Le Disgrazie Del Popolo Armeno

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Genocidio e diaspora, due parole sinistre che siamo assuefatti ad associare con gli ebrei, ma che continuano a risuonare anche sulla bocca di un altro popolo le cui disgrazie sono assai meno conosciute: gli armeni, un milione e mezzo dei quali fu sterminato dai turchi negli anni fra il 1915 e il 1918. Ancora più sconosciuta rimane in occidente la deportazione messa in atto dallo Scià Abbas nel 1606 dalla prospera città di Joulfa, nel cuore dell’Armenia storica, fino alla capitale safavide Isfahan in Iran, dove tuttora sussiste un’enclave armena di circa 8000 persone nel quartiere di Nor (Nuova) Joulfa.

Scià Abbas voleva evitare che i turchi Ottomani avessero mano libera con gli industriosi armeni, famosi per i loro fruttuosi commerci, qualora essi fossero riusciti ad impadronirsi del loro territorio. Gli armeni erano anche ottimi agricoltori (il nome scientifico dell’albicocco è Prunus armenicus), erano abilissimi a costruire acquedotti (in Iran ne funziona ancora uno, eretto al tempo del re Menua), e c’è chi pensa che la parola matematica venga da mat (‘dita’ in armeno).

Dei 300000 armeni deportati da Scià Abbas, solo un decimo arrivò a destinazione. Gli armeni iraniani, oggi circa 130000 persone, sebbene fin dall’inizio godessero della personale protezione dello Scià, hanno per secoli dovuto sopportare una buona dose di discriminazioni, per esempio non potevano risiedere nei piani superiori per paura che la pioggia da loro ‘contaminata’, percolando in basso, infettasse le case abitate dai musulmani. Nel museo di Joulfa ad Isfahan sono in mostra numerosi editti degli Scià che garantivano loro terreni ed esenzioni fiscali, c’è anche la lettera scritta nel 1668 dallo Scià Suleiman che stabiliva il loro diritto di continuare ad esercitare il culto cristiano, diritto poi riconosciuto dallo stesso Khomeini: nel 1979, quando la rivoluzione islamica rischiava di annientare la comunità armena, la celebre lettera si rivelò di colpo di inaspettata ed attuale utilità.

Oggi gli armeni sono generalmente rispettati e usufruiscono di alcune esenzioni alle strette regole islamiche del paese: i loro canti sacri possono essere intonati anche da cori femminili, e ogni famiglia ha il diritto di fare in casa il vino che forse furono proprio loro tra i primi a produrre sin dai primi albori della civiltà. In un sito archeologico del tempo del Regno di Urartu (IX-VI secolo AC) è stato trovato un otre di circa 750 litri e sappiamo che in Armenia, così come nell’antico Egitto, si produceva anche la birra. 

Lo Scià Abbas diede ordine di distruggere la vecchia Joulfa (detta anche Jugha), per impedire che i deportati cercassero di ritornarvi, ma aveva lasciato intatto il bellissimo cimitero, ricco di centinaia di splendide kharck’ar, le tipiche croci di pietra scolpite. Visitando l’Armenia nell’estate del 2004, ho appreso con sgomento che tutte le preziose croci, vittime innocenti di queste aspre contese, sono state distrutte dai musulmani dell’Azerbaijan. Nel 1998, tra l’ignoranza e l’indifferenza del resto del mondo, nella perversa volontà di cancellare non solo la presenza degli armeni, ma persino la memoria dei loro morti, hanno spianato completamente il cimitero con i bulldozer.

C’è una regione dell’Armenia che oggi politicamente appartiene alla repubblica dell’Azerbaijan, anche se ne è fisicamente staccata. E’ il Nachichevan, ‘il primo luogo dove discesero’: si dice che lì arrivò Noè quando, finito il diluvio, discese dal monte Ararat, dove, secondo tradizione, si era fermata l’Arca. Da quando è avvenuta questa separazione, quasi tutti gli armeni del Nachichevan si sono dovuti trasferire. Il cimitero distrutto dai musulmani si trova proprio in questa enclave.

In questa travagliata parte del mondo, tra Armenia e Azerbaijan i rapporti sono ancora molto tesi: in ballo c’è ancora anche un altro territorio conteso, quello del Karabakh, teatro di un vero e proprio conflitto dal 1989 al 1994. Il tragico costo di quest’altra guerra dimenticata è stato di ben 30000 vite umane: a causa dei combattimenti e dell’emigrazione, in Armenia il numero delle ragazze è di 10 volte superiore a quello dei ragazzi. Ora non si spara più, ma il trattato di pace non è mai stato firmato, e il Karabakh, mentre i due paesi continuano a reclamarlo, si è dichiarato indipendente, anche se non è stato riconosciuto da nessun altro stato del mondo.

Nella Repubblica dell’Armenia (appena un decimo dell’Armenia storica) vivono oggi circa tre milioni di armeni, oltre a minoranze etniche tra cui i Curdi e i cosiddetti Mavaki, venuti dalla Russia nel 19° secolo perché gli uomini volevano portare la barba, riservata ai nobili, e le donne insistevano, contro il volere dell’imperatore, a portare il fazzoletto in testa, (e sono tuttora riconoscibili appunto da barba e fazzoletto!).

Dal 1995 nella capitale armena Yerevan esiste, per chi volesse documentarsi, un interessante Museo del Genocidio, e il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano l’anniversario della tragedia. A causa del massacro del ‘15-‘18, oltre quattro milioni e mezzo di armeni vive altrove e parla due lingue abbastanza diverse fra loro: l’armeno occidentale, che è quello della diaspora, perché è lì che avvenne il genocidio, e l’armeno orientale, parlato in Armenia e Iran. Oggi i turchi negano che la strage sia mai avvenuta, nonostante le migliaia di testimonianze raccolte, e malgrado l’esistenza di un’agghiacciante documentazione fotografica, in gran parte dovuta al coraggio e alla determinazione di un ufficiale tedesco, Armin Wegner. Il giorno di Musa Dagh in settembre gli abitanti dell’unico villaggio che scampò al massacro celebrano l’anniversario della vittoria. Essi si rifugiarono sul monte Musa e si difesero strenuamente per un mese fino all’arrivo dei francesi.

Il film ‘Ararat’ di Atom Egoyan e il ‘La masseria delle allodole’ dei fratelli Taviani, tratto dal bel romanzo di Antonia Arslan (Rizzoli), hanno fatto recentemente conoscere anche al pubblico italiano questa tragedia dimenticata.