Il Giardino Paradiso
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Le stanze della casa tradizionale dove eravamo ospitati non erano in comunicazione fra loro, si aprivano tutte sul cortile centrale, che con la sua bella vasca centrale e gli alberi da frutto, rappresentava, come mi spiegava il proprietario, tutto ciò che era rimasto di un grande giardino che un tempo circondava tutto l’edificio.

Il giardino persiano è un ‘paradiso’, uno spazio delimitato da uno o più muri. Da paradaiza, termine di origine avestica che designava una riserva di caccia reale, deriva anche il nome di Ferdowsi, sommo poeta persiano del X secolo, ma anche antica parola per ‘giardino’. Le più importanti raccolte di poesie persiane si chiamano Golestan ‘roseto’, e Bustan ‘orto’. Come in eschimese esistono dozzine di termini per indicare i vari tipi di neve, e in arabo almeno altrettanti per i vari tipi di sabbia, allo stesso modo la lingua persiana si sforza e si sbizzarrisce a designare i vari tipi di giardino. Dal 17° secolo in poi, la rappresentazione sempre più idealizzata del giardino ha avuto per effetto la sublimazione sincretica di tutto ciò che è bello.

Meravigliosi giardini esistevano già in Persia nelle regge dei re Achemenidi molti secoli prima dell’Islam. ‘In tutte le terre in cui va a soggiornare, si impegna affinché diventino giardini, i cosiddetti paradisi, pieni di tutte le cose belle e buone che la terra è solita produrre’: il principe in questione è Ciro il Giovane, la fonte è l’Economico di Senofonte, che descrive lo stupore del generale lacedemone Lisandro davanti ai giardini di Sardi, tra i primi della storia. A Pasargadae, vicino all’attuale città di Shiraz, dove Ciro il Grande aveva impiantato i suoi giardini, rimangono ancora vestigia del tracciato ortogonale dei canali di irrigazione. A poche centinaia di metri si erge la sua tomba, maestosa nella sua semplicità.

Dal 6° secolo A.C. in poi, il giardino persiano come recinto, come speculum mundi, ha stabilito un modello imitato senza soluzione di continuità in tutto l’Islam, dagli estremi lembi occidentali del Marocco e di El-Andalus, fino ai lontani regni degli imperatori Moghul nel Rajastan indiano e di Tamerlano a Samarcanda, dove pare che la disposizione degli alberi tenesse conto perfino del colore e del profumo delle specie. E ogni giardino era anche orto botanico, uccelliera e zoo, un microcosmo che replicava in scala ridotta e ‘domestica’ i grandi parchi reali. I migliori esempi di ‘natura artificiale’ arrivati fino ai nostri giorni sono il giardino Finn a Kashan in Iran, il Generalife all’interno dell’Alhambra di Granada e lo Shalimar a Lahore in Pakistan.

In ciascuno di questi paradisi risuonano all’infinito le parole del Corano, dove la vegetazione è sempre simbolo della vita eterna: ‘Dio ha promesso ai fedeli, - uomini e donne - giardini irrigati da corsi d’acqua. Essi vi dimoreranno per l’eternità. Ha loro promesso dimore deliziose nei giardini dell’Eden’ (sura IX, 72). ‘Ecco come sarà il giardino promesso a quelli che avranno timore di Dio, il giardino irrigato da corsi d’acqua. L’alimento dei suoi frutti è inesauribile, e le sue ombre sono permanenti. Questo sarà il destino dei credenti.’ (sura XIII, 35) ‘Coloro che avranno creduto e che avranno fatto il bene, si svagheranno in un’aiuola di fiori’ (sura XXX, 15). In un’altra celebre sura, il fedele viene esplicitamente invitato a ‘coltivare la sposa come un giardino’.

Un principe o una coppia regale stanno comodamente seduti tra aiuole lussureggianti, altre volte un giovane raccoglie frutta o fiori da un albero: immagini in apparenza mondane che in realtà nascondono i profondi significati metafisici espressi in modo sempre assolutamente ineffabile dalle preziose miniature persiane. Su questi sfondi incantati, fiorì un genere letterario specifico, la ‘poesia del giardino’, il cui più illustre rappresentante, nel 13° secolo, fu Ibn Khafaya de Alzira, detto appunto ‘il giardiniere’.

Le poesie non sono le uniche espressioni d’arte in cui i popoli irano-timuridi hanno espresso il loro amore per i fiori: moltissimi tappeti persiani ne sono cosparsi e riproducono all’infinito un meraviglioso fiabesco giardino, la stessa architettura è spesso concepita come un bouquet multicolore. Tutta l’arte islamica è permeata da motivi vegetali: fiori e rami si arrampicano non solo sulle mattonelle dipinte di tutte le moschee, ma anche nelle decorazioni in stucco delle case patrizie. Incantevoli racemi assimilano ad arbusti maestosi i giganteschi bulbi a forma di ferro di cavallo delle cupole. Evocano l’albero Tuba che Maometto aveva contemplato sul limitare del Paradiso (‘L’avevo già visto in un sogno. E’ l’albero del confine, dove si trova il giardino della dimora eterna’, sura LIII, 14-15). Il tappeto persiano, simbolo della vittoria sulla natura selvaggia del deserto, è spesso un tappeto-giardino cosparso di fiori, a volte diviso in quattro settori da un disegno cruciforme, come un vero ‘tetragiardino’ (chaharbagh). E’ un giardino che si può portare all’interno; in un continuo effetto dentro-fuori, è anche un pezzo di casa che si può portare all’esterno.

Il giardino persiano chaharbagh era diviso in quattro settori, un modello proposto dalle stesse parole del Corano. Lo schema, che si può fare risalire al dualismo zoroastriano, ma anche ai mandala di origine indù e buddista, assecondava un profondo bisogno di organizzare la terra secondo un reticolo e di porre l’individuo al centro di quel cosmo concettuale. La primissima testimonianza di chaharbagh si trova su una coppa in ceramica del 2000 AC trovata a Samarra, con canali che si incrociano formando quattro compartimenti, ciascuno con un albero o un uccello: tuttora in molti giardini persiani in ciascun settore è piantato un diverso albero da frutta. Nel giardino si inseguono canali, cascate e giochi d’acqua a rappresentare i quattro fiumi del paradiso menzionati nella Genesi. Ruscelli dividono i quattro settori, cioè le quattro regioni e i quattro regni del regno vivente: assomigliano alle acque che bagneranno il soggiorno dei Giusti portando vino, miele, acqua e latte. In questa quadripartizione i mistici sufi videro le quattro tappe della progressione iniziatica: il giardino dell’anima, del cuore, dello spirito, e dell’Essenza a cui il mistico aspira e arriva nella sua ricerca.

Era previsto che il paesaggio circostante includesse luoghi appositamente rialzati per permettere sia il godimento temporale che la contemplazione mistica: i toponimi takht (trono) o suffe (sufi) la dicono lunga in proposito. Nella stretta associazione fra giardino e architettura, tutti i giardini orientali, persiani in modo particolare, erano abbelliti da varie tipologie di padiglioni e chioschi (dal persiano kioshk), specchi d’acqua e isolette, osservatori panoramici e torri di guardia.

La croce è un antichissimo simbolo ariano: giardini con pianta a croce esistono in Spagna sia nell’Alhambra di Granada che nell’Alcazar di Siviglia e a Madinat–al Zahra presso Cordoba. Con certezza il chaharbagh non mancò di fare la sua comparsa anche nella Sicilia araba, e di ispirare poi giardini di tutte le epoche successive. Erano circondati da giardini di questo tipo tutti i palazzi (solatia) dove i re normanni, come i califfi e i sultani orientali, amavano rilassarsi.

Storicamente una stretta distinzione fra giardino ornamentale e giardino utilitario esisteva solo nel mondo occidentale, il giardino islamico era invece sempre anche un orto. Anche in Italia, i frutteti vengono spesso, come sempre avviene in tutti i paesi musulmani, circondati da mura: addirittura a Pantelleria ci sono curiosi larghi muri circolari ciascuno dei quali aveva lo scopo di proteggere dal vento un singolo albero di limone che, allevato e sorvegliato come un principe ereditario, si gode ancora tutta la sua privacy all’interno.

Gli iraniani conoscono una gran varietà di fiori e piante con le quali intrattengono relazioni da lunga data; moltissime specie sono anche nomi femminili di persona. Arthur Upham Pope, che trascorse gli ultimi 26 anni della sua vita in Iran e che insieme alla moglie Phyllis Ackerman ci ha lasciato una monumentale opera sull’arte persiana in 12 volumi, affermò che ogni iraniano ‘ha un giardino nel profondo della sua mente’, oggi diremmo nel suo immaginario collettivo. In ogni città di questo paese ‘da mille e un fiore’, numerosissime sono le botteghe dei fiorai, ciascuna in grado di confezionare in un batter d’occhio leggiadre composizioni. Per ciascun fiore, mi spiegavano le amiche, è stato trovato un elaborato simbolismo: la rosa era un tempo simbolo di Ishtar, dea della bellezza e dell’amore, il narciso rappresenta la giovinezza, il tulipano e l’anemone, per il loro colore rosso con la macchia nera infondo alla corolla, sono associati al sangue dei martiri (shohada). Per loro in Iran non si smette mai di piangere, sia che si tratti di coloro che perirono con l’imam Huseyn a Kerbala nel 680 d.C., che dei tanti giovani tragicamente scomparsi nella guerra del 1980-88 contro l’Iraq di Saddam Hussein.

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