No all'annessione

A cura di Enzo Barone
Milano 24 giugno 2020

Ipocrisia: questa battaglia, se mai è stata effettivamente sviluppata, è oramai persa ed è necessario, seriamente, prenderne atto considerando cause e responsabilità, che sono tutt’uno, per andare avanti e non arrendersi ricadendo nel medesimo vortice paralizzante.
Il popolo di Palestina dalla spartizione in poi è stato lasciato solo e la sua lotta generosa, già sviluppatasi agli albori con le rivolte antecedenti il 1948, sempre più osteggiata, vilipesa, infamata da nemici esterni e, ciò che è più grave, interni.
La narrazione propagandata universalmente nel bieco, consapevole, meschino inganno della realtà, da cantori quantomeno incauti, ma autenticamente ignoranti e/o complici, prevede due “forze” opposte, come se dotate della medesima “potenza di fuoco”, ove ognuna rivendica le proprie ragioni, quelle dell’oppressore legittime: solamente argomentare partendo da simile presupposto rappresenta un’indecenza, oltre che un’offesa all’intelligenza.

Fa riflettere che il presidente dell’Associazione Partigiani Italiani di Milano, in spregio ai valori cui si richiama l’organismo indegnamente rappresentato, sposi quella lettura gettando fango addosso al popolo che resiste all’occupazione, provocatoriamente accondiscendente con l’ideologia sionista, beatamente mentendo, vilmente travisando la storia, letame che sospinto dal vento della verità funge da boomerang.

Quando si ricorda la “Nakba” non deve tale riferimento essere scisso dalla situazione attuale che trova il suo filo conduttore nel suprematismo ebraico e nella genuflessione della Autorità Palestinese.

La terra dei palestinesi è stata loro rubata da scelte operate a monte, nei “consessi internazionali”, poste in essere da miliziani criminali sempre più incoraggiati, nel loro agire mediante massacri, deportazioni, appropriazioni indebite, dal silenzio assoluto equivalente ad assenso.

Il 1967 è la logica conseguenza di quanto verificatosi dal ’48 in poi ed il 2020 pone il sigillo definitivo ad un percorso infame dove a brillare restano soltanto i martiri, i prigionieri, gli esclusi.

In questa, necessariamente soltanto accennata, retrospettiva un momento fondamentale, per quanto di negativo ha rappresentato, restano gli “accordi di Oslo 1993”; è allora che, fatti salvi il contesto storico e la volontà di far compiere un decisivo passo in avanti nel percorso di autodeterminazione del suo popolo, Abu Ammar viene tecnicamente impallinato (prima di essere pragmaticamente avvelenato 11 anni dopo) dall’abile avversario, in tal modo determinando il virare della “causa palestinese” verso la tragica realtà attuale.

Si accetta l’esistenza dell’Entità sionista prevedendo di potervi convivere, rinunciando, di fatto, alla resistenza sul presupposto, folle quanto ingenuo, di avere a che fare con una controparte leale.

Ci si compiace della nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese che, docile e fedele, assolverà al compito, come dimostrato dai fatti che seguiranno, di coordinarsi con la potenza occupante al fine di reprimere ogni germoglio di Resistenza; detta istituzione rappresenterà la forza del mondo sionista con l’obiettivo di mantenere il popolo palestinese prigioniero nello spazio delimitato dall’occupante, a protezione dell’interesse di quel mondo.

Si favorirà la divisione tra palestinesi, di fatto consentendo il venire a galla di realtà confessionali che mai avrebbero trovato spazio adeguato nella laica Palestina, fingendo di stupirsi dell’inevitabile successivo successo elettorale di tale compagine, delegittimando tale ineccepibile risultato, così incoraggiando un assedio ancora in corso ai danni dei fratelli palestinesi di Gaza.

Ci si adeguerà alla colonizzazione di insediamento ed a quanto questa comporti, accontentandosi di amministrare le municipalità di “zona A” sguazzando nella complicità e nella corruzione.

Gli esuli dimenticati, i campi profughi abbandonati, il Muro di separazione illegale ma tollerato, terre, case, risorse requisite, sussistenza affidata agli aiuti internazionali sotto l’egida del ricatto e della malversazione.

Se si osserva quanto descritto in un’ottica di analisi politica viene spontaneo affermare come da una parte siedano gli apparenti vincitori di sempre -i potenti- con i loro accoliti, servi che bramano l’osso dal padrone e la “comunità internazionale” mentre dall’altra stiano i giusti della storia: gli umiliati e offesi.

Ebbene, in vista dell’atto formale, fissato per il 1° di luglio, della presa di possesso di un ulteriore pezzo di terra palestinese che andrà a sommarsi al 78% di quanto già sottratto, in stile croce uncinata ma senza nemmeno bisogno, stavolta, dei carri armati avendo già raggiunto l’obiettivo, vengono indette manifestazioni di protesta, doverose ed improrogabili, le cui parole d’ordine, ad avviso di chi scrive, non appaiono tutte condivisibili.

  • IMPEDIRE L’ANNESSIONE: tempo scaduto;
  • INVIO FORZA ONU DI INTERPOSIZIONE: equivale a domandare a Dracula di operare a favore dei donatori di sangue;
  • RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA DA PARTE DEL GOVERNO ITALIANO E DELLA U.E.: quale Stato? Il restante bantustan 22% sottratto un terzo, rispetto all’originario 100%? E da parte di Organismi ontologicamente sionisti?
  • CONFERENZA INTERNAZIONALE DI PACE SOTTO EGIDA DELLE NAZIONI UNITE SULLA BASE DELLE RISOLUZIONI ONU E DEL DIRITTO AL RITORNO: appare addirittura stucchevole opinare in merito evidenziando che le N.U. sono quell’Organismo nel cui ambito agisce il Consiglio di Sicurezza ove vige, come dovrebbe essere risaputo, l’esercizio del diritto di veto tale da paralizzare ogni iniziativa contraria alla determinazione sionista. Ma poi, quale pace con una realtà illegale, fuorilegge, omicida? Il Diritto al Ritorno non si elemosina a chi tale principio, sancito normativamente, ha permesso fosse costantemente ignorato e violato.
Saranno i Palestinesi, la gente che ha sempre fieramente opposto il proprio corpo e le proprie coscienze alle angherie neonaziste, a conquistare Libertà ed Autodeterminazione, attraverso la lotta di resistenza contro i sionisti, ovunque presenti o camuffati, perché, come insegna la storia dei popoli, se nel percorso di emancipazione non te la sbrighi da solo ed attendi il consenso dei potenti resterai schiavo.
Da parte nostra, ognuno con la sua visione ma tutti con la Palestina nel cuore, l’onere di sostenere la lotta del popolo palestinese, in ogni sua forma, perché nell’intera Palestina possano vivere persone libere.


Testo critico redatto dael Coordinamento Napoli Palestina rispetto al tema dell’annessione e alla questione dell’appello promosso dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio.

LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER LA PALESTINA

SCENDIAMO IN PIAZZA PER CONTRASTARE L’ANNESSIONE ISRAELIANA DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

Il 28 gennaio scorso il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reso noti i termini del cosiddetto “Accordo del Secolo”: in realtà un’imposizione unilaterale che prospetta la realizzazione delle mire israeliane sull’intera Palestina e prefigura la definitiva cancellazione dalla storia del popolo palestinese.

Il piano, grottescamente chiamato “Pace verso la prosperità”, riconosce Gerusalemme unita sotto sovranità israeliana e l’annessione da parte di Israele della valle del Giordano e degli altri blocchi di insediamenti nei Territori Occupati del ’67; cancella il diritto al ritorno dei profughi del 1948; concede ai palestinesi non uno Stato, ma alcuni territori dotati di una autonomia solo nominale, pretendendo al tempo stesso la rinuncia al diritto di resistere all’occupante e il disarmo delle organizzazioni della Resistenza; infine, il piano prevede che Israele possa ‘sbarazzarsi’ di alcune centinaia di migliaia di palestinesi del ’48 trasferendoli fuori dello Stato sionista. 

La popolazione palestinese sarebbe confinata in piccole enclave collegate fra di loro da ponti o gallerie, senza controllo dello spazio aereo e marittimo né dei confini, completamente circondate dai territori che Israele si è annessi nonché esposte all’ulteriore espansione degli insediamenti coloniali. Verrebbe così a compimento la realizzazione di un sistema di apartheid, già ampiamente avviata e in atto, ma che ora condurrebbe alla definitiva segregazione dei palestinesi in qualcosa di simile a “riserve indiane”, in verità veri e propri campi di prigionia. 

Mentre sancisce il controllo già esercitato di fatto da Israele sulla Cisgiordania, il Piano Trump prospetta una nuova ondata di deportazioni e pulizia etnica, che si aggiungerebbe alla distruzione di case, sottrazione di terre, arresti arbitrari, uccisioni di giovani e giovanissime vite palestinesi, angherie e soprusi che appartengono alla quotidianità dell’occupazione sionista. 

L’“Accordo del secolo” dichiara esplicitamente nullo il diritto internazionale, peraltro sempre rimasto sulla carta, sistematicamente violato da Israele e ignorato dalle grandi potenze. Sono liquidate così in un solo colpo tutte le risoluzioni dell’ONU a salvaguardia del popolo palestinese, i trattati che condannano l'apartheid come crimine contro l’umanità (convenzione delle Nazioni Unite del 1973) così come quelli che vietano la deportazione della popolazione da parte dell’occupante e la colonizzazione dei territori occupati (articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra). 

Insieme col riconoscimento, da parte dell’amministrazione statunitense, di Gerusalemme come capitale di Israele nel maggio del 2018, e con l’approvazione, nel luglio dello stesso anno, nel parlamento israeliano, della “legge sullo Stato-nazione”, che definisce Israele “la patria storica del popolo ebraico” e incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, il piano che Trump vuole imporre rappresenta l’ennesimo atto da parte di Usa e Israele, con l’evidente complicità dei regimi arabi loro alleati (a partire da Arabia Saudita e Egitto) e dell’Unione Europea, volto a “liquidare” la questione palestinese. Ma questa “soluzione” rappresenta anche un tassello decisivo del tentativo di segno neocoloniale portato avanti dalle potenze occidentali e volto a ridefinire l’assetto nell’intero Medio Oriente, sino alla aggressione all’Iran e minacciando così una guerra globale.   

Sei mesi dopo la presentazione del “Piano Trump”, l’annessione di ampie parti della Cisgiordania allo Stato israeliano sta per diventare ufficiale. Il 1 luglio 2020, infatti, il parlamento israeliano (la Knesset) avvierà l’iter legislativo per quello che sta passando nella narrazione israeliana come la “procedura per l’estensione della sovranità di Israele”. In altre parole la procedura per la colonizzazione della Palestina de jure e non solo de facto. Il 1 luglio il governo sionista di Tel Aviv si appresterà ad un tentativo epocale di “regolarizzazione internazionale” di ciò che da decenni è già la realtà: la Palestina e il suo popolo devono scomparire per poi essere sostituiti dal progetto di una “Grande Israele”. L’“Accordo del Secolo” non è un piano di pace, è un piano per liquidare la causa palestinese. Le pagine più nere della Storia, seppure in forma diversa, sembrano rivenire a galla: così come il nazismo voleva una Germania pura e ariana, il sionismo vuole una Israele pura e ebrea.

Di fronte ad uno scenario così grave, scendere in piazza e protestare a gran voce contro il progetto israeliano di annessione di parti della Cisgiordania è più che mai indispensabile. Sabato 27 giugno in tante città di tutto il mondo, migliaia di uomini e donne si recheranno a ridosso dei luoghi simbolo del regime di oppressione sionista (dalle sedi istituzionali israeliane alle rappresentanze diplomatiche statunitensi) per manifestare il proprio sdegno contro la politica di Tel Aviv e dei suoi alleati – tra cui, non dimentichiamolo mai, l’Italia. 

Il momento è drammatico e capiamo bene il tentativo da parte della comunità palestinese, in Palestina quanto all’estero, di lavorare in direzione di una mobilitazione locale e internazionale quanto più partecipata possibile così da lanciare un messaggio forte ed inequivocabile ad Israele. Anche il Coordinamento Napoli Palestina sarà a Piazza della Repubblica di fronte al Consolato Americano il 27 giugno per ribadire lo stesso messaggio: NO ALL’ANNESSIONE!   

Nonostante il momento delicato, crediamo sia opportuno evidenziare degli aspetti problematici rilevati nell’appello promosso da una delle realtà palestinesi più influenti in Italia, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio (è possibile leggere qui il testo dell’appello https://www.facebook.com/events/2551049935156052/). L’appello, inoltre, è stato ripreso in tante città italiane dalle diverse comunità palestinesi diffuse nel paese.  

Il testo in questione inizia con un breve cappello introduttivo su quanto sta avvenendo da settimane negli Stati Uniti d’America in cui si afferma: “Noi siamo profondamente anti-razzisti e solidali con tutte le manifestazioni che pacificamente dicono: «La vita dei neri conta»”.

Questa nota non ha certo l’obiettivo di affrontare il tema “violenza / non violenza”, ma non possiamo esimerci dall’argomentare, seppur brevemente, le motivazioni che ci portano a rifiutare l’avverbio “pacificamente”. 

Innanzitutto crediamo che se si vuole prendere posizione su quanto sta avvenendo negli USA, non si può ignorare il dato che i processi di cambiamento in corso – per certi aspetti anche radicali come ad esempio lo scioglimento di alcuni corpi di polizia in importanti città del paese e in generale una discussione mainstream sull’esistenza di una discriminazione razziale sistemica nei confronti dei neri – stanno avvenendo grazie alla capacità del movimento americano, e in particolare del Black Lives Matter, di innescare un processo di massa, fluido e attraversabile da tant*. Questo, infatti, ha incluso modalità pacifiche e non. L’utilizzo dell’espressione nell’appello “siamo solidali con le manifestazioni che pacificamente dicono etc” ci sembra quindi una formula per delegittimare chi con coraggio ha dato vita ad un processo, che seppur a piccoli passi, ha innescato un percorso di lotta e di emancipazione di quella parte della popolazione che storicamente soffre le angherie e i soprusi del sistema in cui vivono.   
Inoltre, ci sembra assai bizzarro, che proprio chi dovrebbe conoscere questo meccanismo funzionale al potere di dividere le opposizioni di turno “in buoni e cattivi” stia riproponendo le stesse dinamiche a soggetti terzi. Di questo passo, al prossimo giro, potremmo iniziare a leggere affermazione del tipo “siamo solidali alle realtà palestinesi che pacificamente si oppongono all’annessione della Cisgiordania”. 

L’appello prosegue e ci si imbatte nella seguente affermazione, “Israele, malgrado le denunce e l’opposizione delle Nazioni Unite, dell’ EU, della Lega Araba, continua imperterrita ed impunita a violare la legalità internazionale  e a compiere  crimini   quotidianamente”.

Ci rendiamo conto che affrontare il tema del ruolo dell’ONU rispetto alla questione palestinese, e nello specifico riguardo il tema dell’annessione israeliana della Cisgiordania, è un argomento complesso e non ci aspettiamo che sia un appello dettato dall’emergenza ad affrontare con chiarezza questi temi.

Ciò non toglie, però, che spingersi a scrivere “l’opposizione dell’ONU, dell’UE e della Lega Araba” è davvero troppo. Ma di quale opposizione si sta parlando? Certo riferirsi all’ONU come se fosse un unico blocco monolitico è una grande – e controproducente – semplificazione. In ogni caso, se proprio dobbiamo semplificare la questione, allora dovremmo scrivere tutt’altro delle Nazioni Unite.   

Se dovessimo sintetizzare in poche righe andrebbe detto che l’organo che davvero conta, l’organo esecutivo, chi detiene il potere per intenderci, è il Consiglio di Sicurezza e questo non è altro che un Direttorio di 5 paesi (le 5 potenze vincitrici della II Guerra Mondiale) i quali tramite il diritto di veto hanno l’esclusiva per quanto riguarda l’approvazione di risoluzioni a carattere operativo. Il diritto internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite non svolgono nessuna funzione di rilievo a favore della pace internazionale e contro le guerre di aggressione. Di quale opposizione si fa riferimento dunque nell’appello della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio? Forse alle sterili risoluzioni di condanna dell’Assemblea Generale? Quelle, nel caso non fosse chiaro dopo settant’anni di occupazione della Palestina da parte di Israele, sono utili finzioni scenografiche, peccato però che sono utili solo ad Israele nel continuare impunita nella sua opera di colonizzazione e lento etnocidio. 

Un simile discorso vale per il riferimento “all’opposizione dell’UE ad Israle”. Ma di quale opposizione si parla? L’Unione Europea in termini di accordi di cooperazione economica, politica e militare è sicuramente – dopo gli USA ovviamente – il più grande alleato di Israele. Se l’UE alzasse minimamente la testa su temi che teoricamente le sono tanto cari – ad es. i diritti umani – dovrebbe interrompere dall’oggi al domani qualsiasi rapporto di cooperazione con Israele. L’elenco delle violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi è impressionante, così come denunciato da pressoché tutte le Agenzie umanitarie ONU (si pensi ai report mensili dell’UNRWA, dell’OCHA o dell’UNICEF). Come mai Israele nega al popolo palestinese l’intero ventaglio dei diritti umani e le potenze occidentali la sostengono e finanziano tramite accordi di sviluppo e cooperazione? È evidente che non è certo la tutela dei diritti umani a guidare le scelte di politica estera bensì gli specifici interessi dei poteri forti nazionali e internazionali. La guerra, non a caso, è diventata lo strumento centrale che regola il sistema delle relazioni internazionali e la democrazia e i diritti umani sono ridotti ad un esercizio di retorica funzionale al mantenimento dello status quo.

L’appello termina con una serie di richieste alla comunità internazionale. Tra queste segnaliamo (riportiamo letteralmente):

- “l’invio di una forza ONU di interposizione che si dia carico anche della difesa dei cittadini e delle cittadine palestinesi dagli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani”; 

- “la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente, sotto l’egida delle Nazioni Unite e con tutte le parti interessate, sulla base dell’opzione “due stati per due popoli", Gerusalemme condivisa, alla luce delle risoluzioni Onu e nel rispetto della legalità internazionale, a partire dalla convenzione di Ginevra”;

A primo acchito, lo diciamo fuori dai denti, pensavamo di aver letto male. È il paradosso dei paradossi: Israele ha istituito un regime di apartheid ai danni del popolo palestinese, continua da decenni la sua opera di lenta pulizia etnica, ha reso la Striscia di Gaza un ibrido tra il carcere a cielo aperto più grande del mondo e un campo di concentramento in pieno stile nazista e ha occupato il 100% della Palestina, e il tutto avviene nel silenzio/assenso della comunità internazionale e la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio cosa richiede nell’appello? Una missione militare di interposizione ONU e una Conferenza internazionale per la pace sotto l’egida delle Nazioni Unite! Ma siamo seri? Sono settant’anni che il mondo assiste allo sterminio dei palestinesi e il Consiglio di Sicurezza ONU, il Direttorio dei 5 paesi di cui sopra, non fa altro che legittimare tale politica di sterminio tramite il proprio silenzio/assenso. Lo Stato sionista, protetto dallo scudo indistruttibile del veto americano può tutto, consapevole che non sarà mai soggetta ad un provvedimento coercitivo da parte del Consiglio di Sicurezza. Fino a che Israele rimarrà la fedele alleata statunitense quale è, nessuna violazione del diritto internazionale, nessun regime di occupazione, per quanto violento e terrorista, né tanto meno l’istituzione di un regime di apartheid sarà mai punito. Il Consiglio di Sicurezza è corrotto dallo strumento del veto e poiché ne hanno la legittimità e il diritto gli USA schermano aprioristicamente Israele. La vera legge che regola l’ordinamento internazionale, la legge del più forte, è dalla parte di Tel Aviv.

Le richieste fatte nell’appello della Comunità palestinese di Roma e del Lazio evidenziano un cortocircuito lampante: si sta cercando la soluzione nelle stesse mani di chi da settant’anni il problema lo ha causato e sta continuando a causarlo. L’organo esecutivo delle Nazioni Unite – a meno che non avvenga una riforma che cambi radicalmente il suo orizzonte culturale, la sua struttura e i meccanismi che ne regolano i processi decisionali – non è parte della soluzione bensì parte del problema. Su queste basi crediamo che bisogna rifiutare con forza e non dare agibilità politica a chi continua ad immaginare che la fine dell’occupazione e l’inizio di una Palestina libera possa avvenire tramite operazioni nate in seno al Consiglio di Sicurezza.  
Infine l’ennesimo aspetto problematico dell’appello. Il testo termina con un passaggio in cui viene scritto “perpetuando l’errore protrattosi per 27 anni di una trattativa in balìa di una disparità di forze che ha portato alla totale disapplicazione dell’accordo di Oslo del 1993”. Senza entrare troppo nel merito di una disputa di carattere ormai storico, da questa affermazione si evince che la Comunità palestinese di Roma non prende minimamente le distanze da Oslo e di conseguenza non ci resta che rilevare una distanza abissale rispetto alle valutazioni circa l’omonimo accordo e in generale circa l’interpretazione degli ultimi trent’anni della “questione palestinese”.  

In maniera estremamente sintetica, per noi, nella migliore delle ipotesi, gli accordi di Oslo rappresentano l’inaspettata prosecuzione del progetto di furto di terra e della politica del lento etnocidio ai danni dei palestinesi, e, nella peggiore delle ipotesi, un accordo che ha portato ad una forma di collaborazione di parte dell’establishment palestinese con la potenza occupante.   

Per tutti questi motivi riteniamo di non firmare l’appello promosso dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio e di non aderire alle loro richieste. 

Come scritto all’inizio di questa nota, ci rendiamo perfettamente conto che il momento è drammatico e probabilmente con questo appello la Comunità palestinese di Roma ha provato a “tirare verso di sé” parti della società civile italiana. Comprendiamo il motivo ma non ne condividiamo le modalità. A nostro avviso promuovere appelli con questi contenuti è un’azione controproducente verso l’intero e variegato mondo delle realtà che solidarizza con la causa palestinese. Promuovere appelli di questo tipo equivale a fare un regalo alla controparte sionista. A distanza di settant’anni dalla Nakba continuare a non capire quali sono le regole e le dinamiche che muovono l’ordinamento internazionale, il diritto internazionale e in particolare il Consiglio di Sicurezza, vuol dire proporre delle posizioni di forte arretramento per l’intero movimento pro-Palestina.   

Alla luce dello scenario illustrato, e comprendo l’importanza del tentativo di unità che il momento impone, crediamo sarebbe stato opportuno indicare poche ma chiare e condivisibili parole d’ordine per la manifestazione nazionale di sabato 27 giugno: 

- Sostegno alla resistenza del popolo palestinese
- Diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi
- Fine dell'Occupazione e dell'Apartheid
- Libertà per i prigionieri politici palestinesi
- Embargo militare e fine di ogni forma di cooperazione con Israele
- Sostegno al movimento BDS
- No all'annessione dei Territori Palestinesi




Questo il testo redatto per il 27 giugno da Palestina Rossa:

Contro l’occupazione della Palestina al fianco della resistenza palestinese


L’autunno dello scorso anno il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato chese fosse stato rieletto avrebbe annesso allo “Stato Ebraico” la Valle del Giordano e il nord del mar Morto, un vasto territorio completamente circondato da insediamenti e coloni, completamente sotto il controllo sionista (riconosciuto come Area C dagli Accordi di Oslo) a meno della città di Gerico (Area A) amministrata dall’Autorità Palestinese (nata dagli stessi accordi).
All’inizio di quest’anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato alla Casa Bianca il “Piano del Secolo” che, tra le altre bizzarrie, prevede l’annessione ad Israele della Valle del Giordano...il tutto dipinto come “un'opportunità storica” per i palestinesi - completamente assenti dalla stesura del piano - perché possano raggiungere la loro aspirazione di uno “Stato indipendente”.
Nel giro di due anni gli USA hanno spostato la propria ambasciata a Gerusalemme e riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan; due decisioni che ancora una volta evidenziano
l’esclusivo ed incondizionato sostegno al colonialismo sionista. Mentre prosegue un quotidiano
stillicidio dei palestinesi, la demolizione delle loro case e la cancellazione dei loro villaggi, gli
arresti punitivi e i soprusi dei coloni che impazzano liberamente.
In tutto questo gli Stati europei stanno a guardare l’Occupazione che avanza, ma non solo, negli ultimi 30 anni hanno proseguito ed incrementato le connessioni economiche con i colonialisti, le loro relazioni politiche, le esercitazioni militari, le cooperazioni scientifiche, etc...malgrado il movimento BDS riesca a raggiungere piccoli successi che provano a scalfire la tossica narrazione e propaganda sionista promossa dai nostri media e dai nostri governi.
Le aspirazioni del popolo palestinese sono sempre state quelle di liberare la Palestina dal sionismo, per restituire la terra palestinese alle persone libere, per restituire giustizia ai martiri, libertà ai prigionieri e il ritorno dei profughi. La creazione di uno Stato indipendente accanto a quello sionista non ha mai rappresentato un’aspirazione nazionale per il popolo palestinese, che invece oggi lotta per costruire un unico Stato laico e democratico in cui si possa convivere tutti con pari diritti ed opportunità.
Oggi è arrivato il momento di rigettare completamente gli Accordi di Oslo, voluti e sostenuti dagli USA in contrapposizione alla Resistenza palestinese; è arrivato il momento di smantellare l’ANP in quanto strumento dell’Occupazione, ristrutturare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e far tornare il popolo palestinese a sognare la sua liberazione attraverso la propria Intifada.
Immaginare che la fine dell’occupazione possa avvenire attraverso trattative, o per l’intervento di quelle istituzioni internazionali dove agisce il Consiglio di Sicurezza segnato dal diritto di veto
degli USA, è pia illusione, o anche peggio. Significa dimenticare che quei paesi o quelle istituzioni non siano gli stessi che in questi anni portano guerre in giro per il resto del mondo, affamando devastando e sottomettendo le popolazioni.

Fine di ogni collaborazione con l’Occupante!
Libertà per i prigionieri e giustizia per i profughi!
Sostegno alla resistenza palestinese!

Vorrei capire...

La prospettiva proposta da questa nota è tratta da un post Facebook di Roberta Rivolta:

Vorrei capire a cosa serve convocare cinquanta persone divise su dodici piazze diverse a sostegno della Palestina quando si aliena quotidianamente il movimento filopalestinese, e i palestinesi stessi, dai loro unici veri alleati politici: e cioè i paesi dell'asse della resistenza.

In passato, quando non avevo ancora capito niente della guerra in Siria, l'unica cosa che registravo era che il movimento filopalestinese si stava spaccando sulla questione.
Vedevo persone più anziane di me, alcune per età e per militanza, altre solo per militanza, dividersi e indebolire, a quel che mi pareva, il sostegno alla Palestina.
Quando ripenso a come sostenevo che in piazza per la Palestina dovessero comparire solo le bandiere palestinesi mi faccio tenerezza da sola. Teniamo unito il movimento, pensavo.

Unito una fava.
L'unità i palestinesi non la devono cercare con l'europa, che può ipocritamente esprimere tutte le rimostranze che vuole ma è asservita a israele.
L'unità i palestinesi la devono cercare con i loro alleati naturali. E non siamo noi. E mi chiedo se a queste persone più anziane di me, per età o per militanza, frega davvero qualcosa della Palestina, visto che sono decenni che fanno le loro comparsate nelle piazze italiane senza che a Netanyahu, o chi per lui, gli si scosti un capello.

Quando uno vuole raggiungere un obiettivo e vede che un sistema non funziona, la sanità mentale, così come la definisce la famosissima citazione di Einstein, impone la ricerca di altre strade.
Tutto il resto a me pare autocompiacimento occidentale. Niente, ma proprio niente di più.

W la Palestina. W Hezbollah, w la Siria, w l'Iran.



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