Palestina Sì o No?

Mentre la seconda Intifada (iniziata nel settembre 2000) ancora infuriava in Israele e nei territori palestinesi occupati, il film Intervento Divino (2002), del regista Elia Suleiman nato Nazareth, è stato presentato all'Accademia del Cinema delle Arti e delle Scienze come nomination dalla Palestina all'Oscar per miglior film in lingua straniera. L'Accademia ha respinto il film perché, diceva, "La Palestina non è un paese". Nel 2006, quando il film Paradise Now (2005) del regista palestinese Hany Abu-Assad è stato nominato nella stessa categoria, l'Accademia ha accettato, e ha individuato il suo paese come "l'Autorità Palestinese".

Il cinema palestinese è davvero un cinema apolide nazionale che rappresenta socialmente, economicamente e geograficamente 11,6 milioni di palestinesi sparsi in tutto il mondo - si stima che il 50% dei palestinesi siano profughi.

In tutti i territori occupati, i palestinesi non hanno avuto per lo più nessun accesso al cinema: durante la prima intifada Israele ha chiuso tutti i luoghi di svago, tra cui i cinema. Lo stato israeliano ha immobilizzato il popolo occupato, asfissiato i loro sforzi culturali, e ha vietato manifestazioni pubbliche culturali e incontri culturali.

"In Palestina non esiste una industria cinematografica né politiche culturali adeguate o infrastrutture; nonostante ciò la scena culturale è estremamente vivace si produce molto: basta pensare alle recenti candidature all’Oscar di “Five broken cameras” di Emad Burnat e Davidi Guy, e di “Omar” di Hany Abu-Hassad, ma ci sono moltissimi altri film che hanno avuto riconoscimenti internazionali ad esempio “When I saw you” di Annemarie Jecir, vincitore del “Best Asian Film” al Festival di Berlino, del “Best Arab Film” al Festival di Abu Dhabi, del “Premio Speciale della Giuria” al Festival arabo di Oran in Algeria e del “Premio della Giuria” al Festival Internazionale del Cairo, e anche “A world not ours” di Mahdi Fleifel, che ha vinto ben 3 premi al Festival di Abu Dhabi, il Premio per la Pace al Festival di Berlino, il Premio del Pubblico al Millenium International Documentary Film Festival di Bruxelles, il Dokfest a Monaco di Baviera e il Miglior Film Internazionale al Festival Internazionale di Ismailia in Egitto. Sono tutti documentari e fiction che riprendono il dolore e le inquietudini del popolo palestinese in modo da cristallizzarli e renderli veicolabili sulla scia della lezione di Tawfiq Salih regista di “Al-makhdu’un”, opera basilare della cinematografia palestinese (tratto dal romanzo di Ghassan Khanafani “Rijal fi-al-shams”) secondo cui “non si può cambiare la mentalità e la psicologa di un popolo giocando coi suoi sentimenti al punto da provocarne le lacrime... l’arte impegnata deve provocare nello spettatore la collera di fronte a ciò che vede per sviluppare una coscienza critica” (Monica Macchi – Formacinema)

"Io non so se il microcosmo del conflitto arabo-israeliano è un riflesso del mondo, o se il mondo è un microcosmo della Palestina. Globalmente, la Palestina si è moltiplicata e ha generato tante Palestine. Sento che se si va in Perù, anche lì si trova pesantemente la Palestina." (Elia Suleiman)

L'associazione FuoriCircuito, 
la Comunità palestinese di Lombardia e il
Consiglio di Zona 1 del Comune di Milano

presentano le prime 4 di una serie di proiezioni sulla situazione nella Palestina storica. Ogni proiezione sarà presentata da una significativa personalità.

h. 20,30
CAM Garibaldi -
C.so Garibaldi 27 ang. Via Strehler - Milano

entrata libera




24 settembre 2014

 Lella Costa   presenta:
 Five broken cameras 

di Emad Burnat e Guy Davidi.
Vincitore del Sundance Festival di Robert Redford, la pellicola racconta la crescita del figlio del primo ai tempi del muro voluto da Ariel Sharon. Con cinque telecamere, tante quante l'esercito israeliano gli ha rotto. Los Angeles e l’opulenza di Hollywood non hanno nulla a che vedere con il povero e angusto villaggio cisgiordano di Bili’n, ulteriormente rimpicciolito dalla costruzione del muro israeliano, che lo spacca in due. Eppure Emad Burnat, regista di 5 broken cameras, primo documentario palestinese candidato a un Oscar, non appena atterrato a Los Angeles con la moglie e il figlio maggiore, si è sentito “a casa”. Gli agenti addetti al controllo dei passaporti non hanno creduto alla motivazione della sua visita, nonostante il foglio d’invito dell’accademia per partecipare alle premiazioni, e lo hanno rinchiuso con la famiglia nella camera di sicurezza dell’aeroporto, nell’attesa del primo volo utile per Israele. “Sono abituato purtroppo a queste situazioni – ha spiegato il regista una volta rilasciato – alla lotta quotidiana per avere un minimo di diritti. L’occupazione israeliana non si limita a toglierci le terre, a distruggerci la casa, a mettere barriere e posti di blocco ovunque ma ci strangola attraverso la macchina burocratica. Ci vogliono permessi e contro-permessi per fare qualsiasi cosa”. Mentre si trovava rinchiuso, Burnat ha postato un tweet e mandato un sms al suo collega-amico ben più noto, Michael Moore, che ha subito chiamato i legali dell’accademia per chiedere di intervenire. “Il problema è che qui nessuno ritiene verosimile che un palestinese possa essere candidato a un Oscar ”, ha risposto Moore. Burnat non aveva mai pensato di fare il regista. Avrebbe invece voluto continuare a lavorare il piccolo appezzamento di terreno della sua famiglia ma la costruzione del muro decisa nel 2005 dall’ex premier israeliano Ariel Sharon, ha scombinato tutti i suoi piani: il suo terreno è stato confiscato assieme agli uliveti e vigne della maggior parte dei suoi concittadini. Da allora ogni venerdì a Bili’n si tengono manifestazione pacifiche di protesta a ridosso del muro che spesso finiscono in tragedia per la reazione dei soldati israeliani. Fu proprio dopo l’uccisione di un amico, colpito in pieno petto da un lacrimogeno, che il giovane contadino decise di utilizzare la piccola telecamera, acquistata allo scopo di filmare la crescita dei suoi figli per denunciare la violenza nei confronti dei suoi concittadini. Ma i soldati e i coloni non appena si accorgevano di essere ripresi, gli rompevano la telecamera. Un fatto accaduto ben cinque volte: da qui il titolo del documentario. Che porta la firma anche di Guy Davidi, un filmaker attivista israeliano, diventato amico di Burnat durante i mesi in cui si era trasferito a Bili’n per documentare gli effetti perversi dell’occupazione. Davidi ha smistato il materiale, che include anche momenti di vita familiare del regista, e deciso come montarlo.


02 ottobre 2014
 Diego Siragusa  presenta
 This is my land... Hebron 

di Giulia Amati, Stephen Natanson.
2010, 72' Con This is my land... Hebron Giulia Amati e Stephen Natanson si sono confrontati con la realtà del conflitto arabo-israeliano da una prospettiva inedita. Piuttosto che predicare ai già convertiti, hanno affrontato la questione drammatica dei territori occupati dai coloni osservando come questo nodo apparentemente insolubile pesi sulla coscienza israeliana (sia di destra che di sinistra). Pur concentrandosi sulla violenza subita dai palestinesi per mano dei coloni con il beneplacito dell'esercito israeliano, il film evidenzia con grande precisione come a soli trenta chilometri da Gerusalemme si affrontino due visioni dell'ebraismo e due idee diametralmente opposte di Israele. Amati e Natanson osservano come la tragedia degli abitanti palestinesi di uno dei primissimi insediamenti israeliani della West Bank, costretti a subire indicibili violenze quotidiane, si rifletta sulla coscienza degli israeliani di buona volontà. Considerata la città santa da ebrei, cristiani, musulmani, hebron è il luogo dove è sepolto Abramo. Eppure Gideon Levy, giornalista di Haaretz, non può fare a meno di notare: “non esiste un posto dell'occupazione che odio più di Hebron... è veramente il luogo del male”. Adottando uno schema narrativo che oppone frontalmente dichiarazioni provenienti da un campo e dall'altro i due registi sono riusciti di fatto a filmare la coscienza lacerata di un intero paese. Così alla dichiarazione di Noam Arnon che afferma: “la vita non è facile ad Hebron, ma quello che otteniamo vale molto di più. Diamo un senso alle nostre vite, otteniamo la consapevolezza che stiamo facendo qualcosa di importante. Ovviamente per gli ebrei, per la nostra storia e per il mondo di Dio. Ma non solo, perché stiamo facendo qualcosa di molto importante per il mondo intero”, fa da contraltare Uri Avnery che riflette: “in qualsiasi altro paese del mondo sarebbero considerati dei fascisti... se non peggio. Sono un gruppetto di circa 500 persone il cui scopo nella vita è cacciare 160.000 palestinesi... questa gente che è arrivata 30 o 40 anni fa dall'Europa considera gli abitanti di Hebron che sono lì da 5000 anni degli stranieri”. Tra i protagonisti del film figura Yehuda Shaul, ex militare israeliano, fondatore dell'associazione Breaking the Silence che ricorda: “durante le prime due o tre settimane che siamo arrivati a Hebron ci siamo recati nel centro storico siamo rimasti tutti scioccati. Camminando per le strade ci siamo trovati di fronte dei graffiti che probabilmente suonano più familiari in Germania che da noi. Scritte come “arabi nelle camere a gas” o “fuori gli arabi” con la stella di Davide al centro. All'inizio un gruppo del mio plotone ha pensato di rifiutarsi di prestare servizio a Hebron. Eravamo sconvolti. Non potevamo credere a quello che vedevamo”. A fargli da contraltare nel film figura David Wilder, portavoce dei coloni che afferma: “non considero Yehuda Shaul un militare. Yehuda Shaul in qualsiasi paese normale verrebbe processato per tradimento e impiccato. Sfortunatamente Israele non ha ancora raggiunto questo livello di giustizia”. E tutto questo senza mai dimenticare le cifre: 600 coloni, 2000 soldati israeliani in una città di 160.000 palestinesi. Attraverso i materiali forniti, tra l'altro da associazioni come B'tselem, il cui portavoce Oren Yakobovich viene interpellato nel corso del film, emerge dunque il quadro di una situazione insostenibile che non può non invocare soluzioni politiche e diplomatiche inequivocabili. Per il bene dei palestinesi e di Israele. Amati e Natanson con This is my land... Hebron sono riusciti a realizzare un film che senza puntare all'enfasi o alla complicità ideologica possiede il merito indiscutibile di offrire alla riflessione una situazione che torna a occupare le pagine dei quotidiani solo in occasione di tragedie o recrudescenze del conflitto. Attraverso uno stile sobrio e preciso nel mettere in scena una violenza devastante, Amati e Natanson offrono un contributo forte e chiaro alla causa della pace.


09 ottobre 2014
 Dirar Tafeche  (1) presenta:
 Il compleanno di Leila 

di Rashid Masharawi.
70'. Palestina / Tunisia / Olanda – 2008. Abu Laila è un funzionario ma per vivere fa il taxista. E' un uomo qualsiasi, ordinario, preciso, diligente, quasi maniacale nei suoi rituali. Il giorno del compleanno della figlia le promette di festeggiarla al suo ritorno a casa. Nel corso della giornata si scontra con tutti i paradossi possibili della società palestinese: l'incapacità della politica di farsi carico dei problemi della gente, la polizia, il sistema giudiziario, gli attacchi israeliani. Mentre intorno a lui si scatena il finimondo, egli è determinato a trovare un regalo per la figlia e non demorde. Cerca a tutti i costi una normalità… Premi: MedFilm Festival, Roma 2008 (Premio Miglior Film); Festival di Cartagine 2008 (Tanit d'Argento e Premio Miglior Attore), Middle East International Film Festival 2008 (Best Artistic Contribution), Festival International du Film d'Amiens 2008 (Premio Amiens Métropole), Cairo International Film Festival (Premio Miglior Film Arabo e Miglior Scenegg.)


16 ottobre 2014
 Susanna Sinigaglia (2) presenta
 Jaffa. La meccanica dell'arancia 

di Eyal Sivan.
2009 | 88'. La storia della Palestina e di Israele si fonda sulla rappresentazione, immagini e luoghi comuni. Tra tutti questi simboli veicolati e ammessi, solo uno è comune ad entrambe: l'arancia. Raccontare la storia delle arance di Jaffa, significa raccontare la storia di questa terra attraverso una storia ricca e commovente.  Jaffa non è che un modo per ricordare. È prima di tutto il far affiorare il passato attraverso la malinconia del presente. Le arance di Jaffa hanno molto da raccontarci. E quello che ci dicono è bello e triste. Bello, perché attraverso la ricerca di archivio che risale alla nascita del cinema, molte mitologie, arabe ed ebree, si intersecano, e ciò che è troppo spesso trascurato, si accordano all'unisono. Triste, perché l'avventura coloniale sionista era basata sulla rimozione dell'arancia, del suo odore, del frutto di una terra,  per diventare nient'altro che un prodotto di esportazione.  In "Jaffa, la meccanica dell'arancia", si incrociano la poesia, la pittura, il cinema, i lavoratori degli agrumi e gli storici, la memoria e il presente. Perché senza l'arancia, non c'è futuro possibile.



(1)

Profugo palestinese, nato in Palestina, (Galilea), residente in Italia

(2)

Rete ECO (Ebrei contro l'Occupazione)


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