La famiglia e la sua storia

       di Carla Corona

 

       Consulente familiare, coordinatrice Consultorio Familiare Diocesano Sodalitas, Iglesias

Il consultorio familiare

La famiglia è il “luogo” dei sentimenti, di quelli che ci fanno stare bene e di quelli ci fanno soffrire, in questo secondo caso il Consultorio Diocesano Sodalitas è a disposizione di tutti e di ciascuno, che ha bisogno di aiuto per offrire, gratuitamente, il nostro servizio.

L’accoglienza è assicurata dal “Consulente Coniugale e Familiare,  l’operatore sociale che professionalmente, con metodologie specifiche, aiuta i singoli, la coppia, il nucleo familiare nelle dinamiche relazionali a mobilitare le risorse interne ed esterne per le soluzioni possibili, integrando, ove occorre, la sua opera con interventi specialistici.”

 

L’attività del Consultorio svolta dalla sua apertura, a dicembre 2003, sino ad oggi è orientata su diversi versanti:

 

· l'accoglienza e presa in carico delle persone (singoli e coppie) in difficoltà, che si rivolgono alla nostra struttura.

Mediamente si effettuano circa 300 colloqui per anno; gli operatori maggiormente e regolarmente impegnati sono ovviamente i Consulenti Familiari e in seconda battuta gli altri professionisti specialisti ( Psicologo, Avvocato, Medico etc.) ai quali viene effettuato l’invio, se e quando lo si ritiene opportuno,

 

· la formazione e l’aggiornamento continuo della equipe di operatori che si esplicita nella partecipazione a seminari,  convegni, gruppi di studio, anche di diversi giorni a Roma, Milano, organizzati dall’ UCIPEM ( Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali onlus ), e dall’AICCeF ( Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari), Cagliari, Carbonia, Iglesias (organizzati dall’Università, dalla ASL 7, dal Comune e/o da altri Enti preposti),

 

· la Supervisione del lavoro di Equipe in atto da due anni, sotto la guida della Dott.ssa Elisabetta Baldo, Psicologa e Psicoterapeuta, Docente formatore presso la Scuola/Consultorio “La Famiglia”, di Roma, presso la quale tutti noi operatori, siamo stati formati. Tale attività, a scansione bimensile, viene svolta in Collaborazione con il Consultorio  Diocesano di Oristano, al fine di avere un confronto continuo con altri operatori aventi la stessa nostra formazione e appartenenti al circuito di Consultori UCIPEM,

 

· la collaborazione con i Consultori di Cagliari e Sassari nella organizzazione del primo anno di formazione per Consulenti Familiari attualmente attivo ad Alghero,

 

· la presa in carico di tirocinanti, circa 400 ore ciascuno, (laureati in Psicologia, Scienza della Educazione etc.) attraverso un Protocollo di intesa firmato con l’Università di Cagliari e con la ASL 7, e dunque, oltre all’attività all’interno al Consultorio, è in atto la partecipazione settimanale al gruppo di psicoterapia e a quello di solidarietà  tenuti presso l‘Ospedale Sirai, Centro diurno “Albeschida” di Carbonia, ASL 7,

 

· il corso di formazione di Elementi di Psicologia, condotto dai nostri operatori professionisti e rivolto a tutti i volontari di SODALITAS ( ospedalieri, ambulanze, 118, mensa, e così via).

 

· incontri informativi sulla attività del Consultorio con tutti gli studenti delle quinte classi del Liceo Socio-Psico-Pedagogico, in collaborazione con Sardegna Solidale,

 

· partecipazione e collaborazione alle attività  degli Assessorati Comunali dei Servizi Sociali e Pubblica istruzione,

 

· la collaborazione costante con la Referente provinciale per le iniziative connesse all’Autonomia scolastica,  Dott. Rosaria Maiorano, presso il CSA di Cagliari (ex Provveditorato agli Studi) per l’ organizzazione di iniziative di aggiornamento in servizio per gli Insegnanti, relativo alle problematiche connesse alla prevenzione del disagio degli adolescenti. Sono già stati già realizzati, presso I.T. Agrario di Elmas tre Convegni sui temi del bullismo, del vandalismo e della peer - education,

 

· incontri di formazione per famiglie (su richiesta di Don  Franco Pometti), per adolescenti cresimandi  e per fidanzati (su richiesta di Don Roberto Sciolla), sono inoltre stati richiesti dal parroco di Giba,  Don Salvatorangelo Manca, vari incontri con gruppi di genitori in difficoltà nel rapporto con i figli,

 

· collaborazione  con le scuole cittadine finalizzata alla prevenzione  del disagio e al recupero di adolescenti  in difficoltà, attraverso l’ascolto attivo e il supporto scolastico.

 

·  la realizzazione del Convegno annuale sulle problematiche della famiglia, rivolto a tutta la città, con esperti esterni e del nostro consultorio.

La famiglia può essere considerata come l’area privilegiata degli affetti, regolata da un codice affettivo privato ed esclusivo, rinegoziabile di volta in volta, che trova la sua legittimazione esclusivamente nella volontà individuale. La famiglia è ciò che il soggetto sceglie per amore e termina con la fine dell'amore stesso.

Si ha una misura della sua vitalità se ci si pone in una prospettiva storica, se ci si concentra sulla sua capacità di trasformazione, di conversazione con l’ambiente sociale, nel quale progressivamente si ritaglia uno spazio proprio, mutando i propri confini verso una lenta differenziazione dalla parentela e  dalla comunità. Nella famiglia premoderna si ha una forte permeabilità della famiglia alle influenze esterne rappresentate dalla parentela e dalla comunità di appartenenza; in seguito la coppia coniugale si emancipa gradualmente dalla rete parentale, favorendo un rafforzamento della relazione coniugale e  un accentramento nella famiglia coniugale dei compiti e delle responsabilità educative nei confronti dei figli.

Ad oggi, una lettura delle dinamiche interne della famiglia pare essere la strada maestra per la sua comprensione: è importante concepire il nucleo familiare come oggetto sociale che si muove all’interno di una società in continuo mutamento, influenzandola ed essendone influenzata.

Parlare di “famiglia” come oggetto sociale unitario sembra a tutt’oggi piuttosto riduttivo.

La famiglia ha lasciato posto alle famiglie.

La rigida dicotomia che caratterizzava gli studi familiari  tra famiglie patologiche e famiglie normali, in voga prima degli anni 80, lascia il posto ad uno studio più calato nella realtà in evoluzione, ad una visione più ampia, che consideri le possibili tipologie di famiglie “normali”.Ciò ha consentito di osservare la grande variabilità di queste ultime aprendo vari filoni di ricerche passando dalla ricerca dei prerequisiti di patologia ai prerequisiti di salute del nucleo familiare; e attraverso questo concetto si è fatta strada la preoccupazione di comprendere la famiglia come tale, nella complessità del suo funzionamento relazionale, nelle difficoltà con le quali si confronta, ma anche nelle risorse che può mettere in campo.

La riflessione che attualmente percorre la riflessione sulla famiglia è diventata: “Quali processi le famiglie mettono in moto per realizzare sane relazioni al loro interno e un inserimento attivo nell’ambiente? Quali sono le modalità che consentono lo sviluppo e il cambiamento?”

Ci si occupa, quindi, sempre più di come le famiglie affrontano gli eventi critici prevedibili e imprevedibili che mettono alla prova le loro abilità e le loro risorse.

Le modalità attive di fare fronte ai compiti evolutivi messe in atto dalle famiglie, infatti, ci consentono di scoprire le abilità relazionali, abilità che vanno intese come strategie dotate di senso e tese a dare un senso a ciò che è proprio di ciascuno (senso della differenziazione) e a ciò che lega ciascuno a ciascun altro (senso del legame).Vari orientamenti concettuali si sono preoccupati di indagare in cosa consiste il cambiamento in una famiglia e di analizzare i meccanismi sottesi a tali cambiamenti; è il caso ad esempio della “Teoria dello stress familiare e il suo superamento” e dell’”Approccio dello sviluppo familiare”.

Ognuno di essi raccoglie alcune istanze più di altre, ma si tratta in realtà di orientamenti complementari, che sono accomunati dallo sforzo di elaborare criteri validi per la lettura della realtà familiare in mutamento.

Inizialmente, i due approcci sono partiti da posizioni differenti  per poi convergere, nel corso del loro sviluppo, verso una visione più articolata e complessa del funzionamento familiare che integrasse le due posizioni.

In un primo periodo, l’Approccio dello sviluppo si concentra sull’analisi dei cambiamenti prevedibili; ossia i mutamenti normativi strutturali ai quali va incontro la famiglia nel corso del tempo.

La teoria dello stress familiare, invece, si sviluppa inizialmente come tentativo di studiare gli effetti causati da cambiamenti o sconvolgimenti imprevisti, interni o esterni alla famiglia.Progressivamente i due approcci si avvicinano e iniziano ad influenzarsi reciprocamente alla luce della considerazione che anche i cambiamenti prevedibili lungo il ciclo di vita familiare non sono transazioni automatiche, ma possono rappresentare una fonte di stress che richiede alla famiglia un attivo sforzo di elaborazione e di attivazione delle risorse che possiede.

Quando un nucleo familiare si trova davanti ad un evento stressante deve mettere in campo delle risorse che permettano il superamento dello stesso.

Ovviamente grande importanza riveste la definizione e il valore che la famiglia da all’evento stressante e dalla sua eventuale gravità.

Il momento successivo all’impatto con l’evento stressante, che ha il suo fulcro nella reazione riadattativa della famiglia, comprende tre fasi: un periodo di disorganizzazione, un periodo attivo di ricerca, il raggiungimento di un nuovo livello di organizzazione.

Un concetto molto interessante che si sta sviluppando è quello di potere rigenerativo; con questo termine si vuole indicare  la variazione nella capacità del sistema familiare di ristabilirsi dalla disgregazione risultante da un evento stressante.

Ogni famiglia, cioè, sarebbe caratterizzata da una capacità più o meno consistente di reagire agli eventi stressanti.Ci si rende conto che gli esiti di una crisi per la famiglia non sono necessariamente negativi, ma che, al contrario, l’esperienza dello stress può rafforzare i legami.

Invece di concentrare l’attenzione sui sintomi del disagio, è importante analizzare i sintomi di benessere, e interrogarsi sui meccanismi e sulle risorse che consentono

alle persone e alle famiglie di stare bene anche in situazioni di particolare stress.

Ma quali sono e come si caratterizzano queste risorse?

Si tende, oggi, a concepirle non tanto come possesso di beni oggettivi (status, denaro ecc), quanto come l’abilità organizzativa della famiglia, fondamento del funzionamento familiare. Il nucleo familiare si mobilita per mettere in atto delle strategie di adattamento attivo all’ambiente che consentano di superare la crisi e rinegoziare la realtà.Fattori determinanti a questo proposito sono la coesione familiare, la forza della coppia coniugale e la capacità di problem solving della famiglia.

La capacità di problem solving è considerata un indicatore fondamentale in relazione alle modalità generali di adattamento familiare; l’importanza di questa impostazione consiste nel fatto che analizza le reazioni della famiglia ai problemi prima che insorga la crisi, fornendo quindi un quadro complessivo dello stile di coping e di adattamento ai problemi della famiglia.

Ovviamente è di fondamentale importanza la considerazione dei significati che i familiari attribuiscono allo stress e alle risorse disponibili.Molte famiglie infatti possono avere notevoli risorse in termini quantitativi e qualitativi, ma se non hanno la consapevolezza delle loro potenzialità e se non sentono di poter incidere in modo adeguato sugli eventi, è probabile che sviluppino sentimenti di depressione e di inutilità che poi le renderanno effettivamente incapaci di far fronte all’evento stressante.

Queste considerazioni vanno inserite in una prospettiva più ampia, in un quadro più generale che si inserisca in una visione dinamica della famiglia, secondo cui questa è intesa come “un’organizzazione di persone in continua crescita e cambiamento, impegnate reciprocamente a portare a termine diversi compiti di sviluppo nel corso del ciclo di vita” (Hill, 1986).

Con compiti di sviluppo della famiglia si intendono tutte quelle riorganizzazioni di ruolo che ciascun membro deve affrontare in conseguenza degli inevitabili cambiamenti cronologici e strutturali che la famiglia affronta nel corso della vita.

Sono stati proposti otto stadi di sviluppo del ciclo di vita familiare, che considerano come criteri di suddivisione i cambiamenti nelle dimensioni della famiglia e i cambiamenti d’età del figlio maggiore.Alla luce di queste considerazioni e integrazioni tra diversi approcci risulta come la famiglia debba essere considerata come un microsistema sociale in evoluzione, con caratteristiche che dipendono dall’interazione tra i suoi componenti.

Inoltre essa è ritenuta capace, in virtù delle sue risorse di adattamento attivo attivo e organizzato, di reagire agli stress prevedibili e imprevedibili che può incontrare lungo il suo percorso; quest’ultimo fattore è proprio quello che consente al nucleo familiare di crescere, di superare i momenti critici e di riorganizzarsi in maniera efficace.

Cosa succede, invece, quando la famiglia non si riconosce in grado di superare la crisi? Quando la comunicazione tra i suoi membri diventa difficile?

 La coppia si trova costretta a ridiscutere il contratto a suo tempo stabilito e si prospetta ai coniugi la possibilità di scindere la relazione coniugale.

Le separazioni e i divorzi cominciano ad assumere anche in Italia grande rilevanza; tuttavia non necessariamente la frequenza del fenomeno è sinonimo della  normalità dello stesso.

E’ preferibile considerarli come eventi “paranormativi”, che rappresentano l’esito possibile di una crisi interna alla relazione coniugale che sfocia nella rottura della relazione stessa e segna il fallimento del matrimonio.La visione del problema-trauma del divorzio, condivisa da non pochi psicologi clinici, è quella di una crisi prevedibile e normale nel ciclo di vita della famiglia.

 Ma dal punto di vista dell’importanza dei legami, tale visione è riduttiva e fuorviante e viene compresa come una difesa dall’angoscia, vale a dire dall’avvertire il grave pericolo che il divorzio rappresenta per la persona.

Oltre all’essere coniugi, poi, si è anche genitori, e questo aumenta in modo esponenziale le risorse da mettere in campo.

Occorre infatti che gli ex partner, oltre che distaccarsi dall’essere una coppia, ritirando da essa i propri investimenti e i propri progetti, si ricolleghino alla propria storia familiare, in particolare al loro essere genitori.

La frase “ non più coniugi, ma sempre genitori”, con cui si cerca di confermare il valore del legame, risulta quasi una formula magica.

Trasmette, infatti, l’idea  rassicurante della salvaguardia del legame per divisione-salto (non più..ma), più che per transizione-passaggio, e che il problema di riduca alla modificazione dei ruoli a seguito del divorzio.

In realtà non si può cancellare la storia relazionale e non si può di certo imporre agli ex coniugi l’indissolubilità del legame genitoriale.Gli ex coniugi possono, piuttosto, cercare di affrontare la fine del legame, considerare se dal loro legame qualcosa di buono è venuto, sentire di potersi dare la mano, nonostante delusioni e dolori, a favore di un terzo, vale a dire la generazione successiva.

Solo così si può pensare di salvare il legame generazionale.

Di frequente, infatti, il coinvolgimento degli ex coniugi nella loro relazione , anche dopo la separazione, con i suoi aspetti di conflitto mal gestiti o irrisolti è tale da intaccare  l’esercizio della funzione genitoriale; inoltre la spartizione delle responsabilità come genitori implica la non facile accettazione della reciproca appartenenza ad uno stesso sistema familiare, con i vincoli che porta con sé.

Solo se ciascuno dei partner giunge ad accettare la propria parte di responsabilità nell’aver contribuito alla fine del matrimonio la crisi si potrà affrontare.

Ed è solo a tale condizione che gli ex coniugi saranno in grado di attuare il contemporaneo processo di distacco/congiunzione di cui si è detto e considerato fondamentale per il buon funzionamento dei nuclei separati.In passato, diversi autori avevano teorizzato la necessità di identificare nella coppia separata il “genitore migliore” o “genitore psicologico” al quale affidare il figlio e demandare completamente la funzione educativa, auspicando un taglio netto tra gli ex coniugi per favorire una più serena ristrutturazione delle relazioni post-separazione.

Al contrario, oggi sembra di poter dire che si sia giunti progressivamente a ritenere fondamentale, salvo nei casi estremi di relazioni genitore-figlio gravemente disfunzionali e abusanti, che il figlio possa “accedere” anche al genitore non affidatario, consentendogli così il congiungimento con le sua radici e con la sua genealogia familiare.

Il genitore affidatario avrà quindi un ruolo cruciale nel favorire (ma anche nell’ostacolare) nel figlio la relazione con l’altro genitore.

Occorre sottolineare peraltro, che a partire dalla constatazione di una prevalenza massiccia di nuclei monogenitoriali con madri sole, tale compito sarà cruciale soprattutto per la donna.

Specialmente in presenza di figli maschi, la madre sarà chiamata a gestire  con particolare equilibrio il rapporto con il padre del ragazzo, al fine di evitare i profondi conflitti che si possono verificare in queste situazioni, soprattutto in età adolescenziale.

Garantire l’accesso alla storia familiare consente l’assolvimento degli aspetti di lealtà e di giustizia che vengono indicati come fondamentali nelle relazioni familiari.

Ed è proprio su tale posizione etica che si fonda il doveroso compito del genitore di non interrompere la catena che lega il proprio figlio alle generazioni della sua famiglia.

Ciò implica, tuttavia, da parte degli ex coniugi, il mantenimento di una “quota” di coniugalità i cui effetti si riflettono sull’esercizio dell’essere genitori.

Gli anni passati insieme come coniugi, con il loro carico di speranze e di delusioni, fanno comunque parte della propria storia, e inoltre una almeno minima stima e comprensione dell’altro è la base per mettere in atto una collaborazione nell’educazione dei figli.

In questo senso, il compito dei genitori separati parrebbe doversi esprimere non tanto in un atto di rottura e di cancellazione del passato, quanto piuttosto in un processo di trasformazione del legame che permane.

Ciò che richiede di essere salvaguardato è la cura del legame familiare.

Dalla lettura delle ricerche su separazione e divorzio risulta evidente la scarsità di contributi che pongono come unità di analisi la famiglia, anche a causa della difficoltà obiettiva di ottenere dati da più membri dello stesso nucleo, soprattutto quando si tratta di un nucleo “disgregato”.

Per lungo tempo ha prevalso un’ottica individuale e parcellizzata del problema, entro la quale venivano, in genere, analizzati separatamente i punti di vista degli adulti e dei figli implicati nell’evento separazione.

Nella produzione  più recente di ricerche, è tuttavia possibile osservare un trend evolutivo che da questa prospettiva individuale sembra gradualmente passare ad una sottolineatura degli aspetti relazionali.

Il divorzio è qui considerato come esperienza familiare, che investe non solo i comportamenti e gli aspetti organizzativi, ma anche gli affetti, le percezioni e gli atteggiamenti, e che svela la sua dinamica e la sua portata sociale.

Vaste ricerche hanno riguardato l’individuazione dei fattori e dei mediatori che determinano gli effetti a breve e lungo termine del divorzio sullo sviluppo dei bambini e sui vari tipi di adattamento di genitori e figli.

In particolare, si è analizzato di frequente l’effetto dell’età dei figli sull’adattamento al divorzio dei genitori pervenendo perlopiù a risultati contraddittori; se da una parte varie ricerche hanno sottolineato come i bambini più piccoli siano quelli che risentono maggiormente della separazione dei genitori, non disponendo delle risorse cognitive ed emotive per comprendere le ragioni del divorzio, dall’altra una letteratura più recente indica come periodo particolarmente critico quello preadolescenziale e adolescenziale.

Nelle famiglie separate, infatti, la transizione all’adolescenza risulta inevitabilmente un passaggio evolutivo particolarmente delicato e cruciale.

Pertanto un evento normativo critico per tutto il nucleo familiare, si somma ad un evento critico non normativo (la separazione) dando potenzialmente vita a situazioni di rischio o di grande difficoltà.

Si è parlato, in questi casi, anche di una doppia separazione che la famiglia con adolescenti deve attuare nelle situazioni di disgregazione familiare. Ci si riferisce infatti sia alla separazione che deve avvenire tra gli ex coniugi, sia al processo di individuazione/separazione che è il compito principale dell’adolescente e della sua famiglia.

Anche il sesso del genitore affidatario sembra influire sulla reazione dei figli al divorzio; i conflitti più forti sembrano emergere quando i figli vivono con il genitore di sesso opposto, e poiché i figli vengono in genere affidati alla madre, è la diade madre/figlio maschio ad essere più a rischio.

In questi ultimi tempi, inoltre, grande attenzione è stata posta sulle variabili relazionali che influenzano l’adattamento della famiglia alla separazione coniugale.

Il tipo di relazione familiare (in particolare le relazioni tra ex partner e quelle tra genitori e figli) è un indicatore privilegiato dell’adattamento post separazione.Il conflitto e la cooperazione tra ex coniugi influiscono inevitabilmente sul funzionamento familiare; nelle relazioni conflittuali i figli, soprattutto se adolescenti, si sentono “presi in mezzo” nel chiedere o dare informazioni su un genitore all’altro, nel difendere l’uno o l’altro o nel giustificare il tempo speso con l’uno o con l’altro.

Questo essere “presi in mezzo” sembra avere conseguenze più negative sul comportamento e sul benessere psicologico del bambino che non il divorzio stesso.

Al contrario, una relazione positiva e produttiva dopo la separazione appare essere quella improntata alla cooperazione e alla consensualità.

Il fatto che ci si sia indirizzati verso una custodia congiunta rivela che la tendenza attuale è quella di ritenere che il contatto mantenuto con entrambi i genitori è auspicabile, salvo restando il fatto che  si debba valutare, in ogni singola situazione, l’equilibrio personale e la capacità di esercitare la funzione genitoriale dei soggetti, nonché la qualità delle relazioni tra genitori.

La maggior parte dei figli desiderano comunque mantenere i contatti con entrambi i genitori e sono ancora più soddisfatti se questi sono continuativi.Tutte queste considerazioni non devono, però, far dimenticare che, al di là di ogni dubbio, il divorzio rimanga per i figli un evento tragico, un’esperienza di dolore che, anche se positivamente superata, segni in modo incancellabile la loro esistenza.

Queste modifiche strutturali della famiglia e dello stile di vita sono spesso all’origine di crisi di identità nei figli e possono minare il loro senso di sicurezza e di autostima.

L’improvviso venir meno dell’identità familiare nell’infanzia potrebbe anche essere una causa sufficiente a spiegare altri problemi o fattori di rischio.

E’ noto che i bambini abbiano bisogno di stabilità, di punti di riferimento chiari e facili da individuare. Mentre nei primi 3-4 anni di vita il sostegno proviene essenzialmente dalle figure di attaccamento principali, ossia da una o più persone che gli comunicano non soltanto calore ma anche la sensazione di essere al centro dei loro pensieri, indipendentemente da ciò che può fare o non fare, a partire dai 5-6 anni l’identità individuale poggia molto sull’identità familiare.

A quest’ età, nel confrontarsi con il mondo esterno, i bambini hanno una maggiore e più piena coscienza di entrare in contatto con altri diversi da sé, mentre in famiglia il rapporto è con altri simili a sé.

È l’identità familiare quella che fornisce la sicurezza di cui ha bisogno quando si trova fuori casa.Essere riconosciuto come figlio di.. il fratello di.. o il nipote di.. quando si hanno dai 7 ai 12 anni è sempre un punto di forza (a meno che i familiari non godano di una cattiva reputazione).

In seguito, via via che l’identità individuale prende corpo, questo tipo di identità mutuata dalla famiglia potrà essere superflua o essere addirittura vissuta con fastidio; ma fino a quando il senso di sicurezza e l’autostima dipendono dagli adulti che si occupano del bambino e dai fratelli e dalle sorelle maggiori, l’identità familiare è una dimensione fondamentale, una sorta di carta di identità con cui un bambino si presenta al mondo, ossia agli altri diversi da sé.

Un bambino si sente più forte di fronte ai compagni, agli amici, ai maestri, meno vulnerabile e insicuro di fronte al mondo, se può esibire una famiglia forte, e “forte” per la maggior parte dei bambini di questa età è sinonimo di “regolare”.

Una famiglia unita pone infatti meno problemi nella relazione con l’esterno poiché si conforma ad uno schema noto e facilmente riconoscibile.

In uno spazio dove circolano l’affetto e l’amore, il nucleo familiare contribuisce a creare le identità personali di ciascuno dei suoi membri.

Nelle società individualiste come la nostra, essa assicura una funzione centrale: quella di consolidare il sé degli adulti e dei bambini.

Contrariamente a quello che il termine individualismo può lasciar credere, l’individuo ha bisogno, per diventare se stesso, della conferma delle persone a cui egli attribuisce importanza e significato.

Questi altri significativi per un bambino sono i genitori, e poiché la famiglia, come gruppo, ha questo ruolo di attribuzione di identità e di supporto nella costruzione dell’identità personale, è evidente che quando essa entra in crisi,  si scioglie o va in frammenti,  anche il processo di formazione dell’identità dei figli ne risente.

 Cosa succede quando poi uno dei genitori decide di costruire una nuova famiglia?

Le espressioni famiglia ricostituita, o allargata o ricomposta  sono nate proprio per definire quelle famiglie in cui i partner hanno già un’esperienza matrimoniale alle spalle e figli nati da relazioni precedenti.

Il compito da affrontare in questi casi è arduo: costruzione di una nuova identità familiare fondata da regole proprie e di nuovi rapporti prima inesistenti, ricostruzione di rapporti che si confrontano con una nuova realtà relazionale.

Un altro termine proposto per queste famiglie è aperte, non solo perché da esse si può entrare e uscire, ma anche perché al loro interno figure diverse possono ritrovarsi a ricoprire ruoli finora mai assunti; questo termine coglie inoltre la complessità di queste strutture familiari e le connota non solo in termini di vincolo, ma anche di possibilità e di scelta.

Esse possono rappresentare il modello relazionale tipico della nostra epoca, dove sempre più si manifesta un’etica di autorealizzazione.

La famiglia postmoderna non coincide più con la sua definizione normativa, ma è tale se  e in quanto l’individuo la vive e la realizza.

Questo significa che la struttura familiare non costituirà più un vincolo biografico, e che le persone nel corso della loro vita cambieranno probabilmente diverse famiglie e altre forme di convivenza non familiare.

L’aumento delle possibilità di scelta, se da una parte offre uno spazio maggiore all’autorealizzazione, dall’altra provoca rischi, fratture e conflitti nuovi.

Nella famiglia aperta non ci sono i legami biologici che tengono insieme le persone, né legami sociali; questo può costituire un punto di forza ma anche di fragilità.

Non esistono aspettative fissate per scritto, non ci sono regole conosciute da tutti i membri, perché essi non appartengono ad una storia condivisa; tutto questo porta a un lavoro di trattativa, di impegno e di continua costruzione e negoziazione di relazioni nate per scelta e che la fanno essere famiglia proprio solo nella misura in cui i membri la sentono come tale.

È naturale che la creazione di una nuova famiglia per un bimbo sia un evento destabilizzante; e mentre l’ interesse delle nuove coppie è quello di staccarsi emotivamente dal passato per poter far funzionare al meglio la nuova composizione familiare, per i figli, invece, il legame con il passato resta una dimensione importante alla radice della loro identità, della formazione del loro Io.

È possibile, però, per un figlio appartenere felicemente a due famiglie se gli adulti lo aiutano a legare il passato con il presente: il passato non deve essere ignorato anche se non può dominare il presente.

Chiedere perciò ad un bambino di rinunciare al suo legame con il genitore separato è un grave errore.

È invece importante che gli adulti consentano, e anzi incoraggino questo legame a meno che non esistano gravi motivi per operare diversamente.

E, naturalmente, bisogna rispettare i tempi del lutto causato dalla perdita del precedente stile di vita.

Il tempo è una dimensione fondamentale; tempo per adattarsi, per accettare la nuova situazione.

A volte anche il nuovo genitore e la nuova famiglia sono accolti con favore dall’inizio; il figlio è contento di vedere che i suoi genitori sono più sereni e l’impressione di fare nuovamente parte di una famiglia normale solleva il bambino.

Bisogna dunque capire i problemi di identità cui può andare incontro e riconoscergli il diritto di avere una sua storia familiare di cui non debba vergognarsi.

Se non lo si costringe a scindere il passato dal presente ma lo si aiuta a mantenere i legami con entrambi i genitori, egli sopporterà meglio i cambiamenti che, inevitabilmente, si verificheranno nella sua vita affettiva e quotidiana.