Segnalazioni Recensioni

Martin Buber

 

Discorsi sull'educazione

 

A cura di Anna Aluffi Pentini – Armando Editore, Roma, 2009

pag. 112, 12 Euro

 

“Il genere umano ha inizio in ogni momento” pag.31.

In questo “leggero” volumetto , poco più di 100 pagine, vengono raccolti a distanza di oltre 50 anni dalla loro prima pubblicazione (nel 1953, per la prima volta tutti insieme) e a circa 10 anni dalla loro traduzione curata da Anna Kaiser all’interno del volume intitolato “La Bildung ebraico tedesca del Novecento”,  pubblicato da  Bompiani nel 1999, i tre discorsi sull’educazione, scritti da Buber tra gli anni ‘20 e ’30.

Nel primo, il Discorso sull’educativo, Buber parte da due concetti fondamentali: la creazione e la creatività che portano ai concetti di reciprocità, spontaneità, mondo, mondo che “(…)crea nell’individuo la persona, mette in moto le energie della persona  e (si) lascia esplorare ed afferrare”. Non serve sottolineare come questi due concetti abbiano una forte rilevanza anche per la psicoterapia della Gestalt; un buon “gestaltista”, come un buon educatore (si impara leggendo Buber), si rapporta con il paziente/allievo a partire dalla propria apertura sul mondo, legata al suo permettere o meno al mondo di attraversare se stesso, al riuscire poi ad offrire e restituire al proprio ambiente questa esperienza, la sua esperienza dello “stare nel mondo”.

Il ruolo dell’educatore diventa quindi quello di “raccogliere e serbare il mondo dentro di sé, ed il suo educare deve essere come l’educare del mondo, dei suoi elementi e dei rapporti che nel mondo  traducono e svelano le regole intrinseche e i significati”.

Il lavoro educativo, per Buber, deve partire dalla libertà, ovvero dal “lampo delle possibilità totali” e dal dialogo tra le stesse; una libertà fatta dunque di legami, non scevra da essi, dove l’allievo possa sperimentare i legami stessi ed il suo proprio modo di “essere legame” con l’educatore. Ora, anche i terapeuti più “giovani” possono cogliere quanto questo somigli alla centralità della relazione terapeutica in Gestalt, esercitando, queste parole, forse lo stesso fascino delle parole di Perls e Goodman.

E’ nell’esser-ci dell’educatore  e nella “chiamata all’essere nascosta nel non essere” del discepolo che si sviluppa l’educazione e la creazione dell’individuo, così come è nel richiamo al “qui ed ora” al confine di contatto, che si realizza il legame, la relazione e si esprimono tutte le sue funzioni  e proprietà.

Spesso noi terapeuti ci muoviamo nella relazione che si crea nel momento dell’incontro terapeutico, come fossimo dei giovani esploratori, con qualche mappa e con molto interesse per l’abitare il mondo (quella parte di mondo che incontra il mondo dell’altro). Non veniamo forse esplorando e soffermandoci davanti ad un bel tramonto come ad una tempesta, in contatto con l’essere dell’altro ed il nostro stesso essere?

“L’educatore deve estrapolare dal mondo e attuare dentro di se le forze del mondo delle quali il discepolo ha bisogno per edificare il proprio essere”.

Quando Buber dice che “l’educatore si educa ad essere strumento”, mi domando in che modo anche il terapeuta si educhi a questo, e cosa significhi, all’interno di una relazione che cura e di cui si ha cura, diventare strumento? Come sapere qual è lo strumento giusto, quello opportuno in quel determinato momento, che è solo quello e non può essere altro?

Troviamo risposta leggendo il secondo discorso.

In “Educazione  e visione del mondo”, andare verso qualcosa non basta, occorre anche partire da qualcosa…(questo qualcosa da cui si parte, che non può essere determinato da noi, è ciò che Buber chiama “realtà originaria”) ed è a questo qualcosa che il lavoro formativo deve riaprire la vita, ossia alla  forza creativa originaria custodita in ciascuno.

Come educatore posso (solo?), “scoprire qualcosa  che posso scoprire”, perché questo qualcosa è  intrinseco all’essere. Per fare questo, l’educatore, come il terapeuta, deve avere fiducia in sé, nell’altro ed in ciò che si crea stando al confine di contatto, esprimendo il proprio sé al confine di contatto . In questo secondo discorso Buber dedica spazio e significato all’educazione degli adulti, un’andragogia che si basa sulla sostanza del proprio essere e della propria visione del mondo (scelta, agita e riconosciuta, autentica e non fittizia).

 

Nel terzo discorso “Sull’educazione del carattere” Buber opera una sintesi del percorso tracciato nei due discorsi precedenti: l’educazione che merita questo nome è quella del carattere.

Nell’educazione si ha a che fare con tutta la persona, nelle sue potenzialità e nella sua unicità di corpo e spirito (in Gestalt unità organismo/ambiente,) unitamente alle energie che la abitano, ma anche con il carattere della persona. Buber riporta l’educazione del carattere come la vera educazione della comunità, suggellando, in questa ultima frase, mondo ed individuo in una relazione di costante crescita e scambio.

 

di Laura Castellani,

allieva Ist. di Gestalt Therapy H.C.C. Kairòs

 

 

 

 

 

 

jean chevalier, alain gheerbrant

 

dizionario dei simboli.

miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri.

 

Bur 2008, volumi I e II, euro 26

 

 

“Il simbolo - scriveva Henry Corbin nel 1954 - non è un segno artificialmente costruito, ma è ciò che nell'anima spontaneamente si chiude per annunciare qualcosa che non può essere espresso altrimenti. Esso è l'unica espressione attraverso cui una realtà si fa trasparente all'anima, mentre in se stessa rimane al di là di ogni possibile espressione”.

Il concetto e l’uso del simbolo in psicoterapia è stato storicamente terreno d’elezione per la psicoanalisi freudiana e in modo diverso junghiana. E l’interpretazione del simbolo, la via di disvelamento dei contenuti inconsci, individuali o collettivi, decodificati e rivelati dall’analista come detentore di una verità che precedeva il paziente fin quasi a prescinderne.

Dal greco sun-ballein, “mettere insieme”, il termine rimanda all’uso nell’antica società greca di dividere a metà un oggetto di terracotta per sancire un’alleanza o una trattativa: le parti rimanevano ai due interlocutori e il loro combaciare provava l’esistenza dell’accordo; in tal modo ogni metà ne diveniva anche il segno. Il simbolo dunque contiene il sé la separazione  e la riunificazione: il differenziarsi tra parti che si sono sfaldate e il legame tra loro.

“Come elemento analogico (o metaforico) della comunicazione, il simbolo evoca “una relazione tra un oggetto concreto ed un’immagine mentale. Queste ultime, le metafore e le analogie, sono strutture cognitive e linguistiche con una forte connotazione emotiva: mentre portano lontano riavvicinano, mentre velano scoprono, riescono a comunicare allo stesso tempo due significati di opposta valenza (il paradosso), aprono ad “altro”, “altro” che è stato troppo presto o troppo a lungo separato. L’uso della dimensione simbolica nella relazione d’aiuto, che sia counseling o psicoterapia, pertanto diventa essenziale per cogliere e comprendere una profondità e complessità della “persona” nella sua unicità ed essenzialità, che si trova a sperimentare l’essere nel mondo nel “paradosso” della sua esistenza. Il pensiero creativo ed analogico permette e favorisce una relazione empatica, capace di esprimere un “campo”, dove lo scambio tra gli attori della relazione terapeutica è “autentico”, vero e personale” (Mario Mastropaolo).

 

Può, e come, adottare il linguaggio simbolico un terapeuta della Gestalt? Vi sono riflessioni, se non obiezioni, di fondo che è necessario puntualizzare perchè tale scelta poggi su una consapevolezza chiara dello sfondo ermeneutico ed epistemologico di appartenenza. Che è agli antipodi rispetto a quello da cui l’uso del simbolico storicamente è emerso e si nutre. Parliamo di interpretazione versus contatto. Di contenuti intrapsichici pre-costituiti versus creatività e unicità di processi relazionali. Di decodifica di tali contenuti passati e presunti inconsci da parte di un terapeuta “decifratore” versus danza co-creata su un confine sensibile in continuo aggiornamento e tensione al next. Parliamo di contenuti cristallizzati una volta per tutte in un simbolo che si fa segno-di versus messaggi sulla relazione diretti nel qui ed ora di un incontro.

 Come sottolinea Margherita Spagnuolo Lobb, queste specificità sono nella genesi della Psicoterapia della Gestalt, nei suoi presupposti teorici e clinici, nella storia umana e professionale dei suoi fondatori. Per questo non esiste un lavoro specificamente gestaltico sul tema del simbolo ma contributi che sottolineano perché la Gestalt abbia scelto un orizzonte teorico nuovo anche rispetto a tale linguaggio.

Spesso è il paziente che chiede che cosa significhi un certo contenuto, che racconta i suoi sogni aspettandosi che il terapeuta li decifri come se questi potessero essere, appunto, decriptati in un loro univoco pre-esistente significato. Questa domanda può essere accolta come ogni messaggio sulla relazione che il paziente invia, e lavorata di conseguenza. Come ogni contenuto, il simbolo può essere “sciolto” nel processo relazionale che lo sottende, dal momento che in ogni simbolo si può vedere rappresentato un accadere al confine di contatto tra realtà personale e collettiva, organismo e ambiente, paziente e terapeuta. Come il linguaggio poetico, metaforico, il simbolo veicola i modi e le declinazioni dell’esserci e del sé, è immagine che il paziente offre delle sue figure di confine e di ciò che sta accadendo con il terapeuta.

Come con il sintomo, di cui terapeuta e paziente ripercorrono a ritroso il sentiero risalendo alla sua matrice relazionale, così con il simbolo (onirico e non solo) possono comprendere in che modo questo parli degli sfondi del paziente e delle figure attuali tra paziente e terapeuta. Riconoscere, per riunificarle, le due metà dell’oggetto di cui sono i portatori: qual’era l’accordo, quale l’alleanza?

 

Un dizionario dei simboli può fornire supporto ad un arricchimento dei contenuti esplorati, raccogliendo tutti gli spunti antropologici, culturali e geografici di cui ogni simbolo è intriso e ampliando gli elementi utili per una lettura relazionale che il contatto col paziente -in primis- avrà suggerito. Ma ogni simbolo va riferito al contesto in cui viene espresso, sciolto dalla cristallizzazione in un tempo senza tempo e riportato ai tempi del contatto in divenire. Quella di arricchire il proprio sfondo teorico di riferimenti – culturali, antropologici e storici – che possano ampliare e approfondire il bagaglio umano di ogni terapeuta di confine, preparandolo ad incontrare l’Altro in terreni sempre nuovi e sempre più ricchi, è dunque una scelta che in questo caso necessita di una preliminare riflessione sulla “coerenza epistemologica” tra sfondo teorico e strumento terapeutico. La tentazione comprensibile può essere quella di affidarsi a rassicuranti significati precostituiti invece che farsi guidare dal contatto co-creato e dalla sensibilità estetica alle sue declinazioni.

 

 

Silvia Riccamboni

 

 

 

 

 

Martin Buber

 

Colpa e senso di colpa

 

A cura di Luca Bartolino – Apogeo, Milano 2008

pag. 207, 13 Euro

 

 

E’ una tavola rotonda ricca e articolata quella che si raccoglie attorno al saggio di Buber del ’57 su “Colpa e senso di colpa”. Attraverso le parole di autori di diversa formazione, psicologia, psicoterapia, filosofia e consulenza filosofica sono chiamate a riflettere e rispondere della propria adeguatezza epistemologica e di metodo nell’occuparsi del tema proposto dal filosofo viennese.

Quando vi è stata una colpa, si chiede Buber, quando cioè “qualcuno viola un ordine del mondo umano i cui fondamenti egli conosce e riconosce essenzialmente come quelli dell’esistenza umana comune a lui e a tutti”, è corretto analizzare la sua angustia a partire da categorie strettamente intrapsichiche quali i desideri infantili repressi o i piaceri adolescenziali deviati (Freud), piuttosto che da una visione diversamente solipsistica per cui la colpa è un atto di infrazione al proprio processo di individuazione (Jung)? L’Altro – il Tu così caro a Buber – che fine  fa? Dov’è l’Io colpevole rispetto al Tu ferito?

Se le malattie dell’anima sono malattie della relazione, tesi centrale al pensiero buberiano, il tema della colpa deve essere letto e affrontato a partire dalla relazione reale. Che cosa comporta questo per un terapeuta? I suoi strumenti, la sua epistemologia, sono in grado di assumersi questo compito e responsabilità – quella, anche, di non sollevare frettolosamente il paziente dal dolore di un’esperienza fondante quale il sentimento della colpa nella consapevolezza dell’Io-Tu?

“Malattie della relazione”, “tra”, “Io-Tu” sono espressioni in cui un terapeuta della gestalt può facilmente percepire l’eco dei propri concetti fondanti e dell’“epistemologia di confine” che li sostiene, e trovare uno spazio di approfondimento teorico di grande arricchimento. Il tema del senso di colpa in particolare, se letto  con sguardo allargato al contesto socio-culturale che fa da sfondo al suo evolversi (come proposto nel saggio di Gianni Francesetti), rende particolarmente bene il quadro di sviluppo della psicoterapia della gestalt come approccio capace di cogliere e curare la sofferenza di un “tra” che cambia nella e con la società.

Torniamo a Buber. “Nessun altro se non chi ha inferto la ferita può guarirla”. In questa prospettiva, l’espiazione è possibile quando ci si pone di fronte all’Altro alla luce di un autentico “autorischiaramento”, si confessa la propria  colpa e per quanto possibile lo si aiuta a superare le conseguenze della propria azione. Non sembra confidare molto Buber per lo meno negli approcci psicoterapici del suo tempo come possibilità di accompagnare tale processo, se non quando superati i metodi già familiari guidino il paziente “là dove può iniziare un aiuto essenziale del Sè”. Ecco allora aprirsi la tavola rotonda: oggi quale disciplina, metodo, figura professionale potrebbe farlo? E con quale sguardo, con quali strumenti?

 

    Gli autori commentano il saggio da angolazioni teoriche diverse. Da una prospettiva junghiana, Gian Piero Quaglino riporta l’attenzione alla dimensione di relazione con sé della colpa, sottolineando come l’essere umano, comunque si comporti, è sempre inevitabilmente colpevole. Il percorso di individuazione che ne sostiene l’evoluzione personale è una strada fatta di continue separazioni/differenziazioni dalla dimensione collettiva e pertanto fonda sempre nuove colpe; ma altrettanto il mancato cammino individuativo rende colpevoli, mancanti, verso di sé. Ecco l’importanza di non rimuovere ma soffermarsi sulla propria colpa come possibilità conoscitiva ed evolutiva.

Umberto Galimberti collega il tema della colpa alla moderna società di apparato e alla cultura tecnologica, che parcellizzando e limitando la consapevolezza e l’agire al gesto del premere il bottone “sottraggono all’etica il principio della responsabilità personale”. Escluso da una visione d’insieme del processo (lavorativo, sociale, culturale) a cui sta prendendo parte, l’uomo finisce per occuparsi solo della modalità di esecuzione del suo gesto e non anche delle sue ripercussioni, finalità, di cui non può così sentirsi responsabile.

Andrea Poma, che ha curato l’edizione italiana del principio dialogico di Buber e ne ha scritto la prefazione, riporta il tema del rischiaramento-espiazione al piano giuridico “senza il quale è impossibile riconoscere la dimensione sociale e politica della colpa” e risolverla con un autentico lavoro morale; questo va necessariamente collocato nello spazio della comunità e delle sue regole, luogo elettivo della confessione e della elaborazione, non sostituibile con quello “illusorio” della coscienza.

Con Ilaria Bertone la riflessione sulla colpa diviene occasione per illustrare l’approccio concettuale ai problemi utilizzato nella consulenza filosofica. Questa si propone di accompagnare la persona in un percorso di chiarificazione di un dato problema-concetto spostandosi dalla prospettiva particolare in cui è stato concepito ad una dimensione di comprensione più generale. La definizione di colpa proposta da Buber viene così scomposta e analizzata in alcuni elementi logico-semantici che ne fondano una più articolata comprensione.

Luca Bertolino riprende il discorso di Buber sui limiti delle psicoterapie, “capaci di occuparsi del rapporto soggettivo della coscienza con la trasgressione del tabù ma non di quello oggettivo con la colpa reale”, indicando nella consulenza filosofica la risorsa possibile. Se è vero che questa porta la persona a fare esperienza della ricchezza insita nei concetti che utilizza, a farne “domande che problematizzano astraendo”, è però vero che anche conduce verso se stessi e a rendersi più responsabili dell’ordine umano dell’essere.

Anche Ran Lahav si pone dal punto di vista della consulenza filosofica come possibilità di concentrarsi sul significato della colpa più che sui processi psicologici. Tale metodo può aiutare le persone ad “analizzare il loro significato e sviluppare la propria personale comprensione e risposta”. Di nuovo il concetto di colpa di Buber si presta ad un approfondimento in chiave filosofica che ne mette in luce tutta la ricchezza e complessità di temi e lo utilizza per illustrare il metodo di intervento nella consulenza.

Gianni Francesetti allarga anzitutto lo sguardo dando sfondo e collocazione storica al saggio iniziale. Per comprendere che cosa sostenga il senso di colpa è necessario guardare quali siano i temi cruciali, i conflitti dell’essere-con di una data fase dell’esistenza umana. Se l’uomo di Freud è colpevole di non uniformarsi pienamente alle istanze sociali in un’epoca in cui il valore dell’appartenenza/uniformismo è cruciale (e in questo senso l’analisi lo aiuta ad alleggerire il peso di un Super-Io troppo rigido); se l’uomo di Jung è colpevole al contrario di tradire il proprio sviluppo individuativo rinunciando alla propria autonomia in un tempo in cui i parametri individuo-società si rovesciano a favore di una soggettività “a tutti i costi” (e le terapie umanistiche lo incoraggiano così all’autorealizzazione): l’uomo dell’ultimo trentennio ha sconfinato nell’estremo narcisistico di una società votata all’individualismo e l’abbandono delle appartenenze lo lascia vuoto, solo e perfino incapace di sentirsi in colpa. Spiega Francesetti: “ora la necessità terapeutica è spesso proprio quella di recuperare o costituire la capacità di sentire la colpa. Se non ci sono legami vincolanti, quale colpa posso avere nei confronti dell’altro a cui non sono, appunto, vincolato? Se “là il compito terapeutico era alleviare il senso di colpa da una colpa onnipresente e insostenibile, qui il senso di colpa diventa segno atteso e ricercato che testimonia il recupero della dimensione relazionale”.

Diversamente dall’accusa mossa da Buber alle psicoterapie come inadatte a occuparsi della colpa esistenziale in una dimensione di reale relazione umana, si vede qui come la Psicoterapia della Gestalt sia ponte che unisce psicologico ed esistenziale ribadendo la continuità tra interno ed esterno e l’imprescindibilità dalla relazione vissuta: non c’è gesto, pensiero, bisogno, che non sia immediatamente al confine con l’Altro, che non lo riguardi realmente. In questo senso anche la consapevolezza di colpa immette subito nella possibilità di una riparazione come evento della relazione e non semplicemente come elemento di “sollievo” individuale. E proprio nella relazione col terapeuta si realizza tale possibilità dal momento che il lavoro sullo stile di contatto si sviluppa dall’ascolto di sé, dall’orientamento verso un Altro/Ambiente riconosciuto come offeso, dalla manipolazione (organizzazione di un movimento possibile verso l’Altro), fino al contatto pieno (riconoscimento condiviso, esplicitazione, riparazione) e all’assimilazione (crescita del sé-relazione). Al punto che quando una riparazione non è più possibile nell’attualità della relazione, paziente e terapeuta stanno e lavorano, insieme, proprio su questa impossibilità.

L’approccio gestaltico rilegge così il concetto intrapsichico/individuale di colpa in quello di responsabilità e, ancora, di corresponsabilità; non solo quindi non separa, come lamentato da Buber, “colpa e senso di colpa”, ma legge e affronta ciò che accade nella relazione come evento di un confine che appartiene a entrambi i versanti e da qui è co-costruito. “Dove non c’è relazione non c’è senso di colpa”, ma dove non sia vissuta dimensione alcuna di colpa lì significa che non c’è relazione e questa deve essere ripristinata in ogni suo passaggio. Ecco l’originalità di un approccio che “ha lo scopo di aumentare la consapevolezza, anche (soprattutto) quando questa comporta dolore, rendendolo sostenibile; il riappropriarsi della capacità di soffrire per qualcosa che si è fatto all’Altro è già segno di salute – di nuovo non individuale ma relazionale.

In che modo questo è possibile? Buber aveva già puntualizzato che lo psicoterapeuta non può fare il pedagogo che inizia il paziente ai valori etici: nella prospettiva gestaltica, l’etica nasce ed è implicita nel ripristinare la fluidità di un movimento reciproco di contatto in cui si è presenti all’Altro non meno che a sé. Movimento che per essere rispettoso delle individualità e dell’incontro si aggiorna di continuo nel qui ed ora, creativamente (il concetto di creatività in gestalt può aggiornare quello di “individuazione” di Jung come esperienza del “tra” e non del singolo, e in questo senso alleggerirsi della colpa). E’ proprio quello che il terapeuta gestaltico si propone di fare sapendo (nel metodo e nell’epistemologia) di incontrare il paziente ad un confine sempre cangiante, sensibile a cogliere il now ma teso alla novità del next. E’ la terapia dell’essere e non dell’anima come l’intende Buber, per la quale occorre saper correre il rischio di entrare nella guarigione di volta in volta come partner e di camminare fuori dalle regole sicure di un metodo. Ed è il cammino dell’estetica come criterio che “ci dà la misura della presenza, attraverso la percezione della forma, chiarezza, grazia della figura emergente”, “percepibile solo attraverso la presenza piena al confine di contatto”.

 

 

Silvia Riccamboni

 

 

 

Margherita Spagnuolo Lobb

 

Sessualita' e amore nel setting gestaltico: dalla morte di edipo all'emergenza del campo situazionale

 

“Idee in Psicoterapia”,vol. 1 2008,n° 1, pp. 35-47

 

 

Margherita Spagnuolo Lobb

 

Sexuality and love in a psychotherapeutic setting: from the death of oedipus to the emergence of situational field

 

 International  Journal of Psychotherapy”, vol. 13, n° 1, march 2009, pp 5-16

 

 

 

“Pare allora che il reale si presenti in quanto almeno tre:

un reale corrispondente al soggetto maschile, un reale

corrispondente al soggetto femminile e un reale corrispondente

alla loro relazione. Questi tre reali corrispondono dunque

ciascuno a un mondo, tuttavia questi tre mondi interagiscono.

Non si presentano mai come propri nel senso di indipendenti

l'uno dall'altro. E, quando pretendono di farlo, 

falliscono uno dei tre reali, falsando  così l'insieme.”

 

                                                                                                                       (Irigaray L.,”La via dell'amore”, 2008, p.77)

 

 

In questo interessante articolo, pubblicato sia in italiano che in inglese (nella prestigiosa rivista “International Journal of Psychotherapy”), l'autrice affronta il tema della sessualità e dell'amore nel setting psicoterapeutico, contestualizzandolo nella cornice epistemologica della psicoterapia della Gestalt (PdG), in particolare nella teoria del  self e del suo concetto più significativo, ossia il confine di contatto.

L'autrice infatti definisce l'amore vissuto dal terapeuta e dal paziente nel processo di contatto terapeutico come un “accadimento al confine di contatto” che “risponde ad un'autoregolazione della situazione “ e quindi permette l'emergere  in figura delle intenzionalità di contatto incompiute, sottese dai sentimenti di attrazione tra terapeuta e paziente.

Un aspetto molto innovativo proposto dall'autrice riguarda poi il collocare queste intenzionalità incompiute (che si esprimono nel setting terapeutico in forma di sentimenti di amore o di attrazione erotica),  in un campo fenomenologico triadico.  M. Spagnuolo Lobb parla inizialmente di ciò riferendosi allo sviluppo del bambino, la percezione del quale è rivolta sia verso il confine di contatto tra la madre e il padre sia a quelli tra sé e la madre e tra sé e il padre.  L'autrice poi sposta la sua attenzione sull'applicazione del concetto di campo triadico al setting terapeutico, applicazione che favorisce l'emergere di aspetti dello sfondo dell'esperienza che allargano la percezione, e quindi il contatto, tra il paziente e il terapeuta, permettendo l'integrazione dei “vissuti di amore e sessualità...per ricostruire il ground su cui poggia la vita di relazione, il senso di sicurezza nella terra e nell'altro...”

Per mostrarci ciò, l'autrice porta un esempio clinico dell'utilizzo della prospettiva triadica in un setting diadico, mostrando come il passaggio ad una logica di questo genere crei la possibilità di mobilitare il confine di contatto in termini di maggior spontaneità e fluidità.

L'autrice ci sottolinea inoltre  come l'ermeneutica del confine di contatto ci permetta di uscire da una visione individualistica dei bisogni, che si attualizza ad esempio nel concetto del complesso di Edipo: “ogni emozione provata dal paziente per il terapeuta non è una mera ripetizione, un transfert,.....ma è una risposta specifica modulata appositamente per quel terapeuta, nel quadro di riferimento dello schema relazionale che il paziente intende modificare.”

Ci sembra che in questo articolo M. Spagnuolo Lobb ci illustri molto efficacemente la preziosità del concetto cardine della PdG, quello di confine di contatto, inteso come un costrutto che riorganizza il pensare al campo relazionale terapeutico, in particolare in quei suoi aspetti a volte di difficile gestione, quali quelli trattati in questo articolo.

La lettura di questo testo perciò arricchisce il bagaglio di ogni terapeuta della Gestalt, grazie al suo mettere in luce così acutamente  possibilità e applicazioni di questo approccio che ancora ci permette di nutrirci di nuovi interessanti sapori.

 

 

Maria Mione, Istituto di Gestalt H.C.C - Venezia

 

 

 

 

 

Margherita Spagnolo Lobb- Nancy Amendt-Lyon

 

Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt

 

Franco Angeli, Milano 2007 – Euro 37

(ed. or. Springer, 2003)

 

 

Presentazione dell’edizione italiana

 

di Massimo Ammaniti

 

Vi è una frase illuminante del filosofo greco Plotino secondo cui il maestro può indicare solo il percorso e la strada da compiere, ma la visione del viaggio è di colui che avrà voluto vedere. Anche per il percorso che viene fatto in psicoterapia si può affermare che l’approccio teorico e le tecniche di intervento di ogni scuola definiscono la strada da seguire, le tappe e le stesse finalità da raggiungere, ma anche in questo caso la temperatura dell’incontro e soprattutto la  creatività dipendono dalla reciproca capacità di avvicinarsi, di procedere insieme e di mantener viva la curiosità senza dover ripetere schemi già conosciuti o addirittura ripetitivi.

Questo è il tema del libro “Il permesso di creare” curato da Margherita Spagnuolo Lobb e da Nancy Amendt-Lyon che solleva interrogativi che vanno ben aldilà della psicoterapia della Gestalt ed investono l’ambito più generale della cura. Infatti la creatività nella relazione di cura riguarda ogni approccio psicoterapeutico in cui sono costantemente in gioco, da una parte, la fedeltà ai principi e alle finalità della terapia e alle sue strategie tecniche e dall’altra l’esperienza e l’intuizione personale del terapeuta, ma soprattutto la costruzione della relazione.

Naturalmente quanto più l’apparato teorico della psicoterapia è rigido e vincolante e scoraggia ogni ricerca autonoma, tanto più il terapeuta tenderà a rifarsi ai principi codificati evitando di mettersi in gioco personalmente. Vi è una scena dell’iconografia religiosa che descrive bene questo modo di affrontare l’incontro terapeutico, è la scena del “Noli me tangere” in cui si vede Cristo che si ritrae facendo con la mano la mossa di prendere le distanze e di allontanare la Maddalena che invece vorrebbe abbracciarlo. Troppo spesso in psicoterapia vale il principio del “noli me tangere”, che viene a sancire la distanza reciproca e l’impossibilità di uscire fuori dagli schemi codificati. Pur non conoscendo a fondo la psicoterapia della Gestalt ho l’impressione che i principi teorici su cui si basa siano sufficientemente aperti da permettere la ricerca di visioni nuove senza dovervi rinunciare per paura di porsi al di fuori dell’ortodossia.

Quando si parla di creatività nella relazione psicoterapeutica si può fare riferimento alle teorie della creatività, come ad esempio quella della volontà creativa di Otto Rank a cui è dedicato un capitolo del libro. Ma forse esistono forme diverse di creatività nell’incontro psicoterapeutico, come mise in luce lo psicoanalista di origine cilena Matte Blanco. A volte l’immagine migliore per descrivere l’incontro psicoterapeutico è quella del contadino che si prende cura della sua terra, la dissoda, la libera dai sassi, la concima per poi piantarvi i semi oppure la pianta. La figura del contadino non si riferisce solo al terapeuta ma ad un’attitudine che si costruisce a due nella relazione terapeutica.

Naturalmente la tradizione, nel caso del contadino addirittura secolare, lo può soccorrere  nel suo lavoro e nelle sue attente cure, tuttavia c’è poi una capacità di intuizione per capire quando è il momento migliore per far crescere la pianta, come innaffiarla e come togliere le foglie secchie e le erbacce. E ci sono contadini che amano la propria terra e le piante e contadini che lo fanno solo per vivere e per svolgere il proprio lavoro. E’ il modello del prendersi cura, molto simile a quello che fa una madre col proprio figlio quando è piccolo, quando cerca di capire i  comportamenti e i messaggi del figlio in modo da adattarsi a lui. Anche in  psicoterapia si crea un’attitudine condivisa di prendersi cura per quello che emerge nella relazione, cercando di riconoscerlo e di farlo crescere e trovando la giusta distanza fra protezione ed autonomia reciproca.

Esiste tuttavia un altro modello, quello del cacciatore che insegue la sua preda, che naturalmente non è il paziente. L’inseguimento della preda ha a che fare con la ricerca di nuovi territori della mente e del funzionamento corporeo, vi è infatti nella coppia terapeutica il desiderio di conoscere e di scoprire nuovi orizzonti, seguendo indizi, tracce, odori.

All’interno di questi due modelli può emergere una creatività se si esce dagli schemi abituali, ossia un ex-sistere dall’etimo della parola esistenza che viene ad indicare la capacità di uscire fuori, di porsi su un piano “mondano”. Per questo motivo più che alla volontà creativa di Otto Rank, che sottolinea la determinazione ad uscire fuori dalla convenzionalità, conviene fare riferimento al concetto di area transizionale di Winnicott. Secondo Winnicott nell’area transizionale si condensa da una parte l’esperienza reale e dall’altra la capacità di immaginare e di evocare per cui ci si stacca dal piano percettivo della realtà. In questo gioco fra realtà e fantasia prende corpo la creatività che possiamo tradurre sul piano terapeutico nella capacità di rimanere all’interno della cornice reale del rapporto e allo stesso tempo sviluppare la capacità simbolica e quella immaginativa nel rapporto di coppia.

Il libro “Il permesso di creare” sembra ben cogliere, già fin dal titolo e poi nei capitoli, questa doppia polarità, ossia il permesso inteso come autorizzazione nella cornice prescrittiva della psicoterapia e dall’altra la creatività come libera espressione di un’esigenza che prende corpo nell’incontro fra terapeuta e paziente.

 

 

 

 

 

Giuseppe Sampognaro

 

scrivere l'indicibile.

la scrittura creativa in psicoterapia della gestalt

 

Franco Angeli 2008

Euro 15

 

 

Il libro di G. Sampognaro è un’opera scritta non solo da un addetto ai lavori (l’autore è psicologo, psicoterapeuta della Gestalt) ma è il frutto di una esperienza decennale e di una tecnica affinata da uno scrittore  che crede nel potere terapeutico della scrittura.

 Il testo è suddiviso sostanzialmente  in tre parti. Una prima parte in cui si parla della scrittura come atto creativo e viene introdotto il concetto di scrittura come strumento di cura.

Una seconda parte nella quale si descrivono i blocchi che impediscono il fluire di tale processo creativo.

 Nella parte finale vengono descritte le modalità per superare il blocco.

C’è un ultimo capitolo dedicato alla scrittura in gruppo. Come lo stesso autore sottolinea, non vengono suggerite tecniche tout court , ma viene proposto uno schema di lavoro nell’ambito di un gruppo.

 Il filo conduttore del libro è il ciclo di contatto e le modalità con cui si interrompe la spontaneità al contatto. Questi due concetti, cardine nella psicoterapia della Gestalt, vengono perfettamente adattati al processo dello scrivere. Chi si appresta a scrivere sente un bisogno che emerge dallo sfondo, si orienta, scrive (contatto pieno), ha soddisfatto il suo bisogno di comunicare, si ritira in maniera sana dal contatto. E così come avviene in tutte le altre modalità di fare contatto, anche il processo dello scrivere può andare incontro a dei blocchi.

Altro parallelo che l’autore crea è tra scrittura e terapia. Utilizzando sempre il paradigma del ciclo di contatto, spiega come la scrittura  è indicativa dello stile relazionale del pz e che la stessa può essere sostegno al contatto. L’autore più volte sottolinea come, lo scrivere non equivale al parlare e che non può sostituire l’atto verbale.

In ultimo, ma non per questo meno importante, da sottolineare la chiarezza espositiva. Il testo, che di fatto è un manuale di scrittura creativa, contiene la scorrevolezza della narrativa, anche grazie ai tanti esempi  clinici che l’autore riporta. Talvolta le ferite sono così profonde, che anche il solo sentire la propria voce che ne parla  può essere insopportabile. Scrivere, forse può favorire la comprensione e l’integrazione del  dolore nel romanzo della nostra vita.

 

Maria Luisa Grech

 Istituto di Gestalt HCC, Siracusa