Isfahan, metà del mondo

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Al semplice suono i volti si illuminano, e inizia regolarmente la rapida enumerazione delle famose bellezze di questo luogo che un adagio cinquecentesco definisce come ‘metà del mondo’. Sebbene oggi la quasi totalità delle case tradizionali sia distrutta o in precarie condizioni, Isfahan ha conservato un suo particolare fascino da Mille e una Notte: i ponti storici con le magiche chaykhunes (case da tè) sul fiume Zayandé, l’immensa piazza Meydan-e Imam, dove un tempo si giocava a polo, le cupole blu delle splendide moschee, l’infinito labirinto del bazaar, chilometri e chilometri di gallerie brulicanti di artigiani, straboccanti di spezie e merci di ogni tipo.

Le donne più spregiudicate vanno a vedere i defilé di moda islamica, sono ben truccate, e hanno solo uno straccetto (hejab) in testa, da cui fuoriesce un ciuffo di capelli accuratamente acconciati, le più tradizionali indossano il chador nero più integrale, e le studentesse di ogni tipo di scuola o università sono obbligate ad andare in giro vestite come le nostre suore di una volta. All’inizio mi ha fatto una certa impressione vedere le donne sempre tutte insieme nella parte posteriore degli autobus. Mi sono però anche subito resa conto che questa specie di apartheid non era privo di qualche immediato vantaggio pratico: anche non dover controllare che il vicino tenga le mani a posto è un tipo di liberazione. Era però solo la prima avvisaglia di una strana condizione che obbliga tutti, maschi e femmine, nelle maglie di un sistema aberrante.

Nei taxi collettivi si cambia posto in continuazione per evitare che persone di sesso diverso stiano sedute accanto, uomini e donne stanno in file separate per comprare il pane, ma tutto ciò sembrava riguardare solo le persone che non si conoscono tra loro: per il resto i rapporti tra i due sessi, quali nei miei primi giorni in Iran mi era dato osservare per strada, o nei giardini e locali pubblici, mi sembravano del tutto normali. Ma non è affatto così, questa era solo una prima fallace impressione. Solo dopo un certo tempo avrei notato la mancanza di effusioni particolarmente esplicite, cui dalle nostre parti siamo ormai totalmente avvezzi. Solo dopo qualche giorno avrei avvertito che, malgrado l’eterno azzurro del cielo, c’era qualcosa di strano nell’aria, come una cappa grigia (o meglio nera) che aleggiava su tutto. Solo in seguito mi sarei resa conto che non c’erano cartelloni pubblicitari con nudità varie in bella vista e mi sarei sentita ormai lontana anni luce dalla continua, insistente ostentazione di parti sempre più intime del corpo umano, ormai quasi obbligatoria fra le ragazze occidentali.

Un tasso di criminalità abbastanza basso, pochissimi i mendicanti, inesistenti i senzatetto, l’Iran è anche un paese dai livelli igienici e sanitari decisamente accettabili. Il passante non è perseguitato dalle insistenti richieste di bakshish dei paesi arabi, né sconvolto dalla tremenda realtà dei bambini del Brasile, che la notte vagano da soli per strada in cerca di cibo. Ma queste cose, e sappiamo bene perché, non fanno così paura quanto un velo nero sulla testa di una donna.

Era ancora estate, particolarmente dopo il calar del sole, gli iraniani uscivano di casa col loro bravo tappeto sottobraccio e lo andavano a stendere lungo il preferito angolo di fiume, piazza o viale alberato per il rito del picnic familiare. Uno degli innumerevoli momenti di vita ‘normale’ che non sarebbe andato mai a finire sulle prime pagine dei giornali.