Sinossi


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After Jenin  Jenny Morgan, 2002. 52 min. Riprese iniziate subito dopo che il campo profughi di Jenin fu distrutto dalle forze israeliane. E' acutamente ritratta la devastazione di un popolo disperato. Immagini importanti di una dura realtà - fosse di sepoltura di massa e cumuli di macerie, dove un tempo erano case, imprese e villaggi. Include le immagini di Nablus e di altre città della West Bank invase da Israele all'inizio del 2002. 
Al Nakba: La Catastrofe Palestinese del 1948 E' un film documentario di Benny Brunner e Alexandra Jansse. Racconta gli eventi accaduti intorno al 1948, anno dell'esodo palestinese. Girato nel 1996, dura 58 minuti. Basato sul libro “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949” di Benny Morris, è il primo film documentario nato per esaminare lo spostamento di 750.000 palestinesi durante la nascita dello stato di Israele. Riporta interviste a rifugiati palestinesi e le reazioni di soldati dell'Irgun e dell'Haganah che hanno assistito e partecipato agli eventi del 1948. Brunner considera il film un "momento di svolta" nella sua visione del sionismo dopo essere venuto a conoscenza di palestinesi che erano stati espulsi e del fatto che i leader arabi non avevano detto ai palestinesi di fuggire. Cominciò a chiedersi come ciò poteva essere accaduto. Ha poi deciso di trasformare il libro in un film come ha fatto con altri testi.  
Araba fenice il tuo nome è Gaza di Fulvio Grimaldi Il 18 gennaio 2009 cessano i bombardamenti su Gaza iniziati il 27 dicembre 2008 con l’operazione Piombo fuso. Ad un anno da quell’evento il primo esaustivo racconto del massacro di Gaza nel dicembre 2008/gennaio 2009 sullo sfondo di 60 anni di pulizia etnica israeliana, a partire dall’iniqua spartizione del 1948 della Palestina storica e della cacciata dei suoi abitanti. La Cisgiordania e Gaza sotto occupazione, l’indomabile resistenza palestinese l’Intifada, il conflitto tra una classe dirigente che si arrende e collabora con il nemico e chi è determinato a continuare la lotta di liberazione. Gli orrori dell’aggressione a gaza, la crisi del progetto israeliano e imperialista a Gaza e nel medio Oriente. Le voci delle vittime e dei combattenti. I riflessi nel mondo. Il simbolo della città martire è la fenice che risorge dalla sue ceneri.  
Arna's children 2003. 85'. Una pietra miliare, girato da Juliano Mer Khamis che è stato il direttore del Freedom Theatre di Jenin, e che fu ucciso 11 giorni prima della scomparsa di Vittorio Arrigoni. Nata in una famiglia sionista, Arna Mer sposa negli anni '50 il palestinese Saliba Khamis e attua un sistema educativo per quei bambini che vivono condizioni di vita drammatiche a causa dell'occupazione israeliana. Da vita con il figlio Juliano, a un gruppo teatrale per i piccoli abitanti di Jenin, per far loro esprimere paure e frustrazioni. Si parte da filmati tra il 1989 e il 1996 che mostrano il lavoro e le rappresentazioni del gruppo, per poi svelare cosa ne è stato di alcuni di loro. Yussef è morto da kamikaze nel 2001, Ashraf ha perso la vita nel corso di scontri armati con l'esercito israeliano. Alla ha guidato un gruppo di resistenza ed è deceduto nel 2003. Juliano, un tempo insegnante del gruppo teatrale, ricostruisce da un lato la straordinaria esperienza educativa della madre Arna, dall'altro tenta di seguire l'evoluzione dei piccoli da lui conosciuti ed amati. Lui stesso verrà ucciso da un commando non meglio identificato. PREMI RICEVUTI: Best Doc Feature Award, Tribeca Film Festival, New York – 2004/ Best First Documentary Feature, Canadian International Documentary Festival - 2004  
Asurot Palestina, 2001, 73', BetaCam - Naiwa, Nawal e Siham, tre vedove Palestinesi, vivono con i loro 11 figli in una casa a Shuhada Street, Hebron. La loro casa si trova al confine, la facciata è sotto l’occupazione israeliana e la parte posteriore è sotto l’autorità palestinese. Le tre donne, intrappolate nel mezzo, vivono in modo difficoltoso una situazione perversa: l’occupazione diventa un’abitudine, l’assurdo diventa un dato di fatto.  
Beirut Diares Verità, bugie e videotape. regia di Mai Masri Colore. Durata: 79’ . Libano 2005 . DVD in lingua araba, con sottotitoli in italiano. Dopo l’assassinio del Primo Ministro Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, centinaia di migliaia di persone di diverse appartenenze politiche e religiose si riuniscono per una manifestazione di protesta in Piazza dei Martiri, nel cuore di Beirut. Chiedono il ritiro delle truppe siriane e la piena indipendenza del Libano: è la cosiddetta Rivoluzione dei Cedri. Settecento giovani resteranno nella piazza per settantadue giorni. Ma di fronte ai contrasti tra fazioni diverse, le speranze per un futuro democratico per il Libano cederanno il passo alla disillusione.  
Bloody basil  di Elia Ghorbiah|Palestina, 2017|15’ (arabo, sottotitoli italiano) Il documentario racconta la situazione delle donne palestinesi che lavorano nelle #colonie #israeliane e sono sottoposte a continui, intollerabili abusi e umiliazioni, da quando il #regime d’#occupazione ha confiscato le terre ai contadini palestinesi e li ha costretti, per sopravvivere, a lavorare negli #insediamenti. Menzione speciale all'Al Ard Doc Film Festival 
Broken Dreams di Mohamed #Harb|Palestina, 2015-2016|53’ (arabo, sottotitoli inglese). Il film racconta la storia di Madeleine, una #ragazza #palestinese di 14 anni che, quando il padre viene gravemente ferito in un attacco della #marina #israeliana, ne prende coraggiosamente il posto nell’imbarcazione e accetta di cambiare radicalmente la propria vita. Madeleine diventa l’unico sostegno della famiglia e si afferma tra i #pescatori e la gente di Gaza per l’amore per il mare, la sua bravura e tenacia, nonostante la sua storia rappresenti una sfida agli usi e costumi della comunità. #Premio per il miglior film sulla #Palestina all'Al Ard Doc Film Festival 
Checkpoint (2003) di Shamir Yoav Girato nel corso di tre anni, tra il 2001 e il 2003, Checkpoint non tenta neppure di fornire analisi o spiegazioni, vuole semplicemente far percepire direttamente fino a che punto… Regista isrealiano. Inquieto, un po' timido, sempre attratto da nuovi stimoli suggeriti dall'ambiente e dall'epoca in cui viviamo, inglese fluente, Yoav Shamir, 33 anni, racconta la sua vita e il suo grande amore per il cinema, che, con Checkpoint, è diventato di "impegno politico e sociale". Laurea in storia e filosofia all'Università di Tel Aviv, e master in cinematografia, il giovane cineasta entra con profondità emotiva nelle questioni esistenziali, sociali e politiche che costituiscono i temi dei suoi documentari. Yoav, su cosa concentra maggiormente la sua attenzione? "Mi interessano i sentimenti, le emozioni della gente di cui parlo, israeliani, palestinesi o cubani (Cuba è stato il soggetto del mio primo documentario). Cerco di capire come certe situazioni condizionino i rapporti umani e l'esistenza di intere popolazioni, come nel caso del conflitto israelo-palestinese". In un'intervista pubblicata l'anno scorso su Dox lei aveva dichiarato di non essere una persona politicamente impegnata, di non andare alle manifestazioni. è ancora vero? "Ora che Checkpoint è uscito mi sono ritrovato, senza volerlo, politicamente coinvolto. Non ne posso fare a meno: è un film politico". Il suo è un documentario completamente girato tra i 200 posti di blocco israeliani nei territori palestinesi. Denuncia la dura condizione di oppressione in cui vive la popolazione araba, ma anche il degrado umano e sociale dei giovani militari israeliani, costretti a obbedire a ordini di cui non comprendono la portata. è un'opera di notevole durezza, che non concede sconti. Perché, come israeliano, ha deciso di realizzarla? "Volevo rendere visibile agli israeliani ciò che sta quotidianamente accadendo nei Territori palestinesi occupati, cosa ciò significhi per loro e per noi. Mi interessava far emergere le implicazioni psicologiche dell'occupazione. Tra le difficoltà incontrate nella realizzazione di questo film c'è stata anche l'iniziale incomprensione dei miei genitori: provenendo da famiglie di militari, non riuscivano a comprenderlo, ad accettarlo. Ora è diverso: hanno finalmente imparato ad apprezzarlo". Che cosa significa per gli israeliani far vivere un popolo sotto occupazione? “È ciò che sta accadendo dal 1967: la nostra società è diventata più aggressiva, più brutale, al suo interno prima di tutto. In questi ultimi anni è stata pubblicata una ricerca che denuncia un aumento della violenza tra la popolazione israeliana. Violenza "civile", dunque. C'è infatti una interconnessione tra la politica di occupazione e il peggioramento dei rapporti interpersonali nella nostra società: il primo aspetto inevitabilmente sta influenzando il secondo. Una società sana non può far finta che la violenza esterna non condizioni, in negativo, i comportamenti all'interno della società stessa. Questo vale anche per la popolazione palestinese, che è diventata molto militarizzata; anche i giochi tra bambini imitano situazioni di aggressività. Siamo di fronte a due popoli che si stanno auto-distruggendo". In Checkpoint lo spettatore non assiste a scene di violenza fisica, ma è molto presente la violenza psicologica. Perchè ha scelto di cogliere questo aspetto piuttosto che l'altro? “È vero, c'è molta violenza mentale, psicologica. Ho focalizzato le mie riprese solo nei microcosmi dei checkpoint, e non su ciò che accade per le strade. Ho sostato per ore, per mesi, tra il 2001 e il 2003 ai posti di blocco, e ho registrato ciò che vedevo: al 99 per cento si è trattato di violenza psicologica. La violenza fisica è minima, nella maggior parte dei casi assistiamo a scene come quella del soldato che proibisce alla mamma di portare il figlio dal medico, dall'altra parte del checkpoint". Lo spettatore non può non provare empatia nei confronti dei palestinesi: avverte il loro dolore, la rabbia per le ingiustizie subite. Il suo, dunque, è un film di parte? "Ho cercato di cogliere differenti punti di vista: talvolta quello dei palestinesi, talvolta quello dei soldati israeliani. Ho cercato di fare un film in cui venisse ritratto come vittima non solo il palestinese, ma anche il giovane militare. E la complessità di una situazione in cui tutti soffrono". Ma la sofferenza dei palestinesi emerge in modo più evidente... "Certo, perché loro sono le vittime. Anche se la verità non è solo bianca o nera: anche i soldati ai posti di blocco possono essere considerati delle vittime a causa della difficile situazione in cui si trovano. Talvolta possono sembrare delle "marionette" che eseguono ordini provenienti dall'alto. Sono molto giovani e spesso con poca consapevolezza del proprio ruolo. Forse per questo il film viene proiettato anche nelle caserme israeliane...". Qual è il suo obiettivo: farli riflettere e cambiare atteggiamento nei confronti della popolazione palestinese? "Non so in realtà perché l'esercito abbia deciso di proiettare il mio documentario. Forse perché, quando fai il soldato ad un posto di blocco non hai la possibilità di vedere la situazione con obiettività, dall'esterno. Ecco, allora, che questo film può aiutare a fare un passo indietro e a guardare in modo più oggettivo. Molti fra gli alti livelli dell'esercito non sanno ciò che avviene ai checkpoint: qualcuno l'ha scoperto recandovisi in incognita ed è rimasto attonito". Come vede il futuro? "Qualche volta sono ottimista, qualche altra pessimista. Dipende. Penso che la soluzione è così semplice. Il grande problema è la de-umanizzazione dell'altro, del nemico, che non viene più percepito come essere umano. La società palestinese è molto scolarizzata, evoluta. Credo ci possano essere tanti punti di contatto, di dialogo. Le ferite possono rimarginarsi anche se profonde. Un'altra questione è: due stati per due popoli, o uno stato per due popoli? Personalmente preferirei la seconda ipotesi. Altrimenti sarebbe come creare un ghetto ebraico in territorio arabo. Israele potrebbe invece assimilarsi nell'area: il 60 per cento degli israeliani ha radici arabe, viene, cioè, dal Marocco, dall'Iraq, dallo Yemen, ecc. La maggior parte è cresciuta in questi ambienti misti, parla l'arabo. Gli altri, quelli che arrivano dall'Europa o dall'America, in maggioranza sono di sinistra. Dunque, la soluzione potrebbe essere molto più semplice di quanto si pensi". Se è così semplice, perché non è stata ancora trovata? "Molti ci provano. è che tanti israeliani vedono i paesi arabi come un'unica entità: l'idea del panarabismo è ancora molto presente in Israele e anche quella di essere una piccola nazione circondata da nemici. La gente non sa che tra uno stato arabo e l'altro ci possono essere differenze e addirittura conflittualità. L'altro problema è la mancanza di democrazia nelle società arabe. Gli israeliani dicono: "Noi siamo democratici, secolarizzati, non vogliamo trovarci a convivere con situazioni dove manca la libertà". Un altro ostacolo è la crescente islamizzazione della società palestinese". Se i palestinesi potessero lavorare e i ragazzi andare a scuola, forse la situazione cambierebbe. "Certo. Ma siamo dentro un circolo vizioso. Basterebbe, tuttavia, risalire alla storia degli anni '50 e '60 per capire quante e quali responsabilità, e interessi, l'Occidente ha nei confronti del Medio Oriente, della cui situazione ora sembra essersi lavato le mani. Ha manipolato, colonizzato, creato strategie e alleanze. E ora parla di pace: ma chi ha acceso per primo il fiammifero in questa polveriera?". Yoav ha un sogno: far in modo che non esistano più i checkpoint, che l'esercito israeliano lasci i territori palestinesi, che occupazione e guerra abbiano termine e che palestinesi e israeliani possano vivere in pace in un unico Stato. "Ciò che mi dà più gioia è quando i sostenitori della destra israeliana raccontano che il mio film ha cambiato il loro modo di vedere il conflitto con i palestinesi. Questo è già un grande risultato". 
Chidren of Chatila di Mai Masri Libano 1998, 50’, col. 35 mm La regista racconta la storia dell’esilio palestinese attraverso le esperienze personali di farah, di 11 anni, ed issa, di 12 anni, due bambine del campo di chatila. Il film cattura aspetti delle loro vite ed esprime la prospettiva di una nuova generazione palestinese, attraverso ciò che le bambine stesse hanno girato con la videocamera loro affidata. Il campo di chatila divenne tristemente noto dopo l’orribile massacro del 1982, che sconvolse l’opinione pubblica internazionale. Situato nella "cintura della miseria" di Beirut, il campo ospita oltre 15.000 palestinesi e libanesi che condividono un’esperienza comune di sradicamento, disoccupazione e povertà. Cinquanta anni dopo l’esilio dei loro avi dalla palestina, i bambini del campo di chatila cercano di accettare la traumatica realtà di essere rifugiati in un campo sopravvissuto a massacri, assedi e fame. I bambini esprimono la vita di tutti i giorni e la loro storia attraverso personali immagini, girate direttamente da loro con una videocamera digitale. La storia del campo emerge dal racconto di farah ed issa, che riflette insieme i sentimenti e le speranze della loro generazione. Premio per la migliore regia all’arab screen film festival di Londra nel 1999. Il film è stato anche trasmesso in tv in Inghilterra e in altri paesi di tutto il mondo.  
Da quando te ne sei andato Mohammad Bakri, Palestina, 2005, 58′, Digital Beta - Mohamed Bakri visita la tomba del suo maestro, il trapassato Emil Habibi, uno scrittore e politico palestinese, ricostruendo i dieci anni trascorsi dalla sua morte per raccontarglieli. Sullo sfondo le rivolte dell’ottobre 2000, l’Intifada palestinese, anni di massacri, lutti, soprusi, eccidi, calunnie e convivenza con la vergogna di non essere riusciti a insegnare la tolleranza, la convivenza e il rispetto nemmeno ai propri familiari e con un senso di sconfitta e di solitudine. Quello che dal film di Bakri traspare è la sensazione di abbandono senza ricette, di mancanza di maestri e padri, di esempi, di indicazioni di strade da seguire, di prassi da contrapporre al fascismo, al cieco militarismo e al fanatismo: al festival queste risposte non c’erano… forse nemmeno nel film palestinese, ma almeno si poneva il problema di cercarle. Due eventi cambiano il corso della sua vita: l’attacco a Meron nel quale due dei suoi nipoti furono attaccati e condannati per aver aiutato gli attentatori; e la produzione e la proiezione del suo film Jenin, Jenin. 
Documentari televisivi # VANGUARD.CURRENT.COM: 1. Gaza/piombo fuso 2. Diritto all'infanzia 3. Diritto all'informazione 4. Diritti civili 5. Permessi per uscire da Gaza - 40 min. # VANGUARD.CURRENT.COM: Gerusalemme sotto assedio - 42 min. # BBC: La nascita di Israele - 59 min. # RAI NEWS 24: Campi profughi - 16 min. 
Donne in lotta di Buthina Canaan Khoury - Palestina, 2004, 56”, a colori, arabo, sottotitolato. Il film presenta la rara testimonianza di quattro donne palestinesi ex-detenute che raccontano la loro esperienza durante gli anni di prigionia nelle carceri israeliane e l'effetto che questi hanno avuto sulla loro vita attuale e per la prospettiva futura. Raccontano la loro vita come sorelle, mogli e madri, e come poi ognuna di loro divenne parte attiva nella lotta nazionale per l'indipendenza palestinese. I loro "crimini" sono però notevolmente diversi-: una donna è stata arrestata durante una protesta pacifica, mentre un'altra è stata arrestata per la partecipazione ad un attentato. I loro ricordi dolorosi forniscono una prospettiva personale affascinante sulle motivazioni alla partecipazione politica, rivelano le loro lotte in carcere, e descrivono le difficoltà che hanno dovuto affrontare per reinserirsi nella vita della società palestinese. Anche se le donne ora sono libere, continuano a sentirsi prigioniere del clima dell'Intifada, della "guerra al terrore" e del muro di "sicurezza" recentemmente costruito. Con le storie delle terribili torture subite durante la detenzione israeliana, il film porta in primo piano lo scottante problema della violazione dei diritti umani nelle carceri, e le sue implicazioni specifiche per le donne detenute. Tempestive e difficili domande: che cosa porta un individuo ad essere politicizzato? Sono persone nate per combattere o sono le circostanze che le costringono a farlo? Senza voce narrante, DONNE IN LOTTA non classifica i soggetti come eroi o criminali, ma lascia che le voci delle donne da sole aggiungano un ulteriore livello al complesso discorso su Israele. AWARDS: MWA Excellence in Media Award-Ismaelia Film Fest, Hussam Ali Award& Jury Mention-Netherlands Social Forum-Docudays, Lebanon-Arab Film Festival, Germany-Dubai Aljazeera Film Festival, Qatar-Dubai Film Festival-Cinema e Donne, Florence-Canada Palestine Film Festival-San Diego Women Film Foundation 
Dream fragments di Bahïa #Bencheikh-El-Fegoun|Algeria, 2017|75’ (arabo, francese, sottotitoli italiano). Un viaggio di ritorno in #Algeria lascia affiorare frammenti di sogni e mette insieme le testimonianze di cittadini che hanno perso ogni speranza: “Ho lasciato il mio Paese, dopo che i suoi dirigenti mi hanno umiliato e hanno chiuso le porte ai mie sogni e alle mie speranze” (Tarek); “La situazione del Paese mi rattrista. Purtroppo abbiamo distrutto capacità, bellezza e coscienza. Penso che la situazione sia più che impossibile” (Adel), “Non ci sono modi per vivere. Solo mezzi per suicidarsi… e sono tanti. Puoi morire nel modo che preferisci, ma vivere… non c’è modo di vivere…” (Tahar). Premio Al Ard come miglior documentario all'Al Ard Doc Film Festival 
Five broken cameras di Emad Burnat e Guy Davidi, 94'. 2011. Vincitore del Sundance Festival di Robert Redford, la pellicola racconta la crescita del figlio del primo ai tempi del muro voluto da Ariel Sharon. Con cinque telecamere, tante quante l'esercito israeliano gli ha rotto. Los Angeles e l’opulenza di Hollywood non hanno nulla a che vedere con il povero e angusto villaggio cisgiordano di Bili’n, ulteriormente rimpicciolito dalla costruzione del muro israeliano, che lo spacca in due. Eppure Emad Burnat, regista di 5 broken cameras, primo documentario palestinese candidato a un Oscar, non appena atterrato a Los Angeles con la moglie e il figlio maggiore, si è sentito “a casa”. Gli agenti addetti al controllo dei passaporti non hanno creduto alla motivazione della sua visita, nonostante il foglio d’invito dell’accademia per partecipare alle premiazioni, e lo hanno rinchiuso con la famiglia nella camera di sicurezza dell’aeroporto, nell’attesa del primo volo utile per Israele. “Sono abituato purtroppo a queste situazioni – ha spiegato il regista una volta rilasciato – alla lotta quotidiana per avere un minimo di diritti. L’occupazione israeliana non si limita a toglierci le terre, a distruggerci la casa, a mettere barriere e posti di blocco ovunque ma ci strangola attraverso la macchina burocratica. Ci vogliono permessi e contro-permessi per fare qualsiasi cosa”. Mentre si trovava rinchiuso, Burnat ha postato un tweet e mandato un sms al suo collega-amico ben più noto, Michael Moore, che ha subito chiamato i legali dell’accademia per chiedere di intervenire. “Il problema è che qui nessuno ritiene verosimile che un palestinese possa essere candidato a un Oscar ”, ha risposto Moore. Burnat non aveva mai pensato di fare il regista. Avrebbe invece voluto continuare a lavorare il piccolo appezzamento di terreno della sua famiglia ma la costruzione del muro decisa nel 2005 dall’ex premier israeliano Ariel Sharon, ha scombinato tutti i suoi piani: il suo terreno è stato confiscato assieme agli uliveti e vigne della maggior parte dei suoi concittadini. Da allora ogni venerdì a Bili’n si tengono manifestazione pacifiche di protesta a ridosso del muro che spesso finiscono in tragedia per la reazione dei soldati israeliani. Fu proprio dopo l’uccisione di un amico, colpito in pieno petto da un lacrimogeno, che il giovane contadino decise di utilizzare la piccola telecamera, acquistata allo scopo di filmare la crescita dei suoi figli per denunciare la violenza nei confronti dei suoi concittadini. Ma i soldati e i coloni non appena si accorgevano di essere ripresi, gli rompevano la telecamera. Un fatto accaduto ben cinque volte: da qui il titolo del documentario. Che porta la firma anche di Guy Davidi, un filmaker attivista israeliano, diventato amico di Burnat durante i mesi in cui si era trasferito a Bili’n per documentare gli effetti perversi dell’occupazione. Davidi ha smistato il materiale, che include anche momenti di vita familiare del regista, e deciso come montarlo. World Cinema Directing Award at the Sundance Film Festival in 2012. / Special Broadcaster IDFA Audience Award and the Special Jury Award at the International Documentary Film Festival Amsterdam in 2011. / Golden Apricot at the 2012 Yerevan International Film Festival, Armenia, for Best Documentary Film. / Nominated for Best Documentary Feature in the 85th Academy Awards.  
Gaza-strophe di Samir Abdallah e Kheridine Mabrouk. Palestina - 2011 Gaza dopo la guerra del 2008. I realizzatori hanno girato in diverse località della Striscia di Gaza dopo la guerra di Israele nel dicembre 2008. Lo stato delle cose è impressionante. Ovunque, case sventrate, tracce di sangue, storie di atrocità, popolazioni traumatizzate, confermando quanto avevano già mostrato tanti reportage. Quello che colpisce è la dignità delle persone filmate: la sofferenza, la rabbia, le discussioni ma mai odio, diatriba vendicativa o anti-semita. Gaza-strophe è un documento impressionante sul passo in cui i leader israeliani hanno superato ogni limite della follia militare e della stupidità politica. Molto bello, con molti passi di “Stato d'assedio” di Mahmoud Darwish. 
Girafada Di Rani Massalha. 85'. 2013. Yacine è il veterinario di uno zoo di Qalqilya, cittadina palestinese a ridosso della West Bank. Vive da solo con il figlio Ziad, un ragazzino che adora gli animali, soprattutto le due giraffe dello zoo, Rita e Brownie. Quando Brownie cade vittima di un bombardamento Rita smette di nutrirsi, e Yacine e Ziad devono inventarsi un modo di procurarle un nuovo compagno. Ma entrare e uscire dalla zona controllata dai soldati israeliani è assai difficile, figuriamoci insieme a una giraffa. E l'aiuto di una giornalista francese, Laura, verso cui Yacine prova evidente attrazione, potrebbe non bastare. Girafada, liberamente ispirato ad eventi realmente accaduti nel 2002 a Qalqilya, racconta una situazione di cattività, quella degli animali dello zoo, come specchio della situazione in cui vivono i palestinesi dei territori occupati. Il muro che li separa dai coloni israeliani è coperto di scritte che sono grida di aiuto (in inglese e francese: dunque dirette alla comunità internazionale) e di murales che raffigurano le violenze continue nella zona. I coprifuochi, i controlli, i bombardamenti rendono la quotidianità quasi invivibile e fortemente surreale. E quale animale può rivelarsi simbolo migliore di questa assurdità di una giraffa, con il suo collo sproporzionato e il suo incedere goffo? Facendo riferimento anche a un episodio storico ripreso dal cinema recente con Zarafa, Giraffada utilizza l'animale "nato da un cammello e da un leopardo" come testimone del desiderio del popolo palestinese di sollevare lo sguardo oltre i muri e le ottusità degli uomini. Rani Massalha, regista nato in Francia da padre palestinese e madre egiziana, assembla un cast composto da due ottimi attori, Saleh Bakri, già visto in Salvo, e suo padre Mohammed Bakri, già protagonista di Private, assegnando anche un cameo a Roschdy Zem, l'attore feticcio di Rachid Bouchareb, di cui Massalha è stato aiuto regista e di cui condivide, oltre all'indignazione, un certo manicheismo che gli fa mostrare tutti gli israeliani come senza cuore (o senza cervello). Nella sua costruzione semplice (e talvolta semplicistica) Giraffada ricrea efficacemente il clima di oppressione nei territori occupati e racconta con tenerezza il "potere magico" di un ragazzino che non si rassegna allo stato delle cose ma continua a sperare (e pregare, al contrario del padre che "non va più alla moschea") in un miracolo. Giraffada è un film sul diritto di vivere senza essere considerati "un accidente della natura" e senza rassegnarsi all'idea di "non contare niente per il mondo", costretti ad uno stato perpetuo di emergenza. In Concorso 2014 -2015 David di Donatello  
Good times di Alessandro Cassigoli - Dalia Castel Abu Dis è un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Nel 2002 il governo israeliano decise di costruirvi un muro che dividesse il villaggio in due parti, una delle quali divenne territorio israeliano. Pensato per bloccare i terroristi, il muro non tiene conto di coloro che vivono da una parte e lavorano dall’altra e, fallito lo scopo di impedire gli attentati, è rimasto un insormontabile ostacolo per gli spostamenti quotidiani. “Insormontabile” con i suoi due metri scarsi di altezza? Niente che una persona atletica non possa superare, e i bambini passano attraverso le fessure, e le donne possono salire sulle pietre per facilitare l’arrampicata. I negozianti della zona hanno fatto amicizia con i soldati di guardia e con alcuni di loro si riesce anche a scherzare. Però a volte ti lasciano scavalcare, altre no… Dichiarazione dei registi: Crediamo che troppo spesso il conflitto israeliano-palestinese sia narrato in maniera superficiale e sensazionalista: abbiamo così deciso di non spostarci alla ricerca dell’evento ma piuttosto di scegliere un luogo particolare e di filmare, per un mese e mezzo, la vita in quel determinato spazio. Così un particolare crocevia nel centro di Abu Dis è diventato il nostro set e un benzinaio, un venditore di caffé ed una donna israeliana i nostri protagonisti. Una storia molto piccola di gente comune è diventata giorno dopo giorno sempre più grande ed importante, dalla totale confusione iniziale sono via via arrivate delle risposte fino a che in un freddo mattino di Dicembre la storia con la “S” maiuscola ha fatto la sua comparsa al crocevia di Abu Dis… Italia - 2004 - 31' - DVD - Gotanda Film  
Home di #Berber Verpoest|belgio, 2017|23’ (inglese, arabo, sottotitoli italiano). Le tragiche conseguenze che segnano la vita delle vittime delle demolizioni delle case sono ben evidenziate. Il film, nonostante il tema, non perde in equilibrio narrativo e delicatezza, ma mette in evidenza l’equilibrio, la costanza e la capacità di resistere dei protagonisti. Come è la vita in una città occupata? Tutti affrontano le stesse #barriere ma le prospettive possono essere diverse, a seconda del posto dal quale si proviene e delle proprie ambizioni. Il film racconta la storia di tre giovani palestinesi, Nysrin, Muna e Nayef, che vivono a #GerusalemmeEst e cercano di costruire il proprio futuro, ognuno a suo modo. #premiomigliorregistaemergente all'al ard doc film festival 
Il compleanno di Laila Rashid Masharawi. 70 min. Palestina / Tunisia / Olanda – 2008. Abu Laila è un funzionario ma per vivere fa il taxista. E' un uomo qualsiasi, ordinario, preciso, diligente, quasi maniacale nei suoi rituali. Il giorno del compleanno della figlia le promette di festeggiarla al suo ritorno a casa. Nel corso della giornata si scontra con tutti i paradossi possibili della società palestinese: l'incapacità della politica di farsi carico dei problemi della gente, la polizia, il sistema giudiziario, gli attacchi israeliani. Mentre intorno a lui si scatena il finimondo, egli è determinato a trovare un regalo per la figlia e non demorde. Cerca a tutti i costi una normalità… Premi: MedFilm Festival, Roma 2008 (Premio Miglior Film); Festival di Cartagine 2008 (Tanit d'Argento e Premio Miglior Attore), Middle East International Film Festival 2008 (Best Artistic Contribution), Festival International du Film d'Amiens 2008 (Premio Amiens Métropole), Cairo International Film Festival (Premio Miglior Film Arabo e Miglior Sceneggiatura)  
Il figlio dell'altra Le Fils de l'Autre. di Lorraine Lévy. 105' - Francia 2012. - Joseph è un ragazzo israeliano di Tel Aviv, dove vive con suo padre, un ufficiale, e sua madre, dottoressa. Durante la visita per la leva militare scopre di non essere figlio biologico dei suoi genitori. Scopre che Yacine, che vive in Palestina nei territori occupati della Cisgiordania, è in realtà figlio dei suoi genitori e risulta essere stato scambiato con lui alla nascita. La scoperta getta nel panico le due famiglie, culturalmente molto distanti, e le "questioni politiche" superano il buon senso: i due padri finiscono per scontrarsi per il dolore che i rispettivi popoli stanno soffrendo. I due ragazzi invece provano a domandarsi alcune cose sulla loro identità e sul loro destino. Dopo un primo periodo, i loro incontri si faranno più frequenti, iniziando ad invadere rispettivamente l'uno la famiglia dell'altro, pensando alla vita che ipoteticamente avrebbero potuto vivere. 
Il Giardino dei Limoni Riklis Eran Israele/Germania/Francia 2008 CAST: Hiam Abbass (Salma), Ali Suliman (Ziad), Doron Tavory (Ministro Navon). Il Ministro degli Interni Israeliano si trasferisce sul confine con la Cisgiordania e, per i cosiddetti motivi di sicurezza, vuole abbattere gli alberi di limoni nel giardino di una donna palestinese. La donna, Salma, però si ribella opponendo una strenua resistenza e ingaggiando una battaglia legale. Una bega di vicinato che per cecità politica ed incapacità d’ascolto per l’altrui sofferenza assurge a simbolo universale della vicenda mediorientale. Pregiudizio, cultura del sospetto, diritti calpestati,terra di tradizione sottratta, vana speranza di sopravvivenza. Salma è una vedova palestinese, vive nella sua casa di famiglia da sempre, devota al giardino di limoni che per anni ha coltivato assieme al padre. Il suo piccolo appezzamento… 
Il regno delle donne di Dahna Abourahme - Libano 2010 - Documentario: Arabo, Italiano, 54' - La storia delle donne del campo profughi di Ein El Hilweh in Libano, tra il 1982 e il 1984. Un importante capitolo nella storia delle donne palestinesi profughe in Libano. In seguito all’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982 infatti, il campo profughi venne distrutto, molti furono massacrati e tutti gli uomini imprigionati. Premiato al Festival Al Ard, di cinema palestinese, a Cagliari nel 2013, come “Miglior opera sulla Palestina”: (…)”Uno dei primi film in cui le donne non solo ricostruiscono un campo, ma ricostruiscono la Palestina. Questa capacità di ricostruire e non arrendersi è simbolo tipico della resistenza palestinese.” 
Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman. Gran Bretagna / Italia / Belgio / Francia. 2009. 109'. Elia Suleiman non è un regista molto prolifico. Eppure i suoi lavori sono tra i più significativi per capire cosa è ed è stata l’occupazione della Palestina da parte di Israele. Dopo l’ottimo Intervento divino, del 2002, Elia Suleiman ritorna con Il tempo che ci rimane, presentato in concorso a Cannes l’anno scorso. Si tratta di un’opera complessa e lieve al tempo stesso. Profonda e arguta. Dietro al sorriso si cela la disperazione ma non il rancore. Come suo solito, Elia Suleiman è il protagonista del film. Osserviamo le cose attraverso il suo sguardo, eppure non c’è manipolazione alcuna. Il regista non ci tira per i capelli dalla sua parte e non pietisce la nostra commozione. Suleiman, pur calato inestricabilmente nella materia delle relazioni che costituiscono la realtà politica e militare dell’occupazione, non cede all’invettiva, non cede allo slogan. Il tempo che ci rimane è uno stupefacente esempio di film-saggio. Una di quelle rarissime opere in cui la politica diventa filosofia, in cui ciò che conta è il pensiero. Non a caso Suleiman nel corso degli anni ha intessuto un dialogo profondo fatto di amicizia e lavoro con Amos Gitai, regista israeliano da sempre critico nei confronti della politica del suo paese riguardante la situazione palestinese. Il tempo che ci rimane inizia con Elia Suleiman che ritorna a casa per rivedere la madre che sta per morire. All’aeroporto monta su un tassì israeliano. In lontananza nuvole nerissime gravide di pioggia si gonfiano minacciose. Suleiman si lascia andare al ricordo. E rivede l’occupazione di Nazareth da parte delle forze armate israeliane. Rivive il trauma prodotto da quella violenza che si manifesta in una sorta di immobilismo fatalista, come se l’occupazione avesse congelato il tempo. Non si parla molto nel film di Suleiman. Lo sguardo attonito e fisso del regista buca lo schermo. La memoria è vissuta sempre in prima persona singolare e al presente indicativo. Non si dimentica, non si procede. Fissi nel tempo. Ci vorrebbe appunto un intervento divino per andare oltre. Per sbloccare la condizione di stallo. Si ride molto nel film di Suleiman. Si ride amaro, ma si ride. Elia Suleiman è probabilmente il più raffinato umorista del cinema contemporaneo insieme a Otar Iosseliani e Manoel de Oliveira. Il regista costruisce le sue geniali gag con una sapienza icastica degna di Buster Keaton. Nella precisione con la quale delimita lo spazio dell’inquadratura per dare vita all’effetto comico è possibile rintracciare la genialità architetturale di Stan Laurel e la svagatezza lunare di Jacques Tati. Suleiman non si dimentica mai che sta facendo del cinema e i risultati sono sublimi. Osservare Il tempo che ci rimane è ripercorrere nello spazio di un unico film lo spettro temporale che dal cinema muto s’estende sino al modernismo radicale della post-nouvelle vague. Dal cinema classico caratterizzato da un découpage invisibile al cinema del montaggio proibito. Suleiman riesce con una sola inquadratura a collegare, con un’arguzia a tratti addirittura godardiana, le comiche del muto con il pensiero di André Bazin. Film dal nitore etico insostenibile, Il tempo che ci rimane trasforma la propria frustrazione e la propria rabbia in un discorso cinematografico. Cosa tanto più ammirevole e sconvolgente in quanto il film è anche la storia della famiglia del regista segnata letteralmente a fuoco dall’invasione israeliana. Suleiman reca nella propria carne i segni dell’invasione eppure non rinuncia al lusso del cinema. Non rinuncia al lusso di pensare, non rinuncia al lusso della resistenza. Il tempo che ci rimane è sin d’ora uno dei film più importanti della stagione cinematografica. Un film il cui titolo rischia di essere addirittura profetico alla luce degli ultimi eventi che vedono protagonista il governo militarizzato di Israele. Il tempo che ci rimane è la cronaca del tempo che ci è stato rubato. Ed è proprio alla luce della violenza che la serena (per quanto sofferta) lucidità di Elia Suleiman si offre come il più indispensabile strumento di lotta politica ipotizzabile per vivere il tempo che ci rimane. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2009 e al Toronto International Film Festival. Ha vinto il Gran premio della giuria all'Asia Pacific Screen Awards del 2009, mentre a Suleiman è stato consegnato il premio per la migliore regia al 24º Festival internacional de cine de Mar del Plata.  
Intervento divino. Cronaca d'amore e di dolore  di Elia Suleiman 92 minuti, Palestina, 2002 - con Elia Suleiman, Amer Daher, Jamel Daher, Naeif Daher, George Ibrahim - (in arabo: Yadon ilaheyyaيد إلهية) vincitore del Premio della giuria al 55° Festival di Cannes. 92' Il film, nel quale Suleiman veste anche i panni del protagonista E.S., racconta, con uno stile assai personale, la storia d'amore tra un palestinese di Gerusalemme e una connazionale di Ramallah, sullo sfondo della paradossale condizione dei territori occupati, schizzata con spietata ironia e humor provocatorio. Genere Grottesco Nella Nazaret di oggi, dove la tensione tra Ebrei e arabi israeliani è giunta al limite della sopportazione, vive ES (nome altamente freudiano, ma sono anche le iniziali del regista). Egli abita in una casa modesta con i genitori (il padre è meccanico, la madre casalinga), e ha una bellissima ragazza di Ramallah. L'uomo si divide tra l'amore e la necessità di accudire suo padre. I due innamorati, a causa della occupazione militare israeliana, si possono vedere solamente nel parcheggio adiacente il check point che divide le due città. Grottesca commedia costruita cucendo insieme rapidi schizzi con il filo di una comicità di situazione che ricorda Keaton e Tati, il film si divide tra realtà e utopia. Sorprendente, militante e antimilitarista, apertamente comico, sfrenatamente utopico, amaramente realista. 
IZKOR. Gli schiavi della memoria di Eyal Sivan 1990. Il militarismo in questo film non è presente se non come incombente presenza a cui tutto si riconduce, il vero protagonista è il pensiero unico pervasivo di tutta la società che si crea non solo con il controllo dell'informazione come nel resto del mondo occidentale, ma soprattutto con il sistema educativo, fondato sulla retorica della Shoa (attenzione: non sulla Shoa, ma sulla sua retorica). Come racconta Aaron Shabtai, poeta ebreo israeliano, costretto a recitare le sue poesie sugli scalini di Palazzo Nuovo, perché il governo israeliano non giudicò interessante invitarlo alla Fiera di Torino (come è avvenuto a molti altri scrittori di passaporto israeliano - ebrei o arabi, indiscriminatamente: era richiesta una adesione alla politica del governo israeliano... un po' come negli anni trenta l'iscrizione di tutti gli insegnanti al Partito nazionale fascista) - infatti era direttamente il governo straniero a indicare quali intellettuali potessero e dovessero venire invitati -, ma nemmeno il rettore di Lettere concesse l'aula che munificamente invece a Scienze politiche si è trovata per ospitarlo. Shabtai dice che "la Shoa ha creato una falsa identità: uno strumento ideologico che legittima il terrorismo di Stato", che lui aborre sia come terrorismo, sia come Stato, essendo un cittadino del mondo che rifiuta ogni nazionalismo, eliminando alla radice ogni discussione su quantità di stati e popoli che dovrebbero controllare un territorio abitato da persone. "Permettendo di commettere qualsiasi crimine - prosegue Shabtai - banalizza così la Shoa stessa: crea una specie di Ghostland senza moralità e solidarietà". Praticamente la stessa sensazione che si prova ad assistere alla sequenza di Izkor in cui si alzano gli ululati delle sirene che "ricordano a Israele" l'olocausto, una potente retorica inscenata sul vuoto di analisi che nasconde.  
Jaffa. La mécanique de l'orange di Eyal Sivan documentario | 2009 | 88 min La storia della Palestina e di Israele si fonda sulla rappresentazione, immagini e luoghi comuni. Tra tutti questi simboli veicolati e ammessi, solo uno è comune ad entrambe: l'arancia. Raccontare la storia delle arance di Jaffa, significa raccontare la storia di questa terra attraverso una storia ricca e commovente. Jaffa non è che un modo per ricordare. È prima di tutto il far affiorare il passato attraverso la malinconia del presente. Le arance di Jaffa hanno molto da raccontarci. E quello che ci dicono è bello e triste. Bello, perché attraverso la ricerca di archivio che risale alla nascita del cinema, molte mitologie, arabe ed ebree, si intersecano, e ciò che è troppo spesso trascurato, si accordano all'unisono. Triste, perché l'avventura coloniale sionista era basata sulla rimozione dell'arancia, del suo odore, del frutto di una terra, per diventare nient'altro che un prodotto di esportazione. In Jaffa, la meccanica dell'arancia, si incrociano la poesia, la pittura, il cinema, i lavoratori degli agrumi e gli storici, la memoria e il presente. Perché senza l'arancia, non c'è futuro possibile.  
Jahalin di Talya Ezrahi e Kamal Jafari. Dal 1950, i beduini Jahalin hanno vissuto nelle valli del deserto tra Gerusalemme e Gerico, l'allevamento di ovini e caprini è la loro principale risorsa economica. Ma a metà degli anni 1990, una decisione del governo israeliano di espandere l'insediamento di Ma'ale Adumim porta ad una serie di sgomberi che minacciano di spostare le tribù beduine distruggendo il loro modo di vita tradizionale. Questa è la storia della loro lotta per rimanere sulla loro terra. 
Jenin. Jenin di Bakri Mohammad Palestina/Italia 2002, 50′ Jenin: quello che il mondo deve sapere Alessandra Garusi Fonte: Missione Oggi - 10 giugno 2003 Jenin Jenin, il documentario del regista arabo-israeliano Mohammad Bakri, viene proiettato informalmente in tutta Italia. Noi l'abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, dove è sbarcato dopo aver stravinto il Festival di Cartagine. Inutile dire che Israele l'ha censurato e che nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha acquistato. "Come faranno mai gli israeliani a rimediare a tutto questo?" Si chiede un giovane palestinese, mentre si aggira fra le rovine del campo profughi di Jenin (Cisgiordania), teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che si è protratto per undici giorni - dal 2 al 19 aprile 2002 - e ha lasciato almeno 600 morti sul campo (ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata). "Ci ammazzano i figli e noi ne facciamo altri: c'è sempre un modo per porre rimedio.. Sono loro i perdenti, davvero". Chi parla, è uno dei protagonisti del documentario Jenin Jenin di Mohammad Bakri, cineasta palestinese con passaporto israeliano. Lo abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, nella versione integrale di 54 minuti: cioè compresa la testimonianza della dodicenne - istigata fin da piccola alla vendetta, forse obbligata a diventare in un futuro non lontano una kamikaze - censurata dalla tv franco-tedesca Arté (l'unica in Europa ad averlo acquistato). Informalmente, quest'opera sta però girando l'Italia fra proiezioni negli oratori e serate organizzate da associazioni varie, mentre i canali televisivi pubblici hanno poco professionalmente declinato l'invito. Poco importa. L'autore - nato nel '53 ad al-Bina, in Galilea, sposato con cinque figli - è quasi abituato alla censura: il suo documentario d'esordio, nel 1995, col digitale 1948 (53'), sulla Nakba, la "catastrofe palestinese", non è mai stato mostrato in tv; eppure in tantissimi l'hanno visto. Sulla stessa scia, Jenin Jenin è stato censurato in Israele; nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha comprato; ciò nonostante il film ha vinto il festival di Cartagine 2003. Un grande riconoscimento per un regista che è stato addirittura arrestato, assieme a sei membri della sua famiglia - nel villaggio di Bina in Galilea, dove essi vivono - con l'accusa di aver collaborato nella preparazione e nell'esecuzione di un attentato kamikaze contro un bus israeliano (come ha scritto su Ha'aretz del 27 agosto il giornalista Uri Ash). Tanto per intimidire ogni possibile dissenso. Questa battente campagna denigratoria, in patria, ha al contrario contribuito a pubblicizzarlo ovunque. È un film di parte ("one side movie", dice infatti il sottotitolo), obiettano alcuni. Ma finché le risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo al Medio Oriente - ovvero la 242 del 22 novembre 1967, la 338 del 22 ottobre 1973, la 1397 del 12 marzo 2002, la 1402 del 30 marzo 2002 - e i principi di Madrid non saranno rispettati dal governo israeliano, forse non è possibile fare diversamente. Jenin Jenin va comunque visto. Perché aiuta a capire. UN FILM SULLA SOFFERENZA UMANA Il procedimento è quello tipico dei documentaristi: dare la parola ai testimoni, in questo caso a chi, in cinque minuti d'inferno, ha perso ciò che aveva costruito in quarant'anni, e lascia dietro di sé giovani, la cui sola "cultura" è un mix di guerra, violenza e vendetta senza fine. "Dopo quello che ho vissuto, che senso posso dare alla mia vita?" Si chiede la ragazzina dodicenne, ripresa in campo lungo, mentre sale su macerie all'inizio, da cui discenderà solo alla fine del video. A una prima visione, forse, sfugge l'enorme lavoro di montaggio, durato circa tre mesi, negli studi della tv satellitare Orbit di Roma; eppure è notevole. Gli argomenti che vengono via via montati in modo che il concetto espresso da un testimone venga ripreso e ampliato dalla testimonianza proposta subito dopo. Ne risulta un effetto corale di prim'ordine. Dove ciascuno trae dall'altro la forza di rilanciare, passando da un proclama a un ricordo, da un martire a un sarcasmo. Fino all'immagine dell'anziano di spalle che dichiara: "Resteremo qui fino al giorno del giudizio". Una solenne promessa condivisa dal giovane che incarna il pensiero medio come dal primario dell'ospedale. Dunque il racconto è fatto di frammenti in movimento, come quelli che compongono la casa distrutta e i pezzi di ricordi, elencati uno ad uno (il letto dove è morto un vecchio padre, il fico di 52 anni.), tracce perdute che il video non può mostrare. Questo è un film fatto di grandi assenze: Bakri ha potuto infatti raggiungere Jenin solo a massacro avvenuto, il 26 aprile 2002, giorno in cui l'Esercito ha lasciato il campo. Ci è rimasto cinque giorni, ritornando solo un'altra volta per alcune rifiniture fotografiche. Ma è stato sufficiente: scheggia su scheggia si ricostruisce una storia, un'unità fatta di rovine. E di dolore. È questo che il suo autore vuole sviscerare in tutte le sue infinite variazioni. Ne risulta dunque un film sulla sofferenza umana: "su un'anima ferita, un cuore spezzato, un albero sradicato, una casa demolita, un fiore spezzato.". È un dolore così forte, che non ha quasi bisogno di parole. Il primo, sorprendente testimone è un muto. Ma nessuno meglio di lui sarebbe capace di mimare efficacemente gli eventi, a cui ha assistito. I fatti sono talmente enormi che, appunto, non serve una dialettica particolare. Quindici secondi serratissimi racchiudono tutto: gli agguati, gli scontri, le barricare, le esecuzioni. Al primo piano, che puzza di morte e ha perso l'uso del linguaggio, si contrappone un secondo piano più vitale. La città continua a respirare: i vagiti, i canti, i rumori, le ombre raccontano di una comunità che è stata colpita al cuore, ma non è umanamente degradata. Ricomincia sempre da capo. E, soprattutto, non si arrende. RESISTERE, NONOSTANTE TUTTO Questa stupefacente capacità di resistenza viene sbattuta in faccia al governo di Ariel Sharon (ma non al popolo israeliano) e anche ai paesi arabi, "dai quali ogni venerdì - si dice nel film - aspettavamo una manifestazione in nostro favore (che stupidi che siamo stati.)". E ciò spiega come mai nessun tv araba, a parte la libanese Future, l'abbia comprato. IL PRODUTTORE ASSASSINATO Iyad Samoudi, il produttore esecutivo di Jenin Jenin, è stato ucciso dall'Esercito israeliano il 23 giugno 2002. Quella mattina, alle 4.30, i soldati erano arrivati per effettuare alcuni arresti. Se c'era una cosa che Iyad - e, come lui, la maggior parte degli abitati dei Territori occupati - odiava, era l'umiliazione. "Una volta mi aveva detto che avrebbe preferito morire", racconta Bakri che, assieme alla troupe, durante le riprese aveva dormito nella casa di questo 25enne. Così quel giorno maledetto ha preso la porta ed è scappato. Lo hanno colpito senza ragione. Sposato alcuni mesi prima, senza figli, Iyad aveva visto Bakri recitare in uno dei tanti film da lui realizzati; voleva lavorare per il cinema e l'aveva dunque ricercato. "Era un ragazzo sveglio, sempre pronto a scherzare, pieno di vita", dice il regista. Jenin Jenin è dedicato a lui, che non ha nemmeno avuto l'opportunità di vedere questo documentario a montaggio finito. Se il maggior parte del mondo arabo ha scelto per opportunismo di non intervenire, le Nazioni Unite vi sono state costrette. Era il 18 aprile quando Terje Roed-Larsen, inviato dell'Onu per il Medio Oriente, accusò le forze armate israeliane di avere impiegato mezzi "moralmente ripugnanti" contro la cittadinanza di Jenin. Il mondo aveva appena saputo della distruzione di metà del campo profughi, avvenuta nel corso di una delle più violente offensive della campagna "Muraglia di difesa", cominciata il 29 marzo, e che aveva portato alla rioccupazione delle aree autonome palestinesi, eccetto Gerico. "È un capitolo triste e vergognoso della storia dello Stato di Israele", aveva commentato Larsen ai microfoni della radio israeliana. "Non è solo quello che si vede", aggiunse. "Sono gli odori dei corpi in stato di decomposizione, che si avvertono ovunque. È moralmente ripugnante che le autorità israeliane, per ben 11 giorni, abbiano negato l'accesso alla città alle organizzazioni umanitarie in grado di soccorrere i civili". Quella dell 'invitato dell'Onu fu una delle voci più critiche dell'offensiva militare israeliana. E l'ufficio del primo ministro Sharon non tardò a bollarlo come una persona "non grata", cui seguì il (prevedibile) rifiuto da parte dello Stato ebraico di accogliere una missione di conoscenza - nemmeno d'inchiesta - che il Palazzo di Vetro avrebbe voluto mandare. L'ultima scena di film è appunto sull'America e sull'Onu. Un uomo fa finta di parlare al cellulare (in realtà, ha in mano una ciabatta di plastica) con George Bush, al quale chiede di farsi passare con Kofi Annan. Gli domanda come mai il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia bocciato la proposta di una Commissione di inchiesta sull'attacco israeliano al campo profughi di Jenin? È stato in seguito a pressioni americane e israeliane? La comunicazione, improvvisamente, si interrompe. L'uomo dice che la scheda telefonica è finita. Gli uomini attorno a lui ridono, lui anche.  
Jerusalem… the east side story di Mohammed Alatar, Palestina, 2008, 57’ (inglese, arabo v.o. Italiano). "L'aria sopra Gerusalemme è piena di preghiere e sogni Come l'aria sopra le città con l'industria pesante Difficile respirare Di volta in volta una nuova spedizione di storia arriva " (Yehuda Amichai) La spedizione della storia più recente è l'occupazione israeliana. Nel 1948, la parte occidentale della città cadde sotto il controllo israeliano, nel 1967, la parte orientale cadde sotto l'occupazione israeliana. Da allora, Israele ha perseguito una politica di giudaizzazione della città, con l'obiettivo di raggiungere una "superiorità demografica ebraica". Parte di questa politica è quello di spingere palestinesi, musulmani e cristiani fuori dalla città, negando la loro presenza, storia, e legami con la terra. Il documentario ti accompagna lungo un percorso che descrive la politica di Israele che mira a ottenere la supremazia e l'egemonia sulla città e i suoi abitanti. Parla anche del futuro della città: Gerusalemme è la chiave per la pace, senza Gerusalemme non c'è pace per nessuno. Il film include interviste con i leader palestinesi e israeliani, attivisti dei diritti umani e analisti politici.  
La porta del sole Bab el Shams di Yousry Nasrallah 278’. 2004. Francia-Egitto-Belgio-Danimarca-Marocco. Cinquant’anni di sofferenze, di speranze e d’amore. La Palestina e il suo mezzo secolo di storia tragica, di sofferenza, di speranza e d’amore. Storie di combattenti, di case incendiate, di marce estenuanti per fuggire scandiscono l’epopea dell’esodo forzato di un popolo condannato alla miseria e alla precarietà dei campi profughi. Un popolo in attesa con un futuro sospeso. L’originalità della Porta del Sole, adattamento per il cinema del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury, è quella di saper intrecciare sullo sfondo degli avvenimenti storici il destino e il percorso individuale di uomini e donne, i loro incontri, le loro aspirazioni e speranze, i loro amori e le loro memorie. Come il romanzo a cui si ispira, l’opera cinematografica evita di seguire l’impostazione della retorica militante, trattando i palestinesi in quanto individui e non solo come causa. Si viene così a delineare un panorama complesso ed emozionante i cui protagonisti alternano la realtà alla memoria, la sofferenza all’amore, l’esaltazione dei miti alla difficile quotidianità. Selezionato a Cannes nel 2004. 
La sposa di Gerusalemme di Sahera Dirbass. 72', 2010. Gerusalemme è un soggetto costante della produzione culturale e artistica palestinese. Non potrebbe essere altrimenti alla luce dei legami storici, politici, religiosi e umani che tengono stretto un intero popolo intorno ad al Quds, così come in arabo viene chiamata Gerusalemme. Il fatto che dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967) tutta Gerusalemme sia controllata da Israele, ha accentuato le rivendicazioni dei palestinesi che intendono proclamare la loro futura capitale nel settore arabo (orientale) della città. Non sorprende perciò che anche il cinema palestinese, con documentari e fiction, abbia dedicato ampio spazio alla Città Santa, il più delle volte per raccontare la vita quotidiana e la resistenza degli abitanti della zona araba sotto occupazione israeliana. La città vecchia di Gerusalemme con i suoi problemi politici e sociali è il palcoscenico dove si muovono i protagonisti di «La sposa di Gerusalemme». Si tratta di un «docu-fiction», ossia di un film con parti recitate all’interno di una quadro assolutamente reale, che attraverso la vita e il lavoro di Riham, una giovane assistente sociale, racconta la difficile esistenza delle famiglie palestinesi nella casbah, dalla lotta contro il continuo tentativo di penetrazione dei coloni israeliani nei quartieri arabi fino al problema della tossicodipendenza sempre più diffuso tra i giovani. La regista evita di calcare la mano, sceglie toni lievi, lasciando a Riham, ai suoi familiari, al suo fidanzato (e poi marito) Omar e tutti agli altri protagonisti il compito di condurre quasi per mano gli spettatori lungo un percorso di vita che attraversa l’intera città vecchia. «La sposa di Gerusalemme» è una produzione palestinese totalmente indipendente. Gli attori, in buona parte giovani, vivono tutti nella casbah. Premio speciale dall’Associazione d’amicizia Sardegna-Palestina al festival al-Ard Doc Film  
La sposa siriana MIKADO FILM S.P.A. di Riklis Eran (2004) ruolo: Produttore Mona è una bella ragazza drusa. È nata e cresciuta nel Golan, che dal 1967 è occupato da Israele e rivendicato dalla Siria. Per questo motivo nella sua carta di identità non vi è un nazionalità, ma la dicitura 'apolide'. Mona è fidanzata. Il suo futuro marito è un famoso attore di Damasco, in Siria. I due, però, non si sono ancora incontrati di persona proprio per la situazione tra i due Paesi. Funziona così tra i Drusi. Esistono ancora i matrimoni combinati. Mona a questo è rassegnata: è cresciuta in quella cultura, e per lei è normale. Quel che non è normale, però, è il fatto che 'dato il suo status di apolide' una volta passato il confine israelo-siriano non potrà mai più far ritorno dalla sua famiglia. La situazione politica è molto tesa e le frontiere chiuse, quindi la sua scelta sarà definitiva. «La Sposa Siriana» non è però solo un film su un matrimonio difficile. È un film di denuncia, che ci mostra le condizioni di vita dei drusi del Golan, la loro mentalità a tratti fortemente conservatrice, le gerarchie arcaiche, i contrasti all'interno della stessa comunità, divisa tra filoisraeliani e filosiriani. Il padre di Mona è fortemente filosiriano, già tenuto d'occhio dalla mishtarah (la polizia israeliana) perché sospetto sovversivo, costantemente occupato a non contrariare gli anziani del villaggio e a non incorrere nei pettegolezzi della gente. Per questo motivo ha ripudiato suo figlio Hattem, che ha sposato una donna russa (è fatto divieto per i drusi sposare persone che non siano della loro religione ed etnia). Hamal, sorella di Mona, è una donna non più giovanissima: le sue aspirazioni in gioventù erano tante ma, una dopo l'altra le ha viste sfumare proprio per la cultura della sua gente. Avrebbe voluto fare quello che qualsiasi donna Occidentale (quindi anche le israeliane) considera normale. Per Hamal no: non le è consetito andare all'università di Haifa (emblematica la frase di suo marito: «Vuoi che la gente pensi che non sono un uomo, che non so tener testa a mia moglie?»), non le è stato possibile sposare l'uomo che amava né condurre la vita che avrebbe voluto. Ne "La Sposa Siriana" nessuno fa una gran bella figura. I drusi ci vengono mostrati come una popolazione chiusa e retrograda, i governi siriano e israeliano come ottusi e assolutamente non disposti a trovare una via di mediazione, nemmeno per una cosa semplice come l'espatrio di una sposa. La hostess di terra che 'accoglie' il fratello di Mona all'aeroporto di Tel Aviv, tornato in Israele per il matrimonio, è sospettosa per il solo fatto che l'uomo non è di etnia ebraica. Il capo della mishtarah, col suo piglio da 'uomo tutto d'un pezzo' diventa ottuso e scorretto nei confronti di Mona e suo padre, cercando di impedire a quest?ultimo di partecipare all'addio della ragazza. I militari siriani sono un gruppo di fannulloni, quelli israeliani sono invece troppo zelanti e rigidi. Questo è il ritratto che il regista Eran Riklis (israeliano) e la sceneggiatrice Suha Arra (palestinese) presentano del Medioriente. Non attribuiscono le colpe a nessuno: questo è il mondo. Il ragazzo israeliano che deve curare il servizio fotografico del matrimonio di Mona, non ha idea del fatto che la ragazza, una volta passato il confine, non potrà più vedere la sua famiglia e quando viene informato di ciò cade dalle nuvole. La gente siriana trova inconcepibile sposare una ragazza conosciuta solo via foto, i giovani drusi trovano del tutto normale (anche se doloroso) dover sottostare ad alcune leggi tribali. Questo film, quindi, non giudica la gente comune. Denuncia la stupidità dei governi, tanto quelli Occidentali (Israele) quanto quelli Orientali (Siria). Un film amaro sul potere, sui confini fisici, mentali ed emotivi. Uno scorcio sulla vita di tutti i giorni di tre popoli che conosciamo troppo poco e in maniera del tutto distorta, una visione vera e senza fronzoli della situazione politica e culturale in Medioriente. Gli attori, tutti totalmente sconosciuti in Italia, sono davvero bravi. Clara Khoury, nel ruolo di Mona, ha poche battute. Lei è la protagonista del film ma è anche quella che parla meno di tutti. Perché tutto è deciso per lei 'dagli anziani', ma pur quasi senza parlare, la Khoury riesce a trasmettere le emozioni, le paure, le speranze di una giovane che sta per compiere un salto nel buio. Hiam Abbass, nel ruolo di Hamal, con la sua interpretazione intensa e composta ad un tempo, fa vivere allo spettatore la frustrazione, le speranze e la voglia di rivincita di una donna che, pur avendo un carattere forte, in vita sua ha sempre dovuto abbassare il capo, ma non vuole un futuro così per le sue figlie. Recitato in diverse lingue (ebraico, arabo, inglese, francese, russo), il film non è stato doppiato nell'edizione italiana: scelta saggia perché ci mostra la babele che è tutta l'area degli incerti confini israeliani. Una curiosità: data proprio la situazione politica, Riklis, la Arra e il resto della troupe, hanno dovuto ricostruire la frontiera (con tanto di bandiera e inno nazionale siriani) in un'area interna di Israele, per poter girare le scene al confine. Nonostante i ritmi lenti, il film non annoia, anzi: stupisce lo spettatore Occidentale. Alberto Castellano de 'Il Mattino' lo definisce «Una storia semplice ma efficace, leggera ma profonda, a tratti divertente ma polemica. (?) Un atto d'amore per la libertà».  
La valle che muore di Irit Gal. 2014. L'esproprio dell'acqua in Cisgiordania. Nella fertile Valle del Giordano, i pascoli dei contadini palestinesi sono stati dichiarati zona militare, i loro pozzi sono stati sigillati e l'acqua viene deviata alle colonie israeliane. Senza acqua non c'è vita e l'agricoltura sta scomparendo. Questo film testimonia la vita di questi agricoltori i cui diritti sono stati spazzati via e che sono considerati "illegali" nella propria terra. La proiezione di questo film della regista israeliana Irit Gal è stata censurata il4 marzo 2015 dal Preside dell’Università di Roma La Sapienza che, a seguito della telefonata dell'ambasciata israeliana e la protesta di qualche studente, ha negato l'aula universitaria. L’iniziativa a La Sapienza era organizzata dal Comitato No all’Accordo Acea Mekorot, che si oppone alla collaborazione tra la società idrica di Roma e la israeliana Mekorot, responsabile del furto di acqua, come documentato da Amnesty International, e come ben illustrato nel film. 
Le 18 ricercate (The wanted 18) Amer Shomali, Paul Cowan – 2015 - 75' Attraverso una narrazione innovativa, il film si concentra su un particolare momento della lotta di Beit Sahur durante la prima Intifada. The wanted 18 - Un esercito a caccia di 18 mucche parlanti, una comunità sotto occupazione che prova a boicottare i prodotti israeliani e sullo sfondo la prima Intifada. Sono questi gli ingredienti del documentario animato di Amer Shomali che ha raccontato con ironia la disubbidienza civile del paese di Beit Sahour. Un po’ fiction, un po’ documentario, un po’ cartone animato, The Wanted 18, di Amer Shomali e Pal Cowan, è la storia, realmente accaduta, di 18 mucche ricercate dall’esercito israeliano nel paese palestinese di Beit Sahour che, durante la prima Intifada, ha provato a contrastare l’occupazione israeliana con il boicottaggio economico. Una storia raccontata con ironia, usando la combinazione di animazione, interviste e ricostruzioni, candidata agli Oscar 2015 nella categoria delle pellicole in lingua straniera. È stato “tremendo” usare l’umorismo per parlare della prima Intifada, ha spiegato Shomali, ma la formula a quanto pare ha funzionato e se il film strappa qualche risata, non si riduce di certo a una storiella comica. L’intenzione del fumettista-regista palestinese era di parlare di quei giorni di sollevazione popolare evitando di concentrarsi sui giovani palestinesi che lanciano pietre, l’immagine più associata alla prima Intifada. Tutto si svolge nel paesino di Beit Sahour, vicino a Betlemme, in Cisgiordania. È il 1987 ed è in corso una sollevazione popolare contro l’occupazione israeliana. Gli abitanti di Beit Sahour vogliono boicottare i prodotti israeliani, incluso il latte, e così inizia la strana vicenda di 18 mucche ricercate perché considerate una “minaccia alla sicurezza dello Stato di Israele”. Le mucche sono state acquistate da un pacifista israeliano e trasportate nel paesino della Cisgiordania, dove un gruppo di intellettuali, professionisti e pacifisti palestinesi vuole tirare su allevamento per la produzione indipendente del latte. Non si tratta di allevatori provetti, ma la cosa funziona, l’Intifada Milk ha successo e inizia a dar fastidio a Israele. Le mucche si trasformano così in una “minaccia per la sicurezza di Israele” e inizia una rocambolesca  fuga, di fienile in fienile, per sfuggire ai soldati israeliani. Le mucche diventano eroine e il loro latte è venduto di contrabbando. Una storia toccante, carica di passione e capace di andare oltre il lancio di pietre, per raccontare la capaicità di costruire dal basso la propria indipendenza.  
Le chiavi di Gaza Nandino Capovilla, Piero Fontana - 2010 - 12' http://www.bocchescucite.org/?s=+Le+chiavi+di+Gaza+&x=11&y=7 Reportage ad opera di Pax Christi nella striscia di Gaza, dopo il massacro perpetrato da Israele con più di 1400 vittime, compresi donne e bambini. Come vive ora la gente, quali sono le speranze dei giovani, quali le condizioni di vita in una terra che è definita una prigione a cielo aperto. L'acqua manca e quella che c'è è inquinata, come è inquinata tutta la catena alimentare a causa dei residui tossici delle bombe cadute. Il mare, primaria fonte di vita per gli abitanti, non è più praticabile dai pescatori che sono quotidianamente bersagliati di proiettili sparati dalle navi israeliane. Nonostante tutto ciò il filmato dà rilievo alla tenacia e alle speranze della popolazione, espresse anche attraverso la recitazione di brani di letterati palestinesi. 
Life on wheels Haitham al Khatib con la sua telecamera è un instancabile testimone della violenza, dei soprusi e delle ingiustizie che ogni giorno i soldati e i coloni israeliani infliggono agli abitanti di Bil'in, un piccolo villaggio a ovest di Ramallah. Non contento di aver espropriato più della metà delle fertili terre del villaggio, ricoperte di ulivi, per la costruzione di un blocco di colonie negli anni ottanta e novanta, nel 2004 Israele annette il 60% delle terre rimanenti e inizia la costruzione del muro dell'Apartheid. Il muro rinchiude i territori occupati palestinesi in una prigione al cui interno prosperano basi militari, colonie e dove i nativi palestinesi devono affrontare quella pulizia etnica che Israele porta avanti con inesorabile precisione. Stanco di sentire la parola "terrorista" rivolta alla sua gente, Haitham sceglie di far raccontare quel che succede nel suo villaggio da un ragazzo inglese disabile, che resterà lì per sei mesi ospitato e protetto da tutte le famiglie di Bil'in. 30 min. 
Madri di Barbara Cupisti Nel 2007 ha portato a termine il primo documentario del dittico dedicato alla Terra Santa e alla guerra che la dilania: è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ha emozionato e commosso il pubblico, ha poi vinto il David di Donatello nel 2008 come miglior documentario. Racconta il conflitto tra Israele e Palestina vissuto dal punto di vista di madri appartenenti ad entrambi i popoli. 2007-Durata: 90'-Tipologia: documentario-Genere: politico/sociale. Paese: Italia-Produzione: Rai Cinema, Digital Studio & Dvd Srl Attraverso le testimonianze delle madri che vivono nella terra dilaniata dalla guerra infinita, con il terrore di non veder rientrare a casa i propri figli, vengono mostrati i conflitti e i drammi privati che raccontano la Storia. Il dolore per la perdita di un figlio, che sia vittima o carnefice, è il più profondo e straziante, ingiusto e incomprensibile. La sofferenza per la perdita di un familiare è universale, non esistono differenze di razza né di credo. Attraverso il riconoscersi in questo dolore è possibile iniziare un nuovo cammino che porti alla comprensione. Madri israeliane e palestinesi che hanno vissuto questo dramma ci aiuteranno a capire attraverso i loro racconti questa terribile realtà. Il film della durata di 90 minuti raccoglie testimonianze di vita, momenti quotidiani, filmati di repertorio e materiale video privato inediti; tutto girato e documentato in Israele e in Palestina. Le madri che testimoniano hanno idee, estrazioni culturali e sociali diverse ma tutte condividono un desiderio: che non ci siano più innocenti a pagare per colpe non loro. Non un discorso politico o ideologico ma un messaggio che arrivi dritto al cuore di ognuno di noi. Sono tante le storie che il documentario racconta, dalla mamma di Malki (15 anni, vittima di un kamikaze alla pizzeria Sbarro a Gerusalemme nel 2002) alla madre di Izz, il ventunenne di Jenin autore dell’attentato. Storie di dolore e di rabbia nella terra dove ora il sentimento del perdono non esiste. I genitori del “Parents Circle” (l’unica organizzazione che riunisce genitori di vittime palestinesi ed israeliane) ci fanno capire come stanno tentando di migliorare il futuro delle nuove generazioni. Ambientazione: Israele / West Bank (Palestina) / Gaza (Palestina) Note: Documentario in lingua inglese, arabo ed ebraico con sottotitoli in italiani. Consulenti editoriali: Daniele Vilardi e Ali Abu Awwad. Consulenti traduzioni: Dina Khail e Yael Meroz. 
Naji Al-Ali, An Artist with Vision "Durante i 30 anni da quando ho iniziato a disegnare, sento di aver vissuto in ogni carcere arabo e mi chiedo: Cosa mi aspetta dopo tutto questo? Ero disposto a morire per difendere un solo disegno, perché ogni disegno è come una goccia d'acqua che si fa strada attraverso la mente delle persone ". - Naji Al-Ali Per tutta la storia gli artisti hanno dovuto affrontare le minacce della violenza quando il loro lavoro offende lo Stato o l'élite politica. Il compianto disegnatore palestinese Naji Al-Ali ha prodotto migliaia di vignette satiriche sul potere in Medio Oriente, e ha pagato il prezzo più alto per la sua arte “offensiva”. Il 22 luglio 1987 gli hanno sparato in faccia, a bruciapelo, mentre lasciava la sede londinese del quotidiano Al Qabbas. E' morto dopo 5 settimane di coma. Di umili origini, nato in un campo profughi, per oltre 30 anni è stato critico intransigente di una cultura politica araba regressiva e dell'ingerenza occidentale negli affari arabi. Le interviste con i principali giornalisti e poeti arabi, ex compagni di carcere, con la moglie e altri ci fanno intuire il suo impegno incessante per il suo popolo, e come nelle sue vignette satiriche si agitasse sottilmente il cuore di milioni di profughi. Il film prende in esame le forze che Naji esprime come artista, come essere umano, e mostra come le sue esperienze rispecchino quelle di altri esiliati palestinesi. Conosciuto come il Malcolm X palestinese, Naji è ancora oggi l'artista più popolare nel mondo arabo, amato per la difesa della gente semplice, e per le sue critiche alla repressione e al dispotismo. Paradossalmente, una rigida censura e l'analfabetismo diffuso del mondo arabo hanno aiutato Naji a raggiungere un notevole successo. Le sue inesorabili vignette hanno raccontato la brutalità dell'esercito israeliano e l'ipocrisia dell'OLP, guadagnandosi molti nemici potenti. Il punto di svolta nella storia di Naji fu la pubblicazione della sua vignetta satirica sul giornalista egiziano Rashida Muhran, biografo ufficiale di Yasser Arafat. Arafat divenne furioso e Naji fu costretto a partire per Londra. Nonostante alcuni arresti di Scotland Yard e un'inchiesta da parte dell'MI5, l'identità del suo assassino non è mai stata rivelata.  
Occupation 101 di Sufyan Omeish and Abdallah (USA/Palestina, 2005, 90’, Sott. Italiano - www.occupation101.com) Un film-documentario sulle cause storiche del conflitto Israelo-Palestinese. La vita sotto il controllo militare israeliano, il ruolo degli Stati Uniti nel conflitto e gli elementi che ancora ostacolano il raggiungimento di una pace duratura e giusta. A parlare sono Palestinesi, Israeliani ed Internazionali, giornalisti, politici, storici, attivisti, capi religiosi. Tra questi, Ilan Pappe, Rashid Khalidi, Noam Chomsky, Phyllis Bennis, Jeff Halper, Amira Hass, Dr. Iyad Sarraj, Yael Stien. 
Omar di Hany Abu-Assad. 97'. 2013. Omar è un giovane fornaio palestinese abituato a scavalcare il muro della separazione, schivando proiettili e sorveglianti, per far visita alla ragazza di cui è innamorato, la liceale Nadia. Con il fratello di Nadia, Tarek, e un terzo compagno, Amjad, Omar condivide un'amicizia decennale e un'attività clandestina di addestramento per la causa della liberazione della Palestina. Caduto prigioniero, dopo aver partecipato all'uccisione di un soldato, Omar resiste alla tortura e viene invitato a scegliere tra il carcere a vita o la collaborazione con la polizia israeliana. Il regista di Paradise Now torna in Palestina e gira tra Nablus, Nazareth e Bisan con una troupe esclusivamente di locali, molti dei quali alla prima esperienza. Eppure il risultato è solido, il ritmo incalzante, le performances dei quattro protagonisti (tutti esordienti) non meno che sorprendenti. Il risultato più alto, in tutti i casi, è la mescolanza riuscita di veridicità delle immagini e delle storie raccontate con lo spettacolo del ritmo e della tensione che la regia sa assicurare. Hany Abu-Assad non giudica, non esalta né demonizza: nel racconto di un amore confidente e tragico trova tutti gli ingredienti che gli bastano per assicurarsi un fondo sicuro ed emotivo sul quale innestare elementi di genere (spie, tradimenti, doppiogiochismo), sempre e comunque aderenti al contesto e umanamente credibili. La sensazione di trappola autodistruttiva in cui si ritrova in breve il protagonista è chiaramente una metafora della situazione palestinese sotto l'occupazione, ma l'intelligenza del regista sta nel non presentarla come una premessa, bensì di seguire passo passo l'avvilupparsi su se stesso del destino di Omar e della sua Giulietta, fino alla scena emblematica in cui scalare il muro non è più un gioco da "ragazzi", perché certe energie sono state spente per sempre.Forse Omar non possiede il miglior finale possibile, ma è nell'immagine iniziale della barriera divisoria che sta il senso di quel che racconta per tutti i minuti a venire: i palestinesi sono separati tra loro (amici, amanti, famigliari) da un atto di forza a cui non hanno i mezzi per opporsi. Per questo, pur mantenendo la sospensione del giudizio e mostrando luci e ombre della gioventù che ritrae, la posizione di Abu-Assad è meno imperscrutabile rispetto a quanto accadeva in Paradise Now e il film ne guadagna, apparendo meno mirato a dividere e più interessato a raccontare. PREMI: Asia Pacific Screen Awards 2013 Best Film - Asian Film Critics Association Awards 2014 NETPAC Award - Camerimage 2014 - Cannes Film Festival 2013 Un Certain Regard - Special Jury Prize - Dubai International Film Festival 2013 Muhr Arab Award - Ghent International Film Festival 2013 Youth Jury Award - Human Rights Nights Film Festival 2014 HRNs People Best Movie - Traverse City Film Festival 2014 Best Drama Founders Prize - Tromsø International Film Festival 2014 Norwegian Peace Film Award 
Palestina in fiamme Monica Maurer - 1988 - 30' www.controappunto.org/speciale%20Palestina/!rassegn.htm Palestina in fiamme” è il simbolo di una lotta a lungo termine, in cui si trova coinvolto il popolo palestinese contro Israele allo scopo di uscire da uno stato repressivo e allo scopo di riottenere le terre che gli sono state sottratte. Famiglie divise dalla guerra, operai, impiegati che devono recarsi sul posto di lavoro nonostante l' assedio dei posti di blocco, madri di ragazze kamikaze, checkin e cecchini. «Giro in Palestina da venticinque anni dice Monica Maurer, la regista tedesca autrice di "Palestina in fiamme": le immagini che ho archiviato e confrontato negli anni raccontano una sola storia: quella di un massacro che mira a distruggere la memoria e la civiltà di un popolo». 
Palestina per principianti - Educazione sentimentale di un bassista rockabilly di Francesco Merini, 2012, 60’. Zimmy ama fare due cose nella vita: suonare il basso con la sua band, i Lou del Bello’s, e starsene nella sua amata città, Bologna. Questa volta, però, i suoi compagni di gruppo gli tirano un colpo basso: organizzano un viaggio per andare a insegnare musica a dei bambini di un campo profughi palestinese. Può tirarsi indietro Zimmy? Ovviamente no: parte e si porta dietro il suo amico cuoco Berna. In Palestina Zimmy non si trova poi troppo male, e anzi si affeziona subito a una famiglia, gli Al Azzeh: Mohanned, sua sorella Mirna e la nonna Um Yunis. Mentre Berna si aggira per mercati di ogni genere alla scoperta dei sapori palestinesi, Zimmy non riesce a farsi una ragione del fatto che gli Al Azzeh non possano più tornare nel loro villaggio d’origine, Bejit Jibrin, da cui sono stati cacciati nel 1948. E così decide di andarci lui stesso, mollando anche i compagni della sua band... 
Palestine stereo di Rashid Masharawi - Palestina, Tunisia, 2014 - 90'. Palestine Stereo sembra il nome di un negozio di musica. Ma nel nuovo film di Rashid Masharawi, il suo sesto lungometraggio, Palestina Stereo è un personaggio, un ex cantante di nozze. Stereo si da’ da fare intorno a Ramallah in un ambulanza di seconda mano, che fornisce sistemi audio per funerali, compleanni e manifestazioni politiche. Stereo (Mahmoud Abou Jazi) ha perso la moglie quando gli aerei israeliani hanno bombardato la sua casa. Suo fratello, il ricciuto Samy (Salah Hannoun), è un elettricista che ha perso l’udito e la sua capacità di parlare nello stesso attacco. Ora Samy scarabocchia messaggi sui muri della famiglia. Demoralizzati, entrambi i fratelli hanno ora un unico obiettivo, emigrare in Canada. La satira di Masharawi è personale, ma per la maggior parte non autobiografica. Nei Territori palestinesi, ha detto il regista nato a Gaza, parlando dalla sede del suo produttore in Tunisia, la vita è in stereo, confusa – i molteplici canali non necessariamente dicono la stessa cosa.“Abbiamo molte voci in Palestina provenienti da luoghi diversi – dice Masharawi – Siamo sotto occupazione con due Stati:… Uno a Gaza e uno in Cisgiordania. L’idea di stereo è sul suono, non è solo il nome di un personaggio”. Mentre Stereo deride i leader politici, sincronizzando il labiale dei loro discorsi dai suoi controlli audio, il muto Samy non può sentire. Entrambi i personaggi vivono un trauma e inseguono un sogno. “Vogliono evadere dalla loro realtà, dalla loro storia,” Masharawi, 51 anni, ha spiegato, descrivendoli come paradossali, ma esempi tipici. “Sei in esilio nella tua stessa casa, e pensi che la tua patria sia da qualche parte altrove, mentre allo stesso tempo, ogni giorno, la storia prosegue, e tu partecipi alla tua vita reale.”Premi: Mention spéciale | Festival International du Film de Hong Kong 2014 / Award: Toronto International Film Festival/United Arab Emirates/Windows 7 / Contemporary World Cinema/ Sélections officielles Festival International du Film de Dubaï 2013//United Arab Emirates/Windows 7 / Contemporary World Cinema 
Paradise now di Hany Abu Assad, sceneggiatura di Hany Abu-Assad e Bero Beyer; fotografia Antoine Heberle; musica Sumedi, Jina - Lucky Red, 2006. - 87 min. Khaled e Saïd, due giovani palestinesi amici fin da piccoli, sono stati reclutati come kamikaze per un attentato a Tel Aviv. Dopo aver passato la loro ultima notte di vita insieme alle proprie famiglie, Khaled e Saïd vengono sottoposti dall'Organizzazione al rito preparatorio nel corso del quale indossano i congegni esplosivi. Tuttavia, mentre i due ragazzi si preparano al momento decisivo, qualcosa non va come previsto e si ritrovano da soli a fare i conti con i propri ideali e le loro paure. 
Piazza pulita di Nandino Capovilla e Piero Fontana 2009 - Contiene un’intervista esclusiva allo storico israeliano Ilan Pappe Realizzato da Pax Christi (Italia) e Al-Haq (Palestina) con la collaborazione dell'associazione israeliana Zochrot Riprese: Piero Fontana e Hanna Aen Sa' Dah Montaggio: Piero Fontana e Saed Andoni Organizzazione e ottimizzazione: Nandino Capovilla Con la partecipazione di: Rafik Koury, Eitan Bronstein, Ilan Pappe, Ibrahim Shomaly, Ahisha Imm Nayeh, Sami Basha, Raed Abushalia, Joseph Hochman, Donatella Lessio e i giovani Israeliani con Zochrot, gli studenti dell'Università di Betlemme, i giovani Italiani del team di peacebuilding, Ricucire la pace, Campagna Ponti e non Muri, Pax Christi - Italia Regia: Piero Fontana e Hanna Musleh 
Private 01 distribution distribuzione Istituto Luce di Saverio Costanzo 2005 italiano 93 min. - musica Alter Ego ; direttore della fotografia Luigi Martinucci ; sceneggiatura Saverio Costanzo, Sayed Oashua, Camilla Costanzo e Alessio Cremonini. - [Roma] : 01 distribution [distributore], c2005 ABSTRACT: Protagonista della storia è la famiglia palestinese B., la cui casa si trova tra gli insediamenti israeliani e i territori arabi. Quando il capofamiglia, Mohamed, si rifiuta di consegnare la casa all'esercito israeliano che vuole espropriarla per ragioni di sicurezza, la famiglia si trova a convivere forzatamente con il manipolo di soldati che ha occupato il piano superiore dell'abitazione. 
Proprio così di Nandino Capovilla 2006. E’ proprio così che accade ogni giorno. Proprio così che vivono milioni di palestinesi in Cisgiordania. Soffocati dal muro della vergogna, braccati dai soldati ai checkpoint, umiliati dai coloni che distruggono ulivi e costruiscono reti stradali interdette ai non israeliani. Proprio così che vedono cancellata la loro memoria di popolo, che vedono negati i loro diritti da decenni. Ma anche proprio così che, insieme a israeliani coraggiosi e liberi, lottano in modo non violento perché l’occupazione militare finisca, perché la legalità internazionale prevalga sull’arroganza del più forte, perché due popoli possano vivere in pace davvero in Terra santa, con gli stessi diritti e la stessa dignità. “Proprio così. Storie di quotidiana occupazione”: un video-reportage frutto delle esperienze di interposizione vissute in questi anni dagli internazionali di Pax Christi in Israele e Palestina, che si propone di dare voci e volti a chi laggiù trasforma i gesti ‘banali’ della quotidianità, in resistenza non violenta.  
Rachel di Simone Bitton. Uno dei documentari  insieme più informato ed appassionato dedicato alle vicende del  conflitto arabo-palestinese, della regista franco-israeliana Simone Bitton,  dedicato alla tragica vicenda della giovane attivista americana Rachel  Corrie, uccisa nel 2003 dai bulldozer mentre difendeva le case  palestinesi destinate alla demolizione. Il film ricostruisce, grazie alle testimonianze dei compagni di Rachel e dei responsabili delle  attività militari israeliane, come siano davvero andati i fatti, e di  chi siano le responsabilità della morte di una ragazza di soli 23 anni.  Tragicamente tornata di attualità, poiché proprio Rachel Corrie era il nome di una delle navi componenti la Gaza Freedom Flottila, attaccata dall’esercito israeliano nel maggio 2010. 
Rasheed di Samia Badih; libano, 2016, 74', inglese / arabo sottotitoli italiani Il film documenta la vita del defunto zio della regista, Rasheed Broum, ucciso, all'età di 29 anni, in un attacco aereo nella città di Sidone durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982 - tre anni prima che lei nascesse. Più di 30 anni dopo la tragedia, Samia va alla ricerca di ulteriori informazioni sulla storia della vita e della morte dello zio, ascolta i racconti degli amici e della famiglia che sono sopravvissuti a lui e che lo conoscevano meglio, soprattutto di sua sorella Rasha e del suo migliore amico Ghassan. Cuore del film è la sorella di Rasheed, Rasha, cui un profondo dolore per la perdita del fratello ha segnato la vita. Rasheed narra una delle tante storie di guerra della città meridionale di Sidone, in Libano, attraverso il viaggio personale dell'autrice.  
Rendez-vous à Atlit di Shirel Amitay. 91' - Israele, Francia 2015. Israele, 1995. La pace è finalmente all’orizzonte quando, nella piccola città di Atlit, Cali ritrova le due sorelle Darel e Asia per vendere la casa ereditata dai genitori. Tra complicità, risate, rancori e strani ospiti che seminano un allegro disordine, ritornano in superficie dubbi e vecchie questioni, che fanno sembrare la convivenza un felice guazzabuglio. Il 4 novembre, però, il processo di pace viene compromesso ma le tre sorelle si rifiutano di abbandonare le loro speranze. Una cronaca familiare dolce amara che racconta con uno stile poetico e fantastico, senza perdere di vista la realtà, ferite e fratture che hanno incrinato un fragile processo di pace. 
Road map to apartheid Attingendo dalla loro esperienza personale, i registi Ana Nagueira (una donna Bianca sudafricana) e Eron Davison (un ebreo israeliano) riflettono sul concetto di apartheid spesso usato per descrivere il conflitto israeliano-palestinese. Basandosi sui fatti gli autori cercano di chiarire fino a che punto sia corretta questo tipo di analogia. Questo film è sia un documentario storico sull'ascesa e la caduta dell'apartheid sia un veritiero resoconto sul perché molti Palestinesi sentano di vivere ancora oggi in un regime di segregazione razziale. Se ancora avete dei dubbi o non avete mai ben compreso che cosa succede politicamente, geograficamente e nei fatti tra Palestina e Israele, e siete un po' curiosi di sapere la reale situazione e i problemi che ne derivano, questo è il film che fa per voi. 
Rough stage di Toomas #Järvet|Estonia, Palestina, 2015|74’ (arabo, inglese, sottotitoli italiano). Maher è un giovane ingegnere elettronico che si sente, e sogna di diventare, un #ballerino. S’impegna per realizzare il suo primo #spettacolo di #danza moderna, al centro culturale di #Ramallah, ma pochi capiscono e approvano la sua arte. I genitori sperano solo che si sposi e il fratello pensa che il paese non sia pronto per un tipo di #arte così astratta e che abbia bisogno di tempo per capirla. Nonostante tutto questo, i pochi soldi e il mancato sostegno delle autorità, Maher decide di non arrendersi: “Bisogna pur cambiare qualcosa nella vita. Altrimenti, che senso ha?”. 
Route 181: frammenti di un viaggio in Palestina-Israele di Michel Khleifi & Eyal Sivan. Belgio/Francia/Germania/Gran Bretagna, 2004, Documentario, (ca. 272 min.) 4 parti: Sud, Centro, Nord. Estate 2002. Il cineasta palestinese Michel Khleifi e il cineasta israeliano Eyal Sivan partono per un viaggio cinematografico a due nel loro paese, Palestina-Israele. Affidandosi alla casualità degli incontri, danno la parola a donne e uomini, israeliani o palestinesi, giovani o anziani, civili o militari, colti nella vita di tutti i giorni. Girato lungo la linea di spartizione prevista dalla Risoluzione 181 delle Nazioni Unite. Route 181 è il frutto della collaborazione tra il palestinese Khleifi e l'israeliano Sivan. Eyal Sivan, israeliano, e Michel Khleifi, palestinese, hanno dedicato oltre un anno alla realizzazione di un progetto cinematografico arduo e complesso che li ha portati a rivolgere uno 'sguardo comune' sugli abitanti di Palestina-Israele. Nell'estate del 2002, di fronte a un quadro di violenza dilagante, i due vecchi amici si sono chiesti quale poteva essere il loro contributo di artisti impegnati per un cambiamento radicale della prospettiva del conflitto israelo-palestinese: fare un cinema che faccia riflettere, si sono risposti, e farlo insieme. Ecco, dunque, Route 181 - Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele. Scrive Nadia Nadotti nella presentazione del cofanetto di 4 Dvd: L'espediente narrativo semplice: sovrapponendo all'attuale carta geografica di Palestina-Israele, la mappa tracciata dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947, con la linea di partizione che avrebbe dovuto dar vita a due Stati sovrani e indipendenti, Israele e Palestina, e che invece fece da detonatore a un conflitto che dura ancora oggi, i due autori individuano un itinerario obbligato. Percorreranno il paese da sud a nord, seguendo chilometro per chilometro quella virtuale linea di spartizione, affidando alla natura dei luoghi e al caso gli incontri di cui daranno conto nel film. Mettendosi in strada con una troupe composta solo di un cameraman, un tecnico del suono e un autista, i due cineasti, per oltre due mesi, nella tarda primavera del 2002, si immergono in quello straordinario laboratorio umano, sociale, culturale, etnico, linguistico che è oggi Palestina-Israele. (...) Non vanno alla ricerca di amici e nemici, ma di uomini e donne comuni, con le loro storie e le loro piccole, parziali verità, i loro ricordi, le loro rimozioni, la loro - a volte miserabile, a volte luminosa - umanità (...) Ciò che Khleifi e Sivan vogliono è liberare la parola, permettere a chi il caso mette loro davanti di ripercorrere senza sentirsi minacciato una storia che è insieme privata e pubblica, personale e collettiva. Convinti che all'origine di ogni guasto storico e politico ci sia l'incapacità di riconoscere all'Altro la sua complessa umanità e dunque i suoi traumi, le sue paure, persino i suoi fragili e talora aggressivi discorsi di copertura - per l'appunto, il diritto al racconto -, i due cineasti formano una sorta di collettivo e informale setting analitico in grado di contenere, attraverso un fiducioso atto di nominazione, l'odio, la paura, le proiezioni reciproche, i sensi di colpa, la coazione a ripetere, la speranza, il desiderio. 
Sale di questo mare MILH HADHA AL-BAHR di Annemarie Jacir - 109' - 2008 - Soraya (interpretata dalla poetessa Suheir Hammad) figlia di Palestinesi emigrati nei Stati Uniti, è cresciuta a Brooklyn. Dopo la morte del padre va alla ricerca delle proprie radici nella sua terra d’origine in Palestina. Arrivata a Ramallah, cerca di recuperare i risparmi dei nonni, cacciati nel ’48, congelati in una locale banca britannica. Non ci riesce e decide di restare perché quel denaro le appartiene. Per mantenersi, lavora in un ristorante, dove incontra Emad (Saleh Bakri), un uomo che al contrario della protagonista vuole emigrare da una terra senza futuro a causa dell’occupazione militare. I due elaborano un piano ai danni della banca che ha come conseguenza una fuga che li porterà a godere di momenti di libertà e d’incanto. PREMI E FESTIVAL: 2008 Oscar, candidato palestinese al Miglior Film Straniero/2008 Cannes FF – Un Certain Regard/2008 CineFan Festival of Asian and Arab Cinema: Premio Speciale della Giuria, Premio Fipresci/2008 Cartagine FF: Premio Randa Chahal/2008 Dubai IFF: Miglior Sceneggiatura/2009 Sguardi Altrove, Milano: Miglior Film/2009 Tribeca FF – Selezione Ufficiale 
Shooting Muhammad di Francesco Cannito, Luca Cusani su soggetto di Michela Sechi. Menzione Speciale alla 10° edizione di Asiaticafilmmediale. All'estero ha girato in vari festival e l'ha mandato in onda Al Jazeera, la tv polacca, portoghese e brasiliana. Soggetto, sceneggiatura, produttore: Michela Sechi musiche: Muhammad Al Mughrabi, G-Town 2009, 52', documentario sociale, Italia Produzione: Diwan Film diwan.film@gmail.com Sinossi: "Nella mia classe ci sono 13 studenti e metà di loro sono coloni ultra ortodossi e mi odiano, o si potrebbe dire che non mi amano”. Immagina di essere un rifugiato palestinese di 21 anni. Immagina di prendere ogni giorno l’autobus per andare a studiare in una università all’interno di una colonia israeliana. Immagina di essere l’unico studente arabo del tuo corso di laurea. Questa è la storia di un ragazzo schiacciato tra due mondi che si temono e odiano a vicenda. Questa è la storia di Muhammad. Il regista Luca Cusani La giuria della sezione documentari della 10° edizione del Festival Asiaticafilmmediale, composta da Daniele Costantini (presidente), Gioia Avvantaggio, Antoninio Iuorio e Filippo La Porta, ha assegnato una menzione Speciale a "Shooting Muhammad" di Francesco Cannito e Luca Cusani con la seguente motivazione: "per il linguaggio innovativo e personalissimo con cui racconta una storia di discriminazione, nell'università di una colonia israeliana dentro i territori palestinesi, scandita dal rap" 
Sionismo del collettivo Tazebao di Foggia. 2010. Documentario sulle origini, gli sviluppi e la concezione politica dell'ideologia fondante dello stato di Israele. Strumento per la conoscenza del sionismo, elaborato dall'opuscolo "Sionismo: note su una ideologia e una pratica razziste e colonialiste". Contributo alla controinformazione e alla visione materialistica e scientifica della realtà. 
SlingShot Hip Hop di Jackie Reem Salloum New York filmmaker (USA) 2008 - 86' - Il film ripercorre la storia e lo sviluppo dell'hip hop palestinese nei territori dal momento in cui i DAM esordirono in questa forma d'arte fino al 1990. Vediamo intrecciarsi le storie di giovani artisti palestinesi che vivono a Gaza, in Cisgiordania e in Israele, li vediamo scoprire l'Hip Hop e utilizzarlo come strumento per superare le divisioni imposte dall'occupazione e dalla povertà. Vi compaiono artisti come i DAM, Palestinian Rapperz, Mahmoud Shalabi, e artiste come Arapeyat e Abeer Alzinaty. Il film è stato presentato al Sundance Film Festival del 2008, e successivamente è stato mostrato sul Sundance Channel. Ha vinto oltre 13 premi. Nell'agosto del 2008 Slingshot Hip Hop è stato visto dai giovani palestinesi in tre dei campi profughi palestinesi del Libano; Shatila, Bourj al-Barajneh, e Bedawi. AWARDS: Beirut International Film Festival/Bonnaroo Music Festival/Boston Palestine Film Festival/DOX BOX Siria/Dubai International Film Festival/Gent International Film Festival/IDFA,ND/NF/Jogja-NETPAC Asian Film Festival/Newport Beach International Film Festival/Refugee Film Festival/Sensoria Music & Film Festival/Stockholm International Film Festival/Sundance Film Festival/Transilvania International Film Festival 
Sotto le bombe di Philippe Aractingi 95’. Francia, Libano, Gran Bretagna 2007. Attori: Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawya El Chab, Bshara Atallah. Durante il cessate il fuoco nel conflitto israelo-libanese del 2006, un autista di taxi cristiano porta una donna sciita non tradizionalista da Beirut fino al cuore del conflitto nel sud del paese. Mentre perlustrano le macerie delle città del luogo alla ricerca del figlio di lei, che era stato mandato a vivere con la famiglia tradizionale, mentre la madre se ne stava con il marito nel Dubai, essi scoprono che, nonostante la formazione molto diversa, essi hanno molto in comune. E durante il loro viaggio attraverso le contrade desolate del sud del Libano, tra i due viaggiatori si sviluppa un legame profondo come risposta al senso di morte che irradia da ogni cosa attorno a loro. Presentato nell'ambito delle Giornate degli autori alla Mostra del cinema di Venezia del 2007, vi ha ottenuto l'EIUC Human Rights Film Award, per la sincerità ed imparzialità con la quale viene descritto un grande dramma dell'umanità rendendo omaggio alle vittime dello stesso. Lebanon's 2009 Academy Awards official submission to Foreign-Language Film category  
Sotto Tregua – GAZA di Giuseppe Baresi, Maria Nadotti, 2009 – 33', documentario Febbraio 2009. L’attacco di Israele alla Striscia di Gaza si è appena concluso, lasciandosi alle spalle una scia di sangue, rovina e menzogne. Nove attori e attrici italiani prestano la loro voce alle parole di scrittori e intellettuali palestinesi, israeliani e europei, che, nel silenzio altissimo e complice dei mezzi di informazione internazionali, ristabiliscono la verità dei fatti, invitando non alla generosa solidarietà, ma alla severa responsabilità. Una carrellata a ritroso, dal gennaio del 2009 all’ottobre del 1956, nel paesaggio devastato di un lembo della Palestina occupata. Un viaggio nel tempo in compagnia di scrittori come Mahmud Darwish, John Berger, Gideon Levy e Ghassan Kanafani. - Ambientazione: Gaza (Palestina)  
Stato Comune, Conversazione Potenziale di Eyal Sivan. 2013. 124'. Il regista propone una messa in scena di parola e ascolto. Mentre l'uno parla, l'altro ascolta: "La parola evolve per assumere la forma di una proposta politica, non attraverso il discorso in sé, ma nel modo in cui nasce il legame nella realtà, pensando per immagini. " Con Stato Comune, Conversazione Potenziale, il regista consente agli spettatori di riflettere su come le persone possano vivere insieme e il film diventa, quindi, un strumento politico: “Il film è l'opposto di tentativi pretenziosi condotti da anni nel tentativo di costruire una sorta di rapporto tra posizione estetica e posizione politica intorno a quello che è forse il fatto storico più rappresentato nel mondo, il conflitto israelo-palestinese”.  
Stone cold justice Australia 2014, 45 min. John Lyons. Il film che è stato prodotto da un gruppo di giornalisti australiani ha scatenato una protesta internazionale contro Israele dopo l’uso esplicito di Israele della tortura contro i bambini palestinesi. I bambini palestinesi arrestati e detenuti dalle forze israeliane, sono sottoposti ad abusi fisici, torture, costretti a false confessioni e spinti a raccogliere informazioni su attivisti palestinesi, per i servizi segreti. Il Ministro degli esteri australiano Julie Bishop ha condannato l’uso di Israele della tortura. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor ha descritto le violazioni dei diritti umani documentate nel film come “intollerabili”. I gruppi per i diritti umani hanno contestato questa dichiarazione, affermando che il governo non fa nulla contro queste violazioni. Un rapporto delle Nazioni Unite Fondo internazionale per bambini (l’UNICEF) afferma che i bambini palestinesi sono spesso presi di mira in arresti notturni e incursioni nelle loro case, minacciati di morte e sottoposti a violenza fisica, isolamento e violenza sessuale. Award: Best TV Documentary - United Nations Association of Australia’s media awards (UNAA) Award: Increasing Awareness and Understanding of Children’s Rights and Issues - (UNAA) Award: ABC TV Four Corners. Nomination: The Walkley Awards - http://livefromoccupiedpalestine.blogspot.it/2014/03/reporter-john-lyons-responds-to-zionist.html 
Strawberry Fields di Ayelet Heller (Israele) 2006 - Strawberry Fields ricorda che le fragole coltivate a Gaza sono l'unico prodotto agricolo commercializzato a livello internazionale di origine palestinese. Una delle maggiori aziende di fragole di Gaza si trova a Beit Lahiya. Più di 1.500 tonnellate di fragole vengono esportate da Gaza verso l'Europa per mezzo della società israeliana Agrexco. Prima di arrivare oltreoceano, però, i frutti devono passare attraverso il checkpoint che divide Gaza da Israele. La stagione 2005-2006 ha coinciso col disimpegno israeliano da Gaza e l'ascesa di Hamas come entità politica al potere. Il conflitto armato tra Hamas e Israele ha portato alla chiusura del valico di frontiera. Le fragole coltivate a Beit Lahiya non possono lasciare Gaza, causando perdite significative per gli agricoltori e il loro partner Agrexco. Incapaci di esportare i loro prodotti, i contadini non hanno altra scelta che distruggere i loro raccolti e prepararsi per la stagione dell'anno successivo.  
The Iron Wall di Mohammad Alatar, Palestina, 2006, 57’, Sott. Italiano - www.theironwall.ps “La colonizzazione sionista nella terra di Israele può solo arrestarsi o procedere a dispetto la popolazione nativa palestinese. Questo significa che può procedere e svilupparsi solo con la protezione di una potenza indipendente, dietro un muro di ferro, che i nativi non potranno penetrare.” Con queste parole, nel 1923, Vladmir Jabotinsky indicava la strada per la colonizzazione della Palestina. Il muro è solo una tappa di questo processo.The Iron Wall ripercorre le tappe della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi, in cui la costruzione del muro si pone solo come la fine di un processo iniziato molti anni fa. “The Iron wall” è il titolo del film-documentario del 2006 diretto da Mohammad Alatar, che mette in luce la situazione della regione occidentale della Palestina (West Bank) a seguito della costruzione da parte dello Stato di Israele del muro, che il 9 Luglio 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito illegale e da demolire, ma che nonostante tutto continua ad esistere. Il titolo del Film prende spunto dalle parole di Vladimir Jabotinsky, intellettuale del movimento sionista, che nel 1923 affermò il bisogno di procedere nella costruzione di insediamenti senza riguardi per la popolazione palestinese esistente, anche attraverso la costruzione di un muro di ferro che non poteva essere valicato. Il Film analizza la situazione attuale della West Bank attraverso interviste a responsabili di diverse organizzazioni, israeliane e palestinesi, mettendo in luce situazioni taciute nelle diverse città della regione, come la città di Hebron, definita una città “fantasma” a causa dell’impossibilità, per i palestinesi residenti, di uscire per le strade e l’impossibilità di filmare ciò che avviene, dovuta soprattutto all’ostilità dei coloni ebrei. L’analisi delle città e della vita in esse segue la linea ideale del muro, da Nord a Sud, da Jenin a Hebron e il film mostra come sia difficile la vita, a volte quasi impossibile, per i cittadini palestinesi residenti nel loro stesso Stato, a causa dei contrasti e delle violenze di molti coloni ebrei e dello stesso esercito israeliano, accusato di fiancheggiare le violenze dei cittadini ebrei verso quelli palestinesi. Il cuore della questione è sicuramente Gerusalemme, su cui si sofferma maggiormente il regista, resa completamente staccata ed inaccessibile ormai ai palestinesi, a causa innanzitutto del muro che la chiude e avvolge completamente, ma anche per mano degli insediamenti israeliani nella zona orientale (in teoria territorio dello stato palestinese) che di fatto staccano la città santa dal resto della West Bank. Il problema su cui si soffermano tutti i personaggi intervistati è quello della pace tra i due Stati; ma la preoccupazione è data dal fatto che processo di pace è iniziato o ha tentato di vivere sulla base di una semplice formula: terra in cambio di pace, per una soluzione che preveda due Stati per due popoli: ma la presenza degli insediamenti e del muro sono la garanzia dell'impossibilità di una tale soluzione, in quanto lo stesso muro e gli insediamenti impediscono una contiguità per un futuro Stato palestinese. Il filmato si chiude con le parole di tre diversi personaggi intervistati nell’arco del documentario; il responsabile palestinese per l’Agricoltura convinto della resistenza “passiva”e della forza di volontà del proprio popolo, che non potrà mai essere spezzata, le parole del giornalista israeliano della testata Haaretz sicuro che la pace possa arrivare solo in tempi brevi, o mai più, e quelle di un responsabile palestinese che afferma che in futuro la situazione cambierà sicuramente in meglio.  
The killer tears di Khalid Faqih - palestina, 2015-2016|22’ (arabo, sottotitoli italiano) The killer tears parla dei #lacrimogeni, utilizzati dall’#esercito israeliano contro il popolo #palestinese, e dei loro effetti, a lungo e breve termine, sulla salute delle persone e dell’ambiente. Ma, in generale, affronta il discorso della ‘creatività’ israeliana nel mettere a punto nuove #ArmiChimiche e nuove tecniche di lancio, che fanno della Palestina un grande campo di sperimentazione. 
The Killing Zone 2003 – 49' - Sandra Jordan e Rodrigo Vazquez - La vita a Gaza è una costante sfida al fuoco dei cecchini israeliani, ai razzi militari e ai buldozers dell'esercito israeliano. Nessuno è al sicuro. Questo documentario svela lo sconvolgente livello di violenza e di odio omicida nella Striscia di Gaza. Civili palestinesi che vivono sotto la costante minaccia di attacchi militari. Ma non solo, anche occidentali sono sotto attacco da parte dell'esercito israeliano. La scuola di Huda è a Rafah ed è gestita dalle Nazioni Unite in un grande spazio aperto, ma una postazione militare israeliana è situata a soli 500 metri di distanza. Come entriamo in classe, una granata esplode nelle vicinanze. I bambini terrorizzati fuggono sotto i loro banchi. Una ragazzina è così traumatizzata, è in stato di shock. Il loro insegnante dice che questo accade continuamente. Quasi ogni giorno, le truppe israeliane lasciano la loro base a Rafah per andare a demolire con i loro buldozer le case dei palestinesi oltre il confine. "Questa è una zona di combattimento" spiega il colonnello Pinky Zoaret. Egli dice che si devono distruggere le case di negare la copertura ai terroristi. Ma la maggior parte delle case appartengono a comuni cittadini palestinesi. Migliaia hanno perso le loro case. E non c'è nessun risarcimento per i senza tetto. Coloro che cercano di fermare la violenza possono finire per pagare con la loro vita. Rachel Corrie era uno di loro. Ha portato il dramma dei palestinesi all'attenzione del mondo ed è morta, schiacciata da un bulldozer israeliano mentre cercava di proteggere un edificio. L'IDF sostiene che è morta a causa del proprio irresponsabile e illegale comportamento. Ma testimoni oculari raccontano una storia diversa. "Il conducente poteva vedere chiaramente che lei era lì", afferma la sua amica. "Ma invece di fermarsi, è andato avanti". Mesi dopo, il fotografo inglese Tom Hurndall è stato colpito mentre cercava di salvare una bambina di sei anni dai colpi di armi da fuoco. Poi il cameraman James Miller, ucciso dal fuoco israeliano. "James è morto perché noi confidavamo nel fatto che loro si sarebbero comportati come un esercito civile. Sapevamo che potevano vedere che non eravamo armati e che portavamo una bandiera bianca. Credevamo che non ci avrebbero ucciso in queste circostanze, ma hanno sparato James comunque", afferma la suo collega Saira Shah. Gaza resta ancora una zona di combattimento. Un incisivo spaccato di vita nei territori occupati, che mostra il vero costo della politica d'Israele. 
The truth: lost at sea di #Rifat Audeh|Giordania, 2017|56’ (inglese, sottotitoli italiano) nel 2010, un gruppo di cittadini e attivisti internazionali hanno dato vita alla #freedomflotilla, al fine di accendere i riflettori sulla striscia di #gaza e romperne l’#assedio. #Israele attaccò il convoglio umanitario, uccise e ferì dozzine di persone, sequestrò le imbarcazioni e arrestò molti partecipanti. Nel film, girato a bordo della Freedom Flotilla da uno dei sopravvissuti, il regista utilizza fonti diverse e filmati inediti, mettendo a confronto le dichiarazioni dei portavoce israeliani e degli #attivisti e mostrando come nei media si sia persa la verità di un evento che ebbe enorme risonanza in tutto il mondo. #PremioDelPubblico all'Al Ard Doc Film Festival 
They want them gone di Hanaa Mahameed - |Palestina, 2017|22’ (arabo, sottotitoli italiani). 25000 beduini palestinesi del deserto del #Negev abitano più di 40 villaggi che Israele non riconosce. Hanno nazionalità israeliana ma non gli è consentito vivere nella terra degli avi e non hanno diritto a una casa, all’#acqua e all’#elettricità. Per Israele, i beduini del Negev non sono che un miraggio. Da decenni, cerca di chiuderli in uno spazio sempre più esiguo e di #requisire le loro terre, per espandere i suoi #insediamenti.  
This is my land... Hebron Di Giulia Amati, Stephen Natanson 2010, 72' Con This is my land... Hebron Giulia Amati e Stephen Natanson si sono confrontati con la realtà del conflitto arabo-israeliano da una prospettiva inedita. Piuttosto che predicare ai già convertiti, hanno affrontato la questione drammatica dei territori occupati dai coloni osservando come questo nodo apparentemente insolubile pesi sulla coscienza israeliana (sia di destra che di sinistra). Pur concentrandosi sulla violenza subita dai palestinesi per mano dei coloni con il beneplacito dell'esercito israeliano, il film evidenzia con grande precisione come a soli trenta chilometri da Gerusalemme si affrontino due visioni dell'ebraismo e due idee diametralmente opposte di Israele. Amati e Natanson osservano come la tragedia degli abitanti palestinesi di uno dei primissimi insediamenti israeliani della West Bank, costretti a subire indicibili violenze quotidiane, si rifletta sulla coscienza degli israeliani di buona volontà. Considerata la città santa da ebrei, cristiani, musulmani, hebron è il luogo dove è sepolto Abramo. Eppure Gideon Levy, giornalista di Haaretz, non può fare a meno di notare: “non esiste un posto dell'occupazione che odio più di Hebron... è veramente il luogo del male”. Adottando uno schema narrativo che oppone frontalmente dichiarazioni provenienti da un campo e dall'altro i due registi sono riusciti di fatto a filmare la coscienza lacerata di un intero paese. Così alla dichiarazione di Noam Arnon che afferma: “la vita non è facile ad Hebron, ma quello che otteniamo vale molto di più. Diamo un senso alle nostre vite, otteniamo la consapevolezza che stiamo facendo qualcosa di importante. Ovviamente per gli ebrei, per la nostra storia e per il mondo di Dio. Ma non solo, perché stiamo facendo qualcosa di molto importante per il mondo intero”, fa da contraltare Uri Avnery che riflette: “in qualsiasi altro paese del mondo sarebbero considerati dei fascisti... se non peggio. Sono un gruppetto di circa 500 persone il cui scopo nella vita è cacciare 160.000 palestinesi... questa gente che è arrivata 30 o 40 anni fa dall'Europa considera gli abitanti di Hebron che sono lì da 5000 anni degli stranieri”. Tra i protagonisti del film figura Yehuda Shaul, ex militare israeliano, fondatore dell'associazione Breaking the Silence che ricorda: “durante le prime due o tre settimane che siamo arrivati a Hebron ci siamo recati nel centro storico siamo rimasti tutti scioccati. Camminando per le strade ci siamo trovati di fronte dei graffiti che probabilmente suonano più familiari in Germania che da noi. Scritte come “arabi nelle camere a gas” o “fuori gli arabi” con la stella di Davide al centro. All'inizio un gruppo del mio plotone ha pensato di rifiutarsi di prestare servizio a Hebron. Eravamo sconvolti. Non potevamo credere a quello che vedevamo”. A fargli da contraltare nel film figura David Wilder, portavoce dei coloni che afferma: “non considero Yehuda Shaul un militare. Yehuda Shaul in qualsiasi paese normale verrebbe processato per tradimento e impiccato. Sfortunatamente Israele non ha ancora raggiunto questo livello di giustizia”. E tutto questo senza mai dimenticare le cifre: 600 coloni, 2000 soldati israeliani in una città di 160.000 palestinesi. Attraverso i materiali forniti, tra l'altro da associazioni come B'tselem, il cui portavoce Oren Yakobovich viene interpellato nel corso del film, emerge dunque il quadro di una situazione insostenibile che non può non invocare soluzioni politiche e diplomatiche inequivocabili. Per il bene dei palestinesi e di Israele. Amati e Natanson con This is my land... Hebron sono riusciti a realizzare un film che senza puntare all'enfasi o alla complicità ideologica possiede il merito indiscutibile di offrire alla riflessione una situazione che torna a occupare le pagine dei quotidiani solo in occasione di tragedie o recrudescenze del conflitto. Attraverso uno stile sobrio e preciso nel mettere in scena una violenza devastante, Amati e Natanson offrono un contributo forte e chiaro alla causa della pace. 
Ticket to Jerusalem di Rashid Masharawi, Palestina 2002, 90’ v.ital. Una coppia palestinese vive in un campo profughi nei pressi di Ramallah: lei è volontaria in un pronto soccorso della Mezzaluna Rossa, lui è un proiezionista che ogni giorno deve affrontare le interminabili file ai checkpoint che lo separano dalle scuole dove proietta vecchi film d’animazione per bambini, e il trasporto del proiettore e delle bobine dei film si fa sempre più difficile, finché non decide di organizzare senza permesso una proiezione in un quartiere di Gerusalemme, una volta arabo ma ora abitato da israeliani. Un “atto sovversivo” più importante di quanto si pensi: sostituire ai sassi il lancio della propria memoria storica nel futuro, il cinema quale strumento di un processo storico rivolto alla giustizia. Un’azione culturale che documenta l’esistenza di un popolo ancora vivo, un film che afferma l’esigenza di rinascita di una cultura, la ricerca di una identità che vuol dire dignità. 
Tomorrow's Land Una testimonianza, un simbolo di vicinanza e una speranza che brilla ancora nonostante gli anni di violenza. Sono solo una parte degli ingredienti che si possono trovare nel film documentario Tomorrow’s Land, girato dai due filmaker bresciani Andrea “Paco” Mariani e Nicola Zambelli. La pellicola è lunga 78 minuti. La trama, spiega una nota, è ambientata a At-Tuwani, un piccolo villaggio palestinese di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, Area C della West Bank, a controllo amministrativo e militare israeliano. Da circa 10 anni nel villaggio è nato il Comitato di Resistenza Popolare, diretta espressione della rivolta dal basso della classe contadina locale e contemporaneamente potente destabilizzatore dei meccanismi di controllo e repressione attuati dall’occupazione israeliana. Con il supporto e la collaborazione degli attivisti israeliani, il movimento sta crescendo e si sta affermando in chiave regionale come uno dei possibili percorsi per costruire e immaginare un nuovo futuro. “Siamo andati nella West Bank”, spiegano Zambelli e Mariani, “a raccogliere le storie di resistenza degli abitanti di At-Tuwani. Così è nato il progetto che ha portato alla produzione di Tomorrow’s Land, che ha potuto vedere la luce grazie ad una campagna di autofinanziamento che, tra Brescia e Bologna, ha coinvolto molte realtà dell’associazionismo e dei movimenti sociali. La colonna sonora è firmata, tra gli altri, dai Radiodervish”. 
To Shoot An Elephant di Alberto Arce / Mohammad Rujailah. Questo è un film embedded. Abbiamo deciso di essere "embedded all'interno del ambulanze" aprendo un dialogo immaginario con quei giornalisti che sono “embedded” all'interno degli eserciti. Ognuno è libero di scegliere la parte da cui vuole testimoniare. Ma le decisioni spesso non sono imparziali. Abbiamo deciso che i civili che lavorano per il salvataggio dei feriti ci avrebbero dato una prospettiva molto più onesta della situazione di quelli il cui lavoro è colpire, ferire e uccidere. Noi preferiamo i medici, piuttosto che i soldati. Noi preferiamo il coraggio di quei soccorritori disarmati rispetto a quello di chi (con esperienze anch'esse interessanti, ma moralmente ripugnanti) si è arruolato per uccidere. Si tratta di una questione di messa a fuoco. Non mi interessano le paure, i traumi e le contraddizioni di coloro che hanno una scelta: la scelta di rimanere a casa e dire no alla guerra. 
Una manciata di terra  di Sahera Dirbass. 52' – 2008. E' la storia di palestinesi originari del villaggio di Tirat Haifa, fuggiti o cacciati via dalla loro terra nel 1948. Attraverso il racconto dei protagonisti, sparsi tra Cisgiordania, Siria e Giordania, il film pone l’accento sul passaggio della memoria collettiva palestinese dalla prima all’ultima generazione di profughi e sul rapporto con la terra d’origine. 
War of antiquities (War of Ruins) di Lana Shaheen - Palestina, 2016-26’(arabo, sottotitoli italiano). Il documentario esplora aspetti spesso trascurati e fa conoscere la #guerra trascorsa e in atto, in tutta la #Palestina e in particolare a #Gaza, a ogni elemento distintivo della #civiltà e della tradizione palestinese, che #Israele devasta o cerca di aggiudicarsi, ai fini della giudaizzazione del territorio (a partire dagli #scavi e dal furto di antichi #reperti, compiuti dall’ex Ministro della Difesa Moshe #Dayan, dai #monumenti, #libri e #manoscritti, alla #moneta, ai vestiti e alla stessa keffiya). Fin dall’#antichità, Gaza si attesta come un luogo di eccezionale importanza nel processo di civilizzazione e studiosi, esperti, comuni cittadini, nonostante la mancanza e l’inadeguatezza dei mezzi, si adoperano in ogni modo per difendere i suoi antichi tesori. 
Women beyond borders di Jean Chamoun. 2004 - 59'. In “Donne oltre i confini”, l'acclamato regista Jean Chamoun (Le Ombre della Città) guarda le vite e le opere di alcune delle donne che hanno aderito alla lotta per la patria palestinese. Kifah Afifi, sopravvissuta al massacro di Shatila del 1982 in Libano quando aveva appena dodici anni, racconta di aver combattuto l'occupazione israeliana del Libano meridionale negli anni '90 e di come è avvenuta la sua carcerazione dalla prigione di Khiam, gestita dalla milizia ausiliaria israeliana, allora esercito del Libano del sud. Il regista Chamoun esplora anche i contributi pionieristici di altre donne palestinesi, come l'attivista Samiha Khalil, conosciuta anche come Um Khalil, che aveva criticato la dichiarazione Balfour e l'occupazione britannica della Palestina in una manifestazione femminile internazionale nel 1936, quando aveva solo tredici anni. Um Khalil è stata la fondatrice dell'organizzazione di solidarietà sociale Inaash al-Usra, nel suo garage nel 1965, e si era presentata alle elezioni presidenziali del 1996 in competizione con Yasser Arafat, ottenendo il 12% dei voti. 
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