Astanteria, di Fausto Anderlini


News dalle vicinanze del resto del mondo:

Sintesi di una ricerca di Fausto Anderlini per DIRE Emilia-Romagna

15 marzo 2012







Viaggio malinconico
di Fausto Anderlini













Terlingua
 
Potessi, mi ritirerei a Terlingua.






















Fra le scabre montagne
sul confine del Texas con il Messico,
a lato del Big Ben.
In una roulotte, un mobil-home
 o qualsivoglia rudere.
Con un computer e una riserva di birre.
Nei pressi di quei desolati tumuli di pietre a coprire i resti di disparati disperati: minatori messicani uccisi dal mercurio, silicotici, flagellati dalla spagnola, ex combattenti e reduci della Corea e del Vietnam portati lì, a morire, da chissà quale risacca della vita.  
               
Sotto:  Roulotte a Terlingua abitata da   ex cosmonauti alcolizzati
e  L'alba struggente a Terlingua

                                                             





 
Una bottiglia di whisky per il lungo viaggio e qualche centesimo (che nessuno si sogna di prelevare). Oppure in qualcuna delle innumerevoli ghost-town che pullulano nelle pieghe del grande paese. Comunque lontano da qui. Per molto tempo. Per sempre.
Dalla tragica levità delle dimissioni di Delbono, da questa insulsa e insignificante vicenda sarà difficilissimo venire fuori. Non siamo illimitati. Non ci sono più le risorse residue, biologiche, psichiche, morali che a

ncora nel '99 valsero a uscire dal buco dove s'era cascati. 
C'è inadeguatezza umana, prima che politica. Politica prima che di programma. Programmatica prima che gestionale.
 

In realtà Terlingua è qui, ma non c'è quel cielo terso, quelle notti buie, quei tramonti di fuoco e quelle mistiche albe, a testimoniare che esisti. 
 
 
 
Nel cimitero di Terlingua. Tomba di Petra Milan, morta nel 1921, all'età di 20 anni
 




                                                      
 Danza macabra all'ingresso  del cimitero di Terlingua

Se, se, se... (Pensieri del capitolo ultimo?, pensieri per un epitaffio?)
Forse si sarebbe salvato...  
Se si riparte, lo si può fare solo dalle cose ultime. Ma con un punto di appoggio infinitamente piccolo, così insignificante da risultare catastrofico. 
Cicli lunghi, grandi progetti. 
Rifondazioni. 
Ma - età a parte - come possiamo adattarci all'idea che sia proprio una così stupida ed ordinaria inadeguatezza umana a rimetterci in marcia ?   




S-coop-bidù 

 

C'è un tipo che a Bologna te lo vedi un poco dovunque. Specie davanti alla coop o altro supermarket. Gira quasi sempre in pantaloni corti e canotiera (anche d'inverno), ha lunghi capelli biondi, gambe pelose e prosperosi bicipiti. Mia figlia lo chiama Tarzan, ma lui mi ha confidato che il suo vero nome è: "CONAD IL BARBARO".  Ed è a proposito di consumi alimentari di massa ed ai loro risvolti politico-culturali che invio al sito della Dire su cui ho scritto qualcosa in argomento: 

 

http://www.dire.it/DIRE-EMILIA-ROMAGNA/pd_e.php?c=33390&m=14&l=it

 

Aggiungo ricetta scubidù, dalla via che non è per nulla estranea al noto tema della 'cinghia di trasmissione'. 

Tecnica scubidù

C’è un particolare intreccio di fili che ha monopolizzato ” le mani”dei giovani negli anni settanta e che mi è stata richiesta.Con una ricerca su internet un po’ da vari luoghi e in varie lingue sono riuscita a rintracciarla.
Spero possa riuscire a rinfrescare la memoria di chi allora “lo sapeva fare” e nello stesso tempo è una ricca galleria di esempi per modelli inconsueti.
Le istruzioni base sono queste:

  1. 4 corde della stessa lunghezza, meglio se di colori diversi
  2. annoda insieme i 4 fili
  3. separa bene i 4 fili (partenza)
  4. prendi 1 filo e passalo dall’altra parte facendo un arco e così con il filo opposto
  5. poi fai passare gli altri fili uno per arco e tira
  6. procedi così fino quasi alla fine dei fili
  7. tirare con forza
  8. ripetere l’operazione fino alla fine del filo
  9. per finire :con un accendino stacchi la parte in eccesso di filo e accertandoti di saldarli tra di loro, ferma la crematura dei fili con le dita unimidite.

                                                       

 Carlomagno Uber alles
 
 
 
 
 
Glielo devo. In "La città trans-comunista" ne avevo tratteggiato un succinto ritratto. Il 'bonzo mancato', che qui ripropongo.
 

"C’è il caso di X, il bonzo mancato, che vive la politica come pallino psico-patologico. E’ pervaso da un’ossessione maniacale a intrufolarsi nei gruppi di chi reputa sia importante, millantando conoscenze e relazioni affluenti. Riappare carsicamente in ogni occasione topica (come le elezioni, le direzioni, i congressi, sia a Bologna che a Roma, nonché alle primarie del ‘99, per le quali riesce addirittura a raccogliere un certo numero di firme, che poi gli vengono crudelmente invalidate). Tenta in ogni modo di insinuarsi nelle cerchie riservate, dove ha l’ardire di prendere la parola e dalle quali viene immancabilmente allontanato a forza, sollevato per le ascelle mentre sgambetta. Durante la fase concitata del dopo-voto, a urne calde, penetra nel comitato elettorale di Cofferati in via Mentana. Una volta individuato viene messo alla porta da due energumeni. Passandomi accanto mi riconosce. Esultando come chi ha trovato un amico provvidenziale che può salvarlo dalla sorte crudele che lo attende (la porta d’uscita) mi mette disperatamente le braccia al collo, come ancorandosi a un ramo o a uno scoglio, e quasi mi trascina al suolo. Ancora adesso mi chiedo: perché caro picchiatello a te no e ad altri sì ?".

 

Era lui, Carlomagno, il signor X. Anche questa volta lo hanno sollevato a forza, ma sotto gli occhi delle telecamere, in mondovisione. Presentatosi come free lance alla conferenza stampa di Berlusconi lo ha fatto imbufalire. In più ha rivelato al mondo come più plasticamente non si potrebbe l'intima natura (servile e squadristica) del ministro La Russa. Nelle riprese si vede il piccolo Carlomagno, calvo, con occhiali, o forse no, le lenti a contatto, come si evince dalle fosse inscurite, cappotto e sciarpa come ci vestiva la mamma, che si leva sugli astanti e rivolge al Caimano le domande che nessuno osa. Come Lenin sulla piazza rossa. . Poi lo si vede seduto con la dignità di un condannato a morte nelle mani del nemico. Come Gramsci davanti al tribunale speciale. Infine che scompare sotto un diluvio di strattoni e minacce. Come Gandhi. Piccolo uomo. Grande coraggio. Carlomagno sfida i morsi dell'animale con la forza della verità. Come Tartaglia è un semplice, ma invece di avere un duomo di Milano fra le mani, ha sulla bocca il fiore che atterrisce i pavidi, gli stolti, i criminali. Perciò il ritratto che avevo predisposto, per quanto intimamente simpatetico, era fuorviante. Non avevo colto che in lui non c'era solo il 'pallino' maniacale della politica, bensì un coraggio della verità/testimonianza assolutamente fuori del comune. Celato, necessariamente, nella sua natura semplice e bizzarra. A pensarci bene già presentandosi con le sue cinquecento firme alle porte della federazione per le primarie del '99, aveva mostrato una sorprendente capacità di comprensione del 'ciclo politico'. Un precursore. Adesso il suo coraggio vale, in termini di efficacia, più di una qualche oceanica manifestazione. E' stato capace di mostrare il Re nudo con la sola forza della parola. Perciò gli chiedo perdono se quella volta in Via Mentana non l'ho strappato dalle mani dei buttafuori. Fra tutti era quello che aveva più diritto a stare lì dentro. E gli chiedo anche scusa per le volte che l'ho incontrato per strada (e sinanche davanti a Botteghe oscure) e ho cercato di svicolare dai suoi racconti follemente appassionati. Bizzarri, surreali, megalomenici. Carlomagno. Calvo e gentile. Dall'alto del suo metro e sessanta scarso. Chi di noi sarebbe potuto sopravvivere a un nome così ? Oggi m'inchino a Carlomagno, che arriva laddove nessuno di noi avrebbe avuto l'ardire di puntare. Carlomagno Uber alles.


 
 
 

 
  
Sinistra civica ? 
Un necessario passaggio negli archivi dell'Ufficio d'Igiene. Dove si vede un Ponte, con sopra Cacciari. 
E non sventola bandiera bianca.
 

Sinistra civica ? Che cos’è o possa diventare nessun lo sa, men che meno chi ne parla. Prosaicamente potrebbe incarnarsi in più cose: l’ennesimo cambio di nome del Pd (ad esempio con la riproposizione di un domicilio civico-locale, come fu in, età classica, quello delle Due Torri), l’ennesima proposta di una lista alleata da (supposte) posizioni di forza al Pd, l’ennesima insorgenza rivoluzionaria di ‘società civile’ contro partiti desolatamente incapaci di produrre sintesi politica. Etc. etc….. Deja vu. Soluzioni anche troppo sempliciste. Tali da far torto anche all’intelligenza di chi solleva il problema. Problema, in ogni caso, impellente: come produrre un rinnovamento di classe politica e di progetto. Un mutamento radicale, innalzandosi, come per contrappasso, dalla causale mediocrità della vicenda Delbono. Davvero segnaletico di una discontinuità, non meramente incrementale. A parte Zani, che ha enunciato per primo le due misteriose ‘parole chiave’ (‘sinistra’ e ‘civica’, senza peraltro offrire indizi più che evocativi), è stato Cacciari, con la fulminante capacità di sintesi che gli è propria,  a richiamare il significato di una esperienza suscettiva di dare una forma un poco più concreta alla questione. Quella della lista del ‘Ponte’ lanciata nelle amministrative di Venezia del 1990. Una traccia che conviene seguire nel dettaglio, alla ricerca di qualche insegnamento che possa rivelarsi utile. A quell’epoca, del resto, chi scrive collaborava assiduamente con il Gramsci veneto (come membro del comitato scientifico), il quale aveva in Umberto Curi un alacre organizzatore e in Massimo Cacciari una guida più che intellettuale, ovvero carismatica. Attorno all’istituto veneziano gravitavano numerose personalità: docenti dello Iuav, come Tafuri e Dal Co, e dell’università di Padova (fra i quali Duso, Brandalise, lo stesso Curi), ex-dirigenti di rilievo del Pci veneziano, come Chinello, economisti (come Rullani), ricercatori dell’Ires Cgil (come Anastasia), e  numerosi giovani intellettuali (ricordo Luca Romano da Vicenza e Renzo Guolo, da Treviso, ora acuto specialista di islamismo sulle pagine di Repubblica). Un parterre di esperienze e specialismi di notevole spessore, ma anche di individui politicamente impegnati (Cacciari stesso era reduce da due legislature come deputato Pci). Tutti nel fiore dell’età.

Orbene fu proprio in quell’Istituto Gramsci che la lista del Ponte fu concepita. La lista non fu frutto di improvvisazione e di una mera ‘libido candidandi’, bensì di un lavoro preparatorio, politico e programmatrico, estremamente serio e durato almeno tre anni. Un lavoro collocato dentro la crisi finale del Pci ed il travaglio della nascita del Pds. Alla ricerca di soluzioni nuove, teoriche e, insieme, di radicamento politico. In quella proposta lo spazio civico è individuato non come un ridotto locale, un rifugio pragmatico e provincialistico alla crisi della politica. Ma come il laboratorio di soluzioni politiche più generali/esemplari. E’ all’interno di questo lavoro di scavo e preparazione programmatica, ad esempio, che viene precisato per la prima volta quel concetto di ‘Idea della città’, che farà da battistrada a numerose altre esperienze. In effetti quell’episodio fu il primo segnale di un ciclo politico che avrebbe poi caratterizzato l’epopea dei sindaci degli anni ’90. Cacciari , che era il capolista candidato a Sindaco di quella lista perse le elezioni (il Comune finì amministrato da un pre-posto tardo democristiano, con il sostegno del Psi di De Michelis), ma ebbe modo di rifarsi rapidamente nella sfida del ’93, vincendo il duello con il candidato leghista (tal Mariconda, che fu imbrigliato e quasi plagiato da Cacciari), diventando alfine Sindaco di Venezia. Va ricordato che in quello stesso anno salgono al soglio municipale Bassolino (a Napoli), Orlando (a Palermo), Castellani (a Torino), Rutelli (a Roma), Sansa (a Genova). Tutte le grandi città metropolitane, ad eccezione di Milano, vengono conquistate dalla sinistra di nuovo conio civico e si pongono le premesse che porteranno alla creazione dell’Ulivo ed alla vittoria nelle politiche del ’96. In sintesi nel ’90 nella Serenissima viene gettato il primo seme di un’intera stagione politica. L’esperienza veneziana, inoltre, verrà replicata con successo in diverse città del ‘veneto bianco’ dimostrando che era possibile infrangerne il muro (anche Fistarol, sindaco a sorpresa di Belluno, veniva dall’Istituto Gramsci).

Qual’era l’essenza dell’operazione il Ponte ? Anche favorito dal fatto di avere da poco rinverdito i ricordi col Cacciari medesimo, direi questo: la funzione-guida, di leadership politica, esercitata in via diretta da un gruppo di intellettuali politicamente orientati. Nella quale sono coinvolti, a seguire, il partito e le associazioni storiche del movimento operaio, con le loro organizzazioni territoriali. Non si tratta nè di arcaici intellettuali ‘organici’ (il Pci è allo stato terminale e il mito del Partito Principe è ormai sepolto da tempo), né di ‘specialisti’ aggregati alla politica, né di candidati estemporanei di ‘società civile’. Bensì di un ‘nucleo di progetto’ forgiatosi nella riflessione politica degli ’80, dentro il declino del Pci e dentro i mutamenti della società nazionale. E qui va fatta una precisazione sulla situazione veneziana. Ngli '80-'90, partito e sindacato lagunari non sono deboli (Venezia è ancora una città con una forte presenza operaia legata alla grande industria, non ha tradizioni ‘bianche’, come gli altri capoluoghi veneti, Padova, Verona, Vicenza ecc.). Tuttavia non sono in grado di esercitare una egemonia. In più sono regionalmente isolati. Venezia, infatti, è una énclave 'rossa' nel veneto 'bianco'. A lungo sono stati esclusi dal governo cittadino, il più delle volte nelle mani della Dc e dei suoi molteplici alleati. Dunque, da un lato, partito ‘non forte’, anche se non ‘debole’, bensì isolato. Dall’altro lato una concentrazione, rara nella sua potenza, di ‘materia grigia’ regionale raccolta nell’istituto Gramsci. In tali circostanze il gruppo intellettuale del Gramsci s’insinua in un ‘quasi vuoto’, e prende la guida  del processo politico. Non ponendosi in uno sterile antagonismo da ‘società civile’ riverginata con l’anti politica. Bensì esercitando l’egemonia sul mondo della sinistra. Con la proposta politica e il dinamismo della sua potenziale classe dirigente. 

Rispetto ad allora molta acqua, come ovvio, è passata sotto ai ‘ponti’. Cacciari sta per chiudere il suo terzo mandato da Sindaco, dopo traversie, spaccature e ricomposizioni. Mentre l’ombra mignon di Brunetta incombe sulla laguna. Rutelli e Bassolino si sa dove son finiti. E dopo di loro Veltroni. La stagione di Orlando è durata poco. Solo Chiamparino è riuscito a far fruttificare al meglio l’eredità di Castellani. Ma anch’egli si avvia all’addio. Sansa a Genova ballò una sola estate, e se il subentrante Pericu ha saputo garantire un decennio di alto consenso, il mandato Vincenzi ha preso il via in modo tribolato. Molti altri sindaci, per quanto ambissero a seguire le orme dei Sindaci-pionieri, hanno lasciato eredità contorte e talvolta fallimentari. Vitali e poi Cofferati a Bologna. Dominici a Firenze. E se è vero che qua e là si propongono eccezioni, come Zanonato a Padova e la recente conquista di Vicenza, nonché la riconferma dell’eccezione trentina, medie città come Brescia sono tornate alla destra dopo gli illuminati mandati di Martinazzoli e Corsini. A Bologna la disgrazia Delbono è piombata sulla città come una bomba enne, richiamando in vita i fantasmi del ’99. Insomma la stagione della ‘politica delle città’ è passata. Il quadro politico, anche aggravato dal restringersi dei margini di autonomia per la crisi economica, è compromesso in più punti.

Eppure, dopo la quasi falsa ripartrenza di molte primarie locali, ritrovare un nuovo slancio nelle ‘periferie’, specie quelle urbane’, è una condizione assolutamente necessaria per il progetto nazionale del Pd (e la sinistra in genere). Ora, in questo quadro, io credo che l’esperienza del Ponte abbia un senso la cui sostanza è ancora attuale. La formulerei così: ripartire tramite robuste aggregazioni intellettuali nelle città, trasferendo su di esse funzioni non solo di analisi/progetto, ma di leadership.

Guardando a casa nostra, ci sono differenze rispetto al caso veneziano. Il partito era (e per certi aspetti è rimasto) forte. L’istituto Gramsci locale ha più spesso traccheggiato come un organo collaterale, rinunciando a entrare in modo diretto sulla politica. Del resto Bologna è una città dove è rilevante lo spessore ‘accademico’, con tutti i suoi difetti, delle cerchie intellettuali. Il Mulino/Cattaneo, l’altra grande aggregazione di rilievo nazionale, ha già dato. In più presenta una notevole frammentazione interna. Difficile immaginare una funzione di traino. E cionostante il partito si è indebolito, mentre larga parte del mondo economico-associativo ha subito una forte corporativizzazione (tanto da rendere patetica la sua attuale pretesa di surrogare la politica in quanto ‘società civile’). Si è creata una situazione in qualche modo analoga a quella veneziana di allora. Perciò ci sono le condizioni perché possa riproporsi un esperimento di leadership a matrice intellettuale.
Il Gramsci si è dotato da qualche tempo di una presidenza dinamica, e se è vero che è arduo vedere in Carlo Galli, oggi, una replica del Cacciari di allora, è anche vero che di lì potrebbe partire, a spron battuto, un lavoro di progetto, coinvolgimento e aggregazione intellettuale sulla scala cittadina dal quale fare sfociare l’atteso cambiamento. Se la politica di partito è in crisi, se il sistema delle categorie langue nel declino del consociativismo, non è in una generica ‘società civile’ che occorre cercare le soluzioni. Bensì in una presa di responsabilità del lavoro intellettuale. Tornare a Lenin, ed al nucleo élitista del suo pensiero. Ripartire dalla testa. Da un’avanguardia illuminata. E poi cercare qualsivoglia soluzione utile allo scopo.
 






           I ‘cattolici’ e il Pd. Con AUF-fa finale.

 

Si sente dire, qua e là, che questa volta, alle regionali, molti voteranno la lista ma non i nomi. Sembra che l’idea sia particolarmente gettonata da una parte dei cd. ‘cattolici’ del Pd. Una proposta inquietante, visto da dove viene. Fosse un ex vetero-comunista a parlare non ci sarebbe di che preoccuparsi. Io, ad esempio, e sino ad età avanzata, non avevo l’abitudine  di dare voti di preferenza. Trovavo il costume troppo simil ‘democristiano’. Mentre votare la lista, cioè il partito e basta, era un nobile atto morale. Si vota l’idea, forse la politica. Ciò che è e che sta. Non la persona, comunque, che è transeunte, limitata, per definizione sostituibile. Qui, invece, sembrano in campo intenti diversi. Non un sano/malato rifiuto del ‘personalismo’, bensì delle ‘persone’ albergate nella lista. Una minaccia. Un ricatto morale ventilato. Che prelude, come estrema  ratio, a un addio al partito. In effetti c’è un transito in atto verso l’Udc. Nelle politiche del 2008, come noto, diversi voti sono transitati dal Pd-Ulivo all’Udc, a sostituzione di un flusso di analoga rilevanza orientato dall’Udc al Pdl. Chiari segnali di un netto spostamento a destra di parte del voto ‘cattolico’. E’ per inseguire questi voti che Rutelli ha fatto i bagagli, presto seguito da un diffuso corteo di ceto politico. Dunque, dopo il voto, un movimento di classe politica. I ‘cattolici’ tornano al centro. Cioè lasciano la sinistra. Magari per ri-allearsi con essa, ma da posizioni di forza. Imponendo la ‘rendita’ del centro. Con la conseguenza per il Pd di un dilemma: allearsi con questo ‘centro’ (ancora largamente virtuale) impedendone la fagocitazione a destra, oppure combatterlo come un segno di inquinamento ? Che tradotto in voti significa anche:  se ne perdono di più facendo buono o cattivo viso al gioco ? Il Pd ha scelto la prima alternativa. Ed è probabile non ne avesse altre. Gli esiti li vedremo dopo le regionali. E tuttavia il tema dei ‘cattolici’ (‘adulti’, come si è definito il più importante, cioè Romano Prodi) ha uno spessore ben più vasto di quanto lascia intravedere il movimento dei transfughi. Il Pd voleva significare un doppio movimento: l’incontro dei ‘cattolici democratici’ con la sinistra, e un nuovo modello di integrazione, nel quale diverse appartenenze si sarebbero dissolte nella nuova identità. C’è un termine del lessico hegeliano che connota con precisione questo processo: Aufhebung. Letteralmente: “togliere per sollevare”. Nel procedimento dialettico il terzo momento, lo stadio speculativo o positivo-razionale, ovvero la conciliazione con l'universale astratto (Enc.C, § 79).

German philosopher Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Da lui l'Aufhebung che il Pd non ha saputo cogliere. Hegel in soffitta. Con Marx

L’output finale doveva essere l’autosuperamento delle identità costituenti in una identità capace di ricomprenderle a un livello più alto. Allora sarebbero nati i ‘democratici’, senza più aggettivi, reclusi, al più, ove persistenti, nella sfera interiore della biografia esistenziale. Cioè ‘secolarizzati’. Tradotta in sostanze l’alchimia democratica era il crogiuolo dove avrebbero dovuto fondersi i nobili metalli delle tradizioni costituenti: lo spirito di disciplina, l’organizzazione, le istanze collettive di emancipazione, i profili morali del socialismo, cioè quanto sedimentato dall’esperienza del comunismo italiano (ed emiliano) e i significati teorici (trascendenti) e pratici del ‘personalismo comunitario’ di matrice cristiana, con la ricchezza dei suoi mondi vitali di ‘privato sociale’. Nella cornice rinnovata del patto costituzionale, con il suo liberalismo socialmente orientato. Un welfare con l’anima, l’organizzazione più l’autonomia comunitaria, la disciplina e la competizione democratica, la regolazione politica più la partecipazione, un mercato ‘sociale’, senza corporazioni ma neppure atomizzato. Un partito di pluralismo politico-programmatico, non una congerie settaria di tribù tardo-ideologiche, ovvero post-ideologico. Questa Aufhebung,  hainoi, è ben lontana dal venire. Per ragioni complesse e molteplici sino ad ora hanno imperversato gli ‘effetti perversi’ e i ‘riflessi condizionati’.  Una tradizione persistendo come vuoto burocratismo, autoterefernza, gelida composizione di equilibri e poteri, l’altra riproponendosi come smaccato ed anarchico individualismo, piccolo notabilato e adunanza corporativa. Accade così di sentire parlare del mancato rispetto, nelle liste, di ‘sensibilità’ plurali. Come che la composizione di una lista e il suo dosaggio arlecchinesco (in verità una ‘lisca’ di pesce, persino decomposto) potesse surrogare l’Aufhebung che non c’è. Si dice Ds e vien fuori ciò che resta delle solidarietà di un apparato un tempo potente e rispettato. Si dice ‘cattolici’ e vengono fuori Tizio, Caio e Sempronio. Tutti con il ditino alzato a rivendicare la patente ‘autentica’ del vero cattolico. Già, perché quando ce n’è uno, vattelapesca se rappresenta i ‘cattolici’. Questo del resto era la Margherita: una assemblea permanente e rissosa di notabili e aspiranti tali, perennemente convocata nella redazione di liste. Un piede nel ‘privato sociale’, la memoria nella gioventù parrocchiale, l’altro piede nella politica. Due gambe divaricate. Con i coglioni (purtroppo i nostri) girati. 

Dossetti e Imbeni. Tra i tanti noumeni e fenomeni c'è qualcuno che ambirebbe a imitare Imbeni, l'uomo d'apparato con il volto umano. Quasi nessuno dei tanti che si professano 'cattolici' che sia lontanamente paragonabile all'asceta di Monte Sole. Un esempio assolutamente da non imitare.

 

Alla fine la lista (regionale) resta quella che è. Se è poco attraente, lo sarebbe stata ancor meno ove avesse adito a questa richiesta di ‘pluralizzazione’ dei vari noumeni (e fenomeni) che si aggirano sulla scena. Perciò resto sul piano accademico. Fosse stato per me, ovvero un’ipotesi megalomenica di incarnazione dell’universale astratto, la lista l’avrei compilata così:

  1. suddivisione del territorio federale in tre ambiti (tra l’altro, scontata l’elezione del candidato imolese, il più perfetto dei ‘masi chiusi’, tre sono in previsione gli eleggibili): pianura, città, collina-montagna;
  2. avvio di procedure di partecipazione territorializzate (primarie, consultazioni, assemblee di iscritti). Ampia libertà nei metodi, ma con l’unico scopo di una sintesi efficace sulla scala territoriale;
  3. formazione di una testa di lista composta da tre ‘leader territoriali’, ciascuno per il territorio di pertinenza; rappresentativi per la forza dei legami trattenuti con il territorio e per l’eventuale expertise agibile sulla scala regionale;
  4. impegno del partito a sostenere la testa di lista, lasciando libera circolazione al personale di complemento (tratto da correnti, sensibilità, mondi sociali, se esistenti, e quant’altro…);
  5. vincolo tassativo ai candidati di sottoscrivere, ove eletti, quota parte significativa dei loro emolumenti al partito.

Modello semplice, come si vede, forse illuministico e dilettantesco, ma con una duplice intenzione:

a.       Recuperare in via di fatto la logica uninominale andata tragicamente perduta con il porcellum, ma colposamente subita dal Pd; alla ricerca del ‘valore aggiunto’ territoriale e della responsabilizzazione degli eletti davanti all’universalità di un elettorato non astrattamente sublimato nel partito, ma geograficamente determinato;

b.      Dare un segnale di contro-tendenza almeno in direzione del lato più prosaico, ma visibile come mai in epoca di gravi ristrettezze economiche, della cd. ‘casta’. Son rimasto un marxista, cioè fra tante anime nobili, un gretto materialista. Alla fine l’essere sociale determina i comportamenti dell’uomo. Per salire in vetta all’ideale bisogna essere più leggeri.

Per il resto chi se ne vuole andare, vada dove lo porta il culo. La pianta potata, è noto, cresce meglio. E’ vero che la regola piaceva assai al vecchio Dzugasvili. Ma c’è una differenza con quel losco passato. Il georgiano imbracciava di suo le cesoie. Amputava (soprattutto le parti sane). Qui la potatura è una libera scelta. Auto-potatura. Che è già un passo che la provvidenza, con la sua hegeliana razionalità, offre verso l’Auto-superamento. Aufbeschneiden (che non so neanche se in tedesco esiste) in attesa dell’Aufheben. Con Aufatmen finale (letteralmente: trarre un sospiro di sollievo).  Auffa !
 
 
Iosif Vissarionovic Dzugasvili, detto Stalin
Grande potatore. La cui arte è divenuta assolutamente pleonastica da quando gli amputandi provvedono da sè. Trasferendosi su altra pianta, con seggio al seguito. Sedendosi sulle fronde. Senza neppure il bisogno di passare per i dolori dell'innesto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



    Il piccolo 5 Piovoso di Bolokistan

 

Ci sono situazioni che vanno immortalate all’istante t zero, prima che il tempo, cioè l’incalzare all’infinito delle congiunture, tutto levighi. Ci sono alcuni appunti che vanno fissati. Alla partenza. E all’arrivo.

 

Il primo è quanto accade nella notte del 4 Febbraio (‘Piovoso’, nel calendario giacobino), intorno alle 23. Un messaggino Sms a firma di Giuseppe Cremonesi arriva agli assessori della giunta Delbono: “Carissimo/a domani mattina 5 Febbraio ore 10,30 è convocata una giunta straordinaria. Odg. Comunicazioni del Sindaco. Grazie, scusa l’ora. Buona notte”. Una ribollire di voci che si sono accavallate durante la giornata lasciano presagire con una certa chiarezza cosa possa sortire dallo scolapasta: il ritiro delle dimissioni del Sindaco. Dimissioni misteriosamente date, subito appresso a ripetute dichiarazioni di strenua resistenza (anche con un ‘rinvio a giudizio’) e che adesso s’intederebbero ritirare. Chi sospinge l’ipotesi – una ipotesi in sé non del tutto peregrina – non sono tuttavia le forze politiche della coalizione. Le quali, al caso, avrebbero anche potuto avvalersi della carta come un Jolly estremo da lanciare sul tavolo. E che in tal modo gli viene invece sottratto. Bensì una cordata di interessi economici e societari, nonché ‘morali’, dalla via che è evidente un qualche coinvolgimento della stessa Curia, con in testa il Collegio Costruttori. Il movente appare non del tutto prosaico: evitare alla città la paralisi, che va esattamente profilandosi proprio in quelle ore, di un lungo commissariamento. Però le ‘dita sulla città’, si vedono, eccome, dietro la ‘matta’. Una iniziativa dunque extra-politica, che passa sulla testa dei soggetti politici, e di cui è facile immaginare l’esito: un Sindaco ‘pret à porter’. Con i partiti a rimorchio e con un pesante ‘cappello in testa’: il concerto di una parte almeno degli interessi locali che ‘contano’.  E’ una sorta di piccolo ‘colpo di municipio’. Viene tenuto in vita un ordinamento civico del tutto svuotato e privo di legittimazione nel mentre si ridefiniscono in via di fatto contenuti e soggetti attuatori. ‘Buona notte’, infatti. La città entra davvero nel buio. Da un lato l’iniziativa della destra che tende a stremarla/umiliarla. Dall’altro un insieme di interessi societari che mira a insinuarsi nel vuoto politico. Prendendo la mano nottetempo. Sostituendosi a un Pd paralizzato dagli eventi e sotto choc. Come è finita si sa: l’iniziativa di Delbono & company è presto rintuzzata dalla minaccia di un suo diretto ri-dimissionamento da parte del gruppo consiliare. E tuttavia il fatto, questo piccolo 5 piovoso, resta notevole. Foriero di sviluppi. Ancora adesso, in questo strenuo agitarsi della stimata Camera di Commercio, il concerto supremo delle ‘categorie’, e in questa nella pelosa malleveria di Casini presso il governo (e finanche Berlusconi in persona), non è difficile intravedere un filo rosso dove molte cose si legano. E qui bisogna guardare un attimo indietro.

 

Il Bolokistan non è nato oggi. E’ un pezzo di società materiale che è vissuto all’ombra dei partiti e che si è poi progressivamente autonomizzato. Associazioni rappresentative di ceti medi, commercianti, artigiani, libere professioni, di imprese, cooperative, fondazioni bancarie, ecc. Tutto un milieu. Società civile ‘concreta’, in grado di dettare tempi e modalità della governance. Con una intrinseca attitudine alla redistribuzione e con un interesse tutto ‘barocco’ alla preservazione dello status quo e degli interessi di ceto. Nella lontana crisi del Pds, nel ’99, questo concerto aveva subito compreso la portata del ‘progetto’ civico guazzalochiano. Un uomo, non per caso, delle ‘corporazioni’, uscito dal suo stesso seno, il cui scopo era esattamente quello di ‘scollare’ il sistema degli interessi dall’ingombrante primato della sinistra. Il pragmatismo in luogo dell’ideologia, il minimalismo faber in luogo dei sogni. La colla degli interessi come vero mastice della coesione sociale. Sistema appiccicoso, gelatinoso, si direbbe. Cui subordinare tutto il resto della città. Ridotto a puro orpello: la partecipazione popolare, la politica, i partiti. Questo concerto aveva patito la poco gloriosa dipartita di Guazzaloca nel Pratile del 2004. Aveva storto il naso, e la bocca, di fronte a Cofferati. L’ingombrante giacobino venuto da fuori. Il quale Cofferati gli aveva reso la pariglia, mettendone gli interpreti in un angolo e infliggendo loro ogni sorta di fustigazione. Senza tuttavia riuscire, per ragioni che un giorno, forse, dovrebbe lui stesso spiegarci, a costruire una egemonia alternativa alla degenerazione del ‘modello consociativo’. Tanto è vero che Egli non riesce a impedire il crearsi di una commistione tonale fra ‘interessi forti’ e società ‘debole’ che nutre aspettative di partecipazione. Non passa giorno che uno dei membri di questi due mondi, a turno, non tuoni sulle pagine della stampa cittadina (e di Repubblica in particolare, il cui Direttore adesso predica così bene, che presto ne diviene il megafono quasi esclusivo). La coesione sociale vilipesa, il progetto di città andato al mare, la condivisione violata, come la coalizione politica, i bravi consiglieri inascoltati, gli interessi sdegnati, come le aspettative dell’ultimo dei comitati, e finanche i buoni sentimenti. In effetti qui sta la colpa di Cofferati: non nell’aver colpito il bersaglio giusto, ma di non essere stato in grado di costruire un’alternativa.

 

E’ in questo quadro che va collocata l’operazione della candidatura Delbono. Adesso Bonacini chiede scusa. Ed è un atto di coraggio che va sottolineato. Lui del resto è arrivato dopo. Non c’entra. Caronna si prende stoicamente la colpa. E lui, invece, c’entra. Ma, al di là delle posizioni retoriche, è il passaggio post-Cofferati che andrebbe chiarito nei suoi aspetti di sostanza. Il mandato politico sotto la cui insegna avanza la candidatura Delbono appare evidente: ricucire laddove Cofferati aveva ‘rotto’. Per alcuni le ‘palle’ dei partiti e le loro abitudini coalizionali; per altri i nervi dei cittadini, bisognosi di ascolto, rassicurazione e  simboliche identificanti; per altri, ancora, le legature degli ‘interessi’, la loro voce sulle scelte che contano, e assieme, i loro equilibri e le  vicendevoli convenienze. Su questo programma in molti si ritrovano. Quasi tutti. Per i decisori politici la scelta era in certa misura obbligata. A parte la reticenza soggettiva, troppo rischioso azzardare di riuscire dove Cofferati aveva fallito. Nei panni di Caronna, Errani ed altri, pochi avrebbero scelto un’altra strada. Cioè l’accordo con la componente prodiana: la parte più esposta verso il centro, da dove veniva la minaccia. Perciò suscettiva di ‘scivolamento’. Come del resto era accaduto nel ’99. Il problema è però capire quali erano le proporzioni e le misure di questo accordo, i limiti da non superare. Cioè il perimetro politico e di progetto della governance. Ciò che gli eventi del piccolo 5 Piovoso sembrano mettere in risalto è che questi limiti, se c’erano, erano stati superati, e con larga autonomia. Forse ben al di là della disponibilità dei contraenti del patto. Troppo smaccata la gratificazione restituita da un certo inviluppo di interessi, per non pensare che la massa gelatinosa andava condensandosi attorno a un ‘centro’ stringente come mai. Che questo ‘centro ‘, o ‘milieu’, avesse trovato, in altre parole, il Suo Sindaco.

 

Chiuso qui, per adesso, il discorso. Anticipo alcuni temi delle successive riflessioni. Fra questi la ‘questione’ dei cattolici del Pd. Dove non mi è difficile trovare più di un legame con il quadro descritto. Che è anche la questione del rapporto da tenere con questo ‘centro’. La mia impressione è che con il fallimento dell’operazione Delbono, la sua autonomia locale di manovra risulta enormemente accresciuta. E tenderà a occupare i gangli della vita politica cittadina….

 


Hybris


Come spiegare il voltafaccia del Pdl e dei suoi tirapiedi ? Darsi da fare per la città, portandola al voto il più presto possibile, sembrava un'occasione egemonica servita su un piatto d'argento.  Porre rimedio dove altri avevano fallito. E invece no. Commissario sino al 2011. La città di Bologna, una delle più dinamiche aree metropolitane del sistema Italia, la capitale di una regione fra le prime in Europa, trattata come Canicattì Bagni o un comune della Locride. In realtà per analizzare le mosse della destra non si può ricorrere alla razionalità ordinaria, ovvero alla logica spassionata ed oggettiva. I comportamenti politici sono sempre una mescolanza di elementi razionali e libidici. Non c'è da stupirsi che sia stato Cicchitto a dettare il refrain, cui si sono tosto accodati i tirapiedi locali, da Berselli a Cazzola, rimangiandosi quanto avevano dichiarato solo poche ore prima. Un Craxiano della P2, pregno di odio e rancore, come molti suoi sodali. Un uomo mosso non da ideali politici, quanto dallo spirito della vendetta. Desideroso di infliggere ad altri la gogna cui fu fatto segno il suo padrone (Craxi). Di togliersi la spina e conficcarla nelle carni altrui, godendo del dolore provocato. E' il caso di ciò che la tragedia greca indicava come l'Hybris: tracotanza, eccesso, prevaricazione. Sotto questo profilo il commissariamento di Bologna (e non per caso è la P2 che ritorna...) è una sorta di 'bomba enne' lanciata sulla città, per distruggerne il tessuto civile (oggetto dell'odio e dell'invidia). Esatto equivalente di quella bomba che il 2 Agosto dell'80 fu lanciata sulla stazione. Sfregiare la città tutta intera. Un delitto contro la comunità. Il movente è lo stesso di allora: l'odio. La tattica della destra muove da questa hybris, da questa percezione esistenziale del 'nemico' da eliminare/umiliare. Bologna la rossa. Lo Studio, la sua florida manifattura, i servizi sociali. Irriderla, canzonarla, sgualcirla. Desertificarne la tempra civile. E poi, una volta abbattute le sue difese, espugnarla, mettendola a sacco. Di fronte a tutto questo è necessaria una insorgenza civile. Odio chiama odio. Umiliazione chiama orgoglio. No pasaran. 

 


 

Cul de sac 

Ricordate la riunione semiclandestina convocata nei sotterranei della Casa del Popolo “Spartaco” ?

Era il 13 Maggio 2009. Dopo le ripetute sconfitte elettorali e le dimissioni di Veltroni il Pd s’era desolatamente arenato. Svolte le primarie di Bologna, ci si avviava alle elezioni amministrative senza ardore ed un basso profilo. Fu una bella discussione, che si concluse con una proposta:

“Fare un forum per uscire dal cul de sac”

 Dopo di allora non ci sono stati più incontri. L’amministrazione cittadina sembrava procedere secondo il suo corso. Il Pd è andato alle primarie che hanno incoronato Bersani. I master-forum sono stati presi dalle loro faccende. Cesare Minghini si è concentrato nell’editazione di una bella rivista sindacale (ERE), Anderlini è malinconicamente veleggiato a Terlingua (deserto del Texas).

Fare un forum, infatti, costa fatica. Ecco adesso è uno di quei momenti dove questa fatica bisogna farla, anche se non se ne ha voglia. Perciò, dopo quanto è successo a Bologna, ricominciamo, più attuale che mi, con:

“Fare un forum per uscire dal cul de sac”

anche perché, si potrebbe aggiungere:

“La destra avanza come un carro armato”

 

I master forum ci riprovano.

 Per la sera di:

Venerdì 12 Febbraio ore 20,30 Sala Passepartout  Via Galliera 25

 Titolo della serata:

Politica e società: due universi paralleli, un’unica crisi

 Con due brevi introduzioni tematiche (sotto i venti minuti) di:

 Fausto Anderlini:

Il caso Bologna e il Pd. Cercare la profondità sulla superficie

Cesare Minghini:

La crisi economica e i problemi della rappresentanza sociale

 

I temi di discussione sono immediati, e intrecciati. L’angosciosa situazione del Pd alla vigilia delle elezioni regionali, dopo lo tsunami Bologna; le difficili e solitarie scelte della CGIL nella crisi economica. Non è che mettendo insieme due crisi si possa trovare una soluzione per 'forare' il cul de sac ?

 

Hanno dichiarato la loro partecipazione:…….

 
 


 
 

Cambio di gioco


Uscendo per un attimo dalle mistiche atmosfere di Terlingua mi vien da pensare (guarda un po') al 'candidato'. I problemi - è vero - stanno altrove. Nel progetto, nell'identità, nelle alleanze, sociali e politiche ecc. ecc. Nella lunga durata. Cionondimeno bisogna mettere in campo un candidato. Tale che il suo passaggio, anche l'eventuale sconfitta, serva comunque a questo 'altrove'. Andando avanti. Con un cambio di fase. Trunc. Punto e a capo.
Nel post precedente ho scritto che un partito 'serio' farebbe delle scelte, trattenendosi dal nascondersi dietro delle metodologie. Se questo requisito manca, nulla vieta di elaborare ipotesi di scuola, come se tale partito ci fosse davvero. Guardando a ciò che si vede per adesso, è difficile sottrarsi all'impressione di una situazione comicamente desolante. Si facessero le primarie con ciò che passa il convento sarebbe uno show down dalle tinte grottesche. Il popolo della camera del lavoro dovrebbe trovarsi schierato a favore di Campagnoli (segretario della CGIL tre o quattro lustri orsono...mi sfugge la ragione per la quale probi dirigenti sindacali, di norma così ritrosi a entrare nel 'dibattito' politico, abbiano deciso di metterci i piedi tutto d'un colpo....). Quello della cooperazione dovrebbe assieparsi dietro al suo Massarenti (il Sita, da poco uscito per sopraggiunta quiescenza dal gota dei grandi capi). Gli artigiani dietro a Sangalli. Quello dei bar (Ciccio) e della curva Andrea Costa porterebbe in spalla il suo Cev. Possiamo immaginare molti altri contendenti, ma è facile capire chi sarebbe il vincitore di così elevata tenzone. La precipitazione al 'punto Zelig', supremo contrappasso finale di un partito che avendo voluto guidare tutto si trova alla fine ridotto all'eterea sintesi di una figurina panini.

 
Woody Allen nei panni del colonello Sanders, su cui si basa il personaggio di Zelig, che possedeva una misteriosa abilità per essere presenti a tutti gli eventi storicamente significativi: l'invasione della Normandia, la firma della Magna Charta, il D-Day, e, sopra, la firma del trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale.
 
Risultato: un Pd 'Druso', letteralmente liquefatto nel suo elettorato. Completamente libanizzato lungo le filieres degli interessi e delle sottocordate. E' vero che dal termidoro bersaniano mi aspettavo felici serendipità. Ma questa 'perversione' sarebbe davvero il colmo. Coloro che menziono sono uomini rispettabili, beninteso, che sarei anche disposto a votare/sostenere ove la spuntassero (a parte Sangalli, quello proprio no...). Il Cev mi sta pure simpatico e comunque se deve essere Zelig, lui non ha rivali. Potrebbe interpretare qualsivoglia sindaco, facendo anche meglio dell'originale. Ma certo (Cev a parte, camaleontico per definizione e quindi immortale) tutti 'sostituibili', bandiere un poco stinte e ordinarie di truppe più o meno volatili. Sicuramente sperimentati. E' vero, e anche decorosamente (chi potrebbe negare a Campagnoli la qualifica di un eccellente 'professional', o a Sita di uno sperimentato manager cooperativo ?). Sperimentati, nel senso che ciò che potevano dare di 'straordinario' l'hanno dato. Nel bene come nel male. Dentro una storia 'breve' (quella di quest'ultimo ventennio) talmente conosciuta da diventare domestica.
Su altra sponda, non è che desti entusiasmo il corteo avviato da Repubblica dalle parti di Via Gerusalemme. Oddio, se il Briscolone accettasse l'invito all'atto d'amore (ma cosa siamo, al melodramma ?), tutti in riga. Successo garantito. La mia impressione però è che questo corteo, con i suoi lagnosi maitres a penser (Balzanelli e de Plato, alfieri terminali di una 'società civile' anch'essa stanca, esatta controfigura della classe politica), sia mesto assai (e che peraltro non stia facendo gran servizio a Prodi). Piagnucolare dietro a San Romano, evocato come un pater familiae, neanche fosse Guazzaloca, estremo supporto/collante di quell'accomodamento del milieu cittadino del quale Delbono è stato il malaugurato interprete, peraltro, significa già dichiarare che si è alla frutta, con il risultato di riempire d'ardore i nemici. Nè molto intelligente è stato guardare tremebondi all'Udc, ispessendo l'ago della bilancia, con il gallettino per stemma, ben oltre la sua misura. 
 
Peter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568.
 

Siamo nel regno delle cose trite, del deja vu. E rebus sic stantibus non ci saranno primarie che possano togliere l'odore di muffa. Come nella breugeliana 'Parabola dei ciechi' tutta la fila è destinata a seguire il battistrada caduto nella buca. Sorprende come i membri della serie non se ne rendano conto (ed è un problema di salvezza esistenziale !).
Sparigliare, bisognerebbe. Cambiare schema. Niente primarie, e comunque nessuna ridicola resa dei conti fra i soliti noti. A contare voti e vie di ritirata per salvare la pelle. Tutti un passo indietro (anche tre). E avanti una persona giovane, iscritta o di area. Giovane di spirito, per capacità energetiche, neanche tanto per l'anagrafe. Di qualità intellettuale riconosciuta e che già abbia dato qualche prova, anche solo potenziale, di combattente. Con idee innovative, specie in materia ambientale. Comunque decisamente estraneo alle baruffe che conosciamo così bene. Un tipo necessariamente 'ambizioso', cioè che non si accontenti d'accasarsi come prestanome. Ma che voglia cambiare le cose di suo. Per il suo 'orgoglio' personale. Ecco quel Segré, in via 'astrattamente empirica', tanto per citare un fac-simile, non sarebbe una ipotesi da scartare. E si potrebbe anche soprassedere sul fatto che un tipo come Di Pietro (e il suo corteo sotto le 'Mura' ancora più mesto degli altri) ci abbia messo il cappello sopra.  

              


 
  
Prepariamoci
 

Prepariamoci. Ci fosse una catena di comando capace di farsi valere il 'candidato' sarebbe portato in pompa davanti alle truppe. Con l'adrenalina dello 'stato d'eccezione' a mille. La catena, come ovvio, non c'è. Ma soprattutto il Pd è intrinsecamente alieno a questa eventualità. Già i Ds ebbero qualche difficoltà ad adottare una condotta schmitiana. Il 'commissario' Zani, dopo il '99, rese il servizio dopo qualche mese. Giusto per elaborare il lutto. Primum vivere deinde philosophare poteva permetterselo il Psi di Craxi: un partito di maggiorenti sulla soglia dell'estinzione, dove i baroni non avevano altra via che affidarsi a un quasi 'dittatore' cunctator. Il Pd è altra cosa. Una melassa di aspirazioni di ogni ordine e tipo, buone e cattive, di ceto politico e di aspiranti dilettanti, di militanti e (molti di più) opinionisti, con una psiche schizoide: soavemente leggera e anche troppo pesante... Il Pd non è un sistema, bensì un ambiente. Il quale per definizione 'evolve' (o implode). Comunque senza altra guida che la sua dinamica spontanea. Perciò scordiamoci lo stato d'eccezione. Una più prosaica urgenza basta e avanza. Se di primarie il Pd è nato, di primarie continuerà a vivere (o perire). Inesorabilmente, si faranno primarie. Nelle quali sarà difficile che il gruppo dirigente maggioritario, o ciò che ne resta, guidi il voto. Anche ne fosse in condizione, la Puglia docet. Sarebbe il modo migliore per elevare l'outsider. Perciò saranno necessariamente 'aperte', ancorchè di coalizione. Per la gioia di Arturo Parisi. In molti alzeranno la mano, e via col tango. Cevenini c'è, avanti il resto. E chi più ne ha più ne metta. Primum partecipare. Philosophare, mai, aut semper (che poi è la stessa cosa).  



  
Destino amaro: dal carisma d'ufficio a....
 

Tempo fa usai una metafora per la nostra amata città: Bolokistan. Bastava guardare la campagna elettorale, con tutti quegli energumeni, per capire la mutazione di fase occorsa con il lancio della spugna sul ring di Edoardo. La cosa – la mutazione – tuttavia, comincia da molto più lontano. Quando il sindaco Vitali viene ritratto da un rotocalco, credo l’Espresso, in costume in riva a una piscina. Lui consenziente. In posa, tanto per mostrarne il lato umano. Piccolo episodio, e Vitali, del resto, era (ed è) amministratore coi fiocchi, grande e onesto lavoratore. Ma sin da subito mostro’ di soffrire l’accusa che gli veniva imputata: basso carisma politico, cioè carenza di fisique du role (per questo, forse, scelse quel reportage…). Un segno dei tempi. Con la nuova legge elettorale del ’93 si avvia la cosiddetta ‘personalizzazione della politica’. L’individuo conta per quello che è e che trapela dalla sua vita privata, dunque per come appare, non per il ruolo che è chiamato a rappresentare. Fino a quel momento, sia pure assai sfibrato, vigeva il weberiano ‘carisma d’ufficio’, che è una derivazione dell’organizzazione burocratica, e prima di essa ecclesiale-tridentina: l’uomo è messo in risalto dalla carica. Il valore è nel ruolo. L’individuo può metterci un poco di personale valore aggiunto, non sostituirsi ad esso. Appena esce dai ranghi, subito è sottoposto a censura. Si noti che il carisma d’ufficio rispondeva ad una grande, e cristiana, intuizione. Dando valore al ruolo lo si preservava da possibili cadute dovute all’inadeguatezza umana dell’officiante. La messa non era men valida se il prete che la celebrava era un peccatore con svariate concubine. Vita privata e vita pubblica erano così poste su piani nettamente separati. La vita privata restava se non segreta segregata, anche quando correva sulla bocca di tutti. Bisogna dire che lo sfibramento del modello era cominciato con il passaggio alla post-modernità, cioè dalla fine dei ’70. Prima le femministe, poi svariati movimenti radico-democratici, post-materialisti, appunto, cominciano a dire in giro che il ‘privato è politico’. Il senso di questa intrusione nella sfera intima era tuttavia ascrivibile a due nobili intenti: disvelare la rilevanza dei rapporti di potere autoritari nella ruolizzazione ‘privata’ (come quelli di genere, inter-generazionali ecc.), e portare alla luce la liberazione della soggettività. Insomma dopo Marx (e Weber) era la riscoperta di Freud. Della Gestalt, con la rilevanza attribuita alle dinamiche fenomeniche e intuitive, in opposizione allo strutturalismo. Roba diversa, insomma, da quello che sarebbe accaduto in seguito nel teatro della politica. Ma lo slogan lasciò comunque un segno destinato a grande fortuna. Il personale è politico. Dunque l’immediata, anzi più d’una, prosaica, traduzione: da la ‘politica è un fatto personale’ (visione del conflitto come faida, e di uno smodato egoismo in genere) al ruolo tributato alla ‘personalità’, e ai comportamenti privati, come dotati di rilevanza pubblica nell’offrire garanzie circa l’inesistenza di ‘interessi personali’ (d’onde la famosa domanda: “comprereste un’automobile da quest’uomo ?”). In questo movimento che mette in stretta connessione i due termini, si noti, non è che essi si fondano sino a identificarsi. La personalizzazione della politica ha la sua essenza nel fatto che il movimento va dalla dimensione personale a quella politica, caricandola di senso. Qui sta l’essenza della questione. Anche in passato, infatti, il ‘personale era politico’, ma la direzione del movimento era inverso. Nel mentre il ruolo si metteva al riparo dagli effetti privati, si spingeva sino a determinarli. Questo è tipico di tutte le organizzazioni che aspirano a tenere sotto controllo la vita individuale (e sommamnte quella pulsionale). In Cina ci si serviva dei castrati (gli eunuchi) per tenere al riparo la funzione burocratica dal nepotismo, e non si può immaginare una intrusione più feroce del ruolo negli ‘attributi’ più intimi di una persona. Gli Ottomani si servivano dei Giannizzeri, un corpo cavalleresco i cui membri erano fanciulli rapiti ai cristiani e costretti all’obbligo del celibato. Ancora adesso i carabinieri impongono un’età minima per il matrimonio ai propri militi al fine di garantirsi l’immediata trasferibilità territoriale. La  Chiesa castra il suo clero imponendo il divieto del matrimonio e dell’attività sessuale. In modo che possa dedicarsi per intero alla missione (soldato di Gesù). Durante la controriforma, nel pieno dell’età barocca, si tocca un raffinato perfezionismo regolativo. Nel mentre si producono manuali per confessori al fine di ottimizzare/codificare il controllo della vita pulsionale dei credenti sino al minimo dettaglio, cresce una vasta manualistica sulla cd. ‘dissimulazione onesta’ (dal titolo dell’omonimo e impareggiabile opuscolo di Torquato Accetto). Se la regola vuole davvero essere conservata, non bastano i divieti, occorre soffonderli sotto un velo di flessibilità e di compromessi. Anche questo è un modo con cui le relazioni in pubblico cercano di tenere sotto controllo, concedendo adeguati margini di autonomia, alla impulsiva tendenza umana ad infrangere i divieti. I nostrani democristiani venivano da questa scuola sofisticata. Peccatori in qualche modo raffrenati dalla morale. Moralisti con ampio margine di peccato. E infatti saranno i laici e per nulla ipocriti socialisti – non per caso -  a entrare nella dismisura. Rovinandosi. Anche il Pci, come la Chiesa, usava tecniche d’intrusione nel privato. Non appena uno o più ‘funzionari’ manifestavano eccessi passionali, tosto una censura, o un più appropriato trasferimento, servivano a sedare i bollori. L’organizzazione non poteva tollerare eccessi passionali o condotte di vita smaccatamente singolari. Al massimo poteva concedere a Togliatti, ma solo a lui, di giacere con l’amata Iotti nel solaio di Botteghe oscure. Questo la dice lunga su quanto ‘bacchettone’ fosse il partito.

Dunque finisce il carisma d’ufficio e si apre la stagione del carisma (presuntamene) personale, in realtà ‘personalistico’.  Con il risultato, in sede locale, che la vita politica subisce una iperbolica compressione provincialistica, con punte persino pecorecce. La Bartolini, fra tutto il resto, è anche trombata per un discusso filo di perle che occhieggiano dal suo poster, mentre in giro vengono messe voci scabrose quanto infondate (una donna giovane, senza figli e neppure coniugata è un facile boccone delle malelingue). Guazzaloca ottiene una grande fortuna per via di certe labbra carnose (da macellaio) messe in risalto dalle gigantografie elettorali. Cofferati si trova compromesso il mandato per via della rottura con l’anziana consorte. Lui, il politico di stazza/razza nazionale, ne viene a tal punto condizionato da indurlo a fare di necessità virtù, sino all’ostensione del figlio Edoardo come causa di non ricandidatura. Inversione singolare, perché in tal caso il privato è evocato come superiore al politico, ma a guardar bene del tutto interna alla nuova scenografia senza veli. Alla fine Delbono è travolto da veniali leggerezze amministrative per quanto giudiziariamente trruculente, ma sotto uno scatenamento morboso di elementi privati/personali. Subisce la vendetta della ex fidanzata, la quale mostra di conoscere bene il tallone d’Achille del maschio: la sua rispettabilità sociale. Rompe clamorosamente il cordone protettivo del ruolo, si sbatte a destra (più che a manca) per mostrare Delbono ignudo, inerme, ostendendo quanti più ‘panni sporchi’ è possibile. Non c’è da stupirsi che Ritanna Armeni, che viene dalla prima ora quel ‘il privato è politico’ ponga la domanda delle sette pistole: “E’ forse la Cracchi l’eroina che si è opposta al vieto ed ipocrita machismo degli uomini di sinistra” ? Fra chi non voleva morire democristiano e chi non voleva morire comunista/socialista, è infine avanzata una ‘terza via’: morire dal ridere. C’è qualche via d’uscita per la sinistra per non morire sotto la combinata convergenza di un insostenibile peso morale e della umana leggerezza dell’essere ? Possiamo uscire da questa piega, dove il dramma inclina alla farsa, e viceversa ? Nell’attesa di dissipare il dubbio, abbiamo ancora da scrivere, e molto.

 

Per adesso - volendosi ergere a dispensatori aforismatici - potremmo dire che "l'arma dell'etica è destinata a far soccombere chi la usa". Infatti che efficacia potrebbe avere verso chi ne è privo ? Come potrebbe avere efficacia l'argomentazione razionale nei confronti di un pazzo o di un cretino ? La non violenza contro Hitler o Stalin ? La colpa dell'interesse privato per chi ne ha uno ? L'etica vale solo - e con quale dolore ! -come principio di autoregolazione, e, in politica, di autodistruzione". La corda alla quale le anime tormentate si impiccano volentieri..... 

C'è una bella canzone di Johnny Cash che parla di uno che poi s'impicca. 

Quando la trovo ci faccio un video e lo metto a Terlingua.

 



Ostensione e martirizzazione. 

Criminalizzazione vs. pacificazione

 










Quale sarà la piega degli eventi si vedrà. Per adesso è ovvio che la destra userà fin dove possibile l’occasione per spianare la strada allo sbrago costituzionale. Su questo spartito – ovvero l’occasione offerta su un piatto d’argento di instillare nella politica italiana qualche dose suppletiva di ‘stato d’eccezione’ - la vittimizzazione acrimoniosa, alternata alle minacce e alla sicumera, con annessa criminalizzazione, è un dispositivo largamente collaudato.

Da un punto di vista strettamente oggettivo, malgrado il gran parlare attorno a una imminente ‘guerra civile’ e al clima psicologico e semantico che starebbe preparandola, nella dinamica dell’evento non c’è alcuna connessione più che casuale. Casuale è la ragione che porta Tartaglia a vagabondare fra quella folla dove si accalcano un nutrito gruppo di seguaci del ‘capo’ e un manipolo di contestatori vocianti e saltellanti come in tantissime altre occasioni. Il Tartaglia è descritto come uno psicolabile sostanzialmente innocuo e pacifico. Risulta presente sulla scena senza alcuna premeditazione razionale, se non una voce interiore che lo sprona a ‘fare qualcosa’. Si aggira per diverso tempo fra gli astanti, fino a quando si trova miracolosamente a tiro la faccia di Berlusconi. Il suo braccio, come si vede nelle immagini, prima di abbattersi sul predestinato brancola per diverso tempo per aria senza che i pretoriani privati del Premier se ne accorgano (comprova di conclamata inefficienza). L’arma del delitto è, in sé, un innocuo souvenir (gli americani, sempre morbosamente interessati a ogni tipo di arma od oggetto balistico, lo hanno descritto con comico dettagliamento…). Un oggetto banale, il primo che si propone casualmente alla portata. Perfettamente isomorfo all’animo di Tartaglia: un ‘semplice’ a tutti gli effetti. Si deve forse a questa convergenza – una ‘cosa’ nelle mani di un ‘semplice’ che il destino porta semplicemente in quel luogo - in una di quelle improvvise sospensioni di tempo che governano l’imprevedibile e catastrofica ‘sincronicità’ del ‘caso’, se l’oggetto contundente viene precipitato sul viso di Berlusconi come carico di una inquietante forza metafisica. Quasi che la mano del Tartaglia fosse stata armata da una misteriosa energia profetica:  divina, o più probabilmente demoniaca. L’oggetto – il Duomo di Milano con annessa Madunina – è ‘scagliato’, e dall’alto, non ‘tirato via’ secondo una normale parabola come fu nel caso del trepiede lanciato a suo tempo dall’edile mantovano con goliardica leggerezza. La mente di Tartaglia è vuota e inconsapevole, come baci e autografi che profluviano intorno all’uomo del destino alla ricerca di taumaturgici riconoscimenti. E’ il braccio che vorrebbe rendere chissà quale giustizia. O il battito d’ali che all’altro lato del pianeta fa da viatico a una catastrofica precipitazione. Per quanto censurata e condannata, la violenza è sempre levatrice di qualcosa. Infatti…. Berlusconi rimane stordito, ma subito, in via del tutto automatica (segno di una premeditazione a lungo coltivata), il corpo prende a muoversi secondo un canovaccio ben preordinato. Anziché ritirare il volto dietro le mani, anziché inibire al sangue di spandersi, anziché piegarsi cercando riparo e soccorso, anziché darsi una ragione di ciò che accade…egli cerca di elevarsi, smaniando, sulle spalle di chi gli sta attorno. Sembra quasi arrampicarsi, mentre cerca (e trova, per un attimo) il noto ‘predellino’. Il movente immediato è quello dell’ostensione, tanto che la scena sembra ricordare, nella sua concitata improvvisazione, l’ostensione a Kabul, davanti ai Talebani muniti di motociclette, del manto insanguinato di Alì ad opera del Mullah Omar. Gli occhi di Berlusconi sono spiritati e sgomenti. Egli è letteralmente stupefatto e impaurito dalla forza lapidaria che si è abbattuta sul suo corpo (ed è noto quanto questo body sia importante nella sublimazione mediatica). Cionondimeno – carpe diem, in questo egli è veramente maestro impareggiabile - trova subito modo di cogliere l’occasione di una ‘rappresentazione’ del tutto straordinaria. Il martirio – evocato in innumerevoli episodi come il risultato di potenze anonime e macchinose (la magistratura, la stampa, i comunisti ecc. ecc.) -  appare infine fisicamente visibile. Più che cromatico. Letteralmente ematico. Alla pretesa di Giustizia del braccio di Tartaglia, la pretesa del Giusto quale si vede nelle stimmate fresche di sangue stampate sul volto di Berlusconi.   

Non credo che da queste due pretese ‘giustizie’ verrà alcun seguito pratico: almeno come replicazione o smodata periclitazione del paese nella guerra civile. La trama della politica è disegnata da tempo e seguirà il suo corso. Più o meno rapido, determinato o incerto, secondo gli sviluppi che dal ‘fatto’ origineranno. L’azione in sé non avrà– considerata la sua casuale unicità- alcuna replica. Si tratta di vedere piuttosto, in questo ambito, quale sarà la piega della ‘reazione’. Certo ci sarà la criminalizzazione. La destra è esperta come pochi nel profittare delle sciagure. Nel trarre plusvalore dalla confusione. Tuttavia si tratta di vedere se l’ostensione, così repentinamente colta, perseguirà tutti significati voluti. Cioè come il sangue e quegli occhi spiritati di un uomo che si arrampica sulla calca, reagiranno nel medio periodo sul corpo mediatico del premier. L’unico corpo cui i seguaci sono stati sino ad ora abituati. Il Berlusconi che esce dall’ospedale è più che umano: un uomo ultrassettantenne tumefatto. Che ha subito una violenza ad opera di un altro uomo. Ben lungi dal ‘forever young’ celebrato da Scapagnini. Una esperienza i cui esiti psicologici sono tutt’altro che prevedibili. Questi accadimenti – un incidente, una malattia, un grave rovescio, un trauma corposo – sono sempre forieri di alterazioni e mutamenti. Tanto più in una personalità prettamente ‘intuitiva’ quale quella di Berlusconi. Dal colpo subito egli potrebbe uscire rafforzando un ego smisurato e la sua natura impulsivamente aggressiva. Oppure potrebbe prendere distanza dal suo sé, piegandosi in ireniche riflessioni. I due partiti che si sono immantinenti formati nello spazio politico - falchi e colombe (su entrambi i lati dello schieramento) – restituiscono plasticamente tali, opposti, sviluppi.

Qui, davanti a questa quadripartizione dello spazio politico, sdoppiato su entrambi i lati fra falchi e colombe - c’è l’occasione per segnalare, pure di sfuggita, la complessità delle scelte che vanno aprendosi davanti al Pd. Il bipolarismo italiano non è mai stato metabolizzato istituzionalmente. Esso è sempre restato incardinato all’eccezionalità della presenza di Berlusconi: unico punto fisso di una scena nella quale gli attori (tanto più con l’uscita di Prodi dal cartellone) si sono alternati vorticosamente. Il Pd di Veltroni ha fallito l’assalto al ‘centro’ e questo, da numerosi indizi, va riformandosi su altre lunghezze d’onda. Per questo centro in via di formazione (nel quale converge di fatto anche la fronda delle colombe interne al Pdl) è cruciale l’uscita di scena, comunque la neutralizzazione, di Berlusconi e dei falchi da lui ampiamente foraggiati. Si tratta di vedere se il Pd di Bersani sarà in grado di muoversi rispetto a questo spazio con una politica propria, evitando l’isolamento, ma anche di trasformarsi nella salmeria di disegni agiti da altri.

  

  



Previsioni

 

Si avvicinano le primarie e come di consueto azzardo una previsione. Il tentativo di Scalfari di trarre dal mezzo Marino (non escluso in vista di un vantaggio per Franceshini) mi sembra fallito. A giudicare da quanto si vede Marino potrebbe totalizzare un exploit anche superiore al 20-25 %. Dalla sua c’è tutto il popolo ‘radical’, alle diverse latitudini: civili, sociali, moderate ed estreme. In sintesi il nerbo della classe media intellettualizzata dei centri urbani (del nord), al caso grillizzata e dipietrizzata, con il blog in mano e spesso intrisa di moralismo travagliano, quindi anche vagamente leghista (come tipico di coloro che si fanno alfieri di un’etica assoluta laddove le condizioni permettono di farlo col minor costo….). Insomma un veltronismo aggressivo e dipietrizzato, che potrebbe aver scavato voragini sotto ai piedi di Franceschini. Bersani ha seguito il suo corso, senza scartare. Al sud le filières personalizzate potrebbero favorirlo in guisa ancora maggiore che fra gli iscritti. In Emilia-Romagna, a mio parere, avrà un risultato ottimo, perché Bersani è più popolare fra la gente (un emiliano doc) di quanto lo sia entro il partito. Se ciò accadrà anche il Bonaccini (che non mi sembra niente male, un giovane volitivo sintonico alla parlata emiliana) ne trarrà beneficio per trascinamento, minimizzando le speranze della Bastico. In sintesi vedo, per il Lunedì di conto, un Bersani a cavallo del 50 %, con Marino che insidia Franceschini. Queste primarie dovrebbero mettere in ancora maggior risalto una frattura già visibile fra gli iscritti: Bersani da una parte, Marino dall’altra, con Franceschini in uno spazio di mezzo relativamente ristretto (tutto quanto resta della mediazione svolta da Veltroni nel corso del suo mandato). Ovvero: da una parte un mélange di ceti popolari rappresentati dal network storico della sinistra, dall’altro le classi medie intellettualizzate e ‘riflessive’ (in realtà radicalizzate). Avere davvero in mano il destino del Pd significa trovare il mastice fra queste due anime, ovvero una mediazione efficace. Scegliere Bersani significherà spostare il centro della mediazione a vantaggio della prima componente, e viceversa.

 

Per questo sono a favore di Bersani, come ho argomentato in innumerevoli interventi. Per quanto le classi medie politicizzate siano essenziali nella stratificazione della sinistra, una loro totale egemonia sarebbe insopportabile e taglierebbe definitivamente i ponti con una base popolare che nelle periferie territoriali è già ampiamente franata.


Resta da chiarire l’afflusso dei votanti. Dovrebbe essere facile prevedere il superamento dei due milioni (direi 2 milioni e mezzo). Intanto ogni iscritto al Pd ne trascinerà almeno due. Poi ci sarà una parte aggiuntiva mobilitata da due stimoli: un segnale a Berlusconi, un segnale di vita identitario della sinistra. Forse il primo stimolo giocherà a vantaggio di Marino e Franceschini. Il secondo però dovrebbe sostenere Bersani. Dalla misura in cui i due ingredienti si mescoleranno dipenderà anche l’esito (come entità, se non come tendenza) della competizione.

 


 All'orfanatrofio. Dove si vedono intellettuali e politici. 

Porgo ai blogger questi appunti. Me li ha suggeriti un libro scritto da Salvatore Biasco (Per una sinistra pensante, i libri di Reset, Marsilio) che ho avuto l’occasione di discutere alla Festa de l’Unità. L’autore è molto interessato (avendola vissuta sulla sua pelle) alla questione del rapporto fra politica e intellettuali. Tutto il libro è una denuncia, per quanto a fin di bene, del Pd, accusato di non aver saputo proporre una propria cultura politica.

 

La verità è molto semplice. Un partito di ‘visione del mondo’ non può fare a meno degli intellettuali, un ‘partito di occupazione delle cariche’ può farne del tutto a meno o, se proprio ne ha bisogno, terrà un rapporto selettivo e strumentale. Li userà, cioè, come ‘portaborse’.

 

Il Pci gramsciano (nella felice e occasionale sintesi dei ’60-’70) era un ‘intellettuale collettivo’. Ciò non rendeva affatto sovrapponibili i ruoli di direzione politica e di elaborazione culturale. La distinzione fra insider (collocati sulla tolda di comando) e outsider (stivati più in basso), era enormemente più marcata di oggi. Infatti non si tenevano primarie e il processo di selezione dei leader era totalmente privo di quegli elementi stocastici, cioè casuali, che oggi constatiamo a iosa. Nessun dilettante, intellettualizzato o meno, poteva ascendere (‘per caso’ e sulla spinta di un’ordalia partecipazionistica) alla dignità dirigente. Tuttavia tutte le situazioni erano contenute nel ‘partito scuola’. Il quale, come ogni scuola che si rispetti, era organizzato per rigide gerarchie e attraverso una minuta specializzazione di ruoli e mansioni. Il partito scuola era peraltro assolutamente affine al partito-fabbrica, nell’accezione fordista del termine. Nel partito scuola c’erano le strutture pedagogiche, per i vari livelli di preparazione, ma anche i centri di ricerca, peraltro assai liberi nei loro indirizzi. La stessa esistenza di un nucleo di pensiero condiviso ne rendeva possibile diverse traduzioni, anche in sede teologica (come nella Chiesa). C’erano ad esempio diverse varianti epistemologiche del marxismo: idealistico-crociane, ovvero storiciste, neo-positiviste, neo-kantiane ecc. spesso in lotta feroce fra di loro. Inoltre era rappresentata l’intera gamma delle sensibilità e delle traduzioni politiche del marxismo: luxemburghiane, adleriane, labriolesche, leniniste, soreliane ecc. Tutt’altro che agire come un elemento dottrinario respingente  il minimo comune marxismo condiviso (mcm) era aperto alle più varie contaminazioni provenienti dalla filosofia, dalla storia, dalla letteratura, dalla sociologia e dall’economia. In ogni modo, dirigenti, quadri, militanti, intellettuali e simpatizzanti erano inseriti in un ambiente avvolgente, proprio perché centrato su alcuni elementi forti di cultura politica, dibattuti ma sostanzialmente condivisi, almeno come parametro di riferimento. Questo, beninteso, era un partito la cui base sociale era prevalentemente operaia, mentre in origine era costituita dal proletariato agricolo. I massimi dirigenti erano quasi tutti di formazione intellettuale, ma i quadri erano tratti dalle classi sociali rappresentate, che attraverso la cultura erano chiamati ad emanciparsi. Resta infine che fra intellettuali orientati alla politica e politici di estrazione intellettuale era facile intendersi. Certo per affinità di ceto, cioè per il valore tributato alla cultura nella definizione del sé, ma anche perché, quantomeno, avevano letto gli stessi libri. C’era comunanza semantica e concettuale. Parlavano la stessa lingua, anche se con gradi diversi di sofisticazione e inflessioni gergali definite dalle diversità dei ruoli.

 

Di quel partito, oggi, non c’è più la base materiale. Il Pd tiene in scarsa considerazione l’elaborazione intellettuale perché, come sostiene Biasco, difetta di cultura politica (il chè è vero), ma anche perché, paradossalmente, è quasi interamente composto di ceti medi intellettualizzati. Oggi il gruppo più numeroso che ne articola la rappresentanza nelle assemblee elettive e negli esecutivi è costituito, non per caso (anche se pochi lo sanno) da liberi professionisti e figure con ruolo dirigenziale. Scomparsi per intero operai e lavoratori autonomi, assai ridotti gli impiegati (e fra di loro i pubblici dipendenti la cui fortuna si è fermata agli ’80). Pochi i politici professionali. Un fenomeno che si replica persino nei più piccoli comuni. Quali sono le motivazioni che spingono questi ceti a svolgere gli incarichi politici ?  Alcune prosaiche. Per quanto vituperati gli incarichi politici restano ambiti per gli emolumenti e le posizioni di status in essi incorporati. Alcune funzionali. La politica è un ottimo trampolino per allargare il giro di conoscenza di cui ogni libera professione si nutre, specie per chi è alle prime armi. Inoltre in una politica che nella sua componente amministrativa si è molto tecnicizzata i liberi professionisti sono le figure dotate del migliore back-ground per affrontarne le asperità. Altre ragioni sono più nobili. Certamente c’è una spinta valoriale: certe nozioni condivise, ad esempio, relative al cd. ‘bene comune’ e all’impegno civico, un orientamento solidaristico, la motivazione verso mondi associativi che si intende intermediare. Questa, tuttavia, è una Welthanschauung general-generica, leggera, volatile, molto intuitiva e assai poco strutturata, se non tramite qualche luogo comune. Più una psicologia, una mentalità, per quanto radicata, che una cultura. Men che meno ‘politica’. Tale orientamento è infatti tratto in via diretta dall’ambiente  di socializzazione, mentre i sistemi di pensiero, gli apparati concettuali, i linguaggi, l’expertise tecnica sono tratti dall’esterno della politica, cioè, essenzialmente dalle istituzioni scolastiche e professionali. Oggi il militante Pd (restando su una scala tipico-ideale, necessariamante estremizzata) è quasi sempre un laureato dotato di master, cosa che ne definisce l’autostima e lo abilita presuntamene alla funzione dirigente. La ‘meritocrazia’, cioè l’ideologia del primato del ‘merito’ è giustamente il suo manifesto programmatico. Perfettamente recepito, del resto, in quella carta fondamentale del Pd che è un puro distillato dell’incontro fra rituali accademici (con la loro enfasi mandarinale) e suggestioni medio-cratiche. I corsi di politica cresciuti un poco ovunque come appendice dei think tank sono assolutamente congrui a questa logica. Master post-universitari frequentando i quali si vorrebbero acquisire, con tanto di attestati, i titoli per concorrere alla distribuzione meritocratica degli incarichi. Da tutto ciò origina la necessaria emancipazione dalla cultura politica (che, a contrario, è una Welthanschauung ‘pesante’, cioè politicamente strutturata) e, assieme, dalla riflessione intellettuale della politica. Inoltre venendo da processi formazione totalmente esterni al partito, ognuna gelosa della sua personale expertise, tali figure sono necessariamente improntate all’individualismo. Un individualismo che potremmo definire idiosincratico e presuntuoso (della serie: “lei non sa chi sono io”) - per opposizione alla prosaica durezza di quello di destra, perfettamente consapevole del momento in cui deve fare ‘gregge’, 

 

Perciò il problema che si pone non è quello del rapporto con gli intellettuali, bensì perché un partito così pervaso dalle funzioni intellettuali non è in grado di produrre una elaborazione intellettuale innervata nella politica e capace di arrivare, per questa via, a condizionare il senso comune di chi non è né un intellettuale né un professionista (o semi-professionista) politico. Capace come tale di tessere e ispessire la cultura politica. Il Pd, più prosaicamente, è un partito di intellettuali (tratti dall’economia dei servizi) privo di una cultura politica dotata di solidità e perciò incapace di assegnare un ruolo di rilievo all’elaborazione intellettualizzata della politica.  Ciò che si vede del Pd è piuttosto una serie di giustapposizioni: da un lato una babele di ‘residui’ di varie culture politiche defunte, dall’altro un generico orientamento a-ideologico, vagamente valoriale, che nella celebrazione del ‘nuovo’, della ‘modernità’ e della ‘democrazia’ partecipata vorrebbe fungere da mastice dell’insieme. Sotto questo profilo si potrebbe meglio precisare la questione: non è che il Pd è privo di cultura politica, ne ha una molteplicità. Tutte però sono labili. Un vero partito post-moderno – si potrebbe dire. Ma senza le televisioni.

 

Come si esce da questo circolo vizioso ? [beninteso sempre che si avverta questo come un problema, dalla via che non manca chi teorizza l’assoluta irrilevanza, se non l’effetto zavorrante, della cultura politica]. Torniamo al concetto di ‘cultura politica’. Biasco, che è un economista, né da una definizione politologia corretta.  Concorrono a definire la cultura politica  i vari lati che la compongono: quelli intuitivi e psicologici, quelli espressivi, quelli concettuali e quelli pratico-stilistici (modi di comportamento, etiche del dovere, selezione dell’agenda, formazione dei gruppi dirigenti, assegnazione degli incarichi ecc.). Tuttavia la cultura politica se è tale non si dà allo stato brado, non germina spontaneamente dalla società (civile). Né è pre-confezionata dal ceto degli intellettuali. Essa è un prodotto dei gruppi dirigenti medesimi. Sono essi la sintesi dell’elemento intellettuale e di quello politico. Da ciò consegue il sedimento distintivo rivelatore dell’esistenza di una cultura politica: un modo di approccio, uno stile di comportamento. Se dal basso vengono i sentimenti, dall’alto viene la loro ri-strutturazione come cultura. Ne esce una Welthanschauung, e gli intellettuali avranno il loro posto, come l’ultimo dei militanti alle prese con un ciclostile o con i fornelli di uno stand gastronomico. E qui, in ultima analisi, si vede la vera debolezza del Pd: gruppi dirigenti frammentati e in larga misura inadeguati al compito. Anche perché – è una mia opinione – sfibrati dall’ansia di non perdere la loro posizione, cioè da una sindrome ‘contendente’ ormai entrata in una parossistica dismisura. Perché un coacervo di capi di vario ordine e pezzatura diventi un ‘gruppo dirigente’ capace di palsmare una cultura politica, occorre tempo. L’idea iper-democratica della perfetta sostituibilità dei dirigenti con nuovi venuti estratti in via permanente per via ordalico-elettorale, rende particolarmente nevrotico questo stress da mancanza di tempo. Inoltre tutto si risolve nella pre-selezione. Passando di pre-selezione in pre-selezione, è chiaro, la selezione non verrà mai. Così le cerchie dirigenti, cessano di essere tali ed evaporano in un nebuloso polverone. Nella fase fondativa-rivoluzionaria veltroniana nuove figure hanno scalato (chi essendo cooptato nella confusione generale, chi con autonomo protagonismo) la tolda di comando, rendendola vieppiù affollata. Alcuni di questi non è dato sapere di quali virtù siano portatori, di altri già tende a definirsi un’aura che è tipica degli ‘idiot savant’, alcuni altri sembrano rivelare delle potenzialità. Non hanno affatto sostituito i dirigenti di lunga durata. Si sono piuttosto accompagnati ad essi, ma rivendicando in modo confuso e acrimonioso la propria alterità. Se hanno scalzato qualcuno sono piuttosto gli intellettuali-politici di lungo corso, incrementando perciò il tasso di ignoranza.  Insomma il materiale umano è questo. Se esaurita la fase confusionaria-rivoluzionaria, ci sarà un buon termidoro, forse, dal polverone emergerà un gruppo dirigente. Solo allora avremo la nuova ‘cultura politica’.