Perchè i palestinesi sono divisi?

Rapporto tra FPLP
e Islamismo politico palestinese

I dibattiti d'argomento religioso e politico sono spesso distorti da percezioni ideologiche e culturali soggettive59. L'inquietudine per il fenomeno islamico in Europa resta così in larghissima parte dominato da una serie di paradigmi del tutto astratti che non lasciano posto ad un'analisi concreta (o anche solo limitata ai fatti) del campo politico mediorientale60, e viene tracciata una dicotomia arbitraria tra “laici” e “religiosi”, “islam moderato” e “islam estremista”, “progressista” e “reazionario”.

Si sono così create delle tipologie che in verità corrispondono a una realtà politica immaginaria: la politica così come si vorrebbe che fosse, e non quale realmente essa è soprattutto in Medio Oriente. Il campo politico mediorientale appare come fondamentalmente distorto dalle semplificazioni storiche, che traccerebbero una linea di separazione irrimediabile tra islamismi identici gli uni agli altri, da al-Qaida all'Hezbollah libanese, così come tra laici naturalmente attenti ai diritti dell'uomo e della donna. Queste categorizzazioni apparirebbero in effetti oggi come parzialmente false: in Palestina è il Fatah “laico” ad essere autore di una delle leggi più reazionarie sui diritti della donna, che limita a sei mesi la pena di detenzione per i colpevoli di crimini d'onore. Il fatto è che spesso si confonde laico con progressista. Allo stesso modo, ci si immaginerà i laici come necessariamente perseguitati dagli integralisti musulmani. Pur vera in alcuni casi, questa affermazione si rivela falsa in altri. Bisogna allora comprendere, per esempio, come il Partito Comunista Libanese stringa alleanze con Hezbollah, o come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) marxista lavori spesso con Hamas o il Jihad islamico, e interrogarsi politicamente e metodologicamente su queste nuove realtà.

Le prime elezioni municipali in Cisgiordania dal 1976, che si sono tenute il 23 dicembre 2004, posero allora un interrogativo: Hamas prenderà il sopravvento su al-Fatah? Quale sarà il rapporto di forza politica tra gli islamismi, il movimento nazionalista e la sinistra alla fine dello scrutinio? La risposta non era a senso unico: le elezioni municipali non sono state oggetto di una chiara strutturazione del campo politico. Al contrario, alcune coordinate sono state sconvolte, e sembra che alcune tendenze siano state confermate. Piuttosto che un'inesauribile opposizione tra campi nettamente delimitati – Fatah, Hamas, FPLP, FDLP, PPP – localmente si sono costituite nuove alleanze, fluttuanti e congiunturali. A Bnei Zayyaid, così come a Betlemme, un'alleanza tra FPLP e Hamas permise di contestare ad al-Fatah il predominio politico in seno al Consiglio Municipale. A Ramallah, un anno più tardi, fu una donna membro del FPLP ad essere eletta a capo del municipio, aggiungendo i tre seggi di Hamas ai sei del FPLP e mettendo in minoranza i sei consiglieri municipali di al-Fatah.

Queste nuove alleanze si sono ugualmente configurate nel campo delle azioni militari: le frange armate del FPLP (le Brigate Abu Ali Mustafa) hanno regolarmente operato dal 2001 nella Striscia di Gaza al fianco delle Brigate Ezzedine al Qassam (la frangia armata di Hamas) e delle Brigate al-Quds (quelle del Jihad Islamico). Infine, alcuni elementi dissidenti di al-Fatah, strutturati intorno alla nebulosa dei Comitati di Resistenza Popolare (CPR), si sono poco a poco avvicinati alla direzione “gazawi” di Hamas: quest'ultimo, dopo la sua vittoria alle elezioni legislative del gennaio 2006, nominò uno dei principali attivisti dei CPR, Jamal Samhadana, ex militante di al-Fatah, a capo dei nuovi servizi di sicurezza palestinesi formati dal governo di Hamas; si trattava allora di fare da contrappeso, soprattutto nella Striscia di Gaza, alle forze di sicurezza dirette da Mohammad Dahlan, dirigente di al-Fatah.

Samhadana simboleggiava quella frangia di Fatah che si era poco a poco allontanata dalla direzione del partito e che confermava il suo progressivo sviluppo, accelerato dalla morte di Yasser Arafat l'11 novembre 2004.

Gli scontri Fatah-Hamas degli ultimi anni corrispondono a una divergenza politico-strategica, a una differenza riguardo alla posizione da adottare di fronte a Israele e alla comunità internazionale, non a una querelle ideologica laici-credenti. E nel momento in cui i due partiti maggiori Fatah-Hamas favoriscono con il loro scontro fratricida un processo di guerra civile latente, sono il FPLP e il Jihad Islamico Palestinese ovvero un'organizzazione di sinistra e un'organizzazione islamica – a ricoprire solitamente il ruolo di intermediari. Se il FPLP resta oggi scettico verso Hamas, ciò avviene perché il primo rimprovera al secondo di chiudersi in un testa-a-testa armato Hamas-Fatah, che frena l'unità nazionale palestinese e che rischia di precipitare i territori palestinesi nel caos dell'ordine pubblico. E ancora una volta questa posizione viene condivisa dal FPLP con il Jihad islamico, insieme al quale ha potuto manifestare nelle strade di Gaza durante gli avvenimenti del giugno 200761.

L'islam politico subisce una fase ormai accelerata di nazionalizzazione e regionalizzazione, mentre i settori nati dalla sinistra e dal nazionalismo arabo, baathista o nasseriano, che si trovano a perdere un modello politico e un partner strategico e sono in preda a una crisi strutturale e militante, tentano poco a poco di ridefinire i propri modelli ideologici e pratici, e si ritrovano obbligati a diversificare la loro rosa di alleanze privilegiando così il partner islamico.

La sinistra di ispirazione marxista, i nazionalismi arabi di diversa osservanza e infine i settori centrali dell'islam politico sembrano oggi collaborare a stretto contatto. Non è ovviamente però sempre così: i differenti tipi di nazionalismo arabo si sono distinti per vari decenni attraverso politiche repressive a fronte di correnti che derivavano dai Fratelli musulmani soprattutto per i casi dell'Egitto e della Tunisia.

In Palestina, i gruppi che si evolvevano nella nebulosa dei Fratelli musulmani e che stavano dando alla luce il Movimento della Resistenza Islamica (Hamas) nel 1986, a loro volta se la presero con i militanti del FPLP e del PPP. Il dottor Rabah Mahna, negoziatore dell'Ufficio Politico del FPLP nelle discussioni intra-palestinesi, fu per esempio vittima di un tentato omicidio da parte dei militanti di Hamas nel 1986. Ma la visione che ha del movimento islamico è determinata dalla realtà politica attuale, non da quella del passato, parlando di Hamas, ne sottolinea i punti di progresso e di stagnazione, e il modo in cui entrambi si combinano più o meno diversamente secondo la congiuntura politica: “troviamo una certa evoluzione all'interno di Hamas. Dal 1988, si ê in effetti poco a poco trasformato da una organizzazione del tipo dei Fratelli Musulmani in un movimento di liberazione nazionale islamico. Noi abbiamo spinto poi Hamas ad integrare l'OLP, fare in modo di essere un movimento di liberazione nazionale in seno all'OLP. Ma il suo rifiuto a riconoscere l'OLP alla fine fu per noi molto sospetto (...). Non facciamo pressione su Hamas, quindi, e lo riconosciamo in quanto corrente della resistenza, e secondariamente come governo eletto. Ma al di là di questo non vogliamo che Hamas resti bloccato in una visione chiusa, ideologica, dello stesso genere di quella dei Fratelli Musulmani: è per questo motivo che le forze politiche mondiali e arabe che sostengono la causa palestinese, ma che non sono d'accordo con tutto o con parte del programma di Hamas, devono aiutarci a farlo uscire da una visione chiusa in se stessa e a continuare la sua evoluzione. Altrimenti, isolandosi, si rischia che torni indietro, ripiegando verso un movimento di tipo integralista, come prima del 1988 ”.

Se in passato ci sono stati scontri, le differenti modalità di opposizione tra nazionalisti, islamismi e sinistra radicale possono essere storicamente relativizzate tramite una serie di passaggi dinamici già il sociologo Maxime Rodinson62 ricordava che tra il nazionalismo arabo, l'islam e il marxismo esisteva un'affinità, che favoriva la circolazione di idee e pratiche. “L' incompatibilità dottrinale incontestabile tra varie ideologie cede a diversi processi di conciliazione quando le considerazioni sulla strategia internazionale fanno propendere verso un atteggiamento amichevole tra i due movimenti (comunisti e musulmani). Troviamo prestiti d'idee all'ideologia comunista da parte dei musulmani quando queste idee corrispondono a ciò che la loro ideologia implicita rivendica, anche al di fuori di questo atteggiamento amichevole. In particolare, gli anni '90 segnano una rottura, e il tacito sistema che aveva visto allearsi affinità e opposizione violenta si è poco a poco trasformato in una dinamica unitaria, in cui l'affinità è stata ancor di più favorita da un processo di alleanze tattiche tra queste differenti correnti. In effetti con la Guerra del Golfo, con i tentativi di regolare il conflitto israelo-palestinese attraverso la conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo del 1993, con la fine del bipolarismo Est-Ovest e con la riunificazione dello Yemen, è un intero mondo che affonda. La fraseologia rivoluzionaria e nazionalista è sulla bocca di tutti, che sia islamica o marxista; cioè non è estraneo nemmeno all'abbandono progressivo del discorso messianico e terzomondista da parte del regime di Teheran. Le coordinate politiche sono cambiate. Bisognerà determinare dove è avvenuto un triplo scacco: dell'islam politico, del nazionalismo arabo, della sinistra. Ma al di là di questo, è certo sulle macerie delle grandi utopie e delle mitologie multiple del secolo uscente che poco a poco va a ricostruirsi e ricomporsi il campo politico arabo e palestinese. Le dinamiche in atto non sono più unilaterali: se negli anni '80 l'islamismo raccoglieva i frutti degli errori politici e sociali del mondo arabo, dal 1991 si assiste a una più grande interazione e ad una più ampia trasversalità delle dinamiche politiche. Sinistra, nazionalismo e islamismo si trovano ormai in un complesso processo di rielaborazione ideologica le programmatica, di incroci di problematiche a fronte di un sentimento di sconfitta e impasse del mondo arabo.

Questo può essere constatato, in primo luogo, in Palestina: poco dopo gli accordi di Oslo, nell'ottobre 1993, si costituisce una “Alleanza delle forze palestinesi”, composta di elementi che avevano rotto con Fatah, ma soprattutto da elementi del FPLP marxista e di Hamas.

Dal 2000, i ritmi di ricomposizione politica tra nazionalismo, sinistra radicale e islamo-nazionalismo sono accelerati: sulla spinta della Seconda Intifada e dell'intervento americano in Iraq, le convergenze tattiche tra di essi si sono accentuate. Queste ruotano principalmente intorno alla questione nazionale e alla questione delle “occupazioni”, dalla Palestina all'Iraq passando per il Libano, e intorno alla denuncia congiunta delle politiche americane e israeliane.

È prima di tutto sul campo che si realizzano le alleanze, sul terreno pratico, non su quello teorico: al momento della “guerra dei trentatré giorni” tra Libano e Israele, durante il giugno e l'agosto del 2006, il Partito Comunista Libanese (PCL) ha riattivato alcuni dei suoi gruppi armati nel sud del Libano e nella piana di Baalbek, e ha combattuto militarmente al fianco di Hezbollah come Resistenza Libanese.

Il punto della questione è allora sapere se l'accordo tattico può trasformarsi in accordo più o meno strategico, e includere una visione a lungo termine della società, dello Stato, delle politiche economiche. È lì che la trasformazione del campo politico arabo sembra essere più profonda: dal 2000 al 2006, la serie di accordi politici tra sinistra, nazionalisti e islamisti si è poco a poco allargata ad un insieme di tematiche, cosa del tutto nuova in rapporto ai quadri di alleanze degli anni 1980 e 1990.

La questione nazionale si gioca quindi oggi per estensione: quando negli anni '90 le alleanze tra sinistra, nazionalisti e islamisti erano semplicemente fondate sul riconoscimento di un nemico comune – nel caso specifico Israele – la collaborazione sul lungo periodo tra queste correnti sfocia in definitiva in un allargamento del campo d'azione politica, che va dalla questione nazionale alla questione democratica, e dalla questione democratica alla questione dello Stato, delle istituzioni e delle forme sociali da adottare.

Questa ricomposizione politica non è indipendente dalle nuove dinamiche politiche mondiali in atto, con un movimento altermondialista consolidato nel paesaggio politico ma anche e soprattutto con l'apparizione di un polo nazionalista di sinistra in America Latina, rappresentato da Hugo Chavez ed Evo Morales. Un movimento islamo-nazionalista come Hezbollah elabora la sua rosa di alleanze secondo un modello terzomondista: Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, non smette di fare riferimento agli esempi del presidente venezuelano, mentre la sua organizzazione, insieme al Partito Comunista Libanese, ha invitato a Beirut, dal 16 al 20 novembre 2006, quasi 400 delegati della sinistra mondiale e del movimento antimperialista, nello scenario di una conferenza di solidarietà con la resistenza, e il cui comunicato finale fissava tre punti strategici: la questione nazionale e la lotta contro le occupazioni, la difesa dei diritti democratici e la protezione dei diritti sociali. E proprio la questione femminile è oggi oggetto di dibattito: in Libano come in Palestina, le associazioni femministe nate dalla sinistra non esitano più a condurre campagne comuni con le associazioni delle donne islamiste, specialmente sulla questione del diritto al lavoro e della denuncia delle violenze sulle donne. Per Islah Jad, militante femminista palestinese e ricercatrice sul movimento delle donne in Palestina, non si tratta di “opporre le donne laiche a quelle islamiche, ma di sviluppare un discorso femminista secolare e radicale”, discutendo e lavorando insieme con i quadri femminili del movimento islamico: “Gli islamisti hanno ammesso che le donne erano perseguitate e vittime dell'oppressione sociale, mettendo la questione non sul piano della religione ma delle tradizioni che bisogna far evolvere.

Secondo loro, l'Islam chiede che le donne si organizzino per liberare il paese, che vengano educate, organizzate e politicizzate, rese attive per lo sviluppo della loro società. Il fatto che le donne islamiche non cerchino di costruire il proprio discorso politico appoggiandosi ai testi religiosi offre alle donne laiche delle possibilità di influenzare la visione e i discorsi degli islamisti, e di evitare blocchi.

Questa interazione pratica tra sinistra araba, nazionalismo e islamismo, seppur nuova e ormai realizzata tanto in campo sindacale quanto associativo, elettorale e militare, è ancora soltanto agli inizi. Dei punti d'accordo sulla questione nazionale, la democrazia o la difesa dei diritti sociali non costituiscono ancora un corpus abbastanza chiaro e stabile per sapere fino a che punto questa alleanza possa realmente unire.

In Palestina, le alleanze tra FPLP e Hamas, per esempio, sono ben lontane dall'essere approfondite, poiché le due organizzazioni mantengono una certa diffidenza reciproca. In V questo caso, la partnership FPLP/Jihad islamico è da parte sua pienamente stabilita anche in merito all'ideologia ed alla lotta di classe e per la difesa degli oppressi che lo stesso Jihad Islamico persegue, a differenza di Hamas considerato comunque un partito di “destra”.

Si tratta piuttosto di comprendere che lo sviluppo di un islamismo aperto a sinistra e alle sue dimensioni nazionali cambia la situazione politica e mette in moto lunghi processi di ricomposizione politica, strategica e ideologica. Ancora ai suoi inizi ma in via di sviluppo esponenziale, l'emergere di un polo islamico aperto tanto a sinistra quanto alle dimensioni nazionaliste e arabe costituisce un fenomeno politico che è in grado esso stesso di ricomporre in modo duraturo la scena politica palestinese. Bisogna comunque tenere conto che secondo diversi esponenti del FPLP, l'alleanza con Hamas in questo rimane strategica e vincolata alla resistenza palestinese all'occupazione, mentre su determinate tematiche e differenze “ideologiche e politiche” ci sarà poi tempo per discutere dopo la liberazione della Palestina. La stessa “liberazione” viene vista da Hamas come l'unificazione di tutti i Territori Occupati con un'islamizzazione della società, al contrario il FPLP si è sempre dichiarato, come vedremo successivamente, per la creazione di “uno stato laico, democratico senza nessuna differenza o discriminazione di credo o di razza”.

59 Cfr. Un Islamisme ouvert sur sa gauche, Nicolas Dot Pouillard, 2009.

60 Cfr. Maxime Rodinson, Rapport entre islam vet communisme, Marxisme et monde musulman, Seuil, 1972, pp. 167-16:8.

61 Dal 12 al 14 Giugno 2007 ci fu la Battaglia di Gaza nella quale Hamas prese il definitivo controllo della Striscia di Gaza.

62 Maxime Rodinson, Rapport entre islam et commünisme, op. cit. pag. 178.

Tratto da: Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: tra ideologia e pragmatismo - Stefano Mauro - Edizioni Clandestine



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