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 greed89  Inviato il: 8/1/2009, 13:54 
 
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 La macchina navigava lungo il lungo fiume scuro dell’autostrada. Il cielo scuro, gremo di nuvole dai colori indistinti, e per questo minacciosi, osservava il nostro tragitto. Era finita una giornata memorabile: battaglia con i cuscini con un amico, e il sesso conclusivo venuto per caso, e non programmato, sentito e non visualizzato. In quel momento, quando eravamo sul procinto di riportarmi a casa, non riuscivo a parlare, come se fossi bloccato, mi figuravo nella mia mente tanti possibili discorsi, tante possibili insiemi di combinazioni fonetici che mi avrebbero permesso di comunicare, ma poi, man mano che si procedeva silenziosi, sfumavano, divenivano polvere ipocrita nel cielo, e poi scomparivano in tanti fiocchi di neve.
Il silenzio era percepito come negativo, o per lo meno cercavo di pensarlo, perché, nella mia dimensione di vita, il silenzio è sempre una costante, che viene interpretata in virtù della possibile percezione altrui: in quel momento sentivo che forse era una nota negativa della serata.
Il silenzio, però, per me ha un altro valore personale, molto negativo: mi lascia parlare con me stesso, un avvenimento continuo che mi porta sempre in luoghi oscuri privi di tranquillità, in qualsiasi contesto in cui mi trovi, se io sono silenzioso e non vi è un terzo che mi salvi da questa tortura, sono costretto a parlare con me stesso e fare continue ammissioni di colpa.
Poi ad un certo punto, mi chiede cosa avevo, e gli dissi che non avevo coraggio di parlare e volevo discorrere di tanti argomenti, mi chiese quali, io feci un piccolo elenco, ed iniziammo a parlare, eravamo a Monselice.
Ad un certo punto, mentre discutevamo, gli chiesi qualcosa riguardo il suo passato, masochisticamente, poiché io ho un passato vuoto e soffro di continui complessi di inferiorità per questa ragione, e arrivammo ad un argomento che sempre, e senza motivo, mi genera un peso nello stomaco di cui non so sinceramente l’origine: l’argomento storie con ragazze.
Lui, come altri gay conosciuti, aveva avuto molte storie con ragazze, io in quel momento sentì un peso, e mi sentì confuso… Perché io non provo alcun interesse per le ragazze, ed in un certo qual senso per il mondo che mi circonda? Domande che mi tormentano da sempre, ma che in questo caso si configurano in questa domanda: sono veramente gay? O mi sono semplicemente rassegnato?
Mia sorella, un giorno, mentre parlavamo ricurvi nel terrazzo di camera mia, mi disse che molto probabilmente mi sono inventato un personaggio debole, per non affrontare le mie paure, che questa debolezza avesse somatizzato anche l’idea di essere gay, come se stessi recitando continuamente una parte, e questo mio essere teatrale si concretizza nelle mie analisi continue… ed in questi casi, quando una persona gay, o che si crede tale mi dice di aver avuto avventure con donne, mi fa sentire estremamente confuso, e mi chiedo se effettivamente io sia quel che dico di essere. Io mi ritengo una persona nuova e senza passato. Ogni qual volta che mi si affaccia la prospettiva di guardare il mio vissuto e quindi disprezzarlo con tutto me stesso, visto che esso è un parto malato delle mie paure, ho paura di quel che sono adesso, ho paura di essere un parto malato, e che i miei sforzi siano una reazione vana, oppure di aver dato per scontato molte cose, e di essere destinato ad essere confuso e non riuscire a concentrarmi su qualcosa di specifico, e quindi non concludendo niente.
E’ insopportabile, preferirei avere dolore fisico e concreto che questa confusione, a volte desidero una catastrofe per far sì che tutto finisca e che io finalmente trovi una via, e me la imponga… non riesco a fidarmi di me stesso, e questo è terribile, mi fa mentire spesso, e mi fa assimilare alle mie menzogne…
Vorrei delle risposte da me stesso, ma parlo per enigmi.

Come faccio a sapere se effettivamente sono gay? Come faccio a darmi un confine definito? Cercare un mio scopo, anche fasullo, che mi faccia stare tranquillo per cinque minuti, senza trasformare tutto in un macigno pesante?
Perché, nonostante tutto, nonostante la mia infinita ignoranza, non posso dare per scontato che io sia io?
Anche il vuoto diventa pesante se esso è contenuto in un guscio spesso.
 
     
 
 
  
 
 editore  Inviato il: 8/1/2009, 15:51 
 
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 Penso di capirti, nel tuo discorso ritrovo parecchio del mio essere a vent'anni, anch'io non ho mai avuto storie con ragazze, perché proprio non provavo la benché minima attrazione per loro, e anzi da sempre, fin da piccolissimo, avevo provato un'attrazione romantica per i miei compagni di scuola, di classe, a volte persino dei protagonisti dei film per ragazzi; e se da un certo punto di vista accettavo che in me questa diversità era profondamente radicata, la mia omosessualità, insomma in fondo io ero gay, e almeno con me stesso in parte lo avevo accettato in modo sereno, sentivo comunque una sorta di invidia verso coloro che raccontavano le storie con le ragazzi anche da parte di quei ragazzi che avevano avuto con me esperienze marcatamente gay, ma che non consideravano affatto tali, forse in un processo di rimozione.
Mi chiedevo come fosse possibile che mi accettassi come gay, e che vivessi le mie fantasie sessuali e anche le reali esperienze erotiche in maniera autenticamente appagante e che poi provassi invidia per quello, per coloro che provavano il sesso etero (che per me allora significava l'unico vero sesso possibile). Poi mi sono reso conto che io quello che invidiavo non era in realtà il poter amare una ragazza, l'avere una storia con una di loro o il farci tecnicamente sesso, quello che io invidiavo è quello che anche per me rappresentava nelle prospettive di allora il sesso con una ragazza. Nella mia visione di allora la prima esperienza era in fondo l'unica vera esperienza per diventare grandi, per sentirti uomo maturo, insomma io avrei dovuto fare sesso con una ragazza, anche solo per una volta e poi semmai mai più, per potermi finalmente sentire adulto, quello che mi mancava era la prospettiva interiorizzata di un rito di passaggio, che molti fanno e che nella psicologia di molti è visto come essenziale per il passaggio alla vita matura. Avevo anche abbracciato l'idea di provarci, ma poi mi sono detto: ma perché? è una cosa ridicola che io mi debba "sverginare" con una ragazza solo per sentirmi completo, cioè adulto, e che per farlo magari debba fare violenza su me stesso facendo sesso, non amore, con una persona che per me sentimentalmente non significa niente, e mentire per di più anche a lei.
Ho capito che per sentirmi adulto dovevo cambiare questo mio modo di ragionare, questa mia prospettiva, perché era essa a rendermi ancora immaturo, non riuscendo a vedere che un rito non significa nulla, che la maturità è qualcosa di celebrale e non la si acquisisce con un atto. I sono gay, lo sapevo e lo sono sempre stato, e non lo dico per orgoglio identitaria, o per un sentimento di inferiorità che deve essere superato ribadendo la positività del proprio essere, perché quel senso di inferiorità lo provavo allora quanto ancora non ero abbastanza matura da capire che non c'è inferiorità nell'omosessualità, né nel non vivere una storia con una ragazza, perché le stesse cose che sono nei rapporti eterosessuali ci sono anche in quelle omosessuali se guardiamo bene, è solo che spesso l'abitudine di considerarci inferiori o sviliti ci impedisce di prenderne atto rafforzando in negativo queste nostre errate convinzioni.
Io sono gay e non ho nessun bisogno di provare con una ragazza per confermarmelo o esserne certo, così come un ragazzo etero non ha bisogno di fare sesso con un altro ragazzo per escludere di essere gay o bisex e confermare incontrovertibilmente la sua eterosessualità. Sono convinto che l'essere gay, etero o bisessuali, sia qualcosa di molto radicato nella nostra intimità, di quanto non lo sarebbe se fosse una semplice questione di gusti, come molti invece affermano, se proprio volessimo fare un parallelo tra il comparto delle preferenze sessuali e quello alimentare per me l'orientamento sessuale andrebbe paragonato all'essere erbivori o carnivori, e non all'essere vegani o prediligere la carne al pesce, o il gelato al cioccolato piuttosto che alla panna. Faccio il parallelo tra l'omosessualità e l'essere erbivori perché sono caratteristiche che seppure possono ammettere variazioni, eccezioni e cambiamenti di gusti sostanzialmente non variano nell'individuo, un gatto sarà sempre fondamentalmente un carnivoro anche se ogni tanto mangia l'erbagatta, o come il mio che mangia persino le olive sottolio, ma nel suo intrinseco rimarrà sempre un carnivoro; così se anche per un capriccio o per mettermi alla prova decidessi di provare ad andare a letto con una ragazza, non cambierebbe comunque niente del mio essere fondamentalmente un omosessuale; project ha già raccontato quante volte ragazzi cerchino di dimostrare a loro stessi che non sono gay andando a letto con ragazze, e prendendo l'erezione come o il provare piacere come una prova provante della propria eterosessualità, salvo poi che un tarlo resta sempre, perché per quanto ci imponiamo di provare a noi stessi ciò che non siamo, il nostro vero io giace sempre dentro di noi ed entrerà prima poi in conflitto con quell'abito che invece vogliamo vestire.
Io sono gay perché sento attrazione verso le persone del mi stesso sesso, perché sento istintivamente che il optimum emozionale/sentimentale ed erotico/sessuale è con un ragazzo, così come per un etero è con una ragazza e per un bisex è invece indistintamente dal genere sessuale del partner.
     
 
 
  
 

 1 risposte dal 8/1/2009, 13:54
 

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