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Sandro Vero (a cura di)

 

Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia  e psicopatologia del fitness

Franco Angeli Editore, Milano, 2008

Euro 15,00

 

 

La raccolta di contributi curata da Sandro Vero rappresenta una interessante riflessione psicologica sul fitness e sui suoi molteplici significati all’interno di una società postmoderna –  la nostra – che ha fatto del corpo “disabitato”  il proprio emblema. La chiave di lettura fenomenologica rimane la più valida per sottolineare la pervasività dell’efficientismo che esige  un corpo tecnologicamente ed esteticamente “ineccepibile” e ossessivamente controllatoEsigenza che cozza  contro il bisogno di contatto che appartiene  al corpo in quanto espressione della embodied mind  di cui parlano i maestri della fenomenologia contemporanea come Merlau-Ponty e Humberto Varela. Centrale, nel lavoro di  Vero, è l’evidenza che travalica il concetto di linguaggio del corpo per cui il corpo è esso stesso un linguaggio in quanto portatore e produttore di senso. Ma quando è disabitato? Quando a prevalere è la tecnica “muscolare”  che fa dell’organismo al contempo il soggetto e l’oggetto autoreferenziale del proprio narcisismo? Anoressia, bulimia, tossicodipendenza, ortoressia diventano espressione altra di tale tecnicismo. Al pari del fitness hanno lo scopo di congelare il tempo salvaguardando un’immagine perennemente asettica e narcisistica  dell’incarnazione di un falso sè.

Tra i contributi presenti nel volume di Vero spicca il paragrafo su “La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness”, curato da Giovanni Salonia.  L’autore – punto di riferimento per almeno tre generazioni di terapeuti della Gestalt in Italia, direttore dell’Istituto di Gestalt  “Kairòs”  – traccia un appassionante itinerario della corporeità in psicoterapia, da Freud a Perls/Goodman, passando da Reich e dalla Bioenergetica. E’ con la PdG, dice Salonia, che si ricompone lo split cartesiano corpo/mente e che si giunge a un’integrazione olistica, grazie anche alla lezione fenomenologica che considera non più das Korper (il corpo anatomico) bensì das Leib (il corpo vibrante). Ed è sempre la fenomenologia ad aiutarci nel progressivo passaggio dallo schema corporeo visivo a quello funzionale per approdare al “sentire”, e quindi ad abitare pienamente, il nostro corpo. Secondo Giovanni esiste uno scarto tra schema corporeo implicito e corpo reale, per cui le parti desensibilizzate, non percepite,  rivelano un blocco emozionale che a sua volta rimanda a un blocco relazionale. Ne consegue una svolta a livello della nostra conoscenza: comprendere non è tanto una funzione cognitiva quanto una funzione corporea. Ed è proprio facilitare la comprensione del vissuto corporeo che diventa il principale obiettivo terapeutico. A sua volta, però, il vissuto non esaurisce l’esperienza di contatto: il fondamentale, successivo passaggio riguarda la capacità di cogliere l’intenzionalità, lo scopo, il “verso dove” il corpo sta muovendosi nella sua interazione con l’ambiente. Sottolineare l’importanza dell’azione, in PdG, è la base per leggere nel corpo della persona i gesti mancati per poi riattivarli  nel qui e ora della relazione terapeutica. Dice Salonia: “Ritrovare il proprio ‘gesto mancato’ apre all’integrità e alla pienezza...La persona può [così] sperimentare un contatto più vero e nutriente con l’altro”.

Altro caposaldo del lavoro sul corpo è l’attenzione nei confronti del respiro del paziente: renderlo consapevole spalanca le porte al “matrimonio tra corpo e anima”. E’ proprio la sensazione di  restringimento corporeo - che porta all’alterazione del ritmo respiratorio (angst = stretto, l’etimo di angoscia) - che dà origine all’interruzione dell’esperienza relazionale, e che dà forma al sintomo (l’instead of, l’azione sostitutiva).

Come si aggancia questo affascinante excursus col tema del fitness? Lo stesso Salonia lo chiarisce quando afferma come sia da evitare la riduzione del corpo vissuto a corpo visto e valutato solo in chiave estetica (atteggiamento tipico di certi eccessi del fitness). Il rischio è tornare alla scissione tra mente e corpo, e quindi la perdita della propria identità relazionale.  Una evidente dimostrazione di come la terapia della Gestalt si pone come  modello ermeneutico dell’organismo umano nel suo essere nel mondo.

Data la  tematica così coinvolgente per la  nostra prassi clinica, la speranza di noi terapeuti è che Giovanni Salonia decida di ampliare il discorso e di realizzare in futuro un testo tutto suo per dare organicità e profondità alle sue intuizioni e alle sue conoscenze per noi così preziose.

Giuseppe Sampognaro

 

 

 

Margherita Spagnuolo Lobb

 

SESSUALITA' E AMORE NEL SETTING GESTALTICO: DALLA MORTE DI EDIPO ALL'EMERGENZA DEL CAMPO SITUAZIONALE

“Idee in Psicoterapia”,vol. 1 2008,n° 1, pp 35-47

 

 

Margherita Spagnuolo Lobb

 

SEXUALITY AND LOVE IN A PSYCHOTHERAPEUTIC SETTING: FROM THE DEATH OF OEDIPUS TO THE EMERGENCE OF SITUATIONAL FIELD

 “International  Journal of Psychotherapy”, vol. 13, n° 1, march 2009, pp 5-16

 

“Pare allora che il reale si presenti in quanto almeno tre:

un reale corrispondente al soggetto maschile, un reale

corrispondente al soggetto femminile e un reale corrispondente

alla loro relazione. Questi tre reali corrispondono dunque

ciascuno a un mondo, tuttavia questi tre mondi interagiscono.

Non si presentano mai come propri nel senso di indipendenti

l'uno dall'altro. E, quando pretendono di farlo, 

falliscono uno dei tre reali, falsando  così l'insieme.”

 

                                                                                                                                            (Irigaray L.,”La via dell'amore”, 2008, p.77)

 

 

In questo interessante articolo, pubblicato sia in italiano che in inglese (nella prestigiosa rivista “International Journal of Psychotherapy”), l'autrice affronta il tema della sessualità e dell'amore nel setting psicoterapeutico, contestualizzandolo nella cornice epistemologica della psicoterapia della Gestalt (PdG), in particolare nella teoria del  self e del suo concetto più significativo, ossia il confine di contatto.

L'autrice infatti definisce l'amore vissuto dal terapeuta e dal paziente nel processo di contatto terapeutico come un “accadimento al confine di contatto” che “risponde ad un'autoregolazione della situazione “ e quindi permette l'emergere  in figura delle intenzionalità di contatto incompiute, sottese dai sentimenti di attrazione tra terapeuta e paziente.

Un aspetto molto innovativo proposto dall'autrice riguarda poi il collocare queste intenzionalità incompiute (che si esprimono nel setting terapeutico in forma di sentimenti di amore o di attrazione erotica),  in un campo fenomenologico triadico.  M. Spagnuolo Lobb parla inizialmente di ciò riferendosi allo sviluppo del bambino, la percezione del quale è rivolta sia verso il confine di contatto tra la madre e il padre sia a quelli tra sé e la madre e tra sé e il padre.  L'autrice poi sposta la sua attenzione sull'applicazione del concetto di campo triadico al setting terapeutico, applicazione che favorisce l'emergere di aspetti dello sfondo dell'esperienza che allargano la percezione, e quindi il contatto, tra il paziente e il terapeuta, permettendo l'integrazione dei “vissuti di amore e sessualità...per ricostruire il ground su cui poggia la vita di relazione, il senso di sicurezza nella terra e nell'altro...”

Per mostrarci ciò, l'autrice porta un esempio clinico dell'utilizzo della prospettiva triadica in un setting diadico, mostrando come il passaggio ad una logica di questo genere crei la possibilità di mobilitare il confine di contatto in termini di maggior spontaneità e fluidità.

L'autrice ci sottolinea inoltre  come l'ermeneutica del confine di contatto ci permetta di uscire da una visione individualistica dei bisogni, che si attualizza ad esempio nel concetto del complesso di Edipo: “ogni emozione provata dal paziente per il terapeuta non è una mera ripetizione, un transfert,.....ma è una risposta specifica modulata appositamente per quel terapeuta, nel quadro di riferimento dello schema relazionale che il paziente intende modificare.”

Ci sembra che in questo articolo M. Spagnuolo Lobb ci illustri molto efficacemente la preziosità del concetto cardine della PdG, quello di confine di contatto, inteso come un costrutto che riorganizza il pensare al campo relazionale terapeutico, in particolare in quei suoi aspetti a volte di difficile gestione, quali quelli trattati in questo articolo.

La lettura di questo testo perciò arricchisce il bagaglio di ogni terapeuta della Gestalt, grazie al suo mettere in luce così acutamente  possibilità e applicazioni di questo approccio che ancora ci permette di nutrirci di nuovi interessanti sapori.

Maria Mione, Istituto di Gestalt H.C.C - Venezia

 

 

 

Martin Buber

 

Colpa e senso di colpa 

A cura di Luca Bartolino – Apogeo, Milano 2008

pag. 207, 13 Euro

 

 

E’ una tavola rotonda ricca e articolata quella che si raccoglie attorno al saggio di Buber del ’57 su “Colpa e senso di colpa”. Attraverso le parole di autori di diversa formazione, psicologia, psicoterapia, filosofia e consulenza filosofica sono chiamate a riflettere e rispondere della propria adeguatezza epistemologica e di metodo nell’occuparsi del tema proposto dal filosofo viennese.

Quando vi è stata una colpa, si chiede Buber, quando cioè “qualcuno viola un ordine del mondo umano i cui fondamenti egli conosce e riconosce essenzialmente come quelli dell’esistenza umana comune a lui e a tutti”, è corretto analizzare la sua angustia a partire da categorie strettamente intrapsichiche quali i desideri infantili repressi o i piaceri adolescenziali deviati (Freud), piuttosto che da una visione diversamente solipsistica per cui la colpa è un atto di infrazione al proprio processo di individuazione (Jung)? L’Altro – il Tu così caro a Buber – che fine  fa? Dov’è l’Io colpevole rispetto al Tu ferito?

Se le malattie dell’anima sono malattie della relazione, tesi centrale al pensiero buberiano, il tema della colpa deve essere letto e affrontato a partire dalla relazione reale. Che cosa comporta questo per un terapeuta? I suoi strumenti, la sua epistemologia, sono in grado di assumersi questo compito e responsabilità – quella, anche, di non sollevare frettolosamente il paziente dal dolore di un’esperienza fondante quale il sentimento della colpa nella consapevolezza dell’Io-Tu?

“Malattie della relazione”, “tra”, “Io-Tu” sono espressioni in cui un terapeuta della gestalt può facilmente percepire l’eco dei propri concetti fondanti e dell’“epistemologia di confine” che li sostiene, e trovare uno spazio di approfondimento teorico di grande arricchimento. Il tema del senso di colpa in particolare, se letto  con sguardo allargato al contesto socio-culturale che fa da sfondo al suo evolversi (come proposto nel saggio di Gianni Francesetti), rende particolarmente bene il quadro di sviluppo della psicoterapia della gestalt come approccio capace di cogliere e curare la sofferenza di un “tra” che cambia nella e con la società.

Torniamo a Buber. “Nessun altro se non chi ha inferto la ferita può guarirla”. In questa prospettiva, l’espiazione è possibile quando ci si pone di fronte all’Altro alla luce di un autentico “autorischiaramento”, si confessa la propria  colpa e per quanto possibile lo si aiuta a superare le conseguenze della propria azione. Non sembra confidare molto Buber per lo meno negli approcci psicoterapici del suo tempo come possibilità di accompagnare tale processo, se non quando superati i metodi già familiari guidino il paziente “là dove può iniziare un aiuto essenziale del Sè”. Ecco allora aprirsi la tavola rotonda: oggi quale disciplina, metodo, figura professionale potrebbe farlo? E con quale sguardo, con quali strumenti?

 

    Gli autori commentano il saggio da angolazioni teoriche diverse. Da una prospettiva junghiana, Gian Piero Quaglino riporta l’attenzione alla dimensione di relazione con sé della colpa, sottolineando come l’essere umano, comunque si comporti, è sempre inevitabilmente colpevole. Il percorso di individuazione che ne sostiene l’evoluzione personale è una strada fatta di continue separazioni/differenziazioni dalla dimensione collettiva e pertanto fonda sempre nuove colpe; ma altrettanto il mancato cammino individuativo rende colpevoli, mancanti, verso di sé. Ecco l’importanza di non rimuovere ma soffermarsi sulla propria colpa come possibilità conoscitiva ed evolutiva.

Umberto Galimberti collega il tema della colpa alla moderna società di apparato e alla cultura tecnologica, che parcellizzando e limitando la consapevolezza e l’agire al gesto del premere il bottone “sottraggono all’etica il principio della responsabilità personale”. Escluso da una visione d’insieme del processo (lavorativo, sociale, culturale) a cui sta prendendo parte, l’uomo finisce per occuparsi solo della modalità di esecuzione del suo gesto e non anche delle sue ripercussioni, finalità, di cui non può così sentirsi responsabile.

Andrea Poma, che ha curato l’edizione italiana del principio dialogico di Buber e ne ha scritto la prefazione, riporta il tema del rischiaramento-espiazione al piano giuridico “senza il quale è impossibile riconoscere la dimensione sociale e politica della colpa” e risolverla con un autentico lavoro morale; questo va necessariamente collocato nello spazio della comunità e delle sue regole, luogo elettivo della confessione e della elaborazione, non sostituibile con quello “illusorio” della coscienza.

Con Ilaria Bertone la riflessione sulla colpa diviene occasione per illustrare l’approccio concettuale ai problemi utilizzato nella consulenza filosofica. Questa si propone di accompagnare la persona in un percorso di chiarificazione di un dato problema-concetto spostandosi dalla prospettiva particolare in cui è stato concepito ad una dimensione di comprensione più generale. La definizione di colpa proposta da Buber viene così scomposta e analizzata in alcuni elementi logico-semantici che ne fondano una più articolata comprensione.

Luca Bertolino riprende il discorso di Buber sui limiti delle psicoterapie, “capaci di occuparsi del rapporto soggettivo della coscienza con la trasgressione del tabù ma non di quello oggettivo con la colpa reale”, indicando nella consulenza filosofica la risorsa possibile. Se è vero che questa porta la persona a fare esperienza della ricchezza insita nei concetti che utilizza, a farne “domande che problematizzano astraendo”, è però vero che anche conduce verso se stessi e a rendersi più responsabili dell’ordine umano dell’essere.

Anche Ran Lahav si pone dal punto di vista della consulenza filosofica come possibilità di concentrarsi sul significato della colpa più che sui processi psicologici. Tale metodo può aiutare le persone ad “analizzare il loro significato e sviluppare la propria personale comprensione e risposta”. Di nuovo il concetto di colpa di Buber si presta ad un approfondimento in chiave filosofica che ne mette in luce tutta la ricchezza e complessità di temi e lo utilizza per illustrare il metodo di intervento nella consulenza.

Gianni Francesetti allarga anzitutto lo sguardo dando sfondo e collocazione storica al saggio iniziale. Per comprendere che cosa sostenga il senso di colpa è necessario guardare quali siano i temi cruciali, i conflitti dell’essere-con di una data fase dell’esistenza umana. Se l’uomo di Freud è colpevole di non uniformarsi pienamente alle istanze sociali in un’epoca in cui il valore dell’appartenenza/uniformismo è cruciale (e in questo senso l’analisi lo aiuta ad alleggerire il peso di un Super-Io troppo rigido); se l’uomo di Jung è colpevole al contrario di tradire il proprio sviluppo individuativo rinunciando alla propria autonomia in un tempo in cui i parametri individuo-società si rovesciano a favore di una soggettività “a tutti i costi” (e le terapie umanistiche lo incoraggiano così all’autorealizzazione): l’uomo dell’ultimo trentennio ha sconfinato nell’estremo narcisistico di una società votata all’individualismo e l’abbandono delle appartenenze lo lascia vuoto, solo e perfino incapace di sentirsi in colpa. Spiega Francesetti: “ora la necessità terapeutica è spesso proprio quella di recuperare o costituire la capacità di sentire la colpa. Se non ci sono legami vincolanti, quale colpa posso avere nei confronti dell’altro a cui non sono, appunto, vincolato? Se “là il compito terapeutico era alleviare il senso di colpa da una colpa onnipresente e insostenibile, qui il senso di colpa diventa segno atteso e ricercato che testimonia il recupero della dimensione relazionale”.

Diversamente dall’accusa mossa da Buber alle psicoterapie come inadatte a occuparsi della colpa esistenziale in una dimensione di reale relazione umana, si vede qui come la Psicoterapia della Gestalt sia ponte che unisce psicologico ed esistenziale ribadendo la continuità tra interno ed esterno e l’imprescindibilità dalla relazione vissuta: non c’è gesto, pensiero, bisogno, che non sia immediatamente al confine con l’Altro, che non lo riguardi realmente. In questo senso anche la consapevolezza di colpa immette subito nella possibilità di una riparazione come evento della relazione e non semplicemente come elemento di “sollievo” individuale. E proprio nella relazione col terapeuta si realizza tale possibilità dal momento che il lavoro sullo stile di contatto si sviluppa dall’ascolto di sé, dall’orientamento verso un Altro/Ambiente riconosciuto come offeso, dalla manipolazione (organizzazione di un movimento possibile verso l’Altro), fino al contatto pieno (riconoscimento condiviso, esplicitazione, riparazione) e all’assimilazione (crescita del sé-relazione). Al punto che quando una riparazione non è più possibile nell’attualità della relazione, paziente e terapeuta stanno e lavorano, insieme, proprio su questa impossibilità.

L’approccio gestaltico rilegge così il concetto intrapsichico/individuale di colpa in quello di responsabilità e, ancora, di corresponsabilità; non solo quindi non separa, come lamentato da Buber, “colpa e senso di colpa”, ma legge e affronta ciò che accade nella relazione come evento di un confine che appartiene a entrambi i versanti e da qui è co-costruito. “Dove non c’è relazione non c’è senso di colpa”, ma dove non sia vissuta dimensione alcuna di colpa lì significa che non c’è relazione e questa deve essere ripristinata in ogni suo passaggio. Ecco l’originalità di un approccio che “ha lo scopo di aumentare la consapevolezza, anche (soprattutto) quando questa comporta dolore, rendendolo sostenibile; il riappropriarsi della capacità di soffrire per qualcosa che si è fatto all’Altro è già segno di salute – di nuovo non individuale ma relazionale.

In che modo questo è possibile? Buber aveva già puntualizzato che lo psicoterapeuta non può fare il pedagogo che inizia il paziente ai valori etici: nella prospettiva gestaltica, l’etica nasce ed è implicita nel ripristinare la fluidità di un movimento reciproco di contatto in cui si è presenti all’Altro non meno che a sé. Movimento che per essere rispettoso delle individualità e dell’incontro si aggiorna di continuo nel qui ed ora, creativamente (il concetto di creatività in gestalt può aggiornare quello di “individuazione” di Jung come esperienza del “tra” e non del singolo, e in questo senso alleggerirsi della colpa). E’ proprio quello che il terapeuta gestaltico si propone di fare sapendo (nel metodo e nell’epistemologia) di incontrare il paziente ad un confine sempre cangiante, sensibile a cogliere il now ma teso alla novità del next. E’ la terapia dell’essere e non dell’anima come l’intende Buber, per la quale occorre saper correre il rischio di entrare nella guarigione di volta in volta come partner e di camminare fuori dalle regole sicure di un metodo. Ed è il cammino dell’estetica come criterio che “ci dà la misura della presenza, attraverso la percezione della forma, chiarezza, grazia della figura emergente”, “percepibile solo attraverso la presenza piena al confine di contatto”.

 

 

Silvia Riccamboni

 

 

 

Margherita Spagnolo Lobb- Nancy Amendt-Lyon

Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt

Milano: Angeli, 2007 - ed. or. Springer, 2003, Euro 37,00

Presentazione dell’edizione italiana

Vi è una frase illuminante del filosofo greco Plotino secondo cui il maestro può indicare solo il percorso e la strada da compiere, ma la visione del viaggio è di colui che avrà voluto vedere. Anche per il percorso che viene fatto in psicoterapia si può affermare che l’approccio teorico e le tecniche di intervento di ogni scuola definiscono la strada da seguire, le tappe e le stesse finalità da raggiungere, ma anche in questo caso la temperatura dell’incontro e soprattutto la  creatività dipendono dalla reciproca capacità di avvicinarsi, di procedere insieme e di mantener viva la curiosità senza dover ripetere schemi già conosciuti o addirittura ripetitivi.

Questo è il tema del libro “Il permesso di creare” curato da Margherita Spagnuolo Lobb e da Nancy Amendt-Lyon che solleva interrogativi che vanno ben aldilà della psicoterapia della Gestalt ed investono l’ambito più generale della cura. Infatti la creatività nella relazione di cura riguarda ogni approccio psicoterapeutico in cui sono costantemente in gioco, da una parte, la fedeltà ai principi e alle finalità della terapia e alle sue strategie tecniche e dall’altra l’esperienza e l’intuizione personale del terapeuta, ma soprattutto la costruzione della relazione.

Naturalmente quanto più l’apparato teorico della psicoterapia è rigido e vincolante e scoraggia ogni ricerca autonoma, tanto più il terapeuta tenderà a rifarsi ai principi codificati evitando di mettersi in gioco personalmente. Vi è una scena dell’iconografia religiosa che descrive bene questo modo di affrontare l’incontro terapeutico, è la scena del “Noli me tangere” in cui si vede Cristo che si ritrae facendo con la mano la mossa di prendere le distanze e di allontanare la Maddalena che invece vorrebbe abbracciarlo. Troppo spesso in psicoterapia vale il principio del “noli me tangere”, che viene a sancire la distanza reciproca e l’impossibilità di uscire fuori dagli schemi codificati. Pur non conoscendo a fondo la psicoterapia della Gestalt ho l’impressione che i principi teorici su cui si basa siano sufficientemente aperti da permettere la ricerca di visioni nuove senza dovervi rinunciare per paura di porsi al di fuori dell’ortodossia.

Quando si parla di creatività nella relazione psicoterapeutica si può fare riferimento alle teorie della creatività, come ad esempio quella della volontà creativa di Otto Rank a cui è dedicato un capitolo del libro. Ma forse esistono forme diverse di creatività nell’incontro psicoterapeutico, come mise in luce lo psicoanalista di origine cilena Matte Blanco. A volte l’immagine migliore per descrivere l’incontro psicoterapeutico è quella del contadino che si prende cura della sua terra, la dissoda, la libera dai sassi, la concima per poi piantarvi i semi oppure la pianta. La figura del contadino non si riferisce solo al terapeuta ma ad un’attitudine che si costruisce a due nella relazione terapeutica.

Naturalmente la tradizione, nel caso del contadino addirittura secolare, lo può soccorrere  nel suo lavoro e nelle sue attente cure, tuttavia c’è poi una capacità di intuizione per capire quando è il momento migliore per far crescere la pianta, come innaffiarla e come togliere le foglie secchie e le erbacce. E ci sono contadini che amano la propria terra e le piante e contadini che lo fanno solo per vivere e per svolgere il proprio lavoro. E’ il modello del prendersi cura, molto simile a quello che fa una madre col proprio figlio quando è piccolo, quando cerca di capire i  comportamenti e i messaggi del figlio in modo da adattarsi a lui. Anche in  psicoterapia si crea un’attitudine condivisa di prendersi cura per quello che emerge nella relazione, cercando di riconoscerlo e di farlo crescere e trovando la giusta distanza fra protezione ed autonomia reciproca.

Esiste tuttavia un altro modello, quello del cacciatore che insegue la sua preda, che naturalmente non è il paziente. L’inseguimento della preda ha a che fare con la ricerca di nuovi territori della mente e del funzionamento corporeo, vi è infatti nella coppia terapeutica il desiderio di conoscere e di scoprire nuovi orizzonti, seguendo indizi, tracce, odori.

All’interno di questi due modelli può emergere una creatività se si esce dagli schemi abituali, ossia un ex-sistere dall’etimo della parola esistenza che viene ad indicare la capacità di uscire fuori, di porsi su un piano “mondano”. Per questo motivo più che alla volontà creativa di Otto Rank, che sottolinea la determinazione ad uscire fuori dalla convenzionalità, conviene fare riferimento al concetto di area transizionale di Winnicott. Secondo Winnicott nell’area transizionale si condensa da una parte l’esperienza reale e dall’altra la capacità di immaginare e di evocare per cui ci si stacca dal piano percettivo della realtà. In questo gioco fra realtà e fantasia prende corpo la creatività che possiamo tradurre sul piano terapeutico nella capacità di rimanere all’interno della cornice reale del rapporto e allo stesso tempo sviluppare la capacità simbolica e quella immaginativa nel rapporto di coppia.

Il libro “Il permesso di creare” sembra ben cogliere, già fin dal titolo e poi nei capitoli, questa doppia polarità, ossia il permesso inteso come autorizzazione nella cornice prescrittiva della psicoterapia e dall’altra la creatività come libera espressione di un’esigenza che prende corpo nell’incontro fra terapeuta e paziente.

 

Massimo Ammaniti

 

 

 

 

marialuisa grech
prove di volo

 Il Filo, Roma 2008

 

Con la sua opera prima Marialuisa Grech – trent’anni, catanese, psichiatra e psicoterapeuta della Gestalt – utilizza la metafora del volo per tracciare il percorso di vita della protagonista. Arianna è una ragazza in bilico tra un rapporto di coppia insoddisfacente e una parallela storia clandestina che presto si rivelerà un vicolo cieco; una famiglia ambivalente nel dare e nel pretendere sostegno; un lavoro part time che fa da scenario alla sua segreta relazione amorosa tanto appassionata quanto frustrante. Arianna riuscirà a spiccare il volo quando si abbandonerà alla novità sconvolgente di una maternità non programmata, trovando l’energia e il coraggio sufficienti ad affrontare da sola la prova fondamentale della sua giovane vita.

Il valore del romanzo, da cui traspare la sensibilità terapeutica dell’Autrice, sta nell’accattivante intreccio tra elementi espressivi poetici e ironici. Attraverso una scrittura lieve e attuale, Marialuisa Grech riesce a fotografare il crocevia di una esistenza femminile nella delicata fase dello svincolo. Lo fa con uno stile sobrio e vivace, che appassiona il lettore a cui affida l’intrigante compito creativo di completare il non detto, decifrare gli umori dei personaggi, definire la conclusione (volutamente rimasta aperta). Proprio come fa il vero terapeuta, che non dà risposte preconfezionate ma pone domande stimolanti, che spalancano nuovi orizzonti di consapevolezza.

                                                                                                                       

Giuseppe Sampognaro 

Istituto di Gestalt HCC, Siracusa

 

 

 

GIUSEPPE SAMPOGNARO


scrivere l’indicibile
la scrittura creativa in psicoterapia della gestalt


Franco Angeli 2008
Euro 15

Il libro di G. Sampognaro è un’opera scritta non solo da un addetto ai lavori (l’autore è psicologo, psicoterapeuta della Gestalt) ma è il frutto di una esperienza decennale e di una tecnica affinata da uno scrittore  che crede nel potere terapeutico della scrittura.

 Il testo è suddiviso sostanzialmente  in tre parti. Una prima parte in cui si parla della scrittura come atto creativo e viene introdotto il concetto di scrittura come strumento di cura.

Una seconda parte nella quale si descrivono i blocchi che impediscono il fluire di tale processo creativo.

 Nella parte finale vengono descritte le modalità per superare il blocco.

C’è un ultimo capitolo dedicato alla scrittura in gruppo. Come lo stesso autore sottolinea, non vengono suggerite tecniche tout court , ma viene proposto uno schema di lavoro nell’ambito di un gruppo.

 Il filo conduttore del libro è il ciclo di contatto e le modalità con cui si interrompe la spontaneità al contatto. Questi due concetti, cardine nella psicoterapia della Gestalt, vengono perfettamente adattati al processo dello scrivere. Chi si appresta a scrivere sente un bisogno che emerge dallo sfondo, si orienta, scrive (contatto pieno), ha soddisfatto il suo bisogno di comunicare, si ritira in maniera sana dal contatto. E così come avviene in tutte le altre modalità di fare contatto, anche il processo dello scrivere può andare incontro a dei blocchi.

Altro parallelo che l’autore crea è tra scrittura e terapia. Utilizzando sempre il paradigma del ciclo di contatto, spiega come la scrittura  è indicativa dello stile relazionale del pz e che la stessa può essere sostegno al contatto. L’autore più volte sottolinea come, lo scrivere non equivale al parlare e che non può sostituire l’atto verbale.

In ultimo, ma non per questo meno importante, da sottolineare la chiarezza espositiva. Il testo, che di fatto è un manuale di scrittura creativa, contiene la scorrevolezza della narrativa, anche grazie ai tanti esempi  clinici che l’autore riporta. Talvolta le ferite sono così profonde, che anche il solo sentire la propria voce che ne parla  può essere insopportabile. Scrivere, forse può favorire la comprensione e l’integrazione del  dolore nel romanzo della nostra vita.

 

Maria Luisa Grech

 Istituto di Gestalt HCC, Siracusa

 

 

 

Giovanni Salonia

Odòs – la via della vita

genesi e guarigione dei legami fraterni –

EDB, Bologna 2007, euro 19

 

 

“Essere cristiani non significa avere una chiave di lettura più adeguata di altre, che sottragga lo scienziato o, nel nostro caso, lo psicologo credente, alla fatica e al rischio della storicità radicale in cui siamo immersi. Dobbiamo cercare, dobbiamo tentare di capire, con umiltà, perché il vangelo non è un sapere, non è una rivelazione metafisica che fissi una volta per tutte i limiti e i significati dell’esistenza, bensì il dono di una relazione vitale, che illumina e sostiene chi la vive, che accade e si dà nella storia e non al di fuori di essa.”

Queste parole, tratte dal prologo di Odòs, ci permettono di entrare in questo libro sapiente e intimo, denso di contenuti, riferimenti e citazioni. Sono parole che aprono possibili intersezioni fra i percorsi di noi lettori e quelli dell’autore.

E’ un libro calato nel particolare – un’esperienza religiosa e un modo di esplorarla, con il sostegno di una vasta sapienza umana e umanistica - eppure universale. Perché universale? Perché esplorare “fino in fondo” la relazionalità nel proprio orizzonte etico e spirituale di riferimento ha una valenza universale; ma anche perché le tematiche e gli interrogativi cristiani sono universali, anche se universali potrebbero non essere le risposte. Universali sono anche le domande e i temi delle discipline umanistiche, della psicoterapia, pur nella loro collocazione in tempi, luoghi e contesti specifici. “Un libro al confine fra fede e psicoterapia” viene definito nella quarta di copertina. Troviamo quindi, nel testo, tutta la ricchezza, le potenzialità, le scoperte dello stare al confine fra esperienze e saperi così articolati.

Il testo è diviso in tre parti, che hanno un filo conduttore comune, ma anche una certa autonomia fra di loro.

Dopo un’introduzione su rapporti, intersezioni, debiti e incomprensioni reciproche fra scienze umane e fede (e più specificamente fra psicoterapia e cristianesimo), nella prima parte vengono presentati, con un approccio ermeneutico denso, contemporaneamente rigoroso e personale, i fondamenti dei testi biblici, come chiave della relazionalità e della vita.

Nella seconda parte questi fondamenti diventano esperienza viva attraverso il percorso e la vita di San Francesco d’Assisi e della fraternità da lui fondata.

Nella terza parte l’esperienza si allarga, soprattutto attraverso una focalizzazione sulla vita consacrata, all’esistenza cristiana, ma anche, in parte, all’esistenza di ognuno.

L’insieme è una sequenza, una progressiva “incarnazione” di temi spirituali e umanistici, delle tematiche relazionali, che comprendono in sé gli inizi, la vita e la morte.

Ma è difficile fissare uno schema: si tratta di un testo così ricco, da essere difficilmente definibile, circoscrivibile. E’ contemporaneamente il risultato di teorie, esperienze, riflessioni, ed è anche il percorso che ha portato a tale risultato. Leggerlo significa davvero entrare in un cammino, percorrere strade: ogni capitolo, ogni frase, ogni parola è una figura che lascia intravedere mille sfondi. Esperienza, conoscenze teoriche, sfondi relazionali e figure sapienziali sono intersecati e vengono restituiti ai lettori in tutta la loro complessità, ma, anche, in un linguaggio semplice e diretto. E i lettori possono trasformare tutto questo in orientamento, nel senso che sostiene ed è insito in ogni intenzionalità relazionale.

“(…) la ricerca dell’autore parte dall’assunto che la fraternità porta con sé un dramma, un sentirsi traditi e messi da parte: come fu per Caino e Abele, l’esistenza del fratello ricorda all’uomo che non è figlio unico.” (dalla quarta di copertina)

Centrale è l’origine. Non possiamo non chiederci da dove veniamo: non si tratta delle distinzioni fra laici e credenti, fra esperienze e percorsi di fede diverse.

“La struttura delle relazioni di base della condizione umana si articola infatti in una triade: maschio/femmina, genitori/figli, fratelli/sorelle. (…) Questi tre legami, di cui è composta la struttura di fondo dell’affettività umana, sono biblicamente inseriti all’interno di un altro rapporto che a essi dà forma e significato: il rapporto con l’inizio (sia esso chiamato YHWH o Vita). Di fronte alla constatazione inevitabile che il principio non gli appartiene (e che non potrà mai darselo da solo), l’uomo è costretto a decidere circa la qualità e il senso della propria creaturalità.” (dal testo)

Non è un libro rivolto solo a lettori cristiani; non è un testo diretto in modo esclusivo a chi ha fede. Perché la laicità non è certo una scorciatoia, non significa non interrogarsi, non collocarsi nel mondo: è una responsabilità sul proprio essere uomini, sul proprio essere gettati nel mondo e inseriti in una molteplice relazionalità. Nel mistero dell’origine, nell’alterità della nostra origine, nella creaturalità, è inscritta la relazionalità stessa.

E’ un libro che ci accosta al mistero dell’uomo, di ogni uomo e donna nella sua specificità, unicità e diversità.

Sono parole che nutrono e che lasciano intravedere sfondi, percorsi, attuati e possibili. Per questo il testo, pur essendo accessibile a un pubblico più vasto, è, prima di tutto, un appello a formatori, educatori, psicoterapeuti, religiosi, a chiunque senta e viva la responsabilità verso l’”altro”. A sua volta il lettore può porgere ad altri parole e contenuto del testo, come ha fatto, per primo, l’autore.

Il mistero dell’origine non ci appartiene: se dimentichiamo questo, se dimentichiamo la parità e la creaturalità originaria, non sappiamo vivere nella polis.

 “In questo quadro, anche il potere viene risignificato. Quando l’uomo non accetta il rimando a un’origine da cui deriva una comune appartenenza, imbocca la strada di farsi dio contro il fratello (per dominarlo e vincere su di lui) o sceglie di fare del fratello un dio, diventandone schiavo e rinunciando  alla propria dignità, alla propria libertà (qua nota): il potere sull’altro come delirio di divinità o come sottile manipolazione.” (dal testo)

Nella seconda parte del testo vengono presentate ulteriori sfide: i fondamenti della vita e della relazione vengono rivisti nella difficile esperienza della fraternità, attraverso i pensieri, gli atti, le scelte di Francesco d’Assisi. Sono capitoli, forse, meno diretti rispetto ai primi. Per coglierne appieno i contenuti è necessario un cambio di prospettiva, uno sforzo nel cogliere la diversità: la specificità di un percorso e di un’esistenza. Solo dopo questo movimento si può, nuovamente, cogliere la valenza più ampia del testo.

“Nella fraternità (…) nessuno è definito “padre”. La vita tra fratelli colloca chi vi partecipa in una parità costitutiva, che è rispetto della diversità.” (dal testo)

Dalla distinzione fra fraternità e comunità si dipana una trama in cui, accostandoci alla figura, al percorso, alle scelte di Francesco d’Assisi, entriamo nell’esperienza della diversità vera, quella che si può conoscere e accettare solo attraverso un travaglio; entriamo nel rapporto fra responsabilità e accettazione della libertà dell’altro, della parità costitutiva dell’altro. Emblematico è il titolo di un paragrafo: “Tra fondatore e fratello: un conflitto da non risolvere.”

Si tratta della lacerazione insita nell’avere fede: nella relazionalità, nell’intenzionalità relazionale, nell’essere, prima di tutto, creatura fra le creature. Una fede che porta a fare e a costruire, accettando di non essere padroni del risultato del proprio fare e della direzione ultima del proprio movimento. Una fede che è aprirsi, anche con sofferenza, alla diversità dell’altro, senza perdere la responsabilità verso quello che si è fatto e si continua a fare, e a essere.

La terza parte del testo compie un ulteriore passo verso la concretezza dell’esistenza cristiana e quindi di ogni esistenza: esistere, attraversare i misteri delle origini, della vita e della morte, implica sempre una direzione e un senso, o, più esattamente, lo sforzo di non smarrire la direzione e il senso, e, quindi, le origini.

Anche in questo caso sono emblematici i titoli di due capitoli: “L’esistenza come formazione”, “Prendersi cura della fraternità (e del fratello) nel tempo della soggettività”. Sono titoli, ma anche progetti, strade, tracce.

“Il mondo di oggi non ha bisogno di maestri, ma di compagni di viaggio. Riesce ad ascoltare solo i fratelli.” (dal testo)

 

Michela Gecele

 

 

 

 

 

Pietro A. Cavaleri

Vivere con l’altro

Per una cultura della relazione


Città Nuova  2007, euro 14

 

  Promuovere la cultura della relazione nella nostra società complessa e caratterizzata da relazioni instabili, poco chiare e “liquide”, appare il nodo centrale di questo testo.

Ai solidi legami di un tempo che tenevano insieme  le  coppie, le  famiglie, la Comunità si sono sostituiti i legami liquidi della società globalizzata, un mare di incertezza, anche relazionale in cui siamo costretti a navigare a vista senza impegni duraturi.

La paura di “consegnarsi” realmente e definitivamente all’altro nella coppia o nella vita di famiglia coglie l’essere umano che fugge “scegliendo l’esilio da ogni obbligo o responsabilità di natura relazionale”; è come se avessimo disimparato a vivere con l’Altro.

Posto che sembrano venir meno le competenze relazionali , cioè l’ascolto , la capacità di mettersi nei panni degli altri, la disponibilità alla condivisione, la solidarietà, l’Autore afferma con forza e passione  la centralità del “bene relazionale” quale esperienza di essere “riconosciuti” e di “riconoscersi”; tale bene pur essendo immateriale e  non visibile,  rappresenta “la risorsa più vitale e inestimabile per la propria crescita personale”.

In tale prospettiva, nella prima parte del libro, viene posta in rilievo la necessità di un’alfabetizzazione relazionale, una sorta di  “grammatica per vivere con l’Altro”, le cui proposizioni principali vengono individuate nell’ essere consapevoli delle proprie e delle altrui emozioni e nell’essere in grado di leggere la propria e altrui intenzionalità; nell’esprimere azioni congruenti; nel promuovere e sostenere relazioni di reciprocità; nel saper decodificare e gestire i conflitti; nel  riconoscere i tempi della relazione.   

Nella seconda parte del testo, dopo aver dato spazio, attraverso un approccio interdisciplinare, a una riflessione di ampio respiro sul tema della relazione in ambito antropologico, filosofico, religioso, l’Autore si sofferma sulle tematiche relative alla relazione con l’altro nella psicologia contemporanea; di particolare interesse il riferimento alle ricerche riguardanti le  elaborazioni  sull’Altro come “regolatore” e “organizzatore” del Sé; sulla relazione intersoggettiva e la dimensione della reciprocità; sulla relazione con l’Altro nella nascita e nello sviluppo della vita mentale.

Dalla lettura del testo si coglie la sensibilità gestaltica  dell’Autore che è riuscito a conciliare la leggerezza del tono divulgativo del volume con la profondità e la consistenza dell’argomento trattato.

 

Francesca Assunta Tolentino

 

 

 

 

gianni francesetti

 

PANIC ATTACKS AND POSTMODERNITY

Gestalt Therapy: Between Clinical and Social Perspectives

 

With the collaboration of Margherita Spagnuolo Lobb and Giovanni Salonia

Preface to the English edition by Dan Bloom

Franco Angeli, Milan (Italy) - July, 2007

 

(Edizione inglese di: Attacchi di panico e postmodernità. La psicoterapia della Gestalt fra clinica e società

F. Angeli, 2005)

 

Why are panic attacks so widespread today? What relationship exists between this acute symptom and contemporary society? What new insights and methods can Gestalt psychotherapy offer in order to face up to and resolve this problem?

 This book was written with the aim of answering these questions by considering panic attacks both as an expression of personal history and as a phenomenon emerging from a historical period characterized by uncertainty, fragmentation, and complexity. Panic attacks can be read as symptoms of a widespread and indefinite social malaise, a manifestation of the fragility and of the knotty problems that characterize the postmodern context. Clinical discourse is interwoven with a social outlook throughout the text, since both of these perspectives are necessary for those who wish to understand and care for those suffering from this disorder. From this point of view, panic is revealed to be an acute and sometimes unbearable condition that nonetheless can provide a valuable opportunity for opening up new avenues of experience in the individual’s life. Panic attacks can represent the beginning of a journey that will lead the patient towards different and more up-to-date creative solutions. This volume is the fruit of the theoretical and clinical reflections of teachers on Gestalt Psychotherapy Training Programs at the Istituto di Gestalt H.C.C, Italy. Its various chapters provide an original reading of the cultural and clinical context from which this disorder arises, revealing new theoretical and therapeutic prospects.

 Preface to the English Edition

by Dan Bloom

 

(…) But more than merely being a fine book of basic gestalt therapy, this volume is itself an important original contribution to our literature. It is a phenomenological and clinical discussion of a specific disorder we find in our psychotherapy practices. Gestalt therapy traditionally excels as an experiential practice; but the literature in gestalt therapy has been deficient in serious scientific research and clinical case material. This book from the Italian branch our gestalt therapy family is a continuation of the foundational model and, moreover, fills a deficiency in gestalt therapy literature.”

(…)

“The authors develop contact, contact-boundary, the sequence of contact, the critical role of support for contact making, the interruptions to contact, self functions and structures, creative-adjustment, and the relationship of therapist to patient, and show these concepts deployed in the successful treatment of panic disorders. These are the central ideas of Frederick and Laura Perls (L. Perls, 1992), Paul Goodman, and Isadore From, which were transplanted to Italian soil. The terms found in the glossary to this book itself are words first defined in Perls et al., and are continuing to be refined and developed in the worldwide practice of gestalt therapy. Look closely at this glossary: The definitions are not mere repetitions from Perls et al. or any subsequent source, but a careful synthesis of those sources with this book’s authors own research. In this unity of theory and practice, the contributors bring new understanding to basic themes of gestalt therapy.”

(…)

“The authors of this publication take this from gestalt therapy and link it explicitly to postmodern ideas. Drawing on sociology, psychology, and philosophy, the authors show the relevance of gestalt therapy to other contemporary approaches that consider panic disorders from a broad cultural perspective. By doing so, they firmly establish gestalt therapy as a continuingly developing psychotherapy, not as an artifact of any time or fashion. Moreover, they do this while using the concepts of the foundational model itself, clearly and succinctly applied to the clinical situations of their research. It is gratifying to read how clearly the phenomenon of panic can be understood when viewed through the lens of gestalt therapy.”

(…)

 

 

 

SPAGNUOLO LOBB/AMENDT-LYON (Eds.)


Creative License.
The Art of Gestalt Therapy


pubblicato da Springer/Vienna, New York nel 2003

 

 

Il rapporto tra creatività e salute mentale riflette l’ottica antropologica e filosofica con cui consideriamo il rapporto tra individuo e società, tra essere umano e natura. Inserendosi nello sviluppo del  pensiero sociale e psicoterapico in merito (da Sigmund Freud a Otto Rank a Wilhelm Reich), la psicoterapia della Gestalt conia il termine di “adattamento creativo”, integrando il bisogno sociale di condivisione delle norme con il bisogno individuale di originalità e differenziazione. La capacità artistica non appartiene esclusivamente a personalità eccezionali (né tanto meno nevrotiche), al contrario essa caratterizza l’adattamento spontaneo del nostro essere in relazione, e dunque il sano vivere sociale. Le relazioni umane sono intrinsecamente creative e auto-regolantesi.

Alla luce delle nuove scoperte neuroscientifiche e dello sviluppo parallelo di altri approcci psicoterapici, il libro risponde alla necessità di fare il punto sul pensiero gestaltico sull’arte e la creatività e sulle sue applicazioni. I contributi di Daniel Stern e di alcuni fra i maggiori psicoterapeuti della Gestalt danno vita in questo libro ad un compendio che, più che una sistematizzazione manualistica del tema, rappresenta in sé una gestalt armonica - perfino nelle sue note dissonanti - e un ponte dialogico clinico e teorico tra rappresentanti europei e statunitensi dell’approccio gestaltico. Curato da una specialista italiana e da una americana/austriaca, il libro è uno strumento professionale e di riflessione per tutti coloro che vedono nella curiosità e nell’arte un aspetto importante del loro impegno sociale.

Il libro rivisita il concetto di creatività e adattamento creativo in psicoterapia della Gestalt in 22 capitoli scritti dai più autorevoli gestaltisti in ambito internazionale. Il ruolo della creatività viene esplorato nei suoi risvolti pragmatici e teorici e gli autori offrono inediti contributi che consentono non solo un nuovo sguardo alla ricchezza della nostra storia e del nostro testo fondativo, ma anche un confronto vivace con altre prospettive psicoterapeutiche e filosofiche contemporanee.

 

 

 

Giovanni Stanghellini

Psicopatologia del senso comune

Raffaello Cortina editore
Milano, 2006 - euro 22

Questo libro di  Giovanni Stanghellini propone una lettura inedita e molto interessante della psicopatologia della schizofrenia e della psicosi maniaco-depressiva a partire da una dichiarata e feconda contaminazione fra sapere filosofico e sapere psicopatologico. Ma il lavoro è anche attentamente sostenuto dall’integrazione dei recenti sviluppi delle neuroscienze, dell’infant research e della psicoterapia.

Lo studio, di taglio chiaramente fenomenologico,  prende le mosse da una rivisitazione critica ed accurata delle prospettive psicopatologiche sulla psicosi nella storia della psichiatria. La traccia seguita dall’autore, e in linea con la tradizione della psichiatria fenomenologia, è che la psicosi sia lo scacco del soggetto come essere sociale. L’analisi di questo “essere sociale” portata avanti nel testo mette in relazione, in particolare, il concetto di senso comune, koine aisthesis, di Aristotele con il funzionamento dei neuroni mirror e con la prospettiva dell’intersogettività di Stern. Il senso comune che l’autore identifica come fondamento del poter-essere-sociali (e quindi non psicotici) è una percezione diretta, pre-cognitiva, corporea e incarnata dell’altro e di sé sulla quale si basa la sintonizzazione reciproca e ogni possibilità comunicativa. E’ questo “senso comune” che risulta essere profondamente disturbato nell’esperienza psicotica schizofrenica e maniaco depressiva. Il libro tratta del vissuto soggettivo di queste due esperienze psicotiche mettendone in luce le specificità e le differenze: “le persone vulnerabili alle schizofrenie sono debolmente ancorate al senso comune, mentre quelle vulnerabili alle psicosi maniaco-depressive sono pesantemente incagliate ad esso”.

Si tratta di un incrocio di prospettive con il quale è estremamente interessante confrontare e situare la nostra prospettiva gestaltica: il dialogo con queste linee di riflessione e ricerca non può che confermare e rafforzare la nostra definizione teorica e la nostra phronesis clinica. La linea di ricerca che Stanghellini ci propone nel suo libro può dare un significativo sostegno al nostro sforzo di mantenere il discorso psicopatologico sempre sul filo della relazione e dell’intersoggettività cercando di evitare di considerare il malessere come un attributo dell’individuo, ma rimandandolo sempre alla relazione. Sforzo difficilissimo per i limiti stessi del nostro linguaggio cartesiano e sempre in bilico perché la semplificazione indotta dalla prospettiva individuale e intrapsichica ci attrae e nello stesso tempo ci sottrae dal gioco angosciante e paradossale del sintonizzarci con l’in-sintonizzabile.

 

 

 

 

Eugène Minkowski

Verso una cosmologia. Frammenti filosofici

Introduzione di Eugenio Borgna
Einaudi 2006, Euro 22

La lettura di questo libro per un terapeuta della Gestalt è al tempo stesso un incontro con le proprie radici epistemologiche e un’apertura verso possibilità di ricerche future, stimolate da spunti a volte frammentari, ma capaci sempre di sbalzare l’attenzione verso l’irriducibile freschezza e novità dell’ovvio.

“Verso una cosmologia” è un testo pubblicato per la prima volta nel 1936 e ora disponibile in Italia grazie all’edizione della Biblioteca Einaudi e all’introduzione di Eugenio Borgna.

E’ il libro che chiude la trilogia di Minkowski dopo “La schizofrenia” e “Il tempo vissuto”, ed è uno studio sulla percezione e più precisamente sul sentire, declinato nelle sue varie modalità sensoriali.

L’autore, uno dei primi e più raffinati studiosi che traccia l’incontro fra fenomenologia e psicopatologia, ci offre, attraverso un linguaggio poetico dalle inattese aperture, un testo esemplare e vivo che ci consente di avvicinare l’esperienza della ‘posizione’ fenomenologica e di attraversarla “in vivo”. Un libro, afferma Borgna nella sua introduzione, “così attuale e così prodigiosamente vicino ai grandi problemi della condizione umana che, ieri come oggi, non può essere colta nei suoi abissi di significato psicologici e psicopatologici se non con un linguaggio estraneo a ogni gergalità e ad ogni riduzionismo terminologico”.

Oltre ad essere un esempio attualissimo di fenomenologia viva, il testo offre alcuni spunti illuminanti di confronto con la posizione psicoanalitica, come ad esempio la critica alla visione del lavoro artistico, indebitamente ridotto, secondo l’autore, all’espressione sublimante di un conflitto affettivo che non dà ragione dello slancio creativo, il quale trae forza da ben altre inquietudini e ricerche.

Questo slancio creativo non proviene infatti da un conflitto affettivo intrapsichico, ma da quello che Minkowski chiama conflitto “antropo-cosmico”, un conflitto, cioè, che si tende fra le forze irrimediabilmente contrapposte fra individuo e ambiente, fra uomo e cosmo. Come non ritrovare assonanze significative con il concetto gestaltico di adattamento creativo, ricerca di una sintesi tutt’altro che intrapsichica che si srotola sulla linea di confine in cui l’ambiente e l’organismo si incontrano e con-finiscono?

G.F.

 

 

Giacomo Rizzolatti, Corrado Sinigaglia


So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio


R. Cortina, 2006, Euro 21


La scoperta dei neuroni mirror, avvenuta a metà degli anni ’90 ad opera di Giacomo Rizzolatti e collaboratori dell’Università di Parma, ha aperto nuove e rivoluzionarie prospettive di ricerca nell’ambito delle neuroscienze, con conseguenze che stanno attraversando ambiti disciplinari diversi come la psicologia, la pedagogia, la sociologia, l’antropologia, la linguistica.

I mirror costituiscono una popolazione neuronale che presenta un funzionamento davvero eccezionale: essi si attivano non solo quando il soggetto compie un’azione, ma anche quando vede un altro compierla oppure avere l’intenzione di compierla. Inoltre, il sistema mirror si attiva allo stesso modo quando il soggetto prova un’emozione e quando vede un altro provarla.

Questo libro, scritto da Rizzolatti (Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma) e da Sinigaglia (che insegna Filosofia della Scienza all’Università di Milano), ha il merito di presentare con chiarezza i risultati di queste ricerche e di evidenziarne le implicazioni cognitive, comunicative e, in un certo senso, relazionali.

Per noi gestaltisti è particolarmetene interessante trovare la corrispondenza con alcune nostre linee epistemologiche di fondo. Alcuni esempi: c’è una comprensione che non è cognitiva, ma immediatamente presente nell’azione (“il cervello che agisce è anche e anzitutto un cervello che comprende”, pag 3); la realtà non è indifferente o neutra, ma già eccitante e intenzionata (“…la tazzina funge da polo d’atto virtuale (…) la vista della tazzina non sarebbe che una forma preliminare d’azione, una sorta di appello ad agire che (…) la caratterizza come qualcosa da prendere per il manico, con due dita, ecc., identificandola così in funzione delle possibilità motorie che essa racchiude”, pag. 47-48); l’individuo/organismo separato dal suo ambiente/contesto è un’astrazione (“Ciò mostra quanto radicato e profondo sia il legame che ci unisce agli altri, ovvero quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi”, pag 4).

Inoltre è sorprendente trovare nel testo autori a noi molto familiari e persino costitutivi delle nostre radici (G.H. Mead, W. James, M. Merleau-Ponty) che vengono citati e valorizzati per aver fornito ante-litteram alcune delle più precise descrizioni fenomenologiche dell’esperienza intersoggettiva, oggi ampiamente confermate da queste scoperte. A questo proposito viene citato anche Daniel Stern (il quale nei suoi lavori cita a sua volta ampiamente queste ricerche) in quanto il sistema dei mirror sarebbe alla base dell’intersoggettività, quell’esperienza di reciprocità (“io so che tu sai che io so…”) che costituisce la matrice fondamentale delle interazioni umane.

Un libro, dunque, che offre un accessibile aggiornamento su queste ricerche e conferma la validità delle straordinarie intuizioni teoriche dei nostri fondatori attraverso un differente linguaggio e in un ambito di indagine attiguo alla nostra quotidiana esperienza clinica.

G.F.
 

 

James W. Barron (a cura di)


Dare un senso alla diagnosi


R. Cortina, 2005, Euro 35


Il DSM, nelle varie edizioni che si sono susseguite dalla sua prima stesura nel 1951, è diventato il riferimento principale per quanto riguarda la classificazione e la diagnosi dei cosiddetti “disturbi mentali”. Si tratta di uno strumento discusso e controverso sia da parte dei ricercatori che, ancor di più, dei clinici.

Il libro raccoglie i contributi di vari autori (ricercatori, psichiatri, psicoanalisti, terapeuti della famiglia) che discutono e criticano i principi, le basi, le procedure del manuale cercando di metterne in luce i limiti e i vantaggi. L’utilità e la validità del “sistema DSM” è sottoposta al vaglio critico dei vari autori, alcuni dei quali si collocano a favore di un approccio diagnostico che tenga più conto della soggettività del paziente, del continuum dell’esperienza, della storia evolutiva, delle relazioni interpersonali e persino del vissuto controtransferale del terapeuta. Questa critica, anche se presenta punti di vista sistemici e che sostengono un approccio dimensionale e complesso, origina per lo più da una prospettiva teorica psicodinamica e psicoanalitica.

Il merito del testo è di offrire al lettore questo vivace dibattito dando l’occasione di approfondire criticamente i vari aspetti problematici della classificazione del DSM, prospettiva utile proprio laddove una distanza a priori rischia di essere preconcetta e poco argomentata, se non anche ideologica.

Al di là dell’utilità o della validità del DSM, resta l’importanza di riflettere sulla complessità dei temi legati alla diagnosi e alla psicopatologia: anche noi gestaltisti, che siamo stati capaci di evidenziare più di altri le trappole e i paradossi dell’astrazione diagnostica e della classificazione nomotetica, non possiamo eludere questo dibattito, se non altro per collocarci dialetticamente rispetto ad esso.

G.F.

 

 

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