Premessa
Oltre il Chador: Iran in Bianco e Nero - Capitolo Successivo >>

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Era stato Giovanni, mio marito, a segnalarmi Isfahan nel lungo elenco di università straniere che avrei dovuto mettere in ordine di preferenza. Era il marzo 2003, e io sceglievo l’Iran in un momento particolarmente difficile per la politica internazionale: l’America stava per iniziare la sua guerra contro il regime di Saddam Hussein in Iraq. Anche l’Iran, secondo le parole di George W. Bush, faceva parte del cosiddetto ‘asse del male’, e molti pensavano che anche gli altri ‘stati canaglia’ avrebbero finito per essere attaccati.

Ricordavo ancora così vividamente Omid, l’amico iraniano conosciuto nel lontano 1971 quando studiavo nel Massachussets. L’Iran veniva allora considerato parte del mondo occidentale, e c’era mancato poco che la sua devozione per me e la sua straordinaria gentilezza mi convincessero a diventare iraniana anch’io. Qualche anno dopo, Giovanni, da poco arrivato nel Wisconsin, un giorno mi aveva annunziato di avere tra gli alunni del suo corso di italiano un iraniano ‘simpaticissimo’. E fu così che l’effervescente Abbas divenne per noi amico così fraterno da essere, qualche mese dopo, testimone alle nostre nozze. Con lui e con suo fratello Hassan, una fantastica complicità si era subito creata, quasi un’affinità elettiva come spesso accade quando ci si trova a vivere in un ambiente estraneo. Ogni loro telefonata iniziava sempre con una domanda di rito, quasi una parola d’ordine: ‘Are youbisiato’ (italianizzazione di ‘busy’)? Let’s go and have a cigarette in the piazza’. Ed ecco che, tanti anni dopo, l’Iran ritornava nei nostri destini; intatto era rimasto il nostro desiderio di conoscere questo paese, un progetto per vari motivi sempre rimandato.

Sono partita nel settembre 2003. All’aeroporto di Palermo un attimo prima della partenza, un poliziotto ha guardato la mia carta d’imbarco, e mi ha chiesto: ‘Scusi la curiosità, ma lei perché va a Teheran?’. Aveva l’espressione che si può assumere più o meno verso un condannato a morte e si è parzialmente rasserenato solo quando gli ho detto che andavo a insegnare italiano. Non sapevo ancora che quelle parole avrebbero poi trovato ripetuta eco nella domanda che tanti iraniani, non meno sorpresi di quel poliziotto, mi hanno posto nei miei anni di permanenza nel loro paese: ‘Ma... perché hai scelto l’Iran?’.

Avrei voluto rispondere loro che mi rifiutavo di poter conoscere un posto attraverso i massmedia che, bombardandoci sempre di più e abbagliandoci con la loro velocità satellitare, non fanno altro che radicare gli stereotipi più ovvi, convincendo il pianeta intero che l’America è abitata esclusivamente da guerrafondai, mentre la popolazione dell’Iran si divide in parti uguali fra donne velate e terroristi. Avrei voluto rispondere che, come Ulisse, ero venuta guidata da un misto di curiosità e di ‘ansia di conoscenza’, chissà se loro, oppressi dalla grigia quotidianità della propria esistenza, mi avrebbero potuto capire.

Dei miei primi giorni a Teheran ricordo soprattutto una serie di piacevolissimi parties. Villone di 500mq. ciascuna, piscine, camerieri in guanti bianchi, ma anche squisito cibo e vino italiano: non sembrava poi così male la vita della locale comunità internazionale (diplomatici, giornalisti, industriali), e dell’intellighenzia iraniana che, avendo studiato o lavorato all’estero, ruotava loro intorno. Tutti in ottima salute e decisamente entusiasti del paese e dei suoi abitanti. Le signore, al sicuro delle mura domestiche, indossavano tutti quei vestiti ‘normali’ che io avevo prudentemente lasciato a casa pensando di non poterne mai fare uso alcuno in questo paese.

Ma l’alto costo richiesto, in termini di tempo e salute, dal traffico davvero infernale di questa immensa metropoli, è spaventoso. Con un certo sollievo sono quindi sbarcata dopo qualche giorno nella mia meta definitiva, Isfahan.