GAY E USO DELLA CATEGORIA DEL PATOLOGICO

GAY E USO DELLA CATEGORIA DI PATOLOGICO, il disagio non è patologia 
 
 « Disc. precedente | Disc. successiva »Notifica nuove risposte | Invia tramite email | Stampa Discussione
 
 
 gayproject    Inviato il: 19/10/2008, 20:28 
 
Senior Member


Gruppo: Amministratore
Messaggi: 721


Stato: 


 
 GAY E USO DELLA CATEGORIA DI PATOLOGICO

Mi è capitato giorni fa che un ragazzo, leggendo un mio post, mi abbia detto che si era sentito “un caso patologico”, nel corso della successiva discussione la sensazione si è affievolita ma non è sparita del tutto, quel ragazzo, in sostanza, mi rimproverava di usare o di sottintendere troppo facilmente la categoria di patologico. D’altra parte, altri mi hanno fatto notare che alcuni comportamenti dei quali ho trattato “sono evidentemente patologici” e richiedono interventi specialistici mirati e in sostanza mi hanno rimproverato di sottovalutare il problema. Quello che scrivo discende direttamente da quello che vedo e col passare dei mesi ho modificato anche radicalmente alcune mie posizioni che non reggevano al confronto con l’esperienza ed ho imparato a diffidare della categoria di “patologico” quando è usata con molta disinvoltura.

Ricordo a tutti i gay che leggeranno questo post che solo nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente cancellato l’omosessualità dell’elenco delle malattie mentali. Nonostante questa pronuncia tanto autorevole quando tardiva e poco convintamente accettata, sono moltissimi che ancora adesso considerano i gay malati di mente. Da questa semplice osservazione si deduce una sola cosa: che il concetto di malattia di mente è stato usato ed è tuttora usato con una tale disinvoltura che è intrinsecamente sospetto di pregiudizi di vario genere.

L’attribuzione dell’etichetta di “caso patologico” con la conseguente destinazione del caso allo specialista, operata spesso in modo del tutto acritico, non identifica ma crea il caso patologico. Quanti ragazzi gay ho visto, avviati dai genitori agli specialisti nel presupposto che fossero “casi patologici” e paradossalmente con la finalità di aiutate quei ragazzi a risolvere il loro problema! Uno specialista serio non appiccica etichette ma valuta se ciò che gli è stato presentato come patologico lo è veramente. Conosco psichiatri e psicologi seri, con alcuni ho rapporti di vera amicizia. Bene, questi specialisti sono assai poco disponibili a compiacere le richieste dei genitori che intendono che il loro figlio sia seguito perché omosessuale. Mi è capitato più di qualche volta di discutere con specialisti circa i problemi di orientamento sessuale. In una discussione seria, tanto più su questi temi, non vale alcun principio di autorità ma esclusivamente il confronto con l’esperienza da punti di vista diversi. Mi è capitato più di qualche volta che psicologi non gay cercassero di capire, parlandone con me, alcune tipicità del modo di essere dei gay.

Sempre più spesso vedo psicologi perplessi rispetto ad approcci tradizionali come la psicoanalisi mentre cresce il favore verso approcci molto meno strutturati, cioè verso dimensioni meno formalizzate e medicalizzate di intervento psicologico. Aggiungo che l’uso della categoria del “patologico” da parte degli specialisti seri è assai più restrittivo di quello diffuso tra i profani e soprattutto dipende da elementi clinici oggettivi che vanno molto al di là della osservazione di un semplice comportamento. La categoria del patologico nell’ottica degli specialisti seri è una categoria seria della quale non è lecito abusare.

Tutti noi, per la nostra stessa natura umana, siamo deboli (specialmente quelli che pensano di essere forti). Se penso a me personalmente non riesco a pensare di essere migliore (o peggiore) di altri, ma solo di essere stato più (o meno) favorito dalle circostanze. Le cosiddette qualità di un individuo sono solo parzialmente e ipoteticamente caratteristiche intrinseche di quell’individuo. Lo stesso individuo in diversi contesti avrebbe prodotto esiti completamente diversi.

L’esperienza diretta porta spesso a mettere in crisi le certezze. Devo dire che di pregiudizi ne avevo eccome ma sono stato costretto a metterli da parte perché l’evidenza dei fatti era in tutt’altra direzione. Ero abituato a dare pregiudizialmente etichette di caso patologico a questo e a quello, accreditando me stesso di una generale patente di normalità. Parlare con alcune persone che in astratto averi definito casi patologici (sono cose rare ma capitano) mi ha fatto capire che sofferenza e disagio non significano affatto patologia. La stragrande maggioranza delle situazioni di disagio, ivi comprese la grande maggioranza di quelle che sono comunemente considerate patologiche, non sono affatto patologiche e possono essere superate senza ricorrere ad alcun intervento psicologico formalizzato e strutturato del tipo della terapia psicanalitica. Vedo ogni giorno direttamente come socializzare produca un netto miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Come l’istaurarsi di rapporti affettivi importanti modifichi radicalmente la coscienza di sé e provochi un’autentica rinascita. Trovare un amico vero con cui confidarsi produce effetti altamente positivi e aiuta a vivere meglio. Anche uno scambio su msn o su una chat può avere un valore enorme se costituisce realmente un contatto personale.

Non dimentichiamo che le etichette di patologico creano certamente sofferenza e possono indurre una falsa coscienza di malattia dove non ci sono realmente elementi patologici.

Come è ovvio, ciò che ho detto non ha alcuna pretesa di scientificità ma è solo la sentesi della mia personale esperienza.

Modificato da gayproject - 20/10/2008, 00:44
     
 
 
  
 
 hemma  Inviato il: 20/10/2008, 08:43 
 
Member


Gruppo: Utente
Messaggi: 28


Stato: 


 
 Io sinceramente non ho mai pensato che dire che una persona abbia bisogno dell'aiuto di uno specialista equivalga ad affibbiargli l'etichetta di "patologico". Semplicemente ci possono essere situazioni in cui approfondire la conoscenza di sè stessi per riuscire a comprendere il perchè dell'instaurarsi di certi meccanismi comportamentali e psicologici, che creano situazioni di sofferenza e privazione di una libera espressione del sè, implichi uno sforzo che non tutti possono affrontare da soli o solo con l'aiuto di amici o persone che ti vogliono bene. Anche io parlo per sola esperienza personale di una amica e di un cugino (la cui depressione durata anni e anni tra l'altro aveva una base organica di carenza di recettori per la serotonina ...).
In ogni caso la gente dovrebbe pensare che un forte e limitante disagio psicologico non è certo una cosa di cui vergognarsi o sentirsi responsabili, nè condannare o peggio dare una colpa così come non lo penserebbe mai di un mal di testa cronico o una ernia o simili, magari questa è una forzatura di pensiero ma serve a rendere un pò l'idea, credo ...
     
 
 
  
 
 mick.C  Inviato il: 20/10/2008, 19:07 
 

Member


Gruppo: Utente
Messaggi: 14


Stato: 


 
 Sono d'accordo con Hemma e comunque nel commentare l'articolo "Dipendenze sessuali" nè io, nè Hemma nè Back2back abbiamo mai usato la parola "patologico o patologia", abbiamo parlato di disagio, di problemi di mancanza di libertà o psicologici (è chiaro che un problema psicologico non è un problema patologico ma un disagio della psiche che prima o poi capita a tutti di avvertire con solo differenze di livelli). E di nuovo ripeto di evitare di accostare l'omosessualità con problemi di altra natura.
In ogni caso qualsiasi sia l'approccio da prendere nei confronti di una determinata persona non siamo certo noi a poter giudicare quale sia il più adatto, c'è chi ha studiato prima di poterlo fare (il mio grande amico G.  ad esempio ...)
     
 
 
  
 
 editore  Inviato il: 21/10/2008, 11:56 
 
Advanced Member


Gruppo: Utente
Messaggi: 60


Stato: 


 
 Alcune volte ho letto tuoi interventi, project, circa ragazzi che sentendosi gay e in parte accettandosi e in parte no, dicevano di pravere un profondo "schifo" all'idea di avere non solo rapporti ma anche contatti fisici di qualcunche genere con maschi; ecco in casi del genere non so che cosa meglio di uno specialista possa date una mano alla persona, poiché è impensabile che con una condizione del genere uno possa anche solo approcciarsi all'ambiente per fare delle amicizie gay e così rivedere i suoi pregiudizi interiorizzati sull'omosessualità.
Anzi sono convinti che in certi casi non bisogni affatto spingere un ragazzo a fare amicie con altri gay perché gli raccontino la propria esperienza, perché se i primi approcci dovessero rivelarsi sbagliati quella persona finirebbe per radicare ancora di più in sé il proprio disagio, sentendo la sua condizioe come una gabbia di alienità senza via d'uscita.
In determinati casi trovo che il previo passaggio da un terapeuta per l'accettazione di sé, sia la miglior cosa prima, di addentrarsi nel mondo gay, che mostra infinite sfacettature, molte delle queli noi stessi siamo i primi ad aborrire
     
 
 
  
 
 frederic.78  Inviato il: 31/10/2008, 14:23 
 

face your fears, live your dreams


Gruppo: Utente
Messaggi: 227


Stato: 


 
 Gayproject affronta il problema dei pregiudizi … ecco questa è una bella gatta da pelare, riuscire a inquadrare all’esattezza quando una opinione è e rimane tale e quando invece diventa un giudizio a priori che si basa sulla convinzione di avere la risposta assoluta in mano … bene questa capacità di discernimento diventa spesso oscura e fraintendibile da ambo le parti sia per chi espone l’opinione che per chi la riceve.

Un punto chiaro è che la normalità statistica non è applicabile alla sfera dei comportamenti umani come metro di misura per stabilire cosa è giusto o meno, tanto la storia quanto l’antropologia ci hanno insegnato come il concetto di normalità vari nel tempo e nei luoghi.

Cosa voglio dire … tutto è sempre relativo e il pensiero, il comportamento, le cose che fanno star bene sono altamente variabili ma finché fanno star bene qualcuno e nel contempo non danneggiano chi ne viene coinvolto dargli un giudizio di merito solo perché noi non le faremmo mai non ha molto senso. Ma qualora assumiamo dei comportamenti o abbiamo delle idee che ci fanno soffrire o che ci impediscono di vivere come vorremmo allora forse sarebbe il caso di pensare seriamente e senza alcun pregiudizio da parte nostra a come risolvere la situazione cercando o utilizzando gli strumenti più consoni a noi (non agli altri ...).
In an interstellar burst I am back to save the universe
      
 
 
  
 

 4 risposte dal 19/10/2008, 20:28
 

Comments