Gemona Caserma Goi Pantanali - 7 maggio 1976 ore 11,00 - il momento dell'estrazione dalle macerie, dell'Artigliere De Lorenzi Floreano. - foto di pubblico dominio
Testo di proprietà dell’autore Floreano De Lorenzi
UN RICORDO
C'ero anch'io alla "Goi" la sera del 6 maggio 1976 al primo piano della palazzina del gruppo Udine...Il destino ha voluto così perché io, in quella camerata, su quel letto a castello, non avevo mai dormito prima.
Ero rientrato da Peschiera del Garda nel pomeriggio, ove avevo fatto il turno di guardia alle carceri militari; la licenza, che pensavo mi spettasse, era stata rinviata all'indomani e quella sera non ero potuto nemmeno uscire in compagnia di amici perché ero di servizio.
Salii in camerata soltanto 10 minuti prima della scossa iniziale e quando la udii mi resi immediatamente conto della gravità dell'evento (avvertii un boato simile a quello che sentii durante la catastrofe del Vajont il 9 ottobre 1963) e urlai ai miei compagni di scappare.
Mi ritrovai all'uscita della palazzina senza alcuno dei miei amici, così risalii in camerata per sollecitarli ad uscire: quando arrivammo nel corridoio iniziò quella seconda, interminabile scossa che mi fece ritrovare sotto le macerie.
Non persi mai i sensi, ma ero frastornato poiché mi sembrava di rivivere un sogno che avevo realmente fatto due anni prima: stesse circostanze, stessi odori, stessi dolori e stesse paure.
Fu la continua carezza sul collo di un mio compagno a farmi capire che stavo vivendo un'amara realtà: la terra continuava a tremare, ad ogni scossa mi sentivo sempre più schiacciato ed ero convinto di non poter resistere a quel calvario.
Iniziai a sentire i lamenti dei miei commilitoni ed i primi coraggiosi soccorsi. Nel frattempo sotto le macerie, l'amico Luison Federico ci incitava a non perdere la calma e ci faceva pregare: io sentivo, ne traevo beneficio ma non riuscivo a comunicare con nessuno.
Ad un certo punto cessò anche la carezza del mio compagno... Purtroppo non ce l'aveva fatta.
Più il tempo passava, meno erano le voci di coloro che imprecavano di essere aiutati ad uscire da quell'inferno: ero convinto che non avrei più rivisto i miei due amici Callegari Mario e Basset Arnoldo.
Quando ormai le mie speranze di sopravvivere erano ridotte al minimo, sentii i soccorritori concertare tra loro, dovevano decidere se estrarre prima me o Amedeo Sottana. Io non riuscivo a parlare, ma Amedeo rispose per me: "Tirate fuori De Lorenzi, che non ce la fa più, io sono messo meglio e posso resistere ancora ".
Così fecero, e anche il mio "Angelo" Amedeo fu estratto vivo dopo di me.
"Amedeo Sottana, il tuo grande altruismo mi ha salvato la vita. Sei una parte di me, grazie di cuore, non ti dimenticherò mai !"
Immediatamente, i soccorritori individuarono la mia posizione, ma ci vollero 14 ore di sforzi per riuscire a liberarmi: quando fui estratto dalle macerie, nonostante le mie condizioni fossero gravi, mi riempì di gioia rivedere nuovamente alcuni dei miei compagni.
Venni trasportato in elicottero all'Ospedale di Udine dove il cap. Tomadoni mi diede la brutta notizia che il mio amico Luison Federico era deceduto dopo il ricovero: avevo sperato sino ad allora di rivederlo per ringraziarlo del sostegno che aveva dato a tutti noi commilitoni.
Nei mesi successivi ebbe inizio il mio recupero fisico, che proseguì presso gli ospedali di Modena, Bologna e Zurigo.
Dopo due anni di incessanti cure riabilitative, lontano da casa e da tutti gli affetti, fu difficile il reinserimento nella vita quotidiana, ma il destino volle che, grazie al sostegno dei miei familiari e degli amici, io trovassi la forza per ricominciare.
Voglio ringraziare tutti coloro che coraggiosamente hanno soccorso me e i miei compagni mettendo a repentaglio la propria vita e onorando lo spirito d' altruismo, insito in coloro che prestano un servizio civile.
Artigliere Floreano De Lorenzi.