IL CONGRESSO DELLA FDS

pubblicato 22/nov/2010 08:23 da Federico Bacchiocchi   [ aggiornato in data 22/nov/2010 08:25 ]

IL CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE DELLA

SINISTRA

(22 Novembre 2010)


Le conclusioni del Congresso della Federazione della sinistra sono inequivocabili: un sì all’Alleanza politica ed elettorale col PD e la UDC ,proposta da Bersani, con l’impegno ad “un patto di legislatura” col nuovo governo. Si ripropone una contraddizione abnorme: da un lato si rivendicano le ragioni del lavoro, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti sostenitori di Marchionne; da un lato si rivendica la manifestazione operaia del 16 Ottobre, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti estranei e avversari di quella manifestazione, perché collocati dall’altra parte della barricata. Gli stessi gruppi dirigenti delle sinistre, già uniti nel votare le guerre e i sacrifici varati da Prodi, rilanciano la propria unità attorno all’ennesimo sostegno al centrosinistra e al suo eventuale governo. E’ la riprova di un codice genetico governista, insensibile ad ogni lezione dell’esperienza e ad ogni criterio di classe. Chiediamo a tutti i compagni critici e onesti del PRC e del PDCI di rompere definitivamente con i loro gruppi dirigenti e di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori: ai fini della lotta per un polo autonomo anticapitalista alternativo a centrodestra e centrosinistra.

Le conclusioni del Congresso della federazione spazzano via ogni equivoco sul carattere dell’alleanza col PD. La rassicurazione formale di Paolo Ferrero sul fatto che la federazione non entrerà nel governo ha un significato esattamente opposto a quello che finge di attribuirgli. Il non ingresso nel governo è infatti la precisa condizione che il PD ha posto alla Fed per realizzare l’alleanza. Pur di realizzare l’alleanza di governo con un partito confindustriale, i dirigenti della federazione gli hanno assicurato che non pretendono di entrare nell’esecutivo: si accontenteranno di sostenere dall’esterno la sua politica e il suo programma. Come già il PRC fece nel 96-98: quando, pur non entrando nel primo governo Prodi, ne sostenne per ben due anni le peggiori misure antioperaie ( dall’introduzione del lavoro interinale ai campi di detenzione contro i migranti ). Che di questo si tratti si ricava inequivocabilmente dai cosiddetti punti programmatici che Diliberto ha indicato come possibile cemento dell’alleanza di legislatura: “meno precariato, più scuola pubblica”. In primo luogo- per mettersi al sicuro- si indicano esattamente quei contenuti su cui dietro le quinte già si ipotizzano alcune minime convergenze letterarie. Ma soprattutto si offre preventivamente carta bianca su tutto il resto, ossia sull’architrave della politica di classe di PD e UDC: continuità della guerra, sostegno alla concertazione antioperaia tra Confindustria e burocrazie sindacali sul programma di Marchionne, rilancio delle privatizzazioni, nuovi tagli annunciati alla spesa sociale sotto la pressione delle “compatibilità di bilancio”, continuità delle politiche antimigranti, continuità del sostegno al Vaticano.... Su tutto questo, come nei governi Prodi, Ferrero e Diliberto si salveranno l’anima con platonici distinguo formali, mentre materialmente voteranno le scelte di Bersani ( e Casini).

Non si tratta dunque di un accordo elettorale per battere Berlusconi( con eventuali soluzioni tecniche tipo desistenza o simili). Si tratta di un accordo politico di governo con partiti legati a doppio filo agli interessi confindustriali e bancari. E nel momento stesso in cui tali partiti cercano di rimpiazzare Berlusconi con una soluzione politica di garanzia per la continuità degli interessi dominanti: tanto più di fronte alla crisi del debito pubblico e ai nuovi pesanti sacrifici sociali che la borghesia chiederà alle masse. Invece di inserirsi nella crisi del berlusconismo per aprire la via di un’alternativa di classe indipendente ,i gruppi dirigenti della sinistra aiutano la borghesia italiana a trovare una propria carta di ricambio. E tutto questo per cosa? Perché l’alleanza col PD, in base all’attuale legge elettorale, abbasserebbe al 2% la soglia necessaria per avere una rappresentanza parlamentare. Il fatto che i propri deputati e senatori sarebbero vincolati ad appoggiare un governo antioperaio appare evidentemente un dettaglio secondario: l’essenziale è ritornare ad ogni costo nel gioco politico istituzionale.

Una volta di più si conferma la necessità per tutti comunisti onesti di trarre un bilancio di verità. La Fed e i partiti che la compongono non hanno nulla a che spartire con un progetto anticapitalista, e neppure con la coerenza di una politica di classe. La testimonianza critica al loro interno è senza speranza e prospettiva. Solo l’aperta rottura con quei partiti e la confluenza nel partito Comunista dei Lavoratori possono ricollocare attorno ad un coerente progetto comunista le migliori energie di tanti compagni e compagne.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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