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3. Antimonio e mercurio


La Toscana meridionale presenta importanti depositi di antimonio e mercurio la cui genesi è dovuta alla circolazione di fluidi idrotermali legati al magmatismo plio-quaternario.

L’antimonio è conosciuto fin da epoca remota; esso veniva infatti utilizzato in cosmesi.
Oggi trova applicazione sempre maggiore nell’industria dei semiconduttori, oltre a essere un componente di leghe facilmente fusibili, di caratteri di stampa, di prodotti farmaceutici.
La conoscenza dell’antimonio toscano, estratto dal solfuro antimonite (Sb2S3), data almeno al XVI secolo ma la coltivazione industriale è cominciata soltanto nel XIX secolo e si è definitivamente conclusa negli anni Ottanta del Novecento.
Le località principali sono situate nelle province di Siena (Cetine di Cotorniano) e Grosseto (Pereta, Tafone, San Martino sul Fiora).


Non è noto se i depositi di cinabro (solfuro di mercurio, HgS) della regione amiatina fossero conosciuti agli Etruschi e ai Romani, che impiegavano questo minerale come pigmento. Come per i depositi di antimonio, anche per quelli di mercurio la conoscenza risale almeno al XVI secolo ma è solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che comincia la coltivazione dei depositi rendendo l’Italia uno dei maggiori produttori di mercurio fino alla fine degli anni Settanta.
Miniere di mercurio furono aperte anche sulle Alpi Apuane nelle località di Ripa e Levigliani. Quest’ultimo sito rappresenta la più antica miniera di mercurio della Toscana, la miniera di Levigliani, citata in un documento del 1163 del Comune di Pisa. Particolarità di questo sito è la relativa frequenza di mercurio allo stato nativo.