GIRO 2018: Le tappe della memoria

a cura di Dirar Tafeche

In Palestina le prime tre #tappe del Giro dovrebbero transitare sulle macerie dei paesi distrutti dalle forze armate sioniste e sulle tombe della popolazione palestinese sterminata.


La prima tappa non poteva non partire da
#Gerusalemme. E’ un percorso a cronometro tecnicamente impegnativo. Da subito, appena presentato il Giro negli studi RAI nel novembre 2017, i sionisti hanno ottenuto l’eliminazione della dicitura “Ovest” dopo “Gerusalemme”. Evidentemente già sapevano quello che sarebbe accaduto dopo pochi giorni, ai primi di dicembre, e cioè la dichiarazione di Trump di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele senza alcuna distinzione tra Ovest ed Est. Questo riconoscimento contrasta le molteplici Risoluzioni ONU che attribuiscono a Gerusalemme uno status internazionale e che ordinano a Israele il ritiro dai territori occupati nel 1967 (tra cui Gerusalemme est). Il riconoscimento azzera uno dei principi cardine del diritto internazionale, quello che vieta l’acquisizione di territorio con la forza. Bando a sottili disquisizioni giuridiche, da tempo tenute in alcun conto; torniamo al percorso della tappa che tocca luoghi significativi. I corridori dovrebbero transitare vicino a #KfarSha’ul, una cittadina sorta sulle macerie di #DeirYassin. Costretti dalla necessità della gara contro il tempo, essi non potrebbero soffermarsi a rendere omaggio alle centinaia di vecchi, uomini, donne e bambini massacrati il 9/4/1948. In oltre 144 case abitavano 708 persone. La pulizia etnica è stata totale e nessuno è rimasto vivo a Deir Yassin: o uccisi o espulsi. Doverosamente il percorso tocca #Talbiyya, città natale di Edward Said. Si passa poi vicino a via #Jabotinsky, una delle tante vie d'Israele dedicate a questo signore, onorato eroe nazionale benché grande estimatore di Mussolini (sì, Benito, quello delle leggi razziali) nonché fondatore dell’Irgun, organizzazione terroristica ebraica nata nel 1935 da una scissione dell’Haganah e responsabile, con la banda Stern, tra l’altro, dell’attentato all’Hotel King Daviddi Gerusalemme ove nel 1946 furono uccise 91 persone tra cui 17 ebrei. Il crimine più significativo della banda Stern (subito dopo essere stata integrata nell’esercito israeliano) è l’omicidio del conte Bernadotte del settembre 1948: la sua sgradita attività di mediatore ONU prevalse sui suoi immensi meriti nell’attività a favore dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti: grazie a Bernadotte si salvarono circa 30.000 persone tra cui migliaia di ebrei (tra 6000 e 10.000). I corridori dovrebbero andare poi verso la porta di #Giaffa, ove sorgeva il quartiere marocchino, distrutto nel 1967, al quarto giorno della guerra cosiddetta “dei sei giorni”, per fare posto al grande slargo avanti al Muro del pianto. Il villaggio di #Lifta non è lontano dal percorso; fu parzialmente distrutto nel Gennaio 1948 e i suoi 2958 abitanti furono uccisi o espulsi. La tappa di Gerusalemme non poteva non toccare lo #YadVashem, l’Ente nazionale per la memoria della Shoah. Nel suo Giardino dei Giusti trova posto anche Gino Bartali, usato dagli organizzatori del Giro e dalla propaganda israeliana come astuto espediente per giustificare la scelta di #Israele come luogo di partenza del #101° #GiroDItalia. Nonostante la massiccia campagna mediatica qualche sospettoso ha notato che l’inserimento di #Bartali tra i #Giusti è stato piuttosto tardivo (2013) e ha insinuato il dubbio che sia stato solo funzionale alla realizzazione dell’attuale Giro. Tanti ebrei antifascisti e antisionisti hanno chiesto di togliere il nome dei loro familiari dallo Yad Vashem per non sentirsi complici dei crimini sionisti commessi anche strumentalizzando il genocidio subito. I corridori, chini sul manubrio, non avrebbero tempo e voglia di pensare a tutto questo.

#PRIMATAPPA: Gerusalemme

1 - Deir yassin

  •   Attaccata il 9 apr. 1948.
  •   N. abitanti nel ’48, 708.
  •   N. case 144, nel 1944.
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione villaggio: parziale.
  •   Oggi è la cittadina Kfar Sha'ul.

Testimonianza del massacro:

Dal libro “Vittime” di Benny Morris, pag. 265:


“Avvenne
 con l’approvazione dell' Haganah e in stretta collaborazione con esso … [fornirono] il fuoco di copertura e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia”. “ Intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolti sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne bambini, trasportati su autocarri scoperti per le vie a Ovest di Gerusalemme in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma”. “Alcuni sono stati brutalmente eliminati dai loro catturatori” “I maschi adulti sono stati portati in città su alcuni camion, fatti sfilare per le strade, riportati al punto di partenza e fucilati con mitragliatrici e fucili mitragliatori. Prima di caricarli sui camion, gli uomini dell’ IZL e della LHI hanno frugato donne, uomini e bambini e prendendo denaro e gioielli. Il trattamento riservato a costoro è stato particolarmente barbaro, con calci, pressioni con le canne dei fucili, sputi e insulti (alcuni abitanti di Givat Shaul hanno partecipato alle sevizie)”.

    2 - Musrara è un quartiere dove esiste un museo chiamato Museum of the Seam. La palazzina, edificata nel 1928, appartiene alla famiglia palestinese Baramki, che tutt’oggi vive a Gerusalemme, ma è considerata assente. 

    3 - Talbya è il quartiere dove nacque Edward Said.

    4 - Jabotensky St. Ze’ev Jabotensky fu un sionista che aveva sempre ammirato Benito Mussolini. La strada incrocia il percorso (o forse per un breve tratto lo percorre), quindi è in contrasto con gli ideali di Bartali.

    5 - International Christian Embassy, un'associazione di evangelisti tra i più fanatici e fondamentalisti. Il loro sito non lascia alcun dubbio sulle loro aspirazioni. Loro sede è la villetta della famiglia Haqq, il cui nonno, fuggito dal Caucaso ai tempi della repressione dello Zar si era stabilito in Palestina e, successivamente il figlio e il nipote, tutti e due architetti, progettarono e costruito la villetta. Il figlio Hani, oggi vive come profugo ad Amman in Giordania.

    6 - Il Quartiere Marocchino è stato distrutto il 10.6.1967, quattro giorni dopo l’inizio della guerra, per far spazio alla piazza del muro del pianto.

    7 - Lifta è un emblema della Pulizia Etnica Vivente in quanto la maggior parte dei suoi abitanti sono tutt’ora residenti a Gerusalemme, vedono le loro case ma sono “assenti” in quanto alla loro proprietà.

  •   Attaccata il 1 gennaio 1948.
  •   N. abitanti nel ’48: 2.958.
  •   N. case nel 1931: 410
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione del villaggio: parziale.
  •   Oggi è abbandonata.

#SECONDATAPPA: Haifa - Tel Aviv

I corridori, le ammiraglie e le moto dovrebbero passare sulle macerie di 18 villaggi e paesi distrutti. Subito dopo Haifa i corridori dovrebbero transitare da #AlManshiyyah per un doveroso omaggio a Ghassan Kanafani, qui nato l’8/4/1936. Poi, giunti ad #AlBirwa, dovrebbero ricordare Mahmud Darwish, qui nato il 13/3/1941. Nessuna targa ricorda la nascita di questi due grandi scrittori e poeti anche perché non c’è più alcuna casa palestinese su cui affiggerla. Al posto dei due villaggi ci sono, infatti, i quartieri di Shomrot e Bustan Ha Galil e i kibbutz Yas’ur e Ahihud. Sulle macerie di tutti gli altri villaggi attraversati ci sono o colonie o distese di boschi e campi. Così sino a #ShekhMuannas, #Jarisha e #Salama, oggi quartieri di Tel Aviv. Le case demolite lungo il percorso della seconda tappa tra marzo e luglio 1948 sono state più di 5.341. La popolazione palestinese uccisa o espulsa ammonta a oltre 29.354 persone. Nessuna possibilità per costoro, per i loro figli e per i loro nipoti di assieparsi sul bordo della strada per applaudire i corridori. I palestinesi sopravvissuti alla Nakba potrebbero avere l’occasione di vedere i luoghi della loro infanzia in televisione da Amman, da Beirut, dai campi profughi e dai luoghi nel mondo della diaspora.


#TERZATAPPA: da Be’er Sheva a Eilat


Attraverserebbe il deserto del Negev. Gaza resta lontana, non si vede e, comunque, i suoi 2 milioni di abitanti non potrebbero uscire dalla loro prigione per andare a guardare la corsa. #BeerSheva è stata occupata il 18 Ottobre 1948 ma non è noto quanti abitanti siano stati uccisi o espulsi. Nel #Negev vi sono 45 villaggi “fantasma”, cioè villaggi di cui Israele non riconosce l’esistenza. Pende su di loro un progetto di distruzione (piano Prawer) ma la resistenza lo sta impedendo (famoso il caso del villaggio di #AlArakib demolito e ricostruito 111 volte). Anche l’Alta Corte di giustizia di Israele ha sentenziato contro i beduini del Negev, sostenendo che devono lasciare il posto ad “ebrei etnicamente puri”. I corridori transiterebbero vicino a due dei villaggi e potrebbero fare una breve sosta per bere del tè, che sarebbe sicuramente loro offerto, e per solidarizzare con i nomadi palestinesi. Nella zona di #Asluj oggi c’è un grande parco dedicato a Golda Meir. Questa signora, considerata una madre della Patria, è famosa anche per alcune sue celebri frasi; vale la pena ricordarne due: “Arabi, non potremo mai perdonarvi per averci costretto ad uccidere i vostri figli” e soprattutto “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e abbiamo preso il loro posto. Essi non esistono”. #Eilat si chiamava #UmRashrash ed era luogo di sosta per i pellegrini diretti alla Mecca. 

1 - Be'er Sheva Caduta il 18 ottobre 1948. Nel 1945 contava 5.500 abitanti . Tre giorni dopo l’occupazione, l’esercito israeliano controllava la città e tutto il Negev.
2 - Tel Be'er Sheva (in arabo: Collina di Be'er Sabe’). A 5 km da Be'er Sheva, sito archeologico dove giacciono numerose stratificazioni di resti umani, la più antica delle quali ha 7.000 anni. Residenza di diverse civiltà attraversate da eventi bellici e naturali, è stato distrutto, abbandonato e ricostruito più volte fino agli inizi del 1900, quando gli Ottomani vi costruirono, nelle vicinanze, una stazione di polizia, una moschea nel 1905, e una ferrovia che, attraverso la linea Hijaz, raggiunge l' Arabia Saudita.
3 - Farahin Accampamento di nomadi palestinesi 
4 - Asluj Occupata l'11 giugno ’48, liberata dalle forze egiziane e rioccupata da Israele il 25 dicembre ‘48. La maggior parte del suo territorio ora è coperto dal parco dedicato a Golda Meir. 
5 - Abdah Accampamento di nomadi palestinesi 
6 - Um Rashrash Oggi la città di Elat. Nel ’48 vi erano solo alcuni edifici stagionali di servizio ed una postazione per i pellegrini diretti alla Mecca. Nel ’48 non vi furono scontri. 


INFINE:

Questo Giro non solo coincide con il 70° anniversario della nascita dello Stato ebraico ma è anche il #101° Giro. Questo numero piace ai sionisti perchè evoca in loro l’Unità 101. Questa squadra terroristica, creata nel 1953, fu formata da una cinquantina di incursori al comando di un giovanissimo ma promettente Ariel Sharon, allora maggiore, (sì, lui, quello di Sabra e Chatila). L’Unità 101 deve la sua fama in Israele soprattutto per la strage nel villaggio di Qibiya nell’Ottobre 1953. Furono uccise 69 persone, per due terzi donne e bambini; furono minati 45 edifici, incluse scuole e moschea, e furono fatti esplodere con dentro le persone.

Milano / Presidio alla Rai di Milano del 29 novembre 2017 

Il video ANSA QUI


E' possibile stampare i pannelli delle 3 tappe:

Scaricate da qui:




CHE C'ENTRA BARTALI?

(1) Hanno falsato completamente la verità
di Giovanni Negro

Spett.le Centro di documentazione ebraica contemporanea,

in considerazione della meritoria opera di documentazione che il Centro svolge su importanti aspetti della storia recente, e in particolare sul tema di salvatori e salvati nel periodo delle deportazioni di ebrei dall’Italia - ritengo di vostro interesse quanto segue.

Leggendo recentemente gli Atti del convegno Cattolici e Fascisti in Umbria (1922-1945) [Il Mulino, 1978] relativo all’atteggiamento del clero e del mondo cattolico nei confronti del fascismo in generale e delle deportazioni di ebrei dal nostro paese in particolare, ho avuto modo di conoscere la figura di don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi, incaricato dal suo vescovo Mons. Nicolini di organizzare la rete di aiuto ai perseguitati, e soprattutto agli ebrei, utilizzando i conventi e i monasteri della città per nasconderne centinaia, incarico che don Brunacci svolse negli anni 1943-1944. Don Brunacci divenne un protagonista riconosciuto della vasta opera di salvataggio degli ebrei in Assisi, attraverso una rete diffusamente ramificata nella provincia di Perugia e oltre. Risalendo il filone degli scritti e delle relazioni di don Brunacci in altri convegni attinenti, come la “Giornata degli ebrei d’Italia”, tenuta in Assisi nel 1982, sono giunto a conoscenza del seguente documento. «Nota di don Aldo Brunacci» sul libro di Alexander Ramati Assisi clandestina [da Colligere Fragmenta, Edizioni Porziuncola, Assisi 1989, pp. 61-62].

In particolare Don Brunacci scrive: «Molti giornali italiani ed esteri, nonché qualche libro con pretesa di fare indagine storica … parlando dell'opera svolta ad Assisi per la salvezza degli ebrei hanno accettato acriticamente il racconto del libro e del film di Alessandro Ramati Assisi Clandestina.

Il sottoscritto, che fu l'unico collaboratore del vescovo Nicolini negli anni 1943-1944, in quest'opera, è in dovere di dichiarare che sia il libro che il film hanno falsato completamente la verità.»

Poiché a partire dal 2010, e poi in coincidenza con il riconoscimento di Gino Bartali come Giusto fra le nazioni sono comparse numerose opere, nonché programmi televisivi, dedicate all’argomento del salvataggio di ebrei da parte di Bartali, ho iniziato a esaminare alcune di tali opere, in cerca di elementi indipendenti di verifica dei giudizi di don Aldo Brunacci. Qui ho constatato con mia grande sorpresa che praticamente tutte le opere esaminate (citate in allegato) sono ricalcate sul libro di Ramati Assisi clandestina, cui fanno in genere esplicitamente e acriticamente riferimento come a una fonte certa, tacendo completamente delle critiche espresse da Aldo Brunacci.

D’altro canto a questo tipo di letteratura si contrappongono varie opere “di prima mano”, basate cioè su ricerche e testimonianze dirette, le quali non recano traccia della narrazione ramatiana: fra queste si devono citare le memorie e testimonianze di personaggi storici come Giorgio Nissim, con le Memorie di un ebreo toscano (1938-1948), a cura di Liliana Picciotto, Carocci 2005, ma soprattutto, poiché nella narrazione ramatiana Bartali viene quasi sempre collocato nella rete del Delasem, rivestono un’importanza decisiva le fondamentali opere storiche sulla rete fra cui Liliana Picciotto, Salvarsi, Einaudi 2017, frutto di anni di ricerche basate su un apparato di fonti impressionante; Sandro Antonini, DelAsEm: storia della più grande organizzazione ebraica italiana di soccorso durante la seconda guerra mondiale, De Ferrari, 2007; Sorani, Settimio, L'assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941): contributo alla storia della Delasem, Carocci, 1983, per citarne le più note e rappresentative. Da tutte queste opere si deduce che la fabbricazione e la consegna di documenti falsi fu opera di molti ebrei e cattolici, religiosi e laici, costò atti eroici e sacrifici di vite umane, ritengo sia una forma di rispetto dovuto conoscere e considerare ogni elemento atto a ricostruire la verità di quei fatti.

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«NOTA DI DON ALDO BRUNACCI» SUL LIBRO DI ALEXANDER RAMATI ASSISI CLANDESTINA [COLLIGERE FRAGMENTA, op. cit., pp. 61-62] 

Molti giornali italiani ed esteri, nonché qualche libro con pretesa di fare indagine storica (ad esempio il libro dell’ebrea italo-americana Zuccotti Susan «L’Olocausto in Italia» tradotto dalla casa editrice Mondadori nel 1987), parlando dell'opera svolta ad Assisi per la salvezza degli ebrei hanno accettato acriticamente il racconto del libro e del film di Alessandro «Assisi Clandestina».

Il sottoscritto, che fu l'unico collaboratore del vescovo Nicolini negli anni 1943-1944, in quest'opera, è in dovere di dichiarare che sia il libro che il film hanno falsato completamente la verità.

A riprova dell'affermazione, basta leggere un mio articolo scritto nel 1946 ed il discorso da me tenuto nel 1982 nella Sala della Conciliazione del Comune in occasione della giornata degli ebrei. Erano presenti rappresentanti delle comunità ebraiche d'Italia, autorità cittadine in una sala gremitissima. Da rilevare tra i presenti, gruppi di ebrei rifugiati allora in Assisi, lo stesso Alessandro Ramati, nonché molti cittadini testimoni dei fatti. Ogni mia affermazione non rispondente a verità, avrebbe corso il rischio di essere clamorosamente smentita.

Sono profondamente addolorato soprattutto per il fatto che nel film di Ramati si vuole attribuire ad un ebreo slavo il merito della salvezza di Assisi, mentre è da attribuire unicamente all’opera dell’allora vescovo di Assisi, Monsignor Nicolini, che cedette al Comando Sanitario tedesco (nella persona del colonnello Müller) molti edifici religiosi per ospedali; egli ottenne così un autentico decreto, tramite la Segreteria di Stato del Vaticano, dal generale Kesserling, in cui si dichiarava Assisi città ospedaliera, con la proibizione alle truppe tedesche in ritirata di entrare nella città.

L'opera svolta per la salvezza degli ebrei in Assisi e di altri perseguitati ha avuto come unico centro il Vescovado.

Il padre Rufino Nicacci protagonista del libro e del film non ha mai avuto un incarico ufficiale da monsignor Nicolini, non è mai entrato in Vescovado in quel periodo, non ha avuto alcun rapporto con il colonnello Müller e tanto meno con altri prelati come ad esempio l'Arcivescovo di Firenze. Non fu mai arrestato dai tedeschi ed il carcere tedesco di Bastia Umbra di cui si parla non è mai esistito. Così pure inventati di sana pianta, tanti altri particolari: dalla fantasia del romanziere e da quella non meno fervida del P. Rufino che è stato per lungo tempo ospite in Israele del medesimo per comporre il libro.

È deplorevole inoltre il fatto che l'edizione italiana, che porta il sottotitolo «Assisi e l'occupazione nazista secondo il racconto di Padre Rufino Nicacci» sia stata pubblicata da una Casa Editrice Francescana di Assisi i cui dirigenti conoscevano i fatti e la mitomane fantasia di Padre Rufino. Vuol dire che l'interesse ha avuto la meglio sulla verità storica!

Un particolare attuale: i rapporti con Luigi Brizi per la stampa delle carte d'identità furono tenuti dietro mia indicazione da un giovane ebreo di Trieste, Giorgio Kropf; recentemente il figlio di Luigi Trento mi ricordava che in un giorno imprecisato del 1944 io diedi Lit. 50 e la mia bicicletta per andare a confezionare i timbri per le carte false a Foligno. La verità dei fatti svoltisi in Assisi è molto più interessante del racconto grossolano, inverosimile e romanzesco che purtroppo è stato preso per vero soprattutto fuori d'Italia.

Non così dall'autorevole rivista internazionale «Reader’s Digest». All'uscita del libro nell'edizione inglese il Ramati aveva concordato un contratto di molti milioni per un inserto in detta Rivista, presentando il suo libro come storico.

Al primo esame fu chiara la sensazione che si trattasse invece di un romanzo.

Nel giugno del 1978 l’«European Editorial Office» del «Reader’s Digest» mi telefonava da Parigi per domandarmi se potevo ricevere una sua redattrice e precisamente la Dottoressa Denise Pilkington. Questa, dopo accurata indagine in diversi ambienti di Assisi, non poteva che confermare quanto emerso al primo esame del libro. Prima di ripartire, per tre giorni interi, leggemmo insieme il libro. Non trovammo una pagina che corrispondesse a verità. Nel frattempo il Ramati mi tempestava di telefonate da Gerusalemme scongiurandomi di aiutarlo a non perdere la forte somma che gli sarebbe stata corrisposta. Io non potevo mentire. E il libro, con grande disappunto del Ramati, non fu pubblicato.

Il 23 giugno la dott. Pilkington mi scriveva da Parigi: «Vous ne serez certainement pas sourpris que nous ne publierons pas cette ouvrage!» e concludeva: «car l’histoire, elle, vaut bien la peine d’être racontée».

Nei vari articoli e relazioni da me fatte, mi sono sempre sforzato di ristabilire la verità di quel periodo glorioso della storia di Assisi. Ma il diffondersi delle menzogne mi convincono sempre più, anche a richiesta di persone autorevoli, a dover raccogliere e pubblicare tutti i documenti in mio possesso. Spero di farlo quanto prima, perché solo la verità merita di essere conosciuta. In più di una occasione inoltre ho avuto modo di far rilevare alle personalità ebraiche incontrate in questi ultimi anni che il libro nuoce alla loro causa, giacché un falso così clamoroso, perpetrato da uno scrittore ebraico a scopo di lucro, può ingenerare dubbi in ciò che invece è realmente avvenuto durante l'Olocausto. (Don Aldo Brunacci Giusto fra nazioni)



(2) Lettera di 32 ebrei italiani

http://temi.repubblica.it/micromega-online/70-anniversario-di-israele-la-lettera-di-denuncia-di-32-ebrei-italiani/?refresh_ce

Pubblichiamo la lettera aperta sottoscritta da 32 personalità del mondo ebraico italiano a proposito dell'operazione di immagine organizzata in occasione del 70°anniversario della nascita dello Stato di Israele, operazione che coinvolge anche il nostro paese con la partenza del Giro d'Italia con grande risonanza mediatica da Gerusalemme.

Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44. È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”. E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma, si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario (vedi questo link). Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo.                                                                     2 maggio 2018


(3) Gino Bartali, grande ciclista.
      Anche soccorritore di ebrei?
      Pare proprio di no.

di Ugo Giannangeli

Israele è uno Stato fondato anche sulla mistificazione e sulla propaganda. La più recente operazione propagandistica consiste nell’accordo per le tre tappe israeliane del 101° Giro d’Italia e, a monte, nell’inserimento di Bartali tra i Giusti delle Nazioni.

Bartali è stato inserito nel Giardino dei giusti dello Yad Vashem nell’ottobre 2013 quando, verosimilmente, erano già in corso i contatti tra Israele e RCS per l’organizzazione della partenza del Giro da Israele in occasione del 70° della nascita dello Stato; di certo, a quell’epoca, era stata quantomeno ideata l’operazione di propaganda.

Questa operazione è costata ad Israele 12 milioni di euro versati a RCS, cui si sono aggiunti i 4 milioni versati dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams. E’ l’importo più alto mai investito da Israele in un evento sportivo.

Il ritorno preventivato merita, però, l’ingente spesa: gli organizzatori hanno calcolato in oltre 100 milioni gli spettatori delle tre tappe ai quali sarà presentata l’immagine di un Paese normale, ricco, felice e civile. Le immagini, accuratamente selezionate, non mostreranno il muro, i check points, la militarizzazione, insomma la realtà vissuta dai palestinesi: l’occupazione, le demolizioni, le espulsioni, le incarcerazioni, le uccisioni.

L’invenzione di Bartali quale soccorritore di ebrei era necessaria per creare un aggancio tra Israele e il Giro d’Italia. Di Bartali soccorritore di ebrei, in realtà, si parlava da tempo; si trattava solo di recuperare la storia, controversa, ed accreditarla.

Si rispolvera, allora, un testo del 1978 di Alexander Ramati (tradotto in italiano nel 1981) dal titolo: “Assisi clandestina. Assisi e l’occupazione nazista secondo il racconto di p. Rufino Niccacci”. Secondo Ramati e Niccacci, Bartali avrebbe svolto il ruolo di corriere in bicicletta tra Firenze e Assisi, occultando carte di identità false destinate agli ebrei nella bicicletta.

Nel 1985 interviene, però, a smentire il tutto don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi e organizzatore dei soccorsi agli ebrei ivi rifugiatisi. Brunacci smentisce seccamente il racconto di Ramati, nega qualsiasi ruolo di Bartali ed irride alla fervida fantasia di padre Rufino. Brunacci è particolarmente autorevole ed attendibile perché è stato il principale organizzatore della assistenza in Assisi e si occupava espressamente della fabbricazione di documenti falsi; non solo, ma conosceva personalmente padre Rufino che era stato suo collaboratore, sia pure in una fase successiva.

Brunacci bolla il testo di Ramati come “un romanzo, un copione da film” e giunge a formulare una ipotesi per l’invenzione del ruolo di Bartali: dice che proprio lui, Brunacci, si era recato in bicicletta in qualche occasione a Perugia per missioni delicate e ne aveva parlato in alcuni articoli. Probabilmente, afferma, Ramati da ciò aveva tratto ispirazione per inserire il più famoso ciclista Bartali nel suo “romanzo”.

A sostegno di Brunacci è intervenuto recentemente (3/2/2017) Michele Sarfatti, storico e studioso della persecuzione antiebraica, nonché, dal 2002 al 2016, direttore del CDEC ( Centro di documentazione ebraica contemporanea).

Sarfatti, oltre che appassionato studioso, è anche figlio di Giacomino Sarfatti che era stato in contatto a Firenze con la partigiana azionista Maria Assunta Lorenzoni detta Tina, uccisa durante la battaglia per la liberazione di Firenze nell’agosto 1944; proprio Tina Lorenzoni procurava agli ebrei i documenti falsi. Mosso anche da questo interesse personale, Sarfatti con una analitica ricerca storica, ricostruisce il quadro degli aiuti agli ebrei fiorentini e conclude dando ragione a Brunacci: Bartali non compare mai.

Michele Sarfatti correda il suo articolo (“Gino Bartali e la fabbricazione di carte di identità per gli ebrei nascosti a Firenze”, Documenti e commenti, n.2) con una immensa bibliografia.

Ovviamente un simile lavoro di demolizione del racconto di Ramati e di disvelamento della operazione propagandistica del Giro ( anche se questo non era certamente la finalità di Sarfatti, interessato solo alla verità storica, e men che meno di Brunacci che scrive in epoca lontana) non poteva passare senza dure reazioni.

Contro Sarfatti si scaglia il 20 luglio 2017 Sergio Della Pergola, dell’Università ebraica di Gerusalemme e membro della Commissione per i Giusti delle Nazioni. Della Pergola parla espressamente di “operazione diffamatoria” riferendosi all’articolo di Sarfatti. I suoi argomenti appaiono, però, deboli e contraddittori. Dopo avere riconosciuto, infatti, le doti di Sarfatti che definisce “ ricercatore eccellente e stimato”, non gli resta che ipotizzare una trama alla quale Sarfatti si sarebbe prestato. Dinanzi a un personaggio come Sarfatti, però, Della Pergola non riesce neppure a formulare ipotesi di trama. Nel merito si limita a dire che la commissione per i Giusti ha esaminato “un’ampia massa di testimonianze orali e scritte” che però non indica e non cita, neppure a titolo esemplificativo. Non solo, ma si affretta a precisare di non avere fatto parte della commissione che ha votato l’inserimento di Bartali. Perchè allora non lasciare la parola a un membro della commissione? Perché attribuire un intento diffamatorio a un ricercatore che lui stesso riconosce essere “eccellente e stimato”?

Assistendo dall’esterno a questo interessante confronto, non possiamo non fare nostra la conclusione di Sarfatti: “La storia della fabbricazione e distribuzione delle false carte di identità per gli ebrei clandestini a Firenze è lastricata di grandiosa umanità e terribili lutti. La prima non necessita di miti; i secondi esigono rispetto”.

Israele, però, necessita di miti.

Nel momento in cui la Knesset sta per approvare la legge fondamentale (basic law) che definisce una volta per tutte Israele Stato ebraico (come già anticipato nella dichiarazione di indipendenza del 1948), istituzionalizzando il suo essere uno Stato etnico-confessionale, è più che mai necessario fornire al mondo una immagine che non smentisca il mito dell’unica democrazia del Medio Oriente.

Sino a quando i falsi miti potranno nascondere la realtà della pulizia etnica, dell’apartheid, del colonialismo di insediamento e del genocidio in corso?

Milano, marzo 2018
https://ilmanifesto.it/un-giro-dedicato-a-gino-bartali/

(4) Oppure sì? Un Giro dedicato a Gino Bartali

di Pasquale Coccia

Al campione nominato Giusto tra le nazioni la cittadinanza onoraria israeliana

E’ partito ieri da Gerusalemme il Giro d’Italia numero 101. Dopo la cronometro individuale di circa 9 Km, oggi il Barnum delle due ruote, come lo chiamava Vasco Pratolini, entra nel vivo con una tappa di 167 Km Haifa – Tel Aviv, e domani Be’er Sheva- Eilat di 229 Km, al termine della quale il Giro, dopo un giorno di riposo, ripartirà dall’Italia con la tappa Catania – Caltagirone di 191 km per concludersi il 27 maggio a Roma. Gli organizzatori, dopo l’edizione numero cento dell’anno scorso, hanno voluto quella del 2018 fuori dall’Europa. Il motivo ha una duplice importanza: è dedicato a Gino Bartali, campione di primissimo piano del ciclismo italiano e mondiale tra gli anni Trenta e Cinquanta, che si è aggiudicato più volte la maglia rosa e per due edizioni, 1938 e 1948, anche il Tour de France. In occasione del Giro di quest’anno, a Gerusalemme il campione toscano è stato insignito della cittadinanza onoraria israeliana. Inoltre nel 2018 cade l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali ad opera di Mussolini. Gino Bartali nel 2013 è stato dichiarato “Giusto tra le Nazioni” per aver ospitato in casa sua, durante l’occupazione nazifascista, la famiglia ebrea di Giorgio Goldenberg, Nel 1943 Bartali era già un affermato campione, effettuò in bici numerose volte Firenze-Assisi e Firenze-Genova trasportando, nascosti nel telaio della bicicletta, documenti falsi che consentirono a centinaia di ebrei e di perseguitati politici dal regime nazifascista di mettersi in salvo. Gino Bartali, nonostante le raccomandazioni del padre di non mischiarsi con la politica, su richiesta del cardinale di Firenze Elia Dalla Costa, esponente della chiesa fiorentina di provata fede antifascista, non esitò ad aderire alla rete clandestina organizzata dal prelato fiorentino, mettendo a rischio il suo prestigio sportivo, la sua famiglia e gli ebrei che aiutava.

Il toscano si levava di buon mattino, quando era ancora buio e con la scusa degli allenamenti da Ponte a Ema dove abitava, vicino a Firenze, raggiungeva Assisi dove al convento dei francescani incontrava di nascosto frate Ninacci, riferimento in loco del cardinale Dalla Costa, per consegnargli le foto da apporre sulle carte d’identità falsate e consentire a intere famiglie di ebrei di raggiungere quella parte dell’Italia liberata o almeno sfuggire alle persecuzioni nazifasciste. In Italia erano emigrate anche famiglie di ebrei provenienti dalla Francia e dalla Svizzera, dove l’occupazione nazista aveva reso impossibile la loro vita e le deportazioni si erano fatte più consistenti rispetto all’Italia, perciò il carico della falsificazione dei documenti era diventato enorme. Fu così che frate Ninacci si rivolse a una vecchia conoscenza il tipografo Luigi Brizi, ateo e comunista, al quale spiegò la necessità di un suo impegno. Il tipografo con la sua esperienza produsse nel retrobottega documenti d’identità perfetti, con grande soddisfazione del cardinale Dalla Costa, con l’aiuto del figlio Trento, era riuscito a scolorire foto tessere recenti per farle sembrare vecchie e non dare nell’occhio. I Goldenberg divennero Maionica e i Frankenthal la famiglia Franchi. Il tipografo Luigi Brizi si procurò elenchi telefonici di alcune regioni dell’Italia liberata dagli alleati, dai quali prelevava i cognomi da apporre sulle carte d’identità false, in questo modo i nazifascisti non avendo il controllo su quelle regioni, non avevano alcuna possibilità di verificare la veridicità dei documenti. Un giorno mentre Luigi Brizi portava i documenti falsi al convento di Assisi, vide uscire Gino Bartali dalla porta laterale dell’ufficio del frate e grande fu la sua emozione nell’incrociarlo, fu allora che il francescano Ninacci confessò al tipografo che anche il campione aveva un ruolo importante nella rete clandestina di sostegno agli ebrei.

Spesso, per non dare nell’occhio, Gino Bartali faceva da casa sua ad Assisi in bicicletta andata e ritorno in giornata, un percorso di oltre trecento chilometri. Alla moglie Adriana Bani, diceva che andava ad allenarsi, senza mai comunicarle la destinazione, per non impensierirla e metterla in pericolo. Un punto di snodo ferroviario importante per le famiglie ebree, che cercavano di raggiungere Assisi, era la stazione di Bastia Umbra, un comune tra Perugia e Assisi, particolarmente pattugliato da soldati fascisti e dalle SS. Più volte Bartali, informato preventivamente da Ninacci, in coincidenza dell’arrivo di un treno sul quale viaggiavano alcuni ebrei, si fermava al bar della stazione con la scusa di mettere a posto la bici e di prendere un caffè, richiamando cittadini e curiosi, suoi tifosi, e con loro le pattuglie nazifasciste che controllavano in maniera serrata la stazione, nel tentativo di distrarli e consentire agli ebrei di scendere dal treno proveniente da Perugia e di salire sul treno diretto ad Assisi. Di quel suo impegno a favore degli ebrei perseguitati dalle leggi razziali, Gino Bartali, anche dopo la Liberazione, non fece mai menzione, per quanto in giro se ne parlasse.

L’omaggio che la Gazzetta dello Sport, quale organizzatrice della corsa rosea, ha voluto dedicare a Gino Bartali in occasione del Giro d’Italia 2018 e degli ottanta anni delle leggi razziali, facendo partire la corsa da Gerusalemme e includendo altre due tappe in terra israeliana, rappresentano una scelta condivisibile e confermano quanto sosteniamo da tempo, che la storia dello sport è parte integrante della storia politica. In nome di questo principio non si può ignorare la politica aggressiva ed espansionistica di Israele verso i territori occupati, i cecchini israeliani che sparano sui dimostranti palestinesi, alcuni tra i morti e i feriti sono ragazzi quindicenni, impegnati dal 30 marzo nella Marcia del Ritorno. Prevedere una tappa del Giro d’Italia anche nella Striscia di Gaza, avrebbe aiutato la causa del popolo palestinese, siamo sicuri che Gino Bartali avrebbe condiviso, insieme al frate di Assisi Ninacci e al tipografo comunista Luigi Brizi.


(5) Pare proprio di no.

"Allo stesso modo, l’attività di corriere tra Firenze e Assisi attribuita da Ramati-Niccacci a Gino Bartali non è menzionata né nelle testimonianze degli organizzatori del soccorso fiorentino, né in suoi scritti privati o parole pubbliche; le pubblicazioni che la descrivono si basano in modo più o meno esplicito sul libro di Ramati-Niccacci, (Del Mela 2003; McConnon 2012; McConnon 2013). Inoltre essa è esplicitamente smentita da don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi, incaricato dal suo vescovo di organizzare il soccorso agli ebrei ivi rifugiatisi (Brunacci 1985, 7, 22)."


Tratto da:
http://www.michelesarfatti.it/documenti-e-commenti/gino-bartali-e-la-fabbricazione-di-carte-di-identita-gli-ebrei-nascosti-firenze


(6) Conclusioni

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