Segnalazioni Recensioni

Elenco delle recensioni 

(vedere anche la sezione “Archivio”)






•  Margherita Spagnuolo Lobb, Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della gestalt raccontata nella società post-moderna. Franco Angeli 2011
• Gianni Francesetti, Michela Gecele, L’altro irraggiungibile. La psicoterapia della Gestalt con le esperienze depressive. Franco Angeli 2011

• Gianni Francesetti, Michela Gecele, Franco Gnudi, Mariano Pizzimenti, La creatività come identità terapeutica. Atti del II convegno della Società Italiana Psicoterapia Gestalt, Franco Angeli 2011

• Autori vari, Edizioni Città Nuova

• Autori vari, Psicoguide. Alfabeti per le emozioni, Cittadella editrice

• Lucio Demetrio Regazzo, Ansia che fare? Prevenzione, farmacoterapia, psicoterapia, Cleup 2010

• Anna Aluffi, Buber. Discorsi sull’educazione, Armando Editore 2009

• Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, colori, numeri. Bur 2008.

• Margherita Spagnuolo Lobb, Essere al confine di contatto con l’altro: la sfida di ogni coppia, “Terapia familiare”.

• Giovanni Salonia, Lettera ad un giovane psicoterapeuta della gestalt. Per un modello di gestalt therapy con la famiglia. In Menditto M.(a cura di): “Innovazioni in psicoterapia della gestalt”, Franco Angeli 2009

• Richard Kitzler, Eccentric genius, Gestalt Institute Press 2009


Margherita Spagnuolo Lobb 


IL NOW-FOR-NEXT IN PSICOTERAPIA.

LA PSICOTERAPIA DELLA GESTALT RACCONTATA NELLA SOCIETÀ POST-MODERNA.


Franco Angeli 2011



Il nuovo libro di Margherita Spagnuolo Lobb, direttore dell’Istituto di Gestalt HCC Italy,  è stato dato alla luce dopo un travaglio assai lungo, segnato da vicende personali e professionali anche dolorose. Alla fine, la caparbietà dell’Autrice - che tra i tanti meriti ha anche quello di avere introdotto la PdG in Italia, più di trent’anni fa - è  stata premiata. Valeva davvero la pena di attendere tanto: è venuta fuori un’opera che sicuramente segna un passaggio importante nella definizione dei concetti teorici (alcuni davvero innovativi) e metodologici, su cui il lavoro di ogni psicoterapeuta della Gestalt è  basato. Incarnando in modo letterale l’idea portante espressa dal titolo, il contenuto del libro ci indica le linee attuali e le prospettive future del nostro modello, e “ci costringe” a interrogarci sull’essenza stessa del nostro lavoro: i principi che guidano l’approccio alla persona che ci chiede aiuto, la magìa dell’incontro terapeutico, le varie declinazioni e i contesti della pratica clinica (setting individuale, di coppia, di famiglia, di gruppo…), il significato profondo dell’essere terapeuta della Gestalt all’interno di una società palesemente diversa da quella per la quale fu elaborata la visione gestaltica del prendersi cura. 

Nel testo di Margherita è palpitante l’inclinazione narrativa (lo dichiara il sottotitolo: “La Psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-moderna”) per cui assistiamo al delinearsi della nostra storia attraverso il trascolorare della visione del rapporto tra individuo e ambiente,  della conoscenza umana, di come perseguire l’obiettivo del benessere. Il lettore apprende, attraverso il racconto di Margherita Spagnuolo Lobb,  il clima culturale in cui l’idea gestaltica prese corpo circa sessant’anni fa e le sue trasformazioni nel tempo, grazie al contatto con altre chiavi di lettura psicologica (come la psicoanalisi radicale: stimolante a tale proposito il dialogo riportato nel secondo capitolo con Philip Lichtenberg) e, più in generale, con un pensiero “liquido” che muta gli intenti e il campo terapeutico: dall’ottica della differenziazione alla riscoperta del dialogo e dell’appartenenza.

I punti fermi del corpus teorico gestaltico sono enunciati nell’Introduzione, che di per sé equivale a un manifesto ideologico della psicoterapia della Gestalt: il passaggio dall’intrapsichico alla “traità”; la sovranità dell’esperienza; la rivalutazione dell’aggressività positiva; la lettura teleologica del contatto e del confine di contatto; il valore estetico della terapia; la ridefinizione del processo di figura/sfondo. Tutto questo, all’interno di una cornice teorica ancorata alla fenomenologia del contatto per cui, dice Margherita Spagnuolo Lobb, “se l’attenzione del terapeuta è rivolta all’here-and-now, la sua cura è centrata sul now-for-next”. 

Tra i dieci capitoli di cui si compone l’opera, tutti indispensabili per il terapeuta, esperto o in itinere, che desideri approfondire il senso del proprio agire, vorrei citarne due per motivi differenti. Quello dedicato alla prospettiva evolutiva mi sembra il più nuovo, denso com’è di concetti che meritano di essere assimilati nel tempo, anche attraverso il dialogo tra colleghi: muovendosi in un’ottica intersoggettiva, ingloba nel pensiero gestaltico la lezione di Daniel Stern, sostituendo il concetto di sviluppo fasico con quello di “sviluppo polifonico di domìni”; quest’ultimo prevede l’emergere di competenze ben differenziate, che si sviluppano lungo l’arco della vita interagendo tra loro. Tutto questo si rivela divergente rispetto al modello evolutivo finora considerato nell’Istituto HCC; un modello che sino ad oggi ha identificato le modalità di contatto sincronico (introiettare, proiettare ecc.) come le “fasi da raggiungere in sequenza diacronica per conquistare la maturità relazionale”. Margherita, in sostanza, prende le distanze dalla costruzione di mappe epigenetiche delle fasi maturative. Un’idea che, sicuramente, susciterà un dibattito in chi ha sempre considerato valido il parallelismo tra tempi/modi di contatto e tappe dello sviluppo psicorelazionale del bambino. Un’ottima occasione – comunque - di confronto, uno stimolo a non dare per scontata la onnicomprensività con cui il “modello della curva” è stato da noi strenuamente  applicato.

Il capitolo a mio parere più succoso e portatore di ricadute positive per il nostro lavoro di terapeuti in continuo aggiornamento è il quarto, dedicato a now-for-next  e diagnosi gestaltica. Attraverso l’analisi dei vari stili narrativi che scaturiscono da specifiche modalità di contatto (narrazioni terapeutiche con stili di contatto introiettivo, proiettivo, retroflessivo, confluente), Margherita Spagnuolo Lobb rileva la creatività intrinseca al racconto in terapia come accadere processuale. Al contempo, presenta le modalità che il terapeuta attua nel sostenere l’intenzionalità di contatto nelle varie tipologie di stili relazionali. Il capitolo si configura come un ottimo e quanto mai opportuno update dello “storico” articolo che la stessa Autrice pubblicò sul numero 10/11 dei Quaderni di Gestalt, più di vent’anni fa (“Il sostegno specifico nelle interruzioni di contatto”).   E’ un capitolo che, da solo, conferisce valore e significato all’intero testo. In queste pagine leggiamo l’esperienza del terapeuta che “vede” la resilienza del paziente, la valorizza, e  aiuta la persona a indirizzare il proprio  adattamento creativo verso la spontaneità a partire da quel suo modo, specifico e originale, di muoversi al confine di contatto con l’Altro.

Il capitolo sette presenta un apprezzato modello di lavoro con le coppie, che l’autrice ha introdotto in vari contesti internazionali e in Italia. Il capitolo otto descrive un modello originale di lavoro con le famiglie. Il capitolo nove presenta il modello di lavoro gestaltico con i gruppi, mentre il capitolo dieci applica l’approccio con i gruppi all’esperienza formativa.

Un’ultima annotazione sul capitolo conclusivo, che rappresenta un vero tributo d’amore da parte dell’Autrice nei confronti dei suoi vecchi e nuovi allievi; in fondo, il libro è rivolto a loro, e forse per loro è stato scritto. Oltre all’idea di processo formativo come destrutturazione della materia-psicoterapia e passaggio dalla confluenza con il didatta alla differenziazione consapevole (Margherita aveva già prodotto studi e lavori sulla centralità della “"masticazione” nell’iter di apprendimento), la novità, piuttosto, è l’enfasi sull’etica dell’appartenenza e dell’apertura all’altro, al nuovo, al diverso. In una società segnata dal crollo delle certezze e dai conflitti inter (e intra) individuali, sposare la causa dello “stare con l’altro” educandosi al senso di responsabilità e all’etica della relazione mi appare come un messaggio forte e nobile, coraggioso e gravido di speranza. Una speranza che anche a noi terapeuti talvolta vacilla. Libri come questo hanno il benefico effetto di rinnovarla e corroborarla.


Indice

Recensione a cura di Giuseppe  Sampognaro



Gianni Francesetti, Michela Gecele (a cura di)


L’ALTRO IRRAGGIUNGIBILE. 

LA PSICOTERAPIA DELLA GESTALT CON LE ESPERIENZE DEPRESSIVE.


Prefazione di U. Galimberti

Franco Angeli 2011

 



Un testo che mancava nel panorama gestaltico dei lavori sulla psicopatologia e la psicoterapia. Uno sforzo, ricchissimo e articolato, di comprensione e di incontro con le esperienze depressive che ne cura, mentre la rivela, la matrice desolante: l’irraggiungibilità dell’Altro. Esperienza totalizzante questa del non poter raggiungere – del non poter nemmeno più sperare di raggiungere, del rinunciare a qualunque tentativo di farlo: del paziente verso il mondo che lo circonda, del terapeuta verso il paziente che gli siede di fronte. 

Un libro che parla in realtà a chiunque abbia conosciuto il dolore di una perdita invece di respingerlo. Ma anche a chi abbia tentato di negarlo, ammalandosi per questo, per poi comprendere, aiutato, che proprio il dolore guarisce se stesso perchè getta un ponte verso l'Altro e verso e stessi. Profonda e toccante l’etica della cura che da questo approccio traspare implicita, quasi silenziosamente tra le righe, ma non per questo meno radicale. E’ l’appello urgente e incessante alla relazione come spazio di riconoscimento reciproco e di incontro pieno con l’Altro, anche quando la distanza appaia abissale, anche quando la speranza ci abbandoni. Perché, come scrive Umberto Galimberti nella prefazione al libro, “La verità del depresso è che la vita è anche dolore, e che il dolore cresce quando il nostro cuore resta inascoltato”. Ma, continua, “Ascoltare non è prestare orecchio, è farsi condurre dalla parola dell’altro là dove la parola conduce”. 

Un lavoro che si svolge come un ciclo di contatto pienamente sostenuto, intenso e vivo. L’intervista di apertura a Margherita Spagnuolo Lobb esprime ed imprime l’energia che sostiene il processo, quella inconfondibile qualità di energia che è la speranza, “l’apertura al now for next” come possibilità stessa di sperare, che nella depressione sembra atrofizzarsi trascinando con sé -  questo il rischio – anche il terapeuta. Se “la speranza è esperienza di empatia del movimento percepito  nell’altro, è partecipazione al movimento della vita” (…), allora “la depressione può essere vista come mancanza di speranza, e mancanza di amore dell’altro significativo. Il depresso non sente l’amore dell’altro, non è sensibile al movimento dell’altro e non si muove verso l’altro”. La fiducia profonda nella funzione intenzionale anche di questa condizione, nella sua configurazione relazionale di senso, è il solo motore possibile del percorso terapeutico. Sostenere ciò che il paziente già fa, mantenere lo sguardo sulla direzione verso cui la persona vorrebbe andare, sull’estetica del contatto, sul gesto compiuto, lasciarsi affascinare  da ciò che si muove nel paziente, anche se poco, disvela al terapeuta e sostiene la direzione possibile. In questa direzione, gli aspetti depressivi possono manifestarsi grazie ad un ground di sicurezza e affidabilità costruito nella terapia che permette di incontrare anche le zone più buie dell’esperienza: “Se ti dico che ho questa paura così profonda non è perché sto peggiorando, ma perché voglio dirti le cose più profonde di me e voglio che tu le ascolti”.

Il capitolo di Giovanni Salonia apre allo sfondo che orienta il terapeuta. Qual è il raggio di caduta della speranza, l’ampiezza di relazione in cui alcun movimento è più possibile? L’analisi del Modello Relazionale di Base che accompagna ogni fase storico-sociale àncora la lettura della patologia ad un quadro più generale imprescindibile per comprendere e per curare: “Ogni società, per rispondere alle esigenze della propria sopravvivenza, decide la priorità tra individuo e società assegnando, a seconda del contesto, il primato all’uno o all’altra”. A seconda della fase, prevarrà uno schema relazionale (modello dell’esserci-con) che privilegia il “noi” o l’”io”. “Le caratteristiche che contrassegnano la depressione oggi sono connesse alle due sofferenze tipiche della società con Modello relazionale di Base/Io: la modalità relazionale narcisistica e quella borderline”; se infatti la depressione del MRB/Noi rimanda alla colpa di non essere se stessi perché incapaci di uscire dalla comunità, la depressione nel MRB/Io ha a che fare con la colpa di voler essere solo se stessi e non voler consegnarsi alla comunità”. Lo sguardo del terapeuta, lungi dal restare confinato entro il perimetro del setting, contempla in che modo lo spazio-tempo collettivo nutra, sostenendole, le risorse della relazione o invece le inibisca. 

In un ground collettivo frammentato, in cui l’istanza individuale sbaraglia qualunque noi, il confine si fa deserto e la presenza alla relazione si fa irraggiungibilità che spegne ogni spinta vitale. Nella lettura della psicoterapia della Gestalt, la depressione è l’inevitabile “reazione comportamentale legata all’interruzione di un viaggio che inizia con l’altro e mira alla pienezza di un incontro”. Sono i modi (il dove e il come) con cui questo viaggio si arena, a determinare le varie forme della depressione. La cui genesi relazionale si rinnova drammaticamente in ogni (mancato) contatto: 


La depressione quindi si presenta come la reazione corporale del soggetto (del bambino) nel momento in cui si interrompe una “danza a due” prima ancora che si compia il contatto atteso con l’Altro. Prima di raggiungere la meta di una maggiore vicinanza con l’Altro (motivo per cui si è intrapreso il cammino), il soggetto si accorge che quell’Altro non c’è più. La scomparsa dell’Altro, per lui improvvisa e inspiegabile, provoca un collasso nella relazionalità e nella sua corporeità: (…) L’attesa di un gesto da parte del corpo dell’Altro rimane drammaticamente senza risposta: quel gesto che rivelerebbe che egli è ancora oggetto di desiderio, che il corpo dell’Altro è protesi verso il suo corpo. Ma proprio quel gesto – atteso a tal punto da divenire ossessivo – non arriva, e non arriva nonostante i tentativi A quel punto, il flusso si interrompe: il flusso relazionale e il flusso della vita. E’ come se il bambino si dicesse: “Se tu, se il tuo corpo non ha interesse per me, per il mio corpo, neppure io ho interesse per me, per il mio corpo”. Dopo qualche tentativo di ritrovarlo, il soggetto (il bambino) si lascia morire a livello psichico o fisico: è una morte per amore (…) (p.53)


Quel bambino è il paziente che oggi siede di fronte al terapeuta. Appare immobile, inespressivo, quasi indifferente al proprio/loro essere lì. Spesso non sente nulla, nessuna spinta emerge da dentro, nessuno stimolo esterno sembra abbastanza interessante, in grado di attivare la benché minima intenzionalità di contatto. Non c’è next: tutto appare fermo. Dovrà essere il terapeuta a riprendere i fili di un incontro fallito mediante il proprio essere interessato al paziente: questo “genera in lui progressivamente l’esperienza di essere interessante, che è la base per poter essere interessati a qualcosa (alla vita)”. Man mano che ci si rende raggiungibili e si raggiunge, sarà possibile - e necessario -  far emergere i vissuti legati alla scomparsa inappellabile dell’Altro. 

Ci avviciniamo al cuore del libro. Gianni Francesetti e Michela Gecele affrontano l’incontro con l’Altro nell’esperienza depressiva (e maniacale) dell’irraggiungibilità, dove il paziente è il partner di una danza di confine che non riesce a muovere il primo passo. Accogliere l’immobilità dell’Altro implica interrogarsi sulla storia di questa stasi ma anche sulla propria accessibilità, sulla disponibilità a raggiungere e ad essere raggiunti. Ancora una volta il terapeuta della Gestalt cura un campo abbandonato a se stesso mentre sperimenta e riflette su come la relazione lo sta attraversando. Così facendo, già scioglie l’incantesimo di un’immobilità mortifera: nel percepire l’impossibilità a incontrarsi tra sé e il paziente (a sperare di potersi mai incontrare e ad attivarsi per questo) sta già rianimando il confine di un co-presenza possibile; mentre ne rivela la desolante solitudine – oggi come allora – sta già modificando il campo. 

Occorre distinguere tra le esperienze depressive, così come tra i criteri diagnostici. La scelta della psicoterapia della Gestalt è quella di muoversi su un doppio binario: da un lato la diagnosi estrinseca, che confronta l’esperienza con un modello – la relazione – in senso ermeneutico, cioè continuamente rigiocando e ridiscutendo le proprie ipotesi alla luce dell’incontro mai uguale, mai definitivo, con l’Altro; così l’esperienza di confine viene letta alla luce della teoria del sé, della dinamica figura/sfondo, dell’intenzionalità di processo, dell’adattamento creativo. Dall’altro, la diagnosi intrinseca o estetica che “appartiene al regno del sentire e non a quello del riflettere: si fa attraverso la percezione della qualità del contatto che accade attimo dopo attimo al confine di contatto”; un metodo che “richiede semplicemente di stare coi sensi pienamente svegli nel contatto”, un atto che è già terapeutico e lo è in modo particolare con le esperienze depressive. Sebbene la chiave di lettura relazionale accomuni i vissuti depressivi come “esperienza di scacco della propria energia nel tentativo vano di raggiungere l’altro”, le due diagnosi sinergiche distinguono opportunamente tra le due fondamentali esperienze depressive: depressione melanconica o endogena (melanconia), e depressione non melanconica. Anche se la lettura fenomenologica e il piano di comprensione relazionale inquadrano le depressioni come dimensione dell’esperienza umana, l’importanza di questa differenziazione si renderà evidente nella genesi della sofferenza e nella scelta, qualitativamente diversa, del sostegno specifico. 

Inizia così la lettura gestaltica delle esperienze depressive. L’incontro col paziente assume a tratti l’aspetto della discesa in un’immobilità oscura, dove nulla sembra capace di dare energia al processo. La lettura della dinamica figura/sfondo rivela che “non può crearsi una figura di contatto e non può esservi lo slancio dell’intenzionalità perché vi è un difetto nella costituzione stessa dell’esperienza del tempo, del futuro”; vi è solo un vuoto oppressivo dove nulla può emergere, se non a volte una figura rigida e ossessiva (temi ipocondriaci, di rovina, di colpa). Il delirio eventualmente presente impedisce a qualunque figura incompatibile con esso di emergere: ecco allora lo spazio in cui il terapeuta può tentare di co-costruire qualcosa di condiviso col paziente, “contattandolo nelle aree libere che non generano incompatibilità col delirio stesso”. 

D’altra parte, “l’esperienza di essere-con-l’altro è l’elemento necessario per costituire le coordinate temporali e spaziali del vissuto individuale”; se la risonanza affettiva - che solo il contatto può generare – manca, “il tempo e lo spazio non si dispiegano nel divenire del contatto, il presente non ha ali nel momento che tramonta e nel momento che sorge, il qui non ha un là a cui lo unisce la traiettoria dell’intenzionalità”. I dati che arrivano dall’infant research aprono il sipario sul drammatico lì ed allora da cui il paziente non sembra essersi più ripreso: la fissità depressiva che il terapeuta coglie oggi è l’unico adattamento possibile di un bambino che ha ripetutamente e inutilmente chiamato, desiderato, poi provato rabbia, rinunciato, per ritirarsi infine difensivamente spegnendo qualunque ulteriore slancio, perdendo quella fiducia/speranza di base nella raggiungibilità/presenza dell’Altro che è il presupposto e l’effetto di ogni esperienza di incontro. Un adattamento creativo all’irraggiungibilità dell’Altro che nella sua configurazione di lutto è, tragicamente, un continuare a stare-con-l’Altro inarrivabile per il tempo necessario a “creare un luogo che custodisca la fedeltà alla relazione attraverso la memoria”. 

Ma non ogni esperienza di incontro si è arenata nello stesso modo, nello stesso tempo. Se la melanconia condivide con le altre forme depressive l’esperienza dell’irraggiungibilità dell’altro, in essa è andato perso il terreno stesso della percorribilità e non solo l’Altro; la teoria del Sé viene in aiuto nel differenziare le diagnosi e suggerire una teoria dell’esperienza più grave, quella psicotica, ponendo l’attenzione sul venir meno della funzione es, cerniera tra soggetto e ambiente: 


L’ipotesi che facciamo è che mentre nel lutto (e nella depressione reattiva) è una persona a diventare irraggiungibile, ed è quella persona ad essere perduta, nella melanconia va perso l’ancoraggio stesso al tessuto che collega il soggetto al mondo. Il soggetto si sgancia dal tra, dal noi e dalla possibilità del noi. In effetti quanto più è grave il vissuto depressivo, tanto più questo è evidente; anzi, la gravità è proprio il grado di sganciamento dalla traità o, possiamo anche dire, il grado di assenza al confine di contatto.



La diagnosi estrinseca permette una lettura (e una teoria) eziopatogenetica della sofferenza come esperienza relazionale; con questa mappa nello sfondo, il libro (e il terapeuta) può inoltrarsi ancor più nel vivo del confine dove l’esperienza depressiva è pronta per essere colta “al nudo” della sensibilità estetica. Quelle di Gianni Francesetti sono pagine di grande sostegno allo psicoterapeuta, una sorta di antidoto  alla stasi depressiva e al vuoto che facilmente lo risucchia quando si accosti a quel confine; uno spazio che, avvicinato alla luce di questo lavoro, si rianima di vita e di potenzialità. Ma prima ancora di questo, vibrano di quella bellezza autentica e dello stupore che ci attende, inatteso, quando scegliamo di stare su quel confine quando anche l’ultima speranza che qualcosa lo increspi cade, e un primo leggerissimo, impalpabile alito di vita comincia a levarsi. Come sostenere l’inizio della terapia, come lavorare con l’aggressività, come ridare spazio al corpo; come leggere e affrontare le declinazioni depressive nei diversi stili relazionali (narcisistico, borderline, dipendente, isterico); si coglie qui tutto il valore di un lavoro che nella verità dell’incontro cattura il senso dell’esperienza psicopatologica e lo traduce, senza tradirlo, in un patrimonio teorico. Raggiungibile. 

 Michela Gecele affronta l’altra faccia dell’esperienza depressiva rivolgendo lo sguardo all’orizzonte maniacale; l’adattamento creativo all’Altro irraggiungibile questa volta sceglie la reazione opposta, “come se chi vive un’esperienza maniacale portasse nel campo tutta l’energia che è mancata in ripetute esperienze di irraggiungibilità dell’altro, vissute in fase evolutiva. E’ come se mettesse l’energia anche per l’altro, per gli altri, per superare l’impossibilità; ma così facendo andasse oltre, in un eccesso di slancio, giungendo all’irruzione in una temporalità estranea all’esperienza umana. Verrebbe così persa la possibilità di un’esperienza condivisa, di uno spazio-tempo comune”. L’attenzione viene posta sullo scioglimento improvviso degli introietti – tra cui anche quello dell’irraggiungibilità dell’altro – che libererebbe molta energia non sostenuta dalla relazione, destinata a canalizzarsi in comportamenti disancorati da un fine, da una temporalità condivisa, da uno sfondo comune. Anche in questo caso diagnosi estetica ed estrinseca collaborano a rendere possibile la comprensione e la raggiungibilità: l’esperienza maniacale viene letta alla luce della dinamica figura-sfondo, dell’adattamento creativo e della teoria del sé, rivelando così di non contemplare distinzione tra sfondo e figura perché solo passando da una figura all’altra ci si garantisce di non percepire l’irraggiungibilità dell’Altro. “Ma questo evitamento è il segno di un vuoto al confine di contatto, e quello che viene evitato risulta essere non solo l’assenza ma anche la presenza dell’Altro”. Il lavoro sullo sfondo relazionale è uno dei passaggi necessari perché il processo ritrovi ancoraggio e il contatto spontaneità, insieme alla cura della fase di assimilazione e all’integrazione delle esperienze come argine di contenimento al dissolversi degli introietti.

L’ultima parte del libro approfondisce alcune aree di vulnerabilità all’esperienza depressiva: l’adolescenza (Elisabetta Conte), l’anzianità (Lucia Marchiori), la menopausa (Maria Vittori Crolle Santi), la fine della vita nelle neoplasie (Manuela Partinico) e la condizione di solitudine (Maria Mione). Nell’ottica della psicoterapia della Gestalt, vulnerabile è la relazione, non l’individuo, che sperimenta tutta la difficoltà di contattare quando il ground relazionale ceda invece di sostenere il processo. La precarietà del ground in tempi di società liquida e frammentata si rende ancora più evidente quando particolari tempi o circostanze di vita chiamano con forza la relazione all’appello e non trovandola, non potendo l’Altro essere raggiunto, si rendono più facilmente percorribili dall’esperienza depressiva.

Iolanda Poma affida al respiro suggestivo e ampio della filosofia il compito di chiudere questo viaggio verso l’altro inarrivabile, consapevole che “il filosofo vive il proprio rapporto con la verità e con la vita secondo l’esperienza della distanza, della differenza, dell’irraggiungibilità; “forse è questo il momento in cui si nasce alla propria vita filosofica: quando si sentono le due cose, il nascere e il morire, l’incontro e il distacco, l’avvicinarsi all’altro e il separarsene, come esperienze prossime e si apprende il ritmo del loro instancabile incrocio”.


Indice


Recensione a cura di Silvia Riccamboni



Gianni Francesetti, Michela Gecele, Franco Gnudi, Mariano Pizzimenti

LA CREATIVITÀ COME IDENTITÀ TERAPEUTICA.

ATTI DEL II CONVEGNO DELLA SOCIETÀ ITALIANA PSICOTERAPIA GESTALT


Franco Angeli 2011, p.379, euro 45


Non è stato solo un convegno di psicoterapia quello che nell’ottobre del 2008 ha richiamato a Torino più di 300 persone tra terapeuti e artisti attorno al tema “La creatività come identità terapeutica”. Come svela Gianni Francesetti nella prefazione a questa raccolta degli atti (corredata da un dvd), il convegno ha coronato una parte importante del percorso in cui la Società Italiana Psicoterapia Gestalt è impegnata da sempre nell’intento di “raccogliere e rappresentare i gestaltisti italiani indipendentemente dagli interessi particolari degli istituti e delle scuole di appartenenza”. Una mission non semplice se si considera la grande varietà di realtà gestaltiste in Italia, varietà che il convegno ha saputo rileggere in termini di ricchezza e di risorsa per il modello e per la comunità gestaltista intera.

“La SIPG è e intende essere la casa aperta e comune per tutti gli psicoterapeuti della Gestalt italiani formati secondo precisi criteri di qualità: per questo, in linea con l’organizzazione che abbiamo scelto in Europa, accetta come membri solo individui e non istituti e i suoi interessi non sono quelli delle scuole, ma degli psicoterapeuti. In questo senso, è il luogo in cui riconoscersi ed essere riconosciuti in quanto psicoterapeuti della Gestalt, luogo di incontro e di confronto, luogo di appartenenza che sostiene le differenze. Ma è anche modo per stare nella polis; luogo dal quale sentirsi rappresentati e nel quale impegnarsi attivamente per rappresentare la gestalt nel mondo”.

Una qualità formativa che ha reso la SIPG una delle prime NOGT (National Organisation for Gestalt Therapy) europee ad accreditarsi come Full Member dell’EAGT (European Association for Gestalt Therapy).

Il convegno è stato il frutto della collaborazione tra istituti  promotori – Istituto di Gestalt H.C.C Italy e Istituto di Gestalt Therapy H.C.C Kairòs (che in occasione del convegno hanno ufficializzato la separazione dell’Originario Istituto di Gestalt H.C.C), Scuola di Gestalt di Torino –, sostenitori – Fondazione Italiana Gestalt e Formazione in Gestalt-Bodywork -, direttori delle scuole di formazione in Psicoterapia della Gestalt, allievi e terapeuti. Un grande impegno creativo che ha dato vita a numerose, appassionate tavole rotonde, workshop, minilectures in un clima di vitale, entusiastico confronto. Alla ricchezza delle tre giornate ha contribuito la presenza di artisti, attori teatrali, insegnanti, educatori, counsellor; da segnalare l’intervento di Luciano Violante nella tavola rotonda “Creare la cittadinanza: i giovani fra oikos e polis nella società liquida” e il dialogo con Eugenio Borgna su “Creatività e follia fra sofferenza e arte”.

Gli atti, che riportano tutti i contributi dei tre giorni di convegno, iniziano con la relazione di apertura del presidente onorario e con gli interventi introduttivi dei direttori degli istituti promotori. Margherita Spagnuolo Lobb (presidente onorario SIPG) sottolinea il passaggio che la psicoterapia della Gestalt ha maturato dal paradigma della soggettività auto-regolantesi a quello della verità co-creata che emerge dalla relazione, indicando alcuni fondamentali cambiamenti teorici e metodologici necessari per allinearsi ad una prospettiva post-moderna: l’aggiornamento del concetto di aggressività e del sostegno all’eccitazione, il ruolo del valore estetico nella terapia e nella società, la rilettura della creatività alla luce del paradigma della polis. Mariano Pizzimenti (Scuola Gestalt di Torino) collegandosi al titolo del convegno spiega perché la creatività sia l’unica identità accettabile per uno psicoterapeuta della Gestalt: “La creatività come identità sbilancia il nostro compito verso l’eccitazione e la crescita, che di fatto è quello che noi spesso dobbiamo fare in seduta per compensare lo sbilanciamento del paziente verso la ripetizione del probabile. (…) Assumere la creatività come identità  terapeutica vuol dire rendere il momento presente la fucina del futuro. Vuol dire riempire il vuoto che spesso fa percepire il presente come mancante”. Un vuoto che, solo sopportandone l’angoscia, può divenire fecondo e creativo, sottolinea Giovanni Salonia (Istituto di Gestalt Therapy H.C.C Kairòs); la creatività è anche un fatto di coraggio, quello di “pensare che posso illudermi nel mio sentirmi creativo e che devo rischiare il non essere approvato e condiviso nella mia creatività”. A partire dagli stessi terapeuti gestaltisti, che Salonia mette in guardia dal rischio di appiattirsi/cristallizzarsi in sloagan spesso abusati (la follia come adattamento creativo, tutto è relazionale, ecc.) per ritrovare “il contatto con il fuoco dell’esserci, che brucia dentro le parole consumate e le mode rassicuranti”. Per l’Istituto di Gestalt H.C.C Italy, Giuseppe Sampognaro ricorda che in ogni atto creativo vi è la ricerca di un contatto profondo, pieno e gratificante con l’Altro: questo è il paradigma della crescita attraverso il fare. “L’attenzione del gestaltista è centrata sul come la capacità di creare ci appartiene in quanto organismi viventi; su come tutto questo si incarna nella competenza relazionale di ogni individuo e nella vitalità della seduta, all’interno del contesto terapeutico; ma anche su come la creatività si dipana nel fluire della vita comunitaria e negli scambi tra gruppi e realtà sociali sul territorio”.

Gli Atti del II convegno della SIPG offrono ai gestaltisti un patrimonio creativo da consultare sui temi più vari e attuali; un “fermo immagine dinamico” di dove si trovi e dove stia andando la psicoterapia della Gestalt in Italia. Buona lettura.


Indice




EDIZIONI CITTA NUOVA PRESENTA:


Pietro A. Cavaleri, Donatella Buscemi, Salvatore A. Cammarata

IL SENSO DELLA VITA. DALLA SOFFERENZA ALL'ADATTAMENTO CREATIVO

Città Nuova, 2011, Euro 8

Daniela M. Augello, Donatella Buscemi, Salvatore A. Cammarata,  M. Concetta Muscò, Antonella Spanò

MI AIUTI A CRESCERE? LA FATICA DI DIVENTARE GRANDI

Città Nuova, 2011, Euro 9,50


Antonella Spanò, Daniela M. Augello

LE FRAGILITÀ DISPETTOSE. COME NON PERDERSI DI VISTA NELLA SOFFERENZA 

Città Nuova, 2011, Euro 9


Daniela M. Augello, Antonella Spanò

LABIRINTI FAMILIARI. LA SFIDA DI STARE INSIEME

Città Nuova, 2011, Euro 9


Donatella Buscemi, Daniela M. Augello

I COLORI DELL'AUTUNNO. LA SOFFERENZA NELL'ETÀ DELLA SAGGEZZA

Città Nuova, 2011, Euro 8





Il tema della sofferenza riveste un ruolo delicato all'interno della nostra società, infatti la tendenza principale dell'epoca nella quale viviamo è quella di esorcizzarla e rimuoverla, per dare spazio esclusivamente al piacere  e al benessere.

All'interno della collana “Psicologia e benessere” di Città Nuova Editrice, viene presentato un lavoro, articolato in cinque piccoli volumi, che  propone una visione un po' diversa della sofferenza, forse a tratti controcorrente, coraggiosa,  faticosa da realizzare, ma che sostiene l'autenticità dell'esperienza umana.

Gli autori, un gruppo di psicoterapeuti della Gestalt coordinato dal dott. Piero Cavaleri,  propongono un percorso, che si snoda in cinque “tappe” e che ha inizio con un'introduzione sulla sofferenza in generale (Il senso della vita) a cui fanno seguito quattro fasi fondamentali del ciclo vitale all'interno delle quali si declina la sofferenza: l'infanzia e l'adolescenza (Mi aiuti a crescere?), l'età adulta (Le fragilità dispettose ), la vita di coppia e di famiglia (Labirinti familiari ), e infine la vecchiaia (I colori dell'autunno).

Filo conduttore è il confronto con la sofferenza del corpo e dell'anima, presentata non come qualcosa da cui fuggire o da negare, ma come una compagna che, se pur non scelta, va ascoltata.

Gli autori propongono, parallelamente,  una  riflessione stimolante sulle risorse dell'uomo: grazie alla creatività di ognuno si può trovare un senso al proprio dolore e soprattutto lo si può valorizzare e renderlo occasione di crescita.

Il primo contributo, “Il senso della vita - dalla sofferenza all'adattamento creativo”, si sofferma proprio sul processo di comprensione del senso che il patire può avere per l'essere umano: introduce al tema della sofferenza fisica ed emotiva, come parte essenziale della vita, dalla nascita alla morte.

Viene tracciato un percorso di riflessione interdisciplinare, con il contributo in particolare della psicologia: si analizza il significato della sofferenza nei suoi diversi volti, e si propone una chiave di lettura che guarda all'energia creativa come qualcosa che permette all'organismo, anche nel dolore, di trovare un adattamento quanto più funzionale possibile all'ambiente.

Gli altri volumi che, come già detto, si soffermano ognuno su una tappa del ciclo vitale, presentano tra loro, una medesima struttura che si articola in quattro parti.

La prima è un confronto, tra l'attuale era postmoderna e le epoche precedenti, delle principali caratteristiche tipiche di ogni fase del ciclo vitale presa in considerazione.

Nella seconda parte sono descritte le peculiari manifestazioni di dolore e di sofferenza espresse in quella particolare fase della vita.

In seguito, gli autori si soffermano sulle risorse che la società offre per “contenere” e “ curare”  la sofferenza e anche sulle sue lacune, e introducono un aspetto centrale di questo lavoro: come la presenza di una sana relazione di cura, nelle sue varie sfaccettature, sia l'unica possibilità di attraversare la sofferenza nel migliore modo possibile.

Infine propongono, per ogni fase evolutiva, delle strategie creative per non farsi sopraffare dal dolore e per trovare dentro se stessi la naturale spinta alla vitalità che spesso si dimentica di avere.

Considerata la specificità formativa degli autori, sono messi a fuoco principalmente gli aspetti psicologici della sofferenza umana, ma l'intento del lavoro è chiaramente divulgativo.

L'originalità e la creatività è evidente anche nello stile narrativo utilizzato, animato dalla presenza di numerose esperienze di vita quotidiana, espresse attraverso brevi narrazioni, che contribuiscono a catturare l'attenzione del lettore e a rendere questo lavoro accessibile e vicino alla realtà di ognuno. Durante questo percorso capiterà, infatti, di imbattersi in avvincenti diari familiari o in curiosi ma illuminanti personaggi, come un guru o un orco, i quali ci accompagneranno tra le varie teorie e  i modi di intendere la sofferenza.

Il messaggio di fondo che attraversa i cinque lavori è chiaro: “Nessuna vita è esente dal dolore e dalla sofferenza: tutti noi l'abbiamo sperimentato. Per non farci soffocare da un'esperienza così forte, che ci svela i nostri limiti, occorre scegliere di attraversarla, riconoscerla, imparare a raccontarla, e lasciarsene trasformare. Non è un processo facile né semplice, ma la condivisione e il sostegno possono aiutarci: nell'incontro autentico con l'altro abbiamo l'occasione di dare un significato "nuovo" alla sofferenza e coglierne così le potenzialità creative per uscire dal bozzolo delle nostre paure.”


Recensione a cura di P.L. 






Rosella De Leonibus (a cura di)

PSICOGUIDE. ALFABETI PER LE EMOZIONI

Cittadella Editrice - Assisi



Si parla tanto di emozioni, della difficoltà ad esprimerle, o della necessità di imparare a gestirle. La conoscenza profonda delle emozioni è ancora, per la maggior parte delle situazioni, ai primi passi.

Eppure le emozioni sono una tra le più potenti espressioni della nostra umanità: questa collana si propone di accompagnare i lettori ad una alfabetizzazione sull'esperienza emozionale. Nei contesti educativi e di cura, nella relazione di coppia e nelle famiglie, così come negli ambienti di lavoro, emerge via via più definito il bisogno di affinare la conoscenza del mondo delle emozioni, si fa manifesta la necessità di imparare - e insegnare - a riconoscerle e a gestirle. Il presupposto è che ogni esperienza emozionale umana merita attenzione e rispetto, e solo in quanto riconosciuta ed accolta potrà essere poi espressa in modi appropriati, rispettosi dell'ambiente e dell'integrità del proprio sé. Abbiamo scelto un linguaggio colloquiale ed un formato snello, libri leggeri da tenere in mano, abbastanza sottili da tenere in tasca, libri da sfogliare con agio e curiosità, libro per tutti, dal genitore all’insegnante, dall’adolescente al nonno, dal responsabile di gruppi di lavoro alla persona che vuole conoscere meglio se stessa.

Possono essere collezionati, a formare un alfabeto più ricco, oppure si può scegliere quello che più ci sollecita, quello che tratta l’emozione a noi più vicina, o quella che conosciamo di meno.

Ogni libro contiene anche, al suo interno, sollecitazioni ad esperienze pratiche, oltre che spunti di riflessione ed esempi concreti.

Da leggere e da rileggere. Da regalare, anche, con un po’ di ironia, se nel caso….



Rosella De Leonibus - P come paura (p.128, 9 euro)

Tutti conosciamo la paura, sappiamo bene come può invadere i pensieri, bloccare il corpo e l’azione. Entra di sorpresa nella nostra vita, oppure ci accompagna come un’ombra che oscura gli spazi quotidiani. 

Eppure, come tutte le emozioni, la paura ha qualcosa di importante da raccontare. Ci ricorda la nostra natura di creature vulnerabili, il bisogno che tutti abbiamo di essere amati e protetti. Anche l’ansia, l’angoscia, il panico, e le tante paure post-moderne, nuove e antiche, ci ricordano che il lungo lavoro di costruzione del proprio sé inizia dai legami, e da lì si apre all’avventura di vivere. 


Andrea Bramucci - R come rabbia (p.104, 9 euro)

Emozione scomoda è la rabbia: spesso vorremmo evitare di incontrarla dentro e fuori di noi. Emozione vitale è la rabbia. Al suo apparire, specialmente in alcune fasi della nostra vita, ci indica qualcosa, magari che un confine – psichico o relazionale – è stato attraversato senza permesso, oppure è giunto il momento per un cambiamento. Temibile impeto distruttore, ma anche preziosa compagna di viaggio capace di sostenere le nostre scelte, è la rabbia. 


Barbara Montanini - D come dolore (p.112, 9 euro)

Forse, tra tutte le emozioni, quella che più vorremmo evitare è proprio il dolore. Eppure questa attivazione dell’animo ci accompagna in varie forme lungo tutto l’arco dell’esistenza. Ogni esperienza di dolore contiene un potente messaggio, un invito a riflettere, a produrre cambiamento. Crescere, separarsi, accettare la perdita, costruire una identità consapevole del limite: gli insegnamenti del dolore danno impulso alle trasformazioni della nostra vita. Tensione verso la metamorfosi e seme di una possibile rinascita, la zona oscura del percorso apre nuovi scenari di vita, se solo ci rendiamo disponibili ad attraversarla. 


Deborah Tamanti - P come piacere (p.128, 10 euro)

Spesso si tende ad associare il piacere al potere o al possesso di qualcosa, quindi privilegio per pochi, da rincorrere e conquistare. Ma il piacere sa guardare alla profondità della vita e coglierne l'essenza. Nasce dalla possibilità di amare oltre se stessi, ma anche dal contatto con l'eros, con l'istinto e con la nostra natura sensoriale. E' l'emozione della cura, dell'amore, della pietà, del desiderio e della voglia di vivere; allora vale la pena provare a scoprire che viverlo è possibile, più di quanto a volte crediamo.


Meskalila Nunzia Coppola – M come meraviglia (p.112, 10 euro)

In Occidente, la luce della meraviglia si è affievolita con “l'epoca dei lumi” e con il bisogno di controllare la paura del nuovo, categorizzando i dati percettivi, chiudendo le "forme" (gestalten) percepite, fino a congelare le emozioni o a lasciarle esplodere. La meraviglia è un ponte sospeso tra due sponde è la pausa tra due respiri. Attraverso nuove strade, unisce il corpo, la mente e il cuore. Cominceremo con il meravigliarci, varcando la soglia di tradizioni mitologiche, filosofiche e psicologiche dalle origini antichissime e quasi sconosciute in occidente. Ogni capitolo comprende un racconto, una parte teorica e un’attività esperienziale per re-imparare a meravigliarsi. 


Silvana Sonno – F come felicità (p.128, 10 euro)

Felicità è un argomento difficile da trattare, e non perché manchino voci più che autorevoli che ne abbiano discusso e argomentato, a cui chiedere lumi e ispirazione – tutta la filosofia si può dire è una lunga dissertazione sulle ragioni e le possibilità di raggiungere la felicità – ma proprio per questo. Già ricercare  una  definizione da cui partire mette di fronte alle miriadi di sentieri in cui si disperde subito il ragionamento e ognuno porta a una conclusione accettabile,sperimentata,ma tutti lasciano la sensazione che il percorso non è concluso, che c’è dell’altro da indagare e scoprire….


Daniele Marini – V come vergogna (p.112, 10 euro)

Radicata nell’esperienza di ognuno, emozione dai tanti volti e significati, la vergogna traspare nelle parole non-dette, nelle intenzioni non espresse, nei corpi privati di spontaneità. La vergogna però non produce in noi solo effetti nocivi, racchiude in sé prospettive e potenzialità di cambiamento, ci rivela il nostro rapporto con il limite, con l’intimità, ci aiuta a ricostruire la storia che ognuno compie dalla paura e dallo smarrimento di essere nudo di fronte al mondo sino alla possibilità di venire allo scoperto e di superare il timore di essere unico.


Rosella De Leonibus – C come coraggio (p.168, 12 euro)

Quale coraggio conosciamo? Quello dell’eroe che sconfigge il nemico o quello che si apre all’imprevisto e fa spazio al cambiamento? È fatto di slancio, di cuore e muscoli, oppure è forza interiore che sostiene il cammino della vita? Ogni forma di questa disposizione dell’animo vive nell’equilibrio dinamico tra vita e morte, azione e passione, esplorazione e sicurezza. Forza dell’istante e sviluppo di solide basi, si impara nel contatto vivo col mondo e si affina nell’assumere la responsabilità di se stessi davanti a ciò che vogliamo trasformare.


Andrea Bramucci – G come gelosia (p.128, 10 euro)

La gelosia è il sentimento del legame affettivo. Nasce dentro la relazione, sigla le appartenenze, difende il territorio dell’amore. Fin dai primi mesi di vita ci mette in guardia dalle insidie che provengono dall’esterno e che potrebbero privarci di ciò che ci rende unici agli occhi dell’altro. è il sentimento del possesso e dell’esclusività, della conferma di essere amati. La gelosia ci riguarda, ci interroga, anche se a volte vorremmo nasconderla, dissimularla, banalizzarla. Diventare consapevoli della nostra gelosia significa riappropriarci di una parte difficile e forse sconosciuta di noi stessi.






Lucio Demetrio Regazzo (a cura di)

ANSIA, CHE FARE?

PREVENZIONE, FARMACOTERAPIA E PSICOTERAPIA


Cluep, 2010

p. 533, € 45,00



Il lettore si muove tra le pagine di questo manuale come tra le stanze di un poliambulatorio i cui capitoli ospitano specialisti dell’ansia di diverso approccio e formazione. Ad ogni studio a cui si affacci riceve spiegazioni approfondite su cosa sia l’ansia, perché insorga e come possa essere curata: terapeuti di area farmacologica, psicodinamica, umanistica, cognitivo-comportamentale, neo-funzionalista, costruttivista, costruzionista, esistenzialista integrata, strategica e non convenzionale presentano gli inquadramenti clinici specifici del proprio orientamento teorico e i modelli di trattamento che ne derivano. E’ l’obiettivo del volume quello di offrire una visione il più ampia e dettagliata possibile di “ciò che si può fare per emergere dai disturbi d’ansia e per prevenirli”. La panoramica offre una vasta gamma di contributi che possono essere disposti attorno ad un asse epistemologico: da un lato gli approcci interpretativi, dall’altro quelli fenomenologici. 

I lavori di matrice psicodinamica comprendono qui alcuni modelli di Psicoterapia dinamica breve (M. Malugani) e la Gruppoanalisi (L. D’Elia); i primi inquadrano il sintomo ansioso come espressione di un impulso rimosso che nella terapia viene interpretato alla luce del materiale edipico e delle difese erette attorno al disturbo. Nella Gruppoanalisi il disturbo ansioso viene ricondotto ai mutamenti psicosociali, ai nuovi compiti maturativi personali, alla complessità dei ruoli familiari; l’esperienza di frammentazione del sé e con la comunità trova nel gruppo spazio di elaborazione e di sostegno. 

I contributi di area cognitivo-comportamentale (S. Masaraki, G. Cavadi) vedono nell’ansia un’emozione conseguente allo stress trattabile con interventi di tipo psicoeducativo, l’insegnamento di tecniche assertive, problem-solving, gestione dello stress.

I lavori ad orientamento fenomenologico-esistenziale (A.Längle) considerano l’ansia come “la percezione di un’incertezza (intrinseca all’esistenza) di fronte ad un abisso interiore che si svela” e individuano il suo aspetto patologico o nell’incapacità di confrontarsi con la realtà dell’essere e prepararsi al fallimento, alla morte, oppure nel dolore insostenibile di vivere in un’illusione. La terapia è un accompagnamento nel cammino di accettazione del dato di fatto ineluttabile della realtà che restituisce la fiducia fondamentale e l’esperienza della base dell’esistenza. Il modello Esistenziale Integrato (L. Regazzo) associa un intervento breve iniziale (tecniche corporee, interventi paradossali) per il superamento dei sintomi con strategie a medio-lungo termine per intervenire sui processi sottostanti (psicoterapia esistenziale).

L’approccio funzionalista (L. Rispoli) (erede della terapia corporea reichiana, delle teorie del Sé da Kohut a Stern e influenzato dalle neuroscienze e dalla psico-neuro-endocrino-immunologia) si configura come una ricostruzione delle “Esperienze Basilari del Sé” carenti o alterate nella quale compaiono tutte le funzioni profonde del paziente: emozioni, aspetti cognitivi e corporei, dati antropologici.

L’area costruttivista (M. Armezzani, M. Paduanello) vede nell’ansia un passaggio nel normale movimento vitale che segnala la necessità di modificare il proprio sistema di costrutti non più adatto ad anticipare i cambiamenti in atto. La terapia mira quindi ad aggiornare e sviluppare il sistema di costrutti della persona verso una maggior capacità esplicativa e predittiva. L’interazionismo (D. Romaioli) si concentra sui processi conoscitivi e linguistici sottostanti la reificazione dell’ansia come esperienza comprensibile all’interno di un certo campo relazionale e di significati; porta in evidenza la mappa concettuale della persona perché possa modificarla esplorando nuovi stili relazionali e conoscitivi.

Gli interventi di area strategica (G.Pecere) ricorrono a processi suggestivi di persuasione per aggirare la resistenza al cambiamento, interrompendo le soluzioni disfunzionali tentate dalla persona e sostituendovi strategie più efficaci. L’esperienza emozionale correttiva, attraverso l’esecuzione di compiti prestabiliti, consente di sperimentare la riscoperta delle proprie capacità in relazione alle precedenti difficoltà.

Come proposta non convenzionale viene presentata la tecnica delle costellazioni familiari (S. Williams, F. Gabrieli), che si rifa ad una visione transgenerazionale del disturbo, dunque all’ipotesi della trasmissibilità ereditaria di contenuti psichici inconsci. La tecnica ereditata da Bert Hellinger si arricchisce della Prospettiva Immaginale di derivazione junghiana che valorizza il potenziale trasformativo insito nelle facoltà immaginative della persona.

Tutti gli approcci fin qui considerati sottolineano la fisiologia dell’ansia sottesa al processo di adattamento ma poi tendono ad esaurirla all’interno di un quadro nosografico oppure, come nel caso dei modelli esistenziale e costruttivista, si spingono a considerare la dimensione di senso e la trama narrativa. Questo conferisce indubbiamente maggiore umanità alla lettura psicopatologica e all’incontro di cura ma la prospettiva rimane fortemente intrapsichica, sia dal punto di vista eziologico che della relazione terapeutica: l’ansia è dentro il paziente che con il terapeuta lavora per coglierne il significato e la portata esistenziale o per modificare quelle rappresentazioni interne ed azioni che alimentano il sintomo. 

La Psicoterapia della Gestalt, qui rappresentata dai lavori di Salonia e Francesetti-Gecele, va oltre ed entra nella relazione, considerata l’unico piano ermeneutico e terapeutico possibile. Il terapeuta della Gestalt, come si vedrà nel contributo di Gianni Francesetti e Michela Gecele, è consapevole di essere e co-creare relazione fin dalla e mentre fa diagnosi: questa non è altro rispetto all’incontro con il paziente ma è già modo di un contatto che viene letto e sostenuto. Il paesaggio cambia completamente nel procedere con la lettura attraverso i contributi di area dinamica,  cognitivo-comportamentale, quindi costruttivista e fenomenologico-esistenziale fino ai capitoli dedicati alla Psicoterapia della Gestalt. I modelli teorici vanno semplificandosi dal punto di vista delle strutture o funzioni poste a fondamento del disturbo ansioso (ad es. l’Es pulsionale, le dimensioni fondative dell’Essere-nel-mondo) e arricchendosi dei significati umani e delle angosce universali, ma il processo di fondo è inteso ancora in senso strettamente conoscitivo (soggetto conoscente – oggetto/soggetto conosciuto) e lo sguardo è, in un certo senso, “da fuori”.

Così, leggere il contributo di Giovanni Salonia dopo gli altri è come scivolare fluidamente dalla teoria all’esperienza: ecco comparire i colori, le luci e le ombre, i sapori e i corpi. I gesti mancati, non solo quelli interdetti nella biografia del paziente (e nella genesi dell’ansia) ma anche quelli tra terapeuta e paziente, gesti che nei capitoli precedenti rischiano di apparire congelati o precostituiti come i modelli che li propongono e che nello sfondo della Psicoterapia della Gestalt riacquistano vita, spessore, Umanità. 

Salonia descrive gli elementi che contraddistinguono l’approccio gestaltico, quindi quelli specifici per l’ansia. “L’intervento del terapeuta valorizza la funzione che ha svolto quell’interruzione nella storia del paziente: rendere onore ad un adattamento creativo che ha permesso all’O di fare la scelta un tempo migliore per sopravvivere. Poi il paziente viene invitato a prendere consapevolezza di come operi oggi l’interruzione. Si permette così all’ansia di tornare a trasformarsi in eccitazione, in energia positiva che riattiva la sequenzialità tipica dei processi che portano al contatto”. 

Il sintomo è sempre relazione. E’ il richiamo ad un incontro che si è interrotto in un momento preciso: “L’ansia evita il gesto prossimo. Nell’interruzione di contatto l’eccitazione attivata per raggiungere lo scopo relazionale cambia qualità e diventa angoscia (…). Se il processo si interrompe, il gesto mancato – di cui il soggetto non è consapevole – rimane presente a livello subliminale nella memoria corporea e si carica di tutta l’eccitazione che ha bloccato il cammino verso il contatto pieno e che si trasforma in ansia ogni volta che il desiderio riemerge. (…) I gesti che il soggetto compie in preda all’ansia diventano sintomi di malessere perché sono “instead of” (stanno al posto di altri gesti). 

Non vi è un unico tipo di ansia. Ma non nel senso di categorie tipologiche predefinite: l’ansia è qualcosa di vivo e cangiante che accade quando l’incontro tra Organismo e Ambiente si incaglia in un tempo preciso del suo svolgersi. A seconda della fase del contatto in cui ciò accade, sarà necessario uno stile di sostegno specifico. Ma non, di nuovo, nel senso di un protocollo di intervento pre-esistente: “il terapeuta della Gestalt Therapy si accosta al paziente (…) pienamente sveglio e attento per vivere l’esperienza di un incontro umano colto e gustato in tutte le sue sfumature. Mantenendo nello sfondo gli orientamenti diagnostici (che hanno la funzione di indicare la strada  e non di descrivere il paziente) egli si centra sulle risonanze proprie e del paziente nello svolgersi della seduta”.

La bellezza della Psicoterapia della Gestalt è che crea esperienza anche quando parla di teoria. E la bellezza della Psicoterapia della Gestalt è che la teoria di cui si legge riconcilia con l’esperienza, infondendo fiducia nella naturalezza dei processi e nella sostenibilità del nuovo. A cominciare dai primi incontri tra paziente e terapeuta, ancora diagnostici ma già terapeutici. Gianni Francesetti e Michela Gecele mostrano in che modo guardare al processo diagnostico come atto relazionale e propongono di distinguere tra diagnosi estrinseca o di mappa e diagnosi intrinseca o estetica. La prima tenta di “leggere la sofferenza relazionale senza considerarla un attributo dell’individuo isolato” ma, appunto, un modo (sofferente) di funzionare della relazione. Questa tiene conto di elementi quali la dinamica figura/sfondo, le funzioni del sé, l’intenzionalità e le interruzioni di contatto, le fasi del ciclo vitale, lo sfondo e la storia relazionale, il next (l’esperienza relazionale verso cui tende, senza riuscirvi, il soggetto). Anche se questi parametri risolvono i limiti e i rischi insiti nel ricorso ad un modello precostituito del fenomeno, è con una diagnosi intrinseca o estetica, la quale “nasce, momento per momento, dallo stare al confine di contatto”, che si supera qualunque confronto tra mappa e territorio. Il contatto è la chiave ermeneutica di se stesso: “Il terapeuta coglie le variazioni, e si ricolloca continuamente rispetto ad esse in una unità senso-motoria. In questo modo mette in atto non solo l’intervento diagnostico intrinseco, ma anche l’intervento terapeutico: vi è qui un completa unità di atto diagnostico-terapeutico”. 

Dunque la modalità con cui terapeuta e paziente stabiliscono o interrompono il contatto tra loro è indicativa di come il paziente fa questo nella sua vita (diagnosi) e costituisce lo spazio di lavoro  specifico (terapia). Questo risulta particolarmente importante nel trattamento del disturbo da attacco di panico in cui alla persona risulta improvvisamente impossibile attuare l’interruzione di contatto abituale e contemporaneamente manca il sostegno adeguato. “Il panico è un’apertura verso una modalità nuova di contattare l’ambiente che non può ancora essere sostenuta perché l’esposizione alla novità è troppa e tocca troppo spaventosamente le profonde ferite della propria storia”. Nella lettura del ciclo vitale, questo avviene tendenzialmente quando la persona è “sospesa tra appartenenze passate che non sostengono più a appartenenze future che non sostengono ancora”. Il terapeuta sa che la relazione terapeutica può fornire quel terreno consistente ma flessibile in cui sperimentare un’appartenenza sana e quindi sviluppare un’autonomia capace di sostegno.



E’ interessante notare come i modelli di cura più recenti nell’ambito della psicoterapia dinamica (per es. la STAPP: Short Term Anxiety Provoking Psychotherapy, la Psicoterapia Breve Dinamico-Esperienziale, la Psicoterapia Accelerata Empatica) si focalizzino sul contatto paziente-terapeuta più che in passato, adottando tecniche quali l’Esperienza Emotiva Correttiva che attraverso un coinvolgimento attivo del terapeuta riattualizza la scena traumatica originaria all’interno del setting terapeutico. L’approccio non cambia (teoria del trauma, interpretazione del materiale emerso) ma introduce una possibilità nuova di relazione paziente-terapeuta grazie alla quale qualcosa può accadere. E’ l’esperienza di un contatto significativo e sostenuto qui ed ora, che in Psicoterapia della Gestalt si chiama Esperimento. Nel tempo tutti gli approcci teorici e terapeutici si sono più o meno aperti e mossi verso una maggior centralità dell’incontro terapeuta-paziente; anche dove l’epistemologia interpretativa ha mantenuto i propri presupposti conoscitivi, la Relazione qui-ed-ora si è fatta largo nei setting e l’interazione terapeuta-paziente è diventata spazio di lavoro e di consapevolezze.

Tutto questo è già nello sfondo teorico della Psicoterapia della Gestalt e nelle figure che emergono nel contatto col paziente. E’ la relazione che fa conoscere ed è la relazione che cura. “La psicopatologia è la patologia della relazione, del confine di contatto, della traità”. “Da un punto di vista clinico, non è il dolore a essere patologico, ma l’impossibilità a sostenerlo e a esserne consapevoli a livello individuale, familiare, sociale” (Francesetti-Gecele).

Con le parole di Salonia, “per essere capaci di contatto nutriente, si richiedono fondamentalmente due competenze: la capacità di essere pienamente se stessi e quella di sapersi relazionare con l’altro. (…) Solo quando un soggetto può essere pienamente se stesso di fronte all’Altro (all’Ambiente) e può sentire di fronte a sé l’altro nella sua realtà e integrità, allora egli non ha più il bisogno ossessivo di idealizzare, di attaccarsi, di dipendere, di contrapporsi, di fuggire o di isolarsi, ma potrò incontrare il Tu in maniera piena e nutriente. Per maturare tali competenze il soggetto deve attraversare ed elaborare le due grandi angosce dell’esistenza: l’angoscia di separarsi per poter essere se stessi (l’ansia di dire “Io”) e l’angoscia di consegnarsi per appartenere (l’ansia del “noi”, “io-tu”).

Il valore del volume ha senz’altro a che fare con la ricchezza di approcci che offre per quanto riguarda la prevenzione dei disturbi d’ansia, il loro inquadramento teorico, le terapie di tipo farmacologico e psicoterapico. Il focus sull’ansia diviene però anche occasione per cogliere e approfondire le somiglianze e le specificità di orientamenti epistemologici e clinici diversi, e per collocarli nella prospettiva storica che ne ha sostenuto l’evoluzione.



Recensione a cura di Silvia Riccamboni







Anna Aluffi ( a cura di)


MARTIN BUBER. DISCORSI SULL'EDUCAZIONE


Armando Editore, Roma, 2009

pag. 112, 12 Euro


“Il genere umano ha inizio in ogni momento” pag.31.

In questo “leggero” volumetto , poco più di 100 pagine, vengono raccolti a distanza di oltre 50 anni dalla loro prima pubblicazione (nel 1953, per la prima volta tutti insieme) e a circa 10 anni dalla loro traduzione curata da Anna Kaiser all’interno del volume intitolato “La Bildung ebraico tedesca del Novecento”,  pubblicato da  Bompiani nel 1999, i tre discorsi sull’educazione, scritti da Buber tra gli anni ‘20 e ’30.

Nel primo, il Discorso sull’educativo, Buber parte da due concetti fondamentali: la creazione e la creatività che portano ai concetti di reciprocità, spontaneità, mondo, mondo che “(…)crea nell’individuo la persona, mette in moto le energie della persona  e (si) lascia esplorare ed afferrare”. Non serve sottolineare come questi due concetti abbiano una forte rilevanza anche per la psicoterapia della Gestalt; un buon “gestaltista”, come un buon educatore (si impara leggendo Buber), si rapporta con il paziente/allievo a partire dalla propria apertura sul mondo, legata al suo permettere o meno al mondo di attraversare se stesso, al riuscire poi ad offrire e restituire al proprio ambiente questa esperienza, la sua esperienza dello “stare nel mondo”.

Il ruolo dell’educatore diventa quindi quello di “raccogliere e serbare il mondo dentro di sé, ed il suo educare deve essere come l’educare del mondo, dei suoi elementi e dei rapporti che nel mondo  traducono e svelano le regole intrinseche e i significati”.

Il lavoro educativo, per Buber, deve partire dalla libertà, ovvero dal “lampo delle possibilità totali” e dal dialogo tra le stesse; una libertà fatta dunque di legami, non scevra da essi, dove l’allievo possa sperimentare i legami stessi ed il suo proprio modo di “essere legame” con l’educatore. Ora, anche i terapeuti più “giovani” possono cogliere quanto questo somigli alla centralità della relazione terapeutica in Gestalt, esercitando, queste parole, forse lo stesso fascino delle parole di Perls e Goodman.

E’ nell’esser-ci dell’educatore  e nella “chiamata all’essere nascosta nel non essere” del discepolo che si sviluppa l’educazione e la creazione dell’individuo, così come è nel richiamo al “qui ed ora” al confine di contatto, che si realizza il legame, la relazione e si esprimono tutte le sue funzioni  e proprietà. 

Spesso noi terapeuti ci muoviamo nella relazione che si crea nel momento dell’incontro terapeutico, come fossimo dei giovani esploratori, con qualche mappa e con molto interesse per l’abitare il mondo (quella parte di mondo che incontra il mondo dell’altro). Non veniamo forse esplorando e soffermandoci davanti ad un bel tramonto come ad una tempesta, in contatto con l’essere dell’altro ed il nostro stesso essere?

“L’educatore deve estrapolare dal mondo e attuare dentro di se le forze del mondo delle quali il discepolo ha bisogno per edificare il proprio essere”. 

Quando Buber dice che “l’educatore si educa ad essere strumento”, mi domando in che modo anche il terapeuta si educhi a questo, e cosa significhi, all’interno di una relazione che cura e di cui si ha cura, diventare strumento? Come sapere qual è lo strumento giusto, quello opportuno in quel determinato momento, che è solo quello e non può essere altro?

Troviamo risposta leggendo il secondo discorso.

In “Educazione  e visione del mondo”, andare verso qualcosa non basta, occorre anche partire da qualcosa…(questo qualcosa da cui si parte, che non può essere determinato da noi, è ciò che Buber chiama “realtà originaria”) ed è a questo qualcosa che il lavoro formativo deve riaprire la vita, ossia alla  forza creativa originaria custodita in ciascuno.

Come educatore posso (solo?), “scoprire qualcosa  che posso scoprire”, perché questo qualcosa è  intrinseco all’essere. Per fare questo, l’educatore, come il terapeuta, deve avere fiducia in sé, nell’altro ed in ciò che si crea stando al confine di contatto, esprimendo il proprio sé al confine di contatto . In questo secondo discorso Buber dedica spazio e significato all’educazione degli adulti, un’andragogia che si basa sulla sostanza del proprio essere e della propria visione del mondo (scelta, agita e riconosciuta, autentica e non fittizia).


Nel terzo discorso “Sull’educazione del carattere” Buber opera una sintesi del percorso tracciato nei due discorsi precedenti: l’educazione che merita questo nome è quella del carattere.

Nell’educazione si ha a che fare con tutta la persona, nelle sue potenzialità e nella sua unicità di corpo e spirito (in Gestalt unità organismo/ambiente,) unitamente alle energie che la abitano, ma anche con il carattere della persona. Buber riporta l’educazione del carattere come la vera educazione della comunità, suggellando, in questa ultima frase, mondo ed individuo in una relazione di costante crescita e scambio. 


Recensione a cura di di Laura Castellani, allieva Ist. di Gestalt Therapy H.C.C. Kairòs




Jean  Chevalier, Alain Gheerbrant


DIZIONARIO DEI SIMBOLI.

MITI, SOGNI, COSTUMI, GESTI, FORME, FIGURE, COLORI, NUMERI.


Bur 2008, volumi I e II, euro 26



“Il simbolo - scriveva Henry Corbin nel 1954 - non è un segno artificialmente costruito, ma è ciò che nell'anima spontaneamente si chiude per annunciare qualcosa che non può essere espresso altrimenti. Esso è l'unica espressione attraverso cui una realtà si fa trasparente all'anima, mentre in se stessa rimane al di là di ogni possibile espressione”.

Il concetto e l’uso del simbolo in psicoterapia è stato storicamente terreno d’elezione per la psicoanalisi freudiana e in modo diverso junghiana. E l’interpretazione del simbolo, la via di disvelamento dei contenuti inconsci, individuali o collettivi, decodificati e rivelati dall’analista come detentore di una verità che precedeva il paziente fin quasi a prescinderne.

Dal greco sun-ballein, “mettere insieme”, il termine rimanda all’uso nell’antica società greca di dividere a metà un oggetto di terracotta per sancire un’alleanza o una trattativa: le parti rimanevano ai due interlocutori e il loro combaciare provava l’esistenza dell’accordo; in tal modo ogni metà ne diveniva anche il segno. Il simbolo dunque contiene il sé la separazione  e la riunificazione: il differenziarsi tra parti che si sono sfaldate e il legame tra loro. 

“Come elemento analogico (o metaforico) della comunicazione, il simbolo evoca “una relazione tra un oggetto concreto ed un’immagine mentale. Queste ultime, le metafore e le analogie, sono strutture cognitive e linguistiche con una forte connotazione emotiva: mentre portano lontano riavvicinano, mentre velano scoprono, riescono a comunicare allo stesso tempo due significati di opposta valenza (il paradosso), aprono ad “altro”, “altro” che è stato troppo presto o troppo a lungo separato. L’uso della dimensione simbolica nella relazione d’aiuto, che sia counseling o psicoterapia, pertanto diventa essenziale per cogliere e comprendere una profondità e complessità della “persona” nella sua unicità ed essenzialità, che si trova a sperimentare l’essere nel mondo nel “paradosso” della sua esistenza. Il pensiero creativo ed analogico permette e favorisce una relazione empatica, capace di esprimere un “campo”, dove lo scambio tra gli attori della relazione terapeutica è “autentico”, vero e personale” (Mario Mastropaolo).


Può, e come, adottare il linguaggio simbolico un terapeuta della Gestalt? Vi sono riflessioni, se non obiezioni, di fondo che è necessario puntualizzare perchè tale scelta poggi su una consapevolezza chiara dello sfondo ermeneutico ed epistemologico di appartenenza. Che è agli antipodi rispetto a quello da cui l’uso del simbolico storicamente è emerso e si nutre. Parliamo di interpretazione versus contatto. Di contenuti intrapsichici pre-costituiti versus creatività e unicità di processi relazionali. Di decodifica di tali contenuti passati e presunti inconsci da parte di un terapeuta “decifratore” versus danza co-creata su un confine sensibile in continuo aggiornamento e tensione al next. Parliamo di contenuti cristallizzati una volta per tutte in un simbolo che si fa segno-di versus messaggi sulla relazione diretti nel qui ed ora di un incontro.

 Come sottolinea Margherita Spagnuolo Lobb, queste specificità sono nella genesi della Psicoterapia della Gestalt, nei suoi presupposti teorici e clinici, nella storia umana e professionale dei suoi fondatori. Per questo non esiste un lavoro specificamente gestaltico sul tema del simbolo ma contributi che sottolineano perché la Gestalt abbia scelto un orizzonte teorico nuovo anche rispetto a tale linguaggio. 

Spesso è il paziente che chiede che cosa significhi un certo contenuto, che racconta i suoi sogni aspettandosi che il terapeuta li decifri come se questi potessero essere, appunto, decriptati in un loro univoco pre-esistente significato. Questa domanda può essere accolta come ogni messaggio sulla relazione che il paziente invia, e lavorata di conseguenza. Come ogni contenuto, il simbolo può essere “sciolto” nel processo relazionale che lo sottende, dal momento che in ogni simbolo si può vedere rappresentato un accadere al confine di contatto tra realtà personale e collettiva, organismo e ambiente, paziente e terapeuta. Come il linguaggio poetico, metaforico, il simbolo veicola i modi e le declinazioni dell’esserci e del sé, è immagine che il paziente offre delle sue figure di confine e di ciò che sta accadendo con il terapeuta.

Come con il sintomo, di cui terapeuta e paziente ripercorrono a ritroso il sentiero risalendo alla sua matrice relazionale, così con il simbolo (onirico e non solo) possono comprendere in che modo questo parli degli sfondi del paziente e delle figure attuali tra paziente e terapeuta. Riconoscere, per riunificarle, le due metà dell’oggetto di cui sono i portatori: qual’era l’accordo, quale l’alleanza?


Un dizionario dei simboli può fornire supporto ad un arricchimento dei contenuti esplorati, raccogliendo tutti gli spunti antropologici, culturali e geografici di cui ogni simbolo è intriso e ampliando gli elementi utili per una lettura relazionale che il contatto col paziente -in primis- avrà suggerito. Ma ogni simbolo va riferito al contesto in cui viene espresso, sciolto dalla cristallizzazione in un tempo senza tempo e riportato ai tempi del contatto in divenire. Quella di arricchire il proprio sfondo teorico di riferimenti – culturali, antropologici e storici – che possano ampliare e approfondire il bagaglio umano di ogni terapeuta di confine, preparandolo ad incontrare l’Altro in terreni sempre nuovi e sempre più ricchi, è dunque una scelta che in questo caso necessita di una preliminare riflessione sulla “coerenza epistemologica” tra sfondo teorico e strumento terapeutico. La tentazione comprensibile può essere quella di affidarsi a rassicuranti significati precostituiti invece che farsi guidare dal contatto co-creato e dalla sensibilità estetica alle sue declinazioni. 



Recensione a cura di Silvia Riccamboni 



Margherita Spagnuolo Lobb

ESSERE AL CONFINE DI CONTATTO CON L’ALTRO: LA SFIDA DI OGNI COPPIA

“Terapia Familiare”, n. 86/2008

 

Con questo articolo, pubblicato sulla rivista “Terapia familiare”, l’autrice si pone l’obiettivo di illustrare la modalità di lavorare con le coppie secondo il modello gestaltico, tenendo però sempre presenti sullo sfondo modalità alternative appartenenti ad altri approcci terapeutici con i quali si propone di instaurare un dialogo, in primis quello della terapia familiare. Ne risulta un confronto proficuo e ragionato, che evidenzia diversità terapeutico/epistemologiche tra i due modelli piuttosto che differenze squisitamente riconducibili al linguaggio utilizzato. 

Punto di partenza dell’autrice ed ineliminabile caratteristica dell’approccio gestaltico è il connubio inscindibile tra esperienza individuale e pratica professionale del terapeuta, nello specifico tra l’appartenere ad una coppia e lavorare con le coppie. È proprio grazie al duplice campo di esperienze che M. Spagnuolo Lobb può affermare che “l’aiuto più profondo che qualsiasi terapia può dare ad una coppia in crisi è proprio la capacità di aprirsi all’altro”.

E parlando di efficacia della terapia, partendo dalla centralità di ciò che accade nel qui e ora secondo un’ottica fenomenologica, l’autrice ben fa comprendere come il cambiamento emerga non tanto grazie all’intervento di un altro (il terapeuta) bensì nasca dall’esperienza co-creata da entrambi i partner. Ne scaturisce una domanda universale: che cosa ne facciamo di tale esperienza in termini terapeutici? La Psicoterapia della Gestalt intende promuovere e sostenere nell’incontro terapeutico una nuova esperienza relazionale che integri tutti gli aspetti già presenti in una sintesi nuova, che risulti vitale e creativa per la coppia.

L’autrice passa, così, ad illustrare il lavoro gestaltico con le coppie, prendendo in considerazione tre dimensioni esperienziali insite nella nuova capacità dei membri della coppia di accogliere l’altro: vedere la diversità dell’altro, capire il desiderio implicito nella ferita provocata dall’altro, fare il salto nel vuoto relazionale e dare piacere all’altro; mostra inoltre il lavoro di uno psicoterapeuta che crede nell’adattamento creativo della coppia. 

Ogni passaggio viene efficacemente evidenziato con l’esposizione di altrettanti casi clinici.

In merito al primo punto, uno dei principi cardine della PdG viene ad occupare un posto fondamentale anche per la terapia di coppia, ossia la capacità per l’organismo di essere spontaneamente e pienamente presente al confine di contatto con l’ambiente; questo, per la coppia, significa la capacità di vedere l’altro e sentirsi attratto da questo, il che può accadere soltanto se ci si mostra “nudi” di fronte all’altro nell’hic et nunc dell’incontro; soltanto riconoscendo la propria creatività nel fare contatto, l’autoregolazione che accade nella coppia è terapeutica in quanto permette ad ogni suo membro di sentirsi in piena intimità. 

Ma, si domanda l’autrice quasi prevenendo le domande di un terapeuta familiare, che posto occupano le influenze ambientali e sociali? È ovvio, precisa, che in questo essere coppia vengano riproposte modalità di interagire  con l’ambiente apprese fin dall’epoca neonatale, ragion per cui ogni individuo tenderà a riproporre dei modi di essere-con già appresi, aspettandosi dall’altro determinate reazioni; in questa danza di conoscenze apprese e nuove conquiste un posto di rilievo occupano pertanto le proiezioni di ciascuno. Ne deriva, portando il focus dell’attenzione su ciò che accade tra l’io e il tu, dunque al confine di contatto, che la relazione di coppia viene vista dalla Psicoterapia della Gestalt come una continua co-creazione di tale confine di contatto, in cui anche il proiettare vissuti personali viene letto secondo un’ottica che prevede la volontà di realizzare l’intenzionalità di contatto.

In merito al secondo punto, M. Spagnuolo Lobb si sofferma a osservare come le coppie interrompano la loro intenzionalità di contatto, il che spesso porta ogni partner ad essere cieco e perciò a non vedere la diversità dell’altro, ma anche come le stesse coppie mantengano un adattamento creativo nella loro relazione. 

Oltre a tale intenzionalità di raggiungere un contatto intimo, i due partner sono mossi pure dalla paura di non essere compresi in questo loro desiderio: “ciò che fa male non è tanto il fatto di non essere capiti dall’altro nei contenuti della nostra esperienza, quanto piuttosto nel nostro desiderio e nei tentativi di raggiungerlo”: l’altro dunque è desiderato in quanto altro che accoglie, con cui sentirsi a casa, in intimità. Il modo nel quale tale desiderio si compie porta con sé le paure che l’altro non sia dove si vuole trovarlo e ciò reca con sé l’idea del rischio: il rischio cioè che il proprio desiderio venga frustrato. 

Dunque paura e rischio creano quella tensione verso l’altro che caratterizza le coppie.

Il terzo punto, infine, illustra l’importanza per ognuno di dover attraversare quell’attimo di nudità, di destrutturazione, prima di poter seguire la propria intenzionalità di contatto significativo, attimo nel quale riemergono le paure del passato doloroso; ciò che necessita è, invece, compiere con fiducia un vero e proprio salto nel vuoto relazionale e soltanto così sarà possibile dare piacere all’altro.

In base a tutto quanto affermato, è possibile dire che l’approccio gestaltico crede che l’obiettivo della terapia di coppia risieda nel riappropriarsi della spontanea creatività insita in ogni relazione significativa: infatti, la terapia non vuole far sì che i partner non litighino, ma piuttosto che imparino a sentirsi vivi e creativi nella loro relazione, pur attraversando momenti di dolore e conflitti, ma sempre avendo come meta finale l’intimità.

Per fare ciò, il terapeuta della Gestalt utilizza la propria arte, che consiste innanzitutto nel sostenere ciò che la coppia sa fare già spontaneamente, per poi spostare l’attenzione dei partner su ciò che ognuno vorrebbe di diverso dall’altro a livello comportamentale; per raggiungere tale obiettivo è necessario addestrare ciascun membro della coppia ad utilizzare un linguaggio propositivo. Una volta appresa questa modalità comunicativa, l’ultimo passo è quello di portare l’attenzione sull’intenzionalità di contatto propria e dell’altro per poter finalmente entrare in una relazione reciproca. 

Come dice l’autrice “l’altro non è accanto a noi per guarire le nostre antiche ferite, ma per creare una nuova relazione”.

Questo articolo è da ritenersi indispensabile per tutti i terapeuti che vogliono lavorare con le coppie. Il quadro che ne risulta è quello di una modalità di fare terapia fiduciosa nella capacità innata della coppia di sentirsi in intima relazione, che restituisce ad ogni partner la sua personale capacità di vivere in relazione con l’altro con la pienezza dei sensi e con la tensione verso la migliore modalità possibile di realizzare tale obiettivo.

Recensione a cura di Alessia Tedesco – allieva didatta Istituto di Gestalt H.C.C 

 

 

Giovanni Salonia

LETTERA AD UN GIOVANE PSICOTERAPEUTA DELLA GESTALT. PER UN MODELLO DI  GESTALT THERAPY CON LA FAMIGLIA

in M. Menditto (a cura di): “Innovazioni in Psicoterapia della Gestalt” Franco Angeli, Milano, 2009

Giovanni  Salonia  sceglie in questo testo di rispondere alla domanda che un giovane terapeuta della Gestalt può porsi nel momento in cui si interessi alle applicazioni del suo approccio : ” ma la Gestalt Therapy (GT) lavora con le famiglie? Come mai non si fa cenno  alla Gestalt nei manuali di terapia familiare? “

Salonia sceglie, per rispondere a questo quesito, la formula della lettera, modo più diretto e di “confine” tra un gestaltista navigato ed uno alle prime armi. Secondo questo autore, punto centrale nel modello della GT con la famiglia è l'utilizzo della teoria del sé, e in particolare delle tre funzioni del sé: funzione-es, funzione-io, funzione-personalità. Nel modello che Giovanni Salonia  propone, le precedenti prospettive di intervento in terapia familiare secondo la GT, ovvero l’attenzione alla esperienza e la teoria del ciclo di contatto/ritiro del contatto, sono incluse nel quadro più ampio della teoria del sé 

La  funzione-es  coglie la famiglia nella sua dimensione olistica di corpi che crescono. Un concetto chiave proposto dall'autore è l’Intercoporeità , la lettura corporea della relazione, ovvero come i corpi stanno insieme. La funzione-personalità fa riferimento alla qualità del confine di contatto tra i corpi dei genitori e quelli dei figli ( distinzione tra essere coppia e essere genitori di/essere genitori con). La funzione-io fa riferimento alla qualità del contatto ( saper incontrare l’altro nella propria ed altrui pienezza).

La lettera continua con la descrizione di due tipi di intervento che sostengono e facilitano il cambiamento: 

- Intervento sulla funzione-personalità, ovvero la “danza delle sedie”. Giovanni Salonia scrive: ” Mi piace dire che la prossemica delle sedie (del posto occupato) rimanda alla prossemica dei vissuti relazionali. (…) il cambiamento di posto, mentre serve a rendere flessibile la linea generazionale ( f. personalità), facilita l’ascolto del proprio e dell’altrui corpo (f. es) e offre l’opportunità di esprimere ciò che il sé vuole dall’altro (f. io).

- Intervento sulla funzione-io del sé, ovvero “la danza dei pronomi”. “Le parole devono emergere dal corpo” scrive Salonia.  “Nella  danza dei pronomi si apprende ad usare un autentico “io”per condividere i propri vissuti, un “tu” empatico per raggiungere l’altro, un “noi” non confluente ma esperienza genuina di appartenenza, un “essi” realistico per la polis.

Dalla lettura del testo si coglie la  passione e l’originalità  di un modello di Gestalt Therapy con le famiglie che l’Autore  ha elaborato  dopo anni di terapia, di ricerca e insegnamento. Il modello elaborato contribuisce ad arricchire, in modo chiaro e concreto, lo sfondo di uno psicoterapeuta della Gestalt.   Ai giovani e ai navigati terapeuti della Gestalt: Buon lavoro!

Recensione a cura di Melania Bisesto, allieva didatta Istituto di Gestalt Therapy H.C.C. Kairòs

 


  

Richard Kitzler

ECCENTRIC GENIUS

Gestalt Institute Press 2009

Nel 2009 è stata pubblicata, dalla Gestalt Institute Press, la seconda edizione di "Eccentric Genius", di Richard Kitzler. Lo presentiamo, qui, attraverso le parole Dan Bloom e quelle dell'Editore.


Richard Kitzler è stato un fondatore del New York Institute for Gestalt Therapy. Ha insegnato ai terapeuti della Gestalt per decenni - ed è stato mio maestro ed amico. L'influenza di Richard si è diffusa nel mondo. Ha partecipato a molti congressi dell'EAGT. Soprattutto, ha partecipato alle attività dell'Istituto di Gestalt, in Sicilia, e ha mantenuto collegamenti vivi (stretti?) con molti terapeuti della Gestalt, in Italia. Questo libro raccoglie il lavoro della sua vita. E mostra il suo carattere e genio.

Dan Bloom, NYIGT


Eccentric Genius, An Anthology of the Writings of Master Gestalt Therapist Richard Kitzler (un'antologia degli scritti di Richard  Kitzler, profondo conoscitore della psicoterapia della Gestalt), è una raccolta di articoli di Richard, accompagnati da foto della sua vita, dalle sue poesie preferite, e da 14 saggi di amici della comunità gestaltica. Il libro è stato pubblicato in una prima edizione per il congresso dell'AAGT (Association for the Advancement of Gestalt Therapy), del luglio 2008, in Inghilterra, e in una seconda edizione nel marzo 2009, in memoria. La seconda edizione contiene anche alcuni nuovi contributi di (conosciuti? Importanti?) terapeuti della Gestalt[1], che hanno scritto in ricordo di Richard.

 Gestalt Institute Press


[1] Saggi di Renate Perls, Sheldon Litt, Karen Humphrey, Carl Hodges, Lee Zevy, Joe Lay, Perry Klepner, Gail Feinstein, Sylvia Fleming Crocker, Stella Resnick Ruella Frank, Charlie Bowman, Zelda Friedman, Margherita Spagnuolo Lobb, Eric Werthman, Anne Teachworth, Ansel Woldt, Dan Bloom.

Recensione a cura di Michela Gecele – Didatta Istituto di Gestalt H.C.C. - Italy