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IL FALLIMENTO E LA TRAGEDIA DEL NUCLEARE

pubblicato 17/mar/2011 11:41 da Federico Bacchiocchi


Il compagno Tiziano Bagarolo   del P. C. Lavoratori precocemente scomparso nel 2010, aveva analizzato con attenzione gli aspetti ambientali del pianeta e il legame che ci unisce alle lotte per la sua difesa.
Riproponiamo due articoli presi tra i tanti dal suo Blog (ancora attivo) fonte preziosa di informazioni e idee. 
www.tbagarolo.blogspot.com

Nucleare. Ritorna l'incubo plutonio?
 
Il rompicapo tossico delle scorie non lo risolveranno i reattori autofertilizzanti veloci
 
Riprendo da "greenreport" questa analisi inquietante sul riaffacciarsi dell'incubo plutonio come sbocco del rilancio dei programmi nucleari. Esamina la questione un recente rapporto dell'International Panel on Fissile Materials (IPFM), un centro di ricerca indipendente, che sulla base dell'esperienza passata, mette in guardia contro una tecnologia già fallita, antieconomica, rischiosa per la salute e gravida di pericoli di proliferazione.
Ci tornerò sopra.
[t.b., 22 febbraio 2010]
Dopo lo sdoganamento del nucleare da parte di Obama negli Usa è cominciata la discussioni su come smaltire le scorie delle centrali nucleari "Generation IV" e si spulciano alla ricerca di soluzioni anche i programmi di Russia, Gran Bretagna, Francia, India e Giappone.
Un nuovo rapporto dell'International Panel on Fissile Materials (IPFM) cerca di rispondere ad alcune domande del rompicapo che fino ad oggi nessuno è riuscito a risolvere: «Le preoccupazioni riguardo allo smaltimento inadeguato a lungo termine delle scorie dei reattori nucleari significano che è giunto il momento di impegnarsi per lo sviluppo di nuovi reattori autofertilizzanti veloci? Quali sono le preoccupazioni legate al costo, all'affidabilità, alla sicurezza ed alla proliferazione connesse ai reattori veloci?»
Per valutare il potenziale dei fast reactor, il rapporto IPFM prende in considerazione le esperienze, la storia e lo stato attuale dei programmi per i reattori veloci attualmente in funzione in Francia, India, Giappone, Unione Sovietica/Russia, Regno Unito e Stati Uniti.
«I reattori autofertilizzanti Plutonium-fueled[alimentati al plutonio] sembravano originariamente offrire un modo per evitare una possibile penuria dell'uranio necessario a sostenere una tale visione ambiziosa con altri tipi di reattori. Oggi, con maggiore attenzione sia ai reattori della "Generation IV" sia al nuovo Obama Administration panel ci si concentra sugli altri temi del ritrattamento delle scorie, l'interesse si è spostato intorno ai fast reactorcome un mezzo attraverso il quale sia possibile bypassare le preoccupazioni riguardo lo stoccaggio a lungo termine delle scorie nucleari».
Una missione che sembra impossibile anche all'IPFM, un gruppo di esperti internazionali indipendenti provenienti da Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Irlanda, Giappone, Messico, Corea del Sud, Olanda, Norvegia, Pakistan, Russia, Sudafrica, Svezia, Gran Bretagna ed Usa, fondato nel 2006, che si occupa di controllo delle armi atomiche e di non proliferazione nucleare. Il compito che si è dato l'IPFM è quello di analizzare le basi tecnica per iniziative politiche concrete e realizzabili per garantire, consolidare e ridurre le scorte di uranio e plutonio altamente arricchito, cioè dei materiali fissili che sono gli ingredienti principali delle armi nucleari, il cui controllo, come ci insegnano le vicende recenti di Iran e Corea del Nord, ma ancor più la storia del nucleare militare diventato civile, e poi del nucleare "civile" indiano, pakistano, israeliano... diventato militare, «è fondamentale per il disarmo nucleare, per arrestare la proliferazione delle armi nucleari, garantendo che i terroristi non si dotino di armi nucleari».
Secondo lo studio dell'IPFM i reattori autofertilizzanti veloci non possono risolvere il problema dello stoccaggio a lungo termine per i rifiuti nucleari: i problemi con questo tipo di reattori «Rendono difficile contestare il fatto che questi reattori sono costosi da costruire, complessi da gestire, suscettibili di arresti prolungati a causa di malfunzionamenti anche di minore importanza e difficile da riparare perché richiede molto tempo». Inoltre, i reattori autofertilizzanti veloci scontano enormi ritardi di costruzione, problemi di sicurezza multipli (come incendi di sodio, spesso catastrofici, innescati semplicemente dal contatto con l'ossigeno) e rischi di proliferazione irrisolti e sono già costati oltre 50 miliardi di dollari solo per spese di progettazone e sviluppo, di cui più di 10 miliardi di dollari ognuno per Usai, Giappone e Russia.
Il rapporto dell'IPFM sottolinea che «Eppure nessuna di queste iniziative ha prodotto da nessuna parte un reattore che sia anche solo vicino ad essere economicamente competitivo con i reattori ad acqua leggera. Dopo sei decenni e spese per l'equivalente di decine di miliardi di dollari, la promessa dei reattori autofertilizzanti rimane in gran parte insoddisfatta e gli sforzi per commercializzarli sono stati costantemente tagliati in molti paesi». Secondo il rapporto dell'IPFM «la razionalità di reattori autofertilizzanti non è più sana.
Per gli scienziati dell'Ipfm importanti problemi di sicurezza non sono risolti: «Il principale svantaggio del sodio è che reagisce violentemente con l'acqua e brucia se esposto all'aria. Gli steam generators[generatori di vapore], in cui il sodio liquido e acqua ad alta pressione sono separati da metallo sottile, hanno dimostrato di essere uno degli aspetti più problematici di reattori autofertilizzanti».
A rischio di fughe radioattive sono soprattutto le tubazioni. Una buona parte di questo tipo di reattori sono stati fermi per la maggior parte del tempo in cui avrebbero dovuto produrre energia elettrica. «Una parte importante del problema è stata la difficoltà di manutenzione e riparazione dell'hardware del reattore che è immerso nel sodio». La complessità delle varie operazioni deriva proprio dal fatto che l'aria non deve venire a contatto con il sodio, così le riparazioni all'interno del reattore sino più lunghe e complesse che nei reattori raffreddati ad acqua: «Durante le riparazioni, il combustibile deve essere rimosso – spiega l'IPFM – il sodio "scolato" e l'intero sistema lavato accuratamente per rimuovere residui di sodio senza causare un'esplosione. Tali preparati possono durare mesi o anni».
La soluzione dei reattori autofertilizzanti appare già come un'arma spuntata, visto che la maggior parte sono stati chiusi: «Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno abbandonato i loro programmi di sviluppo di breeder reactor, si legge nel rapporto, nonostante gli argomenti portati dal conglomerato nucleare francese Areva». L'IPFM fa l'elenco proprio dei fallimenti degli "esperimenti" francesi del nucleare di "ultima generazione" e scrive che «Il Phénix è stato disconnesso dalla rete nel marzo 2009 ed era prevista la sua chiusura definitiva entro la fine dello stesso anno. Il Superphénix, il primo breeder reactor al mondo di dimensioni commerciali, è stato abbandonato nel 1998 ed è in fase di smantellamento. Non c'è nessun follow-on breeder reactor [successione di reattori veloci] previsto in Francia nell'ultimo decennio».
 
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Il nucleare non conviene
Se ne rende conto anche il quotidiano della Confindustria
 

Alessandro Farulli su "greenreport" segnala con soddisfazione quel che ha scritto ieri "il Sole-24 ore", quotidiano di Confindustria, per la penna di Giliberto e Rendina: «L'energia atomica come quella progettata per il "rinascimento nucleare" in Italia
chiede investimenti decisamente impegnativi, non meno di 5 miliardi per ogni reattore, in cambio di uno sconto sui costi di produzione dell'elettricità capace di regalare a lungo termine un vantaggio che appare in via teorica piuttosto significativo».
 
Incertezza sui tempi e sui costi
«Ma ci sono – aggiungono – due variabili che, accanto ai parametri finanziari del capitale necessario, possono spostare molto la soglia di convenienza per un programma atomico che partisse da zero. Le variabili determinanti sono i tempi (la costruzione e la messa in marcia) e i prezzi del mercato elettrico quando la centrale futura potrà davvero andare a tutto vapore: le tecnologia concorrenti potrebbero essere più competitive. Commento unanime di tutti gli esperti: il vero nemico dell'energia nucleare è l'incertezza. La politica ondivaga italiana è più dannosa sui costi e sull'efficacia di un programma atomico più di tutti i ribellismi antinucleari».
Questi argomenti non sono una novità. A livello internazionale sono stati sollevati non solo dagli oppositori del nucleare, ma anche dai maggiori istituti finanziari, quelli che fanno i conti sulla convenienza degli investimenti. In questo blog ne abbiamo dato conto a suo tempo (Costi e rischi finanziari dell'energia nucleare, 14 febbraio 2010).
Osserva il giornalista di "greenreport": «E', dunque, l'incertezza – sui tempi appunto e sui costi – il nodo del nucleare italiano e pensare che nel nostro Paese si possa a breve bypassare questa situazione che è endemica di tutte le opere piccole o grandi nazionali è ai limiti dell'utopia. Si può, giustamente, obiettare che con questa scusa si dovrebbe allora abbandonare qualunque tipo di progetto importante, ma il punto non è questo. Il difetto del nostro governo nel voler promuovere questo ritorno al nucleare sta nel fatto che ci ha speso quel poco di politica industriale che ha portato avanti da quando ha vinto le elezioni, affiancando questo progetto all'altro altrettanto lungo, ambizioso e inutile che è il Ponte sullo Stretto».
 
Profitti ai privati, perdite allo Stato
E' del tutto verosimile ipotizzare che il nucleare non vedrà mai una seconda rinascita in Italia. Ma ciò non significa che – se si lascerà fare il governo e ai grandi interessi capitalistici – il paese non ne debba comunque pagare un prezzo salatissimo. Sia in termini di soldi sprecati in un'avventura senza futuro, sia in termini di mancato sviluppo di una politica alternativa al petrolio.
Osserva Farulli: «Se... lo Stato non ci metterà un euro, vorremmo capire quali sono o sarebbero i privati disposti ad investire in un progetto così zoppicante. Il governo si è premurato di stabilire per legge che chi investirà nel nucleare, se poi il progetto fallisse, sarà rimborsato e questa è una delle polpette avvelenate (tra le tante) che l'attuale maggioranza lascerà in eredità alla prossima».
 
Assenza di una strategia energetica
Altri dubbi si aggiungono, sollevati dallo stesso "Sole-24 ore": «Se poi a tutto questo si aggiungono le perplessità ... sul fatto che le zero emissioni di CO2 sempre sbandierate dai nuclearisti per giustificarne ambientalmente la necessità degli impianti non sono affatto zero (ma circa il 30% di una centrale a gas); che nel 2020 l'offerta di uranio sarà insufficiente per soddisfare la domanda delle centrali; e che ... sia sul piano tecnologico sia su quello della sicurezza ci sono ancora grandissimi punti interrogativi, si capisce insomma che siamo di fronte a un fallimento completo della politica ... industriale di questo Paese» (Farulli).
Purtroppo questo fallimento rischia di compromettere le possibilità di rapido sviluppo delle rinnovabili: da un lato si tagliano gli incentivi per il solare e il risparmio (la cui funzione è quella di incentivare una drastica riduzione dei costi delle nuove tecnologie mediante l'allargamento dell'offerta); dall'altro si è permesso l'inserimento della malavita organizzata nello sviluppo dell'eolico.
Le linee di fondo per una strategia energetica di transizione al "dopo-petrolio" (che richiede naturalmente alcuni decenni) sono chiare da tempo: 1) risparmio ed efficienza energetica, per stabilizzare e ridurre i fabbisogni; 2) sviluppo delle tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili (eolico, solare termico, solare termico-dinamico e fotovoltaico, geotermia, biomassa, ecc.) per sostituire le fonti fossili in via di esaurimento e impattanti sull'ambiente e sul clima; 3) riorganizzazione delle reti di distribuzione per connettere adeguatamente sul territorio "raccolta" diffusa e fabbisogni; 4) sviluppo dell'utilizzo del gas come "fonte di passaggio" nel periodo transitorio.
Per le sue caratteristiche di flessibilità, decentramento, progressività e modularità, questa è una strategia che può essere attivata con incentivi finanziari abbastanza contenuti (sicuramente più contenuti dell'enorme investimento di capitale iniziale richiesto dal nucleare) con risultati concreti immediati e progressivamente crescenti nel tempo; da un certo momento in avanti essa diventerebbe autosostenibile anche economicamente.
Ciò che è essenziale, invece, per la sua riuscita è il quadro normativo e lo sforzo consapevole per avviare la riconversione dell'edilizia, dei processi produttivi, della mobilità e per incentivare stili di vita individuali e collettivi ecocompatibili.
Ciò che rischia di costare davvero caro al Paese è l'insistenza su una strada già fallita (il nucleare) combinata con l'assenza di qualsiasi strategia energetica alternativa al petrolio.
[t.b., 9 settembre 2010]
 
 
 
 
 
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