Biglietto da visita

L’illegalità fatta sistema

di Enzo Barone

Nell’approcciarsi all’argomento “Israele”, inevitabilmente, si paga lo scotto della doverosa cautela ad esprimere giudizi in virtù dello spontaneo riferimento storico alla tragedia della Shoà: proprio per il rispetto dovuto alle vittime e per dimostrare di aver compreso l’orribile insegnamento di quel precedente, associare Olocausto e governo israeliano rappresenta un falso storico, di cui vergognarsi se si possiede una coscienza.

Theodor Herzl parla in un suo libro di “Stato ebraico” nel 1896; l’anno dopo si svolge il primo Congresso sionista, in Svizzera, con la rivendicazione di una casa per il popolo ebraico in Palestina; grazie agli arrivi, numerosi seppur alla spicciolata, di sionisti provenienti prevalentemente dall’est Europa, nei primi anni del ‘900 la popolazione ebrea in Palestina raggiunge la percentuale del 6% sul totale, quota che andrà ad accrescersi agli albori degli anni trenta, con appannaggio del 3% della terra rispetto al totale.

Nel frattempo, 1917, si è verificato un passaggio storico fondamentale -la c.d. “Dichiarazione Balfour”- atta a legittimare, da parte del Governo del Regno inglese, la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina: si osservi la contestualità tra detta presa di posizione e la resa da parte ottomana a favore del generale Allenby; l’Inghilterra assumerà ufficialmente il Mandato sulla Palestina nel 1923.

Le proteste, che nel ‘29 assumeranno forma di vera e propria sommossa, da parte dei nativi contro l’invadenza sionista sono represse duramente. Su di un totale di circa 1.300.000 abitanti la percentuale di popolazione di etnia ebraica è di circa il 17%. Nel 1937 la Commissione Peel si esprime a favore della ripartizione della Palestina con assegnazione del relativo 33% allo “Stato ebraico”: gli inglesi reprimono le conseguenti manifestazioni di protesta, deportano i leaders, istituiscono Tribunali militari (come tristemente noto, tuttora in azione e sempre nei confronti degli indigeni).

L’organizzazione paramilitare Irgun, sionista, consentita dall’Autorità mandataria, compie attentati mentre l’esponente di massimo rilievo della relativa ideologia, Jabotinsky, a chiare lettere afferma la legittimità del trasferimento degli arabi (leggesi deportazione) a favore degli Ebrei nella… ”terra di Israele”; siamo alla vigilia dello scoppio del II conflitto mondiale.

L’Inghilterra, al termine della guerra, nel ’47, si ritirerà dal mandato conferitole negli anni venti, mediante formale dichiarazione all’ONU; ha svolto il suo compito di testa di ponte a favore del pensiero sionista che diventa pratica attuazione sulla pelle del più debole. E’ il 29 novembre dello stesso anno quando l’assemblea dell’ONU promulga la “Risoluzione 181” che sancisce, definitivamente, la spartizione della Palestina e la sottrazione ai palestinesi ivi residenti della propria terra.

Sarebbe per me massima tristezza vedere che gli ebrei sionisti fanno agli arabi di Palestina buona parte di quello che i nazisti fecero agli ebrei”: è Albert Einstein ad affermarlo, in una lettera sul New York Times, condivisa, tra gli altri, da Hannah Arendt, nel dicembre ’48 a pochi mesi dalla unilaterale dichiarazione di indipendenza pronunciata nel maggio dal padre di Israele, Ben Gurion: stava, in effetti, verificandosi una vera e propria carneficina e, si sottolinea, che aveva preso vita già antecedentemente alla nascita dello Stato di Israele, quella tragedia che segnerà, da allora in poi, la sorte di un intero popolo, violentato, oppresso ma mai domato.

Israele forza oltre che i principi del diritto i confini dell’umano, capisce di essere legittimata a farlo e ne approfitta: la politica del fatto compiuto diventa la colonna sonora del suo delittuoso agire al quale, ancora, non si è provveduto a por termine.

Massacro di Deir Yassin, aprile ’48, il primo, tra quelli noti, di un tragico elenco che prosegue arricchendosi di ulteriori, “nobili” contributi, tutti dalle analoghe modalità proprie dell’istinto belluino che risiede in ogni conquistatore, colonizzatore, fascista incarnato dal soldato, poliziotto, colono, fanatico pseudo portatore del pensiero biblico, ciascuno, indistintamente, criminale nel senso che delinque contravvenendo alla Legge e la modalità di tale crimine è da considerarsi terroristica, fuori da falsi pudori.

“Fior da fiore”, un esempio, tra i molteplici e conclamati, risalente al periodo della formazione de “l’unico Stato democratico in Medio OrIente”: a pochi giorni dalla dichiarazione di indipendenza del maggio ’48, in considerazione dei già più di 200.000 palestinesi espulsi, dei villaggi rasi al suolo, delle operazioni di pulizia etnica poste in essere dall’Haganà (futuro IDF), l’ONU, avvenuto il riconoscimento di Israele da parte del suo protettore statunitense, decide di inviare in Palestina un mediatore, rappresentato dalla fulgida figura di un Uomo, conte Folke Bernadotte, già Presidente della Croce Rossa svedese, persona non compromessa che, per tale ragione, quattro mesi dopo verrà freddata da membri della banda Stern, oltranzisti sionisti.

L’11 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la Risoluzione n.194: il fantomatico “Diritto al ritorno” per i Palestinesi. Questo diritto non troverà mai attuazione per volontà dell’Entità sionista, senza che siffatta violazione alla legge sia stata, ad oggi, sanata.

La guerra del ’48 si conclude a favore di Israele il cui esercito è meglio equipaggiato grazie agli armamenti forniti da americani, russi, questi tramite la Cecoslovacchia, e paesi europei tra i quali l’Italia, mentre i palestinesi vengono ostracizzati da un embargo del quale mai sono state disvelate le ragioni (ufficiali).

La striscia di Gaza ricade sotto amministrazione egiziana, si forma lo Stato di Giordania comprensivo della maggior parte della Palestina araba, Israele si annette Negev e Galilea e, come detto viene immediatamente riconosciuto ed ammesso all’ONU, dissentono i Paesi arabi.

Si ricordi che la Risoluzione 181 (novembre 47) statuiva, tra l’altro, la creazione di due Stati, con libertà di transito attraverso frontiere stabilite e la libertà di culto dei rispettivi credo religiosi con libero accesso ai relativi luoghi: lo Stato di Israele è stato proclamato, unico tra i due, la libertà proclamata è stata e continua ad essere negata da tale Istituzione ai Palestinesi.

I dirigenti sionisti non avevano apprezzato la Risoluzione 181, ritenendola inadeguata rispetto alla ideologia proclamata che prevedeva, senza infingimenti che “gli arabi se ne devono andare” e fu Ben Gurion a convincerli ad accettare e, nel contempo, a non tener conto di quanto in essa enunciato: Forza ed Opportunità, queste erano le parole cardine del pensiero del “padre della patria”; occorreva attendere il momento adatto per “trasferire” (deportare) gli arabi, con una guerra, ad esempio. Nemmeno lo status di Gerusalemme, città internazionale, poteva far perdere il sonno al Condottiero, certo (e previgente) che sarebbe divenuta la capitale unica (nel dettame sionista) dello Stato di Israele.

Sancito il riconoscimento del diritto per gli ebrei ad avere un proprio Stato in Palestina sarà, nella strategia adottata, il “rifiuto da parte di arabi e palestinesi” a permettere a Ben Gurion di affermare che il piano ONU: “è lettera morta”, se non, evidentemente, in punto “riconoscimento” e che i relativi confini “saranno decisi con la forza e non con la Risoluzione di spartizione” e così della sorte degli abitanti: è quanto verificatosi ad onta di ogni legalità.

Al 14 maggio 1948 Israele aveva annesso un ulteriore 26% delle aree palestinesi, così portando a circa l’80% il suo possesso sul territorio del già protettorato britannico.

Con la Risoluzione 194 l’ONU decise smilitarizzazione e libero accesso a Gerusalemme ed ai luoghi santi nonché, di ancor maggior rilevanza, “ il diritto dei palestinesi di tornare alle loro case o ad ottenere il pagamento di un indennizzo per coloro che avessero deciso di non tornare”. La maggior parte dei profughi trovò asilo in Libano; questa Risoluzione è stata disattesa da tutti i governi israeliani ed i pochi residenti riusciti a rientrare sono stati confinati nei Territori Occupati, così rinunciando alla possibilità di tornare alle proprie abitazioni site nella Palestina Storica, ora Israele.

Saltiamo al 1967 ed apprezziamo la Risoluzione 242, cadenzata al termine della guerra c.d. “dei sei giorni”: l’ONU chiede il ritiro delle truppe israeliane da tutti i territori occupati -Sinai, striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, alture del Golan- dettame rimasto lettera morta. Ma le “Risoluzioni” dell’Assemblea, è risaputo, non sono così vincolanti come quelle del Consiglio di Sicurezza, infatti:

Risoluzione 237 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, 14 giugno 1967 (adottata nella 1361^ riunione all’unanimità: “Chiede al Governo di Israele di assicurare l’incolumità, il benessere e la sicurezza degli abitanti delle aree dove hanno avuto luogo operazioni militari e di facilitare il ritorno di quegli abitanti che sono fuggiti dalle zone allo scoppio delle ostilità e raccomanda ai governi interessati il rispetto scrupoloso dei principi umanitari che regolano il trattamento dei prigionieri di guerra e la protezione dei civili in tempo di guerra, contenuti nella Convenzione di Ginevra del 21 agosto 1949, invita il Segretario Generale a seguire la reale applicazione di questa Risoluzione ed a riferire al Consiglio” (riportata integralmente).

La Storia si incarica di farci conoscere quel che è accaduto successivamente a tale “cogente” presa di posizione da parte degli Organismi internazionali deputati allo scopo e quanto si verifica tutt’ora anche quando il Consiglio di Sicurezza si perita di intervenire, perché costretto dagli eventi e prova a condannare il comportamento criminale di Israele; ecco che gli Stati Uniti esercitano il loro diritto di veto, così vanificando la …lodevole iniziativa.

Oggi su una popolazione complessiva di 12.7 milioni, circa 8.500mila palestinesi sono etichettati quali “sfollati forzati” in tutto il mondo. Fin dalla propria costituzione lo Stato israeliano ha attuato politiche di annessione territoriale, colonizzazione e trasferimenti forzati di popolazione, negando le riparazioni dovute a fronte della patente violazione del diritto umanitario subita. Il rimanente terzo di palestinesi, disseminato sul territorio della Palestina Storica, è fatto oggetto di apartheid, vessazioni, violenza perpetrata nelle forme più infime, deportazioni vere e proprie.

La realtà è ed è sempre stata che l’Entità sionista, per il suo stesso formarsi e svilupparsi a mo' di serpente velenoso, nega la possibilità della nascita di uno Stato palestinese indipendente, con confini definiti, sovrani, riconosciuti internazionalmente. Il sionismo rappresenta un’ideologia ed un progetto politico di stampo coloniale, perfettamente aderente alla funzione storica imperialista conferita ad Israele dalle potenze dominanti, minaccia globale rivolta nei confronti di tutti coloro che osano non sottomettersi.

Oggi l’obiettivo è puntato sull’Iran e la decisione di non rinnovare l’accordo del 2015 adottata dagli Stati Uniti rappresenta l’inizio di un terribile, probabile scenario. Come la Siria, sul cui territorio si è tentato lo smembramento già attuato altrove, legittimamente respinto, e prima il Libano, oggi l’Iran viene additato come il pericolo principale dall’Entità sionista, i suoi servitori arabi, il padrino statunitense.

Israele sono 50anni che produce armi nucleari a Dimona (uno scienziato ebreo-Mordechai Vanunu- per aver denunciato detta attività “segreta” venne rapito, a Roma, da Mossad, condannato a 18 anni di lavori forzati ed, una volta “libero” non può lasciare Israele né rilasciare interviste) la sua dotazione è stimata in circa 400 ordigni nucleari, oltre la produzione di plutonio e trizio.

Israele non viene sottoposto ad ispezione alcuna perché è l’unico Stato del Medioriente a non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare, che da parte dell’Iran è stato sottoscritto cinquant’anni fa. Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici e cacciabombardieri, l’AIEA conferma che l’Iran non possiede armi nucleari e si è impegnato a non produrle in forza del trattato vigente.

Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico NATO nel quadro del “programma di cooperazione individuale con Israele” paese che, pur non essendo membro dell’Alleanza ha una missione permanente al quartier generale di Bruxelles. La Nato, su egida USA, è pronta a sostenere Israele nella guerra all’Iran direttamente dalle basi italiane.

Da questi limitati accenni risulta impossibile, ad un’analisi non fuorviata da disonestà, non derivare una condanna, totale, dell’ideologia sionista, della sua messa in pratica, dei suoi artefici. Begin, per quanto insignito del Nobel per la pace, ha fatto proprio il pensiero del partito Herut (Libertà…..) “partito politico che, per organizzazione, metodi, filosofia ed approccio populista è strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista” (A.Einstein), trasferendolo nel Likud, attuale partito di maggioranza della componente governativa alla Knesset. Questo è il partito di Netanyahu il quale non prevede la possibilità possa sorgere lo Stato di Palestina, di Lieberman-ministro della difesa- che ritiene non vi siano persone innocenti a Gaza, di Aylet Shaked-ministro della Giustizia- la cui summa di fiero pensare si riassume nell’invocazione che “anche le madri dei Martiri devono andarsene e devono sparire le case nelle quali esse allevarono i loro serpenti, altrimenti altri piccoli serpenti nasceranno”, di Bennet-ministro dell’Istruzione- primo difensore dei sodati israeliani, cecchini assassini.

Abbiamo presente, durante la criminale aggressione su Gaza c.d. “Margine di difesa” del 2014, i giovani che da Israele assistevano vivo (per loro) live al massacro, accomodandosi sui terrazzi naturali e consumando cibi e bevande come al cospetto di “guerre stellari”. Sappiamo chi è quel nobile appartenente all’IDF che ha freddato un uomo ferito ed impossibilitato a nuocere, la cui pena (ulteriormente ridotta) equivale quella comminata ad una fiera partigiana che si è limitata a schiaffeggiare il soldato invasore. Abbiamo visto tutti il tripudio dei commilitoni dell’Esercito più morale dell’universo, quando uno di loro, esercitandosi nel tiro a bersaglio (oggetto un essere umano) lo abbatte, suscitando la standing ovation dei “colleghi” (di crimine).

Al cospetto di questo mostro, nefasta realizzazione della volontà suprematista e di classe, ogni indecisione di giudizio, ogni critica non espressa, ogni indifferenza e, peggio, ogni equidistanza, peloso esempio di falsa solidarietà, occorre siano disvelati e denunciati al “pubblico ludibrio”.

Israele, così come è governato, rappresenta la quintessenza del terrorismo e lottare per abbatterlo è un dovere, non soltanto per i Palestinesi ma per ogni essere libero.

Milano, maggio 2018










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