"Corpo in azione"
nella psicoterapia con il bambino

    di Magda di Renzo

 

      Psicologa, psicoterapeuta, Istituto Ortofonologia, Roma

Nella relazione terapeutica con il bambino il corpo costituisce il principale strumento di comunicazione. Nelle immagini che seguono tenterò di evidenziare la valenza metaforica della realtà corporea della “coppia in azione”.

In una interazione condivisa infatti non è solo il corpo del bambino ma anche quello del terapeuta ad occupare lo spazio analitico.

 

Luigi, 7 anni, a tratti si isola in stereotipie che interrompono il flusso della azione in corso e dilatano il tempo oltre i limiti del «presente». Gesti lenti, monotoni, non direzionati che, all'improvviso, subiscono un'impennata e sembrano destarlo dal torpre nel quale si trova gradualmente coinvolto.

Poi una nuova sequenza che sfocia in una nuova irruzione. Non ama parlare (all'occorrenza risponde a monosillabi), né raccontare attraverso il disegno.

Commenti, spiegazioni o proposte da parte mia sortiscono l'effetto di mettere in moto un nuovo slittamento della coscienza.

A volte sembra divertito da qualche mia battuta ma ben presto il sorriso o il riso lasciano il posto a risate compulsive che trasformano i delicati lineamenti del suo volto in smorfie grottesche.

Eppure é interessato!

Mi guarda di sottecchi e sembra rilassarsi di fronte alla mia presenza sempre più silenziosa. Nei momenti di maggiore compulsione alza velocemente lo sguardo per cercarmi.Non so se posso «capire» ma mi accorgo che riesco a «stare» e gradualmente la trama delle mie riflessioni si dirada lasciando il posto a sensazioni che danno un «corpo» alla «comune inconscietà» (é il senso che posso trovare con la mia parte vigile).

Dondolo, vibro, mi tendo ... come se un filo invisibile permettesse alla sua mente di manovrare la mia muscolatura e ... semplicemente ... commento i «nostri» cambiamenti, dopo averli sperimentati.

Sempre più consapevole lui cerca l'aggancio, variando il repertorio e il ritmo delle sue azioni, forzandole a volte come a voler sperimentare la compulsione nel corpo dell'altro.Un giorno si infila in una casa che é nella stanza di terapia e inizia a dare colpi al tetto per far cadere un cane di stoffa che é lì appoggiato. Dopo ogni colpo esce per verificare se il cane é caduto e inizia un'attività compulsiva che lo rende sempre più teso. Anche l'oggetto (il cane) viene intrappolato nell'angosciante vuoto che Luigi sembra sempre costretto a riempire con azioni che si esauriscono in se stesse.

Faccio una proposta: lui batterà sul tetto ed io farò da specchio mimando la postura del cane senza che lui debba uscire ogni volta.

Accetta! ... Si fida del mio corpo che lo segue?! ...

Dopo un primo colpo fortissimo inizia a dosare la forza dei movimenti per godersi lo spettacolo del mio corpo che assume le posizioni più strampalate e, rimanendo tranquillo dentro la casa, ride di cuore comunicandomi un'allegria che mi fa essere presente al gioco con grande impegno. Quando finalmente il cane é a terra (ed io pure!) Luigi esce dalla casa e viene a sdraiarsi vicino a me per ricordare tutte le posizioni che lo hanno fatto ridere. Afferra delicatamente le parti del mio corpo e mi stringe in un tenerissimo abbraccio mentre ancora ridiamo insieme.

"Senti!" mi dice "Adesso faccio io. Va bene?"

"Certo" é la mia risposta.Mi accompagna nella casa e inizia a muovere il suo corpo in armonia con i miei colpi e cosi, dopo 7 mesi di terapia, possiamo finalmente condividere un gioco.

 

Gaetano, 6 anni, presenta una balbuzie tonico-clonica gravissima che gli impedisce a tratti anche l'emissione di un singolo fonema.

Preda costante di una notevole agitazione psicomotoria non riesce a concentrarsi in nessuna attività. Qualsiasi gioco, proposta o discorso sfocia in un insopprimibile bisogno di distruggermi, anche fisicamente.

Non c'é accesso al gioco simbolico e qualsiasi commento da parte mia scatena un'irriducibile rabbia.

Le parole sono cosi distanti dal luogo della sua presenza da apparirmi sempre di più «pure insulsaggini» o «barriere insormontabili».

Pongo limiti concreti ai suoi attacchi corporei e tutta la mia attenzione si concentra per mesi sull'unico obiettivo (apertamente dichiarato a lui) di impedire una reale distruzione sua e/o mia.

La mia muscolatura diventa in più occasioni il contenitore della sua forza dirompente e solo allora la mia voce può iniziare a fungere da sottofondo a tanta vigorosità.

I miei discorsi, sempre più lunghi, fluiscono come in una «corrente» che ci avvolge, quasi a costituire un primo contenitore per entrambi. la voce come trama di un «contatto» che costituisce il primo vero nucleo del «far riferimento» in senso linguistico.

Gaetano per la prima volta mi propone un gioco: lui suona, io ballo. Le sue mani si muovono freneticamente sulla tastiera producendo rumori assordanti che quasi mai riescono ad incontrarsi per costituire armonie. Controlla severamente che io non mi arresti e, impegnato a farmi muovere il «più possibile» (come lui stesso afferma) si assume per la prima volta consapevolmente l'impegno di creare disordine! ...É un lungo gioco che occupa molte sedute con variazioni di strumenti e danze che gli consente un giorno di fermarsi per chiedermi: "Suoniamo insieme?" ...

Le parole ora possono veicolare significati emozionali non più terrorizzanti e la capacità di «far richiesta» può porre finalmente la giusta distanza per incontrarsi.

 

Matteo, un bambino di tre anni e mezzo con una grave psicopatologia, un giorno scappa dalla stanza di terapia ed entra nella sala d’attesa, dove estrae dal suo zainetto un pacchetto di cracker. Si siede e inizia a mangiare, ma uno dei cracker si rompe e Matteo entra in una crisi di panico, come quasi sempre accade di fronte a imprevisti. La madre cerca subito di consolarlo dicendo che non fa niente, che ne può prendere un altro e io commento che deve essere proprio un gran dispiacere, ma le nostre parole cadono nel vuoto dell’inconsolabilità del bambino, che inizia a scalpitare con sempre maggiore compulsione.La mia voce si adegua all’emozionalità dei gesti di Matteo mentre dico: “Ma questo è un vero problema”, e gli prendo il cracker dalle mani, giacché lui sembra poter concedere fiducia al mio tentativo così accorato. In un attimo è silenzio: quasi sospendendo il fiato Matteo tace e il suo corpo è proteso a contenere quel silenzio mentre guarda le mie dita che, meticolosamente e con una gestualità divenuta «leggera», tentano la riunione di quella rottura così perturbante. Quando i due pezzi sono perfettamente congiunti dico: “Ora è di nuovo un pezzo intero, ma è difficile tenerlo unito: se vuoi posso tenerlo per te”. Il bambino si appoggia allo schienale della poltrona con un’espressione diventata improvvisamente serena e mi guarda, lui che è sempre su un altro pianeta, lasciandomi intendere che accetta il mio aiuto. Mentre mastica io sono in ginocchio davanti a lui, quasi con il fiato sospeso per non far disunire i pezzi, e lui si guarda intorno. L’aria di soddisfazione che esprime mi fa capire la potenza metaforica del mio gesto. Un «formato» prelinguistico, nell’accezione di Bruner (1987) per il quale forse un giorno potremo trovare parole.

Quando ha mangiato il cracker oltre il punto di rottura gli chiedo se vuole tenerlo da solo, ma lui tira indietro le mani per godersi fino alla fine la serenità dell’essere contenuto. Potremmo fare mille considerazioni sul significato psicologico dell’oggetto scisso e della riparazione, e in effetti esistono centinaia di volumi su un argomento così importante. Quello che vorrei sottolineare, però, in questa interazione, è la possibilità di dar vita a una relazione psicologica (mi guarda, si fida, aspetta) grazie alla presenza di un’azione così materiale come tenere uniti due pezzi di un cracker che il bambino desidera mangiare. Ma ovviamente un’azione non psicologizzata non paga.

Il tono accorato della mia voce è la risposta empatica alla sua angoscia e la tensione che accetto di provare rimanendo in ginocchio con le mani protese verso la sua bocca è il ponte attraverso il quale egli accetta di allontanarsene. Urla e scalpitii come metafora della sua angoscia, il gesto simbolico della riparazione come metafora della mia presenza al suo panico. E’ importante riconsiderare il significato di «agito» alla luce delle scotomizzazioni inerenti al nostro essere adulti.