Accezioni di welfare

INDICE ANALITICO GENERALE

tutte le voci del sito

Terminologia di alcuni approcci

Associativo (vedi scheda dedicata)

Servizi aggiuntivi rispetto al tema, motivo principale, di aggregazione, offerti agli aderenti ad una qualche forma associativa, anche di carattere commerciale.

Aziendale (Vedi scheda dedicata)

Per welfare aziendale si intende la gestione integrata dell’insieme di tutte le iniziative e servizi che le aziende mettono in atto, sia per autonoma decisione che per accordo con le rappresentanze sindacali, per venire incontro alle esigenze dei lavoratori e dei loro famigliari nei campi più vari (dall’assistenza sanitaria alla necessità di cura dei figli, dall’accesso al credito, al tempo libero), nonché al miglioramento dei risultati dell’impresa. Prevede l’utilizzo di strumenti di remunerazione alternativi a quelli più tradizionali riducendo il divario tra costo aziendale e il reale potere d’acquisto trasferito al dipendente. Vedi anche capitalism.

Capitabilities (delle), capacitazione (della)

Il termine italiano, riferendosi alle analisi di Sen e Nussbaum, auspica l’attivazione di processi individuali, familiari e comunitari ove al centro dell’azione è situata la persona come incremento “contrattuale” dell’utente dei servizi sanitari e sociali, su una sua attiva e diretta partecipazione alla costruzione delle risposte corrispondenti ai bisogni prioritari, in modo da partecipare alla scelta ed alla costruzione delle modulazioni possibili degli interventi in base alle risorse esistenti. Il termine inglese, maggiormente generico, rimanda anche alla combinazione di mobilitazione sociale e capacità organizzativa postulando una logica di alleanze tra pubblico, privato, civile, al fine di lanciare nuovi strumenti finanziari per il reperimento delle risorse necessarie (obbligazioni di solidarietà; “social impact bond ”; mutue di territorio, ecc).

Capitalism

Si riferisce ad un accordo sottoscritto nel 1919 da alcuni grandi industriali statunitensi (tra cui David Rockefeller, Henry Ford, Andrew Carnegie) che prevedeva che alle imprese spettasse il compito di farsi carico delle sorti di benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie, in forza di un principio di restituzione (restitution principle): l’impresa restituisce una parte dei profitti che ha conseguito a coloro che hanno concorso a ottenerli. Un principio tipico della matrice culturale americana per cui è giusto restituire post factum una parte di quello che è stato ottenuto grazie anche al contributo che la comunità ha dato al buon svolgimento dell’attività produttiva. Spesso associato o sinonimo di Welfare corporate, industrial, paternalism, personnel, work (vedi). Vedi anche Aziendale.

Cittadinanza (di)

Approccio che vede il welfare non più vincolato alla prospettiva contrattuale cittadino – Stato, ma appartenente alla sfera dei diritti umani in quanto capace di promuovere la dignità di ogni individuo: un presupposto e non un obiettivo da realizzare attraverso gli interventi pur sempre parziali delle politiche sociali. Un modello di cittadinanza compiuto, teso a promuovere uguaglianza di opportunità, ad incentivare responsabilità dei soggetti e a investire nella costruzione di una migliore società, superando la logica dei vincoli di bilancio. Un welfare promotore di cittadinanza e di democrazia partecipativa che consideri non solo le scelte condivise sugli obiettivi da raggiungere, ma anche quelle relative alle azioni e ai processi per concretizzarle, nella corrispondenza tra mezzi e fini.

Civile

Un approccio che vede il superamento del welfare state con un passaggio dal binomio “pubblico e privato” al trinomio “pubblico, privato e civile”, in cui è l'intera società, e non solo lo Stato, a farsi carico delle situazioni di bisogno in quanto maggiormente in grado di interpretare sia la domanda di soggettivismo della società civile che la necessità di un maggiore coinvolgimento diretto dei territori. Terminologia spesso utilizzata in alternativa a quella di welfare comunity (vedi), ma, in alcuni casi, anche di Secondo Welfare (vedi), assume una particolare coloritura facendo riferimento alla concezione di “Economia civile” in cui la società civile (ovvero associazioni, volontariato, cooperative sociali, imprese sociali, ipab, fondazioni), compartecipando con lo Stato alla programmazione dei servizi contribuisce a rendere più “mirata” l’erogazione attuando un principio non più di solidarietà generalizzata, ma quello di sussidiarietà circolare e reciprocità. Coessenziale alla concezione dell’economia civile è l’effettiva autonomia, intesa come sostanziale indipendenza, dei soggetti del privato sociale. Il principio di sussidiarietà circolare si riferisce ad una visione in cui le tre sfere di cui si compone l’intera società (enti pubblici; imprese; società civile) devono trovare modi di interazione sistematica (cioè non occasionale) in tutte e quattro le fasi del ciclo di produzione dei servizi di welfare (pianificazione, progettazione, erogazione e valutazione). Mentre con le due forme tradizionali di sussidiarietà si ha una cessione di quote di sovranità dallo Stato a enti pubblici territoriali e/o funzionali (sussidiarietà verticale) oppure a soggetti della società civile portatori di cultura (sussidiarietà orizzontale), con la sussidiarietà circolare si ha una condivisione di sovranità.

Bruni L., Zamagni S., L'economia civile, Il Mulino 2015
Zamagni S., L'economia del bene comune, Città Nuova, 2007
Bruni L., Zamagni S., (a cura di), Dizionario di Economia Civile, Città Nuova, 2009
Bruni L., Zamagni S., Economia civile, Efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino 2004

Collaborativo

Si riferisce ad un approccio orientato ad nuova economia del fare collaborativo che produce commons e relazioni paritarie, cioé il variegato popolo della collaborazione e della condivisione (es. cohousing, coworking). Fa leva sulle risorse delle famiglie e delle comunità – economiche, di tempo, di cura, di competenza – e le mette in dialogo tra loro, producendo qualcosa più della somma dei singoli addendi. Vedi anche Sharing.

Pasquinelli S., Il welfare collaborativo, IRS 2017https://welforum.it/wp-content/uploads/2017/06/WELFARE-COLLABORATIVO_Rapporto-finale.pdf

Comunity, comunità (di)

La welfare community appare come un particolare sviluppo, o una specificazione, della welfare society (vedi). Rimanda ad un modello di società solidale che si auto-organizza promuovendo essa stessa erogazione di servizi, anche in assenza di input della Pubblica Amministrazione nonché all’esigenza di ricostituire un significativo legame comunitario, spesso anche affettivo e di prossimità. L'affermazione del principio di sussidiarietà, attuato attraverso le sinergie fra tutti gli attori sociali, pubblici e privati, sancisce infatti il passaggio dal modello di Welfare State, basato sul principio di pubblico, ad un modello di welfare Mix (vedi), basato su di un sistema di interventi a rete per promuovere un'etica della responsabilità capace di identificare e mettere in rete tutti i tipi di risorse: da quelle private a quelle pubbliche, da quelle umane e familiari a quelle organizzative e finanziarie. In sostanza si tratta di costruire un sistema capace di rispondere alla domanda di protezione individuale attraverso una pluralità di canali pubblici e privati, di mercato e di solidarietà, statali e centrali. Suggerisce un’alternativa al modello di società in cui il rapporto individuo-Stato tende ad atomizzare gli individui, a impoverirne le capacità, prima fra tutte quella di esprimere la solidarietà, nonchè a burocratizzare lo Stato e a renderlo sempre più invadente. Elementi caratterizzanti sono la forte componente di prossimità dei servizi ai cittadini, il network tra i soggetti pubblici, il partenariato tra gli attori territoriali, l’individuazione dei fabbisogni locali e la costruzione delle politiche di welfare, l’empowerment del cittadino.

Vernò F., Lo sviluppo del welfare di comunità, CarocciFaber, 2007

Condizionale

in cui le relazioni di cura perdono rilevanza e prevalgono politiche di controllo nelle prestazioni di welfare, l’accesso ai servizi dipende dal comportamento responsabile del beneficiario. I beneficiari che non si comportano in modo responsabile (hanno comportamenti moralmente riprovevoli, non rispettano le prescrizioni, non si impegnano a cercare un lavoro, non accettano il lavoro offerto, non frequentano corsi di aggiornamento) subiscono la riduzione o la sospensione dei benefici previsti. I beneficiari di prestazioni di welfare (dalle persone che abitano case popolari ai senza dimora) sono soggetti al rispetto di numerose condizioni, in termini di stringenti requisiti di accesso (reddito, condizioni occupazionali, disabilità), ma soprattutto devono assumere determinati comportamenti per evitare la revoca dei benefici concessi.

Sica R., Lo scivolamento verso un welfare condizionale, Animazione sociale 8-2017Harrison e Sanders 2014http://www.welfareconditionality.ac.uk

Connettivo

Parte dal presupposto che a determinare le politiche locali di sviluppo dell’economia sociale sono una serie di connessioni strategiche, conoscitive, organizzative, progettuali e culturali attivate da un panel di attori costituito da soggetti istituzionali, imprenditoriali, non profit, associativi, scientifici che – in maniera coordinata e a partire da una visione e dei valori comuni – possono giocare ruoli, funzioni, mandati e azioni integrate ed efficaci ai fini dello sviluppo di specifiche politiche pubbliche finalizzate a promuovere benessere diffuso e sostenibile, oltre che coesione sociale.

http://www.diesmn.org/wp-content/uploads/2015/02/economia-sociale-ed-enti-localio16022015.pdf
http://www.secondowelfare.it/news/welfare-connettivo.html

Contrattuale, Vedi occupazionale volontario.

Corporate, Vedi capitalism.

Familiare/sta

Pone l’accento alle funzioni di cura esercitate dalla famiglia (in particolare dalle donne) in un quadro di limitata offerta di servizi pubblici, uno scarso peso delle politiche familiari ed una limitata importanza delle soluzioni di mercato. Vedi anche micro, molecolare.

Fidelizzazione (di) (vedi scheda dedicata)

Erogazione di servizi a clienti e/o fornitori al fine di creare una forma di legame, anche emozionale, tra il consumatore e l’impresa o il marchio.

Fiscale, (vedi scheda dedicata)

Concettualmente si contrappone al welfare universalistico pubblico che si basa sulla tassazione generale con funzione redistributiva (attivare flussi di tipo verticale dalle fasce di reddito più elevate ai gruppi sociali svantaggiati). Operativamente si basa su forme diverse di agevolazioni a sostegno della domanda privata di beni e servizi di welfare. Può assumere una molteplicità di configurazioni, definite dalla Legge, come deducibilità fiscale, detassazioni, incentivi. È attivo in diversi ambiti, tra cui si possono ricordare: il welfare aziendale, l’assistenza integrativa, il mutualismo, il Terzo settore, le Imprese sociali, le donazioni. Pone alcuni problemi in quanto, pur gravando comunque sulla fiscalità generale, va a favore solo di alcuni: introdotte in ambito aziendale e occupazionale, per chi ha la fortuna di essere occupato in imprese e/o in settori che offrono tutele addizionali; in generale, per chi ha risorse sufficienti a acquistare tutele aggiuntive rispetto a quelle universalmente disponibili

Granaglia E., Il welfare fiscale. Alcuni limiti etici, EticaEconomia 2016https://www.eticaeconomia.it/il-welfare-fiscale-alcuni-limiti-etici/
Salerno N., Quale welfare fiscale è migliore alleato del pubblico? EticaEconomia 2016https://www.eticaeconomia.it/quale-welfare-fiscale-e-migliore-alleato-del-pubblico/

Generativo

Approccio che sottolinea la necessità di superare il modello basato quasi esclusivamente su uno Stato che raccoglie e distribuisce risorse tramite il sistema fiscale e i trasferimenti monetari nella direzione di un welfare che sia in grado di rigenerare le risorse (già) disponibili, responsabilizzando le persone che ricevono aiuto, al fine di aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio dell’intera collettività. Da un punto di vista economico si tratta di passare «dalla logica del costo a quella del rendimento», dall’enfasi sul valore consumato a quella sul valore generato: superare "l’amministrazione senza rendimento", con soluzioni capaci di trasformare le risorse a disposizione, puntando sull’innovazione delle risposte e non solo sul loro efficientamento.

Fondazione Zancan, Welfare generativo: responsabilizzare, rendere, rigenerare. La lotta alla povertà. Rapporto 2014, Il Mulino
Fondazione Emanuela Zancan (2013), Verso un welfare generativo, da costo a investimento, in "Studi Zancan", 2http://www.welfaregenerativo.it/p/cose-il-welfare-generativo

Industrial Vedi capitalism.

Informale

Denominazione che rimanda ad un approccio di prossimità (vedi). In particolare ci si riferisce alla differenza con i sistemi pubblici e normativamente definiti. È un approccio che, fondandosi su reti informali per il lavoro di assistenza e di cura, self help, reti familiari e, secondo la tradizionale distribuzione dei ruoli, sul lavoro di cura svolto dalle donne, funge da ammortizzatore sociale. A volte viene definito anche invisibile. Vedi anche familista, micro, molecolare.

Integrato

Che mette a sistema le differenti componenti che oggi forniscono coperture di carattere “sociale” (fondi pensione, casse di assistenza, ma anche le aziende, i lavoratori e le istituzioni pubbliche). Vedi anche Secondo welfare.

Invisibile, Vedi informale.

Life cycle

Approccio imperniato sul ciclo di vita che individua le tipologie di prestazioni maggiormente coerenti con le esigenze della collettività considerata all’interno di una fase specifica del ciclo di vita.

Locale

Pone l’attenzione al coinvolgimento e/o delega dei governi locali (Regioni, ex Province, Comuni) nella regolazione del welfare ed al superamento delle logiche accentratrici per un modello di governance multilivello (servizi regolati e gestiti dallo stato centrale e quelli sotto il controllo degli enti locali), ma anche al coinvolgimento di risorse e attori privati, profit e non, secondo un processo di “territorializzazione” delle politiche di welfare. L’idea è che la scala locale favorisca la realizzazione di interventi integrati ricercando l’interdipendenza fra i fattori da cui dipende il ben-essere e sposti l’attenzione dalla questione sociale a quella territoriale.

Micro

Denominazione che rimanda ad un approccio di prossimità (vedi). In particolare ci si riferisce a modalità agili di intervento e ad un modo di collaborazione e di integrazione dei servizi esistenti che si caratterizza per una maggiore flessibilità e per interventi mirati volti al miglioramento della qualità delle prestazioni per gli utenti. Vedi anche molecolare e informale.

Mix

Con questo termine si fa riferimento in generale alla fisionomia assunta negli ultimi decenni dal sistema di welfare in cui la realizzazione del sistema è affidata ad un mix di soggetti/attori che operano all’interno della comunità locale sulla base dei principi della sussidiarietà orizzontale e verticale, della partnership, della partecipazione, dell’integrazione, del lavoro di rete, della concertazione e negoziazione. Il welfare mix prevede una pluralità di offerta di servizi nel quale si registra l'arretramento dello Stato con una sua focalizzazione sulla funzione di governo strategico regolazione del sistema, garanzia dei livelli essenziali e delega di una parte significativa delle proprie competenze ad altre organizzazioni non pubbliche. L’intero sistema diventa misto anche per quanto attiene l’allocazione delle funzioni e delle responsabilità, nonché degli strumenti di regolazione della domanda e dell’offerta. Il welfare mix si avvale dei “quasi mercati” quale strumento per abbattere gli sprechi, razionalizzare i costi e innalzare il livello di efficienza attraverso:

- distinzione netta fra funzione di finanziamento (che resta in gran parte in capo allo Stato), funzione di gestione (sempre più affidata ad organizzazioni di terzo settore e anche di mercato), funzione di acquisto (che viene parzialmente o totalmente affidata agli utenti che, nel caso non siano in grado di svolgerla, devono poter contare su operatori di sostegno o case managers);

- misure di sostegno economico sia alle famiglie che alle imprese di servizio, al fine di allargare la domanda e di aumentare l’offerta in modo tale da rendere effettiva la possibilità di scelta;

- tipi di regolazione che consentano l’avvio di forme di concorrenza fra i produttori di servizi.

In questo sistema lo Stato, pur restando un produttore di servizi, assume prevalentemente le funzione di regolazione (fissare le regole) e predisporre incentivi e meccanismi di promozione.

Ascoli U., Il welfare mix in Europa, Carocci 2003
Ferrera M., Le politiche sociali, Bologna, Il Mulino 2006

Molecolare

Denominazione che rimanda ad un approccio di prossimità (vedi). In particolare ci si riferisce ad azioni e servizi diffusi in maniera anche disordinata, senza logiche sistemiche, come piccole attività quotidiane di assistenza e di vicinanza che non implicano necessariamente una risposta di carattere professionale. Vedi anche micro e informale.

Occupazionale Volontario (WOV) e/o contrattuale

L’insieme di prestazioni sociali, benefici e servizi forniti ai lavoratori come risultato di un accordo bilaterale fra le parti sociali o di un’iniziativa unilaterale intrapresa dai datori di lavoro. La volontarietà può essere individualmente e singolarmente richiesta ed assunta o generalizzata in quanto compresa negli accordi sindacali. Vedi anche welfare aziendale.

Parallelo/i

Il complesso dei diversi approcci al welfare che affiancano quello istituzionale.

Paternalism Vedi capitalism.

Personnel Vedi capitalism.

Plurale

Un sistema dell’organizzazione della produzione e dell’offerta dei servizi incentrata sulla pluralità dei soggetti in quanto numerosità e varietà di tipologie organizzative, nonchè molteplicità dei prodotti. (vedi mix)

Privato

Comprende tutte le forme di welfare finanziato e gestito da soggetti privati (profit e non). In generale si pone come complementare e non alternativo a quello pubblico.

Prossimità (di)

Inteso come vicino alle problematiche ed alle aspettative dei cittadini e con un forte legame con il territorio. L’idea è che si debbano riscoprire, trovare, ri-attivare e valorizzare risorse e competenze e responsabilità che risiedono nell’insieme di esperienze fondate sui legami sociali in una comunità locale. Questa viene vista come uno spazio di una società aperta, disponibile, inclusiva, ove è possibile attivare risorse sociali basate su fiducia, reciprocità, identità e appartenenza. In questo appare possibile il superamento di una visione della società tra soggetti attivi e passivi, il superamento della solidarietà superficiale, lo sviluppo della capacitazione e dell’ empowerment e l’attivazione di processi di condivisione al fine di progettare percorsi assistenziali che favoriscano l’autonomia della persona: relazioni di vicinato, e di genere, famiglie allargate, mediazioni, ascolto, informalità, gruppi di aiuto, gruppi di acquisto, di abitazione, banche del tempo, autoproduzione, servizi a bassa soglia etc.

Messia F., Venturelli C. (a cura di), Il welfare di prossimità, Erikson 2015

Secondo welfare

Si distingue da altre accezioni per un connotato di maggiore generalità in quanto si riferisce a più ambiti (previdenza, sanità, assistenza, formazione) ed allarga la sua attenzione anche al welfare privato tout court (per esempio quello assicurativo) nonché quello aziendale e contrattuale. L’aggettivo «secondo» ha un duplice significato: temporale, in quanto si tratta di forme che s’innestano sulla concezione del «primo» welfare tipica dello Stato nel corso del Novecento; funzionale, in quanto si aggiunge agli schemi del «primo», integra le sue lacune, ne stimola la modernizzazione sperimentando nuovi modelli organizzativi, gestionali, finanziari e avventurandosi in sfere di bisogno ancora inesplorate dal pubblico. Il primo welfare non viene messo in discussione nella sua funzione redistributiva e produttiva di base, ma si prevede l’integrazione dall’esterno laddove vi siano domande non soddisfatte: un mix di interventi innovativi finanziati da risorse non pubbliche, per garantire prestazioni/servizi alle (nuove) categorie di soggetti vulnerabili, forniti da diversi stakeholder, collegati in reti con un forte ancoraggio territoriale. Il che si declina in almeno due accezioni: la prima, che la protezione per essere efficace deve avere come obiettivo l’empowerment, la capacitazione dell’individuo, e dunque prevedere una sua partecipazione attiva in tutti i casi in cui ciò sia realisticamente praticabile; la seconda, che una molteplicità di soggetti profit e no profit possano e anzi debbano essere coinvolti e giocare un ruolo negli schemi di protezione.

http://www.secondowelfare.it/mt/progetto-secondo-welfare.html

In quest’ottica il “vecchio” welfare non viene messo in discussione per quel che riguarda le sue funzioni di base in tema di tutela sociale, ma viene integrato dall’esterno – laddove le domande di tutela si rivelano non adeguatamente soddisfatte – grazie al contributo sempre più significativo di soggetti non pubblici.

Maino F., Ferrera M., Terzo rapporto sul secondo welfare, Percorsi di secondo welfare 2017

Sharing

Riguarda la collocazione del welfare nell’ambito della cosiddetta sharing economy, scalzando altre etichette come welfare mix, welfare locale e forse anche welfare generativo. Forme in cui: - si mettono direttamente in contatto persone con persone, domanda e offerta, abilitando in tal modo una collaborazione fra pari (peer-to-peer); - abilita (cioè non eroga) prodotti e servizi nel senso in cui non stabiliscono il prezzo della transazione (è la persona che decide a quanto affittare/noleggiare il proprio bene), non selezionano il personale e abilitano le transazioni attraverso un sistema reputazionale (review o simile); - consentono la partecipazione sia di professionisti che di privati cittadini; - funzionano attraverso una piattaforma tecnologica.

http://irisnetwork.it/2016/03/sharing-welfare-oggi/
Sibilla M., Sharing welfare: il benessere condiviso, Prospettive sociali e sanitarie 4-2017

Smart

Accezione che rimanda all’approccio di “smart city” (città intelligente) che vede l’introduzione di processi innovativi di natura tecnologica e sociale in risposta ai bisogni emergenti nella società. In particolare immagina l’utilizzo di tecnologie per la rifunzionalizzazione dei servizi di cura e assistenza.

Society

Vede un ruolo accresciuto della società rispetto alla pubblica amministrazione nel senso che il ben-essere diventa espressione più della società che dello Stato, con una riduzione della pressione del sistema di welfare sulle finanze pubbliche (come conseguenza del passaggio di funzioni dal settore pubblico al privato sociale) e la creazione di un tessuto sociale più esteso, più forte, denso, nonché liberando opportunità e risorse che un sistema di welfare centrato sulla pubblica amministrazione non riesce a far emergere. In questo approccio il governo della società poggia sulla concertazione con “soggetti di cittadinanza” (individui o attori collettivi, come i corpi sociali intermedi) e quindi il welfare diventa una funzione sociale diffusa ed i destinatari non più semplici consumatori, ma anche produttori e distributori. La concezione di welfare society, con la pluralizzazione dei soggetti del sistema che si affiancano alla pubblica amministrazione (soggetti non-profit e profit, famiglie, reti informali, etc), contiene l'idea di welfare mix (vedi).

Donati, P., Colozzi, I. 2002 La cultura civile in Italia: fra stato, mercato e privato sociale, Bologna, Il Mulino.

Territoriale Vedi locale.

Welfamily Vedi familista, informale.

Work Vedi capitalism.

Workfare

L’idea base è che se si vuole accedere al sistema di welfare (essenzialmente sussidi in denaro), come contropartita, si è obbligati a prestare una attività lavorativa. In caso contrario l’intervento viene drasticamente ridimensionato. In aggiunta al requisito produttivo, è posto un limite temporale all’erogazione dell’assistenza sociale.

Work-life balance

Relativo ad azioni e interventi di conciliazione vita-lavoro, solitamente benefit inseriti nel sistema di welfare aziendale (vedi).

Nota bene

In questa sede non si intende affrontare i grandi temi di fondo su cosa sia il welfare, le sue teorie e concezioni, le finalità, funzioni, regimi, modelli, fasi storiche, culture, ruoli pubblici e privati, approcci alla cittadinanza, ambiti di possibile intervento, oggetti e tematiche coinvolte, applicazioni territoriali e così via.

In questi diversi approcci, analisi, regole di funzionamento, etc, troviamo, tra gli altri, definizioni di: welfare Bismarckiano, compassionevole, conservatore, corporativo, dominanza del terzo settore o dello Stato o del mercato, dual earner, male breadwinner, familiare-istico, funzionalista, inclusivo, integrativo, istituzionale-ista, liberale, meritocratico, occupazionale, redistributivo, remunerativo, residuale, socialdemocratico, statista, sussidiario, universalista-istico, anche nelle loro contaminazioni e declinazioni geografiche.

Borzaga C., Fazzi L., Manuale di politica sociale, Franco Angeli 2013
Sibilla M., Sistemi comparati di welfare, Angeli 2008
Ferrera M., Le politiche sociali. L’Italia in prospettiva comparata, Il Mulino, Bologna 2006
Naldini M., Le politiche sociali in Europa, Carocci 2006

Si vuole, molto semplicemente, fornire alcuni primi sintetici riferimenti relativi ai termini maggiormente ricorrenti nella variegata (e spesso ridondante, ripetitiva e zeppa di sinonimi) terminologia in uso attualmente sul campo, così come ricorrono in questo sito in riferimento alla pianificazione, programmazione sociale, con particolare riferimento alla pubblicistica italiana (anche se spesso vengono utilizzati termini di origine anglosassone).

Su questi temi a livello italiano il Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale 2011, analizzando gli schemi di assistenza a livello europeo raggruppa i paesi in tre categorie: Stati sociali con reti di protezioni integrate, nei quali prevalgono misure nazionali di carattere universalistico (es. Regno Unito e Francia); Stati con assistenza sociale dualistica, nei quali, oltre a una misura di sostegno al reddito di tipo universale, sono presenti anche una o più misure di tipo categoriale (es. Germania e Spagna); Stati sociali con assistenza basata sulla cittadinanza, cioè con una misura nazionale di sostegno al reddito programmata e gestita a livello municipale e previo ricorso a una rigida prova dei mezzi (es. Danimarca).Ministero del lavoro e delle politiche sociali 2011), Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale (CIES), istituita ex art. 27 della Legge 8 novembre 2000, n. 328
“I modelli di programmazione si sono evoluti e sviluppati nel tempo seguendo filoni di pensiero istituzionale, concezioni della società, approcci alle politiche sociali, ruoli delle parti sociali e sviluppi del pensiero scientifico. La programmazione sinottica, centralizzata e onnicomprensiva, è il modello di partenza, indiscusso fino ai primi anni Settanta come modello tradizionale di programmazione e progettazione degli interventi. Da questo approccio si è distinto, come critica al modello programmatorio razionalista, l’approccio incrementale, che, progressivamente autonomo e alternativo, ha generato, in campo sociale, una famiglia di modelli articolati (Siza, 2004, p. 45). A livello generale ed economico si è parlato di superamento della pianificazione centralistica, statalista, “coercitiva” (Martini, 2002) che ha caratterizzato i sistemi a economia pianificata in opposizione a quelli a economia di mercato.”(Merlo G., 2014, p. 99) “I fallimenti storici dell’approccio sinottico applicato ai grandi sistemi, ma anche alla pratica quotidiana, hanno portato a vedere la programmazione sempre più come un processo che come un’attività.”(Merlo G., 2014, p. 104)“Ci troviamo pertanto di fronte a una famiglia di modelli, denominata “incrementale”, che, pur nelle sue infinite realizzazioni operative, presenta alcuni elementi in comune: la programmazione è pluricentrica e pluriattore, a livello sia orizzontale che verticale, e ogni soggetto contribuisce a partire dal proprio specifico potere, interesse e competenza; la conoscenza è un processo di progressivo avvicinamento alla realtà a cui partecipano molti soggetti con diversi punti di vista; le decisioni sono orientate al meglio delle conoscenze disponibili nei tempi concessi per programmare; il processo decisionale è non solamente orientato dalle conoscenze, ma si arricchisce continuamente di elementi di carattere valoriale.”(Merlo G., 2014, p. 105) “L’approccio incrementale alla programmazione ha generato molteplici modelli astratti (a seconda della prevalenza di uno o più elementi in ciascuna delle situazioni in cui è stato applicato)”(Merlo G., 2014, p. 107)Una disamina di alcune di tali “famiglie” è presente nel testo da p.104 a 110. L’attuale welfare italiano nasce come naturale evoluzione della Legge n. 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” che ha imposto la valorizzazione e l’agevolazione dei soggetti privati (profit e non profit) a partire dalla programmazione del sistema fino all’erogazione dei servizi, in applicazione dei principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Approfondimenti:

Devastato G., Oltre la crisi. Quali sfide per il welfare dei soggetti, Maggioli 2012

Musella M., Santoro M., L'economia sociale nell'era della sussidiarietà orizzontale, Giappichelli 2012

Gori C., L'alternativa al pubblico? Le forme organizzate di finanziamento privato nel welfare sociale, Angeli 2012

Welfare Basics Glossary, U.S. Department of Labor

http://www.translationdirectory.com/glossaries/glossary048.htm

Australian Government

http://www.aihw.gov.au/australias-welfare/2015/glossary/

Child Welfare, Child Welfare Information Gateway

http://www.kwi.ku.edu/programs/RJP/Glossary%20Acronyms%2006.pdf

Children’s Bureau, Office on Child Abuse and Neglect. Jones, William G. (2006)

https://www.childwelfare.gov/glossary/glossarya/

Older persons, Community Health Care and Services, WHO

http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/68896/1/WHO_WKC_Tech.Ser._04.2.pdf

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gennaio 2016, Giorgio Merlo