuse (cioè fu cagione che si chiudessero con mio danno) le mani di pietà; le mani che mi solevano pietosamente soccorrere. [A.] // 13. ’L non poter. Il non potere altrimenti. Scuse. Scusi.

    Ch’i’ ò cercate già vie più di mille
    Per provar senza lor se mortal cosa
    Mi potesse tener in vita un giorno:
    L’anima, poi ch’altrove non à posa,
    Corre pur all’angeliche faville;
    Ed io, che son di cera, al foco torno;
    E pongo mente intorno,
    Ove si fa men guardia a quel ch’i’ bramo;
    E come augello in ramo,
    Ove men teme, ivi più tosto è colto,
    Così dal suo bel volto
    L’involo or uno ed or un altro sguardo;
    E di ciò insieme mi nutrico ed ardo.

    Verso 1. Vie più di mille. Più di mille vie. 2. Senza lor se. Se senza quegli occhi. // 4. L’anima. L’anima mia. - Non à posa. È il non pausare dei greci. [A.] // 5. A l’angeliche faville. Cioè a quegli occhi. // 7. Pongo mente. Osservo. // 12. L’involo. Le involo. Involo a lei, cioè a Laura. // 13. Insieme. In un medesimo tempo.

    Di mia morte mi pasco e vivo in fiamme:
    Stranio cibo e mirabil salamandra!
    Ma miracol non è; da tal si vòle.
    Felice agnello a la penosa mandra
    Mi giacqui un tempo; or a l’estremo famme
    E Fortuna ed Amor pur come sòle:
    Così rose e viole
    A primavera, e ’l verno à neve e ghiaccio.
    Però, s’i’ mi procaccio
    Quinci e quindi alimenti al viver curto,
    Se vòl dir che sia furto,
    Sì ricca donna deve esser contenta,
    S’altri vive del suo, ch’ella nol senta.

    Verso 2. Salamandra. Animale, che si dice che viva nel fuoco. // 3. Ma miracol non è. Ma non è cosa da farsene maraviglia. Da tal. Intende da Amore. Vole. Vuole. // 4-6. Dante, Par. XXV: «Del bello ovile, ov’io dormii agnello.»* - Cioè: io vissi felice già un tempo nella schiera degl’innamorati; ora in sull’ultimo, la Fortuna ed Amore mi trattano secondo la loro usanza, cioè mi danno pena e miseria. Famme sta per fammi; Sòle, per suole. // 11. Se ec. Laura dica pure a sua posta che questo sia furto; ma dica altresì che ben è moderato chi a lei tanto ricca non toglie se non quelle, di ch’ella nè pure si accorge. [A.] - Vòl. Vuole. // 13. Ch’ella nol senta. In maniera che ella non perda però nulla, nè pur se ne avvegga.

    Chi nol sa di ch’io vivo e vissi sempre
    Dal dì che prima que’ begli occhi vidi,
    Che mi fecer cangiar vita e costume?
    Per cercar terra e mar da tutti lidi
    Chi può saver tutte l’umane tempre?
    L’un vive, ecco, d’odor là sul gran fiume:
    Io qui di foco e lume
    Queto i frali e famelici miei spirti.
    Amor (e vo’ ben dirti),
    Disconviensi a signor l’esser sì parco.
    Tu ài li strali e l’arco:
    Fa’ di tua man, non pur bramando, i’ mora:
    Ch’un bel morir tutta la vita onora.

    Verso 1. Di che. Di che cosa. // 2. Prima. Primieramente. La prima volta. // 4. Cioè se bene avesse corso, o corresse, tutte le terre e tutti i mari. // 5. Saver. Sapere. Le umane tempre. Le nature degli uomini. // 6. Ecco, alcuni là presso al Gange vivono di odore. Favola narrata da alcuni antichi. - Vedi il Sonetto CXXXIX, e la nota respettiva. [L.] // 8. Queto. Verbo. Appago. // 9. E vo’ ben dirti. E voglio pur dirtelo. // 12. Fa’ ch’io muoia d’un tuo colpo, e non così consumandomi di fame e di desiderio a poco a poco. - *Cic.: «Mors honesta sæpe vitam quoque turpem exornat.»*

    Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce,
    In alcun modo più non può celarsi;
    Amor, i’ ’l so, che ’l provo a le tue mani.
    Vedesti ben quando sì tacito arsi:
    Or de’ miei gridi a me medesmo incresce,
    Che vo noiando e prossimi e lontani.
    O mondo, o pensier vani!
    O mia forte ventura a che m’adduce!
    O di che vaga luce
    Al cor mi nacque la tenace speme
    Onde l’annoda e preme
    Quella che con tua forza al fin mi mena!
    La colpa è vostra, e mio ’l danno e la pena.

    Verso 1. *Chiusa ecc. Ovid. «Quoque magis tegitur, tanto magis æstuat ignis.»* Pur. Ancora. Tuttavia. // 3. A le. Per le. Per opera delle. // 5. Ora non posso più tacere: anzi son ridotto a gridar tanto, che le mie grida rincrescono a me medesimo. // 6. Prossimi. Vicini. // 8. Forte ventura. Fortuna nemica. M’adduce. Mi conduce. // 9. Che. Quanto. Luce. Vuol dir gli occhi di Laura. - E si noti la graziosa elissi di che vaga ecc. per dir: a cagion di che ecc. Elissi frequente ai trecentisti anche nella prosa e poi quasi dimenticata dagli scrittori con tante altre maniere e proprietà; ciascuna delle quali è sì picciola cosa in sè stessa, ma tutto insieme davano alla nostra lingua un carattere suo proprio che noi moderni abbiamo perduto. Per timore di parer troppo antichi non ci vergogniamo di parer forestieri. [A.] // 11. Onde. Con cui. // 12. Quella. Cioè Laura. Tua. Di te, Amore. Al fin. A morte. // 13. Vostra. Vuol dire d’Amore e di Laura.

    Così di ben amar porto tormento,
    E del peccato altrui cheggio perdono;
    Anzi del mio, chè devea torcer gli occhi
    Dal troppo lume, e di sirene al suono
    Chiuder gli orecchi; ed ancor non men pento
    Che di dolce veleno il cor trabocchi.
    Aspetto io pur che scocchi
    L’ultimo colpo chi mi diede il primo:
    E fia, s’i’ dritto estimo,
    Un modo di pietate occider tosto,
    Non essendo ei disposto
    A far altro di me che quel che soglia;
    Chè ben mor chi morendo esce di doglia.

    Verso 1. Di bene amar. Per bene amare. Cioè a causa del mio bene amare. Porto. Sostengo. Patisco. // 2. Cheggio. Chiedo. - *Guitt. d’Arez. «De l’altrui fallo chiedo perdonanza.»* // 3. Devea. Dovea. Persona prima. // 5-6. Ed ancor non men pento Che. Ed ancor non mi pento, non mi dolgo, di questo, che. Il cor. Il mio cuore. Trabocchi. Ridondi. // 8. Chi. Cioè Amore. // 9. S’i’ dritto estimo. Se io ben giudico. - *Senec. «Misericordiæ genus est cito occidere.»* // 11-12. Quando egli, cioè Amore, non sia disposto a trattarmi altrimenti di ciò che suol fare.

    Canzon mia, fermo in campo
    Starò, ch’egli è disnor morir fuggendo:
    E me stesso riprendo
    Di tai lamenti: sì dolce è mia sorte,
    Pianto, sospiri e morte.
    Servo d’Amor, che queste rime leggi,
    Ben non ha ’l mondo che ’l mio mal pareggi.

    Verso. 2. Egli. Voce di ripieno. Disnor. Disonore. // 7. Ben. Nome accusativo. Che. Relativo di ben. Pareggi. Agguagli.


    SONETTO CLIV.
    Prega il Rodano, che scendendo al paese di Laura,
    le baci ’l piede, o la mano.

    Rapido fiume, che d’alpestra vena,
    Rodendo intorno, onde ’l tuo nome prendi,
    Notte e dì meco desïoso scendi
    Ov’Amor me, te sol Natura mena;
    Vattene innanzi: il tuo corso non frena
    Nè stanchezza nè sonno: e pria che rendi
    Suo dritto al mar, fiso, u’ si mostri, attendi
    L’erba più verde, e l’aria più serena.
    Ivi è quel nostro vivo e dolce Sole
    Ch’adorna e ’nfiora la tua riva manca;
    Forse (o che spero) il mio tardar le dole.
    Baciale ’l piede, o la man bella e bianca:
    Dille: il baciar sia ’n vece di parole;
    Lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.

    Verso 1. D’alpestra vena. Si riferisce al verbo scendi, che sta nel terzo verso. // 2. Intorno. Cioè il terreno d’intorno. Onde. Cioè: dal rodere. Il tuo nome. Di Rodano. - *Non da rodere ma da Roda, città dove nasce tal fiume, congettura il Tassoni derivare l’etimologia di Rodano.* // 4. Cioè verso colà dove è Laura. // 6. Che rendi. Che tu renda. // 7. Suo dritto. Il tributo delle tue acque. Fiso, u’ si mostri, attendi. Guarda fissamente, attentamente, ove sia. // 9. Quel nostro vivo e dolce Sole. Cioè Laura. // 10. Cioè, che abita sulla tua riva sinistra. // 11. O che spero. O certo, o per lo meno, io lo spero. Dole. Dispiace. // 14. Lo spirto. Cioè del Poeta. Ma la carne è stanca. Vuol dire: ma il corpo non può giungere così tosto, e senza l’indugio di quel tempo che è necessario al viaggio, come vorrebbe lo spirito.


    SONETTO CLV.
    Assente da Valchiusa col corpo, non fu, non è,
    e non sarà mai collo spirito.

    I dolci colli ov’io lasciai me stesso
    Partendo onde partir già mai non posso,
    Mi vanno innanzi; ed emmi ogni or addosso
    Quel caro peso ch’Amor m’à commesso.
    Meco di me mi meraviglio spesso,
    Ch’i’ pur vo sempre, e non son ancor mosso
    Dal bel giogo più volte indarno scosso,
    Ma com’ più me n’allungo e più m’appresso.
    E qual cervo ferito di saetta,
    Col ferro avvelenato dentro al fianco
    Fugge, e più duolsi quanto più s’affretta;
    Tal io con quello stral dal lato manco,
    Che mi consuma e parte mi diletta,
    Di duol mi struggo e di fuggir mi stanco.

    Verso 1. I dolci colli. I luoghi della dimora di Laura. // 2. Onde. Di là donde. Partir. Cioè partir col pensiero e coll’animo. // 3. Mi vanno innanzi. Cioè alla fantasia. Emmi. Mi è. Mi sta. Ogni or. Ognora. // 4. Cioè il giogo che Amore mi ha posto. // 5. Meco. Fra me stesso. // 6. Ch’i’ pur vo sempre. Ch’io vo pur continuamente oltre, allontanandomi da Laura. Non son. Non mi sono. // 8. Ma quanto più me ne allontano, più mi vi appresso. // 9-11. Virg. En.: «Qualis conjecta cerva sagitta, Quam procul incautam nemora inter Cressia fixit Pastor agens telis, liquitque volatile ferrum Nescius; illa fuga sylvas, saltusque peragrat Dictœos; hæret lateri lethalis arundo.»* // 11. E più. E tanto più. // 13. Parte. Insieme. Al medesimo tempo.


    SONETTO CLVI.
    È nuovo ed unico il suo tormento, giacchè Laura,
    che n’è la cagione, non s’accorge.

    Non da l’ispano Ibero a l’Indo Idaspe
    Ricercando del mar ogni pendice,
    Nè dal lito vermiglio a l’onde Caspe,
    Nè ’n ciel nè ’n terra è più d’una fenice.
    Qual destro corvo o qual manca cornice
    Canti ’l mio fato? o qual Parca l’innaspe?
    Che sol trovo pietà sorda com’aspe,
    Misero onde sperava esser felice:
    Ch’i’ non vo’ dir di lei; ma chi la scorge,
    Tutto ’l cor di dolcezza e d’amor l’empie;
    Tanto n’à seco e tanto altrui ne porge:
    E per far mie dolcezze amare ed empie,
    O s’infinge o non cura o non s’accorge
    Del fiorir queste innanzi tempo tempie.

    Versi 1-4. Vuol dire: la mia donna è di perfezione unica al mondo. Ibero. Nome di fiume. Pendice. Costa. Riva. Dal lito vermiglio. Dal lido del Mar Rosso. Caspe. Caspio. // 5-8. Vuol dire: or dunque per qual cagione avviene che essendo la mia donna così perfetta, io solo trovo lei, che è la stessa pietà, sorda come un aspide, e sono fatto misero da quello stesso per cui mi sperava di avere a esser felice? Il cantare del corvo da mano destra, e quello della cornacchia dalla sinistra, si prendono qui per augurii infausti. Innaspe sta per innaspi. // 9. Chi la scorge. Colui che la regge, la governa; o intenda di Amore o d’altro; chè l’oscurità di questo luogo e di tutto il sonetto passa ogni termine. // 10. L’empie. Le empie. Empie a Lei. // 11. Ne. Cioè di dolcezza e d’amore. Seco. In sè. // 12. Empie. Spietate. // 13. S’infinge. Dissimula. // 14. Che le mie tempie fioriscono, cioè incanutiscono, prima del tempo.


    SONETTO CLVII.
    Come e quando sia entrato nel laberinto d’amore,
    e come ora egli vi stia.

    Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge,
    Piacer mi tira, usanza mi trasporta,
    Speranza mi lusinga e riconforta,
    E la man destra al cor già stanco porge:
    Il misero la prende, e non s’accorge
    Di nostra cieca e disleale scorta:
    Regnano i sensi, e la ragione è morta;
    De l’un vago desio l’altro risorge.
    Vertude, onor, bellezza, atto gentile,
    Dolci parole ai bei rami m’àn giunto,
    Ove soavemente il cor s’invesca.
    Mille trecento ventisette appunto,
    Su l’ora prima, il dì sesto d’aprile
    Nel labirinto intrai; nè veggio ond’esca.

    Verso 2. Usanza. Abito. Assuefazione. - *Benuccio Salimb.: «E la speranza mi lusinga e mena.»* // 6. Come sia cieca e infedele la nostra guida. Cioè Amore o speranza, ovvero ambedue. // 8. De l’un. Dall’un. Risorge. Rinasce. // 10. Ai bei rami. Del lauro, allegoria di Laura. Giunto. Colto. Preso. // 11. S’invesca. S’invischia. // 12. Mille trecento ventisette. Nell’anno mille trecento ventisette. // 14. Intrai. Entrai. Ond’esca. Donde, da che parte, uscire, potere uscire.


    SONETTO CLVIII.
    Servo fedele di Amore per sì lungo tempo,
    non n’ebbe in premio che lagrime.

    Beato in sogno, e di languir contento,
    D’abbracciar l’ombre e seguir l’aura estiva
    Nuoto per mar che non ha fondo o riva,
    Solco onde, e ’n rena fondo, e scrivo in vento;
    E ’l Sol vagheggio sì, ch’egli à già spento
    Col suo splendor la mia vertù visiva;
    Ed una cerva errante e fuggitiva
    Caccio con un bue zoppo e ’nfermo e lento.
    Cieco e stanco ad ogni altro ch’al mio danno,
    Solo Amor e Madonna e Morte chiamo.
    Così vent’anni (grave e lungo affanno!)
    Pur lacrime e sospiri e dolor merco:
    In tale stella presi l’esca e l’amo.

    Verso 2. Seguir l’aura estiva. Correr dietro al vento. // 4. Catull.: «In vento et rapida scribere oportet acqua.»* // 6. Vertù. Virtù. Cioè facoltà, potenza. // 9. Ad ogni altro. Ad ogni altra cosa. Cioè verso ogni altra cosa, a rispetto di ogni altra cosa. // 13. Pur. Solo. Non altro che. Merco. Procaccio. Guadagno. // 14. In tal punto di stelle fui preso all’amo, cioè caddi in questa mia passione.


    SONETTO CLIX.
    Laura colle sue grazie fu per lui una vera
    incantatrice che lo trasformò.

    Grazie ch’a pochi ’l Ciel largo destina;
    Rara vertù, non già d’umana gente;
    Sotto biondi capei canuta mente,
    E in umil donna, alta beltà divina;
    Leggiadria singulare e pellegrina,
    E ’l cantar che ne l’anima si sente,
    L’andar celeste, e ’l vago spirto ardente,
    Ch’ogni dur rompe ed ogni altezza inchina;
    E que’ begli occhi, che i cor fanno smalti
    Possenti a rischiarare abisso e notti,
    E tôrre l’alme a’ corpi e darle altrui;
    Col dir pien d’intelletti dolci ed alti,
    E co’ sospir soavemente rotti:
    Da questi magi trasformato fui.

    Verso 1. Largo. Liberale. // 2. Virtù rara e più che umana. // 3. Capei. Capelli. // 7. L’andar. L’andamento. // 8. Ogni dur. Ogni duro. Cioè ogni durezza, ogni cosa dura. // 9. Che i cor fanno smalti. Che impietrano i cuori. // 10. Possenti. Dipende da occhi. // 12. Intelletti. Concetti. Sentimenti.


    SESTINA VI.
    Storia del suo amore. Difficoltà di liberarsene.
    Invoca l’aiuto di Dio.

    Anzi tre dì creata era alma in parte
    Da por sua cura in cose altere e nove,
    E dispregiar di quel ch’a molti è ’n pregio.
    Quest’ancor dubbia del fatal suo corso,
    Sola, pensando, pargoletta e sciolta,
    Intrò di primavera in un bel bosco.

    Verso 1. Anzi tre dì. Già da tre giorni. Per giorni intende le età dell’uomo, e vuol dire che l’anima sua, quando ella s’innamorò di Laura, trovavasi aver passate le tre prime età della vita, infanzia, puerizia e gioventù. Alma. Un’alma. Cioè l’anima del poeta. In parte. In corpo, in persona sì fattamente disposta. // 2. Altere. Alte. Nobili. // 3. Ch’a molti è ’n pregio. Che da molti è pregiato. // 4. Quest’anima, ancora incerta del corso a lei stabilito dal destino. // 6. Intrò. Entrò. In un bel bosco. Nel bosco di Amore.

    Era un tenero fior nato in quel bosco
    Il giorno avanti; e la radice in parte
    Ch’appressar nol poteva anima sciolta:
    Chè v’eran di lacciuo’ forme sì nove,
    E tal piacer precipitava al corso,
    Che perder libertate iv’era in pregio.

    Verso 1. Un tenero fior. Intende di Laura. Nato. Dipende da era. // 2. Il giorno avanti. Cioè un’età innanzi. E la radice in parte. E la radice di questo fiore era in luogo tale, era di tal disposizione. // 3. Che nessuna anima che si fosse appressata al medesimo fiore, poteva rimanere sciolta, cioè libera. Nessuna anima se gli poteva appressare che non vi restasse presa. // 4. Chè. Perocchè. Lacciuo’. Lacciuoli. // 5. Precipitava al corso. Induceva le anime a correre cupidissimamente a quel fiore. // 6. Iv’era. Ivi era. In pregio. Cosa avuta in pregio.

    Caro, dolce, alto e faticoso pregio,
    Che ratto mi volgesti al verde bosco,
    Usato di sviarne a mezzo ’l corso,
    Ed ho cerco poi ’l mondo a parte a parte,
    Se versi o pietre o suco d’erbe nove
    Mi rendesser un dì la mente sciolta.

    Verso 1. Pregio. Del perder la propria libertà intorno a quel fiore. // 3. Usato. Solito. Dipende da bosco. Sviarne. Sviarci. Sviare gli uomini. A mezzo ’l corso. Della vita. // 4. Cerco. Cercato. // 5. Se. Per vedere se. Suco. Sugo. Nove. Strane. Rare. // 6. Sciolta. Libera.

    Ma, lasso, or veggio che la carne sciolta
    Fia di quel nodo ond’è ’l suo maggior pregio,
    Prima che medicine antiche o nove
    Saldin le piaghe ch’i’ presi in quel bosco
    Folto di spine; ond’i’ ò ben tal parte,
    Che zoppo n’esco e ’ntraivi a sì gran corso.

    Verso 1-2. La carne. Il mio corpo. Sciolta fia. Sarà sciolta. Ond’è ’l suo maggior pregio. Da cui viene a essa carne il suo maggior pregio. Cioè da quel nodo che la congiunge allo spirito. // 3. Antiche o nove. Usitate o insolite. // 5. Ò ben tal parte. Sono ridotto a tale. // 6. A sì gran corso. Correndo sì gagliardamente.

    Pien di lacci e di stecchi un duro corso
    Aggio a fornire, ove leggiera e sciolta
    Pianta avrebbe uopo, e sana d’ogni parte.
    Ma tu, Signor, ch’ài di pietate il pregio,
    Porgimi la man destra in questo bosco;
    Vinca ’l tuo Sol le mie tenebre nove.

    Verso 1. Un duro corso, pieno di lacci o di stecchi. // 2. Aggio. Ho. // 3. Pianta. Piede. Avrebbe uopo. Sarebbe di bisogno. D’ogni parte. Da ogni parte. Del tutto. // 4. Signor. Si volge a Dio. Il pregio. Il vanto. La lode. // 6. Nove. Strane.

    Guarda ’l mio stato a le vaghezze nove,
    Che ’nterrompendo di mia vita il corso,
    M’àn fatto abitator d’ombroso bosco:
    Rendimi, s’esser può, libera e sciolta
    L’errante mia consorte; e fia tuo ’l pregio
    S’ancor teco la trovo in miglior parte.

    Verso 1. Guarda in che stato io sono ridotto alle bellezze, cioè per le bellezze, al mirar le bellezze stupende di questa donna. // 2. Che sviandomi dal diritto cammino. // 5. L’errante mia consorte. Cioè l’anima mia. // 6. S’ancor. Se un dì nello avvenire. Teco la trovo in miglior parte. Vuol dire: la ritroverò in paradiso.

    Or ecco in parte le question mie nove:
    S’alcun pregio in me vive o ’n tutto è corso,
    O l’alma sciolta o ritenuta al bosco.

    Verso 1. Le question. I dubbi. // 2. Vive. Resta. O ’n tutto. O del tutto. Corso. Dileguato. Venuto meno. // 3. Suppliscasi è o sarà.


    SONETTO CLX.
    Virtù somme congiunte a bellezza somma,
    formano il ritratto di Laura.

    In nobil sangue vita umile e queta,
    Ed in alto intelletto un puro core;
    Frutto senile in sul giovenil fiore,
    E ’n aspetto pensoso anima lieta,
    Raccolto à ’n questa donna il suo pianeta,
    Anzi il re de le stelle; e ’l vero onore,
    Le degne lode e ’l gran pregio e ’l valore
    Ch’è da stancar ogni divin poeta.
    Amor s’è in lei con onestate aggiunto;
    Con beltà naturale abito adorno,
    Ed un atto che parla con silenzio;
    E non so che negli occhi che ’n un punto
    Può far chiara la notte, oscuro il giorno,
    E ’l mèl amaro, ed addolcir l’assenzio.

    Verso 6. E ’l vero onore. E similmente vi ha raccolto il vero onore. // 7. Lode. Lodi. Vanti. // 8. Ch’è. Che è tale. // 9. Aggiunto. Congiunto. // 10. Abito. Portamento. Adorno. Aggraziato. Elegante. Leggiadro. // 11. Un atto. Un’attitudine. Che parla con silenzio. Che parla tacendo. - *Ovid.: «Sæpe tacens vultus verba loquentis habet.»* // 12. E non so che. E un non so che. In un punto. A un medesimo tempo.


    SONETTO CLXI.
    Soffre in pace di pianger sempre,
    ma no che Laura siagli sempre crudele.

    Tutto ’l dì piango; e poi la notte quando
    Prendon riposo i miseri mortali,
    Trovomi in pianto e raddoppiarsi i mali:
    Così spendo ’l mio tempo lagrimando.
    In tristo umor vo gli occhi consumando,
    E ’l core in doglia; e son fra gli animali
    L’ultimo sì, che gli amorosi strali
    Mi tengono ad ogni or di pace in bando.
    Lasso, che pur da l’uno a l’altro sole
    E da l’un’ombra a l’altra ò già ’l più corso
    Di questa morte che si chiama vita.
    Più l’altrui fallo che ’l mio mal mi dole;
    Chè pietà viva e ’l mio fido soccorso
    Vedem’arder nel foco e non m’aita.

    Verso 3. E raddoppiarsi i mali. E trovo raddoppiarsi i miei mali. // 6-7. E son fra gli animali l’ultimo. Cioè: sono di condizione inferiore a quella degli altri animali, in peggior condizione che qualunque altro animale, perchè gli altri hanno pace almeno la notte. Veggansi le due prime stanze della prima Sestina. // 8. Ad ogni or. In ogni tempo. Di pace in bando. Privo di pace. // 9-10. Da l’uno a l’altro sole E da l’un’ombra a l’altra. Da giorno a giorno e da notte a notte. Vuol dire, andando oltre a grado a grado negli anni. Ò già ’l più corso. Ho già trapassata la maggior parte. // 12. L’altrui fallo. Vuol dir la colpa di Laura. // 13. Chè. Perocchè. Pietà viva e il mio fido soccorso. Cioè, Laura che è la pietà in persona, e dove è riposta ogni speranza ch’io ho di soccorso. // 14. Vedem’arder. Mi vede ardere. Aita. Aiuta.


    SONETTO CLXII.
    Si pente d’essersi sdegnato verso di una bellezza
    che gli rende dolce anche la morte.

    Già desiai con sì giusta querela
    E ’n sì fervide rime farmi udire,
    Ch’un foco di pietà fessi sentire
    Al duro cor ch’a mezza state gela;
    E l’empia nube che ’l raffredda e vela,
    Rompesse a l’aura del mio ardente dire;
    O fessi quella altrui ’n odio venire
    Ch’e’ belli, onde mi strugge, occhi mi cela.
    Or non odio per lei, per me pietate
    Cerco; chè quel non vo’, questo non posso;
    Tal fu mia stella e tal mia cruda sorte
    Ma canto la divina sua beltate;
    Chè quand’i’ sia di questa carne scosso,
    Sappia ’l mondo che dolce è la mia morte.

    Verso 1. Già. Un tempo. // 3. Fessi. Facessi. // 4. Al duro cor. Al cuor di Laura. Gela. Neutro. // 6. Rompesse. Si rompesse. // 7-8. Ovvero facessi venire in odio agli altri colei che mi nasconde i begli occhi con cui mi strugge. // 9. Odio. Dipende da cerco, che sta nel verso seguente. Per me pietate. Nè pietà per me. // 10. Quel. Cioè far venire in odio ad altrui la mia donna. Questo. Cioè far sentire al cuor di Laura un fuoco di pietà. // 13. Chè. Acciocchè. Sicchè. Scosso. Spogliato. Nudo.


    SONETTO CLXIII.
    Laura è un Sole. Tutto è bello finch’essa vive,
    e tutto si oscurerà alla sua morte.

    Tra quantunque leggiadre donne e belle
    Giunga costei, ch’al mondo non à pare,
    Col suo bel viso sôl de l’altre fare
    Quel che fa ’l dì de le minori stelle.
    Amor par ch’a l’orecchie mi favelle,
    Dicendo: quanto questa in terra appare,
    Fia ’l viver bello; e poi ’l vedrem turbare,
    Perir virtuti, e ’l mio regno con elle.
    Come Natura al ciel la luna e ’l sole,
    A l’aere i venti, a la terra erbe e fronde,
    A l’uomo e l’intelletto e le parole,
    Ed al mar ritogliesse i pesci e l’onde;
    Tanto e più fien le cose oscure e sole,
    Se morte gli occhi suoi chiude ed asconde.

    Verso 1. Quantunque. Quanto si voglia. Quanto si sia. // 2. Pare. Pari. // 3. Sôl. Suole. // 5. Favelle. Favelli. // 6. Quanto. Tanto tempo quanto. Insino a tanto che. Questa. Questa donna, cioè Laura. // 7. Turbare. Turbarsi. Essere turbato. // 8. Elle. Esse. // 9. Come. Come se. Come avverrebbe se. // 13. Fien. Saranno. Sole. Solitarie. Deserte. // 14. Suoi. Di costei, cioè di Laura.


    SONETTO CLXIV.
    Levasi il Sole, e spariscono le stelle.
    Levasi Laura, e sparisce il Sole.

    Il cantar novo e ’l pianger degli augelli
    In sul dì fanno risentir le valli,
    E ’l mormorar de’ liquidi cristalli
    Giù per lucidi freschi rivi e snelli.
    Quella ch’à neve il volto, oro i capelli,
    Nel cui amor non fur mai ’nganni nè falli,
    Destami al suon degli amorosi balli,
    Pettinando al suo vecchio i bianchi velli.
    Così mi sveglio a salutar l’Aurora
    E ’l Sol ch’è seco, e più l’altro ond’io fui
    Ne’ prim’anni abbagliato e sono ancora.
    I’ gli ò veduti alcun giorno ambedui
    Levarsi insieme, e ’n un punto e ’n un’ora,
    Quel far le stelle e questo sparir lui.

    Verso 1. Novo. Cioè che si rinnova, che ricomincia, in quell’ora. // 2. In sul dì. In sul far del di. Risentir. Destarsi. // 3. Il mormorar. Nominativo, come il cantar e il pianger nel primo verso: e regge medesimamente il verbo fanno, che sta nel verso precedente. // 5. Vuol dir l’Aurora. // 7. Al suon degli amorosi balli. A quella, per così dir, festa che fa la natura in sul mattino. // 8. Al suo vecchio. A Titone. Velli. Crini. Capelli. // 10. L’altro. Quell’altro sole. Cioè Laura. Onde. Dal quale. // 11. Ne’ prim’anni. Ne’ miei primi anni. E sono ancora. Cioè abbagliato. // 12. Ambedui. Cioè questo e quell’altro sole. // 13. Levarsi insieme. Comparire a uno stesso tempo. E ’n un punto e ’n un’ora. E in un medesimo istante. // 14. Cioè, il sole fare sparire le stelle, e Laura fare sparire il sole.


    SONETTO CLXV.
    Interroga Amore, ond’abbia tolte quelle tante
    grazie di cui Laura va adorna.

    Onde tolse Amor l’oro e di qual vena,
    Per far due trecce bionde? e ’n quali spine
    Colse le rose, e ’n qual piaggia le brine
    Tenere e fresche, e diè lor polso e lena?
    Onde le perle in ch’ei frange ed affrena
    Dolci parole oneste e pellegrine?
    Onde tante bellezze e sì divine
    Di quella fronte più che ’l ciel serena?
    Da quali angeli mosse e di qual spera
    Quel celeste cantar che mi disface
    Sì che m’avanza omai da disfar poco?
    Di qual Sol nacque l’alma luce altera
    Di que’ begli occhi ond’io ò guerra e pace,
    Che mi cuocono ’l cor in ghiaccio e ’n foco?

    Verso 3. Le brine. Figurano il candore della carnagione di Laura. // 4. Polso e lena. Cioè vita. // 5. Le perle. Significano i denti di Laura. // 9. Mosse. Neutro. Venne. Di. Da. Spera. Sfera. // 11. In guisa che oramai poco resta di me da disfare. // 12. Di. Da. // 13. Onde. Da cui. // 14. Che. I quali occhi. - *Ovid.: «Me calor ætneo non minor igne coquit.»*


    SONETTO CLXVI.
    Guardando gli occhi di lei si sente morire,
    ma non sa come staccarsene.

    Qual mio destin, qual forza o qual inganno
    Mi riconduce disarmato al campo
    Là ’ve sempre son vinto; e s’io ne scampo,
    Maraviglia n’avrò; s’i’ moro, il danno?
    Danno non già, ma pro; sì dolci stanno
    Nel mio cor le faville e ’l chiaro lampo
    Che l’abbaglia e lo strugge, e ’n ch’io m’avvampo:
    E son già, ardendo, nel vigesimo anno.
    Sento i messi di morte ove apparire
    Veggio i begli occhi e folgorar da lunge;
    Poi s’avvèn ch’appressando a me li gire,
    Amor con tal dolcezza m’unge e punge,
    Ch’i’ nol so ripensar, non che ridire;
    Chè nè ingegno nè lingua al vero aggiunge.

    Verso 2. Al campo. Vuol dire alla presenza di Laura. // 3. Là ’ve. Dove. // 6. Lampo. Splendore. // 7. E ’n ch’io. E in cui io. // 8. E corre già l’anno ventesimo da che io ardo nel detto fuoco. // 9. Messi. Nunzi. Forieri. Ove. Quando. // 11. Avvèn. Avviene. Appressando. Appressandosi. Gire. Giri. Cioè volga. Sottintendasi Laura. // 12. M’unge e punge. Cioè m’empie di piacere e d’affanno. // 13. Ripensar, non che ridire. Non solo ridire, ma nè anche ripensare. // 14. Chè. Perocchè. Aggiunge. Arriva.


    SONETTO CLXVII.
    Non trovandola colle sue amiche, ne chiede
    loro il perchè; ed esse il confortano.

    - Liete e pensose, accompagnate e sole
    Donne, che ragionando ite per via,
    Ov’è la vita, ov’è la morte mia ?
    Perchè non è con voi com’ella sòle?
    - Liete siam per memoria di quel Sole
    Dogliose per sua dolce compagnia
    La qual ne toglie invidia e gelosia,
    Che d’altrui ben, quasi suo mal, si dole.
    - Chi pon freno agli amanti o dà lor legge?
    - Nessuno a l’alma; al corpo ira ed asprezza:
    Questo ora in lei, talor si prova in noi.
    Ma spesso nella fronte il cor si legge:
    Sì vedemmo oscurar l’alta bellezza,
    E tutti rugiadosi gli occhi suoi.

    Verso 1. Sole. Perchè prive della compagnia di Laura. // 3. Cioè: dove è Laura? // 4. Sòle. Suole. // 5. Rispondono le donne. Di quel Sole. Cioè di Laura. // 6-7. Per sua dolce compagnia La qual ne toglie invidia e gelosia. Perchè la sua dolce compagnia ci è tolta da invidia e da gelosia. // 9. Soggiunge il Poeta. E vuol dire: come può Laura, essendo amante, e niuna cosa potendo por freno a chi ama, essere impedita di trovarsi con voi? Lor. Ad essi. // 10. Rispondono le donne. Ira ed asprezza. Dei parenti, dei mariti, o simili. // 11. Questo avviene ora a lei, e talora a noi. Cioè avviene che ira ed asprezza ci pongono freno e dan legge. // 13. Oscurar. Oscurarsi. Cioè contristarsi e turbarsi per dispiacere di non potere essere seco noi. L’alta bellezza. Di Laura. // 14. Rugiadosi. Cioè lagrimosi.


    SONETTO CLXVIII.
    Nella notte sospira per quella che sola nel dì
    può addolcirgli le pene.

    Quando ’l Sol bagna in mar l’aurato carro,
    E l’aer nostro e la mia mente imbruna,
    Col cielo e con le stelle e con la luna
    Un’angosciosa e dura notte innarro.
    Poi, lasso, a tal che non m’ascolta narro
    Tutte le mie fatiche ad una ad una,
    E col mondo e con mia cieca fortuna
    Con Amor, con Madonna e meco garro.
    Il sonno è ’n bando, e del riposo è nulla;
    Ma sospiri e lamenti infino a l’alba,
    E lagrime che l’alma agli occhi invia.
    Vien poi l’aurora, e l’aura fosca inalba;
    Me no; ma ’l Sol che ’l cor m’arde e trastulla,
    Quel può solo addolcir la doglia mia.

    Verso 4. Innarro. Incaparro. Locuzione metaforica, che viene a dire: incomincio una trista notte. // 5. A tal. A una. Cioè a Laura. // 6. Fatiche. Miserie. Affanni. Patimenti. // 8. Garro. Garrisco. // 12. L’aura fosca. Accusativo. Inalba. Imbianca. Rischiara. // 13. Il Sol. Vuol dir Laura. // 14. Quel può solo. Quello solo può. Cioè il detto sole, che è Laura.


    SONETTO CLXIX.
    Se i tormenti che soffre lo condurranno a morte,
    ei ne avrà ’l danno, ma Laura la colpa.

    S’una fede amorosa, un cor non finto,
    Un languir dolce, un desïar cortese;
    S’oneste voglie in gentil foco accese;
    S’un lungo error in cieco laberinto;
    Se ne la fronte ogni penser dipinto,
    Od in voci interrotte appena intese,
    Or da paura, or da vergogna offese;
    S’un pallor di vïola e d’amor tinto;
    S’aver altrui più caro che sè stesso;
    Se lagrimar e sospirar mai sempre,
    Pascendosi di duol, d’ira e d’affanno;
    S’arder da lunge ed agghiacciar da presso,
    Son le cagion ch’amando i’ mi distempre;
    Vostro, donna, il peccato; e mio fia ’l danno.

    Verso 4. Un lungo error. Un lungo aggirarsi. // 5. Ne la fronte. Dipende da dipinto. Penser. Pensiero. // 6. Od in voci. O dipinto in voci. // 7. Offese. Turbate. Intraversate. Impacciate. // 8. Di viola e d’amor tinto. Tinto di viola e d’amore. - *Oraz.: «Tinctus viola pallor amantium.»* // 9. Altrui. Cioè la persona amata. // 13. Distempre. Distemperi. Cioè distrugga, disfaccia. - Sordello: «Mon es lo dans e vostres lo peccat.» [T.]


    SONETTO CLXX.
    Chiama ben felice chi guidò quella barca
    e quel carro, su cui Laura sedeva cantando.

    Dodici donne onestamente lasse,
    Anzi dodici stelle, e ’n mezzo un Sole
    Vidi in una barchetta allegre e sole,
    Qual non so s’altra mai onde solcasse.
    Simil non credo che Giason portasse
    Al vello ond’oggi ogni uom vestir si vòle,
    Nè ’l pastor di che ancor Troia si dòle;
    De’ qua’ duo tal romor al mondo fasse.
    Poi le vidi in un carro trïonfale,
    E Laura mia con suoi santi atti schifi
    Sedersi in parte e cantar dolcemente:
    Non cose umane o visïon mortale.
    Felice Automedon, felice Tifi,
    Che conduceste sì leggiadra gente!

    Verso 1. Onestamente lasse. In atto e positura compostamente o leggiadramente abbandonata e negletta. // 2. E ’n mezzo. E in mezzo a loro. Un Sole. Vuol dir Laura. // 4. Qual. Cioè simile alla qual barchetta. Altra. Altra barca. Onde. Nome accusativo. // 5. Non credo che fosse simile a questa barchetta quella nave che portò Giasone. // 6. Al vello. Cioè al vello d’oro. Onde. Del qual vello. Cioè di drappi d’oro, di panni suntuosissimi. // 7. Di che. Di cui. // 8. De’ qua’ duo. Dei quali due. Cioè di Giasone e di Paride. Fasse. Fassi. Si fa. // 10. Schifi. Verecondi e ritrosetti. // 11. In parte. Da un lato. // 12. Cose sovrumane, e vista più che mortale. // 13. Cioè: felice te o cocchiero, e te o piloto. Automedonte fu nome del cocchiero di Achille, e Tifi del piloto degli Argonauti.


    SONETTO CLXXI.
    Tanto egli è misero nell’esser lontano da lei,
    quanto è felice il luogo che la possede.

    Passer mai solitario in alcun tetto
    Non fu quant’io, nè fera in alcun bosco;
    Ch’i’ non veggio ’l bel viso, e non conosco
    Altro Sol, nè questi occhi hanno altro obbietto.
    Lagrimar sempre è ’l mio sommo diletto;
    Il rider, doglia; il cibo, assenzio e tosco;
    La notte, affanno; il ciel seren m’è fosco,
    E duro campo di battaglia il letto.
    Il sonno è veramente, qual uom dice,
    Parente de la morte, e ’l cor sottragge
    A quel dolce pensier che ’n vita il tène.
    Solo al mondo paese almo felice,
    Verdi rive, fiorite ombrose piagge,
    Voi possedete ed io piango ’l mio bene.

    Verso 1. Solitario. Dipende da non fu. // 2. Nè fera. Nè fiera. Suppliscasi: fu mai tanto solitaria quanto sono io. // 3. Chè. Perchè. // 6. Doglia. Mi è doglia. // 9. È veramente. È per me veramente. Qual uom dice. Quello che si dice. Come si dice. Quale egli è detto. // 10. Parente de la morte. Virg.: «Et consanguineus lethi sopor.»* - Il cor. Il mio cuore. // 11. Tène. Tiene. // 12-13. Parla al paese ove è Laura. // 14. Voi possedete il mio bene, ed io lo piango.


    SONETTO CLXXII.
    Invidia la sorte dell’aura che spira,
    e del fiume che scorre intorno a lei.

    Aura che quelle chiome bionde e crespe
    Circondi e movi, e se’ mossa da loro
    Soavemente, e spargi quel dolce oro,
    E poi ’l raccogli e ’n bei nodi ’l rincrespe;
    Tu stai negli occhi onde amorose vespe
    Mi pungon sì, che infin qua il sento e ploro;
    E vacillando cerco il mio tesoro;
    Com’animal che spesso adombre e ’ncespe:
    Ch’or mel par ritrovar, ed or m’accorgo
    Ch’i’ ne son lunge; or mi sollevo, or caggio:
    Ch’or quel ch’i’ bramo, or quel ch’è vero scorgo.
    Aer felice, col bel vivo raggio
    Rimanti. E tu, corrente e chiaro gorgo,
    Chè non poss’io cangiar teco vïaggio?

    Componeva il Poeta questo Sonetto in tempo che egli si allontanava da Laura.
    Verso 2. Se’. Sei. // 4. Rincrespe. Rincrespi. // 5. Amorose vespe. Modo di dire metaforico. // 6. Infin qua. Infin qua dove io sono, lungi da quegli occhi. Ploro. Piango. // 8. Adombre. Adombri. Pigli ombra. Incespe. Incespi. Inciampi. // 9. Mel par ritrovar. Parmi ritrovarlo. Mi pare di ritrovarlo. // 10. Caggio. Cado. // 12-13. Col bel vivo raggio Rimanti. Rimanti presso a quegli occhi. E tu, corrente e chiaro gorgo. E quanto si è a te, ruscello chiaro e corrente, che vai verso colà dove è Laura. // 14. Chè. Perchè.


    SONETTO CLXIII.
    Essa, qual lauro, pose nel di lui cuor le radici;
    vi cresce, e l’ha con sè da per tutto.

    Amor con la man destra il lato manco
    M’aperse, e piantovvi entro in mezzo ’l core
    Un lauro verde sì, che di colore
    Ogni smeraldo avria ben vinto e stanco.
    Vomer di penna, con sospir del fianco,
    E ’l piover giù dagli occhi un dolce umore
    L’adornâr sì, ch’al ciel n’andò l’odore,
    Qual non so già se d’altre frondi unquanco.
    Fama, onore e virtute e leggiadria,
    Casta bellezza in abito celeste
    Son le radici de la nobil pianta.
    Tal la mi trovo al petto ove ch’i’ sia;
    Felice incarco; e con preghiere oneste
    L’adoro e ’nchino come cosa santa.

    Verso 2. In mezzo ’l core. In mezzo al cuore. - *Notevole ci pare la varia lezione del citato Cod. Bolognese: piantommi entro. Onesto Bolog.: «Amor che ’n cor l’amorosa radice, Mi piantò il dì primier che mai la vidi.»* // 3. Verde sì. Sì fattamente verde. Di sì fatta verdezza. // 5. Vomer di penna. Il mio coltivar questo lauro colla penna, cioè il mio scriver di Laura. Con sospir del fianco. E i sospiri del mio fianco. // 8. Qual. Cioè simile al quale odore. Non so già se d’altre frondi. Suppliscasi: andasse al cielo. Unquanco. Mai. // 12. La mi trovo al petto. Me la trovo al petto. La trovo nel mio petto. Ove che. Ovunque.


    SONETTO CLXXIV.
    Benchè in mezzo agli affanni,
    ei pensa d’essere il più felice di tutti.

    Cantai; or piango, e non men di dolcezza
    Del pianger prendo, che del canto presi,
    Ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
    Sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
    Indi e mansuetudine e durezza,
    Ed atti feri ed umili e cortesi
    Porto egualmente; nè mi gravan pesi;
    Nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
    Tengan dunque vêr me l’usato stile
    Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
    Ch’i’ non penso esser mai se non felice.
    Arda o mora o languisca; un più gentile
    Stato del mio non è sotto la luna:
    Sì dolce è del mio amaro la radice.

    Verso 1. Dolcezza. Piacere. // 2. Che. Dipende da non men. // 3-4. Chè. Perocchè. A la cagion, non a l’effetto. Alla cagione, che è Laura; non all’effetto, o riso o pianto che egli sia. Intesi son. Attendono. Riguardano. Vaghi. Desiderosi. // 5. Indi. Però. // 6. Feri. Fieri. // 7. Porto egualmente. Cioè ricevo con egual disposizione d’animo. // 9. Vêr. Verso. L’usato stile. Il solito loro andamento. // 11. Penso. Credo. Aspetto. // 12-13. Arda o mora o languisca. Voci di persona prima. Un più gentile Stato del mio. Uno stato più gentile del mio.


    SONETTO CLXXV.
    Tristo, perchè lontano da lei,
    al rivederla si rasserena e ritorna in vita.

    I’ piansi: or canto; chè ’l celeste lume
    Quel vivo Sole agli occhi miei non cela,
    Nel qual onesto Amor chiaro rivela
    Sua dolce forza e suo santo costume;
    Onde e’ suol trar di lagrime tal fiume,
    Per accorciar del mio viver la tela,
    Che non pur ponte o guado o remi o vela,
    Ma scampar non potiemmi ali nè piume.
    Sì profondo era e di sì larga vena
    Il pianger mio, e sì lungi la riva,
    Ch’i’ v’aggiungeva col pensiero appena.
    Non lauro o palma, ma tranquilla oliva
    Pietà mi manda, e ’l tempo rasserena,
    E ’l pianto asciuga, e vuol ancor ch’i viva.

    Verso 1. Chè. Perocchè. Il celeste lume. Il suo celeste lume. Accusativo. // 2. Quel vivo Sole. Laura. // 3. Nel qual. Nel qual sole. Chiaro. Avverbio. Rivela. Manifesta. Dà a vedere. // 5. Onde. Dai quali occhi miei, detti qui di sopra nel secondo verso. // 7. Non pur. Non solo. // Potiemmi. Poteanmi. Mi poteano. // 11. Aggiungeva. Giungeva. // 12. Non lauro o palma. Segni di vittoria. Accusativi. Tranquilla oliva. Segno di pace o tregua. Accusativo. // 13. Pietà. Nata in cuor di Laura. Il tempo. Accusativo. // 14. Il pianto. Il mio pianto. Accusativo.


    SONETTO CLXXVI.
    Trema che il male sopravvenuto a Laura
    negli occhi, lo privi della lor vista.

    I’ mi vivea di mia sorte contento,
    Senza lagrime e senza invidia alcuna;
    Che s’altro amante à più destra fortuna,
    Mille piacer non vagliono un tormento.
    Or que’ begli occhi, ond’io mai non mi pento
    De le mie pene, e men non ne voglio una,
    Tal nebbia copre, sì gravosa e bruna,
    Che ’l Sol de la mia vita à quasi spento.
    O natura, pietosa e fera madre,
    Onde tal possa e sì contrarie voglie
    Di far cose e disfar tanto leggiadre?
    D’un vivo fonte ogni poter s’accoglie.
    Ma tu come ’l consenti, o sommo Padre,
    Che del tuo caro dono altri ne spoglie?

    Verso 2. Senza invidia alcuna. Senza portare invidia ad alcuno. // 3. S’altro amante. Se qualche altro amante. Più destra. Più benigna. Migliore. // 5-6. Onde. Per cagione dei quali. Non mi pento De le mie pene. Non ho a grave le mie pene. E men non ne voglio una. E non ne vorrei una di meno. // 7. Tal nebbia. Accenna un’infermità di Laura. // 8. Il Sol. Accusativo. // 9. Fera. Fiera. // 10. Onde. Onde ti vengono. Onde hai tu. // 11. Di far cose e disfar. Di fare e disfar cose. // 12. Risponde la Natura. Da un vivo fonte, che è Dio, deriva e si raccoglie in me ogni potere ch’io ho. // 13. Consenti. Permetti. // 14. Altri. Cioè una malattia. Ne spoglie. Ci spogli.


    SONETTO CLXXVII.
    Gode di soffrire negli occhi suoi quel male
    medesimo da cui Laura guarì.

    Qual ventura mi fu quando da l’uno
    De’ duo i più begli occhi che mai furo,
    Mirandol di dolor turbato e scuro,
    Mosse vertù che fe ’l mio infermo e bruno!
    Send’io tornato a solvere il digiuno
    Di veder lei che sola al mondo curo,
    Fummi ’l Ciel ed Amor men che mai duro,
    Se tutte altre mie grazie insieme aduno:
    Chè dal destro occhio, anzi dal destro sole
    De la mia donna, al mio destro occhio venne
    Il mal, che mi diletta e non mi dole:
    E pur come intelletto avesse e penne,
    Passò, quasi una stella che ’n ciel vole;
    E Natura e Pietade il corso tenne.

    Essendo Laura inferma dell’occhio destro, il Poeta, andato a vederla, infermò esso parimente dell’occhio ritto, e Laura guarì.
    Verso 2. De’ duo occhi più belli che mai furono al mondo. // 4. Mirandol. Mirandolo io. // 4. Mosse. Neutro. Vertù. Una virtù. Un effluvio. *Ovid.: «Dum spectant læsos oculi, læduntur et ipsi.»* // 5. Send’io. Essendo io. Solvere. Sciogliere. Rompere. // 7-8. Il Cielo ed Amore mi furono più cortesi che mi fossero stati mai, se anche si raccolgano insieme tutte le altre grazie ch’io ne ho ricevute fin qui, e così raccolte si paragonino a questa sola. - Mie grazie è anfibologico, e pare che dica: le grazie fatte da me. [A.] // 11. Tibull.: «Et faveo morbo, cum juvat ipse dolor.»* // 12. Pur come. Appunto come se. // 13. Vole. Voli. // 14. Il corso tenne. Resse, diresse, indirizzò all’occhio mio destro, il suo corso, cioè il corso del detto male.


    SONETTO CLXXVIII.
    Non trovando conforto in sè stesso
    e nella solitudine, lo cerca tra gli uomini.

    O cameretta, che già fosti un porto
    A le gravi tempeste mie dïurne,
    Fonte se’ or di lagrime notturne,
    Che ’l dì celate per vergogna porto.
    O letticciuol, che requie eri e conforto
    In tanti affanni, di che dogliose urne
    Ti bagna Amor con quelle mani eburne
    Solo vêr me crudeli a sì gran torto!
    Nè pur il mio secreto e ’l mio riposo,
    Fuggo, ma più me stesso e ’l mio pensero,
    Che seguendol talor, levomi a volo.
    Il vulgo, a me nemico ed odïoso,
    (Chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero;
    Tal paura ò di ritrovarmi solo.

    Verso 1. Già. Già un tempo. // 3. Se’. Sei. // 6. Di che dogliose urne. Cioè di che gran copia di lagrime. // 7. Con quelle mani eburne. Cioè colle mani di Laura; quasi che Laura versasse colle sue mani due urne piene di lagrime del Poeta. Maniera di dir figurato. // 8. Vêr. Verso. // 9. Nè pur. Nè solo. Il mio secreto. Cioè il trovarmi solo. // 10. Pensero. Pensiero. // 11. Levomi a volo. Cioè: poco manca che io non mi parto da questa vita, per poco io non muoio. // 13. Chi ’l pensò mai? Chi l’avrebbe creduto? Chero. Cerco.


    SONETTO CLXXIX.
    Rimirandola spesso, sa di annoiarla; però se ne
    scusa incolpandone Amore.

    Lasso, Amor mi trasporta ov’io non voglio;
    E ben m’accorgo che ’l dever si varca,
    Onde a chi nel mio cor siede monarca
    Son importuno assai più ch’i’ non soglio.
    Nè mai saggio nocchier guardò da scoglio
    Nave di merci prezïose carca,
    Quant’io sempre la debile mia barca
    Da le percosse del suo duro orgoglio.
    Ma lagrimosa pioggia e fieri venti
    D’infiniti sospiri or t’ànno spinta
    (Ch’è nel mio mar orribil notte e verno)
    Ov’altrui noie, a sè doglie e tormenti
    Porta, e non altro, già da l’onde vinta,
    Disarmata di vele e di governo.

    «Si scusa del riguardar troppo spesso Laura.» Così trovasi in molte edizioni. Parmi che alluda a qualche parola o preghiera o istanza, per la quale è importuno, e si confessa d’avere perduto il vanto cercato sempre di non esporsi a rifiuti, alle percosse del suo duro orgoglio. Il sonetto seguente par che avvalori questa mia supposizione. [A.]
    Verso 2. Che ’l dever si varca. Che il dovere si trapassa, si trasgredisce. Che io trapasso i termini del dovere. // 3. A chi. A quella che. Cioè a Laura. // 5. Guardò. Suppliscasi tanto. // 7. Quant’io sempre. Suppliscasi guardo. // 8. Suo. Cioè di Laura. // 10. L’ànno spinta. Cioè la debile mia barca. // 11. Ch’è. Perocchè è. Nel mio mar. Cioè nella mia vita. // 12. Ove. In luogo, in parte, ove. Dipende dalle parole del decimo versi or l’ànno spinta. Altrui. Dativo. Cioè a Laura. // 13. Porta. Essa mia barca. // 14. Governo. Timone.


    SONETTO CLXXX.
    Se amore è cagione di sue colpe, lo prega
    far ch’ella ’l senta, e le perdoni a sè stessa.

    Amor, io fallo, e veggio il mio fallire;
    Ma fo sì com’uom ch’arde e ’l foco à ’n seno,
    Che ’l duol pur cresce, e la ragion vien meno
    Ed è già quasi vinta dal martire.
    Solea frenare il mio caldo desire,
    Per non turbare il bel viso sereno:
    Non posso più; di man m’ài tolto il freno;
    E l’alma, disperando, à preso ardire.
    Però, s’oltra suo stile ella s’avventa,
    Tu ’l fai, che sì l’accendi e sì la sproni,
    Ch’ogni aspra via per sua salute tenta;
    E più ’l fanno i celesti e rari doni;
    Ch’à in sè Madonna. Or fa’ almen ch’ella il senta,
    E le mie colpe a sè stessa perdoni.

    Verso 1. Fallo. Pecco. Commetto errore. Opero contro il dovere. // 2. Sì come. Siccome. Come. // 3. Pur. Sempre. Tuttavia. Di continuo. // 5. Solea. Persona prima. // 6. Il bel viso sereno. Di Laura. // 9. Oltra suo stile. Fuori del suo costume. Contro il suo consueto. // 10. Tu ’l fai. Tu ne sei cagione. // 11. Ogni aspra via. Accusativo. // 12. E più ’l fanno. E anche più di te ne sono cagione. // 13. Fa’ almen. Imperativo. Fa’ tu, Amore. Senta. Conosca. - Senta, conosca che il mio troppo ardire non è colpa mia, ma de’ suoi troppi pregi. [A.] // 14. E le mie colpe ec. Auson. Gall.: «Inque meis culpis da tibi tu veniam.»*


    SESTINA VII.
    Dispera di poter liberarsi da que’ tanti affanni
    in cui vedesi avvolto.

    Non à tanti animali il mar fra l’onde,
    Nè lassù sopra ’l cerchio de la luna
    Vide mai tante stelle alcuna notte,
    Nè tanti augelli albergan per li boschi,
    Nè tant’erbe ebbe mai campo nè piaggia,
    Quant’à il mio cor pensier ciascuna sera.

    Verso 4. Nè tanti augelli ec. Virg.: «Quam multa in sylvis avium se millia condunt.»* // 6. Quant’à ’l mio cor pensier. Quanti pensieri ha il mio cuore.

    Di dì in dì spero omai l’ultima sera,
    Che scevri in me dal vivo terren l’onde,
    E mi lasci dormir in qualche piaggia:
    Chè tanti affanni uom mai sotto la luna
    Non sofferse, quant’io: sannolsi i boschi,
    Che sol vo ricercando giorno e notte.

    Verso 2. Che divida, che separi, dal mio corpo il pianto. Cioè, che ponga fine al mio pianto. // 3. Dormir. Dormire il sonno dei morti. Piaggia. È detto per luogo in genere. // 4. Chè. Poichè. // 5. Quant’io. Quanto io. Sannolsi. Sel sanno. Il sanno. // 6. Che. I quali. Sol. Avverbio.

    I’ non ebbi già mai tranquilla notte,
    Ma sospirando andai mattino e sera,
    Poi ch’Amor femmi un cittadin de’ boschi.
    Ben fia, prima ch’i’ posi, il mar senz’onde,
    E la sua luce avrà ’l Sol da la luna,
    E i fior d’april morranno in ogni piaggia.

    Verso 3. Poi che. Dappoichè. Da che. Da quando. Amor femmi. Amor mi fece. Cittadin de’ boschi. Cioè abitatore de’ boschi. // 4. Pòsi. Abbia pace. // 5. La sua luce. Accusativo. // 6. D’april. In aprile.

    Consumando mi vo di piaggia in piaggia
    Il dì pensoso; poi piango la notte;
    Nè stato ò mai se non quanto la luna.
    Ratto come imbrunir veggio la sera,
    Sospir del petto, e degli occhi escon onde,
    Da bagnar l’erba e da crollare i boschi.

    Verso 3. Stato. Stato fermo, durevole, quieto. Quanto la luna. Che continuamente si muta. // 4. Ratto come. Tosto che. Immantinente che. // 6. Da. Tali da.

    Le città son nemiche, amici i boschi
    A’ miei pensier, che per quest’alta piaggia
    Sfogando vo col mormorar de l’onde
    Per lo dolce silenzio de la notte:
    Tal ch’io aspetto tutto ’l dì la sera,
    Che ’l Sol si parta e dia luogo a la luna.

    Verso 2. Che. I quali pensieri. Accusativo. // 3. Col mormorar. Cioè, al mormorare, accompagnando il mormorare. // 4. Per lo. Cioè nel. - *Virg.: «Tacitæ per amica silentia lunæ.»*

    Deh or foss’io col vago de la Luna
    Addormentato in qualche verdi boschi;
    E questa ch’anzi vespro a me fa sera,
    Con essa e con Amor in quella piaggia
    Sola venisse a starsi ivi una notte:
    E ’l dì si stesse e ’l Sol sempre ne l’onde.

    Verso 1. Foss’io. Maniera significativa di desiderio. Col vago de la Luna. Coll’amante della Luna. Vuol dire, come Endimione. // 2. Addormentato. Dipende da foss’io. // 3. Questa. Cioè Laura. Ch’anzi vespro a me fa sera. Che mi mena a sera, cioè a morte, prima del tempo. // 4. Con essa. Colla luna. Cioè al lume della luna. In quella piaggia. Nella quale io fossi addormentato. // 5. Sola. Si riferisce al pronome questa del terzo verso, non al nome piaggia. // 6. E il giorno e il sole si stessero sempre nell’onde. Cioè, quella tal notte durasse sempre.

    Sovra dure onde al lume de la luna,
    Canzon nata di notte in mezzo i boschi,
    Ricca piaggia vedrai diman da sera.

    Verso 1. Dipende dalla voce nata del verso seguente. Sovra dure onde. Spiegano: in riva del fiume Druenza o Durenza. // 3. Ricca piaggia. Cioè il luogo ove è Laura. Diman da sera. Dimani a sera. Trovavasi il Poeta quando componeva questa Sestina circa a una giornata dal luogo dove era Laura.


    SONETTO CLXXXI.
    È tocco d’invidia nel veder chi per farle onore
    baciolla in fronte e negli occhi.

    Real natura, angelico intelletto,
    Chiara alma, pronta vista, occhio cervero,
    Provvidenza veloce, alto pensero,
    E veramente degno di quel petto:
    Sendo di donne un bel numero eletto
    Per adornar il dì festo ed altero;
    Subito scorse il buon giudicio intero
    Tra tanti e sì bei volti il più perfetto.
    L’altre maggior di tempo o di fortuna
    Trarsi in disparte comandò con mano
    E caramente accolse a sè quell’una,
    Gli occhi e la fronte con sembiante umano
    Baciolle sì, che rallegrò ciascuna;
    Me empiè d’invidia l’atto dolce e strano.

    Sopra l’atto d’un principe che tra le gentili donne che si trovavano a una festa fece segno di maggiore onore a Laura.
    Versi 1-4. Lodi del detto principe. Occhio cervero. Occhio di lupo cerviere, di lince. Cioè, occhio di vista acutissima. Provvidenza. Provvedimento. Accorgimento. Pensero. Pensiero. // 5. Sendo. Essendo. Essendo stato. Eletto. Dipendo da Sendo. // 6. Festo. Festivo. Destinato a festeggiar la presenza di esso principe. // 7. Scòrse. Vide. Conobbe. Il buon giudicio. Di quel principe. Intero. Perfetto. // 9. Maggior. Maggiori. - Maggior di tempo, deve voler dire più vecchio; d’onde il buon principe dovette essere di coloro, che baciano più volentieri le giovani. [A.] // 13. Rallegrò ciascuna. Forse tenendosi tutte onorate in Laura; o per indicare che a lei tutte volentieri cedevano, riconoscendola migliore di tutte. [A.]


    SESTINA VIII.
    È sì sorda e crudele, che non si commuove
    alle lagrime, e non cura rime nè versi.

    Là vêr l’aurora, che sì dolce l’aura
    Al tempo novo suol mover i fiori
    E gli augelletti incominciar lor versi;
    Sì dolcemente i pensier dentro a l’alma
    Mover mi sento a chi gli à tutti in forza,
    Che ritornar convienmi a le mie note.

    Verso 1. Là vêr l’aurora. Verso l’aurora. In sull’aurora. Che. Quando. // 2. Al tempo novo. A primavera. // 5. A chi. Da quella che. Vuol dir da Laura. In forza. In suo potere. // 6. Note. Voci. Querele. Canti lamentevoli. Suppliscasi consuete.

    Temprar potess’io in sì soavi note
    I miei sospiri, ch’addolcissen Laura,
    Facendo a lei ragion, ch’a me fa forza!
    Ma pria fia ’l verno la stagion de’ fiori,
    Ch’amor fiorisca in quella nobil alma,
    Che non curò già mai rime nè versi.

    Verso 1. Potess’io. Forma desiderativa. // 2. Addolcissen. Addolcissero. // 3. Facendo a lei ragion, che. Cioè, movendo per ragione, per via di ragione, colei, che. // 5. Che. Dipende da pria.

    Quante lagrime, lasso, e quanti versi
    Ò già sparti al mio tempo! e ’n quante note
    Ò riprovato umilïar quell’alma!
    Ella si sta pur com’aspr’alpe a l’aura
    Dolce, la qual ben move fronde e fiori,
    Ma nulla può se ’ncontro à maggior forza.

    Verso 2. Sparti. Sparsi. Al mio tempo. In mia vita. Ovvero, nella mia gioventù. // 3. Ò riprovato. Ho provato più volte. // 4. Alpe. Monte. Rupe. Scoglio.

    Uomini e Dei solea vincer per forza
    Amor, come si legge in prose e ’n versi
    Ed io ’l provai ’n sul primo aprir de’ fiori.
    Ora nè ’l mio Signor, nè le sue note,
    Nè ’l pianger mio nè i preghi pôn far Laura
    Trarre o di vita o di martìr quest’alma.

    Verso 3. In sul primo aprir de’ fiori. Cioè nel mese di aprile, quando m’innamorai di Laura. // 4. Il mio Signor. Cioè Amore. Le sue note. Cioè i versi amorosi. // 5-6. I preghi. I miei preghi. Pôn far Laura Trarre o di vita o di martìr ec. Possono fare che Laura tragga quest’alma.

    A l’ultimo bisogno, o misera alma,
    Accampa ogni tuo ingegno, ogni tua forza,
    Mentre fra noi di vita alberga l’aura.
    Nulla al mondo è che non possano i versi;
    E gli aspidi incantar sanno in lor note,
    Non che ’l gielo adornar di novi fiori.

    Verso 1. A l’ultimo bisogno. In questo bisogno estremo. // 2. Accampa. Metti in campo, cioè in opera. // 3. Mentre. Finchè. Fra noi. Con noi, cioè te e me. // 5. Gli aspidi. Accusativo. Sanno. I versi. In lor note. Cioè colle loro note.

    Ridono or per le piagge erbette e fiori:
    Esser non può che quell’angelic’alma
    Non senta ’l suon de l’amorose note.
    Se nostra ria fortuna è di più forza,
    Lagrimando, e cantando i nostri versi,
    E col bue zoppo andrem cacciando l’aura.

    Verso 1. Vuol dir che era il tempo della primavera. // 4. È di più forza. Può più che le amorose note. // 5. Dipende dalla voce andrem del verso seguente. // 6. Cioè: andremo procacciando una cosa impossibile. Veggasi la seconda quartina del Sonetto centesimo cinquantesimottavo. Dicendo l’aura, allude al nome di Laura.

    In rete accolgo l’aura e ’n ghiaccio i fiori,
    E ’n versi tento sorda e rigid’alma,
    Che nè forza d’Amor prezza nè note.

    Verso 3. Che non prezza, cioè non cura, nè forza nè note d’Amore.


    SONETTO CLXXXII.
    La invita a trovare in sè stessa il perchè egli
    non possa mai starsi senza di lei.

    I’ ò pregato Amor, e nel riprego,
    Che mi scusi appo voi, dolce mia pena,
    Amaro mio diletto, se con piena
    Fede dal dritto mio sentier mi piego.
    I’ nol posso negar, donna, e nol nego,
    Che la ragion, ch’ogni buon’alma affrena,
    Non sia dal voler vinta; ond’ei mi mena
    Talor in parte ov’io per forza il sego.
    Voi, con quel cor che di sì chiaro ingegno,
    Di sì alta virtute il cielo alluma,
    Quanto mai piovve da benigna stella;
    Devete dir pietosa e senza sdegno:
    Che può questi altro? il mio volto ’l consuma:
    Ei perchè ingordo, ed io perchè sì bella.

    Verso 1. Nel. Ne lo. // 2. Appo. Appresso. // 3-4. Con piena fede. Conservando nondimeno intera la mia fedeltà e lealtà verso di voi. // 7. Non sia dal voler vinta. Non sia vinta in me dall’appetito. Ei. Cioè il volere. //. 8. In parte ov’io per forza il sego. A far cose che io non vorrei. Cioè, ad usar con voi più ardimento che non mi si converrebbe. Sego sta per seguo. // 9. Che. Accusativo. // 10. Alluma. Illumina. // 11. Quanto. Cioè, quanto ingegno e quanta virtù. // 12. Devete. Dovete. // 13. Che può questi altro? Che altro può far questi? Come potrebbe questi fare altrimenti? // 14. Ei. Suppliscasi: dal dritto suo sentier si piega. Ed io. Suppliscasi: il consumo. - *Ovid.: «Aut esses formosa minus, peterere modeste: Audaces facie cogimur esse tua.» *


    SONETTO CLXXXIII.
    Il pianger ch’ei fa per Laura malata, non ammorza
    ma cresce il suo incendio.

    L’alto Signor dinanzi a cui non vale
    Nasconder nè fuggir nè far difesa,
    Di bel piacer m’avea la mente accesa
    Con un ardente ed amoroso strale:
    E ben che ’l primo colpo aspro e mortale
    Fosse da sè; per avanzar sua impresa,
    Una saetta di pietate à presa;
    E quinci e quindi ’l cor punge ed assale.
    L’una piaga arde, e versa foco e fiamma;
    Lagrime l’altra, che ’l dolor distilla
    Per gli occhi miei del vostro stato rio.
    Nè per duo fonti sol una favilla
    Rallenta de l’incendio che m’infiamma;
    Anzi per la pietà cresce ’l desio.

    Verso 1. L’alto Signor. Cioè Amore. // 2. Nasconder. Nascondersi. // 3. Piacer. Desiderio, come si vede dichiarato nell’ultimo verso. // 5. Il primo colpo. Cioè questo colpo di desiderio. // 6. Da sè. Per sè medesimo senza più. Per avanzar sua impresa. Per far maggiore effetto. // 7. Di pietate. Che mi è cagionata dal veder Laura inferma. À presa. Cioè l’alto Signore detto di sopra. // 8. Quinci e quindi. Cioè colla saetta del desiderio e con quella della pietà. Il cor. Il mio cuore. // 10. Lagrime l’altra. L’altra piaga versa lagrime. Che. Accusativo. Le quali lagrime. // 11. Del vostro stato rio. Dipende dal nome precedente, il dolor. // 12. Nè per duo fonti. Nè per questo mio piangere. Nè con tutto il mio pianto. Sol una. Pur una. Una sola. // 13. Rallenta. Verbo neutro. Si mitiga. De l’incendio. Dipende da favilla.


    SONETTO CLXXXIV.
    Dice al suo cuore di ritornarsene a Laura,
    e non pensa ch’è già seco lei.

    Mira quel colle, o stanco mio cor vago:
    Ivi lasciammo ier lei ch’alcun tempo ebbe
    Qualche cura di noi e le ne ’ncrebbe,
    Or vorria trar degli occhi nostri un lago.
    Tornato in là, ch’io d’esser sol m’appago;
    Tenta se forse ancor tempo sarebbe
    Da scemar nostro duol che ’nfin qui crebbe,
    O del mio mal partecipe e presago.
    Or tu ch’ài posto te stesso in obblio,
    E parli al cor pur com’e’ fosse or teco,
    Misero, e pien di pensier vani e sciocchi!
    Ch’al dipartir del tuo sommo desio,
    Tu te n’andasti, e’ si rimase seco
    E si nascose dentro a’ suoi begli occhi.

    Verso 2. Alcun tempo. Già un tempo. // 3. Le ne ’ncrebbe. Le increbbe di noi. Ci ebbe compassione. // 5. D’esser sol m’appago. Mi compiaccio, o pur mi contento, di star solo. // 6. Se forse ancor tempo sarebbe. Se fosse ancor tempo. // 7. Da scemar nostro duol. Rammorbidando un poco l’animo di Laura. Che ’nfin qui crebbe. Che fino a ora non ha fatto altro che crescere. // 8. O. O cuore. // 9. Or tu. Si volge il Poeta a sè stesso, riprendendosi. // 10. Pur com’e’. Nè più nè meno come se egli. // 12. Al dipartir. Al partirsi. Ovvero, al partirti. Del tuo sommo desio. Di Laura. Ovvero, da Laura. // 13. E’. Il tuo cuore. Seco. Cioè con Laura.



    SONETTO CLXXXV.
    Misero! ch’essendo per lei senza cuore,
    ella si ride se questo parli in suo pro.

    Fresco, ombroso, fiorito e verde colle
    Ov’or pensando ed or cantando siede,
    E fa qui de’ celesti spirti fede
    Quella ch’a tutto ’l mondo fama tolle;
    Il mio cor, che per lei lasciar mi volle,
    E fe gran senno, e più se mai non riede,
    Va or contando ove da quel bel piede
    Segnata è l’erba e da questi occhi molle.
    Seco si stringe, e dice a ciascun passo:
    Deh fosse or qui quel miser pur un poco,
    Ch’è già di pianger e di viver lasso.
    Ella sel ride; e non è pari il gioco:
    Tu paradiso, i’ senza core un sasso,
    O sacro, avventuroso e dolce loco.

    Verso 1. E rende testimonianza quaggiù in terra degli spiriti del cielo, cioè mostra in sè un’immagine di quegli spiriti. // 4. Cioè quella che vince, oscura, la fama di chicchessia. Tolle sta per toglie. // 6. E fece molto saviamente, e anco più saviamente farà se non tornerà meco mai più. 17. Contando. Cioè notando. Ove. I luoghi ove. // 8. E da questi occhi molle. E molle del pianto di questi occhi. // 9. Seco si stringe. Si stringe, cioè si fa presso, a colei. // 10. Quel miser. Cioè il Poeta. // 12. Sel ride. Si ride di ciò. Il gioco. Cioè il caso, la condizione tua e la mia. // 13-14. Tu, o sacro, dolce e fortunato colle, sei un paradiso, per la presenza di Laura; io sono un sasso senza cuore.


    SONETTO CLXXXVI.
    Ad un amico innamorato suo pari, non sa
    dar consiglio, che di alzar l’anima a Dio.

    Il mal mi preme, e mi spaventa il peggio,
    Al qual veggio sì larga e piana via,
    Ch’i’ son intrato in simil frenesia,
    E con duro pensier teco vaneggio.
    Nè so se guerra o pace a Dio mi cheggio
    Chè ’l danno è grave e la vergogna è ria.
    Ma perchè più languir? di noi pur fia
    Quel ch’ordinato è già nel sommo seggio.
    Ben ch’i’ non sia di quel grande onor degno
    Che tu mi fai; chè te ne ’nganna amore,
    Che spesso occhio ben san fa veder torto;
    Pur d’alzar l’alma a quel celeste regno
    È ’l mio consiglio, e di spronare il core;
    Perchè ’l cammino è lungo e ’l tempo è corto.

    Risposta a un Sonetto di Giovanni De’ Dondi, che, dicendo di esser quasi fuori di senno per una sua passione amorosa, dimandava consiglio al Poeta.
    Verso 1. Il mal. Cioè il mal presente. Mi preme. Mi grava. Mi opprime. Il peggio. Che io temo. // 2. Al qual ec. Prevede un gran peggiorare delle cose sue. [A.] // 3. Intrato. Entrato. In simil frenesia. In frenesia simile alla vostra. // 5. Mi cheggio. Io chiegga. Debba io chiedere. // 6. Il danno. Del continuar nella guerra, cioè nella mia passione. La vergogna. Dell’abbandonar la guerra e la impresa. // 7. Pur. A ogni modo. // 8. Nel sommo seggio. Nella seda di Dio, cioè in cielo. // 10. Te ne ’nganna. T’inganna di ciò, in ciò. Amore. L’amore che tu mi porti. // 11. Che. Il quale amore. San. Sano.


    SONETTO CLXXXVII.
    S’allegra per le lusinghiere parole dettegli
    da un amico in presenza di Laura.

    Due rose fresche, e colte in paradiso
    L’altr’ier, nascendo, il dì primo di maggio,
    Bel dono, e d’un amante antiquo e saggio,
    Tra duo minori egualmente diviso,
    Con sì dolce parlar e con un riso
    Da far innamorar un uom selvaggio,
    Di sfavillante ed amoroso raggio
    E l’uno e l’altro fe cangiare il viso.
    Non vede un simil par d’amanti il sole,
    Dicea ridendo e sospirando insieme;
    E stringendo ambedue, volgeasi attorno.
    Così partia le rose e le parole:
    Onde ’l cor lasso ancor s’allegra e teme.
    O felice eloquenza! o lieto giorno!

    Verso 1-2. Colte in paradiso L’altr’ieri nascendo, il dì primo di maggio. Colte in paradiso in sul loro nascere, l’altro ieri, che fu il primo di maggio. // 3. E d’un amante antiquo. E da un amante vecchio. Chi fosse costui, non si ha notizia. // 4. Tra duo minori. Tra due altri amanti, minori di età. Cioè tra Laura e me. Egualmente diviso. Vuol dire che quel vecchio diede a ciascuno de’ due una rosa. // 5. Con. Dipende dalla parola diviso del verso precedente. // 7-8. Fece che l’uno e l’altro cangiarono il viso, si cangiarono in viso, il quale sfavillò di un raggio amoroso. // 9. Par. Paio. Coppia. Accusativo. // 11. Volgeasi attorno. Si volgeva ora all’uno e ora all’altro de’ due. // 12. Partia. Compartia, dividea, tra noi due. // 13. Il cor. Il mio cuore. Ancor. A ricordarsene.


    SONETTO CLXXXVIII.
    La morte di Laura sarà un danno pubblico,
    e brama perciò di morire prima di lei.

    Laura, che ’l verde lauro e l’aureo crine
    Soavemente sospirando move,
    Fa con sue viste leggiadrette e nove
    L’anime da ’lor corpi pellegrine.
    Candida rosa nata in dure spine!
    Quando fia chi sua pari al mondo trove?
    Gloria di nostra etate! O vivo Giove,
    Manda, prego, il mio in prima che ’l suo fine;
    Sì ch’io non veggia il gran pubblico danno,
    E ’l mondo rimaner senza ’l suo sole,
    Nè gli occhi miei, che luce altra non ànno;
    Nè l’alma, che pensar d’altro non vole,
    Nè l’orecchie, ch’udir altro non sanno,
    Senza l’oneste sue dolci parole.

    Verso 1. Il verde lauro. Cioè la bella persona, le belle membra. // 3-4. Co’ suoi portamenti ed atti leggiadri e maravigliosi fa le anime pellegrine dai loro corpi, cioè rapisce l’anima a chi li vede. // 5. In dure spine. Significa la rigida onestà di Laura. // 6. Chi. Alcuno che. Trove. Trovi. // 7. O vivo Giove. O vero Giove. O Dio. // 8. Fa’ che la mia morte avvenga prima che la sua. // 9. Il gran pubblico danno. Il danno della sua perdita. Il gran danno che riceverà il mondo per la morte di Laura. // 10. E. Suppliscasi: io non veggia. // 11. Nè gli occhi miei. Nè vegga rimaner senza il loro Sole gli occhi miei. // 12. Nè l’alma. Nè rimaner senza lei, ovvero senza le sue parole, l’anima mia. // 13. L’orecchie. L’orecchie mie. // 14. Senza. Rimaner senza.


    SONETTO CLXXXIX.
    Perchè nessun dubiti di un eccesso nelle sue lodi,
    invita tutti a vederla.

    Parrà forse ad alcun che ’n lodar quella
    Ch’i’ adoro in terra, errante sia ’l mio stile,
    Facendo lei sovra ogni altra gentile,
    Santa, saggia, leggiadra, onesta e bella.
    A me pare il contrario; e temo ch’ella
    Non abbia a schifo il mio dir troppo umìle,
    Degna d’assai più alto e più sottile:
    E chi nol crede, venga egli a vedella.
    Si dirà ben: quello ove questi aspira,
    È cosa da stancar Atene, Arpino,
    Mantova e Smirna, e l’una e l’altra lira.
    Lingua mortale al suo stato divino
    Giunger non pote: Amor la spinge e tira,
    Non per elezïon, ma per destino.

    Verso 2. Errante, per eccesso di lodi. [A.] // 7. Degna. Dipende da ella. D’assai più alto. D’un dire assai più alto. Sottile. Fino. Squisito. // 8. Venga egli a vedella. Venga esso medesimo a vederla. // 9. Quello ove. Quella cosa a che, a cui. Cioè il lodar Laura degnamente, e quanto se le converrebbe. // 10-11. Atene, Arpino, Mantova e Smirna. Cioè Demostone, Cicerone, Virgilio od Omero. E l’una e l’altra lira. E l’uno e l’altro poeta lirico. Cioè Orazio e Pindaro. // 12. Al suo stato divino. Ad agguagliare, a significar degnamente e compiutamente, le divine qualità di costei. // 13. Pote. Puote. Può. La spinge e tira. Costringe la lingua del Poeta a dir le lodi di Laura. // 14. Non per elezïon. Perocchè il Poeta non si sarebbe messo volontariamente a sì fatta impresa, conoscendosi non avere forze bastanti a condurla.


    SONETTO CXC.
    Chiunque l’avrà veduta, dovrà confessare
    che non si può mai lodarla abbastanza.

    Chi vuol veder quantunque può Natura
    E ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,
    Ch’è sola un Sol, non pur agli occhi miei,
    Ma al mondo cieco, che vertù non cura.
    E venga tosto, perchè Morte fura
    Prima i migliori, e lascia stare i rei:
    Questa, aspettata al regno degli Dei,
    Cosa bella mortal passa e non dura.
    Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
    Ogni bellezza, ogni real costume
    Giunti in un corpo con mirabil tempre.
    Allor dirà che mie rime son mute,
    L’ingegno offeso dal soverchio lume:
    Ma se più tarda, avrà da pianger sempre.

    Verso 1. Quantunque può. Quanto mai può fare. // 2. Tra noi. Cioè, quaggiù in terra. // 3. Non pur. Non solo. // 5. Fura. Ruba. Invola. // 7. Questa. Si riferisce al nome cosa, che sta nel verso seguente. Al regno degli Dei. In paradiso. // 9. Vedrà. Cioè, chi vuol veder quantunque può Natura. // 11. Giunti. Congiunti. Adunati. Tempre. Modi. // 12. Che mie rime son mute. Cioè che le mie lodi sono come nulla, a comparazione del merito di costei. // 13. L’ingegno offeso. E che il mio ingegno è offeso, è vinto.


    SONETTO CXCI.
    Pensando a quel dì in cui lasciolla sì trista,
    teme della salute di lei.

    Qual paura ò quando mi torna a mente
    Quel giorno ch’i’ lasciai grave e pensosa
    Madonna e ’l mio cor seco! e non è cosa
    Che sì volentier pensi e sì sovente.
    I’ la riveggio starsi umilemente
    Tra belle donne, a guisa d’una rosa
    Tra minor fior; nè lieta nè dogliosa,
    Come chi teme, ed altro mal non sente.
    Deposta avea l’usata leggiadria,
    Le perle e le ghirlande e i panni allegri
    E ’l riso e ’l canto e ’l parlar dolce umano.
    Così in dubbio lasciai la vita mia:
    Or tristi auguri e sogni e pensier negri
    Mi danno assalto; e piaccia a Dio che ’n vano.

    Versi 3-4. E non è cosa Che sì volentier pensi. E non ci è cosa alcuna alla quale io pensi così volentieri. // 5. I’ la riveggio. Mi par di vederla, come la vidi quel giorno. // 8. Altro mal. Altro male che il timore. Vuol dir che Laura non era ancor veramente malata nè in pericolo alcuno, ma pur mostrava di stare in qualche timore. // 14. Che ’nvano. Che mi dieno assalto invano. Cioè che siano vani, che ciò sia vano.


    SONETTO CXCII.
    Laura gli apparisce in sonno; e gli toglie
    la speranza di rivederla.

    Solea lontana in sonno consolarme
    Con quella dolce angelica sua vista
    Madonna: or mi spaventa e mi contrista;
    Nè di duol nè di tema posso aitarme:
    Chè spesso nel suo volto veder parme
    Vera pietà con grave dolor mista,
    Ed udir cose, onde ’l cor fede acquista
    Che di gioia e di speme si disarme.
    Non ti sovvèn di quell’ultima sera,
    Dic’ella, ch’i’ lasciai gli occhi tuoi molli,
    E sforzata dal tempo me n’andai?
    I’ non tel potei dir allor nè volli,
    Or tel dico per cosa esperta e vera:
    Non sperar di vedermi in terra mai.

    Verso 2. Vista. Aspetto. // 4. E non ho rimedio al dolore nè alla paura. E non posso far di non essere addolorato e di non temere. Aitarme sta per aiutarmi. // 5. Parme. Parmi. // 7-8. Onde ’l cor fede acquista Che di gioia e di speme si disarme. Per le quali il mio cuore si persuade di avere a por giù ogni allegrezza e ogni speranza. // 9. Sovvèn. Sovviene. // 11. Dal tempo. Dall’ora tarda. // 13. Per cosa esperta. Come cosa provata, conosciuta, certa. // 14. Mai. Mai più.


    SONETTO CXCIII.
    Non può creder vera la morte di lei: ma se è,
    prega Dio di togliergli la vita.

    O misera ed orribil visïone!
    È dunque ver che ’nnanzi tempo spenta
    Sia l’alma luce che suol far contenta
    Mia vita in pene ed in speranze bone?
    Ma com’è che sì gran romor non sone
    Per altri messi, o per lei stessa il senta?
    Or già Dio e Natura nol consenta,
    E falsa sia mia trista opinïone.
    A me pur giova di sperare ancora
    La dolce vista del bel viso adorno,
    Che me mantène e ’l secol nostro onora.
    Se per salir a l’eterno soggiorno
    Uscita è pur del bello albergo fora,
    Prego non tardi il mio ultimo giorno.

    Verso 4. Mia vita ec. Dant.: Inf. VIII: «Lo spirito lasso, Conforta e ciba di speranza bona.»* // 5. Sì gran romor. La fama di sì gran caso come sarebbe questo della morte di Laura. Sone. Suoni. Risuoni. // 6. O per lei stessa il senta? O che io non lo intenda da lei medesima? cioè apparendomi ed avvisandomene essa in spirito. // 7. Già. Particella che accresce forza alla negazione. Consenta. Permetta. // 11. Mantène. Mantiene in vita. Sostenta. // 13. Del bell’albergo. Cioè del suo bel corpo. Fora. Fuori. // 14. Prego Dio che il mio ultimo giorno non tardi a venire.


    SONETTO CXCIV.
    Il dubbio di non rivederla lo spaventa sì,
    che non riconosce più sè medesimo.

    In dubbio di mio stato, or piango or canto;
    E temo e spero; ed in sospiri e ’n rime
    Sfogo ’l mio incarco: Amor tutte sue lime
    Usa sopra ’l mio cor afflitto tanto.
    Or fia già mai che quel bel viso santo
    Renda a quest’occhi le lor luci prime?
    (Lasso, non so che di me stesso estime)
    O li condanni a sempiterno pianto?
    E per prender il ciel debito a lui,
    Non curi che si sia di loro in terra,
    Di ch’egli è ’l sole, e non veggiono altrui?
    In tal paura e ’n sì perpetua guerra
    Vivo, ch’i’ non son più quel che già fui;
    Qual chi per via dubbiosa teme ed erra.

    Verso 1. In dubbio di mio stato. Vuol dire: incerto se Laura sia viva o morta. // 3. Incarco. Affanno. Travaglio. Sollecitudine d’animo. Tutte sue lime. Cioè tutte le sue guise ed arti di tormentare. // 6. Le lor luci prime. La luce che essi godettero un tempo. // 7. Che di me stesso estime. Quello che io debba pensare, giudicare di me stesso, della mia sorte // 9. E. E che quel bel viso santo. Prender il ciel. Entrare nel soggiorno del cielo. Debito. Dovuto. // 10. Non si dia pensiero di quel che sia per essere di questi occhi miei. // 11. Di che. Dei quali occhi. E. E i quali occhi. Altrui. Altro.


    SONETTO CXCV.
    Sospira quegli sguardi da cui, per suo gran danno,
    è costretto di allontanarsi.

    O dolci sguardi, o parolette accorte,
    Or fia mai ’l dì ch’io vi riveggia ed oda?
    O chiome bionde, di che ’l cor m’annoda
    Amor, e così preso il mena a morte;
    O bel viso, a me dato in dura sorte,
    Di ch’io sempre pur pianga e mai non goda;
    O dolce inganno ed amorosa froda,
    Darmi un piacer che sol pena m’apporte:
    E se talor da’ begli occhi soavi,
    Ove mia vita e ’l mio pensiero alberga,
    Forse mi vien qualche dolcezza onesta;
    Subito, acciò ch’ogni mio ben disperga
    E m’allontane, or fa cavalli or navi
    Fortuna, ch’al mio mal sempre è sì presta.

    Verso 3. Di che. Di cui. Con cui. // 6. Di ch’io. Del quale io. Acciocchè io per esso. Pur. Solamente. // 7. Froda. Frode. // 8. Apporte. Apporti. // 12-14. Subito la fortuna, che sempre è sì pronta e sollecita a farmi male, procaccia o cavalli o navi, cioè occasioni d’ogni maniera, per allontanarmi da Laura, e dissipare ogni mio bene.


    SONETTO CXCVI.
    Non udendo più novella di lei, teme sia morta,
    e sente vicino il proprio fine.

    I’ pur ascolto, e non odo novella
    De la dolce ed amata mia nemica,
    Nè so che me ne pensi o che mi dica;
    Sì ’l cor tema e speranza mi puntella.
    Nocque ad alcuna già l’esser sì bella;
    Questa più d’altra è bella e più pudica:
    Forse vuol Dio tal di virtute amica
    Tôrre a la terra, e ’n ciel farne una stella,
    Anzi un sole: e se questo è, la mia vita,
    I miei corti riposi e i lunghi affanni
    Son giunti al fine. O dura dipartita,
    Perchè lontan m’ài fatto da’ miei danni?
    La mia favola breve è già compita,
    E fornito il mio tempo a mezzo gli anni.

    Verso 1. I’ pur ascolto. Io sto di continuo ascoltando, coll’orecchio teso per udire. // 3. Che me ne pensi o che mi dica. Quello che io ne debba pensare o dire. Che pensarne o dirne. // 4. Sì. Talmente. In sì fatta guisa. Il cor. Accusativo. Tema. Nome. - *È degna di nota la lezione trovata dal Muratori in un antico Codice Estense: «Sì ’l cor teme, e speranza ec.»* // 6. D’altra. Di qualunque altra. // 9. E se questo è. E se ciò è. E se così è. // 11-12. O dura dipartita, Perchè lontan m’ài fatto da’ miei danni? Perchè mi è convenuto partirmi da Laura, e mi conviene ora trovarmi lontano da’ miei danni, cioè non posso pure esser presente al suo transito? // 13. La mia favola. La mia rappresentazione scenica. Vuol dir, la mia vita. // 14. E fornito. Ed è finito. A mezzo gli anni. Al mezzo degli anni.


    SONETTO CXCVII.
    Brama l’aurora, perchè lo acqueta, e gli mitiga
    gli affanni della notte.

    La sera desïar, odiar l’aurora
    Soglion questi tranquilli e lieti amanti:
    A me doppia la sera e doglia e pianti;
    La mattina è per me più felice ora:
    Chè spesso in un momento aprono allora
    L’un sole e l’altro quasi duo levanti,
    Di beltate e di lume sì sembianti,
    Ch’anco ’l ciel de la terra s’innamora;
    Come già fece allor ch’e’ primi rami
    Verdeggiàr, che nel cor radice m’ànno;
    Per cui sempre altrui più che me stesso ami.
    Così di me due contrarie ore fanno:
    E chi m’acqueta è ben ragion ch’i’ brami,
    E tema ed odii chi m’adduce affanno.

    Verso 3. Doppia. Verbo. Raddoppia. // 5-6. In un momento. In un punto medesimo. Apron allora L’un sole e l’altro quasi duo levanti. Aprono, per dir così, due orienti, cioè si levano, appariscono allora l’un sole e l’altro, cioè il sole e Laura. // 7. Sì somiglianti tra sè di bellezze e di lume. // 8. Che il cielo s’innamora della terra per cagion di Laura, non meno che la terra s’innamora del cielo per cagion del sole. // 9. Come già esso, cioè il cielo, s’innamorò della terra quando per la prima volta verdeggiò, cioè quando ebbe origine, quella pianta che mi ha radice nel cuore, cioè che ha radice nel mio cuore. Vuol dir la pianta dell’alloro, figura di Laura; ed accenna la trasformazione di Dafne. // 11. Per li quali rami, ovvero per la qual radice, avviene, conviene, che io ami sempre altra persona (che è Laura) più che me stesso. // 12. Così di me. Tale effetto in me. Due contrarie ore. Cioè il mattino e la sera. // 13. Chi. Quell’ora che. Accusativo. Dipende da brami. Ragion. Ragionevole. // 14. Chi. Quell’ora che. M’adduce. Mi reca.


    SONETTO CXCVIII.
    Struggesi per lei; e sdegnato si maraviglia
    ch’ella ciò non vegga, anche dormendo.

    Far potess’io vendetta di colei
    Che guardando e parlando mi distrugge,
    E per più doglia poi s’asconde e fugge,
    Celando gli occhi a me sì dolci e rei.
    Così gli afflitti e stanchi spirti miei
    A poco a poco consumando sugge;
    E ’n sul cor, quasi fero leon, rugge
    La notte, allor quand’io posar devrei.
    L’alma, cui Morte del suo albergo caccia,
    Da me si parte; e di tal nodo sciolta,
    Vassene pur a lei che la minaccia.
    Maravigliomi ben s’alcuna volta,
    Mentre le parla, e piange, e poi l’abbraccia,
    Non rompe ’l sonno suo, s’ella l’ascolta.

    Verso 1. Potess’io. Forma desiderativa. // 3. Per più doglia. Per più mia doglia. // 7-8. E la notte, quando io mi dovrei riposare, la sua immagine mi turba e mi crucia. // 9. L’alma. L’anima mia. Del suo albergo. Cioè dal suo corpo. // 10. Di tal nodo. Da quel nodo che la teneva congiunta al suo corpo. // 11. A lei. Cioè a Laura. // 13. Le parla. Cioè l’anima mia parla a Laura. // 14. Non rompe ’l sonno suo. Cioè l’anima mia non rompe il sonno di Laura. Ella. Laura.


    SONETTO CXCIX.
    La guarda fiso; ed ella copresi il volto.
    Qual nuovo diletto nel voler rivederlo!

    In quel bel viso ch’i’ sospiro e bramo,
    Fermi eran gli occhi desïosi e ’ntensi,
    Quand’Amor porse (quasi a dir: che pensi?)
    Quell’onorata man che secondo amo.
    Il cor preso ivi, come pesce a l’amo,
    Onde a ben far per vivo esempio viensi,
    Al ver non volse gli occupati sensi,
    O come novo augello al visco in ramo;
    Ma la vista privata del suo obbietto,
    Quasi sognando, si facea far via
    Senza la quale il suo ben è imperfetto:
    L’alma, tra l’una e l’altra gloria mia,
    Qual celeste non so novo diletto
    E qual strania dolcezza si sentia.

    Verso 1. Ch’i’ sospiro e bramo. Per cui sospiro, cioè peno, e il quale bramo. // 2. Gli occhi. Gli occhi miei. Intensi. Intesi. Tesi. Intenti. // 3. Quando Amore, cioè quell’amorosa donna, quasi dicendomi: che pensi? porse, cioè pose innanzi al suo viso. // 4. Secondo. Avverbio. In secondo luogo. Cioè dopo il viso. // 5. Il cor. Il mio cuore. Ivi. Cioè in quella mano. // 6. Dipende da ivi. La qual mano conduce con vivo esempio a bene operare.// 7. Cioè non si accorse, non pose mente, che mi fosse tolta la vista del volto. // 8. O come. Si riferisce alle parole del quinto verso, come pesce all’amo. Novo. Giovane. Inesperto. // 9. La vista. La mia vista. Del suo obbietto. Cioè del viso di Laura. // 10-11. Distingue il Poeta dal suo cuore agli occhi, e dice che quello, quasi colto e preso dalla mano di Laura, non ebbe luogo a darsi pensiero di ciò che essa toglieva agli occhi; ma questi, il cui bene, cioè la vista della mano senza la vista del volto, era imperfetto, s’aiutarono della immaginativa in modo, che quasi per sogno parve loro, non ostante la opposizione della mano, di continuare a mirare il viso. Si facea far via Senza la qual. Si facea fare, si apriva, quella via senza la quale, la quale se non le è aperta. // 12. L’alma. L’anima mia. L’una e l’altra gloria mia. Vuol dire il viso e la mano di Laura. // 13. Non so qual diletto celeste e disusato. // 14. Strania. Strana. Straordinaria.


    SONETTO CC.
    Le liete accoglienze di Laura oltre ’l costume,
    lo fecero quasi morir di piacere.

    Vive faville uscian de’ duo bei lumi
    Vêr me sì dolcemente folgorando,
    E parte d’un cor saggio, sospirando,
    D’alta eloquenza sì soavi fiumi;
    Che pur il rimembrar par mi consumi
    Qualor a quel dì torno, ripensando
    Come venieno i miei spirti mancando
    Al varïar de’ suoi duri costumi.
    L’alma nudrita sempre in doglie e ’n pene,
    (Quant’è ’l poter d’una prescritta usanza!)
    Contra ’l doppio piacer sì inferma fue,
    Ch’al gusto sol del disusato bene,
    Tremando or di paura or di speranza,
    D’abbandonarmi fu spesso intra due.

    Verso 2. Vêr. Verso. Folgorando. Folgoranti. // 3. E parte. E insieme, e in quel medesimo tempo, e parimente, uscivano. Sospirando. Sospirante. // 5. Pur il rimembrar. Solo il ricordarmene. Par mi consumi. Pare che mi consumi. // 6. Qualor. Ogni volta che. A quel dì torno. Colla memoria. // 7. Venieno. Venivano. // 8. Cioè in quel giorno medesimo, al veder Laura così mutata, e di rigida e aspra divenuta benigna. // 9. L’alma. L alma mia. // 10. Quant’è. Quanto è grande. Prescritta usanza. Assuefazione inveterata. // 11. Contra ’l doppio piacer. A reggere a quel doppio piacere, cioè di quegli sguardi benigni e di quelle parole dolci. Inferma. Debole. Fue. Fu. // 12. Al gusto sol. Al solo assaggiare. Del. Di quel. // 14. Fu spesse volta in dubbio, in punto, di abbandonarmi.


    SONETTO CCI.
    Nel pensar sempre a lei, gli dà pena di sovvenirsi
    anche del luogo dov’ella sta.

    Cercato ò sempre solitaria vita
    (Le rive il sanno e le campagne e i boschi),
    Per fuggir quest’ingegni sordi e loschi
    Che la strada del ciel ànno smarrita:
    E se mia voglia in ciò fosse compita,
    Fuor del dolce aere de’ paesi toschi
    Ancor m’avria tra’ suoi be’ colli foschi
    Sorga, ch’a pianger e cantar m’aita.
    Ma mia fortuna, a me sempre nemica,
    Mi risospinge al loco ov’io mi sdegno
    Veder nel fango il bel tesoro mio.
    A la man and’io scrivo, è fatta amica
    A questa volta; e non è forse indegno:
    Amor sel vide, e sal Madonna ed io.

    Verso 3. Quest’ingegni sordi e loschi. Cioè i tristi e gli sciocchi. // 5. Cioè: se io potessi in questa cosa fare a mio modo. // 6. Cioè, lontano dalla mia patria. // 7. M’avria. Cioè: mi vedrebbe dimorare. Foschi. Ombrosi. // 8. Sorga. Fiume di Valchiusa. // 10. Al loco. Intende di Avignone, ove risedeva allora la corte di Roma. // 11. Veder. Di veder. Nel fango. Tra quei cortigiani vili e ribaldi. Il bel tesoro mio. Cioè Laura. // 12-14. Luogo oscuro, che forse accenna copertamente qualche cosa che noi non sappiamo. Le interpretazioni dei comentatori non mi soddisfanno in modo alcuno. Onde. Colla quale. È fatta amica. È divenuta amica. Cioè la mia fortuna. Sel vide. Lo vide. Sal. Sallo. Lo sa.


    SONETTO CCII.
    La bellezza di Laura è gloria di Natura;
    e però non v’ha donna a cui si pareggi.

    In tale stella duo begli occhi vidi,
    Tutti pien d’onestate e di dolcezza,
    Che presso a quei d’Amor leggiadri nidi
    Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
    Non si pareggi a lei qual più s’apprezza
    In qualch’etade, in qualche strani lidi;
    Non chi recò con sua vaga bellezza
    In Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;
    Non la bella Romana che col ferro
    Aprì il suo casto e disdegnoso petto;
    Non Polissena, Issifile ed Argia.
    Questa eccellenzia è gloria (s’io non erro)
    Grande a Natura, a me sommo diletto;
    Ma che? vien tardo e subito va via.

    Verso 1. In tale stella. In tal punto di stelle. // 2. Pien. Pieni. // 3. Presso a quei d’Amor leggiadri nidi. Cioè, a petto, a lato, a comparazione, di quegli occhi. // 5. Non si pareggi. Non sia pareggiata, cioè agguagliata, paragonata. Qual. Qualunque donna. Più s’apprezza. È maggiormente pregiata, stimata, celebrata. // 6. Qualch’etade. Qual si sia età. Qualche strani lidi. Qualsivoglia paese straniero, lontano. // 7. Non. Non si pareggi a lei. Chi. Quella che. Vuol dir Elena. // 9. La bella Romana. Lucrezia. // 12. Questa eccellenzia. La eccellente bellezza di Laura. // 14. Vien. Viene al mondo. Tardo. Avverbio. Tardi.


    SONETTO CCIII.
    Le donne che vogliono imparar le virtù,
    mirino fiso negli occhi di Laura.

    Qual donna attende a glorïosa fama
    Di senno, di valor, di cortesia,
    Miri fiso negli occhi a quella mia
    Nemica, che mia donna il mondo chiama.
    Come s’acquista onor, come Dio s’ama,
    Com’è giunta onestà con leggiadria,
    Ivi s’impara, e qual è dritta via
    Di gir al Ciel, che lei aspetta e brama.
    Ivi ’l parlar che nullo stile agguaglia,
    E ’l bel tacere, e quei santi costumi
    Ch’ingegno uman non può spiegar in carte.
    L’infinita bellezza, ch’altrui abbaglia,
    Non vi s’impara; chè quei dolci lumi
    S’acquistan per ventura e non per arte.

    Verso 1. Qual. Qualunque. Attende a. Cerca. // 6. Com’è giunta. Come si congiunge. // 9. Ivi. Ivi s’impara. Che. Accusativo. Nullo. Nessuno.


    SONETTO CCIV.
    Provando che l’onestà dee preferirsi alla vita,
    fa il bell’elogio di Laura.

    Cara la vita, e dopo lei mi pare
    Vera onestà che ’n bella donna sia.
    L’ordine volgi: e’ non fur, madre mia,
    Senz’onestà mai cose belle o care.
    E qual si lascia di suo onor privare,
    Nè donna è più, nè viva; e se, qual pria,
    Appare in vista, è tal vita aspra e ria
    Via più che morte e di più pene amare.
    Nè di Lucrezia mi maravigliai,
    Se non come a morir le bisognasse
    Ferro, e non le bastasse il dolor solo.
    Vengan quanti filosofi fur mai
    A dir di ciò: tutte lor vie fien basse;
    E quest’una vedremo alzarsi a volo.

    Versi 1-2. Pare che questi versi siano in persona di una donna attempata che parli con Laura. In bella donna mi pare che innanzi ad ogni altra cosa sia cara la vita, e dopo la vita una vera onestà. // 3. Pare che Laura risponda. L’ordine volgi. Cioè: dì piuttosto che l’onestà è cara sopra ogni cosa; e dopo l’onestà, la vita. E’. Voce di ripieno. // 5. Qual. Qualunque donna. Ciascuna che. // 6-7. E se, qual pria, Appare in vista. E se bene, a vederla, ella par quella di prima, nondimeno. È tal vita. La sua vita è. // 3. Via più. Vie più. Assai più. Di più pene amare. Cioè più penosa che la morte. // 9. Mi maravigliai. Suppliscasi mai, ovvero intendasi: mi soglio maravigliare. // 12. Pare che qui entri a parlare il Poeta in persona propria. // 13. Tutte lor vie fien basse. Vuol dire: tutti i loro discorsi resteranno di sotto a questo di Laura. // 14. Quest’una. Quest’una via. Cioè questo discorso di Laura. Alzarsi a volo. Cioè superare ogni altra per nobiltà ed eccellenza.


    SONETTO CCV.
    Laura spregia sì le vanità, che le ’ncrescerebbe
    esser bella, se non fosse casta.

    Arbor vittorïosa trionfale,
    Onor d’imperadori e di poeti,
    Quanti m’ài fatto dì dogliosi e lieti
    In questa breve mia vita mortale!
    Vera donna, ed a cui di nulla cale
    Se non d’onor, che sovra ogni altra mieti;
    Nè d’Amor visco temi o lacci o reti;
    Nè inganno altrui contra ’l tuo senno vale.
    Gentilezza di sangue, e l’altre care
    Cose tra noi, perle rubini ed oro,
    Quasi vil soma, egualmente dispregi.
    L’alta beltà, ch’al mondo non à pare,
    Noia t’è, se non quanto il bel tesoro
    Di castità par ch’ella adorni e fregi.

    Versi. 7-2. Parla alla pianta del lauro, allegoria di Laura. - *Staz. Achill.: «Cui geminæ florent vatumque ducumque, Certatim laurus.»* // 3. Quanti m’ài fatto dì. Quanti dì m’hai fatti. // 5. Vera donna. Intendendo la voce donna per Signora, Padrona. Di nulla cale. Nulla sta a cuore. // 6. Che. Il quale. La qual cosa. Cioè onore. Sovra ogni altra. Più d’ogni altra donna. // 9-10. Care Cose tra noi. Cose pregiate tra noi, che tra noi sono in pregio. // 11. Soma. Peso. Egualmente. Tutte egualmente. // 12. L’alta beltà. L’alta tua beltà. Pare. Pari. // 13. Quanto. In quanto che.


    CANZONE XVII.
    Confessa le sue miserie, e vorrebbe liberarsene;
    ma, perchè nol vuole, nol può.

    I’ vo pensando, e nel pensier m’assale
    Una pietà sì forte di me stesso,
    Che mi conduce spesso
    Ad altro lagrirnar ch’i’ non soleva:
    Chè vedendo ogni giorno il fin più presso,
    Mille fïate ho chieste a Dio quell’ale
    Con le quai del mortale
    Carcer nostro intelletto al ciel si leva;
    Ma infin a qui niente mi rileva
    Prego o sospiro o lagrimar ch’io faccia:
    E così per ragion convèn che sia;
    Chè chi possendo star, cadde tra via,
    Degno è che mal suo grado a terra giaccia.
    Quelle pietose braccia,
    In ch’io mi fido, veggio aperte ancora;
    Ma temenza m’accora
    Per gli altrui esempi; e del mio stato tremo;
    Ch’altri mi sprona, e son forse a l’estremo.

    Verso 1. Nel pensier. Nel pensare. - *Dante, Canz.: «E m’incresce di me sì malamente, Ch’altrettanto di doglia M’arreca la pietà quanto il desire.»* // 4. A pianger per altra cagione che per quel che io soleva. Cioè, a piangere, non per le pene dell’amore, ma per la considerazione del mio torto vivere e del mondo di là. // 5. Chè. Perocchè. Il fin. La morte. // 6. Quell’ale. Vuol dir la grazia divina. // 7. Del. Dal. // 9. Mi rileva. Mi vale. Mi giova. // 11. Per ragion. Ragionevolmente. Giustamente. // 12. Chè. Perocchè. Possendo. Potendo. Star. Star su. Stare in piede. Tra via. Per via. // 13. Mal suo grado. A suo mal grado. // 14. Cioè le braccia di Cristo crocifisso, ovvero della bontà divina. // 15. In che. In cui. Mi fido. Confido. // 16. Temenza. Timore. // 17. Per gli altrui esempi. Per gli esempi di quelli che sono morti prima di venire a penitenza. // 18. Altri. Cioè i mali pensieri ed abiti, le male inclinazioni e passioni. E son forse a l’estremo. E forse questa è l’ultima ora della mia vita.

    L’un pensier parla con la mente, e dice:
    Che pur agogni? onde soccorso attendi?
    Misera, non intendi
    Con quanto tuo disnore il tempo passa?
    Prendi partito accortamente, prendi;
    E del cor tuo divelli ogni radice
    Del piacer che felice
    Nol può mai fare, e respirar nol lassa.
    Se, già è gran tempo, fastidita e lassa
    Se’ di quel falso dolce fuggitivo
    Che ’l mondo traditor può dare altrui,
    A che ripon più la speranza in lui,
    Che d’ogni pace e di fermezza è privo?
    Mentre che ’l corpo è vivo,
    Ài tu ’l fren in balìa de’ pensier tuoi.
    Deh stringilo or che puoi;
    Chè dubbioso è il tardar, come tu sai;
    E ’l cominciar non fia per tempo omai.

    Verso 2. Agogni. Desideri. Onde. Da chi. Da che cosa. // 4. Disnore. Disonore. // 5. Accortamente. Prudentemente. Saviamente. // 6. Del. Dal. Divelli. Svelli. // 8. Lassa. Lascia. // 9. Già è gran tempo. Già da gran tempo. Fastidita. Infastidita. Lassa. Stanca. Sazia. // 10. Se’. Sei. Dolce. Nome sostantivo. Dolcezza. Piacere. // 11. Che. Accusativo. Altrui. Agli uomini. // 12. Ripon. Riponi. In lui. Cioè nel mondo. // 14. Mentre che. Fino a tanto che. // 15. In balìa. Dipende da ài. De’ pensier tuoi. Dipende da fren. // 18. Per tempo. Presto.

    Già sai tu ben quanta dolcezza porse
    Agli occhi tuoi la vista di colei
    La qual anco vorrei
    Ch’a nascer fosse per più nostra pace.
    Ben ti ricordi (e ricordar ten dèi)
    De l’immagine sua, quand’ella corse
    Al cor, là dove forse
    Non potea fiamma intrar per altrui face.
    Ella l’accese: e se l’ardor fallace
    Durò molt’anni in aspettando un giorno,
    Che per nostra salute unqua non vène,
    Or ti solleva a più beata spene,
    Mirando ’l ciel, che ti si volge intorno
    Immortale ed adorno:
    Chè dove, del mal suo qua giù sì lieta,
    Vostra vaghezza acqueta
    Un mover d’occhio, un ragionare, un canto;
    Quanto fia quel piacer, se questo è tanto?

    Versi 3-4. La qual anco vorrei Ch’a nascer fosse. La quale vorrei che avesse ancora a nascere, che non fosse nata ancora. // 5. Ten dèi. Te ne devi. // 7. Al cor, là dove. Al tuo cuore nel quale. // 8. Cioè non poteva nascere amore per cagion d’altra donna. // 9. L’accese. Accese il tuo cuore. // 10. Un giorno. Cioè il giorno che Laura acconsentisse a’ tuoi desiderii. // 11. Per nostra salute. Per nostra buona fortuna. Unqua. Mai. Vène. Viene. // 13. Volve. Volge. - Dante: «Chiamavi ’l ciel ch’intorno vi s’aggira, Mostrandovi le sue bellezze eterne.»* // 15-17. Che se un muover d’occhio, un ragionare, un canto, acquieta, cioè appaga, la vostra vaghezza, cioè il vostro desiderio, sì lieta, cioè sì cupida, e amante del suo male quaggiù in terra. // 18. Quanto. Quanto grande. Quel piacer. Cioè il godimento celeste.

    Da l’altra parte un pensier dolce ed agro,
    Con faticosa e dilettevol salma
    Sedendosi entro l’alma,
    Preme ’l cor di desio, di speme il pasce;
    Che sol per fama glorïosa ed alma
    Non sente quand’io agghiaccio o quand’io flagro;
    S’i’ son pallido o magro;
    E s’io l’occido, più forte rinasce.
    Questo d’allor ch i’ m’addormiva in fasce,
    Venuto è di dì in dì crescendo meco;
    E temo ch’un sepolcro ambeduo chiuda.
    Poi che fia l’alma de le membra ignuda,
    Non può questo desio più venir seco.
    Ma se ’l Latino e ’l Greco
    Parlan di me dopo la morte, è un vento:
    Ond’io, perchè pavento
    Adunar sempre quel ch’un’ora sgombre,
    Vorre’ il vero abbracciar, lassando l’ombre.

    Verso 2. Salma. Peso. // 5. Sol per fama. Per solo amore di fama. // 6. Non sente. Non si accorge. Flagro. Ardo. - *È il sudavit et alsit d’Orazio.* // 7. S’i’ son. Nè sente se io sono. // 8. Occido. Uccido. // 9. D’allor che. Insin dall’ora che. Insin da quando. M’addormiva. Mi addormentava. // 11. Ambeduo. Cioè questo pensiero e me. Vuol dire che egli teme che il desiderio di gloria non sia per essere spento in lui se non che alla morte. // 12. Poi che. Quando. // 15. Parlan. Parleranno. È un vento. È cosa che non monta nulla. - *Dante: «Non è il mondan rumor altro ch’un fiato Di vento.»* // 16-17. Onde io, che, correndo dietro alla gloria mondana, temo non fare altro che venir continuamente adunando, cioè accumulando, quel che un’ora sgombri, cioè cose che all’ora della morte siano per dispergersi e dileguarsi in un punto. // 18. Vorre’. Vorrei. Lassando. Lasciando.

    Ma quell’altro voler, di ch’i’ son pieno,
    Quanti press’a lui nascon par ch’adugge;
    E parte il tempo fugge
    Che scrivendo d’altrui, di me non calme;
    E ’l lume de’ begli occhi, che mi strugge
    Soavemente al suo caldo sereno,
    Mi ritien con un freno
    Contra cui nullo ingegno o forza valme.
    Che giova dunque perchè tutta spalme
    La mia barchetta, poi che ’n fra li scogli
    È ritenuta ancor da ta’ duo nodi?
    Tu che dagli altri, che ’n diversi modi
    Legano ’l mondo, in tutto mi disciogli,
    Signor mio, chè non togli
    Omai dal volto mio questa vergogna?
    Ch’a guisa d’uom che sogna,
    Aver la morte innanzi gli occhi parme;
    E vorrei far difesa, e non ho l’arme.

    Verso 1. Quell’altro voler. Intende della sua passione amorosa. // 2. Quanti. Quanti altri voleri. Tutti gli altri voleri che. Press’a lui. Presso a lui. Vicino a lui. Adugge. Aduggi. Uccida colla sua ombra. // 3-4. E parte che, cioè intanto che, scrivendo d’altrui, cioè di Laura, di me non calmi, cioè non mi cale di me, non ho cura di me stesso, il tempo fugge. // 6. Sereno. Nome sostantivo. // 8. Nullo. Nessuno. Valme. Valmi. Mi vale. // 9-11. Che mi giova dunque ungere e racconciar da ogni parte la mia barchetta, se ella è ritenuta ancor tra gli scogli da tali due nodi, cioè dall’amor della fama e da quello di Laura? // 12. Tu. Si volge a Dio. Dagli altri. Dagli altri nodi. // 13. In tutto. Del tutto. Totalmente. // 14-15. Chè non togli Omai dal volto mio questa vergogna? Perchè non mi liberi omai dalla ignominia di esser così tenuto legato da questi due nodi? // 17. Parme. Parmi.

    Quel ch’i’ fo, veggio; e non m’inganna il vero
    Mal conosciuto, anzi mi sforza Amore,
    Che la strada d’onore
    Mai non lassa seguir, chi troppo il crede;
    E sento ad or ad or venirmi al core
    Un leggiadro disdegno, aspro e severo,
    Ch’ogni occulto pensero
    Tira in mezzo la fronte, ov’altri ’l vede:
    Chè mortal cosa amar con tanta fede,
    Quanta a Dio sol per debito conviensi,
    Più si disdice a chi più pregio brama.
    E questo ad alta voce anco richiama
    La ragione sviata dietro ai sensi:
    Ma perchè l’oda, e pensi
    Tornare, il mal costume oltre la spigne,
    Ed agli occhi dipigne
    Quella che sol per farmi morir nacque,
    Perch’a me troppo ed a sè stessa piacque.

    Verso 1-2. Ovid.: «Quid faciam, video, nec me ignorantia veri Decipiet, sed amor.»* - Anzi. Ma. // 3-4. Il quale, se uno gli dà troppo orecchio, non lascia mai che questo tale segua la strada d’onore. Chi vale qui, come altrove, se uno. // 6. Leggiadro. Nobile. Virtuoso. Lodevole. // 7-8. Cioè, che mi fa arrossire. // 11. Pregio. Estimazione. Onore. Lode. // 12. Questo. Questo disdegno. // 14. Perchè. Benchè. L’oda. Suppliscasi: la ragione. // 15. Tornare. Tornare indietro. Il mal costume. La sua mala consuetudine. Il cattivo abito. // 17. Quella. Cioè Laura.

    Nè so che spazio mi si desse il Cielo,
    Quando novellamente io venni in terra
    A soffrir l’aspra guerra
    Che ’ncontra a me medesmo seppi ordire,
    Nè posso ’l giorno che la vita serra
    Antiveder per lo corporeo velo:
    Ma varïarsi il pelo
    Veggio, e dentro cangiarsi ogni desire.
    Or ch’i’ mi credo al tempo del partire
    Esser vicino o non molto da lunge,
    Come chi ’l perder face accorto e saggio,
    Vo ripensando ov’io lassai ’l vïaggio
    Da la man destra, ch’a buon porto aggiunge;
    E da l’un lato punge
    Vergogna e duol, che ’ndietro mi rivolve;
    Da l’altro non m’assolve
    Un piacer per usanza in me sì forte,
    Ch’a patteggiar n’ardisce con la morte.

    Verso 1. Che spazio mi si desse. Quanto tempo da vivere mi assegnasse. // 4. Incontra. Contro. // 5-6. E l’ingombro corporeo m’impedisce di prevedere il giorno che debbe esser l’ultimo della mia vita. // 7. Varïarsi. Mutarsi di colore. // 9. Del partire. Cioè del morire. // 10. Da lunge. Lontano. // 11. Come chi dalle proprie perdite è fatto accorto e saggio. Ovvero, come quello che son fatto accorto e saggio dalle mie perdite. Face è detto per fa. // 12-13. Lassai. Lasciai. Il viaggio Da la man destra. Vuol dir la strada del buono e diritto vivere. Che. Il qual viaggio. Aggiunge. Giunge. // 14. Punge. Mi punge. // 15. Rivolve. Rivolge. // 16-18. Dall’altro lato non mi scioglie, cioè non mi pone in libertà, non mi lascia libero, un piacere, cioè una vaghezza, una voglia, una passione, il quale per antico abito ha in me tanta forza, che egli si ardisce anco a voler venire a patti colla morte.

    Canzon, qui sono; ed ò ’l cor via più freddo
    De la paura, che gelata neve,
    Sentendomi perir senz’alcun dubbio;
    Chè pur deliberando, ò vòlto al subbio
    Gran parte omai de la mia tela breve:
    Nè mai peso fu greve
    Quanto quel ch’i sostegno in tale stato;
    Chè con la morte a lato
    Cerco del viver mio novo consiglio,
    E veggio ’l meglio ed al peggior m’appiglio.

    Verso 1. Qui. In tale stato. Via più. Vie più. // 2. De la. Dalla. Cioè Per la. Che. Dipende da via più freddo. // 3. Sentendomi perir. Vedendo, conoscendo, che io pero. // 4-5. Perocchè, non facendo altro che andar deliberando, ho già consumato una gran parte della mia vita. // 6. Fu greve. Fu tanto greve. // 7. Sostegno. Sostengo. // 8. A lato. Imminente. // 9. Del viver mio. Circa il tenore della mia vita. Consiglio. Partito. - *Ovid.: «Video meliora proboque, Deteriora sequor.»*


    SONETTO CCVI.
    Laura gli è sì severa, che ’l farebbe morire,
    s’e’ non isperasse di renderla pietosa.

    Aspro core e selvaggio, e cruda voglia
    In dolce, umìle, angelica figura,
    Se l’impreso rigor gran tempo dura,
    Avran di me poco onorata spoglia:
    Chè quando nasce e mor fior, erba e foglia
    Quando è ’l dì chiaro e quando è notte oscura,
    Piango ad ogni or. Ben ò di mia ventura,
    Di Madonna e d’Amore onde mi doglia.
    Vivo sol di speranza, rimembrando
    Che poco umor già per continua prova
    Consumar vidi marmi e pietre salde.
    Non è sì duro cor che lagrimando,
    Pregando, amando, talor non si smova:
    Nè sì freddo voler che non si scalde.

    Verso 1. Voglia. Volontà. Proposito. Disposizione d’animo. // 3. L’impreso rigor. Il rigore che Laura ha preso ad usarmi. // 4. Cioè: mi uccideranno, senza molto loro onore. // 5. Quando nasce e mor fior, erba e foglia. Cioè in ogni stagione. Mor vale muore. // 7-8. Ad ogni or. Sempre. Di continuo. Ben ò di mia ventura, Di Madonna e d’Amor onde mi doglia. Ben ho cagion di dolermi della mia fortuna, della mia donna e d’Amore. // 10-11. Accenna il detto, che poca acqua, a lungo andare, logora le pietre. - *Lucr.: «Nonne vides etiam guttas in saxa cadentes Humoris longo in spatio pertundere saxa?» E Ovid.: «Dura tamen molli saxa cavantur aqua.»* // 12. Non è sì duro cor. Non ci ha cuor sì duro. - *Sant’Agost.: «Nihil tam durum, atque ferreum, quam non amoris igne emolliatur.»* // 14. Scalde. Scaldi.


    SONETTO CCVII.
    Duolsi d’esser lontano da Laura e dal Colonna,
    i due soli oggetti dell’amor suo.

    Signor mio caro, ogni pensier mi tira
    Devoto a veder voi, cui sempre veggio;
    La mia fortuna (or che mi può far peggio?)
    Mi tène a freno e mi travolve e gira.
    Poi quel dolce desio ch’Amor mi spira
    Menami a morte ch’i’ non me n’avveggio;
    E mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
    Dovunque io son, dì e notte si sospira.
    Carità di signore, amor di donna
    Son le catene ove con molti affanni
    Legato son, perch’io stesso mi strinsi.
    Un Lauro verde, una gentil Colonna,
    Quindici l’una, e l’altro diciott’anni
    Portato ò in seno, e già mai non mi scinsi.

    Al cardinal Colonna.
    Verso 2. A veder voi. A venire a veder voi. Cui sempre veggio. Colla mente. // 4. Tène. Tiene. Travolve. Travolge. // 5. Poi. Oltre di ciò. Che. Accusativo. Spira. Inspira. 6. Che. In guisa che. // 7. I miei due lumi. Vuol dire il Colonna e Laura. Cheggio. Chiedo. Desidero. // 8. Si sospira. Cioè sospiro. // 9. Carità. Cioè amore, ma senza appassionamento. // 14. E già mai non mi scinsi. E mai non mi discinsi, non mi spogliai. Vuol dire: e in tutto questo spazio di tempo non ho mai deposto per alcun tratto l’amore e il pensiero del Colonna e di Laura.
     
    PARTE SECONDA.

    SONETTI E CANZONI IN MORTE DI MADONNA LAURA.


    SONETTO I.
    Elogio di Laura nell’atto di sfogare l’acerbità
    del dolore per la morte di lei.

    Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,
    Oimè il leggiadro portamento altero,
    Oimè ’l parlar ch’ogni aspro ingegno e fero
    Faceva umìle; ed ogni uom vil, gagliardo;
    Ed oimè il dolce riso ond’uscio ’l dardo
    Di che morte, altro bene omai non spero;
    Alma real, dignissima d’impero,
    Se non fossi fra noi scesa sì tardo;
    Per voi convèn ch’io arda e ’n voi respire:
    Ch’i’ pur fui vostro; e se di voi son privo,
    Via men d’ogni sventura altra mi dole.
    Di speranza m’empieste e di desire,
    Quand’io parti’ dal sommo piacer vivo;
    Ma ’l vento ne portava le parole.

    Verso 3. Ingegno. Natura. Indole. // 4. Gagliardo. Animoso. Generoso. Prode. // 5. Uscio. Uscì. Il dardo. Il colpo che m’innamorò. // 6. Del qual colpo non mi aspetto più altro bene se non la morte. // 8. Sì tardo. Sì tardi. Cioè in secolo sì corrotto. // 9. Convèn. Conviene. Respire. Respiri. // 11. D’ogni altra sventura mi duole assai meno. Cioè a dire: di ciò mi duole assai più che di qualunque altra sventura. Via men vale vie meno, cioè assai meno. // 13. Cioè: quando l’ultima volta io presi commiato da Laura ancor viva. // 14. Vuol dire: ma quella speranza e quel desire erano vani. Ne portava. Se ne portava. Portava via. Le parole. Di Laura e mie in quel nostro ultimo colloquio. - *Staz.: «Irrita ventosæ rapiebant verba procellæ.»*


    CANZONE I.
    La morte di Laura lo priva d’ogni conforto;
    e non vivrà che per cantar le sue lodi.

    Che debbo io far? che mi consigli Amore?
    Tempo è ben di morire;
    Ed ò tardato più ch’i’ non vorrei.
    Madonna è morta, ed à seco ’l mio core,
    E volendol seguire,
    Interromper convèn questi anni rei:
    Perchè mai veder lei
    Di qua non spero; e l’aspettar m’è noia:
    Poscia ch’ogni mia gioia,
    Per lo suo dipartire, in pianto è vòlta,
    Ogni dolcezza di mia vita è tolta.

    Versi 5-6. E se io voglio andar dietro a esso mio cuore, conviene ch’io interrompa, cioè termini spontaneamente, questa mia vita misera. // 8. Di qua. In questo mondo. In terra. // 9. Poscia che. Posciachè. Perocchè. // 10. Per lo suo dipartire. Per la sua morte. Vòlta. Cangiata. // 11. Ogni dolcezza. E poscia che ogni dolcezza.

    Amor, tu ’l senti, ond’io teco mi doglio,
    Quant’è ’l danno aspro e grave;
    E so che del mio mal ti pesa e dole,
    Anzi del nostro; perch’ad uno scoglio
    Avem rotto la nave,
    Ed in un punto n’è scurato il sole.
    Qual ingegno a parole
    Poria agguagliar il mio doglioso stato?
    Ahi orbo mondo ingrato!
    Gran cagione ài di dever pianger meco;
    Chè quel ben ch’era in te, perduto ài seco,

    Versi 1-2. Amore, tu vedi e conosci quanto acerbo e grave è il danno di questa morte, onde è ch’io mi lamento teco, come quello che hai pieno senso e conoscimento della causa del mio dolore. // 4. Ad uno scoglio. Ad un medesimo scoglio. // 5. Avem. Abbiamo tu ed io. // 6. In un punto. In uno stesso punto. N’è scurato. Si è oscurato ad ambedue noi. // 7-8. A parole Poria agguagliar. Potria pienamente esprimere con parole. // 9. Orbo. Orfano. Vedovo. Ovvero, Cieco. // 10. Dever. Dovere. // 11. Perocchè con lei, cioè perdendo Laura, hai perduto tutto il bene che avevi.

    Caduta è la tua gloria, e tu nol vedi:
    Nè degno eri, mentr’ella
    Visse qua giù, d’aver sua conoscenza,
    Nè d’esser tocco da’ suoi santi piedi;
    Perchè cosa sì bella
    Devea ’l ciel adornar di sua presenza.
    Ma io, lasso, che senza
    Lei, nè vita mortal nè me stesso amo,
    Piangendo la richiamo:
    Questo m’avanza di cotanta spene,
    E questo solo ancor qui mi mantène.

    Verso 6. Dante, Canz.: «E fella di qua giuso a sè venire Perchè vedea questa vita noiosa Non era degna di sì gentil cosa.»* - Devea. Dovea. // 10. Questo, cioè piangerla e richiamarla. [A.] // 11. Qui. In terra. Mi mantène. Mi sostenta.

    Oïme, terra è fatto il suo bel viso,
    Che solea far del cielo
    E del ben di lassù fede fra noi.
    L’invisibil sua forma è in paradiso,
    Disciolta di quel velo
    Che qui fece ombra al fior degli anni suoi,
    Per rivestirsen poi
    Un’altra volta, e mai più non spogliarsi;
    Quand’alma e bella farsi
    Tanto più la vedrem, quanto più vale
    Sempiterna bellezza che mortale.

    Verso 1. Fatto. Divenuto. // 2-3. Far fede. Far testimonianza. Mostrare un’immagine. // 4. L’invisibil sua forma. L’anima di Laura. // 6. Al fior degli anni suoi. Accenna che Laura non visse se non giovane. Cioè non giunse alla vecchiezza. // 7. Per. Si riferisce a disciolta. // 9-10. Alma e bella farsi Tanto più la vedrem. La vedremo farsi, cioè divenire, tanto più alma, cioè nobile, eccellente, e tanto più bella di prima.

    Più che mai bella e più leggiadra donna
    Tornami innanzi, come
    Là dove più gradir sua vista sente.
    Quest’è del viver mio l’una colonna.
    L’altra è ’l suo chiaro nome,
    Che sona nel mio cor sì dolcemente.
    Ma tornandomi a mente
    Che pur morta è la mia speranza, viva
    Allor ch’ella fioriva,
    Sa ben Amor qual io divento, e (spero)
    Vedel colei ch’è or sì presso al vero.

    Verso 1. In sembianza più bella o più leggiadra che mai. // 2-3. Tornami. Cioè Laura. Come Là dove più gradir sua vista sente. Come a colui che ella conosce aver più cara e più grata la sua vista. Poichè ella sa e vede che io fra tutti sono quello a cui la sua vista è più grata. // 4. Del viver mio l’una colonna. L’una de’ due sostegni della mia vita. // 8-9. Viva Allor ch’ella fioriva. La quale era viva quando Laura era in fiore, viveva. // 11. Vedel. Il vede. Al vero. Cioè a Dio.

    Donne, voi che miraste sua beltate
    E l’angelica vita
    Con quel celeste portamento in terra,
    Di me vi doglia e vincavi pietate,
    Non di lei, ch’è salita
    A tanta pace, e me à lasciato in guerra;
    Tal che s’altri mi serra
    Lungo tempo il cammin da seguitarla,
    Quel ch’amor meco parla,
    Sol mi ritèn ch’io non recida il nodo;
    Ma e’ ragiona dentro in cotal modo:

    Verso 3. Con. E. // 4-5. Di me vi doglia e vincavi pietate, Non di lei. Doletevi e fatevi pietose di me, non di lei. // 7. Altri. Cioè il destino, il cielo, la natura, o simile. // 9. Che. Accusativo. - Quello che Amore mi vien dicendo. [A.] // 10. Ritèn. Ritiene. Ch’io non recida il nodo. Ch’io non mi uccida. - Ma questo recidere il nodo verrebbe più a proposito, se il poeta avesse detto prima, non già che altri gli serra il cammino, ma che lo tiene legato o simili. [A.] // 11. E’. Cioè Amore. Dentro. Dentro di me.

    Pon freno al gran dolor che ti trasporta;
    Chè per soverchie voglie
    Si perde ’l cielo, ove ’l tuo core aspira;
    Dov’è viva colei ch’altrui par morta;
    E di sue belle spoglie
    Seco sorride, e sol di te sospira;
    E sua fama che spira
    In molte parti ancor per la tua lingua,
    Prega che non estingua;
    Anzi la voce al suo nome rischiari,
    Se gli occhi suoi ti fur dolci nè cari.

    Verso 2. Voglie. Cioè desiderii terreni, passioni. // 6. Seco. Fra sè. // 7. Spira. Respira. Vive. // 9. Ti prega di non estinguere. // 11. Nè. O. E.

    Fuggi ’l sereno e ’l verde,
    Non t’appressar ove sia riso o canto,
    Canzon mia, no, ma pianto.
    Non fa per te di star fra gente allegra,
    Vedova sconsolata in veste negra.

    Verso 4. Non fa per te. Non conviene a te. // 5. Dipende dal pronome te che è nel verso di sopra. - *Ovid.: «Infelix habitum temporis hujus habes.»*


    SONETTO II.
    Compiange sè stesso per la doppia perdita
    e del suo Colonna e della sua Laura.

    Rotta è l’alta Colonna e ’l verde Lauro
    Che facean ombra al mio stanco pensero;
    Perdut’ò quel che ritrovar non spero
    Dal borea a l’austro, o dal mar indo al mauro.
    Tolto m’ài, Morte, il mio doppio tesauro,
    Che mi fea viver lieto e gire altero;
    E ristorar nol può terra nè impero,
    Nè gemma orïental nè forza d’auro.
    Ma se consentimento è di destino,
    Che poss’io più se no aver l’alma trista,
    Umidi gli occhi sempre e ’l viso chino?
    O nostra vita, ch’è sì bella in vista,
    Com’ perde agevolmente in un mattino
    Quel che ’n molt’anni a gran pena s’acquista!

    Verso 1. L’alta Colonna. Vuoi dire il cardinal Colonna, amico suo, morto poco dopo Laura. // 2. Facean ombra. Cioè davano riposo, conforto. Pensero. Pensiero. // 7. Ristorar. Compensare. // 8. Forza d’auro. Maniera latina. Vis auri, cioè quantità, abbondanza, d’oro. // 9. Ma se questa è la volontà del destino. Cioè ch’io sia privato del mio doppio tesauro. // 10. Che poss’io più se no. Che altro posso io se non. // 12. In vista. Nell’apparenza. // 13. Com’ perde. Come perde. In un mattino. In un giorno. In un’ora.


    CANZONE II.
    Se Amore non sa nè può ridonarle la vita,
    ei non teme più di cader ne’ lacci di lui.

    Amor, se vuo’ chi i’ torni al giogo antico,
    Come par che tu mostri, un’altra prova
    Maravigliosa e nova,
    Per domar me, convienti vincer pria:
    Il mio amato tesoro in terra trova,
    Che m’è nascosto, ond’io son sì mendico;
    E ’l cor saggio pudico,
    Ove suole albergar la vita mia:
    E s’egli è ver che tua potenza sia
    Nel ciel sì grande come si ragiona,
    E ne l’abisso (perchè qui, fra noi
    Quel che tu vali e puoi
    Credo che ’l senta ogni gentil persona);
    Ritogli a Morte quel ch’ella n’à tolto,
    E ripon le tue insegne nel bel volto.

    Verso 1. Vuo’. Vuoi. Al giogo antico. Cioè alla tua soggezione, ad amare un’altra volta. // 2. Prova. Impresa. // 9. Egli. Voce che ridonda. // 10. Come. Dipende dal sì. Si ragiona. Si dice. // 14. N’à tolto. Ci ha tolto. // 15. Ripon. Riponi. Imperativo. Le tue insegne. Vuol dir le bellezze, le grazie, gli allettamenti che già erano nel volto di Laura.

    Riponi entro ’l bel viso il vivo lume,
    Ch’era mia scorta; e la soave fiamma,
    Ch’ancor, lasso, m’infiamma
    Essendo spenta; or che fea dunque ardendo?
    E’ non si vide mai cervo nè damma
    Con tal desio cercar fonte nè fiume,
    Qual io il dolce costume,
    Ond’ò già molto amaro, e più n’attendo,
    Se ben me stesso e mia vaghezza intendo:
    Che mi fa vaneggiar sol del pensero
    E gir in parte ove la strada manca,
    E con la mente stanca
    Cosa seguir che mai giugner non spero.
    Or al tuo richiamar venir non degno,
    Chè signoria non ài fuor del tuo regno.

    Verso 4. Fea. Faceva. // 5. E’. Voce di ripieno. // 7. Qual. Cioè con qual desio. Io. Suppliscasi cercai o cercava. Il dolce costume. Vuol dir gli atti, il portamento, le parole, in breve la vista e il colloquio di Laura. // 9. Se conosco bene me stesso e la mia vaghezza, cioè la mia voglia, il mio desiderio. // 10. Che. La qual vaghezza. Sol del pensare. Cioè al solo pensare a Laura, senza più vederla nè udirla. // 11. Cioè correr col pensiero dietro a Laura che è morta. // 13. Cosa seguir. Seguir cosa. Giugner. Arrivare. Attivo. // 14. Non degno. Non mi degno. // 15. Fuor del tuo regno. Il qual regno consisteva nelle bellezze di Laura.

    Fammi sentir di quell’aura gentile
    Di fuor, siccome dentro ancor si sente;
    La qual era possente,
    Cantando, d’acquetar gli sdegni e l’ire;
    Di serenar la tempestosa mente,
    E sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile;
    Ed alzava ’l mio stile
    Sovra di sè, dov’or non poria gire.
    Agguaglia la speranza col desire;
    E poi che l’alma è in sua ragion più forte,
    Rendi agli occhi, agli orecchi il proprio obbietto,
    Senza ’l qual imperfetto
    È lor oprar, e ’l mio viver è morte,
    Indarno or sopra me tua forza adopre,
    Mentre il mio primo amor terra ricopre.

    Verso 1. Di quell’aura gentile. Vuol dir della voce di Laura. // 2. Di fuor. Dipende da sentir. Dentro. Dentro di me. // 3. Era possente. Avea forza, virtù. // 6. Sgombrar. Sgombrarla. // 8. Poria. Potria. // 9. Agguaglia la speranza col desire. Riducendo in vita colei nella quale era posta tutta la mia speranza. // 10-11. Rendi agli occhi e agli orecchi il lor proprio oggetto, ch’è la vista e l’udito di Laura: dico agli occhi e agli orecchi, e non dico all’anima, perchè, essendo ella di sua natura più forte che i sensi, non ha mestieri che tu le renda il proprio oggetto, cioè il pensiero di Laura, del quale ella non può esser privata. // 15. Il mio primo amor. Accusativo.

    Fa’ ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole
    Fu sopra ’l ghiaccio ond’io solea gir carco;
    Fa’ ch’io ti trovi al varco
    Onde senza tornar passò ’l mio core;
    Prendi i dorati strali e prendi l’arco,
    E facciamisi udir, sì come sòle,
    Col suon de le parole
    Ne le quali io ’mparai che cosa è amore;
    Movi la lingua ov’erano a tutt’ore
    Disposti gli ami ov’io fui preso, e l’esca
    Ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi
    Fra i capei crespi e biondi,
    Chè ’l mio voler altrove non s’invesca;
    Spargi con le tue man le chiome al vento,
    Ivi mi lega, e puo’ mi far contento.

    Versi 3-4. Cioè fa’ ch’io ti rivegga in quegli occhi per li quali il mio cuore, rapito dalla loro vista, passò a stare in Laura, donde non è tornato poi mai. // 6. E facciamisi udir. Cioè l’arco. Sòle. Suole. // 13. Il mio voler. Cioè l’affetto, l’animo mio. Invesca. Invischia. // 14. Le chiome. Di Laura. // 15. Puo’ mi. Mi puoi.

    Dal laccio d’òr non fia mai chi mi scioglia,
    Negletto ad arte, e ’nnanellato ed irto;
    Nè dall’ardente spirto
    De la sua vista dolcemente acerba,
    La qual dì e notte, più che lauro o mirto,
    Tenea in me verde l’amorosa voglia,
    Quando si veste e spoglia
    Di fronde il bosco e la campagna d’erba.
    Ma poi che Morte è stata sì superba
    Che spezzò ’l nodo ond’io temea scampare;
    Nè trovar puoi, quantunque gira il mondo,
    Di che ordischi ’l secondo;
    Che giova, Amor, tuo’ ingegni ritentare?
    Passata è la stagion, perduto ài l’arme
    Di ch’io tremava: omai che puoi tu farme?

    Verso 1. Dal laccio d’òr. Intende dei capelli di Laura. Scioglia. Sciolga. // 2. Dipende da laccio. Irto. Scomposto, ovvero disteso. // 4. Vista. Aspetto. // 7-8. Cioè, in ogni tempo. // 10. Onde. Dal quale. // 11. Quantunque gira il mondo. In quanto è il giro del mondo. In tutto il circuito, lo spazio, del mondo. // 12. Il secondo. Un altro nodo simile a quello. // 13. Tuo’ ingegni. Le tue astuzie. I tuoi accorgimenti. // 15. Di che. Di cui. Farme. Farmi.

    L’arme tue furon gli occhi onde l’accese
    Saette uscivan d’invisibil foco,
    E ragion temean poco,
    Chè contra il Ciel non val difesa umana;
    Il pensar e ’l tacer, il riso e ’l gioco,
    L'abito onesto e ’l ragionar cortese,
    Le parole che ’ntese
    Avrian fatto gentil d’alma villana;
    L’angelica sembianza, umile e piana,
    Ch’or quinci or quindi udia tanto lodarsi;
    E ’l sedere e lo star, che spesso altrui
    Poser in dubbio a cui
    Devesse il pregio di più laude darsi.
    Con quest’arme vincevi ogni cor duro;
    Or se’ tu disarmato, i’ son securo.

    Verso 4. Contra ’l Ciel. O perchè Laura era cosa celeste, o perchè fosse destinato nel Cielo ch’egli dovesse amarla. [A.] - *Staz.: «Achilli Quid numina contra Tendere fas homini?»* // 5. Il pensar e ’l tacer. L’arme tue furono il pensare e il tacere di Laura. // 6. L’abito. Il portamento. // 8. Avrebbero fatta gentile un’anima che fosse stata villana. // 9. Piana. Dimessa. // 10. Or quinci or quindi. Or di qua or di là. // 11. Lo star. Cioè lo stare in piede. Altrui. La gente. Le persone. Accusativo. // 12. A cui. A qual de’ due. Cioè se al sedere o allo stare. // 13. Devesse. Dovesse. // 15. Se’. Sei.

    Gli animi ch’al tuo regno il Cielo inchina
    Leghi ora in uno ed ora in altro modo:
    Ma me sol ad un nodo
    Legar potei; chè ’l Ciel di più non volse.
    Quell’uno è rotto; e ’n libertà non godo,
    Ma piango, e grido: Ahi nobil pellegrina,
    Qual sentenza divina
    Me legò innanzi, e te prima disciolse?
    Dio, che sì tosto al mondo ti ritolse,
    Ne mostrò tanta e sì alta virtute
    Solo per infiammar nostro desio.
    Certo ormai non tem’io,
    Amor, de la tua man nove ferute.
    Indarno tendi l’arco, a vòto scocchi:
    Sua virtù cadde al chiuder de’ begli occhi.

    Verso 4. Potei. Potevi. Volse. Volle. // 5. Quell’uno. Suppliscasi nodo. // 6. Ahi nobil pellegrina. Si volge all’anima di Laura. // 8. Legò. Legò al corpo. Fece venire al mondo. Innanzi. Prima di te. Prima. Prima di me. Disciolse. Dal corpo. - *Cic. De Am.: «Mecum autem incommodius factum est quem fuit æquius, ut qui primus introieram in vitam sic prius exirem de vita.»* // 10. Ne. Ci. // 13. Ferute. Ferite. // 15. Sua virtù. La virtù del tuo arco. Cadde. Venne meno. Perì. Chiuder. Chiudersi.

    Morte m’à sciolto, Amor, d’ogni tua legge
    Quella che fu mia donna, al cielo è gita,
    Lasciando trista e libera mia vita.


    SONETTO III.
    Tentò amore d’invescarlo di nuovo, ma la morte
    ne ruppe ’l nodo, e lo rese libero.

    L’ardente nodo ov’io fui d’ora in ora,
    Contando anni ventuno interi, preso,
    Morte disciolse: nè già mai tal peso
    Provai; nè credo ch’uom di dolor mora.
    Non volendomi Amor perdere ancora,
    Ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso,
    E di nov’esca un altro foco acceso,
    Tal ch’a gran pena indi scampato fora.
    E se non fosse esperïenza molta
    De’ primi affanni, i’ sarei preso ed arso
    Tanto più quanto son men verde legno.
    Morte m’à liberato un’altra volta,
    E rotto ’l nodo, e ’l foco ha spento e sparso;
    Contra la qual non val forza nè ingegno.

    Verso 1. Ardente è qui epiteto inopportuno, od almeno ozioso. Non fa buona lega nè con preso nè con disciolse. Il poeta, per quel che si vede di poi, volle dire quel nodo ov’io fui preso, e tenuto ad ardere ventuno anni intieri. [A.] // 1-2. D’ora in ora, Contando anni ventuno interi, preso. Cioè, stretto per ispazio d’anni ventuno interi, senza interrompimento alcuno, a contarli tutti ora per ora. // 3. Tal peso. Altrettanto dolore. Dolore uguale. // 4. Nè credo ch’uom di dolor mora. Non essendo io morto di un dolor così grande come fu quello. // 5. Non volendomi Amor perdere ancora. Cioè non volendo ancora perdere la signoria di me. // 6-7. Parla di un nuovo amore in cui fu per incorrere dopo la morte di Laura. // 8. Fora. Sarei. // 11. Men verde legno. Cioè men giovane. // 13. E rotto. E ha rotto. Il nodo. Il nuovo lacciuolo teso da Amore, come è detto nel sesto verso. // 14. La qual. Cioè morte.


    SONETTO IV.
    Morta Laura, il passato, il presente, il futuro,
    tutto gli è di tormento e di pena.

    La vita fugge e non s’arresta un’ora,
    E la morte vien dietro a gran giornate;
    E le cose presenti e le passate
    Mi danno guerra, e le future ancora;
    E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
    Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
    Se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
    I’ sarei già di questi pensier fora.
    Tornami avanti s’alcun dolce mai
    Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
    Veggio al mio navigar turbati i venti:
    Veggio fortuna in porto, e stanco omai
    Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
    E i lumi bei che mirar soglio, spenti.

    Verso 1. Un’ora; nè anche un’ora. [A.] // 7. Se non fosse che ec. [A.) // 8. Cioè: mi sarei già ucciso spontaneamente. Fora sta per fuori. // 9. Dolce. Nome sostantivo. - Se il mio cor tristo ebbe alcun dolce (intendi: Se nella travagliata mia vita ebbi pure una qualche felicità), mi torna avanti nella memoria e mi ci rappresenta. [A.] // 12. Fortuna. Tempesta. // 13. Il mio nocchier. Cioè la ragione. // 14. I lumi bei. Cioè, gli occhi di Laura. - Ma i Lumi continuano la metafora o allegoria del nocchiere e della fortuna; perchè, siccome nella tempesta i naviganti guardano alle stelle per loro salvezza, così egli nella traversia della vita soleva guardare agli occhi di Laura. [A.]


    SONETTO V.
    Invita la sua anima ad alzarsi a Dio,
    ed abbandonar le vanità di quaggiù.

    Che fai? che pensi? che pur dietro guardi,
    Nel tempo che tornar non pote omai,
    Anima sconsolata? che pur vai
    Giugnendo legne al foco ove tu ardi?
    Le soavi parole e i dolci sguardi,
    Ch’ad un ad un descritti e dipinti ài,
    Son levati da terra; ed è (ben sai)
    Qui ricercargli intempestivo e tardi.
    Deh non rinnovellar quel che n’ancide;
    Non seguir più pensier vago fallace,
    Ma saldo e certo ch’a buon fin ne guide.
    Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace;
    Chè mal per noi quella beltà si vide,
    Se viva e morta ne devea tôr pace.

    Verso 1. Che pur. Perchè pure. // 2. Pote. Puote. Può. // 3. Che pur. Perchè pure. // 4. Giugnendo. Aggiungendo. - E vuol dire: Pensando sempre con tuo dolore e danno alla perduta Laura. [A.] // 7. Da terra. Da questo mondo. Da questa vita. // 8. Qui ricercargli. Il ricercarli qui in terra. // 9. N’ancide. Ci uccide. Uccide te e me. // 10. Vago. Errante. Instabile. // 11. Ne guide. Ci guidi. // 12. Se. Poichè. Qui. In terra. Ne. Ci. // 13. Quella beltà. Cioè Laura. // 14. Ne dovea tòr. Ci dovea togliere.


    SONETTO VI.
    Non può mai aver pace co’ suoi pensieri,
    e la colpa è del cuore che li ricetta.

    Datemi pace, o duri miei pensieri:
    Non basta ben ch’Amor, Fortuna e Morte
    Mi fanno guerra intorno e ’n su le porte,
    Senza trovarmi dentro altri guerrieri?
    E tu, mio cor, ancor se’ pur qual eri,
    Disleale a me sol; che fere scorte
    Vai ricettando, e sei fatto consorte
    De’ miei nemici sì pronti e leggieri.
    In te i secreti suoi messaggi Amore,
    In te spiega Fortuna ogni sua pompa,
    E Morte la memoria di quel colpo
    Che l’avanzo di me convèn che rompa;
    In te i vaghi pensier s’arman d’errore:
    Per che d’ogni mio mal te solo incolpo.

    Versi 2-4. Non basta che io, coma una rôcca assediata, sia combattuto dintorno, e fin sulle porte medesime, dall’amore, dalla fortuna e dalla morte, senza ch’io abbia a trovare anche dentro di me altri guerrieri che mi combattano, cioè a dir voi, o duri miei pensieri? // 6-7. Disleale. Infido. Chè. Perocchè. Fere scorte Vai ricettando. Cioè vai dando ricetto a genti del campo inimico. Fatto. Divenuto. Consorte. Confederato. Complice. // 8. Leggieri. Spediti, solleciti, a farmi male. // 9. I secreti suoi messaggi. Vuol dire i sentimenti, gli stimoli, le immaginazioni amorose, e cose tali. // 10. Ogni sua pompa. Cioè ogni suo tristo e crudele effetto. // 11. Di quel colpo. Intende di quel colpo che uccise Laura. // 12. L’avanzo di me. Quel che resta di me ora che, per la morte di Laura, la mia miglior parte è venuta meno. // 13. I vaghi pensier. I miei vaghi, cioè instabili, irrequieti, pensieri. // 14. Per che. Sicchè. Laonde.


    SONETTO VII.
    Rimproverato a torto da’ suoi sensi,
    cerca d’acquetarli co’ pensieri del Cielo.

    Occhi miei, oscurato è ’l nostro sole;
    Anzi è salito al cielo, ed ivi splende;
    Ivi ’l vedremo ancor, ivi n’attende,
    E di nostro tardar forse li dole.
    Orecchie mie, l’angeliche parole
    Suonano in parte ov’è chi meglio intende.
    Piè miei, vostra ragion là non si stende
    Ov’è colei ch’esercitar vi sòle.
    Dunque perchè mi date questa guerra?
    Già di perder a voi cagion non fui
    Vederla, udirla e ritrovarla in terra.
    Morte biasmate; anzi laudate lui
    Che lega e scioglie e ’n un punto apre e serra,
    E dopo ’l pianto sa far lieto altrui.

    Verso 3. N’attende. Ci attende. // 4. Li dole. Gli duole. // 5. L’angeliche parole. Di Laura. // 6. In parte. In un luogo. - E vuol dire in Cielo, in Paradiso. [A.] - Meglio. Meglio di voi e di me. // 7-8. Vostra ragion là non si stende Ov’è colei. Cioè: voi non avete facoltà di andar fin là dove è colei. Ch’esercitar vi sòle. Che suol farvi andare e correre attorno, cioè per cercarla. // 9. Parla in comune agli occhi, agli orecchi e a’ piedi. // 10-11. Non fui già io quello che feci perdere, che tolsi, a voi, occhi, la facoltà di vederla, a voi, orecchi, di udirla; a voi, piedi, di ritrovarla quaggiù in terra. // 12. Lui. Cioè Dio. // 14. Altrui. Gli uomini.


    SONETTO VIII.
    Perduto l’unico rimedio ai mali di questa vita,
    desidera sol di morire.

    Poi che la vista angelica serena,
    Per subita partenza, in gran dolore
    Lasciato à l’alma e ’n tenebroso orrore,
    Cerco, parlando, d’allentar mia pena.
    Giusto duol certo a lamentar mi mena:
    Sassel chi n’è cagion, e sallo Amore;
    Ch’altro rimedio non avea ’l mio core
    Contra i fastidi onde la vita è piena.
    Quest’un, Morte, m’à tolto la tua mano:
    E tu che copri e guardi ed ài or teco,
    Felice terra, quel bel viso umano;
    Me dove lasci, sconsolato e cieco,
    Poscia che ’l dolce ed amoroso e piano
    Lume degli occhi miei non è più meco?

    Verso 4. Allentar. Mitigare. // 5. Certo. Certamente. // 6. Sassel. Sel sa. Lo sa. // 7. Altro rimedio. Cioè altro rimedio che la vista, il colloquio, l’amore, il pensiero di Laura viva. // 8. Onde. Di cui. // 9. Quest’un. Quest’un rimedio. // 13. Piano. Umile. Mansueto. - *Salm.: «Lumen oculorum meorum, et ipsum non est mecum.»*


    SONETTO IX.
    Non ha più speranza di rivederla; e però
    si conforta coll’immaginarsela in cielo.

    S’amor novo consiglio non n’apporta,
    Per forza converrà che il viver cange;
    Tanta paura e duol l’alma trista ange,
    Che ’l desir vive e la speranza è morta:
    Onde si sbigottisce e si sconforta
    Mia vita in tutto, e notte e giorno piange,
    Stanca, senza governo in mar che frange,
    E ’n dubbia via senza fidata scorta.
    Immaginata guida la conduce;
    Chè la vera è sotterra, anzi è nel cielo,
    Onde più che mai chiara al cor traluce;
    Agli occhi no, chè un doloroso velo
    Contende lor la desïata luce,
    E me fa sì per tempo cangiar pelo.

    Verso 2. Che ’l viver cange. Ch’io cangi il vivere. Ch’io cangi la vita colla morte. Ch’io muoia. // 3. Ange. Affanna. Travaglia. // 6. In tutto. Del tutto. Affatto. // 7. Che frange. Che si frange. Agitato. Turbato. // 8. Fidata. Fida. Sicura. // 9. Immaginata guida. Cioè l’immagine, il pensiero, di Laura. // 10. La vera. La vera guida cioè Laura stessa. // 11. Onde. D’onde, da dove. [A.] // 13. Contende lor. Impedisce loro di vedere. Toglie loro. // 14. Sì per tempo. Sì presto. Cangiar pelo. Cioè incanutire.


    SONETTO X.
    Brama morir senza indugio, onde seguirla
    coll’anima, come fa col pensiero.

    Ne l’età sua più bella e più fiorita,
    Quand’aver suole Amore in noi più forza,
    Lasciando in terra la terrena scorza,
    È Laura mia vital da me partita,
    E viva e bella e nuda al ciel salita,
    Indi mi signoreggia, indi mi sforza.
    Deh perchè me del mio mortal non scorza
    L’ultimo dì, ch’è primo a l’altra vita?
    Chè come i miei pensier dietro a lei vanno,
    Così leve, espedita e lieta l’alma
    La segua, ed io sia fuor di tanto affanno.
    Ciò che s’indugia è proprio per mio danno,
    Per far me stesso a me più grave salma.
    O, che bel morir era oggi è terz’anno!

    Verso 2. Quando. Nella quale età. // 4. Mia vital. È come dire: vita mia. // 5. Nuda. Cioè spogliata del corpo. // 7-8. Perchè me del mio mortal non scorza L’ultimo dì? Perchè l’ultimo dì non mi scorza, cioè spoglia, del mio mortale, cioè della mia parte mortale, della mia carne? // 9. Chè. Sicchè. Di modo che. // 12. Ciò che s’indugia. Cioè il tempo che la morte indugia a venire. Proprio. Propriamente. Veramente. // 13. Per farmi più grave a me stesso. Salma. Vale soma, carico. - *Ovid.: «Me mihi ferre grave est.»* // 14. O che bel morir era. Oh che bel morire avrei fatto se fossi morto. Oggi è terz’anno. Oggi ha tre anni. Oggi si compie il terzo anno. Potrebbe anche significare: oggi entra, incomincia, il terz’anno; che sarebbe quanto dire: oggi ha due anni.


    SONETTO XI.
    Dovunque si trovi, gli par di vederla, e quasi
    di sentirla parlare.

    Se lamentare augelli, o verdi fronde
    Mover soavemente a l’aura estiva,
    O roco mormorar di lucide onde
    S’ode d’una fiorita e fresca riva,
    Là ’v’io seggia d’amor pensoso, e scriva,
    Lei che ’l Ciel ne mostrò, terra n’asconde,
    Veggio ed odo ed intendo, ch’ancor viva
    Di sì lontano a’ sospir miei risponde.
    Deh perchè innanzi tempo ti consume?
    Mi dice con pietate: a che pur versi
    Degli occhi tristi un doloroso fiume?
    Di me non pianger tu: ch’e’ miei dì fersi,
    Morendo, eterni; e ne l’eterno lume,
    Quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.

    Verso 1. Lamentare. Lamentarsi. // 2. Mover. Muoversi. // 4. D’una. Da una. - *Virg. Geor.: «Ecce supercilio clivosi tramitis undam Elicit: illa cadens raucum per levia murmur saxa ciet.» // 5. Là ’v’io. Dove, in sulla qual riva, io. Seggia. Sieda. // 6. Che. Accusativo. Ne. Ci. // 9. Innanzi tempo. Prima del tempo. Consume. Consumi. // 12. E’ miei dì. I miei dì. Cioè la mia vita. Fersi. Si fecero. Divennero. // 13-14. E nell’eterno lume, Quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi. Ed apersi gli occhi nell’eterno lume quando mostrai di chiuderli, cioè quando parve che io li chiudessi.


    SONETTO XII.
    Rammenta in solitudine
    gli antichi suoi lacci d’amore, e sprezza i novelli.

    Mai non fu’ in parte ove sì chiar vedessi
    Quel che veder vorrei, poi ch’io nol vidi;
    Nè dove in tanta libertà mi stessi,
    Nè ’mpiessi ’l ciel di sì amorosi stridi;
    Nè giammai vidi valle aver sì spessi
    Luoghi da sospirar riposti e fidi;
    Nè credo già ch’Amor in Cipro avessi,
    O in altra riva, sì soavi nidi.
    L’acque parlan d’amore e l’ôra e i rami
    E gli augelletti e i pesci e i fiori e l’erba,
    Tutti insieme pregando ch’i’ sempre ami.
    Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami,
    Per la memoria di tua morte acerba
    Preghi ch’i’ sprezzi ’l mondo e suoi dolci ami.

    Composto, a quel che pare, in Valchiusa.
    Verso 1. Fu’. Fui. In parte. In luogo. Chiar. Chiaro. Vedessi. Colla immaginativa. // 2. Quel che veder vorrei. Cioè Laura. Poi che. Da che. Dipende, non dal mezzo verso precedente, ma dal verso di sopra. - Dunque: Da che io non vidi più Laura, a cagione dell’esser lei morta, non fui mai in parte, dove la vedessi colla imaginativa sì chiaro. [A.] // 6. Riposti. Nascosti. Segreti. // 7. Avessi. Avesse. // 8. Riva. È detto per paese in genere. // 9. Òra. Aura. // 11. Pregando. Pregandomi. // 14. Preghi. Mi preghi. - E suoi dolci ami; e le sue lusinghe. [A.]


    SONETTO XIII.
    Videla in Valchiusa sotto varie figure,
    ed in atto di compassione verso di lui.

    Quante fïate al mio dolce ricetto,
    Fuggendo altrui, e, s’esser può, me stesso,
    Vo con gli occhi bagnando l’erba e ’l petto,
    Rompendo co’ sospir l’aere da presso!
    Quante fïate sol, pien di sospetto,
    Per luoghi ombrosi e foschi mi son messo,
    Cercando col pensier l’alto diletto,
    Che Morte à tolto, ond’io la chiamo spesso!
    Or in forma di ninfa o d’altra diva,
    Che del più chiaro fondo di Sorga esca,
    E pongasi a seder in su la riva;
    Or l’ò veduta su per l’erba fresca
    Calcar i fior com’una donna viva,
    Mostrando in vista che di me le ’ncresca.

    Composto pure in Valchiusa.
    Verso 1. Al mio dolce ricetto. Intende, credo io, di quel luogo già frequentato da Laura, di cui parla nella prima Parte, Canzone undecima, e altrove. // 2. Oraz.: «Patriæ quis exul se quoque fugit.»* // 4. L’aere da presso. L’aria vicina. // 7. L’alto diletto. Vuol dir Laura. // 8. La chiamo. Cioè chiamo, invoco, la morte. // 9. Or. Suppliscasi: l’ho veduta, parole che stanno più sotto nel duodecimo verso. // 12. Su. Particella che ridonda elegantemente. // 14. In vista. Nell’aspetto. Che di me le ’ncresca. Di aver compassione di me.


    SONETTO XIV.
    La ringrazia che di quando in quando
    torni a racconsolarlo colla sua presenza.

    Alma felice, che sovente torni
    A consolar le mie notti dolenti
    Con gli occhi tuoi, che Morte non à spenti,
    Ma sovra ’l mortal modo fatti adorni;
    Quanto gradisco ch’e’ miei tristi giorni
    A rallegrar di tua vista consenti!
    Così incomincio a ritrovar presenti
    Le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni.
    Là ’ve cantando andai di te molt’anni,
    Or, come vedi, vo di te piangendo;
    Di te piangendo no, ma de’ miei danni.
    Sol un riposo trovo in molti affanni;
    Chè, quando torni, ti conosco e ’ntendo
    A l’andar, a la voce, al volto, a’ panni.

    Verso 4. Sovra ’l mortal modo. In modo più che mortale. Di bellezza superiore alla mortale. Fatti. Ha fatti. // 5. E’. I. - Tristi giorni, per trista vita. [A.] // 8. A’ suoi usati soggiorni. Cioè, in quei luoghi dove io ti solea veder viva. Suoi sta per loro, e si riferisce a bellezze. // 9. Là ’ve. Dove. Nei quali soggiorni.


    SONETTO XV.
    I pietosi apparimenti di Laura
    gli danno un soccorso nel suo dolore.

    Discolorato ài, Morte, il più bel volto
    Che mai si vide, e i più begli occhi spenti;
    Spirto più acceso di virtuti ardenti,
    Del più leggiadro e più bel nodo ài sciolto.
    In un momento ogni mio ben m’ài tolto:
    Posto ài silenzio a’ più soavi accenti
    Che mai s’udiro; e me pien di lamenti.
    Quant’io veggio m’è noia e quant’io ascolto.
    Ben torna a consolar tanto dolore
    Madonna, ove pietà la riconduce:
    Nè trovo in questa vita altro soccorso.
    E se com’ella parla e come luce
    Ridir potessi, accenderei d’amore,
    Non dirò d’uom, un cor di tigre o d’orso.

    Verso 2. Spenti. Hai spenti. // 5. Spirto più acceso. Lo spirito il più acceso. // 4. Del più leggiadro e più bel nodo. Cioè dal suo legame corporeo. // 7. Pien. Hai pieno, cioè empiuto. // 9. Ben. È ben vero che. // 12. Luce. Verbo. Splende. // 14. Un cuore, non dico d’uomo, ma eziandio di tigre o d’orso.


    SONETTO XVI.
    Gode di averla presente col pensiero:
    ma trova poi scarso un tale conforto.

    Sì breve è ’l tempo e ’l pensier sì veloce
    Che mi rendon Madonna così morta,
    Ch’al gran dolor la medicina è corta;
    Pur, mentr’io veggio lei, nulla mi noce.
    Amor, che m’à legato e tienmi in croce,
    Trema quando la vede in su la porta
    De l’alma, ove m’ancide ancor sì scorta,
    Sì dolce in vista e sì soave in voce.
    Come donna in suo albergo, altera vène,
    Scacciando de l’oscuro e grave core
    Con la fronte serena i pensier tristi.
    L’alma, che tanta luce non sostène,
    Sospira, e dice: o benedette l’ore
    Del dì che questa via con gli occhi apristi!

    Versi 1-4. Sì breve è quel tempo nel quale io, per virtù della immaginativa, riveggo la donna mia benchè morta, e quel pensiero che me la rappresenta dinanzi è così fugace, che questo sì fatto rimedio è scarso al mio gran dolore. Così sta per benchè, come in molti luoghi di molti scrittori antichi, e in alcuni altri dello stesso Petrarca. - Nulla mi noce. Non sento verun dolore od incomodo nè della persona nè dell’anima. [A.] // 6. Trema. Si scuote, si commuove tutto, per la dolcezza, la tenerezza, e simili. // 7. Ancide. Uccide. Scorta. Accorta. // 9. Come donna in suo albergo. Come una padrona verrebbe a un suo proprio albergo. Vène. Viene. // 10. De l’oscuro. Dall’oscuro. Core. Cuor mio. // 12. L’alma. L’alma mia. Tanta luce non sostène. Non può reggere a tanta luce. Sostène sta per sostiene. // 14. Questa via con gli occhi apristi. Mirando costui, cioè il Poeta, e introducendogli nel pensiero la tua sembianza, ti apristi la via di tornargli, come ora fai, nella immaginazione.


    SONETTO XVII.
    Scend’ella dal cielo per consigliarlo alla virtù,
    e levar tosto l’anima a Dio.

    Nè mai pietosa madre al caro figlio,
    Nè donna accesa al suo sposo diletto
    Diè con tanti sospir, con tal sospetto
    In dubbio stato sì fedel consiglio;
    Come a me quella che ’l mio grave esiglio
    Mirando dal suo eterno alto ricetto,
    Spesso a me torna con l’usato affetto;
    E di doppia pietate ornata il ciglio,
    Or di madre or d’amante: or teme or arde
    D’onesto foco; e nel parlar mi mostra
    Quel che ’n questo vïaggio fugga o segua,
    Contando i casi de la vita nostra,
    Pregando ch’a levar l’alma non tarde:
    E sol quant’ella parla ò pace o tregua.

    Verso 3. Sospetto. Cioè timor di male che potesse avvenire al figlio o allo sposo. // 5. Grave esiglio. Chiama il soggiorno su questa terra, dopo la morte di Laura. [A.] // 7. Usato. Consueto. Solito. // 11. In questo viaggio. In questa vita. Fugga o segua. Io debba fuggire o cercare. // 13. Pregando. Pregandomi. Levar. Innalzare a Dio. Non tarde. Io non tardi. // 14. Quanto. Mentre. Intanto che. Finchè.


    SONETTO XVIII.
    Torna pietosa a riconfortarlo co’ suoi consigli;
    ed ei non può non piegarvisi.

    Se quella aura soave de’ sospiri
    Ch’i’ odo di colei che qui fu mia
    Donna, or è in cielo, ed ancor par qui sia,
    E viva e senta e vada ed ami e spiri,
    Ritrar potessi; o che caldi desiri
    Movrei parlando! sì gelosa e pia
    Torna ov’io son, temendo non fra via
    Mi stanchi, ’n dietro o da man manca giri.
    Ir dritto alto m’insegna: ed io che ’ntendo
    Le sue caste lusinghe e i giusti preghi
    Col dolce mormorar pietoso e basso,
    Secondo lei convèn mi regga e pieghi,
    Per la dolcezza che del suo dir prendo,
    Ch’avria vertù di far piangere un sasso.

    Verso 3. Donna. Signora. Par qui sia. Par che sia qui, cioè in terra. // 5. Ritrar. Esprimere con parole. // 6. Movrei. Moverei. Cioè in chi mi ascoltasse. Gelosa. Paurosa del mio male. Pia. Pietosa. // 7-8. Non fra via Mi stanchi. Che io non mi stanchi per via. // 9. Leopardi poneva una virgola dopo dritto, e spiegava: M’insegna di andar diritto e all’alto. A noi piace la lezione del sig. Carrer che non ha quella virgola; e spieghiamo: ir drittamente all’alto, cioè tendere alle celesti cose senza voltarsi nè d’una parte nè d’altra. [L.] - Intendo. Odo. Ascolto. // 11. Col dolce. E il suo dolce. // 12. Secondo lei. A suo modo. Secondo gl’insegnamenti suoi. Convèn. Conviene, è forza, che. Mi regga e pieghi. Cioè mi governi e proceda. // 13. La dolcezza. Il piacere. Prendo. Ricevo. // 14. Avria vertù. Avrebbe forza. - *Cic. De Or.: «Lapides omnes fiere ac lamentari coegisset.»*


    SONETTO XIX.
    Morto Sennuccio, lo prega di far sapere a Laura
    l’infelicità del suo stato.

    Sennuccio mio, ben che doglioso e solo
    M’abbi lasciato, i’ pur mi riconforto,
    Perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
    Alteramente se’ levato a volo.
    Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
    Le stelle vaghe e lor vïaggio torto;
    E vedi ’l veder nostro quanto è corto:
    Onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
    Ma ben ti prego che ’n la terza spera
    Guitton saluti e messer Cino e Dante,
    Franceschin nostro, e tutta quella schiera.
    A la mia donna puoi ben dire in quante
    Lagrime i’ vivo; e son fatto una fera,
    Membrando ’l suo bel viso e l’opre sante.

    Verso 3. Del. Dal. Preso. Prigioniero. - Secondo la dottrina di Platone che il corpo sia carcere dell’anima. [A.] - Morto. Dà ad intendere che quel che si chiama vita, è più veramente una morte. // 4. Se’ levato. Ti sei levato, cioe alzato. // 6. Vaghe. Erranti. // 7. E vedi ec. Lucan.: «Vidit quanta sub nocte jaceret Nostra dies.»* // 3. Col tuo gioir. Col pensiero de’ tuoi godimenti. // 9. In la terza spera. Nella sfera dì Venere, pianeta degli amanti. // 11. Franceschin. Franceschino Del Bene.* - Quella schiera. Delle anime amorose. // 13. Fatto. Diventato. Una fera. Un animale salvatico. // 14. Membrando. Rimembrando. E l’opre. E le sue opere. - Intendi: son fatto simile a un animale salvatico, non già membrando (cioè a forza di rimembranze) il suo bel viso e le sante sue opere, ma bensì col fuggir la compagnia degli uomini per desiderio di vivere unicamente membrando ec. [A.]


    SONETTO XX.
    Mirando là dov’ella nacque e morì, va sfogando
    co’ sospiri l’acerba sua pena.

    I’ ò pien di sospir quest’aer tutto,
    D’aspri colli mirando il dolce piano
    Ove nacque colei ch’avendo in mano
    Mio cor in sul fiorire e ’n sul far frutto,
    È gita al cielo, ed àmmi a tal condutto
    Col subito partir, che di lontano
    Gli occhi miei stanchi lei cercando in vano,
    Presso di sè non lassan loco asciutto.
    Non è sterpo nè sasso in questi monti,
    Non ramo o fronda verde in queste piagge,
    Non fior in queste valli o foglia d’erba;
    Stilla d’acqua non vien di queste fonti,
    Nè fiere àn questi boschi sì selvagge,
    Che non sappian quant’è mia pena acerba.

    Verso 1. Pien. Empiuto. // 2. D’aspri colli. Da aspri colli. Dalle cime, dalle alture, di aspri colli. // 4. In sul fiorire e ’n sul far frutto. Cioè nella età giovanile e nella matura. // 5: Ed àmmi a tal condutto. E mi ha condotto a tale, cioè in tale stato. // 6. Subito. Repentino. Partir. Cioè morire. Suppliscasi suo. Che. Dipende, dalla voce tale. Di lontano. Cioè da questo mondo. // 8. Lassan. Lasciano. // 13. Fiere. Accusativo.


    SONETTO XXI.
    Adesso e’ conosce quant’ella era saggia
    nel dimostrarsi severa verso di lui.

    L’alma mia fiamma oltra le belle bella,
    Ch’ebbe qui ’l Ciel sì amico e sì cortese,
    Anzi tempo per me nel suo paese
    È ritornata ed a la par sua stella
    Or comincio a svegliarmi, e veggio ch’ella
    Per lo migliore al mio desir contese,
    E quelle voglie giovenili accese
    Temprò con una vista dolce e fella.
    Lei ne ringrazio e ’l suo alto consiglio,
    Che col bel viso e co’ soavi sdegni
    Fecemi, ardendo, pensar mia salute.
    O leggiadre arti e lor effetti degni:
    L’un con la lingua oprar, l’altra col ciglio,
    Io gloria in lei ed ella in me virtute!

    Verso 1. Oltre. Più che. Fra. // 2. Qui. In terra. // 3. Anzi tempo per me. Cioè troppo presto per me. Nel suo paese. Cioè nel cielo. // 4. A la par sua stella. Alla stella sua pari. Segue un’opinione dei Platonici. Vuol dire al pianeta di Venere. - *Cic. De univ.: «Qui recte et honeste curriculum vivendi a natura datum confecerit, ad illud astrum, quocum aptus fuerit, revertitur.»* // 6. Contese. Contrastò. Resistette. // 7. Quelle voglie. Quelle mie voglie. // 8. Una vista. Un aspetto. Dolce e fella. Or benigna or aspra. // 9. Consiglio. Provvedimento. // 11. Ardendo. Ardendo io. Bench’io ardessi d’amore. Mia salute. Alla mia salute. // 13-14. Questi effetti sono, che io acquistai gloria a lei, ed ella produsse virtù in me; l’uno, cioè io, colla lingua; l’altra, cioè Laura, cogli occhi.


    SONETTO XXII.
    Chiamava crudele quella che guidavalo alla virtù.
    Si pente, e la ringrazia.

    Come va ’l mondo! or mi diletta e piace
    Quel che più mi dispiacque; or veggio e sento
    Che per aver salute ebbi tormento,
    E breve guerra per eterna pace.
    O speranza, o desir sempre fallace,
    E degli amanti più ben per un cento!
    O quant’era ’l peggior farmi contento
    Quella ch’or siede in cielo e ’n terra giace!
    Ma ’l cieco Amore e la mia sorda mente
    Mi travïavan sì, ch’andar per viva
    Forza mi convenia dove morte era.
    Benedetta colei ch’a miglior riva
    Volse ’l mio corso, e l’empia voglia ardente,
    Lusingando, affrenò, perch’io non pèra.

    Verso 2. Quel che più mi dispiacque. Cioè il rigore usatomi da Laura in sua vita. // 6. E cento volte, a cento doppi, più fallace che mai, la speranza e il desiderio degli amanti! // 7. Quant’era ’l peggior. Quanto peggio sarebbe stato. Farmi contento. Se mi avesse fatto contento, cioè avesse soddisfatto, compiaciuto, a’ miei desiderii. // 10-11. Andar dove morte era. Cioè cercar quello che avrebbe dato morte all’anima mia. // 12. Riva. Termine. // 13. L’empia voglia. L’empia mia voglia.


    SONETTO XXIII.
    Tristo ’l dì e la notte, in sull’aurora
    gli par di vederla, e gli si doppia la pena.

    Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora
    Con la fronte di rose e co’ crin d’oro,
    Amor m’assale; ond’io mi discoloro,
    E dico sospirando: ivi è Laura ora.
    O felice Titon! tu sai ben l’ora
    Da ricovrare il tuo caro tesoro;
    Ma io che debbo far del dolce alloro?
    Che se ’l vo’ riveder convèn ch’io mora.
    I vostri dipartir non son sì duri:
    Ch’almen di notte suol tornar colei
    Che non à a schifo le tue bianche chiome:
    Le mie notti fa triste e i giorni oscuri
    Quella che n’à portato i penser miei
    Nè di sè m’à lasciato altro che ’l nome.

    Verso 4. Ivi. Cioè in cielo. // 6. Da ricovrare. Da ricuperare. Nella quale ricupererai. Il tuo caro tesoro. Cioè la tua donna, che è l’Aurora. // 7. Del dolce alloro. Vuol dir di Laura. // 8. Vo’. Voglio. Convèn. Conviene. // 9. I vostri dipartir. Le vostre separazioni. Cioè di te e dell’Aurora. // 13. N’à portato. Si ha portato seco. Penser. Pensieri. // 14. Virg.: «Hoc solum nomen quoniam de conjuge restat.»*


    SONETTO XXIV.
    Mette fine a parlare di quelle grazie
    e di quelle bellezze che già non son più.

    Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente,
    E le braccia e le mani e i piedi e ’l viso
    Che m’avean sì da me stesso diviso
    E fatto singular da l’altra gente;
    Le crespe chiome d’òr puro lucente,
    E ’l lampeggiar dell’angelico riso
    Che solean far in terra un paradiso,
    Poca polvere son, che nulla sente.
    Ed io pur vivo: onde mi doglio e sdegno,
    Rimaso senza ’l lume ch’amai tanto,
    In gran fortuna e ’n disarmato legno.
    Or sia qui fine al mio amoroso canto:
    Secca è la vena de l’usato ingegno,
    E la cetera mia rivolta in pianto.

    Verso 1. Di che. Di cui. // 3. Sì. Sì fattamente. Da me stesso diviso. Rapito a me stesso. Tratto fuor di me stesso. // 11. In gran fortuna. In gran tempesta. // 13. Usato ingegno. Consueto ingegno. // 14. Giobbe: «Versa est in luctum cithara mea.»*


    SONETTO XXV.
    Tardi conosce quanto piacessero le sue rime
    d’amore. Vorria più limarle, e nol può.

    S’io avessi pensato che sì care
    Fossin le voci de’ sospir miei in rima,
    Fatte l’avrei dal sospirar mio prima
    In numero più spesse, in stil più rare.
    Morta colei che mi facea parlare,
    E che si stava de’ pensier miei in cima,
    Non posso (e non ò più sì dolce lima)
    Rime aspre e fosche far soavi e chiare.
    E certo ogni mio studio in quel tempo era
    Pur di sfogare il doloroso core
    In qualche modo, non d’acquistar fama.
    Pianger cercai, non già del pianto onore.
    Or vorrei ben piacer; ma quella altera,
    Tacito, stanco, dopo sè mi chiama.

    Versi 1-4. Se io avessi creduto che le voci de’ miei sospiri in rima, cioè queste mie rime amorose, fossero per essere nell’universale così gradite, io le avrei fatte insin da principio più spesse di numero e più rare di stile, cioè ne avrei scritta più quantità, e postovi più studio e più arte. // 10. Pur. Solamente. // 12. Non già del pianto onore. Non già di ritrarre onore e celebrità dal mio pianto. - *Proper.: «Nec tantum ingenio, quantum servire dolori.»* // 13. Quella altera. Cioè Laura. Altera sta per nobile, alta e simili. // 14. Dopo sè. Dietro a sè. A seguitarla.


    SONETTO XXVI.
    Morta Laura, ei perdette ogni bene,
    e nulla più gli avanza, che sospirare.

    Soleasi nel mio cor star bella e viva,
    Com’alta donna in loco umile e basso:
    Or son fatt’io, per l’ultimo suo passo,
    Non pur mortal ma morto; ed ella è diva.
    L’alma d’ogni suo ben spogliata e priva,
    Amor de la sua luce ignudo e casso
    Devrian de la pietà rompere un sasso:
    Ma non è chi lor duol riconti o scriva;
    Chè piangon dentro, ov’ogni orecchia è sorda,
    Se non la mia, cui tanta doglia ingombra,
    Ch’altro che sospirar, nulla m’avanza.
    Veramente siam noi polvere ed ombra;
    Veramente la voglia è cieca e ’ngorda;
    Veramente fallace è la speranza.

    Verso 3. Son fatt’io. Io son divenuto. Per l’ultimo suo passo. Per la sua morte. // 4. Non pur. Non solo. // 5. L’alma. L’alma mia. // 6. Casso. Cioè privo. // 7. Devrian. Dovriano. De la. Per la. // 8. Non è chi. Non ci ha niuno che. Riconti. Racconti. // 9-10. Chè. Perocchè. Dentro. Cioè dentro di me. Ov’ogni orecchia è sorda, Se non la mia, cui. Dove non possono essere uditi da alcuno, se non da me, il quale. // 11. Che non mi resta niente altro che sospirare, e però non posso nè raccontare nè scrivere il lor duolo. // 12. Oraz.: «Pulvis et umbra sumus.»* // 13. La voglia. L’appetito umano.


    SONETTO XXVII.
    S’egli non pensava che a lei, spera ch’or essa
    volgerà lo sguardo verso di lui.

    Soleano i miei pensier soavemente
    Di lor obbietto ragionar insieme:
    Pietà s’appressa, e del tardar si pente:
    Forse or parla di noi o spera o teme.
    Poi che l’ultimo giorno e l’ore estreme
    Spogliàr di lei questa vita presente,
    Nostro stato dal ciel vede, ode e sente:
    Altra di lei non è rimaso speme.
    O miracol gentile! o felice alma!
    O beltà senza esempio altera e rara,
    Che tosto è ritornata ond’ella uscio!
    Ivi à del suo ben far corona e palma
    Quella ch’al mondo sì famosa e chiara
    Fe la sua gran virtute e ’l furor mio.

    Verso 1. Soleano. Al tempo che Laura era in vita. // 3. E solevano dire: Laura è per muoversi a pietà, e si pente di essersi indugiata fino a ora ad usarla. // 6. Cioè privarono di lei questo mondo, la tolsero a questa vita. // 7. Nostro stato. Il mio stato. // 8. Altra. Altra che questa, cioè ch’ella veda, oda e senta il mio stato. Non è rimaso. Non mi è rimasta. Credo che il Poeta scrivesse: non n’è rimaso. // 11. Ond’ella uscio. Colà ond’ella uscì. Cioè al cielo. // 12. Del suo ben far corona e palma. Premio del suo bene operare, delle sue buone opere. // 13. Che. Accusativo. // 14. Fe. Fece. Furor. Insania amorosa. Amor veementissimo.


    SONETTO XXVIII.
    Doleasi a torto d’amarla; ed ora è pur contento
    di morire infelice per lei.

    I’ mi soglio accusare; ed or mi scuso,
    Anzi mi pregio, e tengo assai più caro
    De l’onesta prigion, del dolce amaro
    Colpo ch’i’ portai già molt’anni chiuso.
    Invide Parche, se repente il fuso
    Troncaste ch’attorcea soave e chiaro
    Stame al mio laccio, e quell’aurato e raro
    Strale onde morte piacque oltra nostr’uso!
    Chè non fu d’allegrezza a’ suoi dì mai,
    Di libertà, di vita alma sì vaga,
    Che non cangiasse ’l suo natural modo,
    Togliendo anzi per lei sempre trar guai,
    Che cantar per qualunque; e di tal piaga
    Morir contenta, e vivere in tal nodo.

    Verso 1. I’ mi soglio accusare. Io soglio dir male di me, e riprendermi della mia passione. // 2. E tengo. E mi tengo. Più caro. Più caro che non mi terrei altrimenti. // 3-4. De l’onesta prigion. Per l’onorata prigione ov’io fui. Del dolce amaro Colpo. Cioè della mia piaga amorosa. Chiuso. Celato. // 7-8. Al mio laccio. Al mio legame. Vuol dire a Laura. E quell’aurato e raro Strale. Vuol dir medesimamente Laura. Suppliscasi troncaste, cioè spezzaste. Onde morte piacque oltra nostr’uso. Vuol dire: in cui, fuor dell’uso naturale, la morte parve bella ed amabile. // 9-14. Mi scuso, dico, della mia passione amorosa, anzi me ne pregio, perocchè non ci fu mai anima così vaga, cioè cupida, a’ suoi dì, cioè al tempo ch’ella visse, di allegrezza, di libertà e di vita, che, conosciuta Laura, non avesse cangiato natura e costume, eleggendosi di sempre trar guai, cioè piangere e sospirare, per lei, piuttosto che cantare, cioè vivere in allegrezza, per qualunque altra; e di menar la vita in tal nodo, cioè nell’amor di Laura, e di questo amore morir volentieri.


    SONETTO XXIX.
    Farà immortale quella donna in cui l’Onestà
    e la Bellezza si stavano in pace.

    Due gran nemiche insieme eran aggiunte,
    Bellezza ed Onestà, con pace tanta
    Che mai rebellïon l’anima santa
    Non sentì poi ch’a star seco fur giunte;
    Ed or per morte son sparse e disgiunte:
    L’una è nel ciel, che se ne gloria e vanta;
    L’altra sotterra, ch’e’ begli occhi ammanta
    Ond’uscîr già tante amorose punte.
    L’atto soave, e ’l parlar saggio umìle,
    Che movea d’alto loco, e ’l dolce sguardo,
    Che piagava ’l mio core (ancor l’accenna),
    Sono spariti: e s’al seguir son tardo,
    Forse avverrà che ’l bel nome gentile
    Consacrerò con questa stanca penna.

    Verso 1. Erano. Si erano. Aggiunte. Congiunte. // 2. Con pace tanta. Con tanta concordia scambievole. - *Gioven.: «Rara est adeo concordia formæ, Atque pudicitiæ.»* // 3. Rebellïon. Accusativo. // 4. Poi che. Da che. Da poi che. // 6. L’una. Cioè Onestà. // 7. L’altra. Cioè Bellezza. Sotterra, che. Sotto terra, la quale. E’. I. Ammanta. Cuopre. // 8. Onde. Dai quali occhi. Punte. Saette. // 10. Che movea d’alto loco. Cioè che procedeva da alto intelletto. // 11. Ancor l’accenna. Il qual core porta ancora i segni di quelle piaghe. // 12. S’al seguir son tardo. Se io tarderò a seguirli. Cioè: se avrò ancora spazio di vita. // 14. Consacrerò. Renderò sacro e immortale.


    SONETTO XXX.
    Riandando la sua vita passata, si riscuote,
    e conosce la propria miseria.

    Quand’io mi volgo indietro a mirar gli anni
    Ch’ànno, fuggendo, i miei pensieri sparsi,
    E spento ’l fuoco ov’agghiacciando i’ arsi,
    E finito il riposo pien d’affanni;
    Rotta la fè degli amorosi inganni;
    E sol due parti d’ogni mio ben farsi,
    L’una nel cielo e l’altra in terra starsi;
    E perduto il guadagno de’ miei danni;
    I’ mi riscuoto, e trovomi sì nudo
    Ch’i’ porto invidia ad ogni estrema sorte:
    Tal cordoglio e paura ò di me stesso.
    O mia stella, o fortuna, o fato, o morte,
    O per me sempre dolce giorno e crudo,
    Come m’avete in basso stato messo!

    Verso 2. Ànno I miei pensieri sparsi. Hanno dissipato, sparse al vento, le mie cure e le mie speranze. // 5. Suppliscasi: quando io mi volgo indietro a mirare. Rotta la fè degli amorosi inganni. Cioè dileguate le mie illusioni amorose. // 7. L’una. Cioè l’anima di Laura. L’altra. Il corpo di Laura. // 8. Il guadagno de’ miei danni. Il frutto delle mie pene amorose. // 9. Mi riscuoto. Mi commuovo tutto. Sì nudo. Cioè d’ogni bene. // 10. Che ogni più misero stato mi par da anteporre al mio. // 11. Di. Cioè per. // 13. Vuol dire il giorno in cui fu preso dell’amor di Laura.


    SONETTO XXXI.
    Somma è la perdita di Laura, perchè rare
    e somme erano le bellezze di lei.

    Ov’è la fronte che con picciol cenno
    Volgea ’l mio core in questa parte e ’n quella?
    Ov’è ’l bel ciglio e l’una e l’altra stella
    Ch’al corso del mio viver lume denno?
    Ov’è ’l valor, la conoscenza e ’l senno,
    L’accorta, onesta, umìl, dolce favella?
    Ove son le bellezze accolte in ella
    Che gran tempo di me lor voglia fenno?
    Ov’è l’ombra gentil del viso umano,
    Ch’ôra e riposo dava a l’alma stanca,
    E là ’ve i miei pensier scritti eran tutti?
    Ov’è colei che mia vita ebbe in mano?
    Quanto al misero mondo e quanto manca
    Agli occhi miei, che mai non fieno asciutti!

    Verso 3. Stella. Cioè pupilla. // 4. Denno. Diedero. // 5. La conoscenza. L’intendimento. La scienza. Il sapere. // 7. Accolte. Raccolte. Adunate. // 8. Di me lor voglia fenno. Fecero di me quel che vollero, quel che a lor piacque. // 10. Òra. Aura. Cioè refrigerio. A l’alma. All’alma mia. // 11. E là ’ve. E dove, cioè nel qual viso. I miei pensier scritti eran tutti. Perchè tale era lo stato dell’animo mio, quale era quel viso, o sereno o turbato. // 13. Quanto al misero mondo. Suppliscasi manca. // 14. Fieno. Saranno.


    SONETTO XXXII.
    Invidia alla terra, al cielo, alla morte quel bene,
    senza cui e’ non può vivere.

    Quanta invidia io ti porto, avara terra,
    Ch’abbracci quella cui veder m’è tolto,
    E mi contendi l’aria del bel volto
    Dove pace trovai d’ogni mia guerra!
    Quanta ne porto al ciel, che chiude e serra
    E sì cupidamente ha in sè raccolto
    Lo spirto da le belle membra sciolto,
    E per altrui sì rado si disserra!
    Quanta invidia a quell’anime che ’n sorte
    Ànn’or sua santa e dolce compagnia,
    La qual io cercai sempre con tal brama!
    Quanto a la dispietata e dura morte,
    Ch’avendo spento in lei la vita mia,
    Stassi ne’ suoi begli occhi e me non chiama!

    Verso 3. Mi contendi. Mi contrasti. Mi togli. // 5. Quanta ne porto. Cioè quanta invidia porto. // 8. Per altrui. Per altre anime. Sì rado si disserra. Piccolo essendo il numero degli eletti. Rado vale rare volte. // 9. Quanta invidia. Suppliscasi porto.// 12. Quanto. Quanta invidia porto.


    SONETTO XXXIII.
    Rivede Valchiusa, che i suoi occhi riconoscono
    quella stessa, ma non il suo cuore.

    Valle che de’ lamenti miei se’ piena,
    Fiume che spesso del mio pianger cresci,
    Fere silvestre, vaghi augelli, e pesci
    Che l’una e l’altra verde riva affrena;
    Aria de’ miei sospir calda e serena,
    Dolce sentier che sì amaro riesci,
    Colle che mi piacesti, or mi rincresci,
    Ov’ancor per usanza Amor mi mena;
    Ben riconosco in voi l’usate forme,
    Non, lasso, in me, che da sì lieta vita
    Son fatto albergo d’infinita doglia.
    Quinci vedea ’l mio bene; e per quest’orme
    Torno a veder ond’al ciel nuda è gita,
    Lasciando in terra la sua bella spoglia.

    Verso 1. Se’. Sei. // 3-4. Fere silvestre. Fiere silvestri. Vaghi. Vagabondi. Pesci Che l’una e l’altra verde riva affrena. Pesci contenuti tra le due rive, cioè nelle acque, del fiume. // 5. De’. Cioè per li. // 8. Usanza. Assuefazione. Consuetudine. Abito fatto. // 10. Da. Cioè dopo. // 12. Quinci. Di qui. Vedea. Vedeva io. Per quest’orme. Cioè per questo sentiero calcato già in altri tempi da Laura e da me. // 13. Onde. Il luogo onde.


    SONETTO XXXIV.
    Levossi col pensiero al cielo. La vide, l’udì,
    e, beato, là quasi rimase.

    Levommi il mio pensier in parte ov’era
    Quella ch’io cerco e non ritrovo in terra:
    Ivi fra lor che ’l terzo cerchio serra,
    La rividi più bella e meno altera.
    Per man mi prese e disse: in questa spera
    Sarai ancor meco, se ’l desir non erra:
    I’ son colei che ti die’ tanta guerra,
    E compie’ mia giornata innanzi sera.
    Mio ben non cape in intelletto umano:
    Te solo aspetto, e, quel che tanto amasti,
    E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.
    Deh perchè tacque ed allargò la mano?
    Ch’al suon di detti sì pietosi e casti
    Poco mancò ch’io non rimasi in cielo.

    Verso 1. Levommi. Alzommi. In parte. A un luogo. Vuol dire il cielo. // 3. Fra lor che ’l terzo cerchio serra. Fra le anime che stanno nella sfera di Venere, che è la sfera degli amanti. // 5. Spera. Sfera. // 6. Ancor. Un’altra volta, come fosti già in terra. Uso della voce ancora proprio e familiare al nostro Poeta - *e a Dante e a tutti i trecentisti.* - Se ’l desir non erra. Se il mio desiderio non m’inganna. // 7. Die’. Diedi. Tanta guerra. Tanto travaglio. // 8. Cioè uscii di vita immaturamente. // 9. La mia felicità non può esser compresa da mente umana. // 11. E. E che. Laggiuso. Laggiù, in terra. Velo. Cioè corpo. // 13. Chè. Perocchè.


    SONETTO XXXV.
    Sfoga ’l suo dolore con tutti que’ che furono
    testimoni della sua passata felicità.

    Amor, che meco al buon tempo ti stavi
    Fra queste rive a’ pensier nostri amiche,
    E per saldar le ragion nostre antiche,
    Meco e col fiume ragionando andavi;
    Fior, frondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi,
    Valli chiuse, alti colli e piagge apriche,
    Porto de l’amorose mie fatiche,
    De le fortune mie tante e sì gravi;
    O vaghi abitator de’ verdi boschi,
    O ninfe, e voi che il fresco erboso fondo
    Del liquido cristallo alberga e pasce;
    I dì miei fur sì chiari, or son sì foschi
    Come morte, che ’l fa. Così nel mondo
    Sua ventura à ciascun dal dì che nasce.

    Verso 1. Al buon tempo. Cioè, quando Laura viveva. // 2. Fra. In. // 3. Saldar le ragion nostre antiche. Pareggiare i nostri conti vecchi del dare e dell’avere, cioè delle tue promesse e de’ miei patimenti dall’una parte, e dall’altra dei contenti e dei beni da te provenutimi. // 8. Fortune. Tempeste. // 9. Intende degli uccelli. Vaghi sta per vagabondi. // 10. E voi. Vuol dire i pesci. Che. Accusativo. I quali. // 12-13. Sì foschi Come morte, che ’l fa. Così foschi come è fosca la morte, che è causa di ciò. // 14. Ventura. Sorte destinata. Accusativo. Dal dì. Insin dal dì.


    SONETTO XXXVI.
    S’ella non fosse morta sì giovane, egli avria
    cantato più degnamente le lodi di lei.

    Mentre che ’l cor dagli amorosi vermi
    Fu consumato, e ’n fiamma amorosa arse,
    Di vaga fera le vestigia sparse
    Cercai per poggi solitari ed ermi.
    Ed ebbi ardir, cantando, di dolermi
    D’Amor, di lei, che sì dura m’apparse.
    Ma l’ingegno e le rime erano scarse
    In quella etate a’ pensier novi e ’nfermi.
    Quel foco è morto, e ’l copre un picciol marmo
    Che se col tempo fosse ito avanzando
    Come già in altri, infino a la vecchiezza;
    Di rime armato, ond’oggi mi disarmo,
    Con stil canuto avrei fatto, parlando,
    Romper le pietre e pianger di dolcezza.

    Verso 1. Mentre che. Finchè. Il cor. Il mio cuore. Dagli amorosi vermi. Dalle pene dell’amore. Dalla passione amorosa. // 3. Fera. Fiera. Intende di Laura. // 4. Ermi. Romiti. // 6. M’apparse. Mi parve. Mi si dimostrò. // 8. Novi e ’nfermi. Giovanili e deboli. // 10. Avanzando. Crescendo. // 11. In altri. In altri amanti. // 12. Ond’oggi mi disarmo. Le quali oggi abbandono. // 13. Canuto. Senile. E vuol dir maturato e perfezionato dal tempo. - *Cic.: «Quum ipsa oratio jam nostra canesceret.»* // 14. Romper. Rompersi.


    SONETTO XXXVII.
    La prega che almen di lassù gli rivolga tranquillo
    e pietoso lo sguardo.

    Anima bella, da quel nodo sciolta
    Che più bel mai non seppe ordir Natura,
    Pon dal ciel mente a la mia vita oscura,
    Da sì lieti pensieri a pianger volta.
    La falsa opinïon dal cor s’è tolta
    Che mi fece alcun tempo acerba e dura
    Tua dolce vista: omai tutta secura
    Volgi a me gli occhi, e i miei sospiri ascolta.
    Mira ’l gran sasso donde Sorga nasce,
    E vedra’ vi un che sol tra l’erbe e l’acque
    Di tua memoria e di dolor si pasce.
    Ove giace ’l tuo albergo e dove nacque
    Il nostro amor, vo’ ch’abbandoni e lasce,
    Per non veder ne’ tuoi quel ch’a te spiacque.

    Verso 2. Che. Di cui. // 3. Pon dal ciel mente. Poni mente dal cielo. Cioè volgi dal cielo l’animo, il pensiero. // 5-7. La falsa opinïon dal cor s’è tolta Che mi fece ec. Si è dileguato dall’animo tuo quel falso sospetto circa all’onestà de’ miei desiderii, che un tempo ti fu cagione di mostrarmiti dura e sdegnosa. Tutta secura. Senza sospetto alcuno. // 10. Vedra’ vi. Vi vedrai. // 12-14. Voglio che tu abbandoni e lasci, cioè non voglio, non chieggo che tu miri, il luogo dove è la tua casa e dove nacque il nostro amore; acciocchè tu non abbi a veder ne’ tuoi (o cittadini o parenti) quel che in tua vita ti spiacque, cioè la poca nobiltà della patria, o forse la corruttela dei costumi, o altra cosa simile.


    SONETTO XXXVIII.
    Dolente, la cerca; e non trovandola, conchiude
    esser ella dunque salita al cielo.

    Quel Sol che mi mostrava il cammin destro
    Di gire al ciel con glorïosi passi,
    Tornando al sommo sole, in pochi sassi,
    Chiuse ’l mio lume e ’l suo carcer terrestro:
    Ond’io son fatto un animal silvestro,
    Che co’ piè vaghi solitari e lassi
    Porto ’l cor grave, e gli occhi umidi e bassi
    Al mondo, ch’è per me un deserto alpestro.
    Così vo ricercando ogni contrada
    Ov’io la vidi; e sol tu che m’affligi,
    Amor, vien meco, e mostrimi ond’io vada.
    Lei non trov’io; ma suoi santi vestigi,
    Tutti rivolti a la superna strada,
    Veggio, lunge da’ laghi averni e stigi.

    Verso 1. Quel Sol. Cioè Laura. Destro. Vero. Diritto. // 3. Tornando al sommo sole. Tornando a Dio. Cioè morendo. // 4. Carcer terrestro. Cioè corpo. Terrestro è detto per terrestre. // 5. Silvestro. Silvestre. // 6. Vaghi. Erranti. // 7. Grave. Carico, colmo, di tristezza. // 8. Al. Nel. Alpestro. Alpestre. // 11. Vien. Vieni. Ond’io vada. Per dove io debba andare. // 13. A la superna strada. Alla strada del cielo. // 14. Lunge da’ laghi averni e stigi. E lontani dalla via dell’inferno.


    SONETTO XXXIX.
    Ella era sì bella, ch’e’ si reputa indegno
    di averla veduta, non che di lodarla.

    Io pensava assai destro esser su l’ale,
    Non per lor forza ma di chi le spiega,
    Per gir, cantando, a quel bel nodo eguale
    Onde Morte m’assolve, Amor mi lega.
    Trovaimi a l’opra via più lento e frale
    D’un picciol ramo cui gran fascio piega;
    E dissi: a cader va chi troppo sale;
    Nè si fa ben per uom quel che ’l Ciel nega.
    Mai non poria volar penna d’ingegno,
    Non che stil grave o lingua, ove Natura
    Volò tessendo il mio dolce ritegno.
    Seguilla Amor con sì mirabil cura
    In adornarlo, ch’i’ non era degno
    Pur de la vista; ma fu mia ventura.

    Verso 1-4. Io mi credeva aver ingegno bastante (non per sua propria forza, ma per virtù di chi lo inspira, cioè di Amore o di Laura) a poter, cantando, andare eguale a quel bel nodo, cioè agguagliare, esprimere degnamente, quelle bellezze e quei pregi de’ cui nodi la Morte dall’un lato mi scioglie, dall’altro Amore mi lega. Assai nel primo verso vale abbastanza. // 5. A l’opra. Alla prova. Messomi all’opera. Via. Vie. Assai. // 6. Fascio. Peso. // 7. Claud.: «Tolluntur in altum Ut lapsu graviore ruant.»* // 8. Per. Da. - *Virg.: «Heu nihil invitis fas quemquam fidere Divis.»* // 9. Poria. Potria. Penna. Ala. // 10-11. Grave. Tardo. Ove Natura Volò tessendo il mio dolce ritegno. Fino a quel punto a cui si sollevò la Natura, fabbricando il mio dolce legame, che è Laura. // 12. Seguilla. Cioè seguì la Natura. // 13. In adornarlo. In adornare il mio dolce ritegno, cioè Laura. Dipende da seguilla. // 14. Pur de la vista. Nè pur di vederlo. Cioè di veder Laura. Ma fu mia ventura. E se io la vidi e l’amai, fu solo per mia fortuna, e non per mio merito.


    SONETTO XL.
    Tentò di pinger le bellezze di lei, ma non ardisce
    di farlo delle virtù.

    Quella per cui con Sorga ò cangiato Arno,
    Con franca povertà serve ricchezze;
    Volse in amaro sue sante dolcezze,
    Ond’io già vissi, or me ne struggo e scarno.
    Da poi più volte ò riprovato indarno
    Al secol che verrà l’alte bellezze
    Pinger cantando, acciò che l’ame e prezze;
    Nè col mio stile il suo bel viso incarno.
    Le lode mai non d’altra, e proprie sue,
    Che ’n lei fur, come stelle in cielo, sparte,
    Pur ardisco ombreggiar or una or due:
    Ma poi ch’i’ giungo a la divina parte,
    Ch’un chiaro e breve sole al mondo fue,
    Ivi manca l’ardir, l’ingegno e l’arte.

    Verso 1. Con Sorga ò cangiato Arno. Ho cangiato le rive d’Arno con quelle di Sorga. Cioè ho lasciato il soggiorno di Toscana per quel di Valchiusa. // 2. E ho cangiate le serve ricchezze, che io poteva acquistare alla corte, con una libera povertà. // 3. Volse. Cangiò. Cioè morendo. // 4. Onde. Delle quali. // 5. Da poi. Di poi. Riprovato. Ritentato. // 6. Al secol che verrà. Ai futuri. Alla posterità. L’alte bellezze. Di Laura. // 7. L’ame e prezze. Ami e pregi (cioè il secol che verrà) le dette bellezze. // 8. Incarno. Cioè arrivo a ben colorire, a figurare al vivo. // 9. Le lode. Le lodi. Cioè i pregi. Mai non d’altra. Che non furono mai proprie d’altra donna. // 10. Sparte. Sparse. // 11. Ombreggiar. Vuol dire disegnar grossamente, abbozzare. // 12. Poi che. Quando. A la divina parte. Vuol dire alle bellezze dell’animo di Laura. // 13. Breve. Perchè Laura ebbe vita corta. Fue. Fu. // 14. Manca. Mi manca. Mi vien meno.


    SONETTO XLI.
    Laura è un miracolo; e però gli è impossibile
    descriverne l’eccellenze.

    L’alto e novo miracol ch’a’ dì nostri
    Apparve al mondo, e star seco non volse;
    Che sol ne mostrò ’l Ciel, poi sel ritolse
    Per adornarne i suoi stellanti chiostri;
    Vuol ch’i’ dipinga a chi nol vide, e ’l mostri,
    Amor, che ’n prima la mia lingua sciolse,
    Poi mille volte indarno a l’opra volse
    Ingegno, tempo, penne, carte e ’nchiostri.
    Non sono al sommo ancor giunte le rime:
    In me ’l conosco; e proval ben chiunque
    È infin a qui, che d’amor parli o scriva.
    Chi sa pensare il ver, tacito estime,
    Ch’ogni stil vince, e poi sospire: adunque
    Beati gli occhi che la vider viva!

    Verso 1. L’alto e novo miracol. Cioè Laura. Accusativo, che dipende dal verbo dipinga del verso quinto. // 2. Star seco. Cioè restar nel mondo lungo tempo. Volse. Volle. // 3. Che. Accusativo. Sol. Solamente. Ne. Ci. - *Virg. di Marcello: «Ostendent terris hunc tantum fata.»* // 5. Vuol. Dipende da Amor, che sta nel verso seguente. Dipinga a chi nol vide, e ’l mostri. Dipinga e mostri a chi nol vide. // 9. Vuol dire: l’arte poetica non è ancora pervenuta a potere esprimere le cose somme, grandissime. // 10. E proval ben. E lo prova bene in sè, e ben lo conosce in sè per prova, come io lo conosco in me. // 11. Infin a qui. Fino a ora. // 12. Estime. Lo estimi. Immagini esso vero, cioè la bellezza e la perfezione di Laura.// 13. Chè. Perocchè. Ogni stil vince. Esso vero vince ogni facoltà di parole. Sospire. Sospiri. Cioè sospirando dica.


    SONETTO XLII.
    Primavera, lieta per tutti, il rattrista
    nel ricordargli il grave suo danno.

    Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena,
    E i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
    E garrir Progne e pianger Filomena,
    E primavera candida e vermiglia.
    Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena,
    Giove s’allegra di mirar sua figlia;
    L’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena;
    Ogni animal d’amar si riconsiglia.
    Ma per me lasso, tornano i più gravi
    Sospiri, che del cor profondo tragge
    Quella ch’al ciel se ne portò le chiavi:
    E cantare augelletti, e fiorir piagge,
    E ’n belle donne oneste atti soavi,
    Sono un deserto, e fere aspre e selvagge.

    Verso 1. Rimena. Riconduce. - *Virg.: «Parturit almus ager, Zephyrique tepentibus auris, Laxant arva sinus.»* // 2. Chiama l’erbe e i fiori, famiglia di Zefiro, volendo significare che essi sono da lui quasi generati e allevati. // 3. E rimena il garrir della rondine e il piangere del rosignuolo. // 4. Candida e vermiglia. Ha riguardo al vario color dei fiori di primavera. // 6. Sua figlia. Venere, Dea della primavera, che è la stagione dell’amore. Altri intendono in questo verso la positura e l’aspetto reciproco dei pianeti di Giove e di Venere in tempo di primavera. // 8. Si riconsiglia. Riprende partito. il 9-10. Tornano i più gravi Sospiri. Perchè in primavera io presi ad amar Laura, e in primavera ella è morta. Del cor profondo. Dall’intimo del mio cuore. // 11. Ne. Cioè del mio cuore. // 14. Sono. Suppliscasi per me, parole che stanno di sopra nel verso nono. Fere. Fiere.


    SONETTO XLIII.
    Il pianto dell’usignuolo rammentagli quella
    ch’e’ non credeva mai di perdere.

    Quel rosignuol che sì soave piagne
    Forse suoi figli o sua cara consorte,
    Di dolcezza empie il cielo e le campagne
    Con tante note sì pietose e scorte;
    E tutta notte par che m’accompagne
    E mi rammente la mia dura sorte:
    Ch’altri che me non ò di cui mi lagne;
    Chè ’n Dee non credev’io regnasse Morte.
    O che lieve è ingannar chi s’assecura!
    Que’ duo bei lumi, assai più che il Sol chiari,
    Chi pensò mai veder far terra oscura?
    Or conosch’io che mia fera ventura
    Vuol che vivendo e lagrimando impari
    Come nulla quaggiù diletta e dura.

    Verso 1. Soave. Soavemente. - *Virg. Geor.: «Qualis populea mœrens Philomela sub umbra Amissos queritur fœtus, quos durus arator Observans nido implumes detraxit; et illa Flet noctem, ramoque sedens miserabile carmen Integrat, et mæstis late loca questibus implet»* // 4. Pietose. Compassionevoli. Che muovono a pietà. Scorte. Accorte. Cioè artificiose. // 5. Accompagne. Accompagni. // 6. Rammente. Rammenti. // 7. Lagne. Lagni. // 9. O che lieve. O quanto lieve, cioè, facile. Chi s’assecura. Chi non ha sospetto alcuno. // 11. Pensò. Credette. Si aspettò. Far. Farsi. Divenire. // 12. Fera. Fiera. Crudele. Ventura. Fortuna. Sorte. // 13. Impari. Suppliscasi io.


    SONETTO XLIV.
    Nulla v’ha più che lo riconforti, se non desiderar
    di morire per rivederla.

    Nè per sereno ciel ir vaghe stelle,
    Nè per tranquillo mar legni spalmati,
    Nè per campagne cavalieri armati,
    Nè per bei boschi allegre fere e snelle;
    Nè d’aspettato ben fresche novelle,
    Nè dir d’amore in stili alti ed ornati,
    Nè tra chiare fontane e verdi prati
    Dolce cantare oneste donne e belle;
    Nè altro sarà mai ch’al cor m’aggiunga;
    Sì seco il seppe quella seppellire
    Che sola agili occhi miei fu lume e speglio.
    Noia m’è il viver sì gravosa e lunga,
    Ch’i’ chiamo ’l fine per lo gran desire
    Di riveder cui non veder fu meglio.

    Verso 1-8. Guid. Caval.: «Beltà di donna e di piacente core; E cavalieri armati che sien genti; Cantar d’augelli e ragionar d’amore; Adorni legni in mar forte correnti; Aere sereno quando appar l’albore; E bianca neve scender senza venti; Rivera d’acqua e prato d’ogni fiore; Oro e argento, azzurro in ornamenti; ec.;»* // 9. M’aggiunga. Mi giunga. // 10. Sì. Talmente. Sì fattamente. // 11. Speglio. Specchio. // 13. Il fine. La morte. // 14. Cui. Quella cui. Non veder. Non veder mai. Non aver veduta mai. Fu. Cioè sarebbe stato.


    SONETTO XLV.
    Brama unirsi a colei, che, privandolo d’ogni bene,
    gli tolse anche il cuore.

    Passato è ’l tempo, omai, lasso, che tanto
    Con refrigerio in mezzo ’l foco vissi:
    Passato è quella di ch’io piansi e scrissi;
    Ma lasciato m’à ben la penna e ’l pianto.
    Passato è il viso sì leggiadro e santo;
    Ma, passando, i dolci occhi al cor m’à fissi,
    Al cor già mio, che seguendo, partissi,
    Lei, ch’avvolto l’avea nel suo bel manto.
    Ella ’l se ne portò sotterra e ’n cielo,
    Ov’or trïonfa ornata de l’alloro
    Che meritò la sua invitta onestate.
    Così, disciolto dal mortal mio velo
    Ch’a forza mi tien qui, foss’io con loro,
    Fuor de’ sospir, fra l’anime beate!

    Versi 1-2. Che. Nel quale. Durando il quale. Tanto Con refrigerio. Costrutto di maniera latina. Con tanto refrigerio. // 6. Al cor m’à fissi. // Cioè m’ha lasciati impressi nel cuore. // 7-8. Che seguendo, partissi, lei. Che partissi seguendo lei. // 12. Così. Voce di desiderio. // 13. Foss’io Con loro. Cioè con Laura e il cuor mio.


    SONETTO XLVI.
    Duolsi di non aver presagiti i suoi danni
    nell’ultimo dì in ch’ei la vide.

    Mente mia, che presaga de’ tuoi danni,
    Al tempo lieto già pensosa e trista,
    Sì intentamente ne l’amata vista
    Requie cercavi de’ futuri affanni;
    Agli atti, a le parole, al viso, ai panni,
    A la nova pietà con dolor mista,
    Potei ben dir, se del tutto eri avvista:
    Quest’è l’ultimo dì de’ miei dolci anni.
    Qual dolcezza fu quella, o miser’alma!
    Come ardevamo in quel punto ch’i’ vidi
    Gli occhi i quai non devea riveder mai!
    Quando a lor, come a duo amici più fidi,
    Partendo, in guardia la più nobil salma,
    I miei cari pensieri e ’l cor lasciai.

    Verso 1. Virg.: «Mens præsaga mali.»* // 6. A la nova pietà. Che apparia nel viso di Laura l’ultima volta che io la vidi. Nova vale insolita. // 7. Potei. Potevi. Eri. Ti eri. Ti fossi. // 11. Devea. Dovea. Persona prima. // 12. Più. I più. // 13. La più nobil salma. Il più nobil peso, cioè le più preziose robe ch’io avessi.


    SONETTO XLVII.
    Morte gliela rapì, quando senza sospetti
    poteva intertenersi con esso lei.

    Tutta la mia fiorita e verde etade
    Passava; e ’ntepidir sentia già ’l foco
    Ch’arse il mio cor; ed era giunto al loco
    Ove scende la vita, ch’alfin cade.
    Già incominciava a prender securtade
    La mia cara nemica a poco a poco
    De’ suoi sospetti; e rivolgeva in gioco
    Mie pene acerbe sua dolce onestade.
    Presso era ’l tempo dov’Amor si scontra
    Con Castitate, ed agli amanti è dato
    Sedersi insieme e dir che lor incontra.
    Morte ebbe invidia al mio felice stato,
    Anzi a la speme; e feglisi a l’incontra
    A mezza via, come nemico armato.

    Verso 2. Passava. Persona terza. Sentia. Persona prima. // 3-4. Al loco Ove scende la vita. A quel punto in cui la vita comincia a declinare. Ch’al fin cade. Che poi all’ultimo manca, si estingue. // 5. A prender securtade. A rassicurarsi. // 6. La mia cara nemica. Cioe Laura. // 7. De’ suoi sospetti. Dipende da securtade. - *E rivolgeva in gioco. E la sua onestà non più severa ma dolce si schermiva, scherzando, dalle troppo vive manifestazioni del mio amore.* // 9. Dove. Nel quale. Si scontra. Si riconcilia e s’accompagna. // 11. Che lor incontra. Quello che loro accade. Che cosa avvenga loro. I lor casi. // 13. Alla speme. Di esso felice stato che in verità non era per anco presente, ma sol vicino. Feglisi a l’incontra. Gli si fece incontro per impedirlo.


    SONETTO XLVIII.
    S’ella or vivesse, e’ potrebbe liberamente sospirare,
    e ragionar seco lei.

    Tempo era omai da trovar pace o tregua
    Di tanta guerra; ed erane in via forse;
    Se non ch’e’ lieti passi indietro torse
    Chi le disagguaglianze nostre adegua.
    Chè, come nebbia al vento si dilegua
    Così sua vita subito trascorse
    Quella che già co’ begli occhi mi scorse,
    Ed or convèn che col penser la segua.
    Poco aveva a ’ndugiar; chè gli anni e ’l pelo
    Cangiavano i costumi; onde sospetto
    Non fora il ragionar del mio mal seco.
    Con che onesti sospiri le avrei detto
    Le mie lunghe fatiche ch’or dal cielo
    Vede, son certo e duolsene ancor meco!

    Verso 2. Ed erano in via forse. E forse io ne era in via: Vuol dire: e forse io non era lontano dal trovar pace o tregua del mio travaglio. // 3. Se non che. Ma. E’ lieti passi. I miei lieti passi. Cioè quelli che mi menavano verso il conseguimento di detta pace o tregua. // 4. Chi. Quella che. Vuol dir la morte. Adegua. Agguaglia. - *Oraz.: «Pallida mors æquo Pulsat pede pauperum tabernas, Regumque turres.»* // 5. Chè. Perocchè. // 6. Sua vita. Accusativo, che dipende da trascorse. // 7. Scorse. Guidò. // 8. Convèn. Conviene. Penser. Pensiero. La segua. Suppliscasi io. Non potendo più esser guidato da’ suoi occhi, mi convien seguitarla solo col pensiero. // 9. Poco aveva a ’ndugiar. Bastava che la morte, oppur Laura, si fosse indugiata solo un poco. // 10. Cangiavano i costumi. Suppliscasi in noi, cioè in Laura e in me. Sospetto. Nome aggettivo. // 11. Non fora. Non sarebbe stato. // 13. Fatiche. Pene. Affanni. // 14. Vede. Ella vede.


    SONETTO XLIX.
    Perdette in un punto quella cara pace che doveva
    essere frutto de’ suoi amori.

    Tranquillo porto avea mostrato Amore
    A la mia lunga e torbida tempesta
    Fra gli anni de l’età matura onesta,
    Che i vizi spoglia, e vertù veste e onore.
    Già traluceva a ’begli occhi ’l mio core,
    E l’alta fede non più lor molesta.
    Ahi, Morte ria, come a schiantar se’ presta
    Il frutto di molt’anni in sì poche ore!
    Pur vivendo veniasi ove deposto
    In quelle caste orecchie avrei, parlando,
    De’ miei dolci pensier l’antica soma;
    Ed ella avrebbe a me forse risposto
    Qualche santa parola, sospirando,
    Cangiati i volti e l’una e l’altra coma.

    Verso 3. Fra gli anni. Negli anni. Dipende dal primo verso. // 4. Che si spoglia dei vizi e si veste di virtù e di onore. // 5. A’ begli occhi. Di Laura. // 6. E la ferma mia fedeltà, che già non era più molesta a quegli occhi. // 9. Pur vivendo veniasi ove. Solo che la vita ci fosse durata, noi giungevamo a un tempo nel quale. // 14. L’una e l’altra coma. La sua chioma e la mia.


    SONETTO L.
    Ha nel cuore sì viva l’immagin di Laura, che
    ei la chiama quasi gli fosse presente.

    Al cader d’una pianta, che si svelse
    Come quella che ferro o vento sterpe,
    Spargendo a terra le sue spoglie eccelse,
    Mostrando al Sol la sua squallida sterpe;
    Vidi un’altra, ch’Amor obbietto scelse,
    Subbietto in me Calliope ed Euterpe;
    Che ’l cor m’avvinse e proprio albergo felse,
    Qual per tronco o per muro edera serpe.
    Quel vivo Lauro, ove solean far nido
    Gli alti pensieri e i miei sospiri ardenti,
    Che dei bei rami mai non mossen fronda;
    Al ciel traslato, in quel suo albergo fido
    Lasciò radici, onde con gravi accenti
    È ancor chi chiami, e non è chi risponda.

    Verso 1. D’una pianta. Cioè di Laura viva. // 2. Che. Accusativo. Sterpe. Sterpi. Estirpi. Sradichi. // 3. Spoglie eccelse. Rami, frondi, foglie, che naturalmente stanno sollevate nell’aria. [A.] - *Virg.: «Consternunt tergum concusso stipite frondes.»* // 4. Sterpe. Stirpe. Radice. // Un’altra. Un’altra pianta, cioè Laura immaginata, la memoria di Laura. Che. Accusativo. Obbietto scelse. Scelse per nuovo oggetto che io avessi ad amare. // 6. E che le muse scelsero per soggetto delle mie rime. // 7. Felse. Sel fece. // 8. Qual. Come. Serpe. Verbo. Serpeggia. // 9. Quel vivo Lauro. Cioè la vera Laura. // 11. Vuol dire: che mai non piegarono l’animo di Laura a’ miei desiderii. Mossen sta per mossero. // 12. Traslato. Trasportato. In quel suo albergo fido. In quello che è detto nel settimo verso, cioè nel mio cuore. // 13. Radici. Cioè la memoria di sè. Onde. Per forza delle quali radici. Per la qual cosa. Gravi. Lamentevoli. Dolorosi. // l4. Vuol dire: io chiamo pur tuttavia la mia donna, ma ella non mi risponde.


    SONETTO LI.
    Tanto più s’innamora di Laura nel cielo,
    quanto meno ei doveva amarla quaggiù.

    I dì miei più leggier che nessun cervo,
    Fuggîr com’ombra; e non vider più bene,
    Ch’un batter d’occhio e poche ore serene,
    Ch’amare e dolci ne la mente servo.
    Misero mondo, instabile e protervo!
    Del tutto è cieco chi ’n te pon sua spene:
    Chè ’n te mi fu ’l cor, tolto; ed or sel tène
    Tal ch’è già terra e non giunge osso a nervo,
    Ma la forma miglior, che vive ancora,
    E vivrà sempre su ne l’alto cielo,
    Di sue bellezze ogni or più m’innamora.
    E vo, sol in pensar, cangiando ’l pelo,
    Qual ella è oggi e ’n qual parte dimora;
    Qual a vedere il suo leggiadro velo.

    Verso 1. Leggier. Veloci. - *Oraz.: «Ocyor cervis, et agente nimbos Ocyor Euro.»* // 2-3. Fuggîr. Fuggirono. [A.] - Più bene Ch’un batter d’occhio. Bene che durasse più d’un batter d’occhio. // 4. Delle quali serbo nella mente la ricordanza dolce ed amara. // 7. Tène. Tiene. // 8. Tal che. Una che. Non giunge osso a nervo. Non congiunge osso a nervo. Non ha osso che sia congiunto con nervo. // 9. La forma miglior. Cioè lo spirito di Laura. // 11. Ogni or. Ognora. Sempre. // 12. E vo cangiando il pelo, cioè invecchio, solo in pensare, cioè pensando solamente, sempre. // 14. Quale è a vedere, cioè quale è divenuto il suo corpo che già un tempo fu sì leggiadro.


    SONETTO LII.
    Rivede Valchiusa. Tutto gli parla di lei.
    Pensa al passato, e se ne rattrista.

    Sento l’aura mia antica, e i dolci colli
    Veggio apparir onde ’l bel lume nacque
    Che tenne gli occhi miei mentr’al Ciel piacque
    Bramosi e lieti, or li tien tristi e molli.
    O caduche speranze! o pensier folli!
    Vedove l’erbe, e torbide son l’acque;
    E vôto e freddo il nido in ch’ella giacque,
    Nel qual io vivo, e morto giacer volli,
    Sperando al fin da le soavi piante
    E da’ begli occhi suoi, che ’l cor m’ànno arso,
    Riposo alcun de le fatiche tante.
    Ò servito a signor crudele e scarso;
    Ch’arsi quanto il mio foco ebbi davante;
    Or vo piangendo il suo cenere sparso.

    Verso 2. Il bel lume. Vuol dire Laura. // 3. Mentre. Finchè. - *Virg.: «Dum fata Deusque sinebat.»* // 5. Cic.: «O spes fallaces, o cogitationes inanes meæ!»* // 6. L'erbe. Quest’erbe. L’acque. Queste acque. // 7. Il nido. Il luogo di cui si parla nella Canzone undecima della prima Parte. Suppliscasi è. In che. In cui. // 8. Volli. Desiderai. Veggasi la seconda stanza della Canzone detta di sopra: // 9. Da le soavi piante. Dai piedi di Laura, che ritornando colà premessero quel terreno sotto al quale io fossi sepolto. Veggasi la terza stanza della detta Canzone. // 12. A signor. Intende di Amore. Scarso. Avaro. Parco rimuneratore. // 13. Chè. Perocchè. Quanto. Fino a tanto che. Il mio foco. Cioè Laura. Davante. Presente. In vita.


    SONETTO LIII.
    La vista della casa di Laura gli ricorda
    quant’ei fu felice, e quanto è misero,

    È questo il nido in che la mia fenice
    Mise l’aurate e le purpuree penne;
    Che sotto le sue ali il mio cor tenne,
    E parole e sospiri anco ne elice?
    O del dolce mio mal prima radice,
    Ov’è ’l bel viso onde quel lume venne,
    Che vivo e lieto, ardendo, mi mantenne?
    Sola eri in terra; or se’ nel Ciel felice.
    E m’ài lasciato qui misero e solo,
    Tal che pien di duol sempre al loco torno
    Che per te consecrato onoro e colo;
    Veggendo a’ colli oscura notte intorno;
    Onde prendesti al Ciel l’ultimo volo,
    E dove gli occhi tuoi solean far giorno,

    Verso 1. In che. In cui. // 2. L’aurate e le purpuree penne. Vuol significare i colori e le bellezze dei capelli e delle guance di Laura. // 3. Che. Le qual fenice. // 4. Anco. Ancora. Anche oggi. Elice. Trae. // 7. Ardendo. Cioè ardendo io. // 8. Sola. Singolare. Senza pari. Se’. Sei. // 11. Per te. Da te. Dalla tua presenza. Consecrato. Fatto sacro. Colo. Venero. // 12. A’ colli. Dipende da intorno. // 13. Onde. Dai quali colli. Al ciel. Verso il cielo.


    CANZONE III.
    Allegoricamente descrive le virtù di lei,
    e ne piange la morte immatura.

    Standomi un giorno, solo, a la fenestra,
    Onde cose vedea tante e sì nove
    Ch’era sol di mirar quasi già stanco,
    Una fera m’apparve da man destra
    Con fronte umana da far arder Giove,
    Cacciata da duo veltri, un nero, un bianco,
    Che l’uno e l’altro fianco
    De la fera gentil mordean sì forte,
    Che ’n poco tempo la menaro al passo
    Ove chiusa in un sasso
    Vinse molta bellezza acerba morte;
    E mi fe sospirar sua dura sorte.

    Allegorie significative della vita e della morte di Laura.
    Verso 2. Nove. Straordinarie. // 5. Fronte. Figura. Sembianza. Da. Tale, sì bella, da. Far arder. Innamorare. - *Ovid.: «Cogat amare Jovem.»* // 6. Cacciata. Inseguita. Dipende da fera. Da duo veltri, un nero, un bianco. Intendono per questi due cani il tempo, pigliando il can bianco pel giorno, e il nero per la notte. // 11. Molta bellezza. Accusativo. // 12. E la sua dura sorte mi fece sospirare.

    Indi per alto mar vidi una nave
    Con le sarte di seta e d’ôr la vela,
    Tutta d’avorio e d’ebeno contesta;
    E ’l mar tranquillo e l’aura era soave,
    E ’l ciel qual è se nulla nube il vela;
    Ella carca di ricca merce onesta.
    Poi repente tempesta
    Orïental turbò sì l’aere e l’onde,
    Che la nave percosse ad uno scoglio.
    O che grave cordoglio!
    Breve ora oppresse e poco spazio asconde
    L’alte ricchezze a nulle altre seconde.

    Verso 3. Dipende da nave. Ebeno sta per ebano, Contesta per fabbricata. // 5. E ’l ciel. Suppliscasi era. Nulla. Nessuna. // 6. Ella. Ella era. Onesta. Onorata. Preziosa. // 8. Sì. Talmente. // 11. Oppresse. Sommerse. // 12. A nulle altre. A nessune altre.

    In un boschetto novo i rami santi
    Fiorian d’un lauro giovenetto e schietto,
    Ch’un degli arbor parea di paradiso;
    E di sua ombra uscian sì dolci canti
    Di vari augelli, e tanto altro diletto,
    Che dal mondo m’avean tutto diviso.
    E mirandol io fiso,
    Cangiossi il cielo, intorno, e tinto in vista,
    Folgorando ’l percosse, e da radice
    Quella pianta felice
    Subito svelse: onde mia vita è trista;
    Chè simil ombra mai non si racquista.

    Verso 1. Boschetto novo. Boschetto giovane. // 2. Schietto. Dritto e senza nodi. // 8. Tinto in vista. Cioè annerito, offuscato. // 10. Quella pianta felice. Accusativo. // 11. Subito. In un subito.

    Chiara fontana in quel medesmo bosco
    Sorgea d’un sasso, ed acque fresche e dolci
    Spargea soavemente mormorando:
    Al bel seggio riposto, ombroso e fosco,
    Nè pastori appressavan nè bifolci,
    Ma ninfe e muse, a quel tenor cantando.
    Ivi m’assisi; e quando
    Più dolcezza prendea di tal concento
    E di tal vista, aprir vidi uno speco,
    E portarsene seco
    La fonte e ’l loco: ond’ancor doglia sento,
    E sol de la memoria mi sgomento.

    Verso 1. Ovid.: «Fons erat illimis nitidis argenteus undis, Quem neque pastores, neque pastæ monte capellæ Contigerant, aliudve pecus.»* // 2. Sorgea. Scaturiva. D’un. Da un. // 4. Seggio. Cioè luogo, sito. Riposto. Segreto. Nascosto. Ritirato. // 5. Appressavan. Si appressavano. // 6. A quel tenor. Al tenore del mormorar di quella fontana. // 8. Dolcezza. Piacere. Prendea. Riceveva. Sentiva. Persona prima. // 9. Aprir. Aprirsi. // 12. Sol de la memoria. A ricordarmene solamente.

    Una strania fenice, ambedue l’ale
    Di porpora vestita e ’l capo d’oro,
    Vedendo per la selva, altera e sola,
    Veder forma celeste ed immortale
    Prima pensai fin ch’a lo svelto alloro
    Giunse, ed al fonte che la terra invola.
    Ogni cosa al fin vola:
    Chè mirando le frondi a terra sparse
    E ’l troncon rotto, e quel vivo umor secco,
    Volse in sè stessa il becco
    Quasi sdegnando; e ’n un punto disparse;
    Onde ’l cor di pietate e d’amor m’arse.

    Verso 1. Una strania fenice. Accusativo. Strania è detto per maravigliosa, singolare, ovvero per forestiera. // 3. Vedendo. Vedendo io. Altera e sola. Dipende da fenice. // 5. Pensai. Credetti. Mi parve. // 6. Che la terra invola. Ingoiato dalla terra, come è detto nella stanza di sopra. // 11. Sdegnando. Sdegnandosi.

    Al fin vid’io per entro i fiori e l’erba
    Pensosa ir sì leggiadra e bella donna,
    Che mai nol penso ch’i’ non arda e treme:
    Umile in sè, ma ’ncontr’Amor superba:
    Ed avea in dosso sì candida gonna,
    Sì testa, ch’oro e neve parea insieme:
    Ma le parti supreme
    Erano avvolte d’una nebbia oscura.
    Punta poi nel tallon d’un picciol angue,
    Come fior colto langue,
    Lieta si dipartio, non che secura.
    Ahi null’altro che pianto al mondo dura!

    Verso 1. Per entro. Fra. // 6. Sì testa. Sì fittamente intessuta. // 7. Le parti supreme. Le parti superiori della detta donna. - *Virg. En. VI: «Sed nox atra caput tristi circumvolat umbra.»* // 9. D’un. Da un. - *Ovid.: «Occidit, in talum serpentis dente recepto.»* // 11. Non solo tranquilla e sicura, ma lieta, se ne morì. // 13. Dura. Verbo.

    Canzon, tu puoi ben dire:
    Queste sei visïoni al signor mio
    Àn fatto un dolce di morir desio.

    Verso 2. Al signor. Cioè all’autore. // 3. Fatto. Cagionato.


    BALLATA.
    Gli è mitigato il dolore di dover sopravvivere a lei,
    perch’ella il conosce.

    Amor, quando fioria
    Mia spene e ’l guidardon d’ogni mia fede,
    Tolta m’è quella ond’attendea mercede.
    Ahi dispietata morte! ahi crudel vita!
    L’una m’à posto in doglia,
    E mie speranze acerbamente à spente:
    L’altra mi tèn qua giù contra mia voglia;
    E lei che se n’è gita
    Seguir non posso, ch’ella nol consente:
    Ma pur ogni or presente
    Nel mezzo del mio cor Madonna siede,
    E qual è la mia vita ella sel vede.

    Versi 1-2. Quando fioria Mia spene e ’l guidardon d’ogni mia fede. In sul più bel fiore della mia speranza e del premio di tutta la mia fedeltà passata. Cioè in sull’appressarsi del tempo nel quale io avrei potuto senza sospetti, o senza pregiudizio della onestà, ragionar colla mia donna dell’amor mio, com’è detto nei Sonetti quarantesimosettimo, quarantesimottavo e quarantesimonono di questa seconda Parte. // 3. Onde. Dalla quale. Attendea. Persona prima. // 5. L’una. Cioè la morte. // 7. L’altra. La vita. Tèn. Tiene. // 8. Lei. Colei, cioè Laura. // 9. Ella. Cioè la vita. Consente. Permette. // 10. Ogni or. Ognora.


    CANZONE IV.
    Rammemora quelle grazie ch’e’ scorse in Laura
    sin dal primo dì in ch’ei la vide.

    Tacer non posso, e temo non adopre
    Contrario effetto la mia lingua al core,
    Che vorria far onore
    A la sua donna che dal ciel n’ascolta.
    Come poss’io se non m’insegni, Amore,
    Con parole mortali agguagliar l’opre
    Divine, e quel che copre
    Alta umiltate in sè stessa raccolta?
    Ne la bella prigione, ond’or è sciolta,
    Poco era stata ancor l’alma gentile
    Al tempo che di lei prima m’accorsi;
    Onde subito corsi
    (Ch’era de l’anno e di mia etade aprile)
    A coglier fiori in quei prati d’intorno,
    Sperando agli occhi suoi piacer sì adorno.

    Verso 1. Non adopre. Che non faccia. // 2. Contrario effetto. Accusativo. Al core. A quello che vorrebbe il cuore. Dipende da contrario. // 3. Che. Il qual core. // 4. N’ascolta. Ci ascolta. // 7. Che. Accusativo. // 9. Ne la bella prigione. Vuol dir nel corpo. Onde. Dalla quale. // 11. Quando io la vidi la prima volta. // 14. Vuol dire a far versi amorosi, pigliando colei per soggetto.

    Muri eran d’alabastro e tetto d’oro,
    D’avorio uscio, e fenestre di zaffiro,
    Onde ’l primo sospiro
    Mi giunse al cor, e giugnerà l’estremo.
    Indi i messi d’Amor armati usciro
    Di saette e di foco: ond’io di loro,
    Coronati d’alloro,
    Pur com’or fosse, ripensando tremo.
    D’un bel diamante quadro e mai non scemo
    Vi si vedea nel mezzo un seggio altero,
    Ove sola sedea la bella donna.
    Dinanzi una colonna
    Cristallina, ed ivi entro ogni pensero
    Scritto, e fuor tralucea sì chiaramente,
    Che mi fea lieto e sospirar sovente.

    Versi 1-2. Descrive allegoricamente le membra, i capelli, i denti e gli occhi di Laura. // 3-4. Cioè quel corpo che fu cagione de’ miei primi sospiri amorosi, e sarà cagione altresì degli ultimi. - *Proper.: «Cyntia prima fuit, Cyntia finis erit.»* // 5. Indi. Di là. Cioè da tal corpo. // 6. Di saette e di foco. Dipende da armati. // 7. Allude al nome di Laura. // 8. Pur com’or fosse. Come se io li vedessi uscire appunto ora. // 9. Dipende dalle parole un seggio, che stanno nel verso appresso. // 10. Vi si vedea nel mezzo. Nel mezzo di quell’edifizio, che è figura del corpo di Laura. Un seggio. Vuol dire il cuore. Altero. Nobile. // 12-13. Dinanzi. Dinanzi a questo seggio vi si vedeva. Una colonna Cristallina. Vuol dire il viso di Laura. Ivi entro. Cioè in questa colonna. Suppliscasi si vedea. Pensero. Pensiero. // 14. Tralucea. Cioè ogni pensiero. // 15. Che spesso mi faceva lieto e spesso tristo. - Anselmo Faidit: «Que m’ fai langir e sospirar soven.» [T.]

    A le pungenti, ardenti e lucide arme,
    A la vittorïosa insegna verde,
    Contra cu’ in campo perde
    Giove ed Apollo e Polifemo e Marte;
    Ov’è ’l pianto ognor fresco e si rinverde,
    Giunto mi vidi: e non possendo aitarme,
    Preso lasciai menarme
    Ond’or non so d’uscir la via nè l’arte.
    Ma sì com’uom talor che piange, e parte
    Vede cosa che gli occhi e ’l cor alletta,
    Così colei perch’io sono in prigione,
    Standosi ad un balcone,
    Che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta,
    Cominciai a mirar con tal desio,
    Che me stesso e ’l mio mal posi in obblio.

    Versi 1-2. Al veder quell’armi, cioè le saette e il fuoco, detti nel sesto verso della stanza qui dietro, e quella insegna verde, cioè l’alloro detto nel verso seguente della medesima stanza. // 3. Contra cui. Contro le quali armi e la quale insegna. // 4. Cioè qual si sia più potente, più saggio, più fiero, o più coraggioso uomo. // 5-6. Ov’è ’l pianto ognor fresco e si rinverde, Giunto mi vidi. Conobbi di esser giunto a termine che io non poteva schifar di cadere in un affanno amoroso che avrebbe avuto a esser continuo e insanabile. Rinverde è il medesimo che rinverdisce. Possendo. Potendo. Aitarme. Aiutarmi. // 7. Menarme. Menarmi. // 8. Onde. In luogo onde. In una prigione da cui. D’uscir la via nè l’arte. La via nè l’arte di uscire. // 9. Parte. Insieme. Al medesimo tempo. // 11. Colei. Accusativo, che dipende dalle parole cominciai a mirar del verso penultimo della stanza. Perch’io. Per la quale io. // 12. Standosi. Cioè standosi ella. Ad un balcone. Vuol dire: lontana da me, in luogo dove io non poteva altro che mirarla. // 13. Dipende dal pronome colei dell’undecimo verso.

    I’ era in terra, e ’l cor in paradiso,
    Dolcemente obbliando ogni altra cura;
    E mia viva figura
    Far sentia un marmo e ’mpier di maraviglia;
    Quand’una donna assai pronta e secura,
    Di tempo antica e giovene del viso,
    Vedendomi sì fiso
    A l’atto de la fronte e de le ciglia,
    Meco, mi disse, meco ti consiglia,
    Ch’i’ son d’altro poder che tu non credi;
    E so far lieti e tristi in un momento,
    Più leggiera che ’l vento;
    E reggo e volvo quanto al mondo vedi.
    Tien pur gli occhi, com’aquila, in quel sole;
    Parte dà orecchi a queste mie parole.

    Verso 1. E ’l cor. E il mio cuore era. // 3. Figura. Persona. // 4. Far. Farsi. Divenire. Sentia. Persona prima. Empier. Ed empiersi. // 5. Una donna. Per questa donna intendono, chi la Fortuna, chi la Natura. // 6. Giovene. Giovane. // 10. D’altro poder. Di ben maggior potere. // 13. Volvo. Volgo. Aggiro. // 14. In quel sole. Cioè in Laura. // 15. Parte. E insieme. E nel medesimo tempo. - *Intanto.*

    Il dì che costei nacque, eran le stelle
    Che producon fra voi felici effetti,
    In luoghi alti ed eletti,
    L’una vêr l’altra con amor converse:
    Venere e ’l padre con benigni aspetti
    Tenean le parti signorili e belle;
    E le luci empie e felle
    Quasi in tutto del ciel eran disperse.
    Il Sol mai sì bel giorno non aperse:
    L’aere e la terra s’allegrava, e l’acque
    Per lo mar avean pace e per li fiumi.
    Fra tanti amici lumi,
    Una nube lontana mi dispiacque;
    La qual temo che ’n pianto si risolve,
    Se pietade altramente il ciel non volve.

    Verso 4. Vêr. Verso. Converse. Rivolte. // 5. E ’l padre. E il padre di Venere. Vuol dire il pianeta di Giove. // 6. Cioè stavano nelle parti principali del cielo. // 7. Cioè le stelle e i pianeti di maligni influssi. // 8. In tutto. Del tutto. Disperse. Dileguate. // 11. Per lo mar. Cioè nel mare. Avean pace. Erano in calma, senza vento, senza tempesta. Per li fiumi. Cioè ne’ fiumi. // 12. Lumi. Astri. // 14. Risolve. Risolva. // 15. Volve. Volge.

    Com’ella venne in questo viver bisso,
    Ch’a dir il ver, non fu degno d’averla,
    Cosa nova a vederla,
    Già santissima e dolce, ancor acerba,
    Parea chiusa in ôr fin candida perla:
    Ed or carpone, or con tremante passo
    Legno, acqua, terra o sasso
    Verde facea, chiara, soave; e l’erba
    Con le palme e coi piè fresca e superba
    E fiorir co’ begli occhi le campagne,
    Ed acquetar i venti e le tempeste
    Con voci ancor non preste
    Di lingua che dal latte si scompagne;
    Chiaro mostrando al mondo sordo e cieco
    Quanto lume del ciel fosse già seco.

    Verso 1. Come. Poichè. // 3. Nova. Straordinaria. Disusata. // 4. Ancor acerba. Benchè ancor tenera e bambina. // 5. In òr fin. In oro fino. // 7. Legno, acqua, terra o sasso. Che ella toccasse. // 9. Fresca e superba. Facea fresca e superba. // 10. E fiorir. Suppliscasi facea. // 11. Acquetar. Acquetarsi. // 13. Che dal latte si scompagne. Cioè appena spoppata. Scompagne in vece di scompagni.

    Poi che crescendo in tempo ed in virtute
    Giunse a la terza sua fiorita etate,
    Leggiadria nè beltate
    Tanta non vide il Sol, credo, già mai.
    Gli occhi pien di letizia e d’onestate,
    E ’l parlar di dolcezza e di salute,
    Tutte lingue son mute
    A dir di lei quel che tu sol ne sai.
    Sì chiaro à ’l volto di celesti rai,
    Che vostra vista in lui non può fermarse:
    E da quel suo bel carcere terreno
    Di tal foco ài il cor pieno,
    Ch’altro più dolcemente mai non arse.
    Ma parmi che sua subita partita
    Tosto ti fia cagion d’amara vita.

    Verso 2. A la terza sua fiorita etate. Cioè alla gioventù. // 5. Pien. Eran pieni. // 6. Di dolcezza e di salute. Suppliscasi era pieno. // 7-8. Mute a dir. Inette a dire, a significar degnamente. // 9. Di. Cioè per. // 10. Fermarse. Fermarsi. // 11. Da. Per. A cagione di. Quel suo bel carcere terreno. Vuol dire il suo corpo. // 13. Altro. Altro cuore. // 14. Partita. Partenza. Cioè morte.

    Detto questo, a la sua volubil rota
    Si volse, in ch’ella fila il nostro stame;
    Trista e certa indovina de’ miei danni:
    Chè dopo non molt’anni,
    Quella per ch’io ò di morir tal fame,
    Canzon mia, spense Morte acerba e rea,
    Che più bel corpo occider non potea.

    Verso 1. Volubil. Girevole. // 2. In che. Nella qual ruota. Il nostro stame. Intende la nostra vita. // 3. De’ miei danni. Delle mie calamità future. // 5. Quella. Accusativo. Per che. Per cui. Per cagion della quale. Fame. Desiderio.


    SONETTO LIV.
    Potè ben Morte privarlo delle bellezze di Laura,
    ma non della memoria di sue virtù.

    Or ài fatto l’estremo di tua possa,
    O crudel Morte, or ài ’l regno d’Amore
    Impoverito, or di bellezza il fiore
    E ’l lume ài spento, e chiuso in poca fossa;
    Or ài spogliata nostra vita e scossa
    D’ogni ornamento e del sovran suo onore:
    Ma la fama e ’l valor, che mai non more,
    Non è in tua forza: abbiti ignude l’ossa;
    Chè l’altro à ’l Cielo, e di sua chiaritate,
    Quasi d’un più bel Sol, s’allegra e gloria;
    E fia al mondo de’ buon sempre in memoria.
    Vinca ’l cor vostro in sua tanta vittoria,
    Angel novo, lassù di me pietate,
    Come vinse qui ’l mio vostra beltate.

    Verso 5. Ora hai spogliata e scossa, cioè privata, la nostra vita. // 6. Sovran. Sommo. Primo. Maggiore. // 8. In tua forza. In tuo potere. In tua mano. // 9. L’altro. Il resto, cioè lo spirito di Laura. Accusativo. Sua. Cioè dello spirito di Laura. // 11. E fia al mondo de’ buon. Ed esso spirito di Laura sarà al mondo de’ buoni. // 12-14. O Laura, novello angelo, sia vinto, cioè sia preso, sia tocco, lassù in cielo il cuor vostro, in tanto suo trionfo, da alcuna pietà di me, siccome il cor mio fu vinto quaggiù in terra dalla vostra bellezza.


    SONETTO LV.
    S’acqueta nel suo dolore vedendola beata in cielo,
    ed immortal sulla terra.

    L’aura e l’odore e ’l refrigerio e l’ombra
    Del dolce lauro, e sua vista fiorita,
    Lume e riposo di mia stanca vita,
    Tolto à colei che tutto ’l mondo sgombra.
    Come a noi ’l Sol, se sua soror l’adombra,
    Così, l’alta mia luce a me sparita,
    Io cheggio a Morte incontr’a Morte aita;
    Di sì scuri pensieri Amor m’ingombra.
    Dormito ài, bella donna, un breve sonno:
    Or se’ svegliata fra gli spirti eletti,
    Ove nel suo fattor l’alma s’interna.
    E, se mie rime alcuna cosa ponno,
    Consacrata fra i nobili intelletti,
    Fia del tuo nome qui memoria eterna.

    Verso 2. Sua vista. La forma, l’aspetto d’esso lauro. // 4. Colei. Vuoi dir la morte. // 5. A noi ’l Sol. Suppliscasi sparisce. Sua soror. Sua sorella. Cioè la luna. // 6. Sparita. Essendo sparita. // 7. Cioè: chieggo di morire per esser libero dal cordoglio in cui vivo per la morte di Laura. // 11. Ove. In luogo ove. Colà dove. Nel cielo ove. Fra i quali spiriti. // 12. Ponno. Possono. - *Virg.: «Si quid mea carmina possunt, Nulla dies unquam memori vos existimet ævo.»*


    SONETTO LVI.
    Nell’ultimo dì in ch’ei la vide, tristo presagì
    a sè stesso grandi sventure.

    L’ultimo, lasso, de’ miei giorni allegri,
    Che pochi ho visto in questo viver breve,
    Giunto era; e fatto ’l cor tepida neve,
    Forse presago de’ dì tristi e negri.
    Qual à già i nervi e i polsi e i pensier egri
    Cui domestica febbre assalir deve,
    Tal mi sentia, non sapend’io che leve
    Venisse ’l fin de’ miei ben non integri.
    Gli occhi belli, ora in ciel chiari e felici
    Del lume onde salute e vita piove,
    Lasciando i miei qui miseri e mendici,
    Dicean lor con faville oneste e nove:
    Rimanetevi in pace, o cari amici,
    Qui mai più no, ma rivedrenne altrove.

    Verso 2. Che. Dei quali. // 3. E fatto ’l cor. E divenuto il mio cuore. Suppliscasi era. // 5. Qual. Come. Egri. Infermi. // 6. Cui. Quegli cui. Domestica febbre. Febbre consueta, cioè quotidiana o terzana o quartana. // 7-8. Mi sentia. Io mi sentiva. Leve venisse. Venisse spedito, sollecito. Cioè fosse vicino. Non integri. Non interi. Imperfetti. // 9-10. Chiari e felici Del lume onde. Fatti risplendenti e felici da quel lume da cui. // 12. Lor. Cioè agli occhi miei. // 14. Rivedrenne. Ci rivedremo.


    SONETTO LVII.
    Cieco non conobbe che gli sguardi di lei
    in quel dì doveano essere gli ultimi.

    O giorno, o ora, o ultimo momento,
    O stelle congiurate a’ mpoverirme!
    O fido sguardo, or che volei tu dirme,
    Partend’io per non esser mai contento?
    Or conosco i miei danni, or mi risento:
    Ch’i’ credeva (ahi credenze vane e ’nfirme!)
    Perder parte, non tutto, al dipartirme.
    Quante speranze se ne porta il vento!
    Chè già ’l contrario era ordinato in cielo;
    Spegner l’almo mio lume ond’io vivea;
    E scritto era in sua dolce amara vista.
    Ma ’nnanzi agli occhi m’era posto un velo,
    Che mi fea non veder quel ch’i’ vedea,
    Per far mia vita subito più trista.

    Verso 2. A ’mpoverirme. A impoverirmi. // 3. Sguardo, di Laura. Volei. Volevi. Dirme. Dirmi. // 4. Partend’io. Da te. Mai. Mai più. // 5. Mi risento. Ripiglio il sentimento, il senno. Ritorno in me stesso. // 6. Infirme. Inferme. // 7. Perder parte ec. Perder la vista di Laura per qualche tempo, non per sempre. [A.] - Al dipartirme. Al partirmi. // 8. Ovid.: «Heu mihi quam longe spem tulit aura meam.»* // 9. Ordinato. Stabilito. // 11. E scritto era. E ciò era altresì scritto. Sue. Del mio lume, cioè di Laura. Vista. Aspetto. // 12. M’era posto. Mi stava. // 13. Fea. Facea. // 14. Subito più trista. Tanto più trista quanto che la morte di Laura mi sarebbe riuscita improvvisa.


    SONETTO LVIII.
    E’ doveva antiveder il suo danno
    all’insolito sfavillare degli occhi di lei.

    Quel vago, dolce, caro, onesto sguardo
    Dir parea: to’ di me quel che tu puoi;
    Chè mai più qui non mi vedrai da poi
    Ch’arai quinci ’l piè mosso a mover tardo.
    Intelletto veloce più che pardo,
    Pigro in antiveder i dolor tuoi,
    Come non vedestu negli occhi suoi
    Quel che vedi ora, ond’io mi struggo ed ardo!
    Taciti, sfavillando oltra lor modo,
    Dicean: o lumi amici, che gran tempo,
    Con tal dolcezza feste di noi specchi,
    Il Ciel n’aspetta: a voi parrà per tempo;
    Ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo:
    E ’l vostro, per farv’ira, vuol che ’nvecchi.

    Verso 2. To’. Togli. Cioè prendi. Quel. Cioè quel piacere. // 3. Qui. In terra. Da poi. Dopo. // 4. Arai. Avrai. Quinci. Di qua. Mover. Muoversi. // 5. Veloce. Che pur sei di tua natura veloce. // 7. Vedestu. Vedesti tu. // 8. Onde. Dipende da quel, che vuol dire la morte di Laura. // 9. Oltra lor modo. Più del loro usato. // 10. Dicean. Agli occhi miei. Lumi. Occhi. // 11. Feste di noi specchi. Vi faceste di noi, due specchi. // 12. Ne. Ci. Per tempo. Troppo presto. // 13. Vuol dire: ma colui che ci ha posti in terra, cioè Dio, ora ce ne ritoglie. // 14. E per farvi ira vuole che il vostro nodo invecchi, cioè che voi rimanghiate in vita lungo tempo.


    CANZONE V.
    Visse lieto, e non visse che per lei.
    E’ doveva dunque saper morire a suo tempo.

    Solea da la fontana di mia vita
    Allontanarme, e cercar terre e mari,
    Non mio voler, ma mia stella seguendo;
    E sempre andai (tal Amor diemmi aita),
    In quelli esilii, quanto e’ vide, amari,
    Di memoria e di speme il cor pascendo.
    Or lasso, alzo la mano, e l’arma rendo
    A l’empia e vïolenta mia fortuna,
    Che privo m’à di sì dolce speranza.
    Sol memoria m’avanza;
    E pasco ’l gran desir sol di quest’una:
    Onde l’alma vien men, frale e digiuna.

    Verso 1. Solea. Persona prima. Dalla fontana di mia vita. Da Laura. // 3. Mia stella. Il mio destino. // 4. Andai. Si riferisce alla voce pascendo, che sta due versi più sotto. Tal Amor diemmi aita. Tale aiuto mi diede Amore. // 7. Alzo la mano, e l’arme rendo. Cedo. Mi rendo per vinto. - *Cic.: «Cedo fortunæ, et manum attollo.»* // 8. Empia. Spietata. // 9. Di sì dolce speranza. Di quella detta di sopra nel sesto verso, cioè di riveder Laura. // 10. M’avanza. Mi resta. // 11. Sol di quest’una. Cioè della memoria sola. Dipende da pasco.

    Come a corrier tra via, se ’l cibo manca,
    Convèn per forza rallentar il corso,
    Scemando la virtù che ’l fea gir presto;
    Così, mancando a la mia vita stanca
    Quel caro nutrimento, in che di morso
    Diè chi ’l mondo fa nudo e ’l mio cor mesto,
    Il dolce acerbo, e ’l bel piacer molesto
    Mi si fa d’ora in ora: onde ’l cammino
    Sì breve non fornir spero e pavento.
    Nebbia o polvere al vento,
    Fuggo per più non esser pellegrino.
    E così vada, s’è pur mio destino.

    Verso 1. Tra via. Per via. // 2. Convèn. Conviene. // 3. Scemando. Verbo neutro. Virtù. Forza. Fea. Facea. // 5-6. Quel caro nutrimento. Cioè la vista di Laura, o la speranza di essa vista. In che di morso Diè chi ’l mondo fa nudo e ’l mio cor mesto. In cui diede di morso quella che fa nudo il mondo (cioè privo del suo più bello ornamento, che era Laura), e mesto il cuor mio. Vuol dire: che mi fu tolto dalla morte. - *Dante, Purg. VII: «Quivi sto io co’ parvoli innocenti, Da’ denti morsi de la morte.»* // 7-9. Il dolce acerbo, e ’l bel piacer molesto Mi si fa d’ora in ora. Il dolce mi diviene acerbo, e il piacer noioso ogni giorno più. Onde ’l cammino Sì breve non fornir spero e pavento. Onde io dubito di non arrivare a compiere il corso naturale della vita umana, che è così breve; e questo mio dubbio da un lato è una speranza, perchè la vita m’è in odio, dall’altro è una paura, perocchè la morte è un passo pericoloso e terribile, ed io ho che temere assai del mio stato nella vita futura. // 10-11. Io fuggo, cioè corro, così rapidamente come si vede fuggir la nebbia o la polvere cacciata dal vento, per non esser più pellegrino, cioè verso il termine della mia peregrinazione terrena. // 12. E così vada. E così sia, cioè che io corra così prestamente al mio fine, e che io non compia il corso naturale della nostra vita.

    Mai questa mortal vita a me non piacque
    (Sassel Amor, con cui spesso ne parlo)
    Se non per lei che fu ’l suo lume e ’l mio.
    Poi che ’n terra morendo, al ciel rinacque
    Quello spirto ond’io vissi, a seguitarlo
    (Licito fosse) è ’l mio sommo desio.
    Ma da dolermi ò ben sempre perch’io
    Fui mal accorto a provveder mio stato,
    Ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio,
    Per darmi altro consiglio:
    Chè tal morì già tristo e sconsolato,
    Cui poco innanzi era ’l morir beato.

    Verso 2. Sassel. Sel sa. Lo sa. // 3. Suo. Cioè di questa mortal vita. // 6. Licito fosse. Maniera significativa di desiderio. Licito sta per lecito. È. È volto. // 8. A provveder mio stato. Cioè a prevedere la mia presente miseria, e ripararla. // 9. Che. Il quale stato. Accusativo. Sotto quel bel ciglio. Cioè negli occhi di Laura. Veggasi il Sonetto precedente. // 10. Cioè: per consigliarmi di lasciar la vita innanzi che mi avvenisse questa disavventura che poi mi è sopraggiunta. // 11-12. Perocchè non mancano di quelli che sono morti miseri e sconsolati, i quali, se fossero usciti del mondo un poco innanzi, avrebbero fatta una morte lieta.

    Negli occhi ov’abitar solea ’l mio core,
    Fin che mia dura sorte invidia n’ebbe,
    Che di sì ricco albergo il pose in bando,
    Di sua man propria avea descritto Amore,
    Con lettre di pietà, quel ch’avverrebbe
    Tosto del mio sì lungo ir desiando:
    Bello e dolce morire era allor quando,
    Morend’io, non moria mia vita insieme,
    Anzi vivea di me l’ottima parte:
    Or mie speranze sparte
    À Morte, e poca terra il mio ben preme;
    E vivo; e mai nol penso ch’i’ non treme.

    Verso 5. Lettre. Lettere. // 10. Sparte. Sparse. Disperse. Annullate. // 12. Ch’i’ non treme. Senza tremare. Treme sta per tremi. - *Virg.: «Nunc vivo, nec adhuc homines, lucemque relinquo.»*

    Se stato fosse il mio poco intelletto
    Meco al bisogno, e non altra vaghezza
    L’avesse, desviando, altrove volto,
    Ne la fronte a Madonna avrei ben letto:
    Al fin se’ giunto d’ogni tua dolcezza
    Ed al principio del tuo amaro molto.
    Questo intendendo, dolcemente sciolto
    In sua presenza del mortal mio velo
    E di questa noiosa e grave carne,
    Potea innanzi lei andarne
    A veder preparar sua sedia in cielo:
    Or l’andrò dietro omai con altro pelo.

    Verso 2. Meco. Dipende da stato fosse. Al bisogno. In quel bisogno. Allora che bisognava. Come voleva il bisogno. In quella occasione. Vaghezza. Voglia. // 3. Desviando. Disviandolo. // 6. Amaro. Nome sostantivo. // 12. L’andrò dietro. Le andrò dietro. Andrò dietro a lei. Con altro pelo. Cioè con pel canuto.

    Canzon, s’uom trovi in suo amor viver queto
    Di’: muor mentre se’ lieto:
    Chè morte al tempo è non duol, ma refugio;
    E chi ben può morir, non cerchi indugio.

    Verso 1. S’uom trovi in suo amor viver queto. Se trovi alcuno che viva riposatamente amando. // 2. Muor. Muori. Imperativo. // 3. Al tempo. A suo tempo. A tempo opportuno. Refugio. Porto sicuro contro i mali che, vivendo, potrebbero sopravvenire. // 4. Ben può morir. Può morir bene, cioè in istato felice.


    SESTINA.
    Misero, tanto più brama la morte, quanto più sa
    ch’ei fu contento e felice.

    Mia benigna fortuna e ’l viver lieto,
    I chiari giorni e le tranquille notti,
    E i soavi sospiri, e ’l dolce stile
    Che solea risonar in versi e ’n rime,
    Vôlti subitamente in doglia e ’n pianto
    Odiar vita mi fanno e bramar morte.

    Verso 5. Vôlti. Convertiti. Cangiati.

    Crudele, acerba, inesorabil Morte,
    Cagion mi dài di mai non esser lieto,
    Ma di menar tutta mia vita in pianto,
    E i giorni oscuri e le dogliose notti.
    I miei gravi sospir non vanno in rime,
    E ’l mio duro martìr vince ogni stile.

    Verso 5. Non vanno in rime. Non sono cose da porsi in rima, cose da poesia. // 6. Vince ogni stile. Non può esser dato ad intendere con parole.

    Ov’è condotto il mio amoroso stile?
    A parlar d’ira, a ragionar di morte.
    U’ sono i versi, u’ son giunte le rime
    Che gentil cor udia pensoso e lieto?
    Ov’è ’l favoleggiar d’amor le notti?
    Or non parl’io nè penso altro che pianto.

    Verso 1. Ov’è condotto. A che è ridotto. // 3. U’ sono. Ove son giunti. // 4. Che. Accusativo. Gentil cor. Vuol dir Laura, ovvero generalmente le persone gentili. // 5. Il favoleggiar d’amor le notti. Il passar le notti in ragionamenti d’amore.

    Già mi fu col desir sì dolce il pianto,
    Che condìa di dolcezza ogni agro stile,
    E vegghiar mi facea tutte le notti:
    Or m’è ’l pianger amaro più che morte,
    Non sperando mai ’l guardo onesto e lieto,
    Alto soggetto a le mie basse rime.

    Verso 5. Il guardo onesto e lieto. Di Laura.

    Chiaro segno Amor pose a le mie rime
    Dentro a’ begli occhi; ed or l’à posto in pianto,
    Con dolor rimembrando il tempo lieto;
    Ond’io vo col penser cangiando stile,
    E ripregando te, pallida Morte,
    Che mi sottragghi a sì penose notti.

    Verso 1. Segno. Vuol dir soggetto. // 3. Rimembrando. Rimembrando io. // 4. Col penser cangiando stile. Cangiando lo stile come è in me cangiato il pensiero, cioè lo stato dell’animo, fatto tristo e dolente, di lieto che egli era.

    Fuggito è ’l sonno a le mie crude notti,
    E ’l suono usato a le mie roche rime,
    Che non sanno trattar altro che morte;
    Così è ’l mio cantar converso in pianto.
    Non ha ’l regno d’Amor sì vario stile;
    Ch’è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.

    Verso 2. Usato. Consueto. // 4. Converso. Mutato. // 5-6. Vuol dire: nessun seguace di Amore ebbe mai uno stile così vario e discorde da sè medesimo come è il mio, che tanto è doloroso e tristo al presente, quanto fu mai lieto in altro tempo.

    Nessun visse già mai più di me lieto:
    Nessun vive più tristo e giorni e notti:
    E doppiando ’l dolor, doppia lo stile,
    Che trae del cor sì lagrimose rime.
    Vissi di speme; or vivo pur di pianto,
    Nè contra Morte spero altro che Morte.

    Verso 3. Doppiando. Raddoppiandosi. Doppia lo stile. Si raddoppia il mio stile, cioè il mio dire. Ha riguardo al raddoppiamento della presente Sestina, la quale ha dodici stanze, dove le altre ne hanno sei. // 4. Del cor. Dal mio cuore. // 5. Pur. Solamente.

    Morte m’à morto; e sola può far Morte
    Ch’i’ torni a riveder quel viso lieto,
    Che piacer mi facea i sospiri e ’l pianto,
    L’aura dolce e la pioggia a le mie notti;
    Quando i pensieri eletti tessea in rime,
    Amor alzando il mio debile stile.

    Verso 1. Morto. Ucciso. // 4. L’aura dolce e la pioggia. Chiama aura dolce i suoi sospiri, e pioggia il suo pianto, detti nel verso di sopra. A le. Nelle. Dipende da piacer mi facea. // 5. Tessea. Io tessea.

    Or avess’io un sì pietoso stile
    Che Laura mia potesse tôrre a Morte,
    Com’Euridice Orfeo sua senza rime:
    Ch’i’ viverei ancor più che mai lieto.
    S’esser non può, qualcuna d’este notti
    Chiuda omai queste due fonti di pianto.

    Verso 1. Avess’io. Forma desiderativa. Pietoso. Tenero. Atto a muover pietà. // 3. Com’Euridice Orfeo sua. Come Orfeo tolse a morte Euridice sua. // 5. S’esser non può. Se questo è impossibile. D’este. Di queste. // 6. Cioè ponga fine alla mia vita. Queste due fonti di pianto. Cioè questi occhi.

    Amor, i’ ò molti e molt’anni pianto
    Mio grave danno in doloroso stile;
    Nè da te spero mai men fère notti;
    E però mi son mosso a pregar Morte
    Che mi tolla di qui, per farme lieto
    Ov’è colei che io canto e piango in rime.

    Verso 2. Mio grave danno. Cioè la morte di Laura. // 3. Fère. Fiere. Crudeli. Acerbe. il 5. Tolla. Tolga. Ovvero alzi. Di qui. Da questa terra. Farme. Farmi. // 6. Ove. Colà ove. Dipende dalle parole mi tolla.

    Se sì alto pôn gir mie stanche rime,
    Ch’aggiungan lei ch’è fuor d’ira e di pianto,
    E fa ’l ciel or di sue bellezze lieto;
    Ben riconoscerà ’l mutato stile,
    Che già forse le piacque, anzi che Morte
    Chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.

    Verso 1. Pôn. Ponno. Possono. // 2. Ch’aggiungan lei. Che giungano fino a colei. Dipende da sì alto. // 4. Riconoscerà. Suppliscasi ella. Il mutato stile. Il mio stile mutato, per la sua morte, di lieto in doloroso. // 5. Anzi che. Prima che. // 6. Chiaro a lei giorno. Suppliscasi facesse. Fesse. Facesse.

    O voi che sospirate a miglior notti,
    Ch’ascoltate d’Amore o dite in rime,
    Pregate non mi sia più sorda Morte,
    Porto de le miserie e fin del pianto;
    Muti una volta quel suo antico stile,
    Ch’ogni uom attrista, e me può far sì lieto.

    Verso 1. O amanti che sospirate in più liete notti, cioè in istato più felice del mio. Ovvero, che andate sospirando una sorte migliore di quel che è la vostra al presente. // 2. O dite. Suppliscasi d’amore. // 3. Non. Che non. // 5. Una volta. Per una volta. Per questa volta. Quel suo antico stile. Quel suo antico costume. Cioè di far tutti tristi.

    Far mi può lieto in una o ’n poche notti:
    E ’n aspro stile e ’n angosciose rime
    Prego che ’l pianto mio finisca morte.

    Verso 1. In una o ’n poche notti. Cioè uccidendomi con malattia di uno o pochi più giorni. Ovvero semplicemente, tra uno o pochi più giorni. // 3. Il pianto mio. Accusativo.


    SONETTO LIX.
    Invia sue rime al sepolcro di lei, perchè la preghino
    di chiamarlo seco.

    Ite, rime dolenti, al duro sasso
    Che ’l mio caro tesoro in terra asconde;
    Ivi chiamate chi dal ciel risponde,
    Benchè ’l mortal sia in loco oscuro e basso.
    Ditele ch’i’ son già di viver lasso,
    Del navigar per queste orribili onde;
    Ma ricogliendo le sue sparte fronde,
    Dietro le vo pur così passo passo,
    Sol di lei ragionando viva e morta,
    Anzi pur viva, ed or fatta immortale,
    Acciocchè ’l mondo la conosca ed ame.
    Piacciale al mio passar esser accorta,
    Ch’è presso omai; siami a l’incontro, e quale
    Ella è nel cielo, a sè mi tiri e chiame.

    Verso 3. Chi. Quella che. Cioè l’anima di Laura. // 4. Il mortal. Il suo mortale. Cioè la sua parte mortale, il suo corpo. // 7. Ricogliendo le sue sparte fronde. Cioè rammemorandomi le sue bellezze e virtù. Dice fronde per allusione alla pianta dell’alloro, ch’è allegoria di Laura. Sparte in vece di sparse. - *Secondo il Tassoni, il raccogliere le sparte fronde significa metter insieme le lodi di Laura sparte e divolgate, ovvero sparse in diverse rime, le quali il poeta andava mettendo insieme.* // 9. Viva e morta. Parte viva e parte morta. // 10. Pur. Solamente. Del tutto. Fatta. Divenuta. // 11. Dipende dalla parola ragionando del verso nono. // 12. Al mio passar esser accorta. Por mente quando io passerò di questa vita. // 13-14. Ch’è presso omai. Dipende dalle parole al mio passar. Siami a l’incontro. Vengami, facciamisi incontro. E quale Ella è nel cielo, a sè mi tiri e chiame. E mi tiri e chiami a sè, fatto tale, quale ella è nel cielo, cioè immortale e beato.


    SONETTO LX.
    Or ch’ella sa ch’ei fu onesto nell’amor suo
    vorrà al fin consolarlo pietosa.

    S’onesto amor può meritar mercede,
    E se pietà ancor può quant’ella suole,
    Mercede avrò, che più chiara che ’l sole
    A Madonna ed al mondo è la mia fede.
    Già di me paventosa, or sa, nol crede,
    Che quello stesso ch’or per me si vôle,
    Sempre si volse; e s’ella udia parole
    O vedea ’l volto, or l’animo e ’l cor vede.
    Ond’i’ spero che ’nfin dal ciel si doglia
    De’ miei tanti sospiri: e così mostra,
    Tornando a me sì piena di pietate.
    E spero ch’al por giù di questa spoglia,
    Venga per me con quella gente nostra,
    Vera amica di Cristo e d’onestate.

    Verso 2. Può. Ha tanta forza. // 5. Di me paventosa. Cioè sospettosa, dubbia, della onestà de’ miei desiderii. Sa, nol crede. Non solamente crede, ma sa. // 6-7. Quello stesso ch’or per me si vôle, Sempre si volse. I miei desiderii furono sempre così onesti come sono ora. Per vale da: volse sta per volle. // 11. Tornando a me. In sogno o in visione. // 12. Al por giù di questa spoglia. Al mio partir di questo corpo. Nell’ora della mia morte. Por giù vale deporre. // 13. Per me. Verso me. Incontro a me. Per condurmi in cielo. Con quella gente nostra. Vuol dir colle anime degli amanti onesti.


    SONETTO LXI.
    Videla in immagine quale spirito celeste.
    E’ voleva seguitarla: ed ella sparì.

    Vidi fra mille donne una già tale,
    Ch’amorosa paura il cor m’assalse,
    Mirandola in immagini non false
    Agli spirti celesti in vista eguale.
    Niente in lei terreno era o mortale,
    Sì come a cui del ciel, non d’altro, calse.
    L’alma, ch’arse per lei sì spesso ed alse,
    Vaga d’ir seco, aperse ambedue l’ale.
    Ma tropp’era alta al mio peso terrestre
    E poco poi m’uscì ’n tutto di vista;
    Di che pensando, ancor m’agghiaccio e torpo.
    O belle ed alte e lucide fenestre
    Onde colei che molta gente attrista
    Trovò la via d’entrare in sì bel corpo!

    Verso 1. Vidi già fra mille donne una donna tale. // 3. In immagini non false. Cioè, non per inganno della mia immaginativa, ma veramente. // 4. In vista. A vederla. In sembianza. // 6. Come quella che non altro ebbe a cuore che il cielo. // 7. L’alma. Cioè, l’anima mia. Alse. Agghiacciò. Patì freddo e gelo. // 8. Vaga. Bramosa. D’ir seco. Cioè di pareggiarla nelle virtù. // 9. Era. Cioè quella donna. Al. Rispetto al. // 10. Poco poi. Poco appresso. Indi a poco. M’uscì ’n tutto di vista. Morendo. // 11. Di che. Della qual cosa. Torpo. Irrigidisco. // 12. Intende degli occhi di Laura. // 13. Onde. Per le quali. Colei. Cioè la morte.


    SONETTO LXII.
    Gli sta sì fisa nel cuore e negli occhi,
    ch’e’ giunge talvolta a crederla viva.

    Tornami a mente, anzi v’è dentro, quella
    Ch’indi per Lete esser non può sbandita,
    Qual io la vidi in su l’età fiorita,
    Tutta accesa de’ raggi di sua stella.
    Sì nel mio primo occorso onesta e bella
    Veggiola in sè raccolta e sì romita.
    Ch’i’ grido: ell’è ben dessa: ancora è in vita:
    E ’n don le cheggio sua dolce favella.
    Talor risponde e talor non fa motto.
    I’, com’uom ch’erra e poi più dritto estima,
    Dico alla mente mia: tu se ’ngannata:
    Sai che ’n mille trecento quarantotto,
    Il dì sesto d’aprile, in l’ora prima,
    Del corpo uscio quell’anima beata.

    Verso 2. Indi. Cioè dalla mia mente. Lete. Fiume dell’obblivione. // 3. Qual. Dipende dalle parole tornami a mente. // 4. Cioè tutta splendente dei raggi della stella di amore che è l’astro di Venere, creduto aver forza e signoria sopra le persone amorose. // 5. Sì. Tanto. Nel mio primo occorso. Nel mio primo scontrarla colla immaginazione. Ovvero, quale io la vidi la prima volta in su l’età fiorita. // 8. Cheggio. Chiedo. Sua dolce favella. Qualche sua parola. Che mi faccia udir la sua voce. // 10. Più dritto estima. Più dirittamente, veramente, sanamente, giudica. Riconosce il vero. // 11. Se ’ngannata. T’inganni. // 12. Che ’n mille trecento quarantotto. Che nell’anno mille trecento quarantotto. // 13. In l’ora. Nell’ora. // 14. Uscio. Uscì.


    SONETTO LXIII.
    Natura, oltr’al costume, riunì in lei ogni bellezza,
    ma fecela tosto sparire.

    Questo nostro caduco e fragil bene,
    Ch’è vento ed ombra ed à nome beltate,
    Non fu già mai, se non in questa etate,
    Tutto in un corpo; e ciò fu per mie pene.
    Chè natura non vôl, nè si convène,
    Per far ricco un, por gli altri in povertate:
    Or versò in una ogni sua largitate:
    Perdonimi qual è bella, o sì tène.
    Non fu simil bellezza antica o nova;
    Nè sarà, credo; ma fu sì coverta,
    Ch’appena se n’accorse il mondo errante.
    Tosto disparve; onde ’l cangiar mi giova
    La poca vista a me dal cielo offerta
    Sol per piacer a le sue luci sante.

    Verso 4. Ciò. Che esso nella nostra età si trovasse tutto in un corpo. - *Senec. Ottav.: «Omnes in unam contulit laudes Deus, Talemque nasci fata voluerunt mihi.»* - 5. Chè. Perocchè. Si riferisce alle parole non fu già mai tutto in un corpo. Vôl. Vuole. // 7. Or. Ma questa volta. Versò. Cioè la Natura. In una. Cioè in Laura. Largitate. Liberalità. // 8. Qual. Qualunque donna. Si tène. Si tiene, cioè si reputa, bella. // 9-10. Non ci ebbe mai al mondo, o vogliasi ai tempi moderni o vogliasi in antico, e non ci avrà, credo, mai, una bellezza simile a questa (cioè alla bellezza di Laura): ma ella visse sì ritirata e nascosta. Coverta sta per coperta. // 12-14. Onde ’l cangiar mi giova ec. Onde, cioè per essere sparita dal mondo quella bellezza, io sono contento di venir perdendo per la età la debole e imperfetta vista che il Cielo mi avea conceduta, acciò solamente che io vedessi gli occhi di Laura, e procacciassi di piacer loro.


    SONETTO LXIV.
    Disingannato dall’amor suo di quaggiù,
    rivolgesi ad amarla nel cielo.

    O tempo, o ciel volubil, che fuggendo
    Inganni i ciechi e miseri mortali;
    O dì veloci più che vento e strali,
    Or ab esperto vostre frodi intendo.
    Ma scuso voi, e me stesso riprendo
    Che natura a volar v’aperse l’ali;
    A me diede occhi: ed io pur ne’ miei mali
    Li tenni; onde vergogna e dolor prendo.
    E sarebbe ora, ed è passata omai,
    Da rivoltarli in più secura parte,
    E poner fine agl’infiniti guai.
    Nè dal tuo giogo, Amor, l’alma si parte,
    Ma dal suo mal; con che studio, tu ’l sai:
    Non a caso è virtute, anzi, è bell’arte.

    Verso l. Volubil. Girevole. Rotante. // 2. I ciechi e miseri mortali. Che non si accorgono del vostro fuggir così ratto, e par che si aspettino di avere a viver sempre. // 4. Ab esperto. Per esperienza. Per prova. // 7-2. Pur ne’ miei mali Li tenni. Vuol dire: non attesi ad altro che a cose notevoli all’anima mia. Pur vale solamente. // 10. Vuol dire: di pensare agli affari della salute eterna. // 11. Poner. Porre. // 12. L’alma. L’alma mia. // 13-14. Ma solo si parte da Laura; e questo ancora, tu sai con che studio ella il fa, cioè sai che ella non si parte da Laura per alcuna propria diligenza o per alcuno sforzo, ma per necessità e per caso, cioè per esser colei partita dal mondo. Or la virtù non si acquista già per caso, ma per volontà e per disciplina.


    SONETTO LXV.
    Ben a ragione e’ teneasi felice in amarla,
    se Dio se la tolse come cosa sua.

    Quel che d’odore e di color vincea
    L’odorifero e lucido orïente,
    Frutti, fiori, erbe e frondi: onde ’l ponente
    D’ogni rara eccellenzia il pregio avea;
    Dolce mio lauro, ov’abitar solea
    Ogni bellezza, ogni virtute ardente,
    Vedeva a la sua ombra onestamente
    Il mio Signor sedersi e la mia Dea.
    Ancor io il nido di pensieri eletti
    Posi in quell’alma pianta; e ’n foco e ’n gelo
    Tremando, ardendo, assai felice fui.
    Pieno era ’l mondo de’ suoi onor perfetti;
    Allor che Dio, per adornarne il Cielo,
    La si ritolse: e cosa era da lui.

    Verso 1. Quel. Quel dolce mio lauro. Veggasi il verso quinto. // 2. Odorifero. Perchè i paesi orientali producono copia grande e squisite qualità di odori. Lucido. Perchè dalle parti dell’oriente viene il giorno. // 8. Frutti, fiori, erbe, e frondi. Cioè dell’oriente. Dipende da vincea. Il ponente. Essendo nata Laura in paese occidentale. // 4. Il pregio. Il maggiore, il primo, il principal vanto. // 8. Il mio signor. Amore. La mia Dea. Laura. // 14. La si ritolse. Se la riprese. Cosa era da lui. Era cosa da lui, cioè degna del cielo.


    SONETTO LXVI.
    Ei sol, che la piange, e ’l cielo, che la possiede,
    la conobbero mentre visse.

    Lasciato ài, Morte, senza sole il mondo
    Oscuro e freddo, Amor cieco ed inerme,
    Leggiadria ignuda, le bellezze inferme,
    Me sconsolato ed a me grave pondo;
    Cortesia in bando ed onestate in fondo
    Dogliom’io sol, nè sol ò da dolerme;
    Chè svelto ài di virtute il chiaro germe.
    Spento il primo valor, qual fia il secondo?
    Pianger l’aere e la terra e ’l mar devrebbe
    L’uman legnaggio, che, senz’ella, è quasi
    Senza fior prato, o senza gemma anello.
    Non la conobbe il mondo mentre l’ebbe:
    Conobbil’io, ch’a pianger qui rimasi,
    E ’l Ciel, che del mio pianto or si fa bello.

    Verso 4. Ed a me grave pondo. E grave peso a me stesso. - *Ovid.: «Me mihi ferre grave est.»* // 6. Nè sol. Nè solo io. Ò da dolerme. Ho cagion di dolermi. // 7. Chè. Perocchè. Svelto ài. Hai svelto. // 9. Pianger. Compiangere. Devrebbe. Dovrebbe. // 11. Dante, Purg. XXIII, 31: «Parean l’occhiaie anella senza gemme.»* // 14. E ’l Ciel. E conobbela il Cielo. Del mio pianto. Per la cagione del mio pianto, che è la morte di Laura, volata a far bello il cielo.


    SONETTO LXVII.
    Si scusa di non averla lodata com’ella merita,
    perchè gli era impossibile.

    Conobbi, quanto il Ciel gli occhi m’aperse,
    Quanto studio ed Amor m’alzaron l’ali,
    Cose nove e leggiadre, ma mortali,
    Che ’n un soggetto ogni stella cosperse.
    L’altre tante, sì strane e sì diverse
    Forme altere, celesti ed immortali,
    Perchè non furo a l’intelletto eguali,
    La mia debile vista non sofferse.
    Onde quant’io di lei parlai nè scrissi,
    Ch’or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
    Fu breve stilla d’infiniti abissi:
    Chè stilo oltra l’ingegno non si stende;
    E per aver uom gli occhi nel Sol fissi,
    Tanto si vede men, quanto più splende.

    Versi 1-2. Quanto. Per quanto. In quanto. // 4. Che. Accusativo. Le quali cose. In un soggetto ogni stella cosperse. Tutte le stelle, tutti i cieli, cosparsero, cioè congiuntamente sparsero, posero, in un soggetto solo, cioè in Laura. // 5-6. Vuol dir le bellezze spirituali ed immortali di Laura. // 7. All’intelletto eguali. Cioè atte ad esser comprese dal mio intendimento. // 9. Nè. O. E. // 10. Che. Dipende da lei, che sta, nel verso antecedente. Per lodi anzi a Dio preghi mi rende. Mi contraccambia le lodi che io le porsi, pregando per me innanzi a Dio. // 11. Breve. Picciola. // 12. Perocchè lo stile, la penna, non può più di quello che portano le facoltà dell’ingegno. // 13. Per aver uom. Per quanto uno abbia, tenga. // 14. Splende. Cioè il sole. - *Dante Par. XXX: «Che, come sole il viso che più trema, Così lo rimembrar del dolce riso La mente mia da sè medesma scema.»*


    SONETTO LXVIII.
    La prega di consolarlo almen con la dolce
    e cara vista della sua ombra.

    Dolce mio caro e prezïoso pegno,
    Che natura mi tolse e ’l Ciel mi guarda,
    Deh come è tua pietà vêr me sì tarda,
    O usato di mia vita sostegno?
    Già suo’ tu far il mio sonno almen degno
    De la tua vista, ed or sostien ch’i’ arda
    Senz’alcun refrigerio: e chi ’l ritarda?
    Pur là su non alberga ira nè sdegno;
    Onde qua giuso un ben pietoso core
    Talor si pasce degli altrui tormenti,
    Sì ch’egli è vinto nel suo regno Amore.
    Tu che dentro mi vedi, e ’l mio mal senti,
    E sola puoi finir tanto dolore
    Con la tua ombra acqueta i miei lamenti.

    Verso 2. Guarda. Custodisce, serba. // 3. Vêr. Verso. // 4. Usato. Consueto. // 5. Suo’ tu far. Tu suoli fare. Tu facevi. // 6. Sostien. Sostieni. Soffri. Lasci. // 7. Chi ’l ritarda? Cioè: chi ritarda il mio refrigerio? // 9. Onde. Per le quali passioni d’ira e di sdegno. Qua giuso. Quaggiù in terra. Un ben pietoso core. Una donna amata, che sia pur d’animo pietoso. // 10. Altrui. Cioè dell’amante. - *Gioven.: «Ardeat ipsa licet, tormentis gaudet amatis.»* // 11. Egli. Voce di ripieno. Nel suo regno. Cioè nel cuor dell’amata, la quale resiste all’amore, per mostrarsi dura e sdegnosa all’amante. // 12. Senti. Conosci. // 14. Ombra. Cioè immagine che mi apparisca nel sonno.


    SONETTO LXIX.
    È rapito fuor di sè, contento e beato
    di averla veduta, e sentita parlare.

    Deh qual pietà, qual angel fu sì presto
    A portar sopra ’l cielo il mio cordoglio?
    Ch’ancor sento tornar pur come soglio
    Madonna in quel suo atto dolce onesto
    Ad acquetar il cor misero e mesto,
    Piena sì d’umiltà, vôta d’orgoglio,
    E ’n somma tal, ch’a morte i’ mi ritoglio,
    E vivo, e ’l viver più non m’è molesto.
    Beata s’è, che può beare altrui
    Con la sua vista, ovver con le parole
    Intellette da noi soli ambedui:
    Fedel mio caro, assai di te mi dole;
    Ma pur per nostro ben dura ti fui:
    Dice, e cos’altre d’arrestar il Sole.

    Verso 1. Deh. Interiezione di meraviglia. // 2. A portar sopra ’l cielo. Ad annunziare a Laura. Il mio cordoglio. Quello significato nel Sonetto antecedente, cioè dell’esser privo della visione di Laura in sogno. // 3. Chè. Poichè. Ancor. Di nuovo. Un’altra volta. Tornar. In sogno. // 5. Ad acquetar. Dipende dal verbo tornar, che sta nel terzo verso. Il cor. Il mio cuore. // 6. Piena sì. Sì piena. Vôta. Sì vota. // 7. Ritoglio. Ritolgo. // 9. Beata s’è. Beata si è. È beata. // 11. Intellette. Intese. Ambedui. Ambedue. // 13. Pur. Solo. // 14. Cos’altre. Altre cose. D’arrestar. Da arrestare. Tali, sì dolci, da arrestare.


    SONETTO LXX.
    Mentr’ei piange, essa accorre ad asciugargli
    le lagrime, e lo riconforta.

    Del cibo onde ’l Signor mio sempre abbonda,
    Lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;
    E spesso tremo e spesso impallidisco,
    Pensando alla sua piaga aspra e profonda.
    Ma chi nè prima, simil, nè seconda
    Ebbe al suo tempo, al letto in ch’io languisco,
    Vien tal ch’a pena a rimirar l’ardisco,
    E pietosa s’asside in su la sponda.
    Con quella man che tanto desiai,
    M’asciuga gli occhi, e col suo dir m’apporta
    Dolcezza ch’uom mortal non sentì mai.
    Che val, dice, a saver, chi si sconforta?
    Non pianger più; non m’ài tu pianto assai?
    Ch’or fostu vivo com’io non son morta.

    Verso 1. Onde. Di cui. Il Signor mio. Amore. // 2. Lagrime e doglia. Il qual cibo sono lagrime e doglia. // 4. Sua. Cioè del cuore. // 5. Chi. Quella che. Cioè Laura. Nè prima, simil. Nè prima, nè simile. - *Oraz.: ««Unde nil majus generatur ipso, Nec viget quidquam simile aut secundum.»* // 8. In su la sponda. Del letto. // 12. Che giova, dice, il sapere, la sapienza, se uno nell’avversità si sconforta, cioè si dà tutto in preda, si lascia trasportare, al dolore, e non sa confortarsi? // 13. Assai. Abbastanza. // 14. Chè. Perocchè. Fostu vivo com’io non son morta. Fossi tu veramente vivo, come io in verità non son morta. Cioè vivessi tu di quella vita vera e immortale che io vivo. Forma desiderativa.


    SONETTO LXXI.
    E’ morrebbe di dolore, s’ella talvolta nol consolasse
    co’ suoi apparimenti.

    Ripensando a quel, ch’oggi il cielo onora,
    Soave sguardo, al chinar l’aurea testa,
    Al volto, a quella angelica modesta
    Voce, che m’addolciva ed or m’accora;
    Gran maraviglia ò com’io viva ancora:
    Nè vivrei già, se chi tra bella e onesta,
    Qual fu più, lasciò in dubbio, non sì presta
    Fosse al mio scampo là verso l’aurora.
    O che dolci accoglienze e caste e pie!
    E come intentamente ascolta e nota
    La lunga istoria de le pene mie!
    Poi che ’l dì chiaro par che la percota,
    Tornasi al ciel, che sa tutte le vie,
    Umida gli occhi e l’una e l’altra gota.

    Versi 1-2. A quel, ch’oggi il cielo onora, Soave sguardo. A quel soave sguardo, ch’oggi onora il cielo. L’aurea testa. Dell’aurea, cioè bionda, testa. // 6-8. Chi tra bella e onesta, Qual fu più, lasciò in dubbio. Colei che lasciò in dubbio se fosse più bella o più onesta, se avesse più di bellezza o più di onestà. - *Dante: «La mia sorella che tra bella e buona Non so qual fosse più.»* - Non sì presta Fosse al mio scampo là verso l’aurora. Non fosse sì presta, cioè attenta, sollecita, a darmi soccorso, apparendomi in sogno là in sul far dell’aurora. // 9. Accoglienze. Cioè saluti e cose tali. Pie. Pietose. // 12. Poi che. Quando. // 13. Tutte le vie. Di andare al cielo. Ha riguardo alle virtù avute ed eccitate da Laura in sua vita. // 14. Virg.: «Et lacrimis oculos soffusa nitentes.»*


    SONETTO LXXII.
    Il dolore di averla perduta è sì forte,
    che niente più varrà a mitigarglielo.

    Fu forse un tempo dolce cosa amore
    (Non perch’io sappia il quando); or è sì amara
    Che nulla più. Ben sa ’l ver chi l’impara,
    Com’ ò fatt’io con mio grave dolore.
    Quella che fu del secol nostro onore,
    Or è del ciel che tutto orna e rischiara;
    Fe mia requie a’ suoi giorni e breve e rara,
    Or m’à d’ogni riposo tratto fore.
    Ogni mio ben crudel Morte m’à tolto;
    Nè gran prosperità il mio stato avverso
    Può consolar di quel bel spirto sciolto.
    Piansi e cantai; non so più mutar verso,
    Ma dì e notte il duol ne l’alma accolto
    Per la lingua e per gli occhi sfogo e verso.

    Verso 2. Non perch’io sappia il quando. Non già che io sappia quando ciò fosse. // 6. Or ò. Suppliscasi onore. Del ciel che tutto orna e rischiara. Intendono del terzo cielo, cioè del cielo di Venere. // 7. Fe. Fece. A’ suoi giorni. In sua vita. Mentre ella visse. // 8. Fore. Fuori. // 9. Crudel. Si riferisce a Morte. // 10-11. Nè la gran prosperità di quel bello spirito sciolto, cioè libero dai legami del corpo, può consolare il mio stato avverso. // 12. Fu già un tempo che io venni talvolta piangendo e talvolta cantando; ora io non so più mutar verso, cioè modo, stile: non so fare altro che lamentarmi. // 13. Accolto. Raccolto.


    SONETTO LXXIII.
    Pensando che Laura è in Cielo, si pente
    del suo dolore eccessivo e si acqueta.

    Spinse amor e dolor ov’ir non ebbe,
    La mia lingua avviata a lamentarsi,
    A dir di lei per ch’io cantai ed arsi,
    Quel che, se fosse ver, torto sarebbe;
    Ch’assai ’l mio stato rio quetar devrebbe
    Quella beata, e ’l cor racconsolarsi
    Vedendo tanto lei domesticarsi
    Con colui che, vivendo, in cor sempr’ebbe.
    E ben m’acquieto e me stesso consolo;
    Nè vorrei rivederla in questo inferno;
    Anzi voglio morire e viver solo:
    Che più bella che mai, con l’occhio interno,
    Con gli angeli la veggio alzata a volo
    A’ pie del suo e mio Signore eterno.

    Palinodia del precedente.
    Verso 3. Per ch’io. Per la quale io. // 4. Quel. Cioè che la gran prosperità di quel bel spirto sciolto non può consolar il mio stato avverso, parole del Sonetto qui dietro. Torto. Ingiusto. Sconvenevole. Biasimevole. // 5. Assai. Abbastanza. Devrebbe. Dovrebbe. // 6. Quella beata. Cioè la beatitudine di colei. E ’l cor. E il mio cuore dovrebbe. // 8. Colui. Cioè Dio. Che. Accusativo. Il quale ella. // 9. E ben. E veramente. E in effetto. // 10. Rivederla in questo inferno. Rivederla viva in questa misera terra. // 11. Solo. Cioè senza lei.


    SONETTO LXXIV.
    Erge tutti i suoi pensieri al cielo, dove Laura
    lo cerca, lo aspetta e lo invita.

    Gli angeli eletti e l’anime beate
    Cittadine del cielo, il primo giorno
    Che Madonna passò, le furo intorno
    Piene di maraviglia e di pietate.
    Che luce è questa, qual nova beltate?
    Dicean tra lor; perch’abito sì adorno
    Dal mondo errante a quest’alto soggiorno
    Non salì mai in tutta questa etate.
    Ella, contenta aver cangiato albergo,
    Si paragona pur coi più perfetti;
    E parte ad or ad or si volge a tergo
    Mirando s’io la seguo, e par ch’aspetti:
    Ond’io voglie e pensier tutti al ciel ergo;
    Perch’io l’odo pregar pur ch’i’ m’affretti.

    Verso 3. Passò. Passò di questa vita. // 8. In tutta questa etate. In tutto questo secolo depravato. Da gran tempo in qua. // 9. Aver. Di avere. // 11. E parte. E parimente. E insieme.


    SONETTO LXXV.
    Chiede in premio dell’amor suo, ch’ella
    gli ottenga di vederla ben presto.

    Donna, che lieta col principio nostro
    Ti stai, come tua vita alma richiede,
    Assisa in alta e glorïosa sede,
    E d’altro ornata che di perle o d’ostro;
    O de le donne altero e raro mostro,
    Or nel volto di lui, che tutto vede,
    Vedi ’l mio amore e quella pura fede,
    Per ch’io tante versai lagrime e ’nchiostro;
    E senti che vêr te il mio core in terra
    Tal fu qual ora è in cielo, e mai non volsi
    Altro da te che ’l Sol degli occhi tuoi.
    Dunque per ammendar la lunga guerra,
    Per cui dal mondo a te sola mi volsi,
    Prega ch’i’ venga tosto a star con voi.

    Verso 1. Col principio nostro. Cioè con Dio. // 2. Come tua vita alma richiede. Come si conviene, come è dovuto, alla santa vita che tu menasti. // 5. Mostro. È detto per prodigio. // 6. Dante: «Or più nel volto di chi tutto vede.»* // 8. Per che. Per cui. // 9. Senti. Conosci. Vêr. Verso. In terra. Quando tu eri in terra. // 10. Qual ora è in cielo. Qual è ora che tu sei nel cielo. Volsi. Volli. // 12. Ammendar. Ricompensare. La lunga guerra. La lunga e travagliosa passione. // 14. Con voi. Con Dio e con te. Ovvero, con voi Beati.


    SONETTO LXXVI.
    Privo d’ogni conforto, spera ch’ella gl’impetri
    di rivederla nel cielo.

    Da’ più begli occhi e dal più chiaro viso
    Che mai splendesse, e da’ più bei capelli,
    Che facean l’oro e ’l Sol parer men belli;
    Dal più dolce parlar e dolce riso;
    Da le man, da le braccia che conquiso,
    Senza moversi, avrian quai più rebelli
    Fur d’Amor mai; da’ più bei piedi snelli;
    Da la persona fatta in paradiso,
    Prendean vita i miei spirti: or n’à diletto
    Il Re celeste, i suo’ alati corrieri;
    Ed io son qui rimaso ignudo e cieco.
    Sol un conforto a le mie pene aspetto;
    Ch’ella, che vede tutti i miei pensieri,
    M’impetre grazia ch’i’ possa esser seco.

    Verso 5. Conquiso. Cioè vinto, domo. // 6-7. Quai più ribelli Fur d’Amor mai. I più ribelli ad Amore, cioè i più alieni dall’Amore, che mai fossero al mondo. // 10. I suo’ alati corrieri. Gli angeli. // 14. Impetre. Impetri.


    SONETTO LXXVII.
    Spera e crede già vicino quel dì in ch’ella
    a sè ’l chiami per volarsene a lei.

    E’ mi par d’or in ora udire il messo
    Che Madonna mi mande a sè chiamando:
    Così dentro e di for mi vo cangiando,
    E sono in non molt’anni sì dimesso,
    Ch’a pena riconosco omai me stesso:
    Tutto ’l viver usato ò messo in bando.
    Sarei contento di sapere il quando:
    Ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
    O felice quel dì, che del terreno
    Carcere uscendo, lasci rotta e sparta
    Questa mia grave e frale e mortal gonna;
    E da sì folte tenebre mi parta,
    Volando tanto su nel bel sereno,
    Ch’i’ veggia il mio Signore e la mia Donna!

    Verso 1. E’. Voce di ripieno. // 2. Mande. Mandi. // 3. For. Fuori. // 4. Dimesso. Dismesso. Mutato. // 6. Usato. Consueto. // 7. Il quando. Cioè quando sarà che Laura mi chiami a sè. // 8. Devrebbe. Dovrebbe. Da presso. Vicino. // 10. Lasci. Io lasci. Sparta. Sparsa. Cioè distesa in terra. // 11. Gonna. Veste. Cioè carne. - *Cic. De Senect.: «O felicem et præclarum illum diem cum ad illud divinorum animorum concilium, cœtumque proficiscar et ex hac turba et colluvione discedam!»* // 13. Tanto su. Tanto in alto. Nel bel sereno. Nell’etere puro. Negli spazii del cielo.


    SONETTO LXXVIII.
    Le parla in sonno de’ suoi mali. Ella s’attrista.
    Ei vinto dal dolore si sveglia.

    L’aura mia sacra al mio stanco riposo
    Spira sì spesso, ch’i’ prendo ardimento
    Di dirle il mal ch’i’ ò sentito e sento;
    Che vivend’ella, non sarei stato oso.
    Io incomincio da quel guardo amoroso,
    Che fu principio a sì lungo tormento;
    Poi seguo, come misero e contento,
    Di dì in dì, d’ora in ora, Amor m’à roso.
    Ella si tace, e di pietà dipinta
    Fiso mira pur me; parte sospira
    E di lagrime oneste il viso adorna:
    Onde l’anima mia dal dolor vinta,
    Mentre piangendo allor seco s’adira,
    Sciolta dal sonno a sè stessa ritorna.

    Versi 1-2. L’aura mia sacra al mio stanco riposo Spira sì spesso. Vuol dir che Laura gli apparisce sì frequentemente nel sonno. Stanco vale travagliato, affannoso, inquieto. // 4. Non sarei stato oso. Non avrei ardito. Cioè di dirle il mal ch’i’ ò sentito per lei. // 7. Poi seguo, come. Poi seguito dicendo come. // 10. Pur. Solo. Parte. Insieme. A un medesimo tempo. Eziandio. // 12. Dal dolor. Di veder Laura a piangere. // 13. Seco. Seco medesimo. S’adira. Di essere stata cagione a Laura di farla piangere.


    SONETTO LXXIX.
    Brama la morte che Cristo sostenne per lui,
    e che Laura pure in quello sostenne.

    Ogni giorno mi par più di mill’anni,
    Ch’i’ segua la mia fida e cara duce,
    Che mi condusse al mondo, or mi conduce
    Per miglior via a vita senza affanni.
    E non mi posson ritener gl’inganni
    Del mondo, ch’il conosco: e tanta luce
    Dentr’al mio core infin dal ciel traluce,
    Ch’i’ ’ncomincio a contar il tempo e i danni.
    Nè minacce temer debbo di Morte,
    Chè ’l Re sofferse con più grave pena,
    Per farme a seguitar costante e forte;
    Ed or novellamente in ogni vena
    Intrò di lei che m’era data in sorte;
    E non turbò la sua fronte serena.

    Verso 2. Duce. Guida. Vuol dir Laura. // 3. Mi condusse. Mi guidò. Mi fu scorta. // 6. Chè. Perocchè. // 8. Il tempo. Che ho male o inutilmente speso. E i danni. Che ho fatti all’anima mia. // 10. Che. La quale. Accusativo. Il Re. Cristo. // 11. Farme. Farmi. Seguitar. Seguitarlo. // 12. Ed or. E che ora. Novellamente. Testè. Poco addietro. Non ha molto. // 13. Intrò. Entrò. Di lei. Cioè di Laura. // 14. Non turbò. Essa morte. Sua. Cioè di Laura.


    SONETTO LXXX.
    Dacch’ella morì, ei non ebbe più vita. Disprezza
    dunque ed affronta la Morte.

    Non può far Morte il dolce viso amaro;
    Ma ’l dolce viso dolce può far Morte.
    Che bisogna a morir ben altre scorte?
    Quella mi scorge ond’ogni bene imparo.
    E quei che del suo sangue non fu avaro,
    Che col piè ruppe le tartaree porte,
    Col suo morir par che mi riconforte,
    Dunque vien, Morte; il tuo venir m’è caro.
    E non tardar, ch’egli è ben tempo omai;
    E se non fosse, e’ fu ’l tempo in quel punto
    Che Madonna passò di questa vita.
    D’allor innanzi un dì non vissi mai:
    Seco fu’ in via, e seco al fin son giunto;
    E mia giornata ho co’ suoi piè fornita.

    Verso 1. Il dolce viso. Di Laura. // 3. Che bisogno c’è, che bisogno ho io, d’altre scorte, cioè d’altre guide, di altri esempii ed aiuti, a ben morire? // 4. Scorge. Guida. Onde. Dalla quale. // 7. Riconforte. Riconforti. // 8. Vien. Vieni. Imperativo. // 10. E se non fosse ancor tempo, a ogni modo io sono già morto in quel punto. // 12. Un dì non vissi mai. Non vissi pure un giorno. // 13. Fu’ in via. Cioè vissi. Al fin. Cioè al termine della vita.


    CANZONE VI.
    Gli riapparisce: e cerca, più che mai pietosa,
    di consolarlo ed acquetarlo.

    Quando il soave mio fido conforto,
    Per dar riposo alla mia vita stanca,
    Ponsi del letto in su la sponda manca
    Con quel suo dolce ragionare accorto;
    Tutto di pièta e di paura smorto,
    Dico: onde vien tu ora, o felice alma?
    Un ramoscel di palma
    Ed un di lauro trae del suo bel seno;
    E dice: dal sereno
    Ciel empireo e di quelle sante parti
    Mi mossi, e vengo sol per consolarti.

    Verso 1. Il soave mio fido conforto. Cioè Laura. // 3. Ponsi. Si pone. Cioè apparendomi in sogno. Del letto. Del mio letto. // 5. Pièta. Pietà. // 6. Vien. Vieni. // 10. Di. Da.

    In atto ed in parole la ringrazio
    Umilemente, e poi domando: or donde
    Sai tu il mio stato? Ed ella: le triste onde
    Del pianto, di che mai tu non se’ sazio,
    Con l’aura de’ sospir, per tanto spazio
    Passano al cielo e turban la mia pace.
    Sì forte ti dispiace
    Che di questa miseria sia partita,
    E giunta a miglior vita?
    Che piacer ti devria, se tu m’amasti
    Quanto in sembianti e ne’ tuo’ dir mostrasti.

    Verso 2. Or donde. Ma da che, da che cosa, come. // 5. Per tanto spazio. Cioè varcando tutto lo spazio che è tra la terra e il cielo. // 7. Sì forte. Tanto. // 8. Sia. Io sia. // 10. Che. La qual cosa. Devria. Dovria. // 11. In sembianti. In quel che appariva. Ne’ tuo’ dir. Ne’ tuoi detti. Nelle tue parole.

    Rispondo: io non piango altro che me stesso,
    Che son rimaso in tenebre e ’n martìre,
    Certo sempre del tuo al ciel salire
    Come di cosa ch’uom vede da presso.
    Come Dio e Natura avrebben messo
    In un cor giovenil tanta virtute,
    Se l’eterna salute
    Non fosse destinata al suo ben fare?
    O de l’anime rare,
    Ch’altamente vivesti qui fra noi,
    E che subito al ciel volasti poi!

    Verso 3. Del tuo al ciel salire. Che tu sei salita al cielo. // 4. Come uno è certo di cosa ch’ei vegga da vicino. // 5. Avrebben. Avrebbero. // 9. O anima del numero delle rare. O anima rara. // 10. Altamente. Nobilmente. Virtuosamente. Santamente.

    Ma io che debbo altro che pianger sempre,
    Misero e sol, che senza te son nulla?
    Ch’or foss’io spento al latte ed a la culla,
    Per non provar de l’amorose tempre!
    Ed ella: a che pur piangi e ti distempre?
    Quant’era meglio alzar da terra l’ali;
    E le cose mortali
    E queste dolci tue fallaci ciance
    Librar con giusta lance;
    E seguir me, s’è ver che tanto m’ami,
    Cogliendo omai qualcun di questi rami!

    Verso 1. Che debbo altro che. Che altro debbo se non. Che debbo fare, altro che. // 3. Cioè fossi morto nella infanzia, subito nato. Forma desiderativa. - *Proper.: «Atque utinam primis animam me ponere cunis, Jussisset quævis de tribus una soror.»* // 4. De l’amorose tempre. Cioè lo stato amoroso. // 5. Ti distempre. Ti distempri. Ti struggi. // 9. Librar. Pesare. Lance. Bilancia. // 11. Cogliendo. Dipende dalle parole seguir me. Di questi rami. Di quelli detti nei versi settimo e ottavo della prima Stanza.

    I’ volea dimandar, rispond’io allora,
    Che voglion importar quelle due frondi.
    Ed ella: tu medesmo ti rispondi,
    Tu la cui penna tanto l’una onora.
    Palma è vittoria; ed io, giovene ancora,
    Vinsi ’l mondo e me stessa: il lauro segna
    Trionfo, ond’io son degna,
    Mercè di quel Signor che mi diè forza.
    Or tu, s’altri ti sforza,
    A lui ti volgi, a lui chiedi soccorso;
    Sì che siam seco al fine del tuo corso.

    Verso 2. Importar. Significare. Quelle due frondi. Cioè quei due rami. // 3. Ti rispondi. Imperativo. // 4. L’una. L’una di queste due frondi. Cioè il lauro. // 5. Giovene. Giovane. // 6. Segna. Significa. Dinota. // 7. Onde. Di che. Della qual cosa. // 9. Altri. Cioè il mondo, le passioni o simili. Ti sforza. Ti fa forza. // 11. Sì che. Acciocchè. Del tuo corso. Della tua vita.

    Son questi capei biondi e l’aureo nodo,
    Dico io, ch’ancor mi stringe, e quei begli occhi
    Che fur mio Sol? Non errar con gli sciocchi,
    Nè parlar, dice, o creder a lor modo.
    Spirito ignudo sono; e ’n ciel mi godo:
    Quel che tu cerchi, è terra già molt’anni:
    Ma per trarti d’affanni,
    M’è dato a parer tale. Ed ancor quella
    Sarò, più che mai bella,
    A te più cara, sì selvaggia e pia,
    Salvando insieme tua salute e mia.

    Verso 5. Mi. Voce che ridonda. // 6. Quel che tu cerchi. Cioè il mio corpo. Già molt’anni. Gia da più anni. // 8-11. M’è dato a parer. Mi è conceduto di parere. Tale. Cioè vestita di corpo. Ed ancora, cioè un’altra volta (e vuol dire, dopo la risurrezione della carne), sarò quella sì selvaggia e pia, cioè quella donna sì dura ad un tempo e sì pietosa, ch’io fui già per salvare la tua salute e la mia; e sarò più bella e a te più cara che mai.

    I’ piango; ed ella il volto
    Con le sue man m’asciuga; e poi sospira
    Dolcemente; e s’adira
    Con parole che i sassi romper ponno:
    E dopo questo, si parte ella e ’l sonno.

    Verso 4. Ponno. Possono. // 5. Ovid.: «Postea discedunt pariter, somnusque Deusque.» E Dante: «Poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro.»*


    CANZONE VII.
    Amore accusato forma, nel discolparsi,
    il più splendido elogio di Laura.

    Quell’antiquo mio dolce empio signore
    Fatto citar dinanzi a la reina
    Che la parte divina
    Tien di nostra natura e ’n cima sede,
    Ivi, com’oro che nel foco affina,
    Mi rappresento carco di dolore,
    Di paura e d’orrore,
    Quasi uom che teme morte e ragion chiede;
    E ’ncomincio: Madonna, il manco piede
    Giovenetto pos’io nel costui regno:
    Ond’altro ch’ira e sdegno
    Non ebbi mai; e tanti e sì diversi
    Tormenti ivi soffersi.
    Ch’al fine vinta fu quella infinita
    Mia pazienza, e ’n odio ebbi la vita.

    Verso 1. Cioè Amore. Antiquo. Antico. Empio. Spietato. // 2. Fatto citar. Essendo da me stato fatto citare. A la reina. Vuol dir la Ragione. // 4. In cima. Di nostra natura. Sede. Siede. // 5. Ivi. Cioè innanzi alla Ragione. Affina. Si affina. // 6. Mi rappresento. Mi appresento. Comparisco. // 8. Ragion. Giustizia. // 10. Pos’io. Posi io. Nel costui regno. Nel regno di costui. - E dice il manco piede, per dinotare che fu un passo infelice, un traviamento. [A.] // 11. Onde. Dalla qual cosa. Per la qual cosa. Ovvero, dal quale, cioè da costui. // 13. Ivi. Nel regno di costui.

    Così ’l mio tempo in fin qui trapassato
    È in fiamma e ’n pene; e quante utili oneste
    Vie sprezzai, quante feste,
    Per servir questo lusinghier crudele!
    E qual ingegno à sì parole preste
    Che stringer possa ’l mio infelice stato,
    E le mie d’esto ingrato
    Tante e sì gravi e sì giuste querele?
    Oh poco mèl, molto aloè con fele!
    In quanto amaro à la mia vita avvezza
    Con sua falsa dolcezza,
    La qual m’attrasse a l’amorosa schiera!
    Che, s’i’ non m’inganno, era
    Disposto a sollevarmi alto da terra:
    E’ mi tolse di pace e pose in guerra.

    Verso 1. Infin qui. Fino a ora. // 3. Vie. Cioè occupazioni, studi. Quante feste. Quanti godimenti. // 5. À sì parole preste. Ha parole sì apparecchiate, sì spedite. // 6. Stringer. Dir pienamente con brevità. // 7. D’esto. Di questo. // 9. Fèle. Fiele. - *Giov.: «Plus aloes quam mellis habet.»* // 10. Amaro. Nome sostantivo. Avvezza. Avvezzata. // 13. Era. Io era. // 14. Virg.: «Me quoque Tollere humum, victorque virum volitare per ora.»* - Disposto. Atto. Idoneo. [A.] // 15. E pose. E mi pose.

    Questi m’à fatto men amare Dio
    Ch’i’ non devea, e men curar me stesso:
    Per una donna ò messo
    Egualmente in non cale ogni pensero.
    Di ciò m’è stato consiglier sol esso,
    Sempre aguzzando il giovenil desio
    A l’empia cote ond’io
    Sperai riposo al suo giogo aspro e fero.
    Misero! a che quel chiaro ingegno altero,
    E l’altre doti a me date dal Cielo?
    Chè vo cangiando ’l pelo,
    Nè cangiar posso l’ostinata voglia:
    Così in tutto mi spoglia
    Di libertà questo crudel ch’i’ accuso,
    Ch’amaro viver m’à volto in dolce uso.

    Verso 2. Che. Dipenda da men. Devea. Dovea. // 3-4. Ò messo Egualmente in non cale. // Ho trascurato ad un modo. Pensero. Pensiero. // 6. Il giovenil desio. Suppliscasi mio. // 7. A l’empia cote. Vuol dir la speranza. - *Oraz. Car. lib. II, od. VIII: «Ferus et Cupido Semper ardentes acuens sagittas Cote cruenta.»* // 8. Al suo giogo. Al travaglio, del travaglio, cagionatami dalla sua tirannide. // 9. A che. Suppliscasi: mi sono giovati e mi giovano. Altero. Alto. Nobile. Egregio. // 11. Chè. Poichè. Cangiando ’l pelo. Cioè invecchiando. // 13. In tutto. Del tutto. // 15. Volto. Convertito. Uso. Abito. Consuetudine. Assuefazione.

    Cercar m’à fatto deserti paesi,
    Fiere e ladri rapaci, ispidi dumi,
    Dure genti e costumi,
    Ed ogni error ch’e’ pellegrini intrica;
    Monti, valli, paludi e mari e fiumi;
    Mille lacciuoli in ogni parte tesi;
    E ’l verno in strani mesi,
    Con pericol presente e con fatica:
    Nè costui nè quell’altra mia nemica
    Ch’i’ fuggia, mi lasciavan sol un punto:
    Onde, s’i’ non son giunto
    Anzi tempo da morte acerba e dura,
    Pietà celeste à cura
    Di mia salute; non questo tiranno,
    Che del mio duol si pasce e del mio danno.

    Verso 4. E’. I. // 6. Mille lacciuoli. Cioè mille insidie, mille pericoli. Dipende da cercar. // 7. E mi ha fatto cercare il verno in mesi insoliti. Cioè m’ha condotto in paesi dove il tempo del verno si stende più che fra noi. // 9. Quell’altra mia nemica. Laura. // 10. Sol un punto. Un solo momento. // 11. Non son giunto. Non sono stato giunto, cioè sopraggiunto. // 12. Anzi tempo. Prima del tempo.

    Poi che suo fui, non ebbi ora tranquilla,
    Nè spero aver; e le mie notti il sonno
    Sbandiro, e più non ponno
    Per erbe o per incanti a sè ritrarlo.
    Per inganni o per forza è fatto donno
    Sovra miei spirti; e non sonò poi squilla,
    Ov’io sia in qualche villa,
    Ch’i’ non l’udissi: ei sa che ’l vero parlo:
    Chè legno vecchio mai non rose tarlo
    Come questi ’l mio core, in che s’annida,
    E di morte lo sfida.
    Quinci nascon le lacrime e i martìri,
    Le parole e i sospiri,
    Di ch’io mi vo stancando, e forse altrui.
    Giudica tu, che me conosci e lui.

    Verso 3. Ponno. Possono. // 5. È fatto. Si è fatto. È divenuto. Suppliscasi costui, cioè Amore. Donno. Signore. // 6. Poi. Cioè poichè egli fu fatto donno sovra miei spirti. Squilla. Campana. Segno delle ore. // 7. Ov’io sia. Dove che, dovunque, io mi trovassi. Qualche. Qualunque. Villa. Terra. Città. // 8. Ch’i’ non l’udissi. Vuol dire che esso, da che Amore si fu insignorito dell’animo suo, passava tutte le notti vegliando. Ei. Cioè Amore. // 9. Legno vecchio. Accusativo. // 10. Come questi ’l mio core. Suppliscasi rose e tuttavia rode. In che. In cui. // 11. Di morte. A morte. // 12. Quinci. Di qui. Da ciò. // 14. Di che. Di cui. Con cui. Mi vo stancando, e forse altrui. Vo stancando me stesso, e forse anco gli altri. // 15. Tu. Tu, o Ragione.

    Il mio avversario con agre rampogne
    Comincia: o donna, intendi l’altra parte,
    Che ’l vero, onde si parte
    Quest’ingrato, dirà senza difetto.
    Questi in sua prima età fu dato a l’arte
    Da vender parolette, anzi menzogne:
    Nè par che si vergogne,
    Tolto da quella noia al mio diletto,
    Lamentarsi di me, che puro e netto
    Contra al desio, che spesso il suo mal vòle,
    Lui tenni, ond’or si dòle,
    In dolce vita, ch’ei miseria chiama,
    Salito in qualche fama
    Solo per me, che ’l suo intelletto alzai
    Ov’alzato per sè non fora mai.

    Verso 1. Il mio avversario. Amore. // 2. Intendi. Ascolta. L’altra parte. Cioè l’accusato, che sono io. // 3. Che. La qual parte. Onde si parte. Dal quale si allontana. - Dirà senza difetto. Cioè tutto intiero senza tacerne punto punto. [A.] // 5-6. A l’arte Da vender parolette, anzi menzogne. Vuol dire: all’arte degli avvocati. // 7. Vergogne. Vergogni. // 8. Tolto. Essendo stato tolto, cioè trasferito. // 9. Lamentarsi. Di lamentarsi. Dipende dalle parole si vergogne. Puro e netto. Si riferisce al pronome lui, che sta nel secondo verso dopo questo. // 10. Suo. Proprio. Vole. Vuole. // 12. In dolce vita. Dipende da tenni. // 15. Non fora. Non si sarebbe.

    Ei sa che ’l grande Atride e l’alto Achille
    Ed Annibàl al terren vostro amaro,
    E di tutti il più chiaro
    Un altro e di virtute e di fortuna,
    Com’a ciascun le sue stelle ordinaro,
    Lasciai cader in vile amor d’ancille:
    Ed a costui di mille
    Donne elette eccellenti n’elessi una
    Qual non si vedrà mai sotto la luna,
    Benchè Lucrezia ritornasse a Roma;
    E sì dolce idïoma
    Le diedi ed un cantar tanto soave,
    Che pensier basso o grave
    Non potè mai durar dinanzi a lei.
    Questi fur con costui gl’inganni miei.

    Verso 1. Oraz.: «Prius insolentem Serva Briseis niveo colore Movit Achillem, ec. Arsit Atrides medio in triumpho Virgine rapta.»* // 2. Al terren vostro. All’Italia. Amaro. Dipende da Annibal. // 3-4. E un altro più chiaro di tutti per virtù e per fortuna. Intende di Scipione Affricano il maggiore. // 6. Ancille. Ancelle. // 9. Qual. Cioè tale, che una simile a lei. // 10. Benchè. Se anche. Quando pure. // 11. Sì dolce idioma. Un dire, un favellar, sì dolce. // 13. Grave. Molesto. Spiacevole.

    Questo fu il fel, questi gli sdegni e l’ire,
    Più dolci assai che di null’altra il tutto.
    Di buon seme mal frutto
    Mieto; e tal merito à chi ’ngrato serve.
    Sì l’avea sotto l’ali mie condutto,
    Ch’a donne e cavalier piacea ’l suo dire;
    E sì alto salire
    Il feci, che tra’ caldi ingegni ferve
    Il suo nome, e de’ suoi detti conserve
    Si fanno con diletto in alcun loco;
    Ch’or saria forse un roco
    Mormorador di corti, un uom del vulgo:
    I’ l’esalto e divulgo
    Per quel ch’egli ’mparò ne la mia scola
    E da colei che fu nel mondo sola.

    Verso 1. Fèl. Fiele. // 2. Che di null’altra il tutto. Che l’intiero godimento di qualunque altra donna. Null’altra sta per niun’altra. // 4. Merito. Premio. Chi ’ngrato serve. Chi fa bene a un ingrato. // 5. Cioè: io l’aveva sì fattamente educato. // 8. Ferve. Vuol dire: è famoso. // 9-10. De’ suoi detti conserve Si fanno. Cioè si raccolgono e serbansi a memoria o in iscritture i suoi detti. // 13. E divulgo. E lo rendo famoso. // 14. Per quel. Per mezzo, per virtù, di quello. // 15. Sola. Senza pari.

    E per dir a l’estremo il gran servigio,
    Da mill’atti inonesti l’ò ritratto;
    Chè mai per alcun patto
    A lui piacer non poteo cosa vile;
    Giovene schivo e vergognoso in atto
    Ed in pensier, poi che fatt’era uom ligio
    Di lei, ch’alto vestigio
    L’impresse al core, e fecel suo simìle.
    Quanto à del pellegrino e del gentile,
    Da lei tène e da me, di cui si biasma.
    Mai notturno fantasma
    D’error non fu sì pien, com’ei vêr noi;
    Ch’è in grazia, da poi
    Che ne conobbe, a Dio ed a la gente
    Di ciò il superbo si lamenta e pente.

    Verso 1. E per dire in somma il gran benefizio che gli ho fatto. // 2. Atti. Azioni. // 3. Patto. Modo. // 4. Poteo. Potè. // 6. Poi che fatt’era. Divenuto che fu. Ligio. Devoto. // 7-8. Alto vestigio L’impresse al core. Cioè gli si stampò profondamente nel cuore. // 9-10. Quanto egli ha di raro e di gentile, tutto lo ha da quella donna e da me, dei quali si biasima, cioè si querela. Tène sta per tiene. // 12. Com’ei vêr noi. Come egli è pieno di errore verso noi, cioè nel giudizio che fa di noi. // 13-14. Che solo da poi che ci ha conosciuti, è in grazia, cioè accetto e gradito, a Dio ed agli uomini. // 15. E pente. E si duole. E gliene dispiace.

    Ancora (e questo è quel che tutto avanza)
    Da volar sopra ’l ciel gli avea dat’ali
    Per le cose mortali,
    Che son scala al Fattor, chi ben l’estima.
    Che mirando ei ben fiso quante e quali
    Eran virtuti in quella sua speranza,
    D’una in altra sembianza
    Potea levarsi a l’alta cagion prima:
    Ed ei l’à detto alcuna volta in rima.
    Or m’à posto in obblio con quella donna
    Ch’i’ li die’ per colonna
    De la sua frale vita. A questo, un strido
    Lagrimoso alzo, e grido:
    Ben me la diè, ma tosto la ritolse.
    Risponde: io no, ma chi per sè la volse.

    Verso 1. Ancor. Di più. Oltracciò. E questo è quel che tutto avanza. E questo è il più. E questa è la cosa principale. // 2-4. Io gli aveva date ali da volare al cielo, innalzandosi per via delle cose mortali, che, a ben giudicarle, sono scala da salire al creatore. // 5-6. Chè. Perocchè. Quante e quali Eran virtuti. Quante e quali virtù si trovavano. In quella sua speranza. In Laura. // 7-8. Poteva, salendo su per le cose visibili, da una ad un’altra, innalzarsi fino a Dio. // 10. Ora egli si è dimenticato di me e di quella donna. // 11. Li die’. Gli diedi. // 12. A questo. Qui. // 14. Ben. Vero è che. // 15. Chi per sè la volse. Chi la volle per sè. Cioè Dio.

    Al fin ambo conversi al giusto seggio,
    Io con tremanti, ei con voci alte e crude,
    Ciascun per sè conchiude:
    Nobile donna, tua sentenza attendo.
    Ella allor sorridendo:
    Piacemi aver vostre questioni udite;
    Ma più tempo bisogna a tanta lite.

    Verso 1. Conversi. Rivolti. Al giusto seggio. Al tribunale della Ragione. // 2. Con tremanti. Suppliscasi voci. // 3. Ciascun. Ciascuno de’ due. Per sè. Per la sua parte. Dalla sua parte. Conchiude. Conchiude dicendo. // 7. A tanta lite. A sciorre, a decidere, tanta lite, cioè lite sì difficile o di tanto momento. - *Cino: «A sì gran piato Conven più tempo a dar sentenzia vera.»*


    SONETTO LXXXI.
    La sua grave età e i saggi consigli di lei
    lo fanno rientrare in sè stesso.

    Dicemi spesso il mio fidato speglio,
    L’animo stanco e la cangiata scorza
    E la scemata mia destrezza e forza:
    Non ti nasconder più; tu se’ pur veglio.
    Obbedir a Natura in tutto è il meglio;
    Ch’a contender con lei il tempo ne sforza.
    Subito allor, com’acqua il foco ammorza,
    D’un lungo e grave sonno mi risveglio:
    E veggio ben che ’l nostro viver vola,
    E ch’esser non si può più d’una volta;
    E ’n mezzo ’l cor mi sona una parola
    Di lei ch’è or dal suo bel nodo sciolta,
    Ma ne’ suoi giorni al mondo fu sì sola,
    Ch’a tutte, s’i’ non erro, fama à tolta.

    Verso 1. Fidato. Fido. Speglio. Specchio. // 2. Scorza. Cioè corpo. // 4. Non ti nasconder più. A te stesso. Non dissimular più il vero a te medesimo. // 5. In tutto. Onninamente. Dipende dalle parole è il meglio, non da obbedir. // 6. Che il tempo ci toglie le forze, ne sforza, da poter contrastare a lei, cioè alla Natura. // 10. Esser. Cioè al mondo. Vivere. - *Sil. Ital.: «Nec nasci bis posse datur.»* // 11. Una parola. Intende di qualche documento o ricordo morale datogli da Laura. // 12. Dal suo bel nodo. Cioè dai lacci del corpo. // 13. Ne’ suoi giorni. Mentre visse. Sola. Singolare. Senza pari. - *Var. del Cod. Bolognese: Di lei ch’è or da le sue membra sciolta. Ma nel suo tempo ec.*


    SONETTO LXXXII.
    Ha sì fiso in Laura il pensiero,
    che gli par d’esser in cielo, e di parlar seco lei.

    Volo con l’ali de’ pensieri al Cielo
    Sì spesse volte, che quasi un di loro
    Esser mi par ch’ànno ivi il suo tesoro,
    Lasciando in terra lo squarciato velo.
    Talor mi trema il cor d’un dolce gelo,
    Udendo lei per ch’io mi discoloro,
    Dirmi: amico, or t’amo io ed or t’onoro,
    Perch’ài costumi varïati e ’l pelo.
    Menami al suo Signor: allor m’inchino,
    Pregando umilemente che consenta
    Ch’i’ stia a veder e l’uno e l’altro volto.
    Risponde: egli è ben fermo il tuo destino;
    E per tardar ancor vent’anni o trenta,
    Parrà a te troppo, e non fia però molto.

    Verso 2. Di loro. Di coloro. // 2. Il suo tesoro. Il lor tesoro, che è Dio. // 4. Lasciando. Cioè avendo lasciato. Lo squarciato velo. Cioè il loro corpo morto. // 6. Perch’io. Per cagion della quale io. // 8. Perchè hai variati, cioè cangiati, i costumi e il pelo. // 9. Menami. Mi mena. Persona terza. Al suo Signor. Dinanzi a Dio. // 10. Pregando. Pregando lui, cioè Dio. Consenta. Permetta. Conceda. // 11. Stia. Cioè mi fermi, rimanga, in cielo. L’uno e l’altro volto. Cioè il volto di Dio e quel di Laura. // 12. Egli. Voce che soprabbonda. Fermo. Fermato. Stabilito. Il tuo destino. Cioè che tu venga a star quassù in cielo. // 13. E per tardar. E se questo tuo destino, cioè l’adempimento di esso, tarderà. // 14. Parrà. Suppliscasi questo spazio di tempo, questa tardanza, o cosa simile.


    SONETTO LXXXIII.
    Sciolto da’ lacci d’Amore,
    infastidito e stanco di sua vita, ritornasi a Dio.

    Morte à spento quel Sol ch’abbagliar suolmi
    E ’n tenebre son gli occhi interi e saldi;
    Terra è quella ond’io ebbi e freddi e caldi:
    Spenti son i miei lauri, or querce ed olmi:
    Di ch’io veggio ’l mio ben; e parte duolmi.
    Non è chi faccia e paventosi e baldi
    I miei pensier, nè chi gli agghiacci e scaldi,
    Nè chi gli empia di speme e di duol colmi.
    Fuor di man di colui che punge e molce,
    Che già fece di me sì lungo strazio,
    Mi trovo in libertate amara e dolce:
    Ed al Signor ch’i’ adoro e ch’i’ ringrazio
    Che pur col ciglio il ciel governa, e folce,
    Torno stanco di viver, non che sazio.

    Verso 1. Abbagliar suolmi. Mi suole abbagliare. Vuol dire, m’abbagliava. // 2. Gli occhi interi e saldi. Gli occhi puri e costanti. Cioè gli occhi di Laura. // 3. E freddi e caldi. Nomi sostantivi. // 4. Or querce ed olmi. Cioè divenuti querce ed olmi, alberi rozzi. // 5. Di ch’io veggio ’l mio ben. Della qual cosa io veggo il mio bene, cioè veggo l’utile spirituale che ne segue. Parte. Insieme. Al medesimo tempo. Duolmi. Me ne duole. // 6. Non è. Non ci ha. E paventosi e baldi. Or paurosi ora arditi. // 8. Colmi. Li colmi. // 9. Di colui. Cioè d’Amore. // 12. Al Signor. Vuol dire a Dio. // 13. Pur. Solo. Semplicemente. Folce. Regge. Sostiene. // 14. Stanco di viver, non che sazio. Non pur sazio ma stanco di vivere.


    SONETTO LXXXIV.
    Conosce i suoi falli; se ne duole; e prega Dio
    di salvarlo dall’eterna pena.

    Tennemi Amor anni ventuno ardendo
    Lieto nel foco, e nel duol pien di speme;
    Poi che Madonna e ’l mio cor seco insieme
    Saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.
    Omai son stanco, e mia vita riprendo
    Di tanto error, che di virtute il seme
    À quasi spento; e le mie parti estreme,
    Alto Dio, a te devotamente rendo,
    Pentito e tristo de’ miei sì spesi anni;
    Che spender si deveano in miglior uso,
    In cercar pace ed in fuggir affanni.
    Signor, che ’n questo carcer m’ài rinchiuso,
    Trammene salvo dagli eterni danni;
    Ch’i’ conosco ’l mio fallo, e non lo scuso.

    Verso 3. Seco insieme. Insieme con lei. // 4. Dieci altri anni piangendo. Suppliscasi: tennemi Amore. // 5. Riprendo. Sgrido. Biasimo. // 7. À quasi spento. Suppliscasi in me. Le mie parti estreme. L’ultima parte della mia vita. // 9. Sì spesi. Così spesi. // 10. Deveano. Doveano. // 12. In questo carcer. Cioè in questo corpo.


    SONETTO LXXXV.
    Si umilia dinanzi a Dio, e, piangendo,
    ne implora la grazia al punto di morte.

    I’ vo piangendo i miei passati tempi
    I quai posi in amar cosa mortale,
    Senza levarmi a volo, avend’io l’ale
    Per dar forse di me non bassi esempi.
    Tu, che vedi i miei mali indegni ed empi,
    Re del cielo, invisibile, immortale,
    Soccorri a l’alma disvïata e frale,
    E ’l suo difetto di tua grazia adempi:
    Sì che, s’io vissi in guerra ed in tempesta,
    Mora in pace ed in porto; e se la stanza
    Fu vana, almen sia la partita onesta.
    A quel poco di viver che m’avanza
    Ed al morir degni esser tua man presta.
    Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

    Verso 2. Posi. Spesi. // 3-4. Avend’io l’ale Per dar forse di me non bassi esempi. Bench’io avessi indole e disposizioni tali da poter forse fare opere non ignobili. // 7. A l’alma. All’alma mia. // 8. E supplisci il suo difetto colla tua grazia. // 9. Senec.: «Si in freto viximus, moriamur in portu.»* // 10. La stanza. Cioè la mia dimora in terra. // 11. Vana. Senza utilità. La partita. La mia partenza dal mondo. Cioè la morte. Onesta. Onorevole. // 13. Al morir. Al morir mio. Alla mia morte. Degni. Si degni. Esser.... presta. Esser pronta. Cioè porgere aiuto. // 14. In altrui. In altri che in te.


    SONETTO LXXXVI.
    Ei deve la propria salvezza alla virtuosa
    condotta di Laura verso di lui.

    Dolci durezze e placide repulse,
    Piene di casto amore e di pietate;
    Leggiadri sdegni, che le mie infiammate
    Voglie tempraro (or me n’accorgo) e ’nsulse;
    Gentil parlar, in cui chiaro refulse
    Con somma cortesia somma onestate;
    Fior di virtù, fontana di beltate,
    Ch’ogni basso pensier del cor m’avulse;
    Divino sguardo, da far l’uom felice,
    Or fiero in affrenar la mente ardita
    A quel che giustamente si disdice,
    Or presto a confortar mia frale vita;
    Questo bel varïar fu la radice
    Di mia salute, che altramente era ita.

    Verso 4. Insulse. Stolte. // 5. Chiaro. Avverbio. Refulse. Risplendette. // 8. Del. Dal. Avulse. Svelse. // 9. Da. Tale da. // 10. La mente. La mia mente. // 11. A quel. A far quello. Verso quello. Dipende da ardita. Si disdice. Sconviene. Sta male. // 12. Presto. Pronto. Sollecito. // 13. La radice. Il principio. La causa. // 14. Ita. Spacciata. Perduta.


    SONETTO LXXXVII.
    Era sì piena di grazie, che, in sua morte,
    partirsi del mondo Cortesia ed Amore.

    Spirto felice, che sì dolcemente
    Volgei quegli occhi più chiari che ’l sole,
    E formavi i sospiri e le parole
    Vive ch’ancor mi sonan ne la mente,
    Già ti vid’io d’onesto foco ardente
    Mover i piè fra l’erbe e le viole,
    Non come donna ma com’angel sôle,
    Di quella ch’or m’è più che mai presente;
    La qual tu poi, tornando al tuo Fattore,
    Lasciasti in terra, e quel soave velo
    Che per alto destin ti venne in sorte.
    Nel tuo partir partì del mondo Amore
    E Cortesia, e ’l Sol cadde del cielo,
    E dolce incominciò farsi la Morte.

    Verso 2. Volgei. Volgevi. // 5. D’onesto foco ardente. Si riferisce al pronome io. // 7. Sôle. Suole. Vuol dire in atto e in sembianza non umana ma angelica. // 8. Di quella. Dipende dalle parole del sesto verso, mover i piè. - Cioè: Gia ti vidi io mover i piè di Quella ec. [A.] // 10. E quel soave velo. Cioè quel bel corpo. Suppliscasi: lasciasti in terra. // 11. Ti venne. Ti toccò. // 12-13. Del. Dal. // 14. Farsi. A farsi. A divenire. - *Dante, Canz.: «Morte, assai dolce ti tegno. Tu dê’ omai esser cosa gentile, Poi che tu se’ ne la mia donna stata.»*


    SONETTO LXXXVIII.
    Rivolgesi ad Amore perchè lo aiuti a cantare
    degnamente lo lodi di Laura.

    Deh porgi mano a l’affannato ingegno,
    Amor, ed a lo stile stanco e frale,
    Per dir di quella ch’è fatta immortale
    E cittadina del celeste regno.
    Dammi, Signor, che ’l mio dir giunga al segno
    De le sue lode, ove per sè non sale;
    Se vertù, se beltà non ebbe eguale
    Il mondo, che d’aver lei non fu degno.
    Risponde: quanto ’l Cielo ed io possiamo
    E i buon consigli e il conversar onesto,
    Tutto fu in lei di che noi Morte à privi.
    Forma par non fu mai dal dì ch’Adamo
    Aperse gli occhi in prima: e basti or questo.
    Piangendo il dico; e tu piangendo scrivi.

    Verso 1. A l’affannato ingegno. Suppliscasi mio. // 3. Fatta. Divenuta. // 5-6. Al segno De le sue lode. Cioè a pareggiare i suoi pregi. Lode sta per lodi. Ove per sè non sale. Al qual segno egli, cioè il mio dire, non sale, cioè non può salire, non arriva da per sè stesso. // 7-8. Se il mondo, che non fu degno di aver lei, non ebbe mai virtù nè beltà uguale alla sua. // 9-10. Risponde Amore: quante doti e qualità eccellenti possiamo dare il Cielo ed io, e quante si acquistano per buoni consigli, cioè per buona educazione, per senno e cose tali, e per conversazione onesta. // 11. Di che. Delle quali cose. Privi. Privati. // 12. Forma par. Bellezza uguale. Non fu mai. Non fu mai al mondo. // 14. Scrivi. Imperativo.


    SONETTO LXXXIX.
    Il mesto canto d’un augelletto gli rammenta
    i propri e più gravi affanni.

    Vago augelletto che cantando vai,
    O ver piangendo il tuo tempo passato,
    Vedendoti la notte e ’l verno a lato,
    E ’l dì dopo le spalle e i mesi gai,
    Se come i tuoi gravosi affanni sai,
    Così sapessi il mio simile stato,
    Verresti in grembo a questo sconsolato
    A partir seco i dolorosi guai.
    I’ non so se le parti sarian pari;
    Chè quella cui tu piangi è forse in vita,
    Di ch’a me Morte e ’l Ciel son tanto avari:
    Ma la stagione e l’ora men gradita,
    Col membrar de’ dolci anni e degli amari,
    A parlar teco con pietà m’invita.

    Versi 3-4. Cioè veggendo sopravvenir la notte e il verno, e veggendoti dietro le spalle, cioè trapassato, il giorno e la bella stagione. Gai. Vale lieti. // 8. Partir. Dividere. Guai. Lamenti. // 9. Le parti. Cioè la mia condizione e la tua. // 10. Quella. Cioè la tua compagna. // 11. Di che. Della qual cosa. Vuol dire: laddove quella ch’io piango, è morta. // 12-13. Ma la presente stagione ed ora poco grata, cioè la stagione del verno e l’ora della sera, e insieme la rimembranza degli anni miei dolci e di quelli amari.


    SONETTO XC.
    La morte di Laura lo consiglia a meditare
    seriamente su la vita avvenire.

    La bella donna che cotanto amavi,
    Subitamente s’è da noi partita,
    E, per quel ch’io ne speri, al ciel salita;
    Sì furon gli atti suoi dolci soavi.
    Tempo è da ricovrare ambe le chiavi
    Del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,
    E seguir lei per via dritta e spedita;
    Peso terren non sia più che t’aggravi.
    Poi che se’ sgombro de la maggior salma,
    L’altre puoi giuso agevolmente porre,
    Salendo quasi un pellegrino scarco.
    Ben vedi omai sì come a morte corre
    Ogni cosa creata, e quanto a l’alma
    Bisogna ir leve al periglioso varco.

    A un amico, in morte di donna amata da quello.
    Verso 2. Subitamente. In modo subitaneo. In un subito. Repentinamente. [A.] // 3. Per quel ch’io ne speri. Secondo che io ne spero. Al ciel salita. Suppliscasi è. // 4. Sì. Tanto. Talmente. // 5. Ricovrare. Ricuperare. - Ambo le chiavi del sì e del no, del volere e del non volere; solita figura. Ricovrare ambo le chiavi. Significa dunque ripigliare il dominio di sè medesimo, rifarsi libero e padrone della volontà propria. [A.] // 7. E seguir lei. E da seguir lei, andando verso il cielo. Spedita. Libera. Senza impedimenti. Senza intoppi. // 8. Peso terren. Cioè cura terrena, mondana. // 9. Sgombro. Libero. Scarico. De la maggior salma. Del maggior peso. Della cura maggiore. Cioè della tua passione amorosa, del giogo d’amore. // 10. L’altre. L’altre salme. Giuso agevolmente porre. Por giù, cioè depor, facilmente. // 11. Salendo. Verso il cielo. Quasi. Come. // 12. Sì come. Che. // 14. Leve. Lieve. Leggera. Cioè scarica di cure mondane. Al periglioso varco. A quel della morte.


    CANZONE VIII.
    Pentito, invoca Maria, e la scongiura a voler
    soccorrerlo in vita ed in morte.

    Vergine bella, che di Sol vestita,
    Coronata di stelle, al sommo Sole
    Piacesti sì, che ’n te sua luce ascose;
    Amor mi spinge a dir di te parole:
    Ma non so ’ncominciar senza tu’ aita,
    E di colui ch’amando in te si pose.
    Invoco lei che ben sempre rispose
    Chi la chiamò con fede.
    Vergine, s’a mercede
    Miseria estrema de l’umane cose
    Già mai ti volse, al mio prego t’inchina;
    Soccorri a la mia guerra;
    Bench’i’ sia terra, e tu del ciel regina.

    Alla Vergine Maria.
    I Versi 1-2. Cantic.: «Pulcherrima inter mulieres.» Apocaliss.: «Amictu sole et luna sub pedibus ejus, et in capite ejus corona stellarum.»* - Al sommo Sole. Cioè a Dio. // 3. In te sua luce ascose. Prendendo carne nel tuo grembo. // 5. Tu’ aita. Aiuto tuo. // 6. E di colui. E senz’aita di colui. Cioè di Cristo. - Amando. Per amore del genere umano. [A.] // 7. Invoco lei che. Invoco quella che. Invoco una che. Vuol dire: invoco te, che sei una che. // 8. Chi. Se uno. Se alcuno. Chiamò. Invocò. // 9-11. S’a mercede Miseria estrema de l’umane cose Già mai ti volse. Se mai alcuna estrema infelicità umana ti mosse a pietà. - Al mio prego. Alla mia preghiera. - *T’inchina. David: «Inclina aurem tuam.»* // 13. E tu. E tu sii.

    Vergine saggia, e del bel numer una
    De le beate vergini prudenti,
    Anzi la prima e con più chiara lampa;
    O saldo scudo de l’afflitte genti
    Contra ’ colpi di Morte e di Fortuna,
    Sotto ’l qual si trionfa, non pur scampa:
    O refrigerio al cieco ardor ch’avvampa
    Qui fra’ mortali sciocchi:
    Vergine, que’ begli occhi,
    Che vider tristi la spietata stampa
    Ne’ dolci membri del tuo caro figlio,
    Volgi al mio dubbio stato,
    Che sconsigliato a te vien per consiglio.

    Verso 1. E del bel numer una. E una del bel numero. // 2. Accenna la parabola evangelica delle cinque vergini sagge e delle altrettante stolte. // 3. La prima. La principale di loro. E con più chiara lampa. E quella che ha più chiara lampada o lucerna. // 6. Sotto il quale scudo, non solo si scampa, cioè si sta o si viene in salvo, ma si trionfa. // 7. Al cieco ardor. Dell’amore. Avvampa. Arde. // 10. Stampa. Vuol dir segni stampati, piaghe. // 13. Sconsigliato. Non avendo consiglio. Per. Per avere.

    Vergine pura, d’ogni parte intera,
    Del tuo parto gentil figliuola e madre,
    Ch’allumi questa vita e l’altra adorni;
    Per te il tuo figlio e quel del sommo Padre,
    O fenestra del ciel lucente, altera,
    Venne a salvarne in su gli estremi giorni;
    E fra tutt’i terreni altri soggiorni
    Sola tu fosti eletta,
    Vergine benedetta,
    Che ’l pianto d’Eva in allegrezza torni.
    Fammi, che puoi, de la sua grazia degno,
    Senza fine o beata,
    Già coronata nel superno regno.

    Verso 1. D’ogni parte. Da ogni parte. Del tutto. Intera. Perfetta, ovvero immacolata. // 2. Parto. Figlio. - *Dante Par.: «Vergine madre e figlia del tuo figlio.»* // 3. Allumi. Illumini. L’altra. L’altra vita. // 4-6. Per te, o finestra del cielo, per te come per finestra del cielo, il figliuol tuo e del divin Padre, venne a salvarci nell’ultima età del mondo. Gli antichi scrittori cristiani dividevano la durazione del mondo in sei età, l’ultima delle quali stabilivano dalla venuta di Cristo al Giudizio finale. - *Virg.: «Ultima Cumæi venit jam carminis ætas.»* // 10. Torni. Volgi. - *Anticlaudian.: «Crimina matris Ista lavit, matremque facit sua nata renasci.»* // 11. Che puoi. Che ben lo puoi. Sua. Cioè del tuo figlio. // 12. O beata senza fine.

    Vergine santa, d’ogni grazia piena,
    Che per vera ed altissima umiltate
    Salisti al ciel, onde miei preghi ascolti;
    Tu partoristi il fonte di pietate,
    E di giustizia il Sol, che rasserena
    Il secol pien d’errori oscuri e folti:
    Tre dolci e cari nomi à’ in te raccolti,
    Madre, figliuola e sposa;
    Vergine glorïosa,
    Donna del Re che nostri lacci à sciolti,
    E fatto ’l mondo libero e felice;
    Ne le cui sante piaghe,
    Prego ch’appaghe il cor, vera beatrice.

    Verso 7. À’. Hai. // 10. Donna. Signora. - *Cantic.: «Sponsa mea, amica mea.» Che i nostri lacci ec. «Laqueus contritus est, et nos liberati sumus.»* // 11. E fatto. E che ha fatto. // 13. Ch’appaghe il cor. Che tu appaghi il mio cuore.

    Vergine sola al mondo, senza esempio;
    Che ’l Ciel di tue bellezze innamorasti;
    Cui nè prima fu, simil, nè seconda;
    Santi pensieri, atti pietosi e casti
    Al vero Dio sacrato e vivo tempio
    Fecero in tua virginità feconda.
    Per te può la mia vita esser gioconda,
    S’a’ tuoi preghi, o Maria,
    Vergine dolce e pia,
    Ove ’l fallo abbondò la grazia abbonda.
    Con le ginocchia de la mente inchine
    Prego che sia mia scorta,
    E la mia torta via drizzi a buon fine.

    Verso 1. Cel. Sedul.: «Sola sine exemplo placuisti fœmina Cristo.»* // 3. A cui niuna fu prima, cioè superiore di eccellenza, nè simile, nè seconda. Che non avesti nè prima nè simile nè seconda. Veggasi il quinto e sesto verso del Sonetto settantesimo di questa seconda Parte. - *Cel. Sedul.: «Nec primam similem visa est, nec habere secundam.»* // 4. Ripetasi cui, e prendasi per accusativo. Atti. Cioè, azioni, opere. Pietosi. Pii. // 5. Dipende da fecero, che sta nel verso seguente. Al. Del. Sacrato. Sacro. // 8. S’a’ tuoi preghi. Se per li tuoi preghi. // 9. Pia. Pietosa. // 10. Ove. Cioè in me ove. La grazia. La grazia divina. - *San Paolo: «Ubi superabundavit peccatum, superabundet et gratia.»* // 11. Un moderno crede che il Poeta scrivesse: con le ginocchia e con la mente. Certo, scrivendo così, avrebbe scritto meglio. Ma veggiamo (come mi ha fatto notare in Bologna il conte Marchetti, dall’amicizia del quale mi tengo molto onorato) che nel suo testamento esso Poeta adoperò la medesima non lodevole traslazione che qui si legge, dicendo flexis animæ genibus; benchè fosse sano del corpo, e però avesse potuto piegare anche le ginocchia effettive se avesse voluto. Inchine. Chinate. Piegate. // 12. Che sia. Che tu sii. Scorta. Guida. // 13. Via. Cioè viaggio, cammino.

    Vergine chiara e stabile in eterno,
    Di questo tempestoso mare stella,
    D’ogni fedel nocchier fidata guida;
    Pon mente in che terribile procella
    I’ mi ritrovo, sol, senza governo,
    Ed ò già da vicin l’ultime strida.
    Ma pur in te l’anima mia si fida;
    Peccatrice, i’ nol nego,
    Vergine; ma ti prego
    Che ’l tuo nemico del mio mal non rida:
    Ricorditi che fece il peccar nostro
    Prender Dio, per scamparne,
    Umana carne al tuo virginal chiostro.

    Verso 1. Stabile In eterno. «Turris fortitudinis.»* // 2. Di questo tempestoso mare. Cioè della vita umana. - *«Ave maris stella.»* // 3. Fidata. Fida. // 4. Pon mente. Mira. Attendi. // 6. Ed ho già vicino il naufragio, la perdizione. // 10. Il tuo nemico. Il diavolo. - *Sant’Agost.: «Ne sibi risum exhibeant de me inimici mei.»* // 11-13. Sovvengati che i nostri peccati fecero che Dio, per salvarci, prese carne umana nel tuo chiostro, cioè utero, verginale.

    Vergine, quante lagrime ò già sparte,
    Quante lusinghe e quanti preghi indarno,
    Pur per mia pena e per mio grave danno!
    Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno,
    Cercando or questa ed or quell’altra parte,
    Non è stata mia vita altro ch’affanno.
    Mortal bellezza, atti e parole m’ànno
    Tutta ingombrata l’alma.
    Vergine sacra ed alma,
    Non tardar, ch’i’ son forse a l’ultim’anno.
    I dì miei, più correnti che saetta,
    Fra miserie e peccati
    Sonsen andati, e sol Morte n’aspetta.

    Verso 1. Sparte. Sparse. // 3. Pur. Solo. Non per altro che. // 5. Cioè andando or qua or là, da un paese a un altro. // 11. Correnti. Fugaci. Veloci. // 13. Sonsen. Se ne sono. N’aspetta. Ci aspetta. Cioè m’aspetta.

    Vergine, tale è terra e posto à in doglia
    Lo mio cor che vivendo in pianto il tenne;
    E di mille miei mali un non sapea;
    E per saperlo, pur quel che n’avvenne
    Fora avvenuto; ch’ogni altra sua voglia
    Era a me morte ed a lei fama rea.
    Or tu, Donna del ciel, tu nostra Dea
    (Se dir lice e conviensi),
    Vergine d’alti sensi,
    Tu vedi il tutto; e quel che non potea
    Far altri, è nulla a la tua gran virtute,
    Por fine al mio dolore;
    Che a te onore ed a me fa salute.

    Verso 1-13. Vergine; è divenuta terra e mi ha lasciato il cuore in affanno una che vivendo lo tenne similmente in pianto; e che dei mali che io sosteneva per lei non sapeva appena uno di mille; e quando più ne avesse saputo, non sarebbe però stata verso di me altra da quel che ella fu; chè il trattarmi ella altrimenti, non sarebbe potuto essere senza morte dell’anima mia nè senza infamia sua propria. Or tu, Signora del cielo, tu nostra dea, se egli è lecito e conveniente di così chiamarti, Vergine d’alto sentimento, tu vedi ogni cosa; e quello che colei non poteva fare, io dico il por fine al doler mio, egli è come nulla a rispetto della tua gran potenza; e questo atto, in cambio di far nocumento o disonore ad alcuno, sarà di onore a te, a me di salute.

    Vergine, in cui ò tutta mia speranza
    Che possi e vogli al gran bisogno aitarme,
    Non mi lasciare in su l’estremo passo:
    Non guardar me, ma chi degnò crearme;
    No ’l mio valor, ma l’alta sua sembianza
    Ch’è in me, ti mova a curar d’uom sì basso.
    Medusa e l’error mio m’àn fatto un sasso
    D’umor vano stillante;
    Vergine, tu di sante
    Lagrime e pie adempi ’l mio cor lasso;
    Ch’almen l’ultimo pianto sia devoto,
    Senza terrestro limo,
    Come fu ’l primo non d’insania vôto.

    Verso 2. Al gran bisogno. Nel mio gran bisogno. Aitarme. Aiutarmi. - *Lucan.: «Et toto solus in orbe est, Qui velit ac possit victis præstare salutem.»* // 3. In su l’estremo passo. Vicino all’estremo della vita. // 4. Crearme. Crearmi. // 5. L’alta sua sembianza. Cioè l’immagine, la similitudine, di chi degnò crearme. // 6. Curar. Aver cura. // 7. Medusa. Vuol dir Laura. // 8. Stillante d’umor vano. Cioè di lagrime stolte. // 10. Adempi. Empi. Riempi. // 1. Chè. Sicchè. Acciocchè. // 12. Cioè senza affetto mondano. Terrestro per terrestre. // 13. Come il primo, cioè il primo mio pianto, non fu vôto d’insania, cioè di follia.

    Vergine umana e nemica d’orgoglio,
    Del comune principio amor t’induca;
    Miserere d’un cor contrito, umìle:
    Che se poca mortal terra caduca
    Amar con sì mirabil fede soglio,
    Che devrò far di te, cosa gentile?
    Se dal mio stato assai misero e vile
    Per le tue man resurgo,
    Vergine, i’ sacro e purgo
    Al tuo nome e pensieri e ’ngegno e stile,
    La lingua e ’l cor, le lagrime e i sospiri.
    Scorgimi al miglior guado;
    E prendi in grado i cangiati desiri.

    Verso 2. Del comune principio. Del nostro comune creatore. - *E il Tassoni interpreta: riguarda al tuo natural principio ed all’origine che tu avesti comune e meco e con tutti gli altri uomini.* - T’induca. Ad esaudire la mia preghiera. // 3. Miserere. Abbi misericordia. // 4. Poca mortal terra caduca. Cioè un corpo umano. // 6. Devrò. Dovrò. // 8. Resurgo. Risorgo. // 12. Guidami alla miglior via. // 13. Prendi in grado. Aggradisci. I cangiati desiri. L’aver io cangiato desiderii, volgendomi dalle cose di quaggiù alle celesti.

    Il dì s’appressa, e non pote esser lunge;
    Sì corre il tempo e vola,
    Vergine unica e sola;
    E ’l cor or coscïenza or morte punge.
    Raccomandami al tuo Figliuol, verace
    Uomo e verace Dio,
    Ch’accolga il mio spirto ultimo in pace.

    Verso 1. Il dì. L’ultimo mio dì. Pote. Puote. Può. // 2. Sì. Si fattamente. // 4. E ’l cor. E il mio cuore. // 7. Spirto. Respiro.
     
    PARTE TERZA.

    TRIONFI IN VITA E IN MORTE DI MADONNA LAURA.


    ARGOMENTO GENERALE DE’ TRIONFI.

    Lo scopo del Poeta nel comporre questi Trionfi è quello stesso ch’egli ebbe nel Canzoniere, cioè di ritornare di quando in quando col pensiero or al principio, or al progresso, ed or al fine del suo innamoramento, pigliando poi frequente occasione di tributar lodi ed onori all’unico e sublime oggetto dell’amor suo.
    Onde giungere a quello scopo, immaginò di descrivere l’uomo ne’ varii suoi stati e prender quindi ben naturale argomento di parlar di sè stesso e della sua Laura.
    L’uomo nel primiero suo stato di giovinezza è vinto dagli appetiti, che possono tutti comprendersi sotto il vocabolo generico di amore, o di amor di sè stesso.
    Ma, fatto senno, vedendo egli la disconvenienza di tale suo stato, colla ragione e col consiglio lotta contro quegli appetiti, e li vince col mezzo della castità tenendosi cioè lontano dal sodisfargli.
    Tra questi combattimenti e queste vittorie sopraggiunge la morte, che, rendendo eguali i vinti e i vincitori, li toglie tutti dal mondo.
    Ma non perciò ella ha tanta forza di disperdere anche la memoria di quell’uomo, che colle sue illustri ed onorate azioni cerca di sopravvivere alla stessa sua morte. E vive egli infatti per una lunga serie di secoli colla sua fama.
    Se non che il tempo giunge a cancellar anche ogni memoria di quest’uomo, il quale infine non trova di poter esser sicuro di viver sempre, se non godendo in Dio e con Dio della sua beata eternità.
    Quindi l’Amore trionfa dell’uomo; la Castità trionfa di Amore; la Morte trionfa di ambedue; la Fama trionfa della Morte; il Tempo trionfa della Fama; e l’Eternità trionfa del Tempo.



    TRIONFO D’AMORE.

    «Trionfar volse quel che ’l vulgo adora:
    E vidi a qual servaggio ed a qual morte
    Ed a che strazio va chi s’innamora.»
    Trionfo d’amore, Cap. IV.


    CAPITOLO I.
    In questo primo capitolo riferisce un sogno, in cui vide Amore trionfante, e parte de’ prigioni di lui; introducendo un amico a significargliene i nomi.

    Nel tempo che rinnova i miei sospiri
    Per la dolce memoria di quel giorno
    Che fu principio a sì lunghi martìri,
    Scaldava il Sol già l’uno e l’altro corno
    Del Tauro, e la fanciulla di Titone
    Correa gelata al suo antico soggiorno.
    Amor gli sdegni e ’l pianto e la stagione
    Ricondotto m’aveano al chiuso loco
    Ov’ogni fascio il cor lasso ripone.
    Ivi fra l’erbe, già del pianger fioco,
    Vinto dal sonno, vidi una Gran luce,
    E dentro assai dolor con breve gioco.
    Vidi un vittorïoso e sommo duce,
    Pur com’un di color che ’n Campidoglio
    Trïonfal carro a gran gloria conduce.
    Io che gioir di tal vista non soglio,
    Per lo secol noioso in ch’io mi trovo,
    Vôto d’ogni valor, pien d’ogni orgoglio;
    L’abito altero, inusitato e novo
    Mirai alzando gli occhi gravi e stanchi:
    Ch’altro diletto che ’mparar, non provo.

    Questi Trionfi non sono altro che Visioni rappresentative dei casi di Laura e di esso Poeta, secondo che nell’uno e nell’altra in diversi tempi trionfarono, cioè signoreggiarono, l’Amore, la Castità, la Morte, lo studio della Fama, il pensiero della fiacchezza e vanità delle fatiche e delle opere umane incontro alla potenza del Tempo, e in ultimo la religione della Divinità. Delle cose istoriche o favolose, toccate dal Poeta in questi Trionfi, non mi fermerò ad esporre distintamente se non le più pellegrine, voglio dir quelle delle quali io giudicherò che si abbia o poca o niuna notizia comunemente.
    Verso 1. Cioè nel tempo di primavera. // 3. A sì lunghi martìri. Cioè alla mia passione amorosa. // 5. Del Tauro. Segno celeste. La fanciulla di Titone. La giovane donna di Titone. L’Aurora. // 6. Cioè: trascorreva il cielo. Vuol dir che era l’ora del mattino: e dica gelata, avendo riguardo al fresco che si prova in sul far del giorno. // 8. Al chiuso loco. Vuol dire a Valchiusa. // 9. Ov’ogni ec. Dove il cuore sente quella felicità e quel sollievo da’ suoi affanni, che non prova in nessun altro luogo. [A.] - Fascio. Carico. Peso. Il cor. Il mio cuore. // 10. Fra l’erbe. Dipende dalle parole vinto dal sonno, che stanno nel verso appresso. // 12. Dentro. Dentro a questa luce. Assai dolor. Molto dolore. Con breve gioco. Con poco piacere. // 13. Un vittorioso e sommo duce. Cioè Amore. // 14. Pur come. Appunto come. Propriamente come. Nè più nè meno come. Che. Accusativo. // 15. A. Con. Conduce. Suol condurre. Conduceva. // 16. Gioir. Godere. Di tal vista. Di sì fatti spettacoli di trionfi. // 19. L’abito. Vuol dire universalmente la forma di quello spettacolo. // 20. Gravi. Gravati.

    Quattro destrier via più che neve bianchi;
    Sopra un carro di foco un garzon crudo
    Con arco in mano e con saette a’ fianchi.
    Contra le qua’ non val elmo nè scudo:
    Sopra gli omeri avea sol due grand’ali
    Di color mille, e tutto l’altro ignudo:
    D’intorno innumerabili mortali,
    Parte presi in battaglia e parte uccisi,
    Parte feriti di pungenti strali.
    Vago d’udir novelle, oltra mi misi
    Tanto ch’io fui ne l’esser di quegli uno
    Ch’anzi tempo à di vita Amor divisi.
    Allor mi strinsi a rimirar s’alcuno
    Riconoscessi ne la folta schiera
    Del re sempre di lacrime digiuno.
    Nessun vi riconobbi: e s’alcun v’era
    Di mia notizia, avea cangiato vista
    Per morte, o per prigion crudele e fera.

    Verso 22. Quattro destrier. Suppliscasi mirai o vidi o cosa tale. Via più. Vie più. - Molto più. [A.] // 25. Le qua’. Le quali. // 27. E tutto l’altro. E tutto il resto del corpo. Suppliscasi avea. // 31. Vago. Desideroso. Cupido. // 32. Ne l’esser di quegli uno. Uno dell’essere, cioè della condizione di quelli. // 33. Anzi tempo. Prima del tempo. Di. Da. Dalla. // 34. Mi strinsi. Mi avvicinai. Mi accostai. [A] // 36. Cioè d’Amore. Digiuno. Sitibondo. Avido. Insaziabile. // 33. Notizia. Conoscenza. Vista. Aspetto.

    Un’ombra alquanto men che l’altre trista
    Mi si fe incontro, e mi chiamò per nome,
    Dicendo: questo per amar s’acquista.
    Ond’io, maravigliando, dissi: or come
    Conosci me, ch’io te non riconosca?
    Ed ei: questo m’avvien per l’aspre some
    De’ legami ch’io porto; e l’aria fosca,
    Contende agli occhi tuoi: ma vero amico
    Ti sono; e teco nacqui in terra tosca.
    Le sue parole e ’l ragionar antico
    Scoperson quel che ’l viso mi celava:
    E così n’ascendemmo in luogo aprico;
    E cominciò: gran tempo è ch’io pensava
    Vederti qui fra noi; chè da’ primi anni
    Tal presagio di te tua vista dava.

    Verso 42. Questo per amar s’acquista. Questo, cioè lo stato in cui tu ci vedi, è il frutto dell’amore. Questo è quel che si guadagna ad amare. // 44. Ch’io te non riconosca. Senza che io riconosca te. // 45. Questo. Che tu non mi riconoschi. // 47. Contende agli occhi tuoi. Cioè: ti vieta di potermi riconoscere. // 48. Tosca. Toscana. // 49. Antico. Già noto a me in altro tempo, ovvero da gran tempo. - *Il Tassoni vuol intendere ch’ei parlasse latino, confortando la sua opinione col verso che seguita poco dopo: Ed egli al suon del ragionar latino. Ma latino diceasi nel trecento tutto ciò che si riferisce all’Italia. L’Italiano è detto latino dall’Alighieri in più luoghi (v. Inf. XXII, 65, XXIX, 88 e 91, Purg. VII, 16 ec.); Terra latina l’Italia. (Inferno XXVII, 27). Onde io sono d’avviso che qui il ragionare antico, sia da intendersi il parlare anticato, come sarebbe stato quello di Guitton d’Arezzo, di Cino da Pistoia e d’altri poeti anteriori di tempo al Petrarca.* // 50. Scoperson. Mi scopersero. Il mi che viene appresso, serve a due verbi. Quel che ’l viso mi celava. Cioè: chi egli si fosse. Non si trova detto poi mai dal Poeta il nome di questo amico, e non è facile indovinarlo. // 51. Ne. Particella riempitiva. Aprico. Cioè alto ed aperto, da poter bene scorgere tutta quella gente. // 52. Pensava. Credeva. Mi aspettava. // 53. Qui fra noi. Cioè servo di Amore. Da’ primi anni. Infino da’ tuoi primi anni. // 54. Tal presagio. Accusativo.

    E’ fu ben ver; ma gli amorosi affanni
    Mi spaventâr sì ch’io lasciai l’impresa;
    Ma squarciati ne porto il petto e i panni:
    Così diss’io; ed ei, quand’ebbe intesa
    La mia risposta, sorridendo disse:
    O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa!
    Io non l’intesi allor; ma or sì fisse
    Sue parole mi trovo ne la testa,
    Che mai più saldo in marmo non si scrisse.
    E per la nova età, ch’ardita e presta
    Fa la mente e la lingua, il dimandai:
    Dimmi, per cortesia, che gente è questa?
    Di qui a poco tempo tu ’l saprai
    Per te stesso, rispose, e serai d’elli;
    Tal per te nodo fassi; e tu nol sai.
    E prima cangerai volto e capelli,
    Che ’l nodo di ch’io parlo si discioglia
    Dal collo e da’ tuo’ piedi ancor ribelli.

    Verso 55. Risponde il Poeta. // 56. L’impresa. Vuol dir la sequela di Amore. // 63. Che mai non si scrisse, non fu scritta parola alcuna più saldamente in marmo. // 64-65. E per quell’ardire e quella prestezza di mente e di lingua che suole essere in giovani come io era, lo interrogai. // 64-69. Chi dovesse mostrare i vari usi del per potrebbe citar questi versi; dov’essa trovasi quattro volte, e presta quattro differenti uffici. [A.] // 68. Per te stesso. Da te stesso. Per propria esperienza. Serai d’elli. Sarai di loro, uno del loro numero. // 69. Fassi. Si fa. Si prepara. // 70. Cangerai. Per vecchiezza. // 71. Che. Dipende dalla voce prima del verso addietro. // 72. Dal collo. Dal tuo collo. Ancor ribelli. Fin qui ribelli ad Amore.

    Ma per impir la tua giovenil voglia,
    Dirò di noi, e prima del maggiore,
    Che così vita e libertà ne spoglia.
    Quest’è colui che ’l mondo chiama Amore;
    Amaro, come vedi, e vedrai meglio
    Quando fia tuo, come nostro signore;
    Mansueto fanciullo, e fiero veglio;
    Ben sa ch’il prova; e fiati cosa piana
    Anzi mill’anni; e ’nfin ad or ti sveglio.
    Ei nacque d’ozio e di lascivia umana;
    Nudrito di pensier dolci e soavi;
    Fatto signor e dio da gente vana.
    Qual è morto da lui, qual con più gravi
    Leggi mena sua vita aspra ed acerba,
    Sotto mille catene e mille chiavi.
    Quel che ’n sì signorile e sì superba
    Vista vien prima, è Cesar, che ’n Egitto
    Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba.

    Verso 73. Ma per soddisfare al tuo giovanile desiderio, cioè di saper che gente sia questa. Impir per empir. // 74. Prima. Primieramente. Del maggiore. Del nostro principe. Cioè di Amore. // 75. Vita e libertà, ne spoglia. Ci spoglia di vita e di libertà. - Il verbo spogliare è usato qui come in quei versi dall’Alighieri: «Tu ne vestisti Queste misere carni, e tu le spoglia.» [A.] // 76. Che. Accusativo. // 78. Quando egli sarà signore di te come è già signore di noi. // 79. Cioè, dolce in principio, ed acerbo in progresso e in fine. Veglio. Vecchio. - *Cod. Bol.: Giovincel mansueto.* // 80. Ben sa. Ben lo sa. E fiati cosa piana. E ciò ti sarà manifesto. Fiati vale ti fia. // 81. Anzi mill’anni. Prima di mille anni. Avanti che sieno passati mille anni. Modo di dire, che vale di qui a non molto. Infin ad or. Infin da ora. Ti sveglio. Ti ammonisco, ti avviso, acciocchè ti abbi l’occhio, ti tenga in guardia. // 82. Senec. Ottav.: «Amor est juventa, gignitur luxu, otio, Nutritur inter læta fortunæ bona.» Parve il contrario ad Ovid.: «Qui non vult esse desidiosus, amet.»* // 85. Qual. Chi. Alcuno. Morto. Ucciso. // 89. Vista. Aspetto. Prima. Avanti agli altri. Che. Accusativo. // 90. Legò tra’ fiori e l’erba. Fece servo con lusinghe e piaceri.

    Or di lui si trionfa: ed è ben dritto,
    Se vinse il mondo ed altri à vinto lui,
    Che del suo vincitor si glorie il vitto.
    L’altro è ’l suo figlio: e pur amò costui
    Più giustamente: egli è Cesar Augusto;
    Che Livia sua, pregando, tolse altrui.
    Nerone è ’l terzo, dispietato e ’ngiusto:
    Vedilo andar pien d’ira e di disdegno:
    Femmina ’l vinse; e par tanto robusto.
    Vedi ’l buon Marco d’ogni laude degno,
    Pien di filosofia la lingua e ’l petto:
    Pur Faüstina il fa qui stare a segno.
    Que’ duo pien di paura e di sospetto,
    L’un è Dionisio e l’altro è Alessandro:
    Ma quel di suo temere à degno effetto.
    L’altro è colui che pianse sotto Antandro
    La morte di Creusa, e ’l suo amor tolse
    A quel che ’l suo figliuol tolse ad Evandro.

    Verso 91. Di lui si trionfa. Cioè: Amore trionfa di lui. È ben dritto. È ben ragione, ragionevole, giusto. // 92. Altri. Cioè Amore. // 93. Che il vinto, cioè il mondo, si glorii del suo vincitore, cioè si rallegri della rotta di costui. // 96. Altrui. Al marito Tiberio Nerone. // 99. Femmina ec. Poppea. [A.] // 100. Marco. Marco Aurelio. // 102. Il fa qui star a segno. Cioè: lo tien soggetto. - *Per verità Marc’Aurelio fu piuttosto allucinato dalla moglie, che fatto star a segno, la qual frase par che dinoti una forza fisica o morale adoperata a infrenarne una minore, ma non meno presuntuosa. [A.] // 103. Pien. Pieni. // 104. Dionisio. Tiranno di Siracusa. Alessandro. Tiranno di Fera in Tessaglia. // 105. Qual. Intende di Alessandro, ucciso per opera della moglie, stanca de’ colui sospetti. // 106. Colui. Vuol dire Enea. Antandro. Città della Misia appiè del monte Ida. // 107. Il suo amor. Lavinia. Il pronome suo si riferisce a Turno, accennato nel verso seguente. // 108. A quel. Cioè a Turno. Che ’l suo figliuol tolse ad Evandro. Cioè che uccise Pallante, figliuolo d’Evandro.

    Udito ài ragionar d’un che non volse
    Consentire al furor de la matrigna,
    E da’ suoi preghi per fuggir si sciolse:
    Ma quella intenzïon casta e benigna
    L’uccise; sì l’amore in odio torse
    Fedra amante terribile e maligna.
    Ed ella ne morio; vendetta forse
    D’Ippolito, di Teseo e d’Adrianna,
    Ch’amando, come vedi, a morte corse.
    Tal biasma altrui che sè stesso condanna;
    Chè chi prende diletto di far frode,
    Non si de’ lamentar s’altri l’inganna.
    Vedi ’l famoso, con tante sue lode,
    Preso menar fra due sorelle morte:
    L’una di lui, ed ei de l’altra gode.
    Colui ch’è seco, è quel possente e forte
    Ercole, ch’Amor prese; e l’altro è Achille,
    Ch’ebbe in suo amor assai dogliosa sorte.

    Verso 109. D’un. Cioè d’Ippolito. Volse. Volle. // 110. Al furor. All’amor forsennato e furioso. De la matrigna. Cioè di Fedra. // 111. Per fuggir si sciolse. Si liberò fuggendo. // 112. Quella. Quella sua. Intenzion. Deliberazione di non consentire alla matrigna e di fuggirsene. // 113. Sì. Sì fattamente. L’amore. Accusativo. Torse. Cangiò. // 115. Morio. Morì. Vendetta. In vendetta. A vendetta. // 116. D’Adrianna. D’Arianna, abbandonata già da Teseo, per amor di Fedra. // 117. Come vedi. Poichè ella è qui fra noi. // 118. Alcuni, biasimando altrui, vengono a condannar sè stessi. // 119. Di far frode. Come fece Teseo ad Arianna. // 120. De’. Dee. Debbe. S’altri l’inganna. Come accadde a Teseo, ingannato da Fedra. // 121. Il famoso. Cioè Teseo. Con. Non ostante. Lode. Lodi. Cioè virtù e fatti eroici. // 122. Menar. Esser qui menato da Amore in trionfo. Due sorelle. Arianna e Fedra. // 123. L’una, cioè Arianna, è invaghita, è spasimata, di lui, ed esso dell’altra, cioè di Fedra. // 125. Che. Accusativo. // 126. Chi crede che il Poeta avesse nei trionfi desiderio di emular Dante, potrà notar questo verso, dove per verità è detto più chiaramente ciò che Dante volle dire col suo: «Che con Amore al fine combatteo.» [A.]

    Quell’altro è Demofonte, e quella è Fille:
    Quell’è Giason, e quell’altra è Medea,
    Ch’Amor e lui seguì per tante ville.
    E quanto al padre ed al fratel fu rea,
    Tanto al suo amante più turbata e fella;
    Che del suo amor più degna esser credea.
    Isifile vien poi; e duolsi anch’ella
    Del barbarico amor che ’l suo gli à tolto:
    Poi vien colei ch’à ’l titol d’esser bella,
    Seco à ’l pastor che mal il suo bel volto
    Mirò sì fiso; ond’uscîr gran tempeste,
    E funne il mondo sottosopra vòlto.
    Odi poi lamentar fra l’altre meste
    Enone di Paris, e Menelao
    D’Elena; ed Ermïon chiamare Oreste;
    E Laodamia il suo Protesilao,
    Ed Argia Polinice, assai più fida
    Che l’avara moglier d’Anfiarao.

    Verso 129. Lui. Cioè Giasone. Ville. Terre. Città. // 130. Quanto. Quanto più. // 131-132. Tanto più fu corrucciata e crudele con Giasone quando egli l’ebbe abbandonata, perocchè ella si pensava di esser tanto più degna dell’amor suo, quanto più iniquamente e spietatamente si era portata col padre e col fratello proprio, per salvare e seguitar lui. // 134. Cioè, dell’amor di Medea, donna di nazione barbara, per la quale Isifile fu abbandonata dall’amor suo, cioè da Giasone. // 135. Colei. Vuol dire Elena. Ch’à ’l titol d’esser bella. Cioè, che ha fama di beltà principale, la principal fama di bellezza. // 136. Il pastor. Paride. Mal. Infelicemente. // 137. Onde uscîr ec. Anche qui è qualche indizio dell’anzidetta emulazione. Ma Dante qui non fu vinto. Le grandi tempeste e il volgere sottosopra il mondo fanno gran chiasso e pur non dicono quanto le parole semplici e storicamente vere di Dante: «Elena vidi per cui tanto reo Tempo si volse.» [A.] // 139. Lamentar. Lamentarsi. // 140. Di Paris. Di Paride. Dipende da lamentar. // 144. L’avara moglier d’Anfiarao. Erifile.

    Odi i pianti e i sospiri, odi le strida
    De le misere accese, che gli spirti
    Rendero a lui che ’n tal modo le guida.
    Non poria mai di tutti il nome dirti:
    Chè non uomini pur, ma Dei, gran parte
    Empion del bosco degli ombrosi mirti.
    Vedi Venere bella e con lei Marte,
    Cinto di ferri i piè, le braccia e ’l collo;
    E Plutone e Proserpina in disparte;
    Vedi Giunon gelosa, e ’l biondo Apollo,
    Che solea disprezzar l’etate e l’arco
    Che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.
    Che debb’io dir? in un passo men varco:
    Tutti son qui prigion gli Dei di Varro;
    E di lacciuoli innumerabil carco,
    Vien catenato Giove innanzi al carro.

    Verso 145. Dante Inf.: «Quivi sospiri pianti ed alti guai.»* // 146-147. Accese. Innamorate. Gli spirti Rendero a lui. Rendettero l’alma ad Amore. Vuol dire: morirono per amore. // 143. Poria. Potrei. - *Dante Inf.: «Io non posso ritrar di tutti appieno.»* // 149. Pur. Solo. // 150. Del bosco degli ombrosi mirti. Del bosco di Amore. // 152. Cinto di ferri. Di Marte armato e di Marte irretito si può intendere.... intenderei più volentieri di Marte armato da capo a piedi. [T.] // 153. Dante Inf.: «E solo in parte vidi il Saladino.»* // 155. L’etate e l’arco. Cioè; l’età fanciullesca e l’arco d’Amore. // 156. Tal crollo. Cioè tal colpo. Accenna l’amore di Apollo verso Dafne. // 157. In un passo men varco. Vuol dire: stringerò il tutto in due parole. Men vale me ne. // 153. Prigion. Prigioni. Gli Dei di Varro. Gli Dei menzionati da Varrone in una sua opera della genealogia degli Dei. // 159. Innumerabil. Innumerabili. // 160. Catenato. Incatenato. Al carro. Di Amore.


    CAPITOLO II.
    Narra un ragionamento avuto con Messinissa e con Sofonisba; dopo il quale ne rapporta un altro tenuto con Seleuco. Appresso per una comparazione dimostra la grande moltitudine degli amanti ch’egli non riconobbe; e conchiude nominandone alcuni che raffigurò.

    Stanco già di mirar, non sazio ancora,
    Or quinci or quindi mi volgea, guardando
    Cose ch’a ricordarle è breve l’ora.
    Giva ’l cor di pensier in pensier, quando
    Tutto a sè ’l trasser duo ch’a mano a mano
    Passavan dolcemente ragionando.
    Mossemi ’l lor leggiadro abito strano,
    E ’l parlar peregrin, che m’era oscuro,
    Ma l’interprete mio mel fece piano.
    Poi ch’io seppi chi eran, più securo
    M’accostai lor; chè l’un spirito amico
    Al nostro nome, l’altro era empio e duro.
    Fecimi al primo: o Massinissa antico,
    Per lo tuo Scipïon e per costei,
    Risponder non t’incresca a quel ch’io dico.
    Mirommi, e disse: volentier saprei
    Chi tu se’ innanzi, da poi che sì bene
    Ài spiati amboduo gli affetti miei.

    Verso 1. Gioven.: «Et lassata viris, nondum satiata recessit.»* // 2. Or quinci or quindi. Or di qua or di là. // 3. È breve l’ora. Il tempo mi mancherebbe. - *Dante Inf. XV.: «Che ’l tempo saria corto a tanto suono.»* // 5. Il trasser. Trassero il mio cuore, cioè il mio spirto. A mano a mano. Insieme. A paro. Di pari. - E perchè non anco: Tenendosi per mano? [A.] // 7. Mossemi. Attirò la mia attenzione.* - Abito. Portamento. // 9. L’interprete mio. Quello spirito detto nel verso quarantesimo e susseguenti del Capitolo di sopra. // 11. Chè. Dei quali. // 12. Al nostro nome. Al nome italiano. Era empio e duro. Cioè nemico. Suppliscasi al nostro nome. // 13. Fecimi. Mi accostai. - Propriamente mi feci, o feci me presso al.... [A.] // 14. Costei. Cotesta tua compagna. // 17. Innanzi. Prima che tu mi dica altro. Dipende da saprei. Da poi che. Poichè. // 18. Spiati. Cioè conosciuti. Amboduo. Ambedue. Gli affetti miei. Cioè, l’amor che io porto a Scipione e a questa mia compagna.

    L’esser mio, gli risposi, non sostène
    Tanto conoscitor; chè così lunge
    Di poca fiamma gran luce non vène.
    Ma tua fama real per tutto aggiunge,
    E tal che mai non ti vedrà nè vide,
    Col bel nodo d’amor teco congiunge.
    Or dimmi, se colui ’n pace vi guide
    (E mostrai ’l duca lor,), che coppia è questa;
    Che mi par de le cose rare e fide?
    La lingua tua al mio nome sì presta,
    Prova, diss’ei, che ’l sappi per te stesso:
    Ma dirò per sfogar l’anima mesta.
    Avendo in quel sommo uom tutto ’l cor messo
    Tanto ch’a Lelio ne do vanto appena,
    Ovunque fur sue insegne fui lor presso.
    A lui fortuna fu sempre serena;
    Ma non già quanto degno era ’l valore,
    Del qual, più ch’altro mai, l’alma ebbe piena.

    Versi 19-21. Vuol dire: io non son degno, risposi, che tu conosca l’esser mio, cioè che tu sappi già chi io mi sia; perocchè da poca fiamma non può venir molta luce così lontano, cioè il mio piccolo nome non può esser giunto insino a te. - *Dante, Pur. XIV: «Dirvi chi sia saria parlare indarno, Chè ’l nome mio ancor molto non suona.»* - Sostène. Sostiene. Vène. Viene. // 22. Per tutto. Da per tutto. In ogni luogo. Aggiunge. Giunge. // 23-24. E congiunge a te con bel nodo di amore anche tali, anche di quelli, che mai non ti hanno veduto nè ti vedranno. // 25. Se. Così. Voce di desiderio. Guide. Guidi. // 26. Il duca lor. Il duce loro. Cioè Amore. Che coppia è questa. Cioè: chi siete voi due. // 27. Fide. Che vedeva in loro i segni di un amore singolarmente fedele. [A.] // 28. Al mio nome. Al proferire il mio none, come tu hai fatto. // 29. Per. Da. // 31. In quel sommo uom. Intende di Scipione Africano maggiore. Tutto ’l cor. Cioè tutto l’amor mio. // 32. Tanto che appena io cedo a Lelio, suo famoso amico, il vanto di avere amato quel sommo uomo più di me. // 33. Lor. A quelle insegne. // 36. Ch’altro. Ch’altro uomo.

    Poi che l’arme romane a grande onore
    Per l’estremo occidente furon sparse,
    Ivi n’aggiunse e ne congiunse Amore.
    Nè mai più dolce fiamma in duo cor arse.
    Ne sarà, credo: oimè ma poche notti
    Fur a tanti desiri e brevi e scarse.
    Indarno a marital giogo condotti;
    Chè del nostro furor scuse non false,
    E i legittimi nodi furon rotti.
    Quel che sol più che tutto il mondo valse,
    Ne dipartì con sue sante parole;
    Chè dei nostri sospir nulla gli calse.
    E benchè fosse onde mi dolse e dole,
    Pur vidi in lui chiara virtute accesa;
    Chè ’n tutto è orbo chi non vede il Sole.
    Gran giustizia agli amanti è grave offesa:
    Però di tanto amico un tal consiglio
    Fu quasi un scoglio a l’amorosa impresa.

    Verso 37. A. Con. // 39. N’aggiunse e ne congiunse. Sopraggiunse e strinse insieme noi due, cioè questa mia compagna e me. // 43. Condotti. Suppliscasi fummo. // 44-45. Perocchè le scuse non false, cioè le buone ragioni, del nostro furore, cioè dell’amor nostro, furono rotte, cioè avute per nulla, e rotti i nostri legittimi nodi. // 46. Quel. Cioè Scipione. // 47. Ne dipartì. Ci disgiunse. - *Cod. Bol.: Savie parole.* // 48. Nulla gli calse. Cioè non fece conto alcuno. // 49. E benchè questo suo dipartirci fosse cosa di cui mi dolse e duole. Il Muratori, attenendosi al Cod. Estense, leggeva: E benchè fosse onde; cioè facesse cosa per cui; lezione che al Marsand piacque sopra l’altra. [L.] - *La lezione del Cod. Bolog. ci par migliore dell’una e dell’altra, e toglie tutte le oscurità: Ben che assentissi, pur mi dolse e dole, Ch’io vidi ec.* // 51. In tutto. Del tutto. // 52. «Summm jus, summa injuria.»* // 54. A l’amorosa impresa. Suppliscasi di noi due.

    Padre m’era in onor, in amor figlio,
    Fratel negli anni; ond’ubbidir convenne
    Ma col cor tristo e con turbato ciglio.
    Così questa mia cara a morte venne:
    Che vedendosi giunta in forza altrui,
    Morir innanzi che servir sostenne.   
    Ed io del mio dolor ministro fui:
    Chè ’l pregatore e i preghi fur sì ardenti,
    Ch’offesi me per non offender lui;
    E manda’ le ’l venen con sì dolenti
    Pensier, com’io so bene, ed ella il crede,
    E tu, se tanto o quanto d’amor senti.
    Pianto fu il mio di tanta sposa erede
    In lei ogni mio ben, ogni speranza
    Perder elessi per non perder fede.
    Ma cerca omai se trovi in questa danza
    Mirabil cosa; perchè ’l tempo è leve,
    E più de l’opra che del giorno avanza.

    Verso 55. Padre. Cioè superiore. In onor. In dignità. - *Cic.: «Qui in me pietate filius, consiliis parens, amore frater inventus est.»* // 59. Forza. Potere. Altrui. Cioè de’ Romani. // 60. Innanzi. Piuttosto. // 61. Ed io. Dandole il mezzo di uccidersi fui ministro del mio dolore. [A.] // 62. Il pregatore. Cioè Scipione. - *Rammenta il Dantesco: «Ingiusto fece me contra me giusto.»* // 64. Manda’ le. Le mandai. // 65. Come. Dipende dalla particella sì del verso di sopra. // 66. Se tanto o quanto d’amor senti. Se hai punto di conoscenza d’amore, di sentimento d’amore. // 67. Il mio di tanta sposa erede. Spiegano: il mio essere erede, cioè la eredità ch’io ebbi, di tanta sposa. // 69. Per non perder fede. Per non mancar di fede a Scipione. // 70. In questa danza. Vuol dire: tra questa gente che va dintorno al carro di Amore. // 71. Mirabil cosa. Qualche cosa mirabile da vedere. Leve. Veloce. // 72. Vuol dire: ed è più quel che ti resta a vedere, che non è lo spazio del giorno che ci rimane.

    Pien di pietate er’io, pensando il breve
    Spazio al gran foco di duo tali amanti;
    Pareami al Sole aver il cor di neve;
    Quando udii dir su nel passare avanti:
    Costui certo per sè già non mi spiace;
    Ma ferrea son d’odiarli tutti quanti.
    Pon, dissi, ’l cor, o Sofonisba, in pace;
    Chè Cartagine tua per le man nostre
    Tre volte cadde; ed alla terza giace.
    Ed ella: altro voglio che tu mi mostre:
    S’Africa pianse, Italia non ne rise;
    Domandatene pur l’istorie vostre.
    Intanto il nostro e suo amico si mise,
    Sorridendo, con lei ne la gran calca;
    E fur da lor le mie luci divise.
    Com’uomo che per terren dubbio cavalca,
    Che va restando ad ogni passo, e guarda,
    E ’l pensier de l’andar molto diffalca,
    Così l’andata mia dubbiosa e tarda
    Facean gli amanti; di che ancor m’aggrada
    Saper quanto ciascun e ’n qual foco arda.

    Versi 73-74. Dante. Inf. VI: «Al tornar de la mente che si chiuse Dinanzi a la pietà de’ duo cognati.»* - Spazio. Tempo. Suppliscasi conceduto, o cosa simile. // 75. Cioè: il mio cuore si stemperava per compassione, e struggevasi come fa la neve al sole. // 76. Udii dir. Dalla compagna di Massinissa, cioè da Sofonisba. Su nel. In sul. // 78. Ferma. Risoluta. D’odiarli tutti quanti. D’odiar tutti i Latini. // 79. Pon. Poni. Imperativo. - Cessa, o Sofonisba, di tenerti in condizione di guerra contro a noi, perocchè la tua Cartagine, per la quale ci fosti sì avversa, non potrebbe più ricevere soccorsi nè da te nè da altri. [A.] // 81. Cod. Bol.: Duo volte cadde.* // 82. Mostre. Mostri. // 83. Nostro. Cioè dei Latini. Vuol dir Massinissa. // 87. Le mie luci. I miei occhi. // 89. Restando. Formandosi. // 90. E il sospetto, il timore, che egli ha, diffalca molto dell’andare, cioè toglie molto alla prestezza dell’andare, ritarda molto l’andare. // 92. Gli amanti. Le ombre degli amanti che io scontrava per via. Di che. Dei quali.

    I’ vidi un da man manca fuor di strada,
    A guisa di chi brami e trovi cosa
    Onde poi vergognoso e lieto vada,
    Donar altrui la sua diletta sposa:
    O sommo amor, o nova cortesia!
    Tal ch’ella stessa lieta e vergognosa
    Parea del cambio, e givansi per via
    Parlando insieme de’ lor dolci affetti,
    E sospirando il regno di Soria.
    Trassimi a quei tre spirti, che ristretti
    Erano per seguir altro cammino,
    E dissi al primo: i’ prego che m’aspetti.
    Ed egli al suon del ragionar latino,
    Turbato in vista, si ritenne un poco;
    E poi, del mio voler quasi indovino,
    Disse: io Seleuco son, questi è Antïoco
    Mio figlio, che gran guerra ebbe con voi;
    Ma ragion contro forza non à loco.

    Verso 94. Un. Seleuco re di Siria, il quale scoperta la cagione della infermità del figliuolo Antioco, e conosciuta non essere altro che l’amore che questi aveva conceputo di Stretonica, moglie di esso Seleuco e matrigna di Antioco, di buona voglia, per campar la vita del figliuolo, si privò della donna sua, e donògliela. // 96. Onde. Della quale. Per la quale. // 99. Ella stessa. La sposa. // 102. Il regno di Soria. Conquistato dai Romani. // 104. Altro cammino. Andavano, come ha detto di sopra, da man manca fuor di strada. // 107. Si ritenne. Si fermò. // 108. Del mio voler. Del mio desiderio, che era di saper chi fossero essi. // 110. Con voi. Cioè coi Latini. // 111. Non à loco. Non vale. - Attribuisce ad Antioco Sotero la guerra avuta co’ Romani da Antioco Magno. [P.]

    Questa, mia prima, sua donna fui poi;
    Che per scamparlo d’amorosa morte
    Gli diedi; e ’l don fu licito fra noi.
    Stratonica è ’l suo nome; e nostra sorte,
    Come vedi, è indivisa; e per tal segno
    Si vede il nostro amor tenace e forte.
    Fu contenta costei lasciarmi il regno,
    Io ’l mio diletto, e questi la sua vita,
    Per far, via più che sè, l’un l’altro degno.
    E se non fosse la discreta aita
    Del fisico gentil, che ben s’accorse,
    L’età sua in sul fiorire era fornita.
    Tacendo, amando, quasi a morte corse:
    E l’amar forza, e ’l tacer fu virtute;
    La mia, vera pietà, ch’a lui soccorse.
    Così disse; e com’uomo che voler mute,
    Col fin de le parole i passi volse,
    Ch’appena gli potei render salute.

    Verso 113. Che. Oggetto. // 114. Licito. Lecito. Fra noi. Per le leggi e le usanze nostre. // 115. Cod. Bol.: Stratonica ebbe nome. * // 118. Lasciarmi il regno. Cioè di lasciare il titolo di regina. // 119. Io. Suppliscasi: fui contento lasciare. Questi. Antioco. Suppliscasi: fu contento lasciare, cioè disposto, pronto, a lasciare. // 120. Perchè ciascuno di noi faceva assai più conto dell’altro che di sè stesso. Via più. Vie più. Assai più. // 121. Fosse. Fosse stata. Discreta. Avveduta. Saggia. // 132. Fisico. Medico. S’accorse. Da che procedesse il male di Antioco. // 123. Fornita. Finita. // 125. Forza. Necessità. // 126. La mia. Suppliscasi fu. // 127. Mute. Muti. // 128. Virg.: «Atque in verbo vestigia torsit.»* // 129. Che. In guisa che. Salute. Il saluto.

    Poi che dagli occhi miei l’ombra si tolse,
    Rimasi grave, e sospirando andai;
    Chè ’l mio cor dal suo dir non si disciolse;
    Infin che mi fu detto: troppo stai
    In un pensier a le cose diverse;
    E ’l tempo, ch’è brevissimo ben sai.
    Non menò tanti armati in Grecia Serse,
    Quant’ivi erano amanti ignudi e presi;
    Tal che l’occhio la vista non sofferse.
    Vari di lingue e vari di paesi,
    Tanto che di mille un non seppi ’l nome,
    Ma fanno istoria que’ pochi ch’io ’ntesi.
    Perseo era l’uno, e volli saper come
    Andromeda gli piacque in Etiopia,
    Vergine bruna i begli occhi e le chiome.
    E quel vano amator che, la sua propia
    Bellezza desiando, fu distrutto;
    Povero sol per troppo averne copia;
    Che divenne un bel fior senz’alcun frutto:
    E quella che, lui amando, in viva voce,
    Fecesi ’l corpo un duro sasso asciutto.

    Verso 131. Grave. Pensieroso. // 132. Che ’l mio cor ec. Perocchè non cessai di ripensare a quello ch’egli mi aveva detto. [A.] // 133. Mi fu detto. Dall’ombra mia compagna, detta di sopra. Troppo stai. Troppo tempo ti fermi. // 134. A le cose diverse. Rispetto alla moltitudine e diversità delle cose che hai da vedere. // 135. E ben sai che il tempo è brevissimo. - *Cod. Bol.: Non move’ ec.* // 137. Presi. Prigioni. // 138. La vista non sofferse. Cioè: non potè comprendere tanta moltitudine. // 141. Fanno istoria. Cioè: sarebbero materia bastante a volumi intieri. // 142. Era l’uno. Era uno di que’ pochi. // 145. E. Un altro di que’ pochi era. Quel vano amator. Narcisso. // 147. Intende: povero solo in ciò, che, possedendo egli in sè stesso quella bellezza, ond’era invaghito, non poteva fruirla, come gl’amanti fruiscono la bellezza vagheggiata in altre persone. [A.] // 149. E quella. Cioè la ninfa Eco. In viva voce. Suppliscasi cangiata. // 150. Fecesi ’l corpo. Divenne il suo corpo. - *Ovid.: «Vox manet, ossa ferunt lapidis traxisse figuram.» Il cit. Cod. Bol. legge: Ignuda voce Fecesi il corpo in duro sasso asciutto. La qual lezione e il testo d’Ovidio manifestamente imitato mi fanno congetturare che sia da leggersi questo luogo così: E quella che lui amando, ignuda voce Fecesi, e ’l corpo un duro sasso asciutto. *

    Ivi quell’altro al suo mal sì veloce
    Ifi, ch’amando altrui, in odio s’ebbe;
    Con più altri dannati a simil croce;
    Gente cui per amar viver increbbe:
    Ove raffigurai alcun moderni,
    Ch’a nominar perduta opra sarebbe.
    Quei duo che fece Amor compagni eterni,
    Alcïone e Ceice, in riva al mare
    Far i lor nidi a’ più soavi verni:
    Lungo costor pensoso Esaco stare,
    Cercando Esperia, or sopr’un sasso assiso,
    Ed or sott’acqua, ed or alto volare:
    E vidi la crudel figlia di Niso
    Fuggir volando; e correre Atalanta,
    Di tre palle d’ôr vinta, e d’un bel viso:
    E seco Ippomenes, che, fra cotanta
    Turba d’amanti e miseri cursori,
    Sol di vittoria si rallegra e vanta.

    Verso 151. Ivi. Suppliscasi era. // 152. Croce. Pena. Sventura. // 154. Viver increbbe. Dispiacque, venne in odio, la vita; e però si uccisero essi medesimi. // 155. Alcun. Alcuni. // 157. Che. Accusativo. // 159. Far. Suppliscasi vidi, che sta nel verso quarto dopo il presente. // 160. Lungo. Cioè presso. Stare. Suppliscasi vidi. // 161. Esperia. Nome della donna amata da Esaco. // 163. La crudel figlia di Niso. Scilla, trasformata in lodola. // 165. Di. Da. D’ôr. D’oro. D’un. Da un.

    Fra questi favolosi e vani amori
    Vidi Aci e Galatea, che ’n grembo gli era,
    E Polifemo farne gran rumori;
    Glauco ondeggiar per entro quella schiera
    Senza colei cui sola par che pregi,
    Nomando un’altra amante acerba e fera;
    Carmente e Pico, un già de’ nostri regi,
    Or vago augello; e chi di stato il mosse,
    Lasciògli ’l nome e ’l real manto e i fregi.
    Vidi ’l pianto d’Egeria; e ’n vece d’osse
    Scilla indurarsi in petra aspra ed alpestra,
    Che del mar siciliano infamia fosse;
    E quella che la penna da man destra,
    Come dogliosa e disperata scriva,
    E ’l ferro ignudo tien da la sinestra;
    Pigmalïon con la sua donna viva;
    E mille che ’n Castalia ed Aganippe
    Vidi cantar per l’una e l’altra riva;
    E d’un pomo beffata al fin Cidippe.

    Verso 173. Colei. Scilla figlia di Forco. // 174. Chiamando crudele e fiera un’altra amante di lui, cioè Circe, la quale per gelosia trasformò Scilla in sasso ovvero in mostro marino. // 171. De’ nostri regi. Degli antichi re d’Italia. // 176. Vago. Vagabondo. E chi di stato il mosse. E quella che trasformollo, che fu Circe. // 177. Il nome. Il suo nome di Pico. E ’l real manto e i fregi. Ha riguardo alla bellezza delle penne di quell’uccello che in latino si chiama picus e in italiano picchio. // 178. Osse. Ossa. // 179. Alpestra. Alpestre. // 180. Infamia fosse. «Et infames scopulos Acroceraunia.» [A.] // 181. Quella. Canace. Che la penna. Suppliscasi tien, che sta nell’ultimo verso della terzina. // 182. Come. In atto di chi. // 183. Sinestra. Sinistra. - *Ovid.: «Dextra tenet calamum strictum, tenet altera ferrum.»* // 184. Con la sua donna viva. Cioè, colla sua statua cangiata in donna. // 187. D’un. Da un.


    CAPITOLO III.
    Accenna prima due impedimenti che gli toglievano il poter domandare chi fosse una nuova schiera d’amanti, e poi come l’amico suo gliene diede contezza. Appresso prende cagione di raccontare come egli s’innamorò, e di chi; soggiugnendo gli effetti di questo innamoramento. Poscia distendesi nel significare come Laura innamorata non fosse, e quali fossero le bellezze di lei. Da ultimo manifesta partitamente quali cose egli, per esperienza, sappia intorno la vita degli amanti.

    Era sì pieno il cor di maraviglie,
    Ch’io stava come l’uom che non può dire,
    E tace, e guarda pur ch’altri ’l consiglie:
    Quando l’amico mio: che fai? che mire?
    Che pensi? disse; non sai tu ben ch’io
    Son de la turba, e mi convien seguire?
    Frate, risposi, e tu sai l’esser mio,
    E l’amor di saper, che m’à sì acceso,
    Che l’opra è ritardata dal desio.
    Ed egli: i’ t’avea già tacendo inteso:
    Tu vuoi saper chi son quest’altri ancora;
    I’ tel dirò, se ’l dir non m’è conteso.
    Vedi quel grande il quale ogni uom onora;
    Egli è Pompeo, ed à Cornelia seco,
    Che del vil Tolomeo si lagna e plora.
    L’altro più di lontan, quell’è ’l gran Greco;
    Nè vede Egisto e l’empia Clitennestra:
    Or puoi veder Amor s’egli è ben cieco.

    Verso 1. Il cor. Il mio cuore. // 3. Consiglie. Consigli. // 4. L’amico mio. Cioè quell’ombra mia compagna, detta di sopra. Mire. Miri. // 6. Seguire. Seguitare il cammino. // 7. Frate. Fratello. // 9. L’opra. Di guardare e di andar oltre. Del desio. Di sapere. // 10. Tacendo. Tacendo tu. // 12. Conteso. Impedito. // 13. Il quale. Accusativo. // 15. Plora. Piange. // 16. Il gran Greco. Agamennone. // 17. Nè vede. Nè si accorge della tresca e delle insidie. [A.]

    Altra fede, altro amor: vedi Ipermestra;
    Vedi Piramo e Tisbe insieme a l’ombra;
    Leandro in mare ed Ero a la finestra.
    Quel sì pensoso è Ulisse, affabil ombra,
    Che la casta mogliera aspetta e prega,
    Ma Circe, amando, gliel ritiene e ’ngombra.
    L’altr’è ’l figliuol d’Amilcar: e nol piega
    In cotant’anni Italia tutta e Roma;
    Vil femminella in Puglia il prende e lega.
    Quella che ’l suo signor con breve chioma
    Va seguitando, in Ponto fu reina;
    Come in atto servil sè stessa doma!
    L’altra è Porzia che ’l ferro al foco affina;
    Quell’altra è Giulia; e duolsi del marito:
    Ch’a la seconda fiamma più s’inchina.
    Volgi in qua gli occhi al gran padre schernito,
    Che non si pente, e d’aver non gl’incresce
    Sette e sett’anni per Rachel servito.

    Verso 20. A l’ombra. Del gelso. // 23. Che. Accusativo. // 24. Amando. Amandolo. Ingombra. Impedisce. // 25. Il figliuol d’Amilcar. Annibale. Nol piega. Cioè nol doma. // 28. Quella. Isicratea. Il suo signor. Mitridate suo marito. Con breve chioma. Colla chioma tagliata, a uso di schiava. // 30. In atto servil. In figura ed opere da serva. // 31. Porzia. Moglie di Marco Bruto. Che ’l ferro al foco affina. Pigliano il che per accusativo, e spiegano le altre parole in questo modo: il rasoio dispone, prepara, ai carboni ardenti; avendo riguardo che Porzia, per amore del marito, si ferì una volta con un rasoio, e che, avuta notizia della morte di Bruto, si uccise ingoiando carboni ardenti. Veggansi gli Storici. Alcuni testi hanno invero: L’altra è Porzia che ’l ferro e ’l foco affina; cioè, cui il ferro e il fuoco affinano, vale a dire rendon perfetta in amore. E qualche Codice: Ch’al ferro e al foco affina; cioè si fa perfetto esempio di coniugale amore. [L.] // 32. Giulia. Moglie di Pompeo. // 33. A la seconda fiamma. Intende di Cornelia, seconda moglie di Pompeo. // 34. Al gran padre. Al patriarca Giacobbe. Schernito. Deluso da Labano. // 35. Cod. Bol. Che non si muta.* - E d’aver non gl’incresce. E non gli duole di avere.

    Vivace amor, che negli affanni cresce!
    Vedi ’l padre di questo, e vedi l’avo
    Come di sua magion sol con Sarra esce.
    Poi guarda come Amor crudele e pravo
    Vince David e sforzalo a far l’opra
    Onde poi pianga in luogo oscuro e cavo.
    Simile nebbia par ch’oscuri e copra
    Del più saggio figliuol la chiara fama,
    E ’l parta in tutto dal signor di sopra.
    Ve’ l’altro, che ’n un punto ama e disama:
    Vedi Tamar, ch’al suo frate Absalone
    Disdegnosa e dolente si richiama.
    Poco dinanzi a lei vedi Sansone,
    Via più forte che saggio, che per ciance
    In grembo a la nemica il capo pone.
    Vedi qui ben fra quante spade e lance
    Amor e ’l sonno ed una vedovetta
    Con bel parlar con sue pulite guance
    Vince Oloferne; e lei tornar soletta
    Con una ancilla e con l’orribil teschio,
    Dio ringraziando, a mezza notte in fretta.

    Verso 38. Di questo. Di Giacobbe. // 39. Di sua magion. Della terra d’Aran. Meglio il Cod. Bolog.: Di sua region.* // 41. L’opra. Cioè l’adulterio di Bersabea. // 42. Onde. Di cui. Per cui. // 43. Simile nebbia. Cioè la passione dell’amore. // 44. Del più saggio figliuol. Cioè di Salomone. // 45. Parta. Disgiunga. Allontani. Alieni. Dal signor di sopra. Da Dio. // 46. Ve’. Vedi. L’altro. Ammone, figlio altresì di Davide. // 47. Frate. Fratello. // 48. Si richiama. Si querela di Ammone. // 50. Via. Vie. Assai. // 55. E lei tornar. Suppliscasi vedi. // 56. Ancilla. Ancella.

    Vedi Sichen, e ’l suo sangue, ch’è meschio
    De la circoncision e de la morte;
    E ’l padre colto e ’l popolo ad un veschio:
    Questo gli à fatto il subito amar forte.
    Vedi Assuero; e ’l suo amor in qual modo
    Va medicando acciò che ’n pace il porte.
    Da l’un si scioglie e lega a l’altro nodo:
    Cotale à questa malizia rimedio,
    Come d’asse si trae chiodo con chiodo.
    Vuoi veder in un cor diletto e tedio,
    Dolce ed amaro? or mira il fero Erode,
    Ch’amor e crudeltà gli àn posto assedio.
    Vedi com’arde prima, e poi si rode,
    Tardi pentito di sua feritate,
    Marïanne chiamando che non l’ode.
    Vedi tre belle donne innamorate,
    Procri, Artemisia, con Deidamia;
    Ed altrettante ardite e scellerate,
    Semiramis e Bibli e Mirra ria;
    Come ciascuna par che si vergogni
    De la lor non concessa e torta via.

    Verso 58. Meschio. Mescolato. Misto. // 60. E ’l padre. Emor, padre di Sichen. Ad un veschio. Ad un vischio. A uno stesso laccio. A una medesima astuzia. Veggasi la Scrittura. // 61. Questo. Accusativo. Fatto. Cagionato. Il subito amar forte. L’essersi subitamente e gagliardamente innamorato della figliuola di Giacobbe, di nome Dina. // 62. Il suo amor. Accusativo. // 63. Acciò che ’n pace il porte. Per portarlo in pace. Porte invece di porti. // 64. Si scioglie dall’un nodo, cioè ripudia Vasti, e si lega all’altro, cioè si congiunge in matrimonio ad Ester. // 65. Questa malizia. Questo male, cioè dell’amore. - Cod. Bolog.: questa malattia. - *Fra Guitt.: «Cotal rimedio ha questo aspro furore, Tal aqua suole spegner questo foco: Come d’asse si trae chiodo con chiodo.»* // 68. Dolce ed amaro. Nomi sostantivi. // 75. Ed altrettante. E tre altre. // 77. Come. Dipende da vedi, che sta quattro versi più sopra. Ciascuna. Ciascuna di queste tre ultime. // 78. Dai loro amori e piaceri nefandi.

    Ecco quei che le carte empion di sogni,
    Lancillotto, Tristano e gli altri erranti.
    Onde convien che ’l vulgo errante agogni.
    Vedi Ginevra, Isotta e l’altre amanti,
    E la coppia d’Arimino, che ’nsieme
    Vanno facendo dolorosi pianti.
    Così parlava: ed io, com’uom che teme
    Futuro male e trema anzi la tromba,
    Sentendo già dov’altri ancor nol preme,
    Avea color d’uom tratto d’una tomba:
    Quando una giovinetta ebbi da lato,
    Pura assai più che candida colomba.
    Ella mi prese; ed io ch’arei giurato
    Difendermi da uom coperto d’arme,
    Con parole e con cenni fui legato.
    E come ricordar di vero parme,
    L’amico mio più presso mi si fece,
    E con un riso, per più doglia darme,
    Dissemi entro l’orecchia: omai ti lece
    Per te stesso parlar con chi ti piace,
    Chè tutti siam macchiati d’una pece.

    Versi 79-80. Intende dei cavalieri erranti, gran materia di favole e di romanzi. // 81. Credo che voglia significare: per li quali esempi e per le quali novelle e storie frivole e favolose, conviene che il volgo, il quale non è meno errante dell’intelletto, di quel che tali cavalieri fossero erranti della persona, s’inclini agli amori, alle concupiscenze e alle lascivie. - Agogni ad amori e ad imprese simili a quelle che di costoro si leggono raccontate. [A.] // 83. La coppia d’Arimino. Francesca e Paolo da Rimini, cantati da Dante. - *Dante, Inf., V.: «Que’ duo che insieme vanno.»* // 86. Anzi la tromba. Prima del segno della battaglia. Prima del pericolo. - *Virg., En., XI, 424: «Cur ante tubam tremor occupat artus?»* // 87. Dove. Quando. Altri. Alcuno. Preme. Assale. Incalza. // 89. Una giovinetta. Vuol dir Laura. // 91. Arei. Avrei. // 92. Difendermi. Di potermi difendere. // 94. E come mi par veramente di ricordarmi. // 96. Darme. Darmi. // 97. Ti lece. Ti lice. Ti è lecito. Puoi. // 98. Con chi ti piace. Con qualunque vuoi di costoro. // 99. Vuol dire: poichè sei divenuto dei nostri, cioè servo d’Amore come siamo noi.

    Io era un di color cui più dispiace
    Dell’altrui ben che del suo mal, vedendo
    Chi m’avea preso, in libertate e ’n pace.
    E, come tardi dopo ’l danno intendo,
    Di sue bellezze mia morte facea,
    D’amor, di gelosia, d’invidia ardendo.
    Gli occhi dal suo bel viso non volgea,
    Com’uom ch’è infermo e di tal cosa ingordo
    Ch’al gusto è dolce, a la salute è rea.
    Ad ogni altro piacer cieco era e sordo,
    Seguendo lei per sì dubbiosi passi,
    Ch’i’ tremo ancor qualor me ne ricordo.
    Da quel tempo ebbi gli occhi umidi e bassi
    E ’l cor pensoso, e solitario albergo
    Fonti, fiumi, montagne, boschi e sassi.
    Da indi in qua cotante carte aspergo
    Di pensieri, di lagrime e d’inchiostro;
    Tante ne squarcio, n’apparecchio e vergo.

    Verso 102. Chi m’avea preso. Colei che m’avea preso. Cioè Laura. In libertate e ’n pace. Si riferisce a vedendo. // 104. Facea. Persona prima. // 111. Qualor. Ogni volta che. // 117. Vergo. Scrivo.

    Da indi in qua so che si fa nel chiostro
    D’Amor; e che si teme e che si spera,
    A chi sa legger, ne la fronte il mostro.
    E veggio andar quella leggiadra e fera,
    Non curando di me nè di mie pene,
    Di sua virtute e di mie spoglie altera.
    Da l’altra parte, s’io discerno bene,
    Questo Signor, che tutto ’l mondo sforza,
    Teme di lei; ond’io son fuor di spene:
    Ch’a mia difesa non è ardir nè forza;
    E quello in ch’io sperava, lei lusinga,
    Così selvaggia e ribellante suole
    Da l’insegne d’Amor andar solinga.
    E veramente è fra le stelle un Sole
    Un singular suo proprio portamento,
    Suo riso, suoi disdegni e sue parole:
    Le chiome accolte in oro o sparse al vento
    Gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume,
    M’infiamman sì, ch’io son d’arder contento.

    Verso 115. Che si fa. Quello che si fa. - *Il Cod. Bol. legge ciò in cambio di so.* - Nel chiostro; usa questa voce dov’altri avrebbe nel regno o simile, per indicare la servitù in che era caduto. [A.] - // 123. Altera. Dipende dal verbo andar, che sta nel primo verso della terzina. // 125. Questo Signor. Amore. Sforza. Priva di forza. [A.] // 128. Quello. Cioè Amore. In che. In cui. // l29. Che. Il quale. Cioè quello in ch’io sperava. Scorza. Sbuccia. Scorteccia. Scortica. // 130. Nessuno ci ha che tanto o quanto, cioè punto, stringa, cioè tocchi di amore, costei. // 136. Accolte. Raccolte.

    Chi poria ’l mansueto alto costume
    Agguagliar mai parlando e la virtute,
    Ov’è ’l mio stil quasi al mar picciol fiume?
    Nove cose e già mai più non vedute,
    Nè da veder già mai più d’una volta,
    Ove tutte le lingue sarian mute.
    Così preso mi trovo ed ella sciolta;
    E prego giorno e notte (o stella iniqua!)
    Ed ella appena di mille uno ascolta.
    Dura legge d’Amor! ma ben che obliqua,
    Serrar conviensi; però ch’ella aggiunge
    Di cielo in terra, universale, antiqua.
    Or so come da sè il cor si disgiunge,
    E come sa far pace, guerra e tregua,
    E coprir suo dolor quand’altri ’l punge.
    E so come in un punto si dilegua
    E poi si sparge per le guance il sangue,
    Se paura o vergogna avvien che ’l segua.

    Verso 139. Poria. Potria. // 141. Ove. Rispetto alla quale. Quasi al mar picciol fiume. Come un picciol fiume rispetto al mare. // 144. Tutte le lingue. Qualunque lingua che volesse lodarle o descriverle. Sarian mute. Parrebbero come mute. // 147. Di mille. Cioè di mille preghi. // 148. Dura legge d’Amor! Intende delle leggi e degli ordini del governo di Amore in genere. Obliqua. Torta. Ingiusta. // 149. Servar conviensi. Conviene osservarla, sottostarvi. Però che. Perocchè. Aggiunge. Arriva. Si stende. // 154. In un punto. In un medesimo punto. Si dilegua. Fugge dalle guance. // 156. Segua. Insegua.

    So come sta tra’ fiori ascoso l’angue;
    Come sempre fra due si vegghia e dorme;
    Come senza languir si more e langue.
    So de la mia nemica cercar l’orme,
    E temer di trovarla; e so in qual guisa
    L’amante ne l’amato si trasforme.
    So fra lunghi sospiri e brevi risa
    Stato, voglia, color cangiare spesso;
    Viver, stando dal cor l’alma divisa.
    So mille volte il dì ingannar me stesso;
    So, seguendo ’l mio fuoco ovunqu’e’ fugge,
    Arder da lunge ed agghiacciar da presso.
    So com’Amor sopra la mente rugge,
    E com’ogni ragione indi discaccia;
    E so in quante maniere il cor si strugge.
    So di che poco canape s’allaccia
    Un’anima gentil, quand’ella è sola,
    E non è chi per lei difesa faccia.

    Verso 158. Fra due. Fra due affetti o pensieri contrari. Fra il sì e il no. // 159. Senza languir. Per malattia corporale. // 162. Trasforme. Trasformi. // 167. Il mio foco. Cioè la donna ch’io amo. // 170. Indi. Cioè dalla mente. // 172. Vuol dire: so quanto poco si richiede, quanto poco basta, a fare innamorare. // 173. Sola. Cioè senza la guardia della ragione. // 174. Non è. Non ci ha.

    So com’Amor saetta e come vola;
    E so com’or minaccia ed or percote:
    Come ruba per forza e come invola;
    E come sono instabili sue ruote;
    Le speranze dubbiose e ’l dolor certo;
    Sue promesse di fè come son vòte;
    Come ne l’ossa il suo foco, coperto
    E ne le vene vive occulta piaga,
    Onde morte è palese e ’ncendio aperto.
    In somma so com’è incostante e vaga,
    Timida, ardita vita degli amanti;
    Ch’un poco dolce molto amaro appaga:
    E so i costumi e i lor sospiri e canti
    E ’l parlar rotto e ’l subito silenzio
    E ’l brevissimo riso e i lunghi pianti,
    E qual è ’l mèl temprato con l’assenzio.

    Verso 177. Invola. Cioè ruba di nascosto. // 178. Attribuisce ad Amore la ruota, come sogliono i poeti attribuirne alla Fortuna. // 180. Fè. Fede. // 181. Come (vive) coperto il suo foco nell’ossa, e (come) nelle vene ec. [A.] - *Virg., En., IV.: «Vulnus alit venis et cœco carpitur igni.» // 183. Aperto. Manifesto. // 184. Vaga. Instabile. Mutabile. // 185. Vita. La vita. // 186. Un poco dolce. Un poco di dolce. Amaro. Nome sostantivo. Appaga. Ricompensa. // 187. I costumi. I loro costumi. // 188. Virg.: «Incipit effari, medioque in voce resistit.»* // 190. E come il loro mèle, cioè il piacere che essi hanno, è temperato coll’assenzio.


    CAPITOLO IV.
    Notifica che come fu innamorato si dimesticò subito con tutti gli altri consorti suoi, de’ quali conobbe le pene e i casi; e che vide alcuni poeti amorosi, di varie nazioni. Quindi, colta opportunità, piagne la morte di Tommaso da Messina; e commenda Lelio e Socrate, suoi amicissimi. Poi ritorna alla sua materia, narrando per quali vie e a qual luogo egli e i suoi compagni prigioni fossero menati in trionfo.

    Poscia che mia fortuna in forza altrui
    M’ebbe sospinto, e tutti incisi i nervi
    Di libertate ove alcun tempo fui;
    Io, ch’era più salvatico ch’e’ cervi,
    Ratto domesticato fui con tutti
    I miei infelici e miseri conservi:
    E le fatiche lor vidi e’ lor lutti,
    Per che torti sentieri e con qual arte
    A l’amorosa greggia eran condutti.
    Mentre ch’io volgea gli occhi in ogni parte,
    S’i’ ne vedessi alcun di chiara fama
    O per antiche o per moderne carte,
    Vidi colui che sola Euridice ama,
    E lei segue a l’inferno, e per lei morto,
    Con la lingua già fredda la richiama.
    Alceo conobbi, a dir d’amor sì scorto;
    Pindaro, Anacreonte, che rimesse
    Avea sue muse sol d’Amore in porto.

    Verso 1. In forza. In potere. // 2. Incisi. Tagliati. Suppliscasi ebbe. // 3. Ove. Nella quale. Alcun tempo. Già un tempo. // 4. E’. I. // 5. Ratto. Avverbio. Prestamente. // 6. Conservi. Di Amore. // 7. E’. E i. // 9. Eran condutti. Erano stati condotti. // 11-12. Cercando se mi venisse veduto alcun famoso scrittore antico o moderno. // 13. Virg., Geor.: «Euridicem vox ipsa et frigida lingua, Ah miseram Euridicem, anima fugiente, vocabat!»* // 16. A dir d’amor sì scorto. Sì buono, sì valoroso, poeta d’amore. // 17. Rimesse. Messe in terra. // 18. Sol d’Amore in porto. Vuol dire che Anacreonte non cantò altro che di materie amorose.

    Virgilio vidi; e parmi intorno avesse
    Compagni d’alto ingegno e da trastullo,
    Di quei che volentier già ’l mondo elesse.
    L’un era Ovidio e l’altro era Tibullo,
    L’altro Properzio, che d’amor cantaro
    Fervidamente, e l’altro era Catullo.
    Una giovene greca a paro a paro
    Coi nobili poeti gìa cantando;
    Ed avea un suo stil leggiadro e raro.
    Così or quinci or quindi rimirando,
    Vidi in una fiorita e verde piaggia
    Gente che d’amor givan ragionando.
    Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia;
    Ecco Cin da Pistoia; Guitton d’Arezzo,
    Che di non esser primo par ch’ira aggia.
    Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo;
    Onesto Bolognese; e i Siciliani,
    Che fur già primi, e quivi eran da sezzo;
    Sennuccio e Franceschin, che fur sì umani,
    Com’ogni uom vide: e poi v’era un drappello
    Di portamenti e di volgari strani.

    Verso 19. Parmi. Parmi che. // 20. Da trastullo. Cioè scrittori di versi leggieri e da passatempo. // 21. Che. Cioè, la cui lettura. // 25. Una giovene greca. Saffo. Giovene sta per giovane. // 23. Or quinci or quindi. Or di qua or di là. // 29-30. Il Cod. Bol. e un altro Modanese, citato dal Muratori, danno questa notevole lezione: Vidi gente ir per una verde piaggia, Pur d’Amor volgarmente ragionando.* // 31. Selvaggia. Amata da Cino da Pistoia. // 33. Primo. Principale de’ poeti italiani. Aggia. Abbia. // 34. I duo Guidi. Guido Cavalcanti e Guido Guinicelli, versificatori. Prezzo. Riputazione. // 35. I Siciliani. I versificatori siciliani. // 36. Primi. In riputazione. Da sezzo. Da ultimo. Nell’ultimo luogo. Ultimi. // 37. Sennuccio e Franceschin. Stati amici del poeta. // 33. Un drappello. Intende dei versificatori provenzali. // 39. Volgari. Idiomi. Strani. Forestieri.

    Fra tutti il primo Arnaldo Danïello,
    Gran maestro d’amor; ch’a la sua terra
    Ancor fa onor col suo dir novo e bello.
    Eranvi quei ch’Amor sì leve afferra,
    L’un Pietro e l’altro; e ’l men famoso Arnaldo;
    E quei che fur conquisi con più guerra,
    I’ dico l’uno e l’altro Raïmbaldo,
    Che cantò pur Beatrice in Monferrato;
    E ’l vecchio Pier d’Alvernia con Giraldo;
    Folchetto, ch’a Marsiglia il nome ha dato
    Ed a Genova tolto, ed a l’estremo
    Cangiò per miglior patria abito e stato;
    Gianfrè Rudel, ch’usò la vela e ’l remo
    A cercar la sua morte; e quel Guglielmo
    Che per cantar à ’l fior de’ suoi dì scemo;
    Amerigo, Bernardo, Ugo ed Anselmo;
    E mille altri ne vidi, a cui la lingua
    Lancia e spada fu sempre e scudo ed elmo.

    Verso 43. Leve. Di leggieri. Agevolmente. // 44. L’un Pietro e l’altro. Pietro Vidal e Pietro Negeri. E ’l men famoso Arnaldo. Dice il men famoso rispetto all’altro Arnaldo mentovato più sopra. // 45. Conquisi. Cioè domi, vinti, da Amore. Con più guerra. Cioè più difficilmente che i due Pietri e il minore Arnaldo, i quali, come ha detto di sopra, Amor sì leve afferra. // 47. Che cantò: il Carrer legge, Che cantâr. [L.] // 49-51. Folchetto, il quale essendo di nascita genovese, illustrò colla propria fama Marsiglia, dove abitò, e che in ultimo prese abito monacale. // 52-53. Ch’usò la vela e ’l remo A cercar la sua morte. Imbarcatosi per andare a trovar la contessa di Tripoli, della quale era innamorato, infermò per via, e giunto colà dove era indirizzato, tratto della nave, spirò nelle braccia della contessa. // 54. Scemo. Scemato. Abbreviato. Dipende dalla voce à. Veggasi la trentesimanona novella del Decamerone. // 57. Cioè, arme di cui si valsero negli assalti di Amore. Veggasi la decima Canzone della prima Parte, in principio della terza stanza.

    E poi convien che ’l mio dolor distingua,
    Volsimi a’ nostri, e vidi ’l buon Tomasso,
    Ch’ornò Bologna, ed or Messina impingua.
    O fugace dolcezza! o viver lasso!
    Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi.
    Senza ’l qual non sapea mover un passo?
    Dove se’ or, che meco eri pur dianzi?
    Ben è ’l viver mortal, che sì n’aggrada,
    Sogno d’infermi e fola di romanzi.
    Poco era fuor de la comune strada,
    Quando Socrate e Lelio vidi in prima:
    Con lor più lunga via convien ch’io vada.
    O qual coppia d’amici! che nè ’n rima
    Poria nè ’n prosa assai ornar nè ’n versi,
    Se, come dè’, virtù nuda si stima.
    Con questi duo cercai monti diversi,
    Andando tutti tre sempre ad un giogo;
    A questi le mie piaghe tutte apersi.

    Verso 58. E poi, cioè poichè, convien pure che io distingua, cioè specifichi ed esponga distintamente, il mio dolore, cioè la mia disavventura (che è la morte di quel Tommaso che è nominato qui sotto), dirò che io. // 59. A’ nostri. Alle ombre degli italiani. - *Il buon Tomasso. Tommaso Caloria da Messina, amicissimo del Petrarca.* // 60. Messina impingua. Vuol dire: è sepolto in. Messina. // 62. Chi mi ti tolse. Parla al detto Tommaso. // 63. Senza ’l qual. Dipende dal pronome ti del verso precedente. Non sapea. Io non sapeva. // 65. Ben. In verità. Sì. Tanto. Ne. Ci. // 66. Oraz.: «Velut ægri somnia vana Finguntur species etc.»* // 67. Poco tempo era che io aveva lasciate le vane occupazioni della moltitudine, e preso a seguire i buoni studi. // 68. Socrate e Lelio. Accenna sotto questi nomi due amici suoi, di cui non sappiamo i nomi veri. - *Socrate. Luigi di Kempen, e Lelio o Lello di Piero di Stefano, gentiluomo romano; entrambi famigliari di Stefano Colonna, vescovo di Lombes, e intrinseci del Petrarca.* - In prima. La prima volta. // 69. Vuol dire che egli è vissuto con questi due amici (i quali a me pare che fossero ancora in vita quando l’autore scriveva) più lungo tempo che col predetto Tommaso. // 70. Che. Accusativo. // 71. Poria. Potrei. Assai ornar. Lodare abbastanza. // 72. Dè’. Dee. Debbe. Nuda. Sincera. Schietta. Senza artifizi. Ovvero senza altre doti, procedenti dalla fortuna o simili. - *Lucrez.: «Et si successu nuda remoto Inspicitur virtus, etc.»* // 73. Monti diversi. Pare che sia parlar figurato, e voglia significare diverse scienze e dottrine. // 74. Ad un giogo. Ad una sola e medesima cima. Cioè alla sapienza, e alla virtù. // 75. Le mie piaghe. Cioè i miei travagli, o i miei difetti. Apersi. Scopersi. Palesai.

    Da costor non mi può tempo nè luogo
    Divider mai (sì come spero e bramo)
    Infin al cener del funereo rogo.
    Con costor colsi ’l glorïoso ramo
    Onde forse anzi tempo ornai le tempie
    In memoria di quella ch’i’ tanto amo.
    Ma pur di lei che ’l cor di pensier m’empie
    Non potei coglier mai ramo nè foglia;
    Sì fur le sue radici acerbe ed empie.
    Onde ben che talor doler mi soglia,
    Com’uom ch’è offeso, quel che con quest’occhi
    Vidi, m’è un fren che mai più non mi doglia.
    Materia da coturni, e non da socchi,
    Veder preso colui ch’è fatto Deo
    Da tardi ingegni, rintuzzati e sciocchi.
    Ma prima vo’ seguir che di noi feo
    Poi seguirò quel che d’altrui sostenne:
    Opra non mia, ma d’Omero o d’Orfeo.

    Versi 79-81. Accenna la corona di lauro che gli fu posta in Campidoglio. Anzi tempo. Prima del tempo. Troppo presto. // 82-83. Vuol dire che Laura non s’indusse mai a soddisfare in alcuna parte ai desiderii di lui. // 84. Sì. Tanto. Empie. Spietate. // 85. Onde. Della qual cosa. // 86-87. Quel che con quest’occhi Vidi. Cioè la vittoria che Laura riportò di Amore, la quale si narra nel Capitolo susseguente. Che mai. Sicchè mai. // 88. Argomento degno di tragedia e non di commedia, cioè di poema alto e magnifico e non di versi umili e piani. // 89. Colui. Cioè Amore. Deo. Dio. // 90. Rintuzzati. Contrario di acuti. Ottusi. // 91-93. Ma prima voglio seguitare a dire quello che costui fece di noi; appresso seguiterò dicendo quello che egli ebbe a sostenere, cioè a patire, da altri, cioè da Laura e dalle compagne; benchè questa sia materia che eccede il mio poco ingegno, e che vorrebbe piuttosto un Omero o un Orfeo.

    Seguimmo il suon de le purpuree penne
    De’ volanti corsier per mille fosse,
    Fin che nel regno di sua madre venne:
    Nè rallentate le catene o scosse,
    Ma straziati per selve e per montagne,
    Tal che nessun sapea ’n qual mondo fosse.
    Giace oltra, ove l’Egeo sospira e piagne,
    Un’isoletta delicata e molle
    Più ch’altra che ’l Sol scalde o che ’l mar bagne.
    Nel mezzo è un ombroso e verde colle
    Con sì soavi odor, con sì dolci acque,
    Ch’ogni maschio pensier de l’alma tolle.
    Quest’è la terra che cotanto piacque
    A Venere, e ’n quel tempo a lei fu sacra,
    Che ’l ver nascoso e sconosciuto giacque.
    Ed anco è di valor sì nuda e macra,
    Tanto ritien del suo primo esser vile,
    Che par dolce a’ cattivi, ed a’ buoni acra.

    Verso 95. De’ volanti corsier. Di quelli del carro di Amore. // 96. Venne. Cioè Amore. // 97. Suppliscasi ci furono. Scosse. Tolte. // 98. Ma straziati. Suppliscasi fummo. // 99. Nessun. Nessun di noi. // 100. Oltra ove. Oltre colà ove. Colà oltre, dove. // 101. Un’isoletta. Intende dell’isola di Cipro. // 102. Ch’altra. Che qualunque altra. Scalde. Scaldi. Bagne. Bagni. // 105. De l’alma tolle. Toglie dall’animo. // 107-108. E ’n quel tempo a lei fu sacra, Che. E fu sacra a lei in quel tempo in cui ec. Vuol dire nel tempo del gentilesimo. - *Dante: «Al tempo degli Dei falsi e bugiardi.» E altrove: «Le genti antiche ne l’antico errore.»* // 109. Anco. Ancora. Anche oggi. Macra. Magra. Cioè povera. // 110. Esser. Stato. Condizione. // 111. Acra. Agra. Spiacevole.

    Or quivi trionfò ’l Signor gentile
    Di noi e d’altri tutti, ch’ad un laccio
    Presi avea dal mar d’India a quel di Tile.
    Pensieri in grembo, e vanitade in braccio;
    Diletti fuggitivi, e ferma noia;
    Rose di verno, a mezza state il ghiaccio;
    Dubbia speme davanti e breve gioia,
    Penitenza e dolor dopo le spalle,
    Qual nel regno di Roma o ’n quel di Troia,
    E rimbombava tutta quella valle
    D’acque e d’augelli, ed eran le sue rive
    Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle:
    Rivi correnti di fontane vive;
    E ’l caldo tempo, su per l’erba fresca,
    E l’ombra folta e l’aure dolci estive:
    Poi, quando ’l verno l’aer si rinfresca,
    Tepidi Soli e giochi e cibi ed ozio
    Lento, ch’e’ simplicetti cori invesca.

    Verso 112. Il Signor gentile. Amore. // 113. D’altri tutti. Di tutti gli altri. Ad un laccio. Ad uno stesso laccio. // 115. In grembo. Dentro. E vanitate in braccio. Vuol dir che gli amanti non istringono altro che ombre e cose vane. // 116. Ferma. Stabile. Durevole. Noia. Dispiacere. Travaglio. // 119. Penitenza. Pentimento. Dopo. Dietro. // 120. Come fu nel re Tarquinio per l’amor di Lucrezia, e in Paride per quello di Elena. // 124. Suppliscasi erano o sono quivi. Di. Da. // 125-126. E ’l caldo tempo. E nel tempo caldo evvi su per l’erba fresca l’ombra di alberi folti e il venticello dolce di state. - *Cod. Bol.: ombra spessa.* // 127. Il verno. Nel verno. // 128. Tepidi Soli. Sonovi, hannovi, Soli tepidi. // 129. Lento. Pigro. Invesca. Invischia.

    Era ne la stagion che l’equinozio
    Fa vincitor il giorno, e Progne riede,
    Con la sorella, al suo dolce negozio.
    O di nostra fortuna instabil fede!
    In quel loco, in quel tempo ed in quell’ora
    Che più largo tributo agli occhi chiede,
    Trionfar volse quel che ’l vulgo adora:
    E vidi a qual servaggio ed a qual morte
    Ed a che strazio va chi s’innamora.
    Errori, e sogni ed immagini smorte
    Eran d’intorno al carro triunfale;
    E false opinïoni in su le porte;
    E lubrico sperar su per le scale;
    E dannoso guadagno, ed util danno;
    E gradi ove più scende chi più sale;
    Stanco riposo, e riposato affanno;
    Chiaro disnor, e gloria oscura e nigra;
    Perfida lealtate, e fido inganno;
    Sollicito furore, e ragion pigra;
    Carcer ove si vien per strade aperte,
    Onde per strette a gran pena si migra;
    Ratte scese a l’intrar, a l’uscir erte;
    Dentro, confusïon turbida, e mischia
    Di doglie certe e d’allegrezze incerte.

    Verso 130. Era ne la stagion che. Era la stagione in cui. L’equinozio. Di primavera. // 131. Vincitor. Cioè più lungo della notte. Progne. Cioè la rondine. Riede. Ritorna. // 132. Con la sorella. Con Filomena. Cioè coll’usignuolo. Al suo dolce negozio. Alla cura del nido. - Negozio; questa voce al tempo del Petrarca traeva dal latino maggior nobiltà che non abbia al presente. [A.] - E Dante nello stesso significato: «In che i gravi labor ci sono aggrati.»* // 133. Così esclama mosso dal tornargli alla mente che in quella stagione ebbe principio l’amor suo, e che in quella medesima la sua donna passò di vita. // 134. In quell’ora. Nell’ora del levar del sole. Veggansi il settimo e l’ottavo verso del Sonetto ventesimo della prima Parte. // 135. Tributo. Di lagrime. // 136. Volse. Volle. Quel. Colui. Cioè Amore. Che. Accusativo. // 139. Smorte. Pallide. Cioè oscure, confuse. // 141. In su le porte. Del palagio d’Amore. // 142. Lubrico sperar. Speranza sdrucciolevole. Cioè pericolosa o instabile. // 143. Dannoso. Cioè all’anima. Util. All’anima. // 144. Gradi. Gradini. Scaglioni. // 146. Disnor. Disonore. Nigra. Nera. // 147. Perfida. Infida. // 148. Sollicito furor. Insania operosa. // 149. Aperte. Larghe. // 150. Onde. E dal quale. Per strette. Suppliscasi strade. Si migra. Si esce. Si parte. // 151. Scese. Nome sostantivo. Intrar. Entrare. Erte. Nome sostantivo. Salite. - *Virg.: «Facilis descensus Averni; Sed remeare gradum, superasque evadere ad auras, Hoc opus, hic labor.» // 152. Turbida. Torbida. Mischia. Mischiata. Mista.

    Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,
    Stromboli o Mongibello in tanta rabbia.
    Poco ama sè chi in tal gioco s’arrischia.
    In così tenebrosa e stretta gabbia
    Rinchiusi fummo; ove le penne usate
    Mutai per tempo e la mia prima labbia.
    E ’ntanto, pur sognando libertate,
    L’alma, che ’l gran desio fea pronta e leve,
    Consolai con veder le cose andate.
    Rimirando, er’io fatto al Sol di neve,
    Tanti spirti e sì chiari in carcer tetro,
    Quasi lunga pittura in tempo breve,
    Chè ’l piè va innanzi, e l’occhio torna indietro.

    Verso 154. Vulcan. Isola vicina alla Sicilia. // 155. In. Con. // 156. Ama sè. Ama sè stesso. // 157. Gabbia. Cioè prigione. // 158-159. Le penne usate Mutai. Vuol dire incanutii. Dice le penne piuttosto che il pelo, continuando la metafora degli uccelli rinchiusi in gabbia. Per tempo. Immaturamente. Prima del tempo. La mia prima labbia. Il mio primo aspetto. // 161. L’alma. L’alma mia. Che. Accusativo. Fea. Facea. Leve. Leggera. Spedita. // 162. Le cose andate. Le cose passate. Cioè i casi degli amanti più antichi. // 163. Io era divenuto di neve al sole, cioè mi struggea come neve al sole, rimirando. // 164. Chiari. Famosi. In carcer tetro. Nel carcere dove io era, cioè in quello di Amore. // 165. Rimirandoli dico, come chi mira in tempo breve una lunga tela dipinta. // 166. Che. Nel mirar la qual pittura in tempo breve.




    TRIONFO DELLA CASTITÀ.

    «Con queste e con alquante anime chiare
    Trionfar vidi di colui che pria
    Veduto avea del mondo trionfare.»
    Trionfo della Castità.

    CAPITOLO UNICO.
    Primieramente si consola del non essere egli stato risparmiato da Amore, veggendo che non lo furono nè gl’Iddii nè gli uomini grandissimi; e appresso si conforta dell’essere stata da lui risparmiata Laura, scorgendo che Amore non ha ciò fatto di volontà, ma per più non potere. Poi descrive l’assalto d’Amore e di Laura, dimostrando la fierezza di quello per alcune comparazioni; e racconta la vittoria avuta da Laura sopra il nemico, e la confusione di esso. Indi nomina alcune donne che assistettero al trionfo di Laura, e segna il luogo dov’ella trionfò; e narra come parimente Scipione l’accompagnasse infino a Roma al tempio della Pudicizia, al quale ella consacrò le spoglie della vittoria, e diede Amore prigione in guardia al toscano Spurina e ad altri.

    Quando ad un giogo ed in un tempo quivi
    Domita l’alterezza degli Dei,
    E degli uomini vidi al mondo divi;
    I’ presi esempio de’ lor stati rei,
    Facendomi profitto l’altrui male
    In consolar i casi e dolor miei:
    Che s’io veggio d’un arco e d’uno strale
    Febo percosso e ’l giovine d’Abido,
    L’un detto Dio, l’altr’uom puro mortale;
    E veggio ad un lacciuol Giunone e Dido,
    Ch’amor pio del suo sposo a morte spinse,
    Non quel d’Enea, com’è ’l pubblico grido,
    Non mi debbo doler s’altri mi vinse
    Giovine, incauto, disarmato e solo.
    E se la mia nemica Amor non strinse,
    Non è ancor giusta assai cagion di duolo:
    Chè in abito il rividi ch’io ne piansi;
    Sì tolte gli eran l’ali e ’l gire a volo.

    Verso 1. Quivi. Nella prigione di Amore. // 2. Domita. Doma. // 3. Divi. Divini. // 4. De’. Dai. Rei. Miseri. // 5-6. Servendomi il male degli altri a consolarmi delle disavventure e delle pene mie. - *Cod. Bol.: Facendo mio profitto.* // 7. D’un arco e d’uno strale. D’un medesimo arco e strale. Cioè dall’arco e dallo strale di Amore. // 8. Il giovine d’Abido. Leandro. // 10. Ad un lacciuol. A uno stesso lacciuolo. Suppliscasi prese. Dido. Didone. // 11. Che. Accusativo. Del suo sposo. Di Sicheo. // 12. Non l’amore di Enea, come generalmente si dice. // 13. Altri. Cioè Amore. // 14. Dipende dal pronome mi del verso di sopra. // 15-17. E se Amore non recò in sua soggezione la mia nemica, cioè Laura, nè anche questa è ragion bastante di lamentarmi; chè io lo rividi poi sì malconcio per averla voluta assalire, e ridotto in abito, cioè in istato, tale, che io ne ebbi a piangere di compassione. // 16. Sì. Talmente. Sì fattamente.

    Non con altro romor di petto dansi
    Duo leon fieri, e duo folgori ardenti,
    Che cielo e terra e mar dar loco fansi,
    Ch’i’ vidi Amor con tutti suo’ argomenti
    Mover contra colei di ch’io ragiono,
    E lei più presta assai che fiamma o venti.
    Non fan sì grande e sì terribil suono
    Etna qualor da Encelado è più scossa,
    Scilla e Cariddi quando irate sono,
    Che via maggior in su la prima mossa
    Non fosse del dubbioso e grave assalto,
    Ch’i’ non credo ridir sappia nè possa:
    Ciascun per sè si ritraeva in alto,
    Per veder meglio; e l’orror de l’impresa
    I cori e gli occhi avea fatti di smalto.
    Quel vincitor che prima era a l’offesa,
    Da man dritta lo stral, da l’altra l’arco,
    E la corda a l’orecchia avea già tesa.

    Verso 19. Di petto dansi. Si danno di petto. Cioè: si avventano l’un contro l’altro, si vanno a scontrare, a urtare. - *Staz.: «Cum duo diversi pariter se fulmina cœli Rupta cadunt.»* // 21. Che si fanno dar luogo dall’aria, dalla terra e dal mare. // 22. Che. Dipende dal pronome altro, che sta nel principio della terzina antecedente. Argomenti. Arnesi. Strumenti. Armi. Macchine. Ingegni. // 23. Mover. Verbo neutro. // 24. E lei. Suppliscasi vidi muovere. // 26. Qualor. Qualvolta. Qualunque volta. // 28. Via. Vie. Assai. // 29. Non fosse. Suppliscasi il suono. // 30. Il quale io non mi credo saper nè poter dare ad intendere. // 31. Ciascun per sè. Ciascuno dei circostanti per la sua parte. // 33. I cori e gli occhi ec. Vuol dire che gli astanti, compresi di alto spavento, e intenti a vedere come riuscisse quello scontro così terribile, non fiatavano nè battevano palpebra, quasi gente impietrita. [A.] // 34. Quel vincitor. Cioè Amore. Che prima era a l’offesa. Vuol dire: che era l’assalitore. // 35. Suppliscasi avea, che sta nel verso seguente.

    Non corse mai sì levemente al varco
    Di fuggitiva cerva un leopardo
    Libero in selva, o di catene scarco,
    Che non fosse stato ivi lento e tardo;
    Tanto Amor venne pronto a lei ferire
    Con le faville al volto ond’io tutt’ardo.
    Combattea in me con la pietà il desire:
    Chè dolce m’era sì fatta compagna;
    Duro a vederla in tal modo perire.
    Ma virtù, che da buon non si scompagna,
    Mostrò a quel punto ben com’a gran torto
    Chi abbandona lei, d’altrui si lagna.
    Chè già mai schermidor non fu sì accorto
    A schifar colpo, nè nocchier sì presto
    A volger nave dagli scogli in porto,
    Come uno schermo intrepido ed onesto
    Subito ricoperse quel bel viso
    Dal colpo, a chi l’attende, agro e funesto.

    Verso 37. Levemente. Velocemente. Varco. Passo. // 39. O di catene scarco. Accenna l’usanza di adoperare il leopardo alla caccia.* // 42. Onde. Delle quali. Per le quali. // 44. Che dolce m’era ec. Compagna. Agli antichi valeva compagnia; perciò intendi: Che mi sarebbe stata cara sì fatta compagnia.* // 47. A quel punto. In quel frangente; nel momento del pericolo, e perciò del bisogno, mostrò ch’essa non viene mai meno ai buoni; sicchè a torto si lagna di lei chi non n’è soccorso, giacchè, s’egli non si fosse dilungato da lei, essa lo avrebbe all’uopo aiutato. [A.] // 48. Lei. Cioè, essa virtù. // 50. Schifar. Schivare. // 52. Schermo. Riparo. // 54. Agro. Acerbo.

    I’ era al fin con gli occhi attento e fiso,
    Sperando la vittoria ond’esser sòle;
    E per non esser più da lei diviso,
    Corre chi smisuratamente vôle,
    Ch’à scritto innanzi ch’a parlar cominci,
    Ne gli occhi e ne la fronte le parole,
    Volea dir io: Signor mio se, tu vinci,
    Legami con costei s’io ne son degno;
    Nè temer che già mai mi scioglie quinci:
    Quand’io ’l vidi pien d’ira e di disdegno
    Sì grave, ch’a ridirlo sarian vinti
    Tutti i maggior, non che ’l mio basso ingegno
    Chè già in fredda onestate erano estinti
    I dorati suoi strali accesi in fiamma
    D’amorosa beltade e ’n piacer tinti.
    Non ebbe mai di vero valor dramma
    Camilla e l’altre andar use in battaglia
    Con la sinistra sola intera mamma:
    Non fu sì ardente Cesare in Farsaglia
    Contra ’l genero suo, com’ella fue
    Contra colui ch’ogni lorica smaglia.

    Verso 55. Al fin. All’esito, al successo della battaglia. // 56. Sperando che la vittoria sarebbe da quella parte dalla quale ella suole essere, cioè dalla parte di Amore. // 58. Vôle. Vuole. Brama. // 59. Ch’à scritto. Che porta, che mostra, scritte. // 63. Mi scioglia. Io mi sciolga. Quinci. Di qui. Dalle tue catene. Dalla tua servitù. // 65-66. Ch’a ridirlo sarian vinti Tutti i maggior, non che ’l mio basso ingegno. Che non solo il mio ingegno piccolo e basso, ma qualunque altro si voglia dei più eccelsi e più grandi, non lo arriverebbe a ridire. // 70. Suppliscasi a comparazion di costei. Dramma. Punto. // 71. E l’altre. Vuol dire le altre amazzoni. Andar use. Use, cioè solite, di andare. // 72. Vuol dire colla destra mamma, mammella, tagliata. // 74. Contra ’l genero suo. Pompeo. Fue. Fu. Cioè ardente. // 75. Cioè contro Amore.

    Armate eran con lei tutte le sue
    Chiare virtuti (o glorïosa schiera!)
    E teneansi per mano a due a due.
    Onestate e Vergogna a la fronte era;
    Nobile par de le virtù divine,
    Che fan costei sopra le donne altera;
    Senno e Modestia a l’altre due confine;
    Abito con diletto in mezzo ’l core;
    Perseveranza e gloria in su la fine;
    Bell’Accoglienza, Accorgimento fore;
    Cortesia intorno intorno a Puritate,
    Timor d’infamia e sol Desio d’onore;
    Pensier canuti in giovenile etate,
    E (la concordia ch’è sì rara al mondo)
    V’era con Castità somma Beltate.
    Tal venìa contr’Amor, e ’n sì secondo
    Favor del cielo e de le ben nate alme,
    Che de la vista ei non sofferse il pondo.

    Verso 79. Vergogna. Pudicizia. Verecondia.* // 80. Par. Paio. // 81. Sopra le donne altera. Sublime sopra le altre donne. // 82. A l’altre due confine. Erano confini, cioè vicine, alle altre due, cioè ad Onestà e Vergogna, dette di sopra. Ovvero, come alcuni intendono, confini alle altre due virtù dette cardinali, cioè, Giustizia e Fortezza. // 83. In mezzo ’l core. Suppliscasi erano. //. 85. Fore. Erano di fuori. // 88. Rutil. Numaz.: «Vitæ flore puer, sed gravitate senex.»* // 89-90. E v’era somma Bellezza con Castità, due condizioni che sì rare volte si trovano congiunte insieme. // 91. Venìa. Veniva colei. E ’n sì secondo. E con sì secondo, cioè propizio, prospero. // 92. De le ben nate alme. Di quelle che si diranno appresso. // 93. De la vista. Della vista di lei. Ei. Amore. Non sofferse. Non potè sostenere. Pondo. Peso.

    Mille e mille famose e care salme
    Tôrre gli vidi, e scotergli di mano
    Mille vittorïose e chiare palme.
    Non fu ’l cader di subito sì strano
    Dopo tante vittorie ad Anniballe
    Vinto a la fin dal giovine romano;
    Nè giacque sì smarrito ne la valle
    Di Terebinto quel gran Filisteo
    A cui tutto Israel dava le spalle,
    Al primo sasso del garzone ebreo;
    Nè Ciro in Scizia, ove la vedova orba
    La gran vendetta e memorabil feo.
    Com’uom ch’è sano, e ’n un momento ammorba,
    Che sbigottisce e duolsi; o colto in atto
    Che vergogna con man dagli occhi forba;
    Cotal era egli, ed anco a peggior patto;
    Chè paura e dolor, vergogna ed ira
    Eran nel volto suo tutte ad un tratto.

    Verso 94. Salme. Spoglie. // 95. Tôrre gli vidi. Cioè vidi Laura tôrre ad Amore. // 97-99. Non riuscì sì strano ad Annibale, dopo tanto vittorie, il cadere alla fine subitamente vinto dal giovane Scipione. // 101. Quel gran Filisteo. Il gigante Golia. // 102. Dava. Volgeva fuggendo. // 103. Dipende dal verbo giacque del principio della terzina qui dietro. // 104. Nè Ciro. Suppliscasi giacque sì smarrito. La vedova. Cioè la regina Tomiri. Orba. Del figlio, uccisole da’ Persiani. // 105. Feo. Fece. // 106. Ammorba. Ammala. Inferma. Verbo neutro. // 107. O colto. O come uomo colto. // 108. Che. Tale che egli. Per cui egli. Forba. Forbisca. // 109. Egli. Cioè Amore. A peggior patto. In peggiore stato.

    Non freme così ’l mar quando s’adira,
    Non Inarime allor che Tifeo piagne,
    Non Mongibel s’Encelado sospira.
    Passo qui cose glorïose e magne
    Ch’io vidi e dir non oso: a la mia Donna
    Vengo ed a l’altre sue minor compagne.
    Ell’avea in dosso il dì candida gonna;
    Lo scudo in man che mal vide Medusa:
    D’un bel diaspro era ivi una colonna,
    A la qual, d’una in mezzo Lete infusa
    Catena di diamanti e di topazio,
    Che s’usò fra le donne oggi non s’usa,
    Legar il vidi; e farne quello strazio
    Che bastò bene a mille altre vendette,
    Ed io per me ne fui contento e sazio.
    Io non poria le sacre e benedette
    Vergini ch’ivi fur, chiuder in rima;
    Non Calliope e Clio con l’altre sette.

    Verso 113. Inarime. L’isola detta oggi d’Ischia. Tifeo. Gigante, che i poeti finsero imprigionato nella detta isola. // 114. Mongibel. Etna. // 115. Passo. Lascio. Passo in silenzio. Magne. Grandi. // 116. E dir non oso. Perchè vincono il mio ingegno. // 118. Il dì. Quel dì. // 119. Lo scudo. Quello dato da Pallade cioè dalla Sapienza, a Perseo. Suppliscasi avea. Che. Accusativo. // 121-126. Alla qual colonna io vidi lui, cioè Amore, esser legato, cioè da Laura e dalle compagne, con una catena di diamanti e di topazio (simboli di costanza e di castità), infusa in mezzo al fiume di Lete, la quale fu in uso tra le donne già un tempo, ma oggi non si usa più: e vidi la medesima Laura e quelle altre donne far di lui tale strazio, che bastò per vendetta di mille altri offesi da esso, ed io per la parte mia me ne tenni vendicato compiutamente. // 124. Dante: «Dopo ciò poco vidi quello strazio. Far di costui... Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.»* // 127. Poria. Potrei. // 128. Chiuder. Cioè annoverar tutte. // 129. Non. Non lo potrebbono. Con l’altre sette. Colle altre sette muse.

    Ma d’alquante dirò che ’n su la cima
    Son di vera onestate; infra le quali
    Lucrezia da man destra era la prima,
    L’altra Penelopè: queste gli strali,
    E la faretra e l’arco avean spezzato
    A quel protervo, e spennacchiate l’ali.
    Virginia appresso il fiero padre armato
    Di disdegno, di ferro e di pietate;
    Ch’a sua figlia ed a Roma cangiò stato,
    L’un’e l’altra ponendo in libertate:
    Poi le Tedesche che con aspra morte
    Servar la lor barbarica onestate.
    Giudit ebrea, la saggia, casta e forte;
    E quella Greca che saltò nel mare
    Per morir netta e fuggir dura sorte.
    Con queste e con alquante anime chiare
    Triunfar vidi di colui che pria
    Veduto avea del mondo triunfare.

    Versi 130-131: Cod. Bol.: Che sono in cima Di verace onestade.* // 135. A quel protervo. Cioè ad Amore. // 136. Virginia. Suppliscasi era, o v’era. Appresso il. Presso al. // 133. Che. Dipende dal nome padre. // 141. Servâr. Serbarono. Ciò fu dopo la vittoria che Mario ebbe dei mariti. - *Cod. Bol.: Servaron lor ecc.* // 143. E quella greca. Ippo. // 145. Chiare. Famose. // 146. Triunfar vidi. Suppliscasi Laura. Che. Accusativo. // 147. Avea. Persona prima.

    Fra l’altre la vestal vergine pia
    Che baldanzosamente corse al Tibro,
    E per purgarsi d’ogn’infamia ria
    Portò dal fiume al tempio acqua col cribro;
    Poi vidi Ersilia con le sue Sabine,
    Schiera che del suo nome empie ogni libro.
    Poi vidi, fra le donne peregrine,
    Quella che per lo suo diletto e fido
    Sposo, non per Enea, volse ir al fine:
    Taccia ’l volgo ignorante: i’ dico Dido,
    Cui studio d’onestate a morte spinse,
    Non vano amor com’è ’l pubblico grido.
    Al fin vidi una che si chiuse e strinse
    Sopr’Arno per servarsi; e non le valse;
    Chè forza altrui il suo bel pensier vinse.
    Era il triunfo dove l’onde salse
    Percoton Baia; ch’al tepido verno
    Giunse a man destra, e ’n terra ferma salse.

    Verso 145. Fra l’altre. Suppliscasi vidi. La vestal vergine pia. Tuzia. // 149. Baldanzosamente. Confidentemente. Sicuramente. *Francamente. Tibro. Tevere. // 150. D’ogni infamia ria. Del peccato appostole d’incontinenza. // 154. Peregrine. Straniere. Non italiane. // 156. Volse. Volle. Ir al fine. Morire. // 159. Studio. Amore. Cura. // 159. Veggasi la quarta terzina di questo Trionfo. // 160. Una. Piccarda da Firenze, cantata da Dante. Si chiuse e strinse. Vuol dire: si fece monaca. - *Dante Par. III, 103: «Del mondo per seguirla, giovinetta Fuggi’ mi e nel suo abito ivi chiusi (di santa Chiara) E promisi la via de la sua setta.»* // 161. Sopr’Arno. In riva all’Arno. Per servarsi. Per serbarsi casta. Valse. Bastò. Giovò. - *Dante, loc. cit.: «Uomini poi a mal più ch’a ben usi Fuor mi rapiron de la dolce chiostra.»* // 162. Chè. Perocchè. Il suo bel pensier. La sua lodevole intenzione. // 163. Il triunfo. La pompa trionfale di Laura. Dove. Nel luogo ove. // 164-165. Ch’al tepido verno Giunse a man destra, e ’n terra ferma salse. Finge che la pompa trionfale di Laura dall’isola di Cipro, dove Amore dalla medesima Laura era stato vinto e preso (veggasi il verso centesimo coi seguenti del Trionfo d’Amore, Capitolo ultimo), passasse per mare a Baia, a man destra della detta isola; e dice che la stagione era un inverno tepido, volendo significare la temperata freddezza dell’animo di Laura e di quelle altre donne caste. Salse vuol dire saltò, cioè sbarcò, come in altri esempi ha notato molto bene il Monti nella Proposta, sotto la voce salire.

    Indi fra monte Barbaro ed Averno,
    L’antichissimo albergo di Sibilla
    Passando, se n’andâr dritto a Linterno.
    In così angusta e solitaria villa
    Era il grand’uom che d’Affrica s’appella
    Perchè prima col ferro al vivo aprilla.
    Qui de l’ostile onor l’alta novella,
    Non scemato con gli occhi, a tutti piacque;
    E la più casta era ivi la più bella.
    Nè ’l triunfo d’altrui seguire spiacque
    A lui che, se credenza non è vana,
    Sol per trionfi e per imperi nacque.
    Così giugnemmo a la città soprana
    Nel tempio pria che dedicò Sulpizia
    Per spegner ne la mente fiamma insana.
    Passammo al tempio poi di Pudicizia,
    Ch’accende in cor gentil oneste voglie,
    Non di gente plebea ma di patrizia.

    Verso 169. Cioè in quella di Linterno. // 170. Il grand’uom. Cioè Scipione Affricano maggiore. Che d’Affrica s’appella. Che ha nome dall’Affrica. // 171. Prima. Per la prima volta. // 172. De l’ostile onor. Cioè del trionfo di Laura. // 173. Non scemato con gli occhi. Vuol dire che quel trionfo non riuscì meno maraviglioso a vederlo, di quel che n’avea portato la fama. // 174. Intende di Laura. // 175. Il triunfo. Accusativo. // 176. A lui. Cioè a Scipione Affricano maggiore. // 178. A la città soprana. Alla città sovrana, suprema. Cioè a Roma. // 179. Che. Accusativo. // 183. Due templi della Pudicizia erano in Roma, l’uno de’ plebei, l’altro dei patrizi.

    Ivi spiegò le glorïose spoglie
    La bella vincitrice, ivi depose
    Le sue vittorïose e sacre foglie:
    E ’l giovine Toscan, che non ascose
    Le belle piaghe che ’l fer non sospetto,
    Del comune nemico in guardia pose
    Con parecchi altri; e fummi ’l nome detto
    D’alcun di lor, come mia scorta seppe,
    Ch’avean fatto ad Amor chiaro disdetto;
    Fra’ quali vidi Ippolito e Gioseppe.

    Verso 187. Il giovine Toscan. Spurina, che, per levare il sospetto e il timore che gli altri avevano di lui per la sua gran bellezza, si guastò di sua mano il viso con alcune ferite. Accusativo. // 188. Fer. Fecero. // 189. Del comune nemico. Cioè di Amore prigione. // 190-191. E fummi ’l nome detto D’alcun di lor, come mia scorta seppe. Cioè: la mia scorta (che è quell’ombra di cui si parla in principio del Trionfo d’Amore) mi disse il nome di alcuni di questi tali, per quanto ella ne seppe. // 192. Che. I quali. Dipende da parecchi altri. Chiaro. Famoso. Disdetto. Cioè contraddizione, ripulsa, rifiuto, contrasto. Far disdetto vale dir di no, contraddire, sconsentire, repugnare. - *Il Cod. Bol. legge: difetto; ed è buona lezione, potendosi intendere il far difetto ad alcuno nel senso di offendere alcuno, come nelle V. de’ SS. PP.: «Dimmi in che io t’ho contristato e fatto difetto?» ovvero nel significato del lat. deficere, abbandonare, ribellarsi, onde qui difetto suonerebbe defezione.* // 193. Ippolito. Figlio di Teseo. Gioseppe. Figlio di Giacobbe.




    TRIONFO DELLA MORTE.

    «O ciechi, il tanto affaticar che giova?
    Tutti tornate alla gran madre antica,
    E il nome vostro appena si ritrova.»
    Trionfo della Morte, Cap. I.

    CAPITOLO I.
    In questo capitolo racchiude il Petrarca la descrizione del ritorno da Roma in Provenza di Laura vittoriosa; lo scontro della Morte in lei; il ragionamento della Morte e di Laura; una sua digressione contro la vanità delle cose mondane, presa cagione dalla moltitudine de’ morti potenti; la morte di Laura, amplificata dalle persone presenti, dal modo di uccidere della Morte, dagli atti e dalle parole degli astanti, dal tempo, dall’assenza dei demonj, e dalla qualità piacevole del morire.

    Questa leggiadra e glorïosa donna
    Ch’è oggi nullo spirto e poca terra,
    E fu già di valor alta colonna,
    Tornava con onor da la sua guerra,
    Allegra, avendo vinto il gran nemico
    Che con suo’ inganni tutto ’l mondo atterra,
    Non con altr’arme che col cor pudico,
    E d’un bel viso e di pensieri schivi,
    D’un parlar saggio e d’onestate amico.
    Era miracol novo a veder quivi
    Rotte l’arme d’Amor, arco e saette;
    E quai morti da lui, quai presi vivi.
    La bella donna e le compagne elette,
    Tornando da la nobile vittoria,
    In un bel drappellotto ivan ristrette.
    Poche eran, perchè rara è vera gloria;
    Ma ciascuna per sè parea ben degna
    Di poema chiarissimo e d’istoria.

    Verso 7. Non con altr’arme. Dipende dalle parole avendo vinto. // 6. E d’un bel viso. E coll’arme di un bel viso. // 10. Miracol novo. Maraviglia non più veduta. A veder. Il vedere. // 12. E qual, ec. E il miracolo era a veder rotte da Laura quelle arme, con le quali Amore avea morti (uccisi) o presi vivi tanti altri. [A.]

    Era la lor vittorïosa insegna
    In campo verde un candido armellino,
    Ch’oro fino e topazi al collo tegna.
    Non uman veramente, ma divino
    Lor andar era e lor sante parole:
    Beato è ben chi nasce a tal destino!
    Stelle chiare pareano, in mezzo un Sole
    Che tutte ornava e non togliea lor vista,
    Di rose incoronate e di viole.
    E come gentil cor onore acquista,
    Così venia quella brigata allegra:
    Quand’io vidi un’insegna oscura e trista
    Ed una donna involta in veste negra,
    Con un furor qual io non so se mai
    Al tempo dei giganti fosse a Flegra,
    Si mosse, e disse: o tu, donna, che vai
    Di gioventute e di bellezza altera,
    E di tua vita il termine non sai;
    Io son colei che sì importuna e fera
    Chiamata son da voi e sorda e cieca,
    Gente a cui si fa notte innanzi sera.

    Verso 20. In campo verde. Il color verde del campo della insegna è figura della gioventù. // 21. Tegna. Tenga. // 23. Andar. Andamento. // 26. Non togliea. Cioè non impediva agli altri. // 28-29. Vuol dire che quelle donne dimostravano di fuori il piacer che sentivano dell’onore acquistato. // 31. Una donna. Cioè la Morte. // 32. Qual. Cioè, simile al quale. // 36. Di tua vita il termine. Cioè qual sia il termine destinato alla tua vita, quando abbia a finir la tua vita. // 38. Da voi. Da voi mortali. - Sorda alle preghiere di chi non vorrebbe morire; cieca, abbattendo talvolta i più giovani e i più utili al mondo [A.] // 39. Vuol dir gente sciocca, di corta veduta, di poco intendimento, di giudizio torto. Dipende da voi. Innanzi sera. Prima di sera.

    I’ ò condotto alfin la gente greca
    E la troiana, a l’ultimo i Romani,
    Con la mia spada, la qual punge e seca,
    E popoli altri barbareschi e strani;
    E giungendo quand’altri non m’aspetta,
    Ò interrotti mille pensier vani.
    Or a voi, quand’il viver più diletta,
    Drizzo il mio corso, innanzi che Fortuna
    Nel vostro dolce qualche amaro metta.
    In costor non ài tu ragione alcuna,
    Ed in me poca; solo in questa spoglia:
    Rispose quella che fu nel mondo una.
    Altri so che n’arà più di me doglia,
    La cui salute dal mio viver pende;
    A me fia grazia che di qui mi scioglia.
    Qual è chi ’n cosa nova gli occhi intende,
    E vede ond’al principio non si accorse;
    Sì ch’or si maraviglia, or si riprende;
    Tal si fe quella fera: e poi che ’n forse
    Fu stata un poco: ben le riconosco,
    Disse, e so quando ’l mio dente le morse.

    Verso 41. A l’ultimo. Finalmente. // 42. Seca. Taglia. // 43. E popoli altri. Ed altri popoli. Dipende dalle parole della terzina precedente, I’ ò condotto alfin. // 44. Altri. La gente. // 46. Diletta. Verbo. Ripetasi a voi. // 48. Dolce. Nome sostantivo. Amaro. Sostantivo. // 49. In costor. In queste mie compagne già morte. Ragione. Diritto. Potestà. // 50. In questa spoglia. Cioè nel mio corpo. // 51. Una. Unica. Singolare. // 52. So che altri (il Poeta intende qui di sè stesso) avrà, di questa cosa, cioè della mia fine, maggior dolore di quello che n’avrò io. // 53. La cui salute. Dipende da altri. Pende. Dipende. // 54. Io avrò per grazia, a me sarà caro, che tu mi sciolga di qui, cioè mi liberi da questa prigione terrena. // 55. Intende. Fissa. // 56. Onde. Cosa di cui. // 58. Si fe. Si fece. Divenne. Quella fera. La Morte. // 59. Le riconosco. Cioè coteste tue compagne. - *Dante: «Quivi ne sto coi parvoli innocenti, Dai denti morsi della morte avanti che fosser dell’umana colpa esenti.»*

    Poi col ciglio men torbido e men fosco,
    Disse: tu che la bella schiera guidi,
    Pur non sentisti mai mio duro tosco.
    Se del consiglio mio punto ti fidi,
    Che sforzar posso, egli è pur il migliore
    Fuggir vecchiezza e suoi molti fastidi.
    I’ son disposta farti un tale onore,
    Qual altrui far non soglio, che tu passi
    Senza paura e senz’alcun dolore.
    Come piace al signor che in cielo stassi,
    Ed indi regge e tempra l’universo,
    Farai di une quel che degli altri fassi:
    Così rispose. Ed ecco da traverso
    Piena di morti tutta la campagna,
    Che comprender non può prosa nè verso.
    Da India, dal Cataio, Marocco e Spagna
    Il mezzo avea già pieno e le pendici
    Per molti tempi quella turba magna.

    Verso 63. Pur. Sola tra le altre di questa schiera. // 65. Che. La quale. Dipende dal pronome mio, che vale di me. Sforzar posso. Ti potrei, se volessi, sforzare, in cambio di consigliarti. Egli. Voce che ridonda. Il migliore. Il meglio. Il miglior partito. // 68. Altrui. Agli altri. Che tu passi. Sono disposta, dico, a fare che tu passi di questa vita. // 71. Indi. Di lassù. // 73. Ed ecco. Suppliscasi io vidi. // 75. Che. In guisa che. Comprender. Abbracciare. Esporre compiutamente. // 76-78. Cioè, dalla estremità orientale della torre alla estremità occidentale, quella gran moltitudine di gente morta in lunga successione di tempo, aveva già empiuto il mezzo cioè il tratto interposto, e le pendici, cioè le rive, i contorni. Pieno. Empiuto. Magna. Grande.

    Ivi eran quei che fur detti felici,
    Pontefici, regnanti e ’mperatori;
    Or sono ignudi, poveri e mendici.
    U’ son or le ricchezze? u’ son gli onori
    E le gemme e gli scettri e le corone
    E le mitre e i purpurei colori?
    Miser chi speme in cosa mortal pone!
    (Ma chi non ve la pone?) e s’ei si trova
    A la fine ingannato, è ben ragione.
    O ciechi, il tanto affaticar che giova?
    Tutti tornate a la gran madre antica,
    E ’l nome vostro appena si ritrova.
    Pur de le mille un’utile fatica,
    Che non sian tutte vanità palesi;
    Chi ’ntende i vostri studi, sì mel dica.

    Verso 81. Cod. Bol.: miseri e mendici. * // 82. U’. Dove. // 84. Il Leopardi, seguendo sempre il Marsand, leggeva: E le mitre con purpurei colori. Noi abbiam preferita la lezione dei Codici estensi proposta dal Muratori, e adottata dal Carrer. [L.] // 87. Ragione. Ragionevole. // 88. Affaticar. Verbo neutro. // 89. A la gran madre antica. Alla terra. - *Virg.: «Antiquam exquirite matrem.»* // 91-93. Vuol dire: chi ha diritta cognizione dei vostri studi, cioè delle vostre cure ed occupazioni, mi dica se in mille vostre fatiche ce ne ha una sola utile; sicchè non sieno tutte quante vanità manifeste.

    Che vale a soggiogar tanti paesi
    E tributarie far le genti strane
    Con gli animi al suo danno sempre accesi?
    Dopo l’imprese perigliose e vane,
    E col sangue acquistar terra e tesoro,
    Via più dolce si trova l’acqua e ’l pane,
    E ’l vetro e ’l legno, che le gemme e l’oro.
    Ma per non seguir più sì lungo tema,
    Temp’è ch’io torni al mio primo lavoro.
    I’ dico che giunta era l’ora estrema
    Di quella breve vita glorïosa,
    E ’l dubbio passo di che ’l mondo trema.
    Era a vederla un’altra valorosa
    Schiera di donne non dal corpo sciolta,
    Per saper s’esser può Morte pietosa.
    Quella bella compagna er’ivi accolta
    Pur a veder e contemplar il fine
    Che far conviensi, e non più d’una volta.

    Verso 94. Vale. Giova. A soggiogar. Di soggiogare. Il soggiogare. // 95. Strane. Straniere. // 96. Al suo danno. Al proprio danno. A procacciare il proprio danno - cioè a procacciar cose le quali abbiano aspetto di bene, ma poi nel vero riescono dannose. [A.] // 93. E dopo gli acquisti di terre e di ricchezze fatti col sangue. // 99. Via. Vie. Assai. // 101. Sì lungo tema. Argomento che vorrebbe tante parole. // 102. Temp’è. È tempo. Lavoro. Proposito. // 104. Cioè della vita di Laura. // 105. Il dubbio passo. Cioè il passo della morte. Di che. Di cui. // 106. Era a vederla. Era quivi presente a vederla, cioè a veder Laura. // 107. Non dal corpo sciolta. Cioè ancora in vita. // 108. Dipende dalle parole era a vederla. // 109. Compagna. Compagnia. Accolta. Raccolta. // 110. Pur. Solo. // 111. Che far conviensi. Che a tutti i mortali bisogna fare.

    Tutte sue amiche, e tutte eran vicine.
    Allor di quella bionda testa svelse
    Morte con la sua mano un aureo crine.
    Così del mondo il più bel fiore scelse;
    Non già per odio, ma per dimostrarsi
    Più chiaramente ne le cose eccelse.
    Quanti lamenti lagrimosi sparsi
    Fur ivi, essendo quei begli occhi asciutti.
    Per ch’io lunga stagion cantai ed arsi!
    E fra tanti sospiri e tanti lutti
    Tacita e lieta sola si sedea,
    Del suo bel viver già cogliendo i frutti.
    Vattene in pace, o vera mortal Dea,
    Diceano: e tal fu ben: ma non le valse
    Contra la Morte in sua ragion sì rea.
    Che fia de l’altre, se quest’arse ed alse
    In poche notti e si cangiò più volte?
    O umane speranze cieche e false!
    Se la terra bagnâr lagrime molte
    Per la pietà di quell’alma gentile,
    Chi ’l vide il sa; tu ’l pensa che l’ascolte.

    Verso 112. Tutte sue amiche. Suppliscasi erano. // 115. Del mondo il più bel fiore scelse. Si tolse la più eccellente creatura del mondo, cioè Laura. - *Cod. Bol.: Il più bel lauro.* // 116. Dimostrarsi. Dimostrare la sua potenza. // 117. Ne le cose eccelse. Qual era Laura. // 119. Essendo quei begli occhi asciutti. Senza che apparisse però una lagrima in quei begli occhi. // 120. Per che. Per li quali occhi. Lunga stagion. Lungo tempo. // 123. Cioè: godendo in quel punto di una sicurtà d’animo e di una pace che erano frutti della sua bella vita. // 125. Diceano. Cioè quelle donne. E tal fu ben; ma non le valse. E tale fu ella veramente; ma ciò non le valse. // 126. In sua ragion sì rea. Cioè: sì dura esattrice de’ suoi diritti. // 127. De l’altre. Delle altre donne mortali. Arse ed alse. Patì ardore e gelo. // 128. In poche notti. Cioè nel breve tempo dell’ultima infermità. // 132. Tu ’l pensa che l’ascolte. Tu che lo ascolti, te lo immagina.

    L’ora prima era e ’l dì sesto d’aprile,
    Che già mi strinse, ed or, lasso, mi sciolse.
    Come Fortuna va cangiando stile!
    Nessun di servitù già mai si dolse,
    Nè di morte, quant’io di libertate,
    E de la vita ch’altri non mi tolse.
    Debito al mondo e debito a l’etate
    Cacciar me innanzi ch’era giunto in prima,
    Nè a lui torre ancor sua dignitate.
    Or, qual fusse ’l dolor, qui non si stima;
    Ch’appena oso pensarne, non ch’io sia
    Ardito di parlarne in versi o ’n rima.
    Virtù morta è, bellezza e cortesia
    (Le belle donne intorno al casto letto
    Triste diceano); omai di noi che fia?
    Chi vedrà mai in donna atto perfetto?
    Chi udirà il parlar di saper pieno
    E ’l canto pien d’angelico diletto?
    Lo spirto per partir di quel bel seno,
    Con tutte sue virtuti in sè romito,
    Fatto avea in quella parte il ciel sereno.

    Verso 134. Che già mi strinse. Vuol dire: nel qual giorno e nella quale ora io già m’innamorai. // 136. Si dolse. Suppliscasi tanto. // 137. Quant’io. Suppliscasi mi dolsi e mi dolgo. // 135. Vuol dire: e che la Morte non abbia spento ancor me. // 139. Debito. Era dovuto. // 140. Cacciar. Dal mondo. Innanzi. Cioè prima di Laura. Che. Dipende da me. Giunto. Al mondo. In prima. Prima di Laura. // 141. A lui. Cioè al mondo. Sua dignitate. Il suo maggior pregio ed ornamento, che consisteva in Laura. // 142. Fusse. Fosse. Qui. Cioè, da me in questo luogo. Non si stima. Non si misura. Non si determina. // 143-144. Che non solo io non ardisco di ragionarne, ma eziandio appena oso pensarlo. // 145. Mai. Mai più da ora innanzi. // 149. Di saper pieno. Pieno di sapere. // 151. Lo spirto. Di Laura. Per partir. Per la sua partenza. Essendosi partito. Col suo partirsi. Di. Da. // 152. Romito. Raccolto. Ristretto. // 153. In quella parte. In quella parte alla quale aveva indirizzato il suo volo. - *Ovid.: «Risit, et aer Protinus ex illa parte serenus erat.»*

    Nessun degli avversari fu sì ardito
    Ch’apparisse già mai con vista oscura
    Fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.
    Poi che, deposto il pianto e la paura,
    Pur al bel viso era ciascuna intenta,
    Per disperazïon fatta secura;
    Non come fiamma che per forza è spenta,
    Ma che per sè medesma si consume,
    Se n’andò in pace l’anima contenta;
    A guisa d’un soave e chiaro lume
    Cui nutrimento a poco a poco manca;
    Tenendo al fin il suo usato costume.
    Pallida no, ma più che neve bianca,
    Che senza vento in un bel colle fiocchi,
    Parea posar come persona stanca.
    Quasi un dolce dormir ne’ suoi begli occhi
    Essendo ’l spirto già da lei diviso,
    Era quel che morir chiaman gli sciocchi.
    Morte bella parea nel suo bel viso.

    Verso 151. Degli avversari. Degli spiriti maligni. // 155. Vista. Sembianza. // 150. Fornito. Finito. // 158. Pur. Solo. Ciascuna. Delle donne circostanti. // 159. Per desperazïon fatta secura. Suppliscasi era. // 161. Per. Da. Consume. Consumi. // 165. Tenendo al fin. Mantenendo insino alla fine. Usato. Consueto. // 168. Posar. Riposarsi. - *Plin. Secondo:«Habitus corporis quiescenti similior, quam defuncto.»* // 169. Dipende dal verbo era, che sta nell’ultimo verso della terzina. Quasi. Come. // 170. Invece di essendo ’l spirto, troppo duro e difficile all’orecchio, qualche Codice estense, veduto dal Muratori, ha sendo lo spirto. [L.]


    CAPITOLO II.
    Infino a qui il Petrarca narrò un sogno, in cui gli parve di scorgere, come se fosse desto, il trionfo d’Amore della Castità e della Morte, con tutto le maraviglie da lui descritte; ma al presente significa come gli sembrava, sognando, di vedere Laura che lo consolasse del dolore sentito per la sua morte, e di ragionare con esso lei.

    La notte che seguì l’orribil caso
    Che spense ’l Sol, anzi ’l ripose in cielo,
    Ond’io son qui com’uom cieco rimaso,
    Spargea per l’aere il dolce estivo gelo,
    Che con la bianca amica di Titone
    Suol de’ sogni confusi tôrre il velo;
    Quando donna sembiante a la stagione,
    Di gemme orïentali incoronata,
    Mosse vêr me da mille altre corone;
    E quella man già tanto desiata
    A me, parlando e sospirando, porse:
    Ond’eterna dolcezza al cor m’è nata.
    Riconosci colei che prima torse
    I passi tuoi dal pubblico vïaggio,
    Come ’l cor giovenil di lei s accorse?
    Così, pensosa, in atto umile e saggio
    S’assise e seder femmi in una riva
    La qual ombrava un bel lauro ed un faggio.

    Versi 1-2. Cioè la notte che venne dopo la morte di Laura. // 3. Onde, io sono rimaso qui, cioè in terra, come uomo cieco, essendo privato del mio sole. // 4. Spargea. Dipende dal nome la notte. - *Il dolce estivo gelo, la rugiada.* // 5. Con la bianca amica di Titone. Coll’aurora. In sull’alba. // 6. Suol rischiarare i sogni. Suole apportare i sogni veri. Stimarono gli antichi che i sogni che si veggono in sul mattino fossero più conformi alla verità che gli altri. - *Dante chiama altresì questa l’ora «In che la mente nostra pellegrina Più da la carne e men da’ pensier presa, A le sue visïon quasi è divina.» E Ovid.: «Tempore quo cerni somnia vera solent.»* // 7. Sembiante alla stagione. Somigliante a quell’ora. Vuol dire: somigliante all’Aurora. // 8. Dipende dal nome donna. // 9. Mosse. Si mosse. Venne. Vêr. Verso. Da mille altre corone. Da una compagnia di mille altre anime medesimamente incoronate. Vuol dire: dal paradiso. // 13-14. Torse I passi tuoi dal pubblico viaggio. Ti ritrasse dalla comune strada, dalla volgare usanza, del vivere. // 15. Come. Tosto che. Il cor. Il tuo cuore. // 16. Così. Così dicendo. // 17. Femmi. Mi fece. // 18. La qual. Accusativo. Ombrava. Adombrava.

    Come non conosch’io l’alma mia Diva?
    Risposi in guisa d’uom che parla e plora:
    Dimmi pur, prego, se sei morta o viva.
    Viva son io, e tu sei morto ancora,
    Diss’ella, e sarai sempre, fin che giunga
    Per levarti di terra l’ultim’ora.
    Ma ’l tempo è breve, e nostra voglia è lunga:
    Però t’avvisa, e ’l tuo dir stringi e frena,
    Anzi che ’l giorno, già vicin, n’aggiunga.
    Ed io: al fin di quest’altra serena
    Ch’à nome vita, che per prova ’l sai,
    Deh dimmi se ’l morir è sì gran pena.
    Rispose: mentre al vulgo dietro vai,
    Ed a l’opinïon sua cieca e dura,
    Esser felice non puo’ tu giammai.
    La morte è fin d’una prigione oscura
    Agli animi gentili; agli altri è noia,
    Ch’ànno posto nel fango ogni lor cura.

    Verso 20. Plora. Piange. // 21. Pur. Solamente. Prego. Ti prego. - *Cod. Bolog.: Stu se’ morta o viva.»* // 22. Cic. De somn. Scip.: «Vestra vero, quæ dicitur vita, mors est.» // 23. E sarai sempre. Cioè morto. // 25. Ma il tempo che ora ci è conceduto da stare insieme è breve, e noi abbiamo gran quantità di cose che ci vorremmo dire. // 26. T’avvisa. Avverti. Sta avvertito. Ti regola. Stringi. Riduci in poche parole. // 27. Anzi. Prima. N’aggiunga. Ci sopraggiunga. Ci arrivi. // 25-30. Ed io soggiunsi: deh dimmi, poichè tu il sai per prova, se al fine di quest’altra sirena che si chiama vita, il morire è così gran pena come si crede. Chiama la vita altra serena, cioè quarta sirena, da aggiungersi alle tre della favola. // 31. Mentre. Finchè. // 32. Dura. Pertinace. // 33. Puo’. Puoi. // 35. Noia. Pena, affanno. // 36. Ch’ànno. I quali hanno.

    Ed ora il morir mio che sì t’annoia,
    Ti farebbe allegrar, se tu sentissi
    La millesima parte di mia gioia.
    Così parlava; e gli occhi ave’ al ciel fissi
    Divotamente: poi mise in silenzio
    Quelle labbra rosate, insin ch’io dissi:
    Silla, Mario, Neron, Gaio e Mesenzio,
    Fianchi, stomachi, febbri ardenti fanno
    Parer la morte amara più ch’assenzio.
    Negar, disse, non posso che l’affanno
    Che va innanzi al morir, non doglia forte,
    Ma più la tema de l’eterno danno:
    Ma pur che l’alma in Dio si riconforte,
    E ’l cor, che ’n sè medesmo forse è lasso,
    Che altro ch’un sospir breve è la morte?
    I’ avea già vicin l’ultimo passo,
    La carne inferma, e l’anima ancor pronta;
    Quand’udi’ dir in un suon tristo e basso:
    O misero colui ch’e’ giorni conta,
    E pargli l’un mill’anni, e ’ndarno vive,
    E seco in terra mai non si raffronta;
    E cerca ’l mar e tutte le sue rive,
    E sempre un stile ovunqu’e’ fosse tenne;
    Sol di lei pensa, o di lei parla, o scrive!

    Verso 37. T’annoia. Ti pesa. Ti duole. Ti addolora. // -10. Ave’ al ciel fissi. Avea, tenea, fissi nel cielo. // 43. Vuol dire: i tormenti che i tiranni fanno patire. Gaio. Caio Caligola. // 44. Fianchi, stomachi. Mali di fianco o di stomaco. // 47. Doglia. Dolga. Forte. Avverbio. // 49. Pur che. Purchè. Riconforte. Riconforti. Rinvigorisca. // 50. Che ’n sè medesmo. Che per sè medesimo. Che quanto a sè. Lasso. Debole. // 51. Che altro che. Che altro se non. - *Spiritus promptus est, caro autem infirma.» * // 54. Udi’. Udii. // 55. Colui. Intendasi il Poeta. E’ giorni conta. Conta i giorni, cioè quelli, passati i quali esso si crede di avere a riveder la sua Laura. // 56. E pargli l’un mill’anni. E ogni giorno gli par mill’anni. // 57. Vuol dire: e mai non entra, non si riduce, in terra, cioè in sua vita, a pensar di proposito a sè medesimo e a’ casi suoi. // 58. Cioè va errando per cento parti. // 59. Un stile. Una stessa usanza. Uno stesso andamento. Cioè quello che è significato nel verso appresso. // 60. Di lei. Cioè di Laura.

    Allora in quella parte onde ’l suon venne,
    Gli occhi languidi volgo; e veggio quella
    Ch’ambo noi, me sospinse e te ritenne.
    Riconobbila al volto e a la favella;
    Che spesso à già il mio cor racconsolato,
    Or grave e saggia, allor onesta e bella.
    E quand’io fui nel mio più bello stato,
    Ne l’età mia più verde, a te più cara,
    Ch’a dir ed a pensar a molti à dato;
    Mi fu la vita poco men che amara,
    A rispetto di quella mansueta
    E dolce morte ch’a’ mortali è rara:
    Chè ’n tutto quel mio passo er’io più lieta
    Che qual d’esilio al dolce albergo riede;
    Se non che mi stringea sol di te pieta.
    Deh, Madonna, diss’io, per quella fede
    Che vi fu, credo, al tempo manifesta,
    Or più nel volto di chi tutto vede,
    Creovvi Amor pensier mai ne la testa
    D’aver pietà del mio lungo martire,
    Non lasciando vostr’alta impresa onesta?
    Ch’e’ vostri dolci sdegni e le dolci ire,
    Le dolci paci ne’ begli occhi scritte,
    Tenner molt’anni in dubbio il mio desire.

    Verso 62. Quella. Alcuni intendono la Morte, altri la nutrice, ovvero un’amica di Laura. - Ma se intendiamo la nutrice o vero un’amica, quale ufficio fu il suo di sospinger Laura? Se intendiamo la morte, come potè racconsolare spesso il cuore di Laura; e come spiegare quel verso: or grave e saggia, allor onesta e bella? [A.] // 71. A rispetto. A paragone. A comparazione. // 73. Quel mio passo. Cioè il passo della morte. // 74. Qual. Qualunque. Chiunque. Chi. // 75. Pieta. Pietà. Compassione. // 76. Fede. Fedeltà mia. // 77. Al tempo. A suo tempo. In vostra vita. // 78. Or più. Ed ora vi è maggiormente manifesta. Di chi tutto vede. Di Dio. // 81. Senza partirvi però dal proposito di serbar la vostra onestà. // 82. E’. I.

    A pena ebb’io queste parole ditte,
    Ch’i vidi lampeggiar quel dolce riso
    Ch’un Sol fu già di mie virtuti afflitte.
    Poi disse sospirando: mai diviso
    Da te non fu ’l mio cor, nè già mai fia:
    Ma temprai la tua fiamma col mio viso.
    Perchè, a salvar te e me, null’altra via
    Era a la nostra giovenetta fama:
    Nè per ferza è però madre men pia.
    Quante volte diss’io meco: questi ama,
    Anzi arde: or si convien ch’a ciò provveggia:
    E mal può provveder chi teme o brama.
    Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia.
    Questo fu quel che ti rivolse e strinse
    Spesso, come caval fren che vaneggia.
    Più di mille fïate ira dipinse
    Il volto mio, ch’Amor ardeva il core;
    Ma voglia, in me, ragion già mai non vinse.

    Verso 85. Ditte. Dette. // 87. Virtuti. Facoltà. Potenze. Afflitte. Abbattute - Perciò il riso di Laura che le rialzava ha un proprio e poetico riscontro col sole che rinvigorisce e rischiara le erbe, i fiori, ec. [A.] // 90. Col mio viso. Colla varia attitudine del mio viso, or severo or benigno. // 91. Null’altra. Nessun’altra. // 93. Nè per ferza ec. Nè una madre è però meno amante e meno pietosa, perchè ella usi coi figliuoli la sferza. // 95. Provveggia. Io provvegga. // 97. Vuol dire: vegga costui, cioè il Poeta, l’attitudine del mio volto, e non vegga il cuore. // 99. Caval. Accusativo. Fren. Nominativo. Che. Relativo di caval. // 101. Che. Si riferisce a mille fiate. Il cor. Il mio cuore. // 102. Dante: «Che la ragion sommettono al talento.»*

    Poi se vinto te vidi dal dolore,
    Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,
    Salvando la tua vita e ’l nostro onore.
    E se fu passïon troppo possente,
    E la fronte e la voce a salutarti
    Mossi or timorosa ed or dolente.
    Questi fur teco mie’ ingegni e mie arti;
    Or benigne accoglienze ed ora sdegni:
    Tu ’l sai, che n’ài cantato in molte parti.
    Ch’i’ vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
    Di lagrime, ch’io dissi: questi è corso
    A morte, non l’aitando; i’ veggio i segni.
    Allor provvidi d’onesto soccorso.
    Talor ti vidi tali sproni al fianco,
    Ch’i’ dissi: qui convien più duro morso.
    Così caldo e vermiglio, freddo e bianco,
    Or tristo or lieto infn qui t’ò condutto
    Salvo (ond’io mi rallegro), benchè stanco.

    Verso 106. Passion. La passione. // 113-114. Questi è corso A morte, non l’aitando. Questi se ne muore se io non l’aiuto. Veggio. Ne veggio. // 115. D’onesto soccorso. Di darti onestamente soccorso. // 116. Ti vidi tali sproni al fianco. Cioè: vidi i tuoi desiderii essere in tal gagliardia. // 119. Condutto. Condotto. // 120. Onde. Di che. Della qual cosa.

    Ed io: Madonna, assai fora gran frutto
    Questo d’ogni mia fè, pur ch’io ’l credessi;
    Dissi tremando e non col viso asciutto.
    Di poca fede! or io, se nol sapessi,
    Se non fosse ben ver, perchè ’l direi?
    Rispose, e ’n vista parve s’accendessi.
    S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,
    Questo mi taccio; pur quel dolce nodo
    Mi piacque assai ch’intorno al core avei;
    E piacemi ’l bel nome (se ’l ver odo)
    Che lunge e presso col tuo dir m’acquisti:
    Nè mai ’n tuo amor richiesi altro che modo,
    Quel mancò solo; e mentre in atti tristi
    Volei mostrarmi quel ch’io vedea sempre,
    Il tuo cor chiuso a tutto ’l mondo apristi.
    Quinci ’l mio gelo, ond’ancor ti distempre:
    Che concordia era tal de l’altre cose,
    Qual giunge Amor, pur ch’onestate il tempre.

    Verso 121. Assai fora gran frutto. Frutto abbastanza grande sarebbe. // 122. Questo, cioè l’ essere stato degno che voi mi amaste nel segreto del vostro animo.* - Pur ch’io. Purchè io. // 124. Di poca fede! Uomo di poca fede. // 126. In vista. Cioè in viso. S’accendessi. Che si accendesse. // 129. Che. Relativo di nodo. Avei. Avevi. // 130. Il bel nome. La bella fama. // 132. Modo. Moderazione. Misura. // 133. Tristi. Dolorosi. // 134. Volei. Volevi. Quel ch’io vedea sempre. Cioè l’amore che mi portavi. // 135. Desti a vedere a tutto il mondo quel che tu avevi nel cuore. // 136. Di qui, da ciò, nacque quel mostrarmiti così fredda; cosa di cui tu ti struggi anco al presente. Distempre. Distemperi. // 137-138. Perocchè nelle altre cose era tra noi due tal concordia, tal conformità, quale è quella che suole esser giunta, congiunta, prodotta, da amore temperato da onestà. - *De l’altre cose: dell’amare ed aver desiderio di essere riamato, come dice poco appresso.* Pur che. Purchè. Tempre. Temperi.

    Fur quasi eguali in noi fiamme amorose;
    Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;
    Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.
    Tu eri di mercè chiamar già roco,
    Quand’io tacea, perchè vergogna e tema
    Facean molto desir parer sì poco.
    Non è minor il duol perch’altri ’l prema,
    Nè maggior per andarsi lamentando:
    Per fizïon non cresce il ver nè scema.
    Ma non si ruppe almeno ogni vel quando
    Sola i tuoi detti, te presente, accolsi,
    «Dir più non osa il nostro amor» cantando?
    Teco era ’l cor; a me gli occhi raccolsi:
    Di ciò, come d’iniqua parte, duolti,
    Se ’l meglio e ’l più ti diedi, e ’l men ti tolsi.
    Nè pensi che, perchè ti fosser tolti
    Ben mille volte, e più di mille e mille
    Renduti e con pietate a te fur vòlti.

    Verso 141. L’appalesò. Le appalesò. L’ascose. Le ascose. // 142. Di mercè chiamar. Di chieder pietà. // 143. Quand’io. Ed io al contrario. // 144. Suppliscasi in me. // 145. Perch’altri ’l prema. Perchè uno lo tenga celato, come faceva io. // 146. Per andarsi lamentando. Se uno si va lamentando. // 147. Per fizïon. Per finzione. Perchè altri finga di sentir più o meno, il suo vero sentimento non cresce nè scema. E la finzione era in Laura che per vergogna della gente e per tema d’inanimire il Petrarca a troppo grandi speranze, o fors’anche di ridurre sè stessa a qualche mal passo, mostravasi meno amante di quel che fosse realmente. [A.] // 149. Ricevetti le tue parole d’amore sola, essendo tu presente, cioè non come io soleva ricevere i tuoi versi, in iscritto e per altre persone, ma dalla tua propria bocca. // 150. Dir più non osa il nostro amor. Pare che fossero parole di qualche canzonetta amorosa, che a quei tempi sarà stata cognita, ovvero di qualche componimento dello stesso Poeta. Cantando. Alcuni intendono: cantando tu. E questo credo che sia il meglio. Pure può anche intendersi ragionevolmente che alle parole d’amore del Poeta, Laura, per tôrre sè d’impaccio e non tôrre lui di speranza, rispondesse cantando. Che Laura non fosse insolita di cantare vedesi dalla prima terzina del Sonetto settantesimo sesto della prima Parte, e dalla terza stanza della seconda Canzone della Parte seconda. - *Cod. Bolog.: Di più non osa, ec.* // 152. Come d’iniqua parte. Come di parte ingiusta. Cioè come se, avendo io dato a te il cuore e raccolti a me gli occhi, avessi fatto le parti in maniera ingiusta. - Iniqua, sta qui alla latina per disuguale (l’ingiustizia non è se non disuguaglianza. [A.] // 153. Il meglio e ’l più. Cioè il mio cuore. Il men. Cioè gli occhi. // 154. Che perchè ti fosser tolti. Che se anche ti furon tolti. Cioè gli occhi miei. // 155-156. E più di mille e mille Renduti. Essi occhi ti furono altresì renduti più di mille e mille volte.

    E state foran lor luci tranquille
    Sempre vêr te, se non ch’ebbi temenza
    De le pericolose tue faville.
    Più ti vo’ dir, per non lasciarti senza
    Una conclusïon ch’a te fia grata
    Forse d’udir in su questa partenza:
    In tutte l’altre cose assai beata,
    In una sola a me stessa dispiacqui,
    Che in troppo umil terren mi trovai nata.
    Duolmi ancor veramente ch’io non nacqui
    Almen più presso al tuo fiorito nido:
    Ma assai fu bel paese ond’io ti piacqui.
    Chè potea ’l cor, del qual sol io mi fido,
    Volgersi altrove, a te essendo ignota;
    Ond’io fora men chiara e di men grido.
    Questo no, rispos’io, perchè la rota
    Terza del ciel m’alzava a tanto amore,
    Ovunque fosse, stabile ed immota.

    Verso 157. Foran. Sarebbero. // 155. Vêr. Verso. Se non che. Se non fosse stato che. // 159. Che il tuo pericoloso ardore non ci conducesse a qualche mal passo. // 163. Assai. Abbastanza. // 165. Che ebbi troppo oscura patria. // 167. Al tuo fiorito nido. Alla bella Firenze tua patria. Dice fiorito, per allusione alla voce Fiorenza. // 168. Ma abbastanza bello fu quel paese dal quale, nel quale, io ti piacqui. // 169. Chè. Perocchè, per essere io nata così lungi dalla tua patria. Si riferisce a’ due primi versi della terzina di sopra. Il cor. Cioè il tuo cuore. Del qual sol io mi fido. Nel qual solo è riposta ogni mia confidenza. // 170. Altrove. Cioè ad altro amore. Essendo. Essendo io. // 171. Fora. Sarei. Chiara. Famosa. Grido. Celebrità. Rinomanza. // 172-173. La rota Terza del ciel. La terza sfera del Cielo. Cioè quella di Venere. // 174. Ovunque fosse. Ove che ciò si fosse. - *Cod. Bol.: ovunque io fossi.*

    Or che si sia, diss’ella, i’ n’ebbi onore,
    Ch’ancor mi segue: ma per tuo diletto
    Tu non t’accorgi del fuggir de l’ore.
    Vedi l’Aurora de l’aurato letto
    Rimenar a’ mortali il giorno; e il Sole
    Già fuor de l’Oceàno infino al petto.
    Questa vien per partirci; onde mi dole:
    S’a dir ài altro, studia d’esser breve,
    E col tempo dispensa le parole.
    Quant’io soffersi mai, soave e leve,
    Dissi, m’à fatto il parlar dolce e pio;
    Ma ’l viver senza voi m’è duro e greve.
    Però saper vorrei, Madonna, s’io
    Son per tardi seguirvi, o se per tempo.
    Ella, già mossa, disse: al creder mio,
    Tu stara’ in terra senza me gran tempo.

    Verso 175. Che si sia. Che che sia. Sia quel che si voglia. // 176. Per tuo diletto. A causa del piacer che tu provi. // 178. De l’aurato letto. Dal suo talamo d’oro. // 181, Questa. Cioè l’Aurora. Partirci. Dividerci. Separarci. Onde. Della qual cosa. // 182. Studia. Procura. Ingegnati. // 183. Cioè: proporziona la quantità delle tue parole a quella dal tempo. // 184. Leve. Lieve. // 185. Il parlar. Il tuo parlare. Pio. Pietoso. // 188. Sono per seguitarvi, cioè morrò, tardi o presto. // 189. Già mossa. Già mossa per partirsi. Al creder mio. Per quel che io credo.




    TRIONFO DELLA FAMA.

    Quando, mirando intorno su per l’erba,
    Vidi dall’altra parte giunger quella
    Che trae l’uom del sepolcro, o ’n vita il serba.»
    Trionfo della Fama, Cap. I.

    CAPITOLO I.
    Continuando il suo sogno, del quale parlò nel primo capitolo del Trionfo d’Amore, notifica come, dopo la partita della Morte, sopraggiunse la Fama trionfante; e descrivendo le persone famigerate che la seguitavano, ne fa tre schiere: una de’ Romani o per armi o per altra opera chiari, eccettochè per lettere; una de’ forestieri medesimamente celebri per altra via, che per lettere; e una de’ Romani e de’ forestieri illustri per lettere. In questo capitolo, che va congiunto col primo del Trionfo della Morte, pone la prima schiera.

    Da poi che Morte triunfò nel volto
    Che di me stesso trionfar solea,
    E fu del nostro mondo il suo Sol tolto;
    Partissi quella dispietata e rea,
    Pallida in vista, orribile, e superba
    Che ’l lume di beltate spento avea:
    Quando, mirando intorno su per l’erba,
    Vidi da l’altra parte giunger quella
    Che trae l’uom del sepolcro, e ’n vita il serba.
    Quale in sul giorno l’amorosa stella
    Suol venir d’orïente innanzi al Sole,
    Che s’accompagna volentier con ella;
    Cotal venia. Ed or di quali scole
    Verra ’l maestro che descriva appieno
    Quel ch’i’ vò dir in semplici parole?
    Era d’intorno il ciel tanto sereno,
    Che, per tutto ’l desio ch’ardea nel core,
    L’occhio mio non potea non venir meno.

    Verso l. Da poi che. Poichè. Posciachè. // 3. Del nostro mondo. Da questa terra. Suo. Cioè d’esso mondo. // 4. Quella dispietata e rea. Cioè la Morte. // 8. Quella. Cioè la Fama. // 9. Del. Dal. // 10. In sul giorno. In sul far del giorno. L’amorosa stella. Il pianeta di Venere. La diana. // 13. Di. Da. Scole. Scuole di arte rettorica o poetica. // 14. Maestro. Dicitore eccellente. // 17. Per tutto ’l desio. Con tutto, non ostante, il gran desiderio di rimirare. Nel core. Nel mio cuore. // 18. Non venir meno. Non esser abbagliato dalla gran luce.

    Scolpito per le fronti era il valore
    De l’onorata gente; dov’io scorsi
    Molti di quei che legar vidi Amore.
    Da man destra, ove prima gli occhi porsi,
    La bella donna avea Cesare e Scipio;
    Ma qual più presso, a gran pena m’accorsi.
    L’un di virtute e non d’amor mancipio,
    L’altro d’entrambi: e poi mi fu mostrata,
    Dopo sì glorïoso e bel principio,
    Gente di ferro e di valore armata,
    Sì come in Campidoglio al tempo antico
    Talora per Via Sacra o per Via Lata.
    Venian tutti in quell’ordine ch’i’ dico,
    E leggeasi a ciascuno intorno al ciglio
    Il nome al mondo più di gloria amico.

    Verso 19. Per le. Cioè nelle. // 20. De l’onorata gente. Che veniva in compagnia della Fama. Dove. Tra la quale. // 21. Che legar vidi Amore. Ch’io vidi esser legati da Amore. // 22. Ove. Alla qual parte. Porsi. Volsi. // 23. La bella donna. La Fama. // 24. Qual. Qual di questi due. Accusativo. Più presso. Suppliscasi ella avesse. // 25. L’un. Cioè Scipione. Mancipio. Schiavo. // 26. L’altro. Cesare. // 29. Sì come. Suppliscasi si vedeva o veniva, o altra cosa tale. // 30. Per Via Sacra o per Via Lata. Strade trionfali di Roma. // 31. Ch’i’ dico. Che io sto dicendo. Che io sono per dire. // 32. Intorno al ciglio. Presso al ciglio. Cioè nella fronte, come ha detto di sopra. // 33. Più. Massimamente. Sopra gli altri. Di gloria amico. Dipende da nome.

    I’ era intento al nobile bisbiglio,
    Al volto, a gli atti: e di que’ primi due
    L’un seguiva il nipote e l’altro il figlio,
    Che sol, senz’alcun par, al mondo fue;
    E quei che volser a’ nemici armati
    Chiuder il passo con le membra sue,
    Duo padri, da tre figli accompagnati;
    L’un giva innanzi, e duo ne venian dopo;
    E l’ultim’era ’l primo tra’ laudati.
    Poi fiammeggiava a guisa di un piropo
    Colui che col consiglio e con la mano
    A tutta Italia giunse al maggior uopo:
    Di Claudio dico, che notturno e piano,
    Come ’l Metauro vide, a purgar venne
    Di ria semenza il buon campo romano.
    Egli ebbe occhi al veder, al volar penne:
    Ed un gran vecchio il secondava appresso,
    Che con arte Anniballe a bada tenne.

    Verso 34. - Cod. Bolog.: pispiglio, Ai volti.* // 35. Di que’ primi due. Scipione e Cesare. // 36. L’un. Scipione. Accusativo. Il nipote. Scipione Affricano minore. L’altro. Cesare. Accusativo. Il figlio. Ottaviano Augusto. // 37. Par. Pari. Fue. Fu. - Ma perchè dice che Ottaviano Augusto fu solo senza alcun pari? Certamente vi ebbero guerrieri e legislatori più grandi di lui. Intendo perciò che alluda all’aver regnato solo e senza pari nella potenza su tutto l’impero, che si credette impero di tutto il mondo. [A.] // 38. Quei. Publio e Gneo Scipioni, quegli padre di Scipione Affricano maggiore e di Scipione Asiatico, questi di Scipione Nasica. Volser. Vollero. // 40. Duo padri. I suddetti Publio e Gneo. Da tre figli. Dall’Affricano maggiore, dall’Asiatico e da Nasica. // 41. L’un. L’Affricano maggiore. Duo. L’Asiatico e Nasica. // 42. L’ultimo. Nasica. Il primo tra’ laudati. Il più lodato, per la bontà dei costumi. // 44. Dante, Inf. XVI, 38: «Ed in sua vita Fece col senno assai e con la spada.»* // 45. Uopo, bisogno. // 46. Claudio. Claudio Nerone. Notturno e piano. Cioè, di notte tempo e quetamente. // 47. Come ’l Metauro vide. Veduto che ebbe il Metauro, giunto al Metauro. // 48. Di ria semenza. Cioè de’ Cartaginesi. Il buon campo romano. Il paese romano. L’Italia. - Allude alla vittoria del console Claudio Nerone sopra Asdrubale già venuto in Italia per unirsi col fratello Annibale. Quell’unione poteva essere la rovina di Roma: perciò Claudio giunse al maggior uopo. [A.] // 50. Un gran vecchio. Fabio Massimo dittatore. Il secondava appresso. Cioè: veniva subito dopo lui.

    Un altro Fabio, e duo Caton con esso;
    Duo Paoli, duo Bruti e duo Marcelli;
    Un Regol ch’amò Roma e non sè stesso;
    Un Curio ed un Fabrizio, assai più belli
    Con la lor povertà, che Mida o Crasso
    Con l’oro, ond’a virtù furori ribelli;
    Cincinnato e Serran, che solo un passo
    Senza costor non vanno; e ’l gran Cammillo
    Di viver prima, che di ben far, lasso;
    Perch’a sì alto grado il Ciel sortillo,
    Che sua chiara virtute il ricondusse
    Ond’altrui cieca rabbia dipartillo.
    Poi quel Torquato che ’l figliuol percusse,
    E viver orbo per amor sofferse
    De la milizia, perch’orba non fosse.
    L’un Decio e l’altro, che col petto aperse
    Le schiere de’ nemici: o fiero voto,
    Che ’l padre e ’l figlio ad una morte offerse!
    Curzio con lor venia, non men devoto,
    Che di sè e de l’arme empiè lo speco
    In mezzo ’l foro orribilmente vôto.

    Verso 52. Un altro Fabio. Fabio Rutiliano. // 53. Duo Paoli. I due Paoli Emilj, padre e figlio. Duo Marcelli. Padre e figlio. // 57. Onde. Per cui. // 58-59. Che solo un passo Senza costor non vanno. Che non si discostano un punto da Fabrizio e da Curio. Vuol dire: che nei loro costumi e fatti furono somigliantissimi a questi due. // 60. Di ben far. Di far bene, cioè alla sua patria. // 63. Onde. Colà onde. Vuol dire: dall’esilio in patria. - Questi giudizi sulle fazioni romane, al tempo del Petrarca, erano assai difettivi. [A.] // 64. Percusse. Percosse. Vuol dire: condannò a morte. // 65-66. E sofferse di viver orbo, cioè privo del figlio per amore della milizia, acciocche ella non fosse orba, cioè a dire priva della buona disciplina. // 67-68. Col petto aperse Le schiere de’nemici. Si scagliò in mezzo ai nemici per essere ucciso. // 69. Ad una morte offerse. Recò ad una medesima qualità di morte. - Ma offerse è più vivo e più proprio di recò. [A.] // 70. Non men devoto. Medesimamente, cioè come i Deci, devoto, cioè sacro per voto, agli Dei d’inferno, in pro della patria.

    Mummio, Levino, Attilio; ed era seco
    Tito Flaminio, che con forza vinse,
    Ma assai più con pietate, il popol greco.
    Eravi quel che ’l re di Siria cinse
    D’un magnanimo cerchio, e con la fronte
    E con la lingua a suo voler lo strinse:
    E quel ch’armato, sol, difese il monte,
    Onde poi fu sospinto; e quel che solo
    Contra tutta Toscana tenne il ponte;
    E quel ch’in mezzo del nemico stuolo
    Mosse la mano indarno, e poscia l’arse,
    Sì seco irato che non sentì ’l duolo;
    E chi ’n star prima vincitor apparse
    Contr’a’ Cartaginesi; e chi lor navi
    Fra Sicilia e Sardigna ruppe e sparse.

    Verso 73. Attilio. Attilio Calatino. // 76. Quel. Gneo Pompilio. Il re di Siria. Antioco. // 78. A suo voler. A fare il suo volere. Strinse. Costrinse. // 79. Quel. Manlio Capitolino. Il monte. Del Campidoglio. // 80. Onde poi fu sospinto. Dal quale poi fu precipitato. Quel. Orazio Coclite. // 81. Tenne. Difese. // 82. Quel. Muzio Scevola. // 83. Mosse la mano indarno. Cioè: volendo uccider Porsenna, sbagliò il colpo. // 84. Che. Dipende da sì. // 85. E colui che riportò la prima vittoria navale. Vuol dir Caio Duillio. // 86. Chi. Colui che. Cioè Lutazio Catulo.

    Appio conobbi agli occhi, e a’ suoi, che gravi
    Furon sempre e molesti a l’umil plebe:
    Poi vidi un grande con atti soavi;
    E se non che ’l suo lume a l’estremo ebe,
    Fors’era il primo; e certo fu fra noi
    Qual Bacco, Alcide, Epaminonda a Tebe:
    Ma ’l peggio è viver troppo: e vidi poi
    Quel che de l’esser suo destro e leggero
    Ebbe ’l nome, e fu ’l fior degli anni suoi;
    E quanto in arme fu crudo e severo,
    Tanto quel che ’l seguiva era benigno,
    Non so se miglior duce o cavaliero.
    Poi venia quel che ’l livido maligno
    Tumor di sangue, bene oprando, oppresse;
    Volumnio nobil, d’alta laude digno.

    Verso 88. Appio. Appio Claudio cieco. Agli occhi e a’ suoi. Cioè: dalla sua cecità e dalla compagnia di quelli della sua famiglia. // 90. Un grande. Pompeo magno. // 91. Se non che. Se non fosse che. A l’estremo. In sull’ultimo. Ebe. Langue. // 92. Fra noi. Fra gl’Italiani. // 95. Quel. Papirio Cursore. De l’esser suo destro e leggero. Dalla sua destrezza ed agilità. // 96. Ebbe ’l nome. Di Cursore. Degli anni suoi. Cioè degli uomini del suo tempo. // 98. Quel che ’l seguiva. Intendono chi Valerio Corvino chi altri. // 100. Che. Accusativo. // 101. Tumor di sangue. Vuol dire Appio Claudio, gonfio della nobiltà della sua stirpe. Bene oprando. Bene operando. Riferiscasi a Volunnio. // 102. Digno. Degno.

    Cosso, Filon, Rutilio; e da le spesse
    Luci in disparte tre Soli ir vedeva,
    E membra rotte, e smagliate arme e fesse;
    Lucio Dentato e Marco Sergio e Sceva;
    Quei tre folgori, e tre scogli di guerra:
    Ma l’un rio successor di fama leva.
    Mario poi, che Giugurta e i Cimbri atterra,
    E ’l tedesco furor; e Fulvio Flacco,
    Ch’a gli ingrati troncar, a bel studio erra;
    E ’l più nobile Fulvio: e sol un Gracco
    Di quel gran nido garrulo e inquieto,
    Che fe ’l popol roman più volte stracco;
    E quel che parve altrui beato e lieto,
    Non dico fu, chè non chiaro si vede
    Un chiuso cor in suo alto secreto:
    Metello dico; e suo padre, e sue rede;
    Che già di Macedonia e de’ Numidi
    E di Creta e di Spagna addusser prede.

    Verso 103-104. Dalle spesse Luci in disparte. Cioè: in disparte da quella moltitudine di valorosi ed illustri. Vedeva. Io vedeva. // 103. Ma l’uno di essi, cioè Marco Sergio, è levato, cioè privato, di fama, da un malvagio discendente, cioè da Sergio Catilina. // 111. Che erra a bella posta per troncar la vita agl’ingrati. Fulvio Fiacco avute lettere del senato romano, immaginando che esse, come era vero, facessero grazia della vita a quelli di Capua, indugiò di leggerlo insin dopo che ebbe fatto troncar la testa ai colpevoli. // 112. Il più nobile Fulvio. Fulvio Nobiliore. E sol un Gracco. Pone tra i famosi un solo della casa dei Gracchi, cioè il padre di Tiberio e di Caio. // 113. Di quel gran nido. Cioè di quella insigne famiglia. // 114. Fe. Fece. - *Lez. del Cod. Bol.: Un cauto cor profondo in suo secreto.* // 118. Metello. Quinto Metello Felice. Rede. Eredi, discendenti, Metello Numidico, Metello Cretico, Metello Balearico.*

    Poscia Vespasïan col figlio vidi,
    Il buono e ’l bello, non già ’l bello e ’l rio;
    E ’l buon Nerva e Traian, principi fidi:
    Elio Adriano e ’l suo Antonin Pio;
    Bella successïone infino a Marco;
    Ch’ebber almeno il natural desio.
    Mentre che, vago, oltra con gli occhi varco,
    Vidi ’l gran fondator, e i regi cinque;
    L’altro era in terra di mal peso carco,
    Come adiviene a chi virtù relinque.

    Verso 122. Dico col figlio Tito, e non già con Domiziano. // 125. Bella successione di principi; Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. // 126. Il natural desio. La rettitudine e la virtù naturale e morale, se non ebbero la teologica. // 127. Vago. Cupido. Oltra con gli occhi varco. Varco, cioè, passo oltre cogli occhi. // 128. Vidi Romolo e i cinque re che vennero dopo lui. // 129. L’altro. Il settimo ed ultimo re, cioè Tarquinio Superbo. Di mal peso carco. Cioè carico di catene, o cosa tale. - Intenderei carico d’infamia, perchè veramente così lasciò il suo nome nell’obbrobrio. Veggasi intorno a ciò Montesquieu, Considérations sur les causes ecc. [A.] - *Questi ultimi tre versi nel Cod. Bol. variano in tal modo: Vidi i gran fondatori e’ regi antichi; L’altro era in terra di mal peso carco, Come addiviene a cui virtù nemichi.* // 130. Adiviene. Avviene. Relinque. Abbandona.


    CAPITOLO II.
    In questo prima significa come trapassasse dalla vista de’ Romani, già mentovati, a’ forestieri; poi nomina i forestieri, molti con piena lode, e molti con iscemamento di essa.

    Pien d’infinita e nobil maraviglia
    Presi a mirar il buon popol di Marte,
    Ch’al mondo non fu mai simil famiglia.
    Giugnea la vista con l’antiche carte,
    Ove son gli alti nomi e i sommi pregi,
    E sentia nel mio dir mancar gran parte.
    Ma disviârmi i peregrini egregi:
    Annibal primo, e quel cantato in versi
    Achille, che di fama ebbe gran fregi:
    I duo chiari Troiani e i duo gran Persi;
    Filippo e ’l figlio, che da Pella agl’Indi
    Correndo vinse paesi diversi.
    Vidi l’altro Alessandro non lunge indi,
    Non già correr così, ch’ebbe altro intoppo.
    Quanto del vero onor, Fortuna, scindi!
    I tre Teban ch’io dissi, in un bel groppo;
    Ne l’altro, Aiace, Diomede e Ulisse,
    Che desiò del mondo veder troppo:
    Nestor, che tanto seppe e tanto visse;
    Agamennon e Menelao, che ’n spose
    Poco felici, al mondo fer gran risse.

    Verso 2. Il buon popolo di Marte. Cioè il popolo romano. // 4-6. Io congiungeva, cioè a dir confrontava, le cose che io vedeva con gli antichi libri, dove sono descritti i nomi, le virtù e le opere di quella gente; e mi accorgeva che in sì fatto discorso della mia memoria mancava gran parte del vero, cioè che le cose scritte nei libri erano di gran lunga inferiori alle vere. // 7. Disviârmi. Mi disviarono, mi distolsero, da questi pensieri. I peregrini. Gli stranieri. // 10. I duo chiari Troiani. Ettore ed Enea. I duo gran Persi. Intende di Ciro e di Cambise. // 11. Il figlio. Alessandro magno. Pella. Metropoli della Macedonia. // 13. L’altro Alessandro. L’epirota. Indi. Di là. // 14. Ebbe altro intoppo. Ebbe a fare con ben altra gente di quella che fu soggiogata da Alessandro magno. // 15. Vuol dire, che questo Alessandro si avrebbe acquistato gloria pari al macedone, se non fosse stata la diversità della fortuna. Scindi. Tagli. Levi. // 16. I tre Teban. Bacco, Ercole, Epaminonda. Suppliscasi vidi. Ch’io dissi. Nel novantesimoterzo verso del Capitolo precedente. // 17. Ne l’altro. In un altro groppo. // 20-21. In spose Poco felici. Poco felici nelle mogli. Fer. Fecero. Risse. Cioè guerre. - *Cod. Bolog.: Ch’a spose Poco felici, ed al mondo fur risse.*

    Leonida, ch’a’ suoi lieto propose
    Un duro prandio, una terribil cena,
    E ’n poca piazza fe mirabil cose.
    Alcibiade, che sì spesso Atena
    Come fu suo piacer volse e rivolse
    Con dolce lingua e con fronte serena.
    Milziade, che ’l gran giogo a Grecia tolse;
    E ’l buon figliuol, che con pietà perfetta
    Legò sè vivo, e ’l padre morto sciolse:
    Temistocle e Teseo con questa setta;
    Aristide, che fu un greco Fabrizio:
    A tutti fu crudelmente interdetta
    La patria sepoltura; e l’altrui vizio
    Illustra lor; che nulla meglio scopre
    Contrari duo con picciol interstizio.
    Focïon va con questi tre di sopre,
    Che di sua terra fu scacciato e morto;
    Molto diverso il guiderdon dall’opre!

    Verso 22. - A’ suoi. A’ suoi trecento soldati. // 23. Disse alla sua gente: pranzate, compagni, che avete a cenar questa sera tra i morti. - *Prandete, inquit, commilitones, tamquam apud inferos cœnaturi.* Prandio. Pranzo. // 24. In poca piazza. In piccolo spazio. In luogo angusto. Cioè nello stretto delle Termopile. // 25. Atena. Atene. // 26. Come fu suo piacer. A suo piacere. Come a lui piacque. // 28. Milziade, che salvò la Grecia dalla servitù de’ Persiani. // 29. E ’l buon figliol. Cimone. // 30. Perchè il corpo del padre, morto in prigione, non fosse privato di sepoltura, consentì di star prigione esso. // 31. Con questa setta. Con questa schiera. Cioè con Alcibiade e Milziade detti di sopra, e con Aristide e Focione che si diranno appresso, tutti Ateniesi trattati dai lor cittadini sconoscentemente. // 34. L’altrui vizio. La perversità dei loro cittadini. // 35-36. Nulla meglio scopre Contrari duo con picciol interstizio. Qui l’errore della lezione nuoce al senso in modo, che contro l’usato da me in questo Comento, e contro il detto nella Prefazione, non posso astenermi di emendarlo. Questo passo, letto così, non ha senso; ma diverrà chiarissimo purchè in vece di con si legga ch’un. Il Poeta scrisse congiuntamente, secondo l’uso de’ tempi suoi, chun; o forse, con ortografia rozza, chon; o forse anche con, per c’on, cioè c’un. I copisti più moderni, e gli editori, non seppero distinguere le due parole. Vuol dire dunque: nulla fa meglio apparire due cose contrarie, che il trovarsi esse a poco intervallo l’una dall’altra. - *La congettura del Leopardi è confortata da alcune buone edizioni, come da quelle del Giolito, del Bandini, e da altre.* // 37. Con questi tre. Aristide, Teseo e Temistocle. Di sopre. Detti di sopra. // 38. Terra. Città. Morto. Ucciso.

    Com’io mi volsi, il buon Pirro ebbi scorto,
    E ’l buon re Massinissa; e gli era avviso,
    D’esser senza i Roman, ricever torto.
    Con lui, mirando quinci e quindi fiso,
    Jeron siracusan conobbi, e ’l crudo
    Amilcare da lor molto diviso.
    Vidi, qual uscì già del foco, ignudo
    Il re di Lida, manifesto esempio
    Che poco val contra Fortuna scudo.
    Vidi Siface pari a simil scempio;
    Brenno, sotto cui cadde gente molta,
    E poi cadd’ei sotto ’l famoso tempio.
    In abito diversa, in popol folta
    Fu quella schiera; e mentre gli occhi alti ergo,
    Vidi una parte tutta in sè raccolta:
    E quel che volse a Dio far grande albergo
    Per abitar fra gli uomini, era ’l primo;
    Ma chi fe l’opra, gli venia da tergo:
    A lui fu destinato; onde da imo
    Perdusse al sommo l’edificio santo;
    Non tal dentro architetto, com’io stimo.

    Verso 40. - Come. Quando. Tosto che. Ebbi scorto. Ebbi veduto. Vidi. // 41. E gli era avviso. E parevagli. E stimava. // 42. Che gli fosse fatto torto, non trovandosi, per non trovarsi, in quel trionfo in compagnia de’ Romani, da lui seguitati in sua vita con tanta fede e amicizia. // 43. Con lui. Presso a lui. In sua compagnia. Allato a lui. Dipende dalle parole del verso seguente, Jeron siracusan conobbi e significa che Jerone era in compagnia di Massinissa. Quinci e quindi. Di qua e di là. // 45. Ripetasi conobbi Da lor. Da Jerone e da Massinissa, l’uno e l’altro amici dei Romani. Diviso. Lontano. Dà ad intendere il grande odio portato da Amilcare ai Romani, al contrario di Jerone e di Massinissa. // 47. Il re di Lidia. Creso. - V. Erodoto lib. I. [A.] // 49. Vidi Siface similmente straziato dalla fortuna. Pari vuol dire pari a Creso, o rispetto alla condizione regia, o rispetto alla disavventura, nel qual caso la susseguente preposizione a varrebbe per; altrimenti ella si dee pigliare per in; e riferire a vidi. Pari si potrebbe anche intendere: a paro con Creso; allato a Creso; in un paio, in una coppia, con Creso. // 51. Sotto ’l famoso tempio. Appresso, davanti, al tempio di Delfo. // 52. In abito, diversa, significa che vi erano persone di varie nazioni. [A.] - In popol folta. Vuol dir molta di numero. // 53. I cod. Estensi e il Bolog. gli occhi alto ergo.* // 54. Una parte. Di quella schiera compagna della Fama. // 55-56. Intende di Davide. Volse vuol dir volle, ebbe intenzione. // 57. Chi. Colui che. Cioè Salomone. Fe l’opra. Fece veramente il tempio, recando ad effetto la intenzione del padre. Da tergo. Dietro. // 58. A lui fu destinato. Il far grande albergo a Dio. Da imo. Dalle fondamenta. // 59. Perdusse. Condusse. Sommo. Sostantivo. // 60. Se bene egli, a parer mio, non fu tale architetto, non fece così bello edifizio, dentro, cioè nel cuor suo. Accenna i trascorsi di Salomone.

    Poi quel ch’a Dio familïar fu tanto
    In grazia, e ’n parlar seco a faccia a faccia,
    Che nessun altro se ne può dar vanto:
    E quel che, come un animal s’allaccia,
    Con la lingua possente legò il Sole,
    Per giugner de’ nemici suoi la traccia.
    O fidanza gentil! chi Dio ben cole,
    Quanto Dio ha creato aver suggetto,
    E ’l ciel tener con semplici parole!
    Poi vidi ’l padre nostro, a cui fu detto
    Ch’uscisse di sua terra, e gisse al loco
    Ch’a l’umana salute era già eletto:
    Seco ’l figlio e ’l nipote, a cui fu ’l gioco
    Fatto de le due spose; e ’l saggio e casto
    Giosef dal padre lontanarsi un poco.
    Poi, stendendo la vista quant’io basto,
    Rimirando ove l’occhio oltra non varca,
    Vidi ’l giusto Ezechia e Sanson guasto.

    Verso 61. - Quel. Mosè. // 62. A parlar. Da parlare. Che egli parlava. Fino a parlare. Dipende da tanto. // 63. Cosa di cui nessun altro si può vantare. // 64. Quel. Giosuè. // 66. Per avere agio di raggiungere i suoi nemici. // 67. O fidanza gentil! Oh potere della confidenza che si abbia in Dio! Cole. Onora. // 68. Suggetto. Soggetto. In sua soggezione. // 69. E ’l ciel tener. E fermare il cielo. // 70. Il padre nostro. Il padre dei credenti. Abramo. // 72. A l’umana salute. Al nascimento, al soggiorno e alla morte del Salvatore. // 73-74. Fu ’l gioco Fatto. Fu fatto, cioè da Labano, il giuoco. // 75. Lontanarsi. Vidi allontanarsi. // 76. Basto. Posso. // 77. Ove l’occhio oltra non varca. Fino al termine che l’occhio non oltrepassa, oltre a cui l’occhio non passa. // 78. Guasto. Corrotto, depravato, dalla passione dell’amore.

    Di qua da lui chi fece la grande arca,
    E quel che cominciò poi la gran torre,
    Che fu sì di peccato e d’error carca.
    Poi quel buon Giuda, a cui nessun può tôrre
    Le sue leggi paterne, invitto e franco
    Com’uom che per giustizia a morte corre.
    Già era il mio desir presso che stanco,
    Quando mi fece una leggiadra vista
    Più vago di veder ch’io ne fossi anco.
    Io vidi alquante donne ad una lista:
    Antiope ed Orita armata e bella;
    Ippolita, del figlio afflitta e trista,
    E Menalippe; e ciascuna sì snella
    Che vincerle fu gloria al grande Alcide,
    Che l’una ebbe, e Teseo l’altra sorella:
    La vedova, che sì secura vide
    Morto ’l figliuol, e tal vendetta feo
    Ch’uccise Ciro, ed or sua fama uccide.

    Verso 79. Chi. Vidi colui che. Vuol dir Noè. // 80. Quel. Nembrotte. // 81. Sì. Sì fattamente. Tanto. // 82-83. Giuda. Il Maccabeo. A cui nessun può tôrre Le sue leggi paterne. Che nessuno può costringere a lasciar l’osservanza delle sue leggi patrie. // 85. Il mio desir. Di vedere e conoscere. Presso che. Quasi. // 87. Più vago. Più cupido. Dipende da mi fece. Ch’io ne fossi anco. Ch’io ne fossi stato ancora, insino allora. Di quel ch’io era stato prima. Dipende da più. // 88. Alquante donne. Guerriere. Ad una lista. In una fila. In una schiera. // 90. Del figlio. Della sventura del figlio Ippolito. // 91. Sì snella. Sì destra in armi. // 93. Ercole ebbe Menalippe, e Teseo Ippolita. // 94. La vedova. Tomiri. Secura. Cioè imperturbata, senza perdersi d’animo. // 95. Feo. Fece. // 96. Sua. Di Ciro, sconfitto e morto da una femmina.

    Però vedendo ancora il suo fin reo,
    Par che di novo a sua gran colpa moia;
    Tanto quel dì del suo nome perdeo.
    Poi vidi quella che mal vide Troia;
    E fra queste una vergine latina
    Ch’in Italia a’ Troian fe tanta noia.
    Poi vidi la magnanima reina,
    Ch’una treccia ravvolta e l’altra sparsa,
    Corse a la babilonica ruina.
    Poi vidi Cleopatra: e ciascun’arsa
    D’indegno foco; e vidi in quella tresca
    Zenobia, del suo onor assai più scarsa.
    Bella era, e ne l’età fiorita e fresca:
    Quanto in più gioventute e ’n più bellezza,
    Tanto par ch’onestà sua laude accresca.
    Nel cor femmineo fu tanta fermezza,
    Che col bel viso e con l’armata coma
    Fece temer chi per Natura sprezza:
    I’ parlo de l’imperio alto di Roma,
    Che con armi assalìo; benchè a l’estremo
    Fosse al nostro triunfo ricca soma.

    Verso 97. - Però lo spirito di Ciro, anche oggi, vedendo il brutto fine che fece la sua vita al mondo. // 98. A. Con. Moia. Per la vergogna. // 99. Quel dì. In quel dì. Del suo nome. Della sua gloria. Dipende da tanto. Perdeo. Perdette. // 100. Quella. Pentesilea. Mal. Mal per sè. - Per essere stata uccisa da Achille sotto le mura di Troia. [A.] // 101. Una vergine latina. Cammilla. // 102. Fe. Fece. Noia. Cioè danno. // 103. La magnanima reina. Semiramide. // 104-105. Levatisi a rumore i Babilonesi in tempo che ella stava allo specchio acconciandosi il capo, corse coi capelli parte annodati e parte sciolti, e compose la sedizione. // 106. Ciascuna. L’una e l’altra. Cioè Semiramide e Cleopatra. // 107. Foco. Cioè amore. Tresca. Schiera di donne trionfanti. // 108. Scarsa. Avara. Gelosa. // 110. Quanto ella era più bella e più giovane. // 112. Nel cor femmineo. Di Zenobia. // 113. Coma. Chioma. // 116. Che. Accusativo. Assalìo. Assalì. A l’estremo. All’ultimo. Alla fine. // 117. Vuol dire: fosse vinta dai Romani e menata in trionfo.

    Fra i nomi che ’n dir breve ascondo e premo
    Non fia Giudit, la vedovetta ardita,
    Che fe ’l folle amador del capo scemo.
    Ma Nino, ond’ogn’istoria umana è ordita,
    Dove lasc’io? e ’l suo gran successore,
    Che superbia condusse a bestial vita?
    Belo dove riman, fonte d’errore,
    Non per sua colpa? dov’è Zoroastro,
    Che fu de l’arte magica inventore?
    E chi de’ nostri duci che ’n duro astro
    Passâr l’Eufrate, fece ’l mal governo,
    A l’italiche doglie fiero impiastro?
    Ov’è ’l gran Mitridate, quell’eterno
    Nemico de’ Roman, che sì ramingo
    Fuggì dinanzi a lor la state e ’l verno?
    Molte gran cose in picciol fascio stringo.
    Ov’è ’l re Artù; e tre Cesari Augusti,
    Un d’Affrica, un di Spagna, un Loteringo?
    Cingean costu’ i suoi dodici robusti:
    Poi venìa solo il buon duce Goffrido,
    Che fe l’impresa santa e i passi giusti.

    Verso 118. Fra i nomi che io tralascio per brevità. // 120. Che troncò il capo al suo folle amatore, cioè ad Oloferne. - «Uno ne piglia e del capo lo scema» disse l’Ariosto. [A.] // 121. Ond’ogni’istoria umana è ordita. Dal quale hanno incominciamento le storie umane. Dice umana, volendo escludere la storia mosaica. // 122. E ’l suo gran successore. Nabucodonosor. // 123. Che. Accusativo. // 124. Fonte d’errore. Dicesi che Belo fosse il primo uomo che dopo morte avesse onori divini. // 127-128. E dove è colui, cioè Surenate re dei Parti, che diede la famosa sconfitta ai capitani romani, che in mal punto di stelle passarono l’Eufrate? // 129. Vuol dire accrescimento, giunta, ai mali che travagliavano l’Italia a quei tempi. // 133. In picciol fascio. In poche parole. // 135. Severo, Teodosio primo e Carlo magno. // 136. I suoi dodici robusti. I dodici paladini. // 138. Fe. Fece.

    Questo (di ch’io mi sdegno e ’ndarno grido)
    Fece in Gerusalem con le sue mani
    Il mal guardato e già negletto nido.
    Ite superbi, o miseri Cristiani,
    Consumando l’un l’altro, e non vi caglia
    Che ’l sepolcro di Cristo è in man di cani.
    Raro o nessun ch’in alta fama saglia
    Vidi dopo costui (s’io non m’inganno),
    O per arte di pace o di battaglia.
    Pur, com’uomini eletti ultimi vanno,
    Vidi verso la fine il Saracino
    Che fece a’ nostri assai vergogna e danno.
    Quel di Luria seguiva il Saladino:
    Poi ’l duca di Lancastro, che pur dianzi
    Era al regno de’ Franchi aspro vicino.

    Versi 139-141. Questi, cioè Goffredo, fondò in Palestina il regno dei Cristiani, mal guardato e ora già negletto dai successori, cosa di che io mi sdegno e grido senza alcun frutto. // 143. Non vi caglia. Non vi dia pensiero. Non vi curate. // 144. Di cani. Cioè d’infedeli. // 145. Saglia. Salga. // 146. Costui. Goffredo. // 147. Di battaglia. Di guerra. // 148. Come. Atteso che. Perocchè. Ultimi vanno. Nelle pompe. // 149. Verso la fine. Di quella pompa che veniva in compagnia della Fama da mano ritta. Il Saracino. Vuol dire, come dimostra nella terzina vegnente, il Saladino. // 150. A’ nostri. Ai Cristiani. Assai. Molta. Grande. // 151. Quel di Luria. Intendono Norandino re turco. // 152. Il duca di Lancastro. Vuol dire il Conte d’Uni, cugino di Eduardo sesto, re d’Inghilterra. Pur dianzi. Testè. Poco fa.

    Miro, com’uom che volentier s’avanzi,
    S’alcuno vi vedessi qual egli era
    Altrove agli occhi miei veduto innanzi;
    E vidi duo che si partîr iersera
    Di questa nostra etate e del paese:
    Costor chiudean quell’onorata schiera:
    Il buon re sicilian, ch’in alto intese
    E lunge vide, e fu veramente Argo:
    Da l’altra parte il mio gran Colonnese,
    Magnanimo, gentil, costante e largo.

    Versi 154-156. Poi, come uomo che desideri andar sempre più là (o voglia dir nel diletto, ovvero nell’indagare e nel conoscere), mi pongo a mirare se io vedessi quivi alcuno che io avessi già per l’addietro veduto altrove, cioè in vita. // 157. Iersera. Cioè poco dianzi. // 158. Dal nostro secolo e dal nostro paese. Dipende dalle parole si partîr. Dà ad intendere che questi due illustri uomini, morti poco dianzi, erano italiani. // 160. Dichiara chi fossero quei due. Il buon re sicilian. Roberto re di Napoli. Ch’in alto intese. Che mirò a cose alte, nobili. // 162. Il mio gran Colonnese. Il cardinal Colonna, padrone ed amico del Poeta. // 163. Largo. Liberale.


    CAPITOLO III.
    In questo ripone coloro che per nobiltà di letteratura si sono renduti celebri, non facendo menzione se non de’ Greci e de’ Romani.

    Io non sapea da tal vista levarme;
    Quand’io udii: Pon mente a l’altro lato;
    Chè s’acquista ben pregio altro che d’arme.
    Volsimi da man manca, e vidi Plato,
    Che ’n quella schiera andò più presso al segno
    Al qual aggiunge a chi dal Cielo è dato.
    Aristotele poi, pien d’alto ingegno;
    Pitagora, che primo umilemente
    Filosofia chiamò per nome degno;
    Socrate e Senofonte; e quell’ardente
    Vecchio a cui fur le Muse tanto amiche,
    Ch’Argo e Micena e Troia se ne sente.
    Questi cantò gli errori e le fatiche
    Del figliuol di Laerte e de la Diva;
    Primo pittor de le memorie antiche.
    A man a man con lui cantando giva
    Il Mantoan, che di par seco giostra;
    Ed uno al cui passar l’erba fioriva.

    Verso 1. Levarme. Levarmi. // 2. Pon mente. Imperativo. Attendi. Fa’ avvertenza. // 3. Perocchè ci ha bene altre vie d’acquistar gloria, oltre la via delle armi. La via delle armi, seguitata da quei famosi che tu hai veduti fin qui, non è la sola via che meni alla gloria. - E vi ha nel modo di dire anche significato il giudizio del poeta, che il pregio onde fassi a parlare vinca quello che viene dall’armi. [A.] // 5. In quella schiera. In quella che andava da man manca, che era la schiera dei sapienti. // 6. Aggiunge. Giunge. A chi. Colui al quale. È dato. È conceduto di giungervi. // 7. Aristotele poi. Suppliscasi vidi. // 8-9. Dicesi che Pitagora fosse il primo che trovasse il nome di filosofo, cioè amatore della sapienza, e con questo nome chiamasse gli studiosi delle cose naturali e della verità, i quali prima erano chiamati meno modestamente sofi, cioè saggi. Per. Con. // 10-11. Quell’ardente Vecchio. Omero. // 12. Se ne sente. Vuol dir se ne avveggono, per la fama che hanno in virtù de’ suoi versi; oppure si sentono, cioè sono nominate e famose, per la sua poesia. // 13. Gli errori. Cioè le varie peregrinazioni. // 14. E de la Diva. E del figliuol di Teti. // 16. A man a man con lui. A paro con lui. Allato a lui. // 17. Il Mantoan. Virgilio. Che di par seco giostra. Che giostra con lui di pari. Vuol dire: che lo pareggia in valor poetico.

    Quest’è quel Marco Tullio, in cui si mostra
    Chiaro quant’à eloquenza e frutti e fiori;
    Questi son gli occhi de la lingua nostra.
    Dopo venìa Demostene, che fuori
    È di speranza omai del primo loco,
    Non ben contento de’ secondi onori:
    Un gran folgor parea tutto di foco;
    Eschine il dica che ’l potè sentire
    Quando presso al suo tuon parve già roco.
    Io non posso per ordine ridire
    Questo o quel dove mi vedessi o quando,
    E qual innanzi andar e qual seguire;
    Chè cose innumerabili pensando,
    E mirando la turba tale e tanta,
    L’occhio il pensier m’andava desviando.
    Vidi Solon, di cui fu l’util pianta
    Che, s’è mal culta, mal frutto produce;
    Con gli altri sei di cui Grecia si vanta.

    Verso 19. Si mostra. Apparisce. // 21. Questi. Virgilio e Cicerone. // 22-24. Pospone Demostene a Cicerone nel pregio della eloquenza. // 26. Che ’l potè sentire. Che se ne potè avvedere. // 27. Presso al suo tuon. Cioè: appetto alla eloquenza di Demostene suo avversario. Già. Un tempo. // 29. Dove o quando io vedessi il tale o il tal altro. // 30. E qual. Suppliscasi vedessi. // 33. L’occhio il pensier. Il secondo di questi nomi è oggetto. [A.] Desviando. Disviando. // 34. L’util pianta. Vuol dir le leggi. // 35. Culta. Coltivata. Mal frutto. Cattivo frutto. // 36. Con gli altri sei. Coi restanti dei sette savi.

    Qui vid’io nostra gente aver per duce
    Varrone, il terzo gran lume romano,
    Che, quanto ’l miro più, tanto più luce.
    Crispo Sallustio; e seco a mano a mano
    Uno che gli ebbe invidia e videl torto,
    Cioè ’l gran Tito Livio padoano.
    Mentr’io mirava, subito ebbi scorto
    Quel Plinio veronese suo vicino,
    A scriver molto, a morir poco accorto.
    Poi vidi ’l gran platonico Plotino,
    Che, credendosi in ozio viver salvo,
    Prevento fu dal suo fiero destino,
    Il qual seco venìa dal materno alvo,
    E però provvidenza ivi non valse:
    Poi Crasso, Antonio, Ortensio, Galba, e Calvo
    Con Pollïon, che ’n tal superbia salse,
    Che contra quel d’Arpino armâr le lingue
    Ei duo, cercando fame indegne e false.

    Verso 37. Qui vid’io nostra gente. Vidi la gente latina che era in questa schiera da mano manca della Fama. // 38. Terzo. Cioè dopo Cicerone e Virgilio. // 39. Luce. Verbo. // 41. Torto. Con occhio torto. // 43. Scorto. Veduto. Conosciuto. // 44. Suo vicino. Vicino di patria a Tito Livio. // 45. Molto avveduto e saggio in iscrivere, poco in morire. Morì per troppa curiosità di veder gli effetti del Vesuvio. // 47. In ozio. In istato quieto e solitario. // 48. Vuol dire: fu colto da morte non aspettata. Prevento. Prevenuto. // 49. Alvo. Ventre. // 50. Provvidenza. Usata da esso Plotino. // 53. Quel d’Arpino. Cicerone. Armâr. Armarono. // 54. Ei duo. Essi due. Cioè Calvo o Pollione.

    Tucidide vid’io, che ben distingue
    I tempi e i luoghi e loro opre leggiadre,
    E di che sangue qual campo s’impingue.
    Erodoto, di greca istoria padre,
    Vidi; e dipinto il nobil geomètra
    Di triangoli e tondi e forme quadre;
    E quel che ’nvêr di noi divenne petra,
    Porfirio, che d’acuti sillogismi
    Empiè la dialettica faretra,
    Facendo contra ’l vero arme i sofismi;
    E quel di Coo, che fe via miglior l’opra,
    Se ben intesi fosser gli aforismi.
    Apollo ed Esculapio gli son sopra,
    Chiusi, ch’a pena il viso gli comprende;
    Sì par che i nomi il tempo limi e copra.
    Un di Pergamo il segue; e da lui pende
    L’arte guasta fra noi, allor non vile,
    Ma breve e oscura; ei la dichiara e stende.

    Verso 55. Distingue. Cioè: nota e dichiara distintamente. // 56. Loro. Cioè fatte in quelli. // 57. Vuol dire: e i luoghi delle battaglie, e le genti che le fecero. Impingue. Impingui. 59. Il nobil geomètra. Euclide. // 60. Dipende dalla voce dipinto del verso innanzi. Tondi. Circoli. // 61. Che ’nvêr di noi divenne petra. Che fu ai Cristiani quasi uno scoglio. Ovvero, che si ostinò contro i Cristiani. Invêr significa inverso, cioè verso; petra sta per pietra. // 64. *Facendo i sofismi arme contra il vero. [A.] // 65. E Ippocrate, la cui opera degli aforismi, ovvero le cui opere, riuscirebbero assai migliori che non riescono, farebbero assai più giovamento di quel che fanno. Oppure: il qual fece opera assai migliore che Porfirio. Fe. Fece. Via. Vie. Assai. // 66. Punge l’ignoranza dei medici de’ tempi suoi. // 67-68. Apollo ed Esculapio, medici antichissimi, gli andavano innanzi, chiusi, cioè coperti, in maniera che l’occhio appena li poteva discernere. Che. Talmente che. Il viso. La vista. Gli. Li. // 69. Sì. Sì fattamente. // 70. Un di Pergamo. Galeno. Il segue. Vien dietro a Ippocrate. Da lui pende. Come da suo principalissimo lume. // 71. L’arte. Cioè l’arte medica. Fra noi. A’ nostri tempi. // 72. Stende. Amplifica. Accresce.

    Vidi Anasarco intrepido e virile;
    E Senocrate più saldo ch’un sasso,
    Che nulla forza il volse ad atto vile.
    Vidi Archimede star col viso basso;
    E Democrito andar tutto pensoso,
    Per suo voler di lume e d’oro casso.
    Vid’Ippia, il vecchierel che già fu oso
    Dir: i’ so tutto; e poi di nulla certo,
    Ma d’ogni cosa Archesilao dubbioso.
    Vidi in suoi detti Eraclito coperto;
    E Dïogene cinico, in suoi fatti,
    Assai più che non vuol vergogna, aperto;
    E quel che lieto i suoi campi disfatti
    Vide e deserti, d’altra merce carco,
    Credendo averne invidïosi patti.
    Iv’era il curïoso Dicearco;
    Ed in suoi magisteri assai dispari
    Quintilïano e Seneca e Plutarco.

    Verso 75. Nulla. Nessuna. // 76. Col viso basso. Pensieroso. O vuole accennar quell’atto in cui fu trovato Archimede quando i Romani espugnarono Siracusa. // 78. Casso, cioè privo, d’oro e di lume, cioè della vista, per suo proprio volere. Narrano che Democrito si accecasse spontaneamente, e donasse ogni suo avere a’ suoi cittadini. // 79. Fu oso. Fu ardito. Osò. Ardì. // 80. Cic. De Orat.: «Hippias... gloriatus est, cuncta pene audiente Græcia, nihil esse ulla in arte rerum omnium, quod ipse nesciret.»* // 82. In suoi detti coperto. Scrittore oscuro. // 83-84. In suoi fatti, Assai più che non vuol vergogna, aperto. Faceva pubblicamente quello che la vergogna vuol che si celi. // 85-87. Anassagora da Clazomone, tornato dalla Grecia in patria d’altra merce carco, cioè ricco di sapienza, e veduti i suoi poderi devastati e incolti, ne prese piacere, credendo fuggir la invidia che gli sarebbe stata partorita dalle ricchezze. Averne invidïosi patti. Cioè non poterli possedere se non a patto, a condizione, d’essere invidiato, sotto pena d’invidia. // 89-90. E Quintiliano, Seneca e Plutarco, molto differenti nei lor magisteri. Il primo fu maestro di Domiziano, il secondo di Nerone, il terzo di Nerva. Magisteri può anche esser detto per professioni, e il Poeta aver voluto accennare che Quintiliano fu rettorico, Seneca filosofo e Plutarco istorico.

    Vidivi alquanti ch’àn turbati i mari
    Con venti avversi ed intelletti vaghi:
    Non per saper ma per contender chiari;
    Urtar come leoni, e come draghi
    Con le code avvinchiarsi: or, che è questo,
    Ch’ognun del suo saper par che s’appaghi?
    Carneade vidi in suoi studi sì desto,
    Che parland’egli, il vero e ’l falso appena
    Si discernea; così nel dir fu presto.
    La lunga vita e la sua larga vena
    D’ingegno pose in accordar le parti
    Che ’l furor litterato a guerra mena.
    Nè ’l poteo far: chè come crebber l’arti,
    Crebbe l’invidia: e col sapere insieme
    Ne’ cuori enfiati i suoi veneni sparti.

    Versi 91-96. Parla de’ dialettici, e di quelli che fecero professione di disputar sottilmente. Avversi. Opposti. Parla per via di metafora. Vaghi. Erranti. Non per saper ma per contender chiari. Famosi non per sapienza ma per contese. Urtar. Urtarsi. Dipende da vidivi. Avvinchiarsi. Avvincersi. // 97. Desto. Accorto. // 98. Plin.: «Quoniam, illo viro argumentante, quid veri esset, haud facile discerni posset.»* // 99. Presto. Pronto. Perito. // 101. Pose. Spese. Adoperò. Cioè Carneade. Le parti. Vuol dire le diverse sètte di filosofi. // 102. Litterato. Letterario. // 103. Ne ’l poteo far. Nè gli venne fatto, nè gli riuscì, di accordarlo. Poteo per potè. Come. A mano a mano che. A proporzione che. L’arti. Le dottrine. // 104. E col sapere insieme. E insieme col sapere. // 105. Suppliscasi crebbero ne’ cuori. Dei dotti. Enfiati. D’orgoglio. Suoi. Della invidia. Sparti. Sparsi.

    Contra ’l buon Sire che l’umana speme
    Alzò, ponendo l’anima immortale,
    S’armò Epicuro (onde sua fama geme),
    Ardito a dir ch’ella non fosse tale
    (Così al lume fu famoso e lippo),
    Con la brigata al suo maestro eguale;
    Di Metrodoro parlo e d’Aristippo.
    Poi con gran subbio e con mirabil fuso
    Vidi tela sottil tesser Crisippo.
    Degli Stoici ’l padre alzato in suso,
    Per far chiaro suo dir, vidi Zenone
    Mostrar la palma aperta e ’l pugno chiuso;
    E per fermar sua bella intenzïone
    La sua tela gentil tesser Cleante,
    Che tira al ver la vaga opinïone.
    Qui lascio, e più di lor non dico avante.

    Verso 106. Il buon Sire. Il buon Signore. Cioè Dio. Alcuni intendono Platone. // 109. Ella. Cioè l’anima. Tale. Cioè immortale. // 110. Al lume. Della verità. // 111. Con la brigata. De’ suoi discepoli. // 114. Crisippo. Filosofo stoico, che usò una dialettica sottilissima e scrisse oscuro oltremodo. // 115. Degli Stoici ’l padre. Dipende dalle parole del verso seguente, vidi Zenone alzato in suso. Per fare quell’atto che si dice nell’ultimo verso della terzina. // 116-117. Zenone volendo dare ad intendere la differenza che è dalla rettorica alla dialettica, per essere l’una abbondante e larga nell’espressione de’ concetti, e l’altra al contrario, soleva mostrare la palma della mano aperta, come figura della prima e il pugno chiuso per figura della seconda. Per far chiaro suo dir, vale: per aiutare con quei segni visibili le sue parole intorno alla detta differenza. // 118. E per dare stabilità e compimento all’opera incominciata da Zenone, cioè alla filosofia stoica. Dipende dalle parole del verso seguente, tesser la sua tela gentile. // 19. Suppliscasi vidi Cleante. Successore di Zenone nella scuola stoica. // 120. Che. La qual tela. Cioè gli scritti e la filosofia di Cleante. Vaga. Errante. Incerta. Che va qua e là. // 121. E più di lor non dico avante. E non dico più avanti, cioè non dico altro, di loro.



    TRIONFO DEL TEMPO.

    «Un dubbio verno, un instabil sereno
    È vostra fama; e poca nebbia il rompe;
    E ’l gran Tempo a’ gran nomi è gran veneno.»
    Trionfo del Tempo.

    CAPITOLO UNICO.
    In questo Trionfo, per significare che la fama degli uomini perisce in breve, sopraffatta dal Tempo che la distrugge, il Petrarca introduce il Sole, rappresentante il Tempo, a querelarsi della Fama e a vendicarsene, raddoppiando, per annientarla più tosto, la propria velocità. Dal che egli prende argomento, prima di sprezzare la vita umana perchè cortissima, e di biasimare coloro che fondano le loro speranze in essa; e appresso, di redarguir quelli ancora che credono di vivere eternamente per fama dopo la loro morte.

    De l’aureo albergo, con l’Aurora innanzi,
    Sì ratto usciva ’l Sol cinto di raggi,
    Che detto aresti: e’ si corcò pur dianzi.
    Alzato un poco, come fanno i saggi,
    Guardossi intorno; ed a sè stesso disse:
    Che pensi? oma’ convien che più cura aggi.
    Ecco, s’un uom famoso in terra visse,
    E di sua fama per morir non esce,
    Che sarà de la legge che ’l Ciel fisse?
    E se fama mortal morendo cresce,
    Che spegner si doveva in breve, veggio
    Nostra eccellenzia al fine; onde m’incresce.
    Che più s’aspetta, o che pote esser peggio?
    Che più nel ciel ò io, che ’n terra un uomo,
    A cui esser egual per grazia cheggio?
    Quattro cavai con quanto studio como,
    Pasco nell’Oceàno, e sprono e sferzo!
    E pur la fama d’un mortal non domo.

    Verso 2. Sì ratto. Sì tosto. Vuol significare la rapidità del tempo. // 3. Aresti. Avresti. Pur dianzi. Pur ora. Testè. // 4. Alzato un poco. Levato che si fu alquanto sopra l’orizzonte. Come fanno i saggi. Si riferisce alle parole susseguenti, guardossi intorno. // 5. Ed a sè stesso disse. E veduto quel trionfo della fama, disse a sè medesimo. // 6. Aggi. Abbi. // 9. De la legge. Che tutte le creature periscano. Ovvero che tutti gli uomini muoiano. Che. Accusativo. // 10. Mortal. Di creatura mortale. Morendo. Cioè morendo l’uomo. // 11-12. Veggio Nostra eccellenzia al fine. Veggo che la natura mia e degli altri corpi celesti non sarà più superiore alla natura mortale. Onde m’incresce. Del che mi duole. // 13. Che pote esser peggio? Che può sopravvenir di peggio? Pote per puote. // 14. Che cosa ho io nel cielo più di quel che ha un uomo in terra? // 15. Cheggio. Chiedo. Perocchè, se la fama dell’uomo è immortale, la mia condizione viene a essere inferiore a quella di lui, come si dimostra appresso. // 16. Cavai. Cavalli. Como. Pettino. Liscio. Netto.

    Ingiuria da corruccio e non da scherzo,
    Avvenir questo a une; s’io foss’in cielo,
    Non dirò primo, ma secondo o terzo.
    Or convèn che s’accenda ogni mio zelo,
    Sì ch’al mio volo l’ira addoppi i vanni:
    Ch’io porto invidia agli uomini, e nol celo
    De’ quali veggio alcun, dopo mill’anni
    E mille e mille, più chiari che ’n vita;
    Ed io m’avanzo di perpetui affanni.
    Tal son qual era anzi che stabilita
    Fosse la terra; dì e notte rotando
    Per la strada rotonda ch’è infinita.
    Poi che questo ebbe detto, disdegnando
    Riprese il corso più veloce assai
    Che falcon d’alto a sua preda volando.
    Più dico; nè pensier poria già mai
    Seguir suo volo, non che lingua o stile;
    Tal che con gran paura il rimirai.

    Verso 19. Corruccio. Ira. // 20. S’io fossi. Se bene, se anche, quando anche, io fossi. // 21. Non dirò primo. Come sono in effetto. // 22. Convèn. Conviene. Zelo. Gelosia. // 23. I vanni. Le ale. // 26. Chiari. Illustri. Celebrati. Che ’n vita. Di quel che essi furono in vita. // 27. M’avanzo. Vo innanzi. Di. Con. In. Tra. // 23-29. Tal son qual era anzi che stabilita Fosse la terra. Io son tale adesso quale io era prima che la terra fosse formata. Vuol dire: da che io fui creato, la mia condizione non si è avvantaggiata di nulla. // 30. Per la strada. Del cielo. Rotonda. Circolare. // 32. Riprese. Ricominciò. // 33. D’alto. Dall’alto. // 34-35. Dico più veloce; e non pur la lingua e l’arte del dire, ma il pensiero medesimo non potrebbe seguire il suo volo, cioè significare compiutamente la velocità del suo corso. Poria. Potrebbe.

    Allor tenn’io il viver nostro a vile
    Per la mirabil sua velocitate,
    Via più ch’innanzi noi tenea gentile:
    E parvemi mirabil vanitate
    Fermar in cose il cor che ’l Tempo preme,
    Che mentre più le stringi, son passate.
    Però chi di suo stato cura o teme,
    Proveggia ben, mentr’è l’arbitrio intero,
    Fondar in loco stabile sua speme:
    Chè quant’io vidi ’l Tempo andar leggero
    Dopo la guida sua, che mai non posa,
    I’ nol dirò, perchè poter nol spero.
    I’ vidi ’l ghiaccio, e lì presso la rosa;
    Quasi in un punto il gran freddo e ’l gran caldo;
    Che pur udendo par mirabil cosa.
    Ma chi ben mira col giudicio saldo,
    Vedrà esser così: che nol vid’io;
    Di che contra me stesso or mi riscaldo.

    Versi 37-39. Allora vedendo quella sua maravigliosa velocità, io tenni a vile, cioè in bassa estimazione, la nostra vita, assai più che io non l’aveva tenuta, cioè reputata, gentile, cioè nobile, assai più che io non l’aveva pregiata, innanzi, cioè per lo passato. // 41. Fermar in cose il cor. Por la sua cura e l’affetto in cose. Preme. Spinge. Caccia. Incalza. // 43. Cura. Verbo. // 44. Procuri studiosamente finch’egli ha libero arbitrio di sè medesimo. // 45. In loco stabile. Cioè in cose durevoli. // 46. Leggero. Veloce. // 47. Dopo. Dietro. La guida sua. Cioè il sole. Non posa. Non si riposa. Non si ferma. // 48. Poter nol spero. Non ho speranza di poterlo dare ad intendere. - Propriamente di poterlo dire. [A.] // 49. Il ghiaccio. Vuol dir l’inverno. Lì presso. Cioè vicino al ghiaccio. La rosa. Vuol dir la primavera. // 51. Che. Il che. Pur udendo. Non dico a vederlo, come lo vidi io, ma solamente a udirlo. // 52. Saldo. Sano. Intero. // 53. Che nol vid’io. Il che non aveva veduto insino allora. // 54. Di che. Della qual cosa. Mi riscaldo. Mi adiro.

    Seguii già le speranze e ’l van desio;
    Or ò dinanzi agli occhi un chiaro specchio
    Ov’io veggio me stesso e ’l fallir mio;
    E quanto posso, al fine m’apparecchio,
    Pensando ’l breve viver mio, nel quale
    Stamane era un fanciullo ed or son vecchio.
    Che più d’un giorno è la vita mortale,
    Nubilo, breve, freddo e pien di noia;
    Che può bella parer, ma nulla vale?
    Qui l’umana speranza e qui la gioia;
    Qui i miseri mortali alzan la testa;
    E nessun sa quanto si viva o moia.
    Veggio la fuga del mio viver presta,
    Anzi di tutti; e nel fuggir del Sole,
    La ruina del mondo manifesta.
    Or vi riconfortate in vostre fole,
    Giovani, e misurate il tempo largo;
    Chè piaga antiveduta assai men dole.

    Verso. 59. Al fine. Alla morte. // 59. Pensando ’l breve viver mio. Pensando alla brevità della mia vita. // 60. Stamane. Questa mattina. Poco fa. // 62. Nubilo. Nuvoloso. Noia. Travaglio. Molestia. // 63. Che. La qual vita mortale. // 64. Qui. In questa sì fatta vita è riposta. La gioia. Ripetasi umana. // 66. Quanto si viva o moia. Quanto esso sia per vivere e quando abbia a morire. // 68. Di tutti. Del viver di tutti. // 69. Veggo manifesta la fine del mondo. // 70-72. Parlare ironico. Largo. È detto in maniera avverbiale. Chè. Perocchè. Vuole intendere: se bene in verità; e non vogliate considerare che. - *Ovid.: «Nam prævisa minus lædere tela solent.» E Dante: «Chè saetta prevista vien più lenta.»*

    Forse che ’ndarno mie parole spargo;
    Ma io v’annunzio che voi sete offesi
    Di un grave e mortifero letargo:
    Chè volan l’ore, i giorni e gli anni e i mesi;
    E ’nsieme, con brevissimo intervallo,
    Tutti avemo a cercar altri paesi.
    Non fate contra ’l vero al core un callo,
    Come sete usi; anzi volgete gli occhi
    Mentr’emendar potete il vostro fallo.
    Non aspettate che la Morte scocchi,
    Come fa la più parte; chè per certo
    Infinita è la schiera degli sciocchi.
    Poi ch’i’ ebbi veduto e veggio aperto
    Il volar e ’l fuggir del gran pianeta,
    Ond’i’ ò danni e ’nganni assai sofferto;
    Vidi una gente andarsen queta queta,
    Senza temer di Tempo o di sua rabbia;
    Che gli avea in guardia istorico o poeta.

    Verso 74. Sete. Siete. Offesi. Cioè ammalati. // 76. Che. Io v’annunzio che. - *Cic. De senect.: «Horæ quidem cedunt et dies et menses et anni.» // 77-78. E tutti insieme, salvo pochissimo intervallo di tempo tra questo e quell’altro, abbiamo a passare in un altro mondo. Avemo. Abbiamo. // 80. Sete. Siete. Usi. Soliti. Anzi. Ma. - Volgete gli occhi, (intendo) al vero; o forse al vostro fallo [A.] // 81. Mentre. Finchè. Ora che. - *Cod. Bolog.: Mentre amendar si puote.* // 82. Scocchi. Il suo dardo. // 83. Come fa la più parte. Come fanno, cioè come aspettano, i più. Per certo. Certamente. // 85. Aperto. Manifestamente. // 86. Del gran pianeta. Del sole. // 87. Onde. Del qual volare e fuggire del sole. Cioè della velocità del tempo, della quale io non mi era avveduto prima. // Assai. Molti. // 90. Chè. Perocchè. In guardia. In sua tutela. - Aveva, scrivendo, assicurata loro l’immortalità del nome. [A.]

    Di lor par più che d’altri invidia s’abbia;
    Che per sè stessi son levati a volo,
    Uscendo for de la comune gabbia.
    Contra costor colui che splende solo,
    S’apparecchiava con maggiore sforzo,
    E riprendeva un più spedito volo.
    A ’suoi corsier raddoppiat’era l’orzo;
    E la reina di ch’io sopra dissi,
    Volea d’alcun de’ suoi già far divorzo.
    Udi’ dir, non so a chi, ma ’l detto scrissi:
    In questi umani, a dir proprio, ligustri,
    Di cieca obblivione oscuri abissi,
    Volgerà ’l Sol, non pur anni, ma lustri
    E secoli, vittor d’ogni cerèbro;
    E vedra’ il vaneggiar di questi illustri.
    Quanti fur chiari tra Peneo ed Ebro,
    Che son venuti o verran tosto meno!
    Quant’in sul Xanto e quant’in val di Tebro!
    Un dubbio verno, un instabil sereno
    È vostra fama; e poca nebbia il rompe;
    E ’l gran tempo a’ gran nomi è gran veneno.

    Verso 91. Par. Pare che. // 92. Per sè stessi. Da sè medesimi. Cioè per la loro propria virtù ed opera. Son. Si sono. // 93. For. Fuori. De la comune gabbia. Seguita la metafora degli uccelli, incominciata nelle parole son levati a volo. Vuol dire: della oscura condizione dei più. // 94. Colui che splende solo. Cioè solo tra i pianeti. Ovvero più che qualunque altro corpo celeste. Vuol dire il sole. // 96. Riprendeva. Ricominciava. Spedito. Rapido. // 97. Corsier. Corsieri. Cavalli. - *Cod. Bol.: A’ suoi corsieri raddoppiava l’orzo.* // 98. La reina. Cioè la Fama. Di ch’io sopra dissi. Della quale ho detto di sopra. // 99. D’alcun. Da alcuno. Far divorzo. Far divorzio. Separarsi. Vuol significare che per la velocissima fuga del tempo, il nome di alcuni famosi già cominciava a oscurarsi. // 100. Udi’. Udii. // 101-105. Sopra questi, contro questi, per parlar propriamente, ligustri umani, cioè contro questi uomini, ovvero contro le opere di questi uomini, caduche come ligustri, oscuri abissi di obblio, il sole rivolgerà, non solo anni, ma lustri e secoli, vincitore di ogni cervello, cioè d’ogni ingegno: e tu vedrai il vaneggiare, cioè la vanità, la fiacchezza, di questi famosi, ovvero, come questi famosi abbiano vaneggiato credendo e procacciando di farsi immortali. - *Cerèbro. È degna di nota la variante celèbro per celebre, come silvestro per silvestre. La quale variante trovasi confermata da più codici magliabechiani, e dà al verso un senso più chiaro e più semplice. *E vedra’ il. L’Aldina e altre antiche edizioni leggono: E vedrà il, riferendolo a sole del verso 103.* // 106. Chiari. Famosi. Tra Peneo ed Ebro. Vuol dire tra i Greci. // 107. Che. I quali. Cioè i cui nomi. Dipende da quanti. // 108. Quant’in sul Xanto. Cioè quanti Troiani. Suppliscasi fur chiari. In val di Tebro. In valle di Tevere. Intende dei Romani. // 109. Un’incerta e instabile serenità invernale. // 110. Rompe. Interrompe. Finisce. // 111. Il gran tempo. Il lungo tempo. La lunghezza del tempo. A’ gran nomi. Alle grandi celebrità.

    Passan vostri trïonfi e vostre pompe,
    Passan le signorie, passano i regni;
    Ogni cosa mortal Tempo interrompe;
    E ritolta a’ men buon, non dà a’ più degni:
    E non pur quel di fuori il Tempo solve,
    Ma le vostr’eloquenze e i vostri ingegni.
    Così fuggendo, il mondo seco volve;
    Nè mai si posa nè s’arresta o torna,
    Fin che v’à ricondotti in poca polve.
    Or perchè umana gloria à tante corna,
    Non è gran maraviglia s’a fiaccarle
    Alquanto oltra l’usanza si soggiorna.
    Ma cheunque si pensi il volgo o parle,
    Se ’l viver vostro non fosse sì breve,
    Tosto vedreste in polve ritornarle.
    Udito questo (perchè al ver si deve
    Non contrastar, ma dar perfetta fede),
    Vidi ogni nostra gloria, al Sol, di neve.

    Verso 112. - Cod. Bol.: Passan vostre grandezze. * // 114. Ogni cosa mortal. Accusativo. Interrompe. Distrugge. Consuma. Manda in perdizione. // 115. E ritolta, cioè ogni cosa mortale, ai tristi, non la concede però ai buoni. // 116. Non pur. Non solo. Quel di fuori. Il corpo e le opere materiali. Accusativo. Solve. Scioglie. Disfà. // 118. Il mondo. Accusativo. Volve. Volge. // 119. Si posa. Si riposa. // 121-126. Luogo di oscurità portentosa e barbara, quantunque, secondo il solito, dissimulata da tutti i comentatori. Mi proverò a dichiararlo, senza alcuna certezza di buon successo. La gloria umana dura veramente qualche poco più che i corpi e le altre cose degli uomini, perch’ella ha tante corna (cioè, come a dir, tante teste, quasi un’idra) che non è gran maraviglia se a fiaccarle, cioè romperle, si soggiorna, cioè si tarda, alquanto più dell’usato, cioè dire, ci bisogna un poco più di tempo che a disfar le altre cose. Ma che che pensi o dica la moltitudine (la quale si persuade che la gloria umana sia o possa essere eterna o di gran durata), se la vita dell’uomo non fosse così breve come ella è, se voi poteste vivere un poco più, voi medesimi vedreste le corna della gloria umana essere tosto ritornate, cioè ridotte in polvere. Cheunque. Che che. Parle. Parli. - *In polve. I cod. Estensi e il Bolog. leggono in fumo.* // 129. Al Sol, di neve. Essere come neve al sole.

    E vidi ’l Tempo rimenar tal prede
    De’ vostri nomi, ch’i’ gli ebbi per nulla:
    Benchè la gente ciò non sa nè crede;
    Cieca, che sempre al vento si trastulla,
    E pur di false opinïon si pasce,
    Lodando più ’l morir vecchio, che ’n culla.
    Quanti felici son già morti in fasce!
    Quanti miseri in ultima vecchiezza!
    Alcun dice: beato è chi non nasce.
    Ma per la turba a’ grandi errori avvezza,
    Dopo la lunga età sia ’l nome chiaro:
    Che è questo però che sì s’apprezza?
    Tanto vince e ritoglie il Tempo avaro;
    Chiamasi Fama, ed è morir secondo;
    Nè più che contra ’l primo è alcun riparo.
    Così ’l Tempo trionfa i nomi e ’l mondo.

    Verso 130. Rimenar. Riportare. Tal. Tali. // 131. De’ vostri nomi. Delle vostre riputazioni, o mortali. Ch’i’ gli ebbi per nulla. Ch’io non ebbi più i vostri nomi, cioè le vostre riputazioni in veruna stima. // 134. Pur. Solo. Ovvero continuamente, tuttavia. // 136. Quanti già nel passato sono morti felici in fasce. // 137. Plin.: «Itaqua multi extitere, qui non nasci optimum censerunt.»* // 139-144. Ma concedasi per vero al volgo, assuefatto ai grandi errori, che la fama di alcuni uomini duri dopo lunga età, cioè fino a un lungo spazio di tempo: or che gran cosa è poi questa, di cui si fa tanta stima? Il Tempo avaro, cioè ingordo, vince e ritoglie tanto, cioè medesimamente, nè più nè meno, questa sì fatta cosa; la quale ha nome di fama, e non è veramente altro che un morir di nuovo, nè a questa seconda morte si trova alcun riparo più che alla prima. // 145. I nomi e ’l mondo. Dei nomi e del mondo.



    TRIONFO DELLA DIVINITÀ.

    «E non avranno in man gli anni ’l governo
    Delle fame mortali; anzi chi fia
    Chiaro una volta, fia chiaro in eterno.»
    Trionfo della Divinità.

    CAPITOLO UNICO.
    In questo Trionfo, che dovrebbe intitolarsi piuttosto dell’Eternità, sbigottito il Petrarca dalla caducità di tutte le cose terrene, protesta di non confidare che in Dio; accenna la distruzione di tutto il mondo presente, e l’eternità di un altro; si rallegra cogli eletti alla gloria di questo nuovo mondo, e commisera gli esclusi da essa; finalmente spera di esser egli presto tra i primi, e di beatificarsi rivedendo Laura in cielo.

    Da poi che sotto ’l ciel cosa non vidi
    Stabile e ferma, tutto sbigottito
    Mi volsi, e dissi: guarda; in che ti fidi?
    Risposi: Nel Signor che mai fallito
    Non à promessa a chi si fida in lui:
    M’avveggio ben che ’l mondo m’à schernito;
    E sento quel ch’io sono e quel ch’i’ fui;
    E veggio andar, anzi volar il tempo;
    E doler mi vorrei, nè so di cui:
    Chè la colpa è pur mia, che più per tempo
    Dove’ aprir gli occhi, e non tardar al fine:
    Ch’a dir il vero, omai troppo m’attempo.
    Ma tarde non fur mai grazie divine:
    In quelle spero che ’n me ancor faranno
    Alte operazïoni e pellegrine.   

    Verso 1. Da poi che. Posciachè. Poichè. Cosa. Cosa alcuna. // 3. *Cod. Bol. ed Estensi: Mi volsi a me e dissi: in che ti fidi? E questa, per mio avviso, è miglior lezione.* // 4-5. Fallito non à promessa. Non è mancato di promessa. // 6. La lezione volgare è: Ma veggio. La nostra correzione è voluta dallo stesso legame delle idee.* // 7. Sento. Conosco. // 9. Di cui. Di chi. // 10. Pur. Solamente. Per tempo. Presto. // 11. Al fine. Fino all’estremo della vita. // 12. M’attempo. Indugio. Veggasi nella prima Parte la Canzone terza, stanza prima, verso ultimo. // 13. Ma le grazie divine, in qualunque tempo sopravvengano, non giungono mai troppo tardi. // 15. Operazïoni. Qui vale effetti; ma il modo fare operazioni se non fosse nobilitato da quegli epiteti alte e pellegrine sentirebbe troppo di prosa. [A.] - Pellegrine. Rare. Egregie.

    Così detto e risposto: or se non stanno
    Queste cose che ’l Ciel volge e governa,
    Dopo molto voltar, che fine aranno?
    Questo pensava: e mentre più s’interna
    La mente mia, veder mi parve un mondo
    Novo, in etate immobile ed eterna;
    E ’l Sole e tutto ’l ciel disfare a tondo
    Con le sue stelle; ancor la terra e ’l mare;
    E rifarne un più bello e più giocondo.
    Qual maraviglia ebb’io quando restare
    Vidi in un piè colui che mai non stette,
    Ma discorrendo suol tutto cangiare?
    E le tre parti sue vidi ristrette
    Ad una sola; e quell’una esser ferma:
    Sì che, come solea, più non s’affrette!
    E quasi in terra d’erba ignuda ed erma,
    Nè fia nè fu nè mai v’era, anzi o dietro,
    Ch’amara vita fanno, varia e ’nferma.

    Verso 16. Così detto e risposto. Detto e risposto che ebbi a me stesso così. Non stanno. Non hanno stato durevole, stabilità. // 17. Cioè le cose terrene, mortali. // 18. Voltar. Voltarsi. Esser voltato. Aranno. Avranno. // 19. Questo. Accusativo. Pensava. Io pensava. S’interna. In questo pensiero. // 21. In etate ecc. Eternamente uguale a sè stesso. [A.] // 22. E ’l sole. E parvemi vedere il sole. Disfare. Esser disfatto. A tondo. Intorno intorno. Di ogn’intorno. Da ogni parte. // 23. Ancor. E parimente disfare. // 24. Rifarne. Esserne rifatto. - E la particella ne si riferisce a mondo, la cui idea complessa si è svolta, ma non distrutta, enumerando le parti che la compongono. [A.] // 25-26. Restare in un piè. Cioè fermarsi o star fermo. Colui. Cioè il tempo. Non stette. Non istette fermo. // 27. Discorrendo. Scorrendo. // 28. Le tre parti sue. Le tre parti del Tempo, cioè il passato, il presente e il futuro. // 29. Ad una sola. Cioè al presente. // 30. In maniera che non possa più affrettarsi, come soleva. Intendasi: questa parte (cioè il presente) ovvero il Tempo. Affrette. Affretti. // 31-33. E come in una terra secca e deserta, la quale è tutta di una sembianza, nè questa tal sembianza si cambia per variar di stagioni; similmente in quel nuovo tempo, che è a dire l’eternità, non trovavasi nè sarà, nè fu, nè mai, nè prima, nè dopo, cose che fanno amara, varia ed inferma la vita dei mortali.

    Passa ’l pensier sì come Sole in vetro,
    Anzi più assai, però che nulla il tène:
    O qual grazia mi fia, se mai l’impetro,
    Ch’i’ veggia ivi presente il sommo Bene,
    Non alcun mal, che solo il tempo mesce;
    E con lui si diparte e con lui vène!
    Non avrà albergo il Sol in Tauro o ’n Pesce;
    Per lo cui varïar, nostro lavoro
    Or nasce or more, ed or scema ed or cresce.
    Beati i spirti che nel sommo coro
    Si troveranno o trovano in tal grado
    Che fia in memoria eterna il nome loro!
    O felice colui che trova il guado
    Di questo alpestro e rapido torrente
    Ch’à nome vita, ch’a molti è sì a grado!
    Misera la volgare e cieca gente,
    Che pon qui sue speranze in cose tali
    Che ’l tempo le ne porta sì repente!
    O veramente sordi, ignudi e frali,
    Poveri d’argomento e di consiglio,
    Egri del tutto e miseri mortali!
    Quel, che ’l mondo governa pur col ciglio;
    Che conturba ed acqueta gli elementi:
    Al cui saper non pur io non m’appiglio,
    Ma gli angeli ne son lieti e contenti
    Di veder de le mille parti l’una,
    Ed in ciò stanno desïosi e ’ntenti.

    Verso 34. Passa ’l pensier. Cioè passa oltre il mio pensiero. Oppur si dee sottintendere: in quel nuovo tempo e stato, cioè della eternità. // 35. Tène. Tiene. Rattiene. // 38. Non alcun mal. Non vedendo, e non veggia, senza vedere, alcun male. Che. Accusativo. Mesce. Cioè porge. Metafora tolta da chi versa altrui da bere. // 39. E. E che. Con lui. Col tempo. Si diparte. Parte. Vène. Viene. // 41. Cui. Del quale, cioè del sole. Ovvero, dei quali, cioè dei segni celesti che il sole va scorrendo. // 44. O trovano. O si trovano. Grado. Stato. - Salm. CXI: «In memoria æterna erit justus.»* // 46. Il guado. Cioè il luogo da guadare. - E dee voler dire uscirne felicemente. [A.] // 47. Alpestro. Alpestre. Montano. // 48. A grado. Gradita. // 50. Qui. In questa vita. // 51. Che. Dipende da tali. Le ne porta. Le porta via. Alcuni codici veduti dal Muratori hanno che ’l tempo leve porta. [L.] - *E lieve legge il Cod. Bolognese.* // Repente. Subitamente. // 53. D’argomento. Di mezzi. Di accorgimenti. Di consiglio. Di senno. Di cognizion del partito da prendere. Di spedienti. // 54. Egri. Infermi. // 55. Quel. Cioè Dio. Se questo sia nominativo o accusativo, che verbo regga o da che verbo sia retto, che parola o che parole ci si debbano sottintendere, io per me non lo so indovinare. - Io vi sottintendo cercate, curate, ponetevi davanti al pensiero, o simile. [L.] - Pur col ciglio. Col ciglio solo. Col solo muovere delle ciglia. - *Oraz.: «Cuncta supercilio moventis.»* // 57-59. Al cui sapere, non solo non mi avvicino io, che son uomo, ma gli angeli medesimi sono contenti di vederne delle mille parti una sola, cioè di vederne la millesima parte.

    O mente vaga, al fin sempre digiuna!
    A che tanti pensieri? un’ora sgombra
    Quel che ’n molt’anni a pena si raguna.
    Quel che l’anima nostra preme e ’ngombra
    Dianzi, adesso, ier, diman, mattino e sera,
    Tutti in un punto passeran com’ombra.
    Non avrà loco fu, sarà, nè era;
    Ma è solo, in presente, e ora, e oggi,
    E sola eternità raccolta e ’ntera.
    Quanti spianati dietro e innanzi poggi,
    Ch’occupavan la vista! e non fia in cui
    Nostro sperare e rimembrar s’appoggi:
    La qual varïetà fa spesso altrui
    Vaneggiar sì, che ’l viver pare un gioco,
    Pensando pur: che sarò io? che fui?
    Non sarà più diviso a poco a poco,
    Ma tutto insieme; e non più state o verno,
    Ma morto ’l tempo, e varïato il loco.

    Verso 61. Vaga. Errante. Instabile. Inquieta. Al fin sempre digiuna. E sempre in ultimo priva dell’intento tuo, dell’oggetto de’ tuoi desiderii. // 62. Sgombra. Spazza via. Disperde. // 63. Raguna. Raduna. Raccoglie. Accumula. // 64. L’anima nostra. Accusativo. // 65. Nominativi. // 67. Fu, sarà, nè era. Nomi. // 68. Ma solamente avrà luogo è, al presente, ora, oggi. // 70-72. Quanti poggi, cioè quanto eminenze (e vuol dir quanti ostacoli) che ingombravano la vista dietro e innanzi, cioè la vista delle cose passate e delle future, saranno spianati! e venuto meno il passato e il futuro, non ci sarà più luogo a speranza nè a rimembranza. // 73. La qual varïetà. Dello sperare e del rimembrare. Altrui. Gli uomini. Le persone. // 76-78. Il tempo non sarà più diviso a poco a poco, cioè in piccole parti (come a dire in mesi, in giorni, in ore), ma sarà tutto insieme, cioè tutto uno; e non ci sarà state nè verno, cioè varietà di stagioni; anzi il tempo sarà morto, cioè immobile, e il luogo delle creature, del mondo, non sarà quello di prima.

    E non avranno in man gli anni ’l governo
    De le fame mortali: anzi chi fia
    Chiaro una volta, fia chiaro in eterno.
    O felici quell’anime che ’n via
    Sono o saranno di venir al fine
    Di ch’io ragiono, qualunqu’e’ si sia!
    E tra l’altre leggiadre e pellegrine,
    Beatissima lei che Morte ancise
    Assai di qua dal natural confine!
    Parranno allor l’angeliche divise,
    E l’oneste parole, e i pensier casti,
    Che nel cor giovenil Natura mise.
    Tanti volti che ’l Tempo e Morte àn guasti,
    Torneranno al suo più fiorito stato;
    E vedrassi ove, Amor, tu mi legasti,
    Ond’io a dito ne sarò mostrato:
    Ecco chi pianse sempre, e nel suo pianto
    Sopra ’l riso d’ogni altro fu beato.

    Verso 79. E gli anni col loro volgere non porteranno seco varietà d’opinioni, sì che abbiano in mano il governo, cioè siano ora promotori, ora distruggitori delle riputazioni dei morti. [A.] // 81. Chiaro. Famoso. // 82-84. O felici quelle anime che sono o saranno in via di giungere a quel fine del quale io parlo, qualunque egli si sia! Cioè: quelle anime che si sono incamminate o che s’incammineranno per quelle strade che conducono alla beatitudine eterna, qualunque ella si sia (dovendo esser diversa secondo i meriti; ovvero, non potendo noi comprendere la sua qualità), o forse, qualunque morte elle siano per fare. // 85. Pellegrine. Rare. // 86. Lei. Cioè Laura. Che. Accusativo. Ancise. Uccise. // 87. Assai prima del termine naturale della vita umana. // 88. Parranno. Appariranno. Si vedranno. Allor. Cioè nell’eternità. Divise. Cioè sembianze, maniere, e simili. // 90. Nel cor giovenil. Di Laura. // 91. Che. Accusativo. // 92. Suo. Loro. // 93. Ove. Quel volto ove. // 95. Ecco. Suppliscasi: Sarà detto di me. Chi. Colui che. // 96. Sopra ’l riso d’ogni altro. // Più che qualunque altro nel riso.

    E quella di cui ancor piangendo canto,
    Avrà gran maraviglia di se stessa,
    Vedendosi fra tutte dar il vanto.
    Quando ciò fia, nol so; sassel proprio essa;
    Tanta credenza à più fidi compagni:
    A sì alto secreto chi s’appressa?
    Credo che s’avvicini: e de’ guadagni
    Veri e de’ falsi si farà ragione;
    Chè tutte fieno allor opre di ragni.
    Vedrassi quanto in van cura si pone,
    E quanto indarno s’affatica e suda;
    Come sono ingannate le persone.
    Nessun secreto fia chi copra o chiuda;
    Fia ogni conscïenza, o chiara o fosca,
    Dinanzi a tutto il mondo aperta e nuda;
    E fia chi ragion giudichi e conosca:
    Poi vedrem prender ciascun suo vïaggio,
    Come fiera cacciata si rimbosca;
    E vederassi in quel poco pareggio
    Che vi fa ir superbi, oro e terreno,
    Essere stato danno e non vantaggio;
    E ’n disparte, color che sotto ’l freno
    Di modesta fortuna ebbero in uso,
    Senz’altra pompa, di godersi in seno.

    Verso 100. Sassel. Sel sa. Il sa. // 101-102. Versi composti dal Poeta (come anche universalmente questi ultimi due Trionfi) per provare, cred’io, se avesse mai potuto far gittar via le sue Rime e la pazienza ai lettori e agli interpreti. Pare che vogliano dire: questa gran verità, cioè la fine di questo mondo visibile e l’avvenimento del mondo immateriale ed eterno, è creduta da più, cioè da molti, fedeli; ma qual uomo ancor vivo e mortale può saper sì alto secreto, cioè il quando si ridurranno ad effetto le dette cose? // 103-104. Che s’avvicini. Che ciò s’avvicini. Che quello che ho detto debba esser presto. Dei guadagni veri e de’ falsi. Dei veri e dei falsi beni procacciati dagli uomini. Ragione. Diritto giudizio. // 105. Che tutte le opere umane saranno allora come tele di ragno. Fieno. Saranno. // 106. Quanto in van cura si pone. Quante cure si usano invano, per niente, senza alcun frutto. // 107. S’affatica. Si fatica. // 108. Come s’ingannano gli uomini. // 109. Non ci sarà cosa che cuopra o chiuda alcun secreto. // 110-111. Ogni coscienza, o netta o sozza, sarà manifesta e nuda in cospetto di tutto il mondo. // 112-113. E ci sarà chi giudichi e dia sentenza secondo i meriti: poi vedremo ciascuno andare al luogo assegnatogli dalla sentenza. // 114. Cacciata. Inseguita dai cacciatori. // 115. In quel poco pareggio. In quel breve confronto che sarà fatto di voi altri mortali dinanzi al sommo giudice. - Il prof. Nannucci, nella sua Analisi de’ verbi, in una nota a pag. 57, ha dimostrato bastantemente il valore della parola pareggio in questo luogo. Ella è d’origine provenzale, e significa nobiltà di sangue; e questo è il senso di tutta la frase: E vedrassi allora come in quella poca nobiltà, oro e terreno, per cui tanto or superbite, fu danno e non vantaggio. [L.] // 116. Ciò che vi fa esser superbi, come a dir l’oro e le terre. // 118-119. E ’n disparte. Suppliscasi vedransi. Sotto ’l freno di modesta fortuna. Cioè: colla temperanza e la costumatezza che sogliono esser compagne nella fortuna mediocre. Ebbero in uso. Costumarono. // 120. Di goder seco stessi, da sè medesimi, in vita privata, domestica, solitaria, e senza alcuna pompa. Tibullo: «Qui sapit in tacito gaudeat ille sinu.»*

    Questi cinque Trionfi in terra giuso
    Avem veduti, ed alla fine il sesto,
    Dio permettente, vederem lassuso;
    E ’l Tempo disfar tutto e così presto;
    E Morte in sua ragion cotanto avara:
    Morti saranno insieme e quella e questo.
    E quei che fama meritaron chiara,
    Che ’l Tempo spense; e i bei visi leggiadri,
    Che ’mpallidir fe ’l Tempo e Morte amara;
    L’obblivïon, gli aspetti oscuri ed adri,
    Più che mai bei tornando, lasceranno
    A Morte impetuosa i giorni ladri.
    Ne l’età più fiorita e verde aranno
    Con immortal bellezza eterna fama;
    Ma innanzi a tutti ch’a rifar si vanno,
    È quella che piangendo il mondo chiama
    Con la mia lingua e con la stanca penna;
    Ma ’l ciel pur di vederla intera brama.

    Verso. 121. Questi cinque trionfi. D’Amore, della Castità, della Morte, della Fama e del Tempo. In terra giuso. Quaggiù in terra. // 122. Avem. Abbiamo. Il sesto. Il Trionfo della Divinità. // 123. Dio permettente. Permettendolo Iddio. Piacendo a Dio. Lassuso. In cielo. // 124. Il Biagioli vorrebbe leggere: E ’l tempo a disfar tutto così presto; alla quale opinione io m’accosterei volentieri. // 125. In sua ragion cotanto avara. Veggasi il primo Capitolo, verso centoventesimosesto del Trionfo della Morte. // 128. Che. La qual fama. Accusativo. // 129. Fe. Fece. // 130-132. Se leggiamo col Castelvetro ai giorni ladri, questo luogo si vuole intender così: tornando più che mai belli, lasceranno l’oblivione e le sembianze oscure ed adre, cioè atre, alla Morte impetuosa e al Tempo rapace. // 133. Ne l’età più fiorita e verde. Suppliscasi ritornati. Aranno. Avranno. // 135. Ch’a rifar si vanno. Cioè che hanno a risorgere a vita e bellezza immortale. // 136. Quella. Cioè Laura. Che. Accusativo. // 137. E con la stanca penna. Ripetasi mia. // 138. Intera. Cioè in anima e in corpo insieme.

    A riva un fiume che nasce in Gebenna,
    Amor mi diè per lei sì lunga guerra,
    Che la memoria ancor il core accenna.
    Felice sasso che ’l bel viso serra!
    Che poi ch’avrà ripreso il suo bel velo,
    Se fu beato chi la vide in terra,
    Or che fia dunque a rivederla in cielo?

    Verso 139. Cioè in riva del Rodano. // 140. Guerra. Travaglio. // 141. Che il cuor mio ne porta ancora i segni. // 142. Sasso. Quel sasso. // 143. Che. La quale. Cioè Laura. Velo. Cioè corpo. // 145. Cioè: quanto sarà dolce il tornare a vederla in cielo.
     
    PARTE QUARTA.

    SONETTI E CANZONI SOPRA VARI ARGOMENTI.


    SONETTO I.
    Rincora un amico allo studio delle lettere
    e all’amore della filosofia.

    La gola e ’l sonno e l’ozïose piume
    Ànno del mondo ogni vertù sbandita,
    Ond’è dal corso suo quasi smarrita
    Nostra natura, vinta dal costume:
    Ed è sì spento ogni benigno lume
    Del ciel, per cui s’informa umana vita,
    Che per cosa mirabile s’addita
    Chi vuol far d’Elicona nascer fiume.
    Qual vaghezza di lauro? qual di mirto?
    Povera e nuda vai, filosofia,
    Dice la turba al vil guadagno intesa.
    Pochi compagni avrai per l’altra via:
    Tanto ti prego più, gentile spirto,
    Non lassar la magnanima tua impresa.

    Conforta un amico a perseverare negli studi delle lettere e della filosofia.
    Verso 1. L’ozïose piume. Il sedere scioperatamente. L’ozio. // 2. Del mondo. Dal mondo. Vertù. Virtù. // 3. È dal corso suo quasi smarrita. Ha quasi smarrita la sua strada. È quasi al tutto sviata. // 4. Dal costume. Dalla consuetudine. Dalla mala usanza. // 5-8. E ogni benigno influsso degli astri, dai quali la vita umana riceve qualità e forma, è venuto meno in guisa, che si suol mostrare a dito come cosa mirabile, chi si sforza di far frutto nelle buone lettere. - S’addita. Qui è usato nel senso proprio: «digito monstrari et dicier hic est.» [A.] // 9. Qual vaghezza. Qual desiderio. Suppliscasi: si trova, si vede, a questi tempi. Di lauro e di mirto vagliono di gloria poetica e letteraria. // 10. Vai. Cioè sei. // 11. La turba. La moltitudine. Al vil guadagno intesa. Intenta ai vili guadagni. Occupata da basse voglie. Per l’altra via. Cioè per la via de’ buoni studi. - *Molti codici leggono: Per l’alta via: ed è buona lezione.* // 13. Tanto ti prego più. Tanto più ti prego. // 14. Cioè non lasciar l’onorato cammino che hai preso.


    SONETTO II.
    A Stefano Colonna il vecchio,
    ch’era già stato in Avignone, e si dipartiva.

    Glorïosa Colonna, in cui s’appoggia
    Nostra speranza e ’l gran nome latino;
    Ch’ancor non torse dal vero cammino
    L’ira di Giove per ventosa pioggia;
    Qui non palazzi, non teatro o loggia,
    Ma ’n lor vece un abete, un faggio, un pino
    Tra l’erba verde e ’l bel monte vicino,
    Onde si scende poetando e poggia,
    Levan di terra al ciel nostr’intelletto;
    E ’l rosignuol, che dolcemente a l’ombra
    Tutte le notti si lamenta e piagne,
    D’amorosi pensieri il cor ne ’ngombra:
    Ma tanto ben sol tronchi e fa’ imperfetto
    Tu che da noi, signor mio, ti scompagne.

    A uno dei Colonna.
    Versi 3-4. Accenna la persecuzione fatta dal pontefice Bonifazio ottavo alla casa Colonna. Che. Accusativo. Non torse dal vero cammino. Non rimosse dalla buona strada, dal diritto procedere. // 5. Qui. Dove io mi trovo ora e ti scrivo. // 8. E poggia. E onde, cioè per cui si poggia, cioè si sale, poetando. // 9. Nostr’intelletto. Cioè il mio intelletto. // 10. A l’ombra. Tra i rami degli alberi. - *Virg. Georg. «Qualis populea mœrens philomela sub umbra.»* // 12. Ne ’ngombra. C’ingombra. Cioè m’ingombra. // 14. Ti scompagne. Ti scompagni. Cioè: sei lontano.


    SONETTO III.
    Risponde a Stramazzo da Perugia,
    che lo invitava a poetare.

    Se l’onorata fronde, che prescrive
    L’ira del ciel quando ’l gran Giove tona,
    Non m’avesse disdetta la corona
    Che suole ornar chi poetando scrive;
    I’ era amico a queste vostre Dive,
    Le qua’ vilmente il secolo abbandona:
    Ma quella ingiuria già lunge mi sprona
    Da l’inventrice de le prime olive;
    Chè non bolle la polver d’Etiopia
    Sotto ’l più ardente Sol, com’io sfavillo
    Perdendo tanto amata cosa propia;
    Cercate dunque fonte più tranquillo;
    Chè ’l mio d’ogni liquor sostène inopia,
    Salvo di quel che lagrimando stillo.

    Risposta a un Sonetto di Stramazzo da Perugia.
    Versi 1-2. L’onorata fronde. Il lauro. Allegoria di Laura. Prescrive l’ira del ciel. Pon limite all’ira del cielo. Accenna la proprietà, che si credeva, del lauro, di non esser tocco dal fulmine. // 3-4. Cioè: non mi avesse co’ suoi mali trattamenti e sdegni, e col travaglio che me ne segue, renduto incapace di guadagnarmi la gloria poetica. Disdetta. Negata. // 5. A queste vostre Dive. Alle muse. // 6. Le qua’. Le quali. Il secolo. Il nostro secolo. // 7-8. Ma i mali trattamenti di Laura mi alienano da Minerva, cioè dalla scienza. // 10. Come. Cioè: così come, tanto quanto. Sfavillo. Di dolore e di sdegno. // 11. Tanto amata cosa propia. Cioè la gloria poetica, che mi sarebbe stata dovuta, che io sperava e anzi già reputava per cosa propria. // 13. Sostène inopia. Sostiene povertà. È povero. // 14. Salvo. Eccetto. Di quel. Di quel liquore.


    SONETTO IV.
    Si consola con l’amico Boccaccio
    di vederlo sciolto dagl’intrighi amorosi.

    Amor piangeva, ed io con lui talvolta
    (Dal qual miei passi non fur mai lontani),
    Mirando, per gli effetti acerbi e strani,
    L’anima vostra de’ suoi nodi sciolta.
    Or ch’al dritto cammin l’à Dio rivolta,
    Col cor levando al cielo ambe le mani
    Ringrazio lui, ch’e’ giusti preghi umani
    Benignamente, sua mercede, ascolta.
    E se tornando a l’amorosa vita,
    Per farvi al bel desio volger le spalle,
    Trovaste per la via fossati o poggi;
    Fu per mostrar quant’è spinoso calle,
    E quanto alpestra e dura la salita,
    Onde al vero valor convèn ch’uom poggi.

    Si congratula a Giovanni Boccaccio che sia tornato a vita amorosa. Il Passigli nella sua Prefazione dichiara: «si sono aggiunti gli Argomenti del Marsand, senza perciò eliminarne i pochi che qua e colà dettò esso Leopardi, ancorchè talvolta fra di loro discordino; lasciando per tal modo perfezione alla opera dei due Eruditi, e campo alla critica degli arguti lettori.» Noi abbiamo creduto di non dovere per tale discordanza di Argomenti introdurre innovazioni. [L.]
    Verso 2. Dal quale amore io non mi sono mai dilungato, come è convenuto a te di fare. // 3. Effetti. Avvenimenti. Casi. // 5. Al dritto cammin. Vuol dire: al cammino amoroso. Rivolta. Volta, indirizzata, di nuovo. // 6. Levando al cielo il cuore e le mani. // 7. Lui. Cioè Dio. E’. I. // 8. Sua mercede. Per sua bontà. Per sua grazia. // 10-11. Trovaste per la via qualche difficoltà e qualche ostacolo atto a rimuovervi dal vostro proposito. // 12-14. Ciò fu solamente acciocchè voi conosceste quanto è spinoso il sentiero e quanto è scoscesa e difficile la salita per cui conviene che l’uomo poggi, cioè ascenda, al vero valore. Alpestra. Alpestre. Convèn. Conviene.


    SONETTO V.
    Rallegrasi che il Boccaccio siasi ravveduto
    della sua vita licenziosa.

    Più di me lieta non si vede a terra
    Nave da l’onde combattuta e vinta,
    Quando la gente di pietà dipinta,
    Su per la riva a ringraziar s’atterra;
    Nè lieto più del carcer si disserra
    Ch’intorno al collo ebbe la corda avvinta,
    Di me, veggendo quella spada scinta
    Che fece al signor mio sì lunga guerra.
    E tutti voi ch’Amor laudate in rima,
    Al buon testor de gli amorosi detti
    Rendete onor, ch’era smarrito in prima:
    Chè più gloria è nel regno de gli eletti
    D’un spirito converso, e più s’estima,
    Che di novantanove altri perfetti.

    Ad uno che avendo scritto in biasimo dell’amore, cangiato stile, si era volto a far componimenti amorosi. Vedasi la nostra avvertenza sull’argomento del Sonetto IV. [L.]
    Versi 1-2. Staz.: «Nec minus hæc læti trahimus solatia quam si Præcipiti delapsa Noto, prospectet amicam Puppis humum ecc.»* // 3. Di pietà dipinta. Cioè: con un colore e un aspetto che fa pietà. // 4. A ringraziar s’atterra. Si prostra a ringraziar Dio. // 7. Di me. Dipende dalle parole del quinto verso, nè lieto più. Veggendo. Vedendo io. Quella spada scinta. Discinta, deposta, quella spada, cioè la spada vostra. Locuzione metaforica. // 8. Al signor mio. Ad Amore. // 10. Testor. Tessitore. Cioè scrittore. // 11. Che. Il qual testore. Smarrito. Come la pecora del Vangelo. In prima. Per lo passato. // 12. Più gloria è. Più festa si fa. // 13. Converso. Convertito. S’estima. Si stima. - *Vang. S. Luc. XV, 7: «Dico vobis, quod ita gaudium erit in cœlo super uno peccatore pœnitentiam agente, quam super nonaginta novem justis, qui non indigent pœnitentia.»*


    SONETTO VI.
    Ai signori d’Italia, onde prendano parte
    nella crociata di papa Giovanni XXII.

    Il successor di Carlo, che la chioma
    Con la corona del suo antico adorna,
    Prese à già l’arme per fiaccar le corna
    A Babilonia, e chi da lei si noma.
    E ’l vicario di Cristo, con la soma
    De le chiavi e del manto, al nido torna;
    Sì che, s’altro accidente nol distorna,
    Vedrà Bologna, e poi la nobil Roma.
    La mansueta vostra e gentil agna
    Abbatte i fieri lupi: e così vada
    Chiunque amor legittimo scompagna.
    Consolate lei dunque, ch’ancor bada,
    E Roma, che del suo sposo si lagna;
    E per Gesù cingete omai la spada.

    Ai principi d’Italia. Per la crociata bandita a quel tempo dal papa contro i Maomettani. È indirizzato ai principi d’Italia, come dicono i comentatori, ma veramente ad un solo, o al più ad una famiglia, come dirò qui appresso sopra il primo terzetto.
    Verso 1. Il successor di Carlo. Cioè Carlo quarto, imperatore. Di Carlo vuol dire; di Carlo Magno. // 2. Del suo antico. Del suo predecessore. Cioè di Carlo Magno. // 3. Fiaccar. Rompere. // 4. E chi da lei si noma. E a chi ha nome da lei. E a’ suoi soggetti e confederati. // 5-6. Cioè: il papa ritorna da Avignone a Roma, a riporvi la sede pontificale; e però dice: con la soma de le chiavi e del manto; volendo significare che l’andata del Papa a Roma sarà con intenzione di risedervi, e non di fermarcisi solo un poco. // 7. S’altro accidente. Se qualche accidente. Nol distorna. Nol disvia da questo proposito. Non gli dà impedimento. // 9. Vuol dire i buoni cittadini, le buone fazioni, d’Italia; la parte che ama la pace. Gentil qui è preso in senso doppio, cioè di piacevole, benigna, e di nobile, patrizia, ovvero di gentilizia. La casa dei lupi è nominata dal Poeta anche nella seconda Canzone di questa quarta Parte, stanza sesta, verso primo. Agna. Agnella. // 10-11. I fieri lupi. Cioè: i cittadini perversi, le fazioni malvage, la parte inquieta, sediziosa, amatrice della discordia. Così spiegano i comentatori, e così ancor io nella prima edizione del presente comento. Ma quest’agna e questi lupi non sono altro che due case nobili romane, significate così per allusione alle loro armi gentilizie. La fazione di una delle quali case, cioè quella dell’agna, aveva di fresco riportata una vittoria sopra la fazione della casa dei lupi. I nomi di queste due case non mi occorrono al presente, e non ho agio di ricercarli nelle storie di quei tempi: ma tengo per fermo che debba essere molto facile a ritrovarli. E così vada Chiunque. E così, od altrettanto, avvenga a chiunque. Amor legittimo scompagna. Spiegano: disgiunge e pone in discordia gli animi de’ nazionali, dei cittadini, dei parenti. // 12. Lei. Colei. Vuol dire l’Italia. Bada. Aspetta. S’indugia. // 13. Del suo sposo. Cioè dell’assenza del papa.


    CANZONE I.
    A Giacomo Colonna, perchè secondi l’impresa
    del re di Francia contro gl’Infedeli.

    O aspettata in ciel, beata e bella
    Anima, che di nostra umanitade
    Vestita vai, non come l’altre, carca;
    Perchè ti sian men dure omai le strade,
    A Dio diletta, obbedïente ancella,
    Onde al suo regno di qua giù si varca;
    Ecco novellamente a la tua barca,
    Ch’al cieco mondo à già volte le spalle
    Per gir a miglior porto,
    D’un vento occidental dolce conforto;
    Lo qual per mezzo questa oscura valle,
    Ove piangiamo il nostro e l’altrui torto,
    La condurrà de’ lacci antichi sciolta
    Per drittissimo calle
    Al verace orïente, ov’ella è vôlta.

    Indirizza il Poeta questa Canzone ad un monaco letterato di santa vita (cosa non saputa vedere fin qui dai comentatori), esortandolo ad aiutar con parole e con iscritti la crociata che si preparava. Vedasi la nostra avvertenza sull’argomento del Sonetto IV. [L.]
    Versi 1-3. Esprime in questi tre primi versi, e nel quinto, la santità della vita, e lo stato religioso, della persona a cui scrive. - Aspettata in ciel. Cioè degna del cielo e sicura di ottenerlo. [A.] // 4. Dure. Difficili. Faticose. // 6. Onde. Per le quali. Dipende dal nome strade del quarto verso. Suo. Di Dio. Di qua giù. Da questa terra. Si varca. Si passa, si va. // 7. A la tua barca. Cioè: alla tua vita. // 8. À già volto le spalle. Abbracciando lo stato monastico. // 10. Dipende da ecco, che sta nel settimo verso. Occidental. Cioè: prospero a chi naviga, come dice di poi, verso oriente. - *Un vento occidentale è la deliberazione dei principi cristiani d’Europa di fare una crociata.* // 11. Lo qual. Il quale. Per mezzo. Per mezzo a. Questa oscura valle. Del mondo. // 12. Il nostro e l’altrui torto. Gli effetti dei peccati nostri e di quello di Adamo. // 13. La condurrà. Cioè condurrà la tua barca. De’ lacci antichi sciolta. Vuol significare che la crociata sarà occasione a quello a cui scrive, di acquistare tanto merito, che l’anima sua sarà liberata da ogni reliquia delle colpe passate. // 15. Al verace oriente. Cioè al paradiso: e lo chiama vero oriente per rispetto all’oriente terreno, cioè alle contrade d’Oriente alle quali erano vòlti allora gli animi dei Cristiani, per la crociata. Ove. Al quale.

    Forse i devoti e gli amorosi preghi
    E le lagrime sante de’ mortali
    Son giunte innanzi a la pietà superna,
    E forse non fur mai tante nè tali,
    Che per merito lor punto si pieghi
    Fuor di suo corso la giustizia eterna:
    Ma quel benigno Re che ’l ciel governa,
    Al sacro loco ove fu posto in croce,
    Gli occhi per grazia gira;
    Onde nel petto al novo Carlo spira
    La vendetta, ch’a noi tardata noce,
    Sì che molt’anni Europa ne sospira;
    Così soccorre a la sua amata sposa;
    Tal che sol de la voce
    Fa tremar Babilonia e star pensosa.

    Verso 1. I devoti e gli amorosi. I devoti ed amorosi. // 4. E forse. O forse. O piuttosto. O più veramente. - Non fur mai tante le lagrime, nè tali i preghi. [A.] // 8. Alla Palestina. A Gerusalemme. // 9. Per grazia. Per semplice grazia, e non per merito delle lagrime e delle preghiere dei mortali. Gira. Volge. // 10. Al novo Carlo. A Carlo quarto, imperatore. Dice novo per rispetto a Carlo Magno. Spira. Inspira. // 11. La vendetta. Di quel sacro luogo e dei Cristiani, contro agl’Infedeli. Ch’a noi tardata noce. L’indugio della quale è dannoso ai Cristiani. Dannoso, perchè si diceva che la liberazione del Santo Sepolcro fosse debito de’ Cristiani, da scontarsi (s’intende) nell’altro mondo, nel fuoco penace. [A.] // 12. Molt’anni. Già da molti anni. Già per molti anni. // 13. Soccorre. Cioè Cristo. Alla sua amata sposa. Alla sua Chiesa. // 14. Sol de la voce. Della semplice fama delle preparazioni di questa impresa. // 15. Babilonia. Vuol dire generalmente i potentati maomettani.

    Chiunque alberga tra Garonna e ’l monte
    E ’ntra ’l Rodano e ’l Reno e l’onde salse,
    Le ’nsegne cristianissime accompagna;
    Ed a cui mai di vero pregio colse
    Dal Pireneo a l’ultimo orizzonte,
    Con Aragon lascerà vôta Ispagna:
    Inghilterra con l’isole che bagna
    L’Oceano intra ’l Carro e le Colonne
    Infin là dove sona
    Dottrina del santissimo Elicona,
    Varie di lingue e d’arme e de le gonne,
    A l’alta impresa caritate sprona.
    Deh qual amor sì licito o sì degno,
    Qua’ figli mai, quai donne
    Furon materia a sì giusto disdegno?

    Verso 1-2. Vuol dire, tutta la gioventù francese. Il monte. Le Alpi e i Pirenei. L’onde salse. Il mare. // 3. Cristianissime. Del re Cristianissimo. Del re di Francia. // 4. E chiunque ebbe mai desiderio, e qualunque Spagnuolo è desideroso di vera gloria. // 5. A l’ultimo orizzonte. Agli ultimi lidi occidentali di Europa. // 6. Lascerà vota l’Aragona e la Spagna, per andare alla impresa di Terra Santa. // 7. Inghilterra con l’isole. Inghilterra e le isole. Accusativi, che dipendono dal verso duodecimo della stanza. // 8. Intra ’l carro e le colonne. Tra l’Orsa, cioè il polo settentrionale, e le Colonne d’Ercole, cioè lo stretto di Gibilterra. // 9-10. Insin dove si stende la dottrina evangelica, la religione di Cristo. // 11. Varie. Cioè isole varie, diverse. Gonne. Vesti. - *Virg.: «Quam variæ linguis, habita tam vestis et armis.»* // 13-15. Vuol dire: quale altro sdegno, nato da qualunque più acconcia causa, da qualsivoglia più lecito o più convenevole amore, o di patria o di figli o di donne o di che che sia; fu mai così degno e ragionevole, com’è questo che spinge ora i Cristiani a muover guerra agl’infedeli?

    Una parte del mondo è che si giace
    Mai sempre in ghiacci ed in gelate nevi,
    Tutta lontana dal cammin del Sole.
    Là, sotto i giorni nubilosi e brevi,
    Nemica natural mente di pace,
    Nasce una gente a cui ’l morir non dole.
    Questa se, più devota che non sole,
    Col tedesco furor la spada tigne;
    Turchi, Arabi e Caldei,
    Con tutti quei che speran ne li Dei
    Di qua dal mar che fa l’onde sanguigne,
    Quanto sian da prezzar, conoscer dêi:
    Popolo ignudo paventoso e lento,
    Che ferro mai non strigne,
    Ma tutti i colpi suoi commette al vento.

    Versi 1-3. Vuol dir la Germania. È. Avvi. Che si giace. La quale giace. Mai sempre. Significa lo stesso che sempre, ma con più forza. - *Virg.: «Jacet aggeribus niveis informis, et alta Terra gelu late, semperque assurgit in ulnas, Semper hiems, semper spirantes frigora Cauri; Tum sol pallentes haud unquam discutit umbras.»* // 4-6. Lucan.: «Populi, quos despicit Arctos, Felices errore suo, quos ille timorum Maximus haud urget lethi metus, inde ruendi In ferrum mens prona viri ecc.»* - *Cod. Bol.: Nebulosi.* // 7-15. Se questa gente, fuori del suo costume, che è di far guerra ai Cristiani piuttosto che agl’Infedeli, prende questa volta cogli altri l’impresa di Terra Santa, e vi si mette coll’audacia e colla bravura sua naturale, tu puoi bene stimare, ben vedi, che conto si debba fare, che paura si possa avere, dei Turchi, degli Arabi, de’ Caldei, e di tutti gl’infedeli di qua dal Mar Rosso; genti non vestite di ferro, paurose, infingarde, che non si ardiscono mai di combattere da vicino, ma solamente da lungi, colle saette. Sòle. Suole. Col tedesco furor. Col furore proprio dei Tedeschi. Col furore, coll’impeto, che le è proprio. Cigne. Cinge. Pressar. Apprezzare. Stimare. Conoscer dêi. Conoscer devi. // 15. Ma tutti ecc. Lucano: «Et quo ferre velint, permittunt vulnera ventis.»*

    Dunque ora è ’l tempo da ritrarre il collo
    Dal giogo antico, e da squarciar il velo
    Ch’è stato avvolto ’ntorno à gli occhi nostri;
    E che ’l nobile ingegno che dal Cielo
    Per grazia tien de l’immortale Apollo,
    E l’eloquenza sua vertù qui mostri
    Or con la lingua, or con laudati inchiostri:
    Perchè d’Orfeo leggendo e d’Anfione,
    Se non ti maravigli,
    Assai men fia ch’Italia co’ suoi figli
    Si desti al suon del tuo chiaro sermone,
    Tanto che per Gesù la lancia pigli;
    Che, s’al ver mira questa antica madre,
    In nulla sua tenzone
    Fur mai cagion sì belle e sì leggiadre.

    Verso 1-3. Qual era cotesto giogo antico? Quello di cui nessuno ora più parla: Che i Turchi avessero potestà di chiudere ai Cristiani l’accesso al Santo Sepolcro. E il velo? forse l’errore di non conoscere l’obbligo di liberare il Santo Sepolcro.* // 4. Che. Accusativo. Il quale tu. // 5. Tieni, cioè hai ricevuto, per grazia del vero Apollo, cioè di Dio. // 6. E l’eloquenza. È l’eloquenza che tu tieni dal cielo. Sua vertù. Accusativo. // 7. Laudati inchiostri. Cioè scritti egregi. // 8-12. Perocchè, se non ti pare incredibile che Orfeo ed Anfione, come si legge, movessero con loro canti e suoni le fiere, i sassi e le piante; assai minor cosa, assai meno maraviglioso e incredibile, sarà, assai più facilmente avverrà, che gl’Italiani alle tue nobili parole si sollevino dal loro ozio, e piglino le anni per liberare il sepolcro di Cristo. // 13. S’al ver mira. Se ben considera. Questa antica madre. Cioè l’Italia. // 14-15. Niuna guerra ch’ella intraprendesse finora in alcun tempo, ebbe mai cagioni così belle e onorate, come avrebbe questa.

    Tu, ch’ài per arricchir d’un bel tesauro,
    Volte l’antiche e le moderne carte,
    Volando al ciel con la terrena soma;
    Sai, da l’imperio del figliuol di Marte
    Al grande Augusto, che di verde lauro
    Tre volte, triunfando, ornò la chioma,
    Ne l’altrui ingiurie del suo sangue Roma
    Spesse fïate quanto fu cortese.
    Ed or perchè non fia,
    Cortese no, ma conoscente e pia
    A vendicar le dispietate offese
    Col figliuol glorïoso di Maria?
    Che dunque la nemica parte spera
    Ne l’umane difese,
    Se Cristo sta da la contraria schiera?

    Verso 1. Arricchir. Arricchirti. Tesauro. Tesoro. Cioè di dottrina e di sapienza. // 3. Sollevando l’intelletto ad alte cognizioni e ad alti pensieri, non ostante la soma, cioè l’incarico, delle membra. // 4-8. Sai quanto liberale del proprio sangue fu Roma spesse volte, da Romolo insino ad Augusto, per vendicare le ingiurie fatte ad altri. - *Al grande Augusto. Virg.: «At Cæsar triplici invectus romana triumpho Mœnia ec.»* // 9. Non fia. Cioè Roma. // 10. Conoscente. Riconoscente. // 11. Le dispietate offese. Fattegli da’ Maomettani. // 12. Col. Verso il. Dipende da conoscente e pia. // 15. Da la contraria schiera. Cioè dalla parte nostra, per noi.

    Pon mente al temerario ardir di Serse,
    Che fece, per calcar i nostri liti,
    Di novi ponti oltraggio a la marina:
    E vedrai ne la morte de’ mariti
    Tutte vestite a brun le Donne Perse,
    E tinto in rosso il mar di Salamina.
    E non pur questa misera ruina
    Del popol infelice d’Orïente
    Vittoria ten promette,
    Ma Maratona, e le mortali strette
    Che difese il Leon con poca gente,
    Ed altre mille ch’ài scoltate e lette.
    Perchè inchinar a Dio molto convène
    Le ginocchia e la mente,
    Che gli anni tuoi riserva a tanto bene.

    Verso 1. Pon mente al. Volgi la mente al. Recati a mente il. Sovvengati del. // 2. Per calcar i nostri liti. Per passare in Europa. // 3. Novi. Insoliti. Non più veduti. // 4. Ne la. Per la. // 5. Perse. Persiane. // 6. Il mar di Salamina. Dove l’armata di Serse fu rotta dalla greca. // 7. Pur. Solo. Questa misera ruina. Che è la disfatta di Serse. // 9. Ti promette vittoria di detto popolo. Ten. Te ne. // 10. Ma. Ma te ne promettono vittoria altresì. Le mortali strette. Lo stretto delle Termopile. // 11. Il Leon. Vuol dir Leonida. // 12. Ed altre mille. Ed altre mille ruine del popolo d’oriente, cioè degl’imperi e delle nazioni orientali. Scoltate. Ascoltate. // 13. Perchè. Per la qual cosa. Laonde. Inchinar a Dio. Per ringraziarle. Convène. Conviene. // 15. Che. Il quale. Cioè Dio. A tanto bene. Vuol dire: a veder la liberazione di Terra Santa.

    Tu vedra’ Italia e l’onorata riva,
    Canzon, ch’agli occhi miei cela e contende,
    Non mar, non poggio o fiume,
    Ma solo Amor, che del suo altero lume
    Più m’invaghisce dove più m’incende:
    Nè natura può star contra ’l costume.
    Or movi; non smarrir l’altre compagne;
    Chè non pur sotto bende
    Alberga Amor, per cui si ride e piagne.

    Verso 1.-9. Canzone, tu vedrai l’Italia e la gloriosa riva del Tevere, e Roma, dove io sono impedito di andare, come vorrei, non già da mari, da montagne o da fiumi, ma solo da Amore, che qui dove io mi trovo, tacito più m’invaghisce del suo altero lume, cioè della donna che io amo, quanto maggiormente ella, essendo presente, mi abbrucia: nè la natura e la inclinazione buona può utilmente contrastare all’assuefazione contraria. Or va’; non ismarrire le tue compagne, cioè accompàgnati colle altre mie Canzoni; perocchè colui del quale esse parlano, che è Amore, fonte di gioia e di pena, non abita pure, cioè solamente, sotto bende, cioè non è sempre cieco e non ci punge solo per donne, ma eziandio per gloria e per altri soggetti degni, come sono cotesti di cui tu ragioni.


    SONETTO VII.
    Prega un amico a volergli imprestare le opere
    del Padre Santo Agostino.

    S’Amore o Morte non dà qualche stroppio
    A la tela novella ch’ora ordisco,
    E s’io mi svolvo dal tenace visco
    Mentre che l’un con l’altro vero accoppio;
    I’ farò forse un mio lavor sì doppio
    Tra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco,
    Che (paventosamente a dirlo ardisco)
    Infin a Roma n’udirai lo scoppio.
    Ma però che mi manca, a fornir l’opra,
    Alquanto de le fila benedette,
    Ch’avanzaro a quel mio diletto padre
    Perchè tien verso me le man sì strette
    Contra tua usanza? i’ prego che tu l’opra,
    E vedrai riuscir cose leggiadre.

    Chiede a un amico che è in Roma non so quale opera di sant’Agostino, che gli bisogna a condurre a fine una sua scrittura.
    Verso 1. Stroppio. Impedimento. // 3. Svolvo. Svolgo. Sviluppo. Visco. Vischio della mia passione amorosa. // 4. L’un coll’altro vero. Cioè quello insegnato dai sapienti del gentilesimo, colle verità cristiane. // 5. Sì doppio. Cioè talmente misto. Dice doppio seguitando la metafora, usata di sopra, della tela. // 7. Paventosamente. Paurosamente. Non senza paura di dir troppo, di parere arrogante. // 8. A Roma. Dove tu sei. Lo scoppio. Il romore. Il grido. La fama. // 9. Però che. Perocchè. Poichè. Fornir. Finire. // 10-11. Alquanto di quella sacra materia che soprabbondò al padre sant’Agostino, di cui sant’Agostino ebbe più che abbastanza. Dice de le fila seguitando ancora la metafora del tessere una tela. // 12. Tien. Tieni. // 13. Contra tua usanza. Contro il tuo solito. Prego. Ti prego. L’opra. Lo apra. Cioè apra le mani. - Oprire fu provenzale. [A.] // 14. Riuscir. Cioè dalla mia penna.


    CANZONE II.
    A Cola di Rienzo, pregandolo di restituire a Roma
    l’antica sua libertà.

    Spirto gentil che quelle membra reggi
    Dentro a le qua’ peregrinando alberga
    Un signor valoroso, accorto e saggio;
    Poi che se’ giunto a l’onorata verga
    Con la qual Rona e suoi erranti correggi,
    E la richiami al suo antico viaggio,
    Io parlo a te, però ch’altrove un raggio,
    Non veggio di vertù, ch’al mondo è spenta,
    Nè trovo chi di mal far si vergogni.
    Che s’aspetti non so nè che s’agogni
    Italia, che suoi guai non par che senta,
    Vecchia, ozïosa e lenta.
    Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?
    Le man l’avess’io avvolte entro capegli!

    A Cola di Rienzo, fatto tribuno del popolo romano.
    Verso 1. Reggi. Governi. // 2. Qua’. Quali. Peregrinando. In questa vita mortale. // 3. Un signor valoroso, accorto e saggio. Cioè lo stesso Cola di Rienzo. // 4. A l’onorata verga. Cioè a cotesta autorità del tribunato. // 5. Suoi erranti. I suoi cittadini erranti. // 6. Viaggio. Strada di virtù e di onore. // 7. Però che. Perocchè. Perchè. Altrove. In altri che in te. // 9. Di mal far si vergogni. Si vergogni di far male opere. // 10. Non so che cosa aspetti o desideri. // 12. Lenta. Pigra. Infingarda. // 13. Non fia chi. Non ci avrà niuno che. // 14. Vuol dire: avessi io in lei, cioè nell’Italia, qualche potestà, come hai tu in Roma, sicchè io potessi svegliar quella, come tu puoi svegliar questa, secondo che si dice nella stanza seguente. Forma desiderativa. L’avessi vale avessi a lei; quelli che qui pigliano il pronome le per accusativo plurale, che si riferisca a man, cioè mani, e che intendono le parole entro capegli per entro i miei capelli, introducono in questo luogo un sentimento sconcio, puerile, anzi stolto (chi vietava al Poeta di porsi le mani nei capelli a suo agio?) ed oltre a ciò alienissimo da tutto il resto, in modo che verrebbe a star come in aria; e non fanno avvertenza a quei versi della stanza seguente: «Pon man in quella venerabil chioma Securamente o ne le trecce sparte» (cioè nella chioma e nelle trecce di Roma, e non già nelle tue); nei quali versi il Poeta prega Cola di Rienzo di fare a Roma quello che esso Poeta vorrebbe, ma non può, fare all’Italia. Entro capegli. Entro i capelli.

    Non spero che già mai dal pigro sonno
    Mova la testa, per chiamar ch’uom faccia;
    Sì gravemente è oppressa e di tal soma.
    Ma non senza destino a le tue braccia,
    Che scuoter forte e sollevarla ponno,
    È or commesso il nostro capo Roma.
    Pon man in quella venerabil chioma
    Securamente e ne le trecce sparte,
    Sì che la neghittosa esca del fango.
    I’, che dì e notte del suo strazio piango,
    Di mia speranza ho in te la maggior parte:
    Che se ’l popol di Marte
    Devesse al proprio onor alzar mai gli occhi,
    Parmi pur ch’a’ tuoi dì la grazia tocchi.

    Verso. 2. Per chiamar ch’uom faccia. Per molto che, per quanto, altri li chiami. // 3. E di tal soma. Cioè: da sì alto sonno. // 4-6. Ma non senza alto disegno dei fati, Roma, che è il nostro capo, è ora commessa, cioè confidata, alle tue braccia, che possono scuoterla gagliardamente e sollevarla. // 7. Pon. Poni. Imperativo. // 8. Securamente. Animosamente. Francamente. Sparte. Sparse. Sciolte. Scomposte. // 12. Il popol di Marte. Il popolo romano. // 13. Dovesse, dee pure, dee per avventura, ridestarsi una volta ad opere onorate. - *Dovesse al primo onore; bella variante del Cod. Bolognese.* // 14. Parmi che questa felicità non possa toccare ad altro tempo che al tuo, che a quello del tuo tribunato.

    L’antiche mura, ch’ancor teme ed ama
    E trema ’l mondo quando si rimembra
    Del tempo andato e ’ndietro si rivolve;
    E i sassi dove fur chiuse le membra
    Di ta’ che non saranno senza fama
    Se l’universo pria non si dissolve;
    E tutto quel ch’una ruina involve,
    Per te spera saldar ogni suo vizio.
    O grandi Scipïoni, o fedel Bruto,
    Quanto v’aggrada, se gli è ancor venuto
    Romor là giù del ben locato offizio!
    Come cre’ che Fabrizio
    Si faccia lieto udendo la novella!
    E dice: Roma mia sarà ancor bella.

    Verso. 1. L’antiche mura. Di Roma. // 2. E trema il mondo. A nessuno cadrà in mente che il Petrarca usasse la frase tremar le mura, invece di tremare a cagion delle mura. È un modo felicemente contrario alle leggi dello scrivere grammaticale, chiaro, efficace, superiore ad ogni censura: ma chi volesse imitarlo, potrebbe pericolare. Da questi passi dei grandi scrittori si può conchiudere che le regole sono violabili da chi sa andar bene senza il loro sussidio; ma niente più di questo. [A.] // 3. Andato. Passato. Rivolve. Rivolge. // 4. Chiuso. Sepolto. // 5. Di ta’. Di tali. Di certi. Di Persone. Intende degl’illustri Romani. // 6. Non si dissolve. Non viene in dissoluzione, in disfacimento. Non perisce. // 7. Vuol dire: e tutte generalmente le rovine e gli avanzi della grandezza romana. // 8. Spera essere da te, per opera tua, ristorato e reintegrato. Saldar. Sanare. // 9. Fedel. Cioè fedele alla patria. // 10-11. Se pur colaggiù sotterra dove voi siete, è giunta ancora la fama di questo uffizio, cioè dell’autorità di tribuno, ben collocato, cioè conferito a persona degna, quanto vi aggrada ella, cioè quanta letizia ne avete voi! Gli vale egli, ed è parola di ripieno. // 12. Cre’. Credo. // 14. E dice. Altri leggono e’ dice, assai meglio. Ancor. Un’altra volta. Anche nell’avvenire.

    E se cosa di qua nel ciel si cura,
    L’anime che là su son cittadine
    Ed ànno i corpi abbandonati in terra,
    Del lungo odio civil ti pregar fine,
    Per cui la gente ben non s’assecura,
    Onde ’l cammino a’ lor tetti si serra,
    Che far già sì devoti, ed ora in guerra
    Quasi spelunca di ladron son fatti;
    Tal ch’a’ buon solamente uscio si chiude;
    E tra gli altari e tra le statue ignude
    Ogn’impresa crudel par che si tratti.
    Deh quanto diversi atti!
    Nè senza squille s’incomincia assalto,
    Che per Dio ringraziar fur poste in alto.

    Verso 1. Cosa. Alcuna cosa. Di qua. Di questa terra. Si cura. È curata. // 2. Vuol dire: le anime de’ Santi i corpi dei quali riposano in Roma. // 3. Ànno i corpi abbandonati. Hanno lasciati i corpi. // 4-9. Ti pregano di por fine, ovvero pregano Dio che ti conceda di por fine, alle lunghe discordie civili, per le quali essendo tolta alle persone ogni sicurezza, è chiusa loro la via di andare in pietosi peregrinaggi alle chiese di quei Santi, che furono già onorate sì devotamente, e ora, per la guerra sono divenute come spelonche di ladri, in maniera che essendo esse occupate dai ribaldi, i buoni solamente ne sono esclusi. // 10. Ignude. Cioè spogliate dai ribaldi. // 11. Si tratti. Si maneggi. Si faccia. // 12. Diversi. Perversi. Sconvenevoli. Strani. Atti. Fatti. Azioni. Andamenti. // 13-14. Nè s’incomincia battaglia, zuffa, senza toccar le campane, le quali furono poste in alto (che torna come dire: furono fabbricate) a effetto di ringraziare o lodare Iddio. - Più vicino al testo sarebbe: Che furono poste in alto per chiamar gli uomini a ringraziar Dio. [A.]

    Le donne lagrimose, e ’l vulgo inerme
    De la tenera etate, e i vecchi stanchi,
    Ch’ànno sè in odio e la soverchia vita,
    E i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,
    Con l’altre schiere travagliate e ’nferme,
    Gridan: o signor nostro, aita, aita;
    E la povera gente sbigottita
    Ti scopre le sue piaghe a mille a mille,
    Le voglie che si mostran sì ’nfiammate;
    Onde tien l’opre tue nel ciel laudate.

    Versi 1-2. E ’l vulgo inerme De la tenera etate. E la inerme moltitudine dei fanciulli. // 3. Che hanno in odio sè stessi, e si dolgono della troppo lunga vita, che gli ha condotti a questi miseri tempi. - *Lucan.: «At miseros angit sua cura parentes, Oderuntque gravis vivacia fata senectæ.»* // 5. Con l’altre schiere. E gli altri ordini di persone. // 6. Gridan. Ti gridano. // 7. E la povera gente. E la suddetta gente infelice. // 9. Che moverebbero a pietà, non dico qualunque altro, ma eziandio Annibale, inimico mortale di Roma. // 10-13. E se guardi bene allo stato della casa di Dio (cioè di Roma, capo della Cristianità), che oggi è tutta avvolta in discordie e contese civili, vedrai che spegnendo solamente alcune molto poche faville, si ridurranno a tranquillità gli animi, che ora si mostrano sì accesi dagli odii. // 14. Fien. Saranno. Laudate. Lodate, Dipende da fien.

    Orsi, lupi, leoni, aquile e serpi
    Ad una gran marmorea colonna
    Fanno noia sovente, ed a sè danno.
    Di costor piagne quella gentil donna,
    Che t’à chiamato, acciò che di lei sterpi
    Le male piante, che fiorir non sanno.
    Passato è già più che ’l millesimo anno
    Che ’n lei mancar quell’anime leggiadre
    Che locata l’avean là dov’ell’era.
    Ahi nova gente oltra misura altera,
    Irreverente a tanta ed a tal madre!
    Tu marito, tu padre;
    Ogni soccorso di tua man s’attende;
    Chè ’l maggior padre ad altra opera intende.

    Verso 1. Armi, o vogliamo dire insegne gentilizie, degli Orsini e di altre case romane contrarie alla fazione dei Colonnesi; e si pigliano qui per le dette case e per la loro parte. // 2. Similmente l’arme della casa Colonna significa essa casa e la sua fazione. // 3. A sè. A sè stessi. // 4. Di costor. Per causa di costoro. Cioè de’ nemici dei Colonnesi. Quella gentil donna. Cioè Roma. // 5. Chiamato. Cioè sollevato a codesto uffizio. Sterpi. Estirpi. Persona seconda. // 8. Che. Da che. Quell’anime leggiadre. Quegli eccellenti uomini. // 9. Che l’avevano levata a quel sì alto grado di potenza e di gloria. Locata. Collocata. // 10. Ahi nova gente. Riprende i malvagi cittadini moderni di Roma. Oltra misura altera. Oltremodo, smisuratamente, altiera. // 11. A tanta ed a tal madre. Cioè a Roma, vostra patria. // 12. Tu marito. Suppliscasi le sei o le hai ad essere. - *Lucano, di Catone: «Urbis pater, urbique maritus.»* // 13. Di tua man. Dalla tua mano. // 14. Il maggior padre. Cioè, il papa, risedente allora in Avignone. Ad altra opera intende. Attende ad altro. Ha in capo altri pensieri.

    Rade volte addivien ch’a l’alte imprese
    Fortuna ingiurïosa non contrasti,
    Ch’agli animosi fatti mal s’accorda.
    Ora sgombrando il passo onde tu intrasti,
    Fammisi perdonar molte altre offese;
    Ch’almen qui da sè stessa si discorda:
    Però che, quanto ’l mondo si ricorda,
    Ad uom mortal non fu aperta la via
    Per farsi, come a te, di fama eterno;
    Che puoi drizzar, s’i’ non falso discerno,
    In stato la più nobil monarchia.
    Quanta gloria ti fia
    Dir: gli altri l’aitâr giovine e forte;
    Questi in vecchiezza la scampò da morte!

    Verso 1. Addivien. Avviene. // 2. Ingiuriosa. Con ingiuste offese. - *Staz.: «Et sors ingentibus ausis Rara comes.»* // 3. La quale, cioè la Fortuna, è poco amica ai fatti magnanimi: // 4. Pure questa volta, aprendoti la via da venir, come hai fatto, a cotesta autorità del tribunato. Onde. Per cui. Intrasti. Entrasti. // 5. Fa che io le perdoni molte sue male opere. // 6. Poichè almeno in questa cosa ella si mostra diversa da sè medesima, si scosta dalla sua consuetudine. // 7. Perocchè, a memoria d’uomini. // 8-9. Nessuno mai ebbe tale occasione e opportunità di farsi famoso in eterno, siccome è questa che hai tu. // 10-11. Che puoi, se io non m’inganno, riporre in istato, cioè in piede, la più nobile monarchia del mondo, cioè la monarchia romana. - Monarchia. Il tribunato è democratico per natura sua propria; e Cola di Rienzo non pare che volesse rinnovare l’imperio, ma sì piuttosto la repubblica. Perciò alcuni commentatori riprovano l’espressione del P. dicendola inesatta, altri dubitano delle sue opinioni politiche. Può dirsi che monarchia qui significhi il dominio avuto da Roma sul mondo, non la forma sotto la quale cotesto dominio fu esercitato; come se dicesse tu puoi far di nuovo Roma padrona del mondo. [A.] // 13. Dir. Che si dica. Se si dirà. Gli altri. Cioè gli antichi Romani insigni. L’aitâr giovine e forte. Aiutarono questa monarchia quando ella era giovane e forte. // 14. Questi. Cioè Cola di Rienzo. In vecchiezza. In tempo che ella era vecchia.

    Sopra ’l monte Tarpeo, Canzon, vedrai
    Un cavalier ch’Italia tutta onora,
    Pensoso più d’altrui che di sè stesso.
    Digli: un che non ti vide ancor da presso,
    Se non come per fama uom s’innamora,
    Dice che Roma ogni ora,
    Con gli occhi di dolor bagnati e molli,
    Ti chier mercè da tutti sette i colli.

    Verso 2. Un cavalier. Cioè Cola di Rienzo. Che. Accusativo. // 4. Un. Il Poeta intende di sè stesso. // 5. Vuol dire: ma che è innamorato di te per fama. // 8. Chier. Chiede. Mercè. Pietà.


    SONETTO VIII.
    A messer Agapito, pregandolo di ricevere
    in sua memoria alcuni piccoli doni.

    La guancia, che fu già piangendo stanca,
    Riposate su l’un, Signor mio caro;
    E siate omai di voi stesso più avaro
    A quel crudel che suoi seguaci imbianca;
    Con l’altro richiudete da man manca
    La strada a’ messi suoi, ch’indi passaro;
    Mostrandovi un d’agosto e di gennaro:
    Perch’alla lunga via tempo ne manca.
    E col terzo bevete un suco d’erba
    Che purghe ogni pensier che ’l cor affligge,
    Dolce a la fine e nel principio acerba.
    Me riponete ove ’l piacer si serba,
    Tal ch’i’ non tema del nocchier di Stige;
    Se la preghiera mia non è superba.

    Ad un amico innamorato, o stato innamorato prima, mandandogli in dono certe cose, della cui qualità non abbiamo notizia certa e gl’interpreti non si accordano.
    Verso 1. La guancia. La vostra guancia. Piangendo. Dal pianto. A forza di pianto. // 2. Su l’un. Sull’uno di questi doni che io vi mando. // 4. A quel crudel. Ad Amore. Imbianca. Scolora. Fa pallidi e smorti. // 5. Con l’altro. Di questi doni. Da man manca. Cioè dal lato del cuore. // 6. A’ messi suoi. Cioè agli allettamenti, alle seduzioni, di Amore. Indi. Per colà. Cioè per la via del cuore. // 7. Mostrandovi di state e d’inverno uno stesso, sempre conforme a voi stesso. Cioè: serbandovi sempre costante in tenere esclusi dal cuor vostro gli allettamenti di Amore. // 8. Vuol dire perchè a guadagnarci la beatitudine eterna, ci è da far molto, e il tempo che abbiamo è poco. // 9. Col terzo. Col terzo dono. Suco. Succo. Sugo. // 10. Che. La quale erba. Purghe. Purghi. Cioè sgombri dal cuore. // 11. Dipende dal nome erba del verso nono. // 12. Me, Cioè la memoria, il pensiero, di me. Ove ’l piacer si serba. Cioè: nella più cara parte del vostro cuore. // 13. In modo che voi non mi abbiate a dimenticare eziandio per morte.


    SONETTO IX.
    Invita le donne e gli amanti a pianger seco
    la morte di Cino da Pistoia.

    Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
    Piangete, amanti, per ciascun paese;
    Poi che morto è colui che tutto intese
    In farvi, mentre visse al mondo, onore.
    Io per me prego il mio acerbo dolore
    Non sian da lui le lagrime contese,
    E mi sia di sospir tanto cortese
    Quanto bisogna a disfogare il core.
    Piangan le rime ancor, piangano i versi,
    Perchè ’l nostro amoroso messer Cino
    Novellamente s’è da noi partito.
    Pianga Pistoia e i cittadin perversi,
    Chè perduto ànno sì dolce vicino;
    E rallegres’il Cielo ov’ello è gito.

    In morte di Cino poeta da Pistoia.
    Verso 1. Catull.: «Lugete, o Veneres, Cupidinesque.»* // 2. Per. In. // 3-4. Tutto intese In farvi. Attese con ogni sua facoltà, con tutto l’animo, a farvi, a procurarvi. Mentre. Finchè. // 5. Per me. Quanto a me. // 6-8. Che non m’impedisca di piangere, e che mi lasci facoltà di sospirare quanto mi è di bisogno a sfogare il cuore. // 11. Novellamente. Di fresco. Testè. // 12. Perversi. Cino era stato cacciato in bando da quei di Pistoia. // 13. Vicino. Sta per popolano, terrazzano. // 14. Rallegresi. Si rallegri. Ello. Egli.


    SONETTO X.
    Ad Orso dell’Anguillara, che doleasi
    di non poter ritrovarsi ad una giostra.

    Orso, al vostro destrier si può ben porre
    Un fren, che di suo corso indietro il volga,
    Ma ’l cor chi legherà che non si sciolga,
    Se brama onore, e ’l suo contrario abborre?
    Non sospirate: a lui non si può tôrre
    Suo pregio, perch’a voi l’andar si tolga;
    Che, come fama pubblica divolga,
    Egli è già là, che nullo altro il precorre.
    Basti che si ritrove in mezzo ’l campo
    Al destinato dì, sotto quell’arme
    Che gli dà il tempo, amor, virtute e ’l sangue;
    Gridando: d’un gentil desire avvampo
    Col signor mio, che non può seguitarme,
    E del non esser qui si strugge e langue.

    Ad Orso dell’Anguillara impedito di andare a una giostra.
    Verso 3. Il cor. Il vostro cuore. Che. Sicchè. In modo che. // 4. Il suo contrario. Cioè il contrario dell’onore. // 5. A lui. Al vostro cuore. // 6. Perchè. Quantunque. L’andar. Alla giostra. // 7. Divolga. Divulga. // 8. Vuol dire: voi siete già là col desiderio e coll’animo, e nessun altro cavaliere vi ci ha prevenuto, ci è corso col desiderio e coll’animo prima di voi. Egli. Cioè il vostro cuore. // 9. Che si ritrove. Che esso, cioè il vostro cuore, si ritrovi. // 10. Al. Nel. // 11. Il tempo. L’età giovanile. Virtute. Valore. E ’l sangue. E la nobiltà del sangue. // 12. Gridando, Dipende dalle parole si ritrove del nono verso. D’un gentil desire. Di un nobile desiderio. Cioè del desiderio d’onore. // 13. Col signor mio. Non altrimenti che, come ancora, e così ancora, il signor mio, cioè Orso. Segu