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Bastardo posto

Romanzo di Remo Bassini, Perdisapop, 2011,  pagg. 172, euro 14,00

Recensione di Luigi Zai


Si rintraccia, nell’ultimo libro di Remo Bassini, una sottile vena manicheista, che però s’instaura lungo linee di tensione differenti rispetto a quelle banali di cui siamo affetti:  in Bastardo posto le opposizioni forti sono tra spenti manichini e brandelli di sofferta umanità, tra uomini e donne,  tra giorno e notte, fra resistenza e rassegnazione, tra vita e morte.  Opposizioni che danno corpo ad una trama di significati sottesi all’intera vicenda, le conferiscono uno spessore di meditazione esistenziale che va oltre il pur sapiente gioco degli enigmi che sostengono il racconto.  La storia, a dirla in estrema sintesi, assomiglia tanto a un susseguirsi di fatti di cronaca di ordinaria italica follia: stupri, omicidi, incidenti, suicidi, amori travagliati e tanta corruzione coperta dalla solita ipocrisia. Con Paolo Limara al centro, giornalista innamorato e deluso, infine disperato e ossessionato dal bisogno di capire, di fare un po’ di luce in una grigia cittadina di provincia, un  posto di gente per bene, come vorrebbe presentarlo il suo giornale, ma che egli ribattezza “ bastardo posto”, facendo eco ad una canzone di Guccini. Un posto perennemente  oppresso da un’atmosfera greve, iconizzata nella nebbia, nella pioggia ricorrente e nel buio di notti senza luna. Cinque notti, l’arco di tempo per sciogliere il mistero e raggiungere l’epilogo che non vogliamo rivelare. Ma la storia, così raccontata, non può rendere giustizia al pregio dell’opera. Un romanzo vive infatti di vita propria. Nel senso che poco importa se sia o meno verosimile. E’ il linguaggio, lo stile e la dialettica che s’instaura fra i suoi componenti a conferirgli valore. Bassini  utilizza un linguaggio asciutto, essenziale, cadenzato  come un rap, ripetuto come un mantra, a tratti sincopato e rinforzato dalla frequente posposizione del soggetto, quasi sempre indicato con nome e cognome (“Era un bravo ragazzo, da ragazzo, Paolo Limara. Se prometteva, rispettava la parola data. Non diceva bugie. Non faceva mai a botte. Se giurava di mantenere un segreto, manteneva quel segreto.”) In altri punti il ritmo si fa più complesso, cresce, si espande e quindi s’addolcisce. Dentro il vortice delle parole si scorge la vita che riprende (“Scattava, alzandosi dal letto, perché aveva voglia di tuffarsi nella vita e poco importava se era lunedì, se c’era la pioggia, se il giorno prima erano arrivati, in redazione, un insulto anonimo o la minaccia di una querela. C’era Marina, il suo profumo e il suo sorriso. La sua voce.”). Qualche volta la narrazione assume la cadenza  di un sussurro venato di paura, un sussurro che vira in una constatazione mesta e lapidaria (“Certe notti, di nebbia o senza luna, sotto i vecchi portici vanno a braccetto il buio e la paura, basta un fruscio, un rumore, un’ombra, e dallo spavento vien voglia di scappare, ma non a Limara, non al manichino; sono come spenti, entrambi.”). Interessante anche l’uso che fa del discorso libero indiretto, una finta terza persona che adotta il corredo emotivo del protagonista, ma a volte lo abbandona per  adattarsi agli altri personaggi,  osservando la realtà con i loro occhi, suscitando una forte corrente di empatia. Perché, anche se di noir si tratta, dal momento che dobbiamo sempre ingabbiare dentro qualche etichetta ciò che altrimenti fatichiamo a sviscerare, in realtà la storia proposta da Bassini sprigiona una carica emozionale  non da poco.  Nasce, come si diceva, dalla dialettica degli opposti: da un lato i manichini, gli uomini rassegnati e spenti e inoltre quelli che agiscono meccanicamente, cliché allineati e convenzionali; dall’altro le persone vive, tutte donne direi, a parte uno straordinario don Fulgenzio, la cui presenza aleggia soltanto su riporto. Donne che l’autore, lo si avverte, ama profondamente. Donne piene di limiti, ma anche di vitalità, di voglia di reagire, di rompere con gli schemi, per questo talvolta soccombono, come  Marina e Viola in primis, e Virginia, Elena.  Solo la moglie di Limara, Graziella, sembra cedere alla rassegnazione, invece alla fine si capisce che è lei l’umile icona della più tenace resistenza, anche se non vincente. 

Un romanzo articolato e progettato con la perizia di un architetto, ma non fatevi ingannare, dentro la fredda geometria degli incastri che rendono avvincente il romanzo, colano estratti di materia umana che, nonostante l’atmosfera nichilista e “senza redenzione”, come l’ha definita Massimo Novelli su  Repubblica,  sono più che sufficienti a riscattare il suo autore e a dare conforto al lettore.  Si potrebbe aggiungere ancora molto su quest’opera che offre la possibilità di numerosi piani di lettura, ma per questi preferisco rinviare alle diverse recensioni presenti sul web,  dalle quali emergono altrettante facce di fronte a cui vale la pensa soffermarsi e riflettere.  Quelle che prediligo, fra queste recensioni, perché sono scritte anche molto bene, le trovate ai link http://colfavoredellenebbie.splinder.com/post/23989855 e http://caterpillar.splinder.com/post/23863610#23863610. Tutte le altre sono rintracciabili attraverso il blog dell’autore http://remobassini.wordpress.com/.

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