Storie di Donne
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Storia n.1 Una donna sull’autobus si è venuta a sedere accanto a me e, dopo le consuete domande che i persiani sempre rivolgono agli stranieri (where are you from? do you like Isfahan?) ha cominciato a ripetermi, ossessivamente, almeno una decina di volte la sua pessima opinione sugli uomini iraniani: ‘Iranian men, very bad...’. A quanto pare il problema era suo marito, la signora aveva le lacrime agli occhi, ma purtroppo il suo stentatissimo inglese e il mio quasi inesistente farsi, le hanno impedito di spiegarmi bene a quali tremende prove egli l’avesse sottoposta.

Storia n.2 Sotto i ponti storici di Isfahan, dove un giorno passò Marco Polo, tra il fumo profumato di arancia dei narghilè (ghalian) e le pittoresche luci tradizionali, si sorseggiava il tè nelle chaykhunes (case da tè) alla fresca brezza del tramonto. Il fiume Zayandé passava sotto di noi, il cielo si dipingeva di tutti i colori esistenti, il muezzin cantilenava il suo grido di preghiera, era il mondo delle Mille e una Notte. Finchè nel gennaio 2005 in questo luogo magico è stato proibito l’ingresso alle donne(!), ci andavo spesso e mi è capitato più volte di condividere con altri lo stesso tavolino. Una sera una signora giovane e carina ha chiesto alla mia amica iraniana da dove venissi e mi ha pregata di portarla subito con me in Italia, raccontandoci con la massima naturalezza tutti i suoi guai personali: un divorzio da un marito mascalzone (come ne esistono tanti in tutto il mondo) che si rifiuta di pagarle la merieh, la dote promessa all’atto del matrimonio, la lontananza da un figlio di sei anni che, come è automatico in Iran, è stato affidato al padre, la mancanza di lavoro e di prospettive di qualunque tipo.

Storia n. 3 Un bel mattino una mia amica iraniana si è vista restituire la propria macchina rubata sotto casa 10 mesi prima. Gliel’aveva riportata la moglie del ladro, che voleva divorziare e che desiderava che lei testimoniasse in tribunale contro di lui.

Naturalmente ci sono ottimi mariti pure fra gli iraniani, io ne ho conosciuto più di uno. Ho visto molte donne, specialmente fuori casa, servite come regine dai loro mariti, e nel complesso credo di poter dire che ho visto più mariti iraniani che italiani aiutare le mogli con le faccende domestiche; sicuramente fanno quasi sempre loro la spesa, la qual cosa non può essere dovuta solo al desiderio di tenere le donne in casa, in quanto moltissime iraniane lavorano. Ho conosciuto molte coppie decisamente ‘moderne’, che prendono insieme le decisioni importanti, in caso contrario però, a quanto pare, oggi quasi quanto ieri, la prima e l’ultima parola è sempre del marito. Nella grande maggioranza dei casi, malgrado molte donne oggi esercitino professioni prestigiose, la donna in Iran è comunque ancora considerata zaifeh (il sesso debole).

A causa dell’alto grado di disoccupazione, moltissimi ragazzi si sposano quando non sono ancora indipendenti economicamente, e sono molto frequenti i matrimoni fra vicini di casa o fra parenti: il matrimonio fra cugini, secondo la tradizione, avrebbe origine in paradiso. Anche a causa di tutto ciò, in Iran la percentuale dei divorzi è piuttosto alta; è quasi sempre impossibile avere statistiche ufficiali in questo paese, ma sembra che quasi un quarto dei matrimoni fallisca (a Teheran quasi la metà). Non è raro che la merieh, la dote pattuita all’atto del matrimonio che costituisce una sorte di assicurazione per la donna, consista solo in una promessa, e che lo sposo riesca a cavarsela senza scucire neanche un soldo in contanti. Come un tempo accadeva anche in Italia, non è sorprendente che molti ragazzi si sposino affrettatamente per sfuggire alle rigide regole della società in materia sessuale, e che il divorzio venga considerato una specie di vergogna, taciuta finché possibile sia dai figli della coppia che dai diretti interessati.

Dopo la rivoluzione islamica, le leggi riguardanti il diritto di famiglia sono state cambiate, a tutto sfavore della donna. Le femmine si possono sposare e hanno piena responsabilità civile e penale ad appena nove anni(!), i maschi a quindici. Le ragazze però non potranno mai chiedere il passaporto senza l’autorizzazione del padre o del marito. Malgrado la legge, nella realtà dei fatti le donne iraniane si sposano ad un’età nettamente superiore a quella del passato, e i matrimoni precoci, un tempo proibiti ma celebrati ugualmente con una speciale dispensa, sono oggi rarissimi: anche in Iran legge e costume non sempre vanno di pari passo.

Come è noto, storicamente, per alcune delle più patenti ingiustizie nei confronti delle donne è stata trovata giustificazione nelle parole stesse del Corano dove si ingiunge che, alla morte dei genitori, le donne ereditino la metà dei loro fratelli e che giuridicamente la testimonianza e la vita stessa delle donne, in caso di risarcimento pecuniario (‘denaro del sangue’ o diyeh), valga la metà (!) di quella di un uomo, tutti concetti scrupolosamente applicati in Iran. Meno note sono le tremende parole con le quali l’imam Ali in persona (cioè la massima autorità religiosa per gli sciiti dopo il Profeta) avverte i fedeli e in particolare il proprio figlio. ‘Le donne sono carenti nella fede e nell’intelligenza, si afferma in vari passi del Nahj-ol Balagheh, la raccolta dei suoi sermoni e detti. State attenti ai mali che derivano dalle donne, state in guardia anche rispetto a quelle donne che sembrano buone. Non obbedite loro nemmeno nelle cose che sembrano sagge, giacché esse possono attrarvi al male…. Non consultate le donne perché la loro visione è debole e la loro determinazione instabile…. Coprite i loro occhi tenendole sotto il velo, perché la rigore del velo le tiene buone…. Nel complesso la donna è male, e, quel che è peggio, noi non possiamo fare a meno di lei.’ Tutte affermazioni che sulle quali i mullah preferiscono oggi sorvolare, o che vengono attribuite alla rabbia di Ali circa il ruolo insidioso tenuto da Ayesha, vedova di Maometto, durante la Battaglia del Cammello, ma che certamente per secoli hanno contribuito a rafforzare le discriminazioni.

Un’originale ‘invenzione’ degli sciiti è stata riscoperta con rinnovato impulso negli ultimi 25 anni: il matrimonio ‘a tempo’ (sigheh), che può essere stipulato per un periodo che può variare da un’ora a 99 anni. Al tempo dei viaggi carovanieri, il sigheh aveva la funzione di legalizzare le unioni praticate quando gli uomini dovevano stare per lungo tempo lontani dalle loro mogli e di legittimare gli eventuali figli, che tuttora alla morte del padre hanno alcuni diritti. Oggi il sigheh è considerato molto strano dalla maggior parte degli iraniani che ne ridono apertamente, in molti casi è essenzialmente un modo di legalizzare la prostituzione o altri legami illeciti, che altrimenti sarebbero perseguibili per legge (secondo il vecchio principio ‘fatta la legge, trovato l’inganno’).

Esisteva un tempo anche un tipo di sigheh, detto mahram, destinato a consentire in determinate circostanze, senza che ci fosse scandalo, dei contatti fra un uomo e una donna, almeno in teoria destinati a rimanere solo come quelli fra fratello e sorella. Se per esempio una serva doveva accudire un uomo, il mahram le consentiva di toccarlo, di farsi vedere a capo scoperto, e così via dicendo. La necessità di ottenere una certa legalizzazione anche per un tipo così particolare di rapporto fra uomini e donne, suggerisce che i tabù sessuali in Iran sono sempre stati molto più pronunciati che altrove, da una data certamente molto anteriore alla rivoluzione islamica.

Si chiamano mahram anche tutti i congiunti con i quali non è concesso contrarre matrimonio e quindi tutte le donne che l’uomo può vedere senza velo, cioè oltre la madre, la figlia e la sorella, anche la zia, la nuora, la suocera e la figliastra. Il sigheh mahram è ancora largamente praticato fra le coppie in attesa di matrimonio, e consente ai due fidanzati di andare in giro insieme senza avere noie con la polizia.

Teoricamente la moglie dovrebbe essere informata e dare il proprio consenso ad altri matrimoni, temporanei o no, del marito ma ciò, molto spesso, non accade. Paradossalmente, un noto ayatollah ha stabilito che a un figlio è concesso devolvere al padre l’elemosina, che secondo il Corano ciascuno deve offrire ai poveri (zakat), per finanziare le spese di un suo secondo matrimonio. La pratica della poligamia e del sigheh è comunque estremamente limitata in Iran e generalmente ristretta agli strati più religiosi e conservatori della popolazione. Dopo il matrimonio, marito e moglie non dividono le proprietà, la donna può mantenere la propria indipendenza economica, e non ha obblighi finanziari verso il marito, solo quello di accudire gli altri membri della famiglia. Per evitare dubbi sulla paternità di un’eventuale gravidanza, la donna non si può risposare prima che passino tre mesi da un divorzio o da un parto. L’adulterio è un’offesa criminale, ma non tutti sanno che era così anche in Austria fino al 1997, e che è tuttora reato in 21 dei 50 stati americani. L’uomo può venire punito, ma in Iran la moglie può non riuscire per questo ad ottenere il divorzio, che tecnicamente può essere richiesto solo da lui.

La moglie, a meno che non abbia avuto l’avvertenza di ottenere all’atto del matrimonio il beneplacito del marito in tal senso, può chiedere il divorzio solo se riesce a dimostrare che il marito non è in grado di mantenere la famiglia, o in altri gravi casi previsti dalla legge. Altrimenti, per ottenere il suo consenso, deve pagargli (!) un compenso (khol). La mia amica Shayasté ha divorziato perché con un certificato medico ha dimostrato che lui l’aveva battuta, la mia vicina di casa Azar vi è riuscita perché il marito si drogava, un problema sempre più grave in Iran. Il marito invece può divorziare in ogni caso, basta solo che dica tre volte di voler ripudiare la moglie. La parola che indica questo tipo di divorzio unilaterale da parte dell’uomo (talaq) in arabo significa ‘slegare’ ‘rilasciare’ dai legami di protezione, oltre che per le donne è usato anche per i cammelli o animali in genere quando sono lasciati liberi dal controllo del padrone…

In base a una ricerca fatta recentemente dalla facoltà di medicina di un’università iraniana, è risultato che la violenza fisica all’interno della famiglia è piuttosto rara. Sicuramente più comune è la violenza sessuale, ma non viene percepita come tale dalla maggior parte delle donne, che pensa che il marito stia esercitando un suo diritto: c’è anche una parola specifica (tamkin) che indica la sottomissione della moglie al marito, compresa quella sessuale (un tempo da noi eufemisticamente chiamata ‘dovere coniugale’). Anche la parola emsak viene usata sia per le donne che per gli animali: significa ‘badare a’, ma anche ‘fare uso di’. Se usare gli animali è in genere ritenuto lecito (latte, trasporto, etc.), quando il termine è riferito a una donna, è sconvolgente dedurre di che tipo di uso si tratta ….

Il divorzio è sempre una scelta assai difficile per una donna, anche perché i figli (i maschi sopra i due anni, le femmine sopra gli otto) vengono sempre affidati automaticamente al padre. Nei pochi casi in cui il giudice decide diversamente ciò non è definitivo giacché il marito (o il suocero nel caso il marito sia deceduto) può appellarsi al giudice in ogni momento e riottenerne la custodia. Esistono le giustificazioni più disparate per questa prassi così crudele: c’è chi invoca una maggiore capacità del padre di provvedere direttamente alle necessità materiali dei figli, chi una supposta agevolazione per un’eventuale secondo matrimonio della moglie, e chi, come un famoso ayatollah, usa metafore ‘poetiche’: la donna è la terra dove germoglia il grano, ma l’uomo è la semenza, e ciò basterebbe a giustificare che egli se ne goda in pace i frutti. E’ molto raro che una donna iraniana divorziata si risposi e c’è motivo di sospettare che in innumerevoli casi la volontà del padre ad avere in custodia i figli non sia altro che una maniera per ‘punire’ la moglie, dimostrare la propria superiorità ed incidere direttamente sull’educazione della prole, che viene prevalentemente ritenuta compito maschile.

Sul fronte del controllo delle nascite, un’intensa campagna fu iniziata in tal senso dallo Scià Mohammad Reza Palhevi nel 1963, nell’ambito della cosiddetta ‘Rivoluzione Bianca’, un progetto ambizioso, ma in gran parte fallito, che aveva per scopo la modernizzazione e la secolarizzazione del paese. Su questo e su molti altri punti, lo scià si attirò l’anatema di Khomeini, a quei tempi ancora un poco conosciuto ayatollah di Qom, che denunziò la Rivoluzione Bianca come deviazione dalla volontà di Dio e violazione della fede. Al contrario la rivoluzione islamica del ’79 inizialmente diede impulso all’incremento delle nascite, considerato un’arma contro il nemico Saddam. Davanti ai drammatici effetti demografici ottenuti e ai gravi problemi che ne sono derivati (in 25 anni la popolazione del paese si è raddoppiata passando da 30 a oltre 60 milioni), negli ultimi anni non si è esitato a fare bruscamente marcia indietro su questo argomento: adesso tutti i tipi di controllo delle nascite sono considerati leciti nell’ambito del matrimonio, l’educazione sessuale è oggetto di corsi prematrimoniali, ed è anche materia obbligatoria all’università, per maschi e femmine separatamente. I risultati di questa campagna sono però piuttosto lenti e l’Iran è oggi la nazione con il tasso di natalità più alto del mondo.

Infine una curiosità: fra le persone di una certa età, è frequente sentire raccontare storie personali incredibilmente complicate. Quaranta anni fa una giovane signora, dopo qualche anno di matrimonio, ha divorziato perché ha scoperto che il marito aveva un’altra famiglia da qualche parte, ed è riuscita ad ottenere l’affidamento della figlia la quale all’epoca aveva due anni e che ha poi sposato il figlio del secondo marito della madre. Due persone anziane dopo aver divorziato, si sono risposate ben due volte ciascuno; dopo vari altri divorzi e il decesso di uno dei nuovi mariti, i due si sono recentemente risposati, con lo scopo di conservare le proprietà ai figli avuti insieme, ma continuano a bisticciare...