PADRINI A MILANO


LUIGI BONANNO


Nato a Palermo il 21 aprile  1943, tre figli. E' il referente di Cosa nostra per il narcotraffico a Milano. E a Milano si consuma buona parte della sua carriera
criminale. Il primo provvedimento dell'autorità giudiziaria nei suoi confronti risale al 4 gennaio 1970: sottoposto alla sorveglianza speciale per 3 anni su ordine del tribunale di Palermo. Pochi mesi dopo Bonanno si trasferisce a Milano dove inizia a trafficare in stupefacenti. Il primo giugno 1971 il pretore di Milano lo condanna a tre mesi per violazione delle misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose. Il 22 marzo 1973 una sentenza della Corte d'appello di Palermo lo condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione per furto aggravato. Il 21 ottobre 1975 viene arrestato dai carabinieri di Corsico per ricettazione e falso.  Il 30 gennaio 1980 viene condannato a un anno dal pretore di Milano per violazione della legge sulle armi. Il 18 aprile 1984 viene arrestato per sequestro di persona dai carabinieri. Accusa dalla quale sarà assolto in appello nel 1985. Il 29 giugno 1989 viene condannato dal Tribunale di Genova a 10 anni per spaccio di droga. Nel 1990 gli viene notificata un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico di droga nell'ambito dell'inchiesta Duomo connection. Nel 1993 sempre per traffico di stupefacenti viene coinvolto nell'inchiesta Nord-Sud insieme ad Antonino Zacco. Scarcerato nel marzo del 2003. Il 2 febbraio 2004 gli viene revocata la sorveglianza speciale e da allora risiede a Cesano Boscone in via padre Kolbe, 4, gestendo una tabaccheria. Il 16 gennaio del 2008 viene arrestato su mandato della Procura di Palermo nell'ambito dell'operazione "Addio pizzo". Secondo le accuse Bonanno aveva ricevuto incarico dal boss Salvatore Lo Piccolo di uccidere il latitante Giovanni Nicchi, in quel periodo a Milano. Il 29 aprile 2009 viene raggiunto da un nuovo ordine di carcerazione su mandato della Procura di Milano per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti insieme al figlio minore Carlo nato il 14 novembre del 1967.  Secondo la polizia, Luigi Bonanno "risulta essere in contatto con elementi di spicco della criminalità organizzata siciliana, facenti capo all’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”, tra questi i pregiudicati Antonio Rotolo, Salvatore Alfano e Giovanni Nicchi. Bonanno risulterebbe inserito nella famiglia mafiosa, del quartiere “San Lorenzo” di Palermo, facente capo a Salvatore Lo Piccolo".


UGO MARTELLO

Ugo Vittorio Benito Martello è nato a Ustica (Pa) il 24 febbraio del 1940, dal padre Giuseppe Martello e dalla madre Marianna Ciulla. Detto il professore, ha utilizzato
diversi pseudonimi come Eugenio Apicella, Tanino o dottor Filippi. E’ il quarto di cinque fratelli: Rosa, Francesco, Biagio, e l’ultimogenito Mario.  Vive a Milano in via Nino Bixio, 37. Sposato (la moglie è insegnante), ha tre figli (due maschi e una femmina). Ugo Martello non ha la patente, ha la licenza media e di professione risulta commerciante, anche se non svolge nessuna attività. I suoi primi guai con la giustizia risalgono al 9 ottobre 1965 quando viene denunciato irreperibile per concorso in rapina e tentato omicidio, e porto d’armi. Fatti avvenuti a Palermo. Da quel momento Martello diventa latitante e si trasferisce a Milano dove secondo le forze dell’ordine: “operava sotto falso nome come anello di congiunzione tra i gruppi mafiosi già esistenti in questo capoluogo e quelli palermitani ed a loro volta collegati a organizzazioni criminale sempre facenti parte a cosa nostra operanti oltreoceano”. Il 3 febbraio 1967 viene condannato dalla Corte d’assise di Palermo a 14 anni per rapina e tentato omicidio, poi divenuti 16 in appello il 13 maggio del 1967. La sentenza veniva poi annullata dalla Cassazione che rinviava il procedimento alla Corte d’assise d’appello che il primo giugno del 1982 assolveva Martello per insufficienza di prove. Il 13 aprile del 1981 Ugo Martello è tra le 101 persone denunciate dalla criminalpol alla Procura di Milano per associazione per delinquere di stampo mafioso. Insieme a lui Alfredo e Giuseppe Bono, Tommaso Buscetta, Salvatore Enea, Vittorio Mangano, Federico D’Agata, Luigi Monti, Gaetano Fidanzati e i fratelli Carlo, Antonino e Giuseppe e Gerlando Alberti detto ‘u paccarè. Il 3 marzo del 1982 Ugo Martello viene arrestato a Milano sotto le mentite spoglie di Eugenio Apicella. Il 26 maggio del 1982 viene colpito da un mandato di cattura del Tribunale di Milano per associazione mafiosa e traffico  di droga insieme a Rosario Spatola, Giovanni, Giuseppe e Alfonso Gambino, Rosario Inzerillo, Emanuele, Domenico e Antonio Adamita. Il 14 febbraio 1983 è tra i destinatari del mandato di cattura nell’ambito del blitz di San Valentino. Con lui Alberti, Buscetta, Bono, Monti, Virgilio, Gangi e Fidanzati. Il 5 giugno 1984 nei suoi confronti viene emesso un mandato di cattura del Tribunale di Milano per associazione mafiosa. Secondo le accuse Martello, pienamente inserito all’interno di Cosa Nostra, gestiva uno dei più importanti traffici Italia-Usa di eroina insieme alle famiglie Bonanno, Bono e Inzerillo. Il 9 settembre 1984 è colpito da un nuovo mandato di cattura firmato dal Tribunale di Palermo nel procedimento Abbate + 365, sempre per associazione mafiosa. Il 7 novembre viene scarcerato per decorrenza dei termini. Il 23 maggio 1986 viene invece condannato a 14 anni di reclusione dal Tribunale di Milano. Il 10 dicembre 1990 la Corte d’assise d’appello di Palermo lo condanna a 5 anni e 4 mesi per associazione mafiosa. Nella sentenza si legge che “Martello è inserito nella famiglia di Bolognetta capeggiata da Giuseppe Bono”. Il 7 gennaio 1991 viene sottoposto alla libertà vigilata per tre anni: da quel momento lavora presso lo studio di un commercialista di via Manzoni, 9. Pochi mesi dopo viene di nuovo arrestato dalla squadra Mobile di Milano, per scontare la pena a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Il 16 aprile del 1992 si costituisce a San Vittore perché colpito da un ordine di esecuzione pene della Procura di palermo per 5 anni e 4 mesi per associazione mafiosa. Il 18 giugno del 1993 viene scarcerato con obbligo di soggiorno a Milano per tre anni. Il 21 febbario 1995 viene colpito da un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta della Direzione investigativa antimafia. Nell’inchiesta emerge che il pentito Francesco Marino Mannoia, ha definito Ugo Martello come appartenente alla famiglia di Bolognetta, mentre i fratelli Biagio e Mario a quella di San Giuseppe Jato. Mario Di Matteo invece parla anche di legami diretti tra Martello e Giovanni Brusca. Il 7 marzo 2001 viene colpito da un ordine di esecuzione pene della Procura di Milano per 17 anni e 4 mesi di carcere sempre per traffico di droga e associazione mafiosa. Il 7 ottobre del 2003 viene scarcerato dal carcere di Opera dopo un provvedimento di unificazione delle pene. Il 25 febbraio 2004 viene sottoposto alla libertà vigilata per tre anni con l’obbligo di restare in casa dalle 22 alle 7 e di presentarsi una volta a settimana (il venerdì tra le 9 e le 10) al commissariato di Città Studi di Milano. In questo periodo lavora come volontario all'ospedale Fatebenefratelli di Milano con un'associazione onlus per l'assistenza dei parenti dei malati. L’8 luglio del 2008 viene indagato a piede libero nell’ambito dell’inchiesta Metallica della Dia per estorsione. Il 28 aprile 2009 viene coinvolto nell’inchiesta Milano-Palermo per traffico di droga insieme a Luigi Bonanno e Salvatore Cangelosi, il cognato di Gaetano Fidanzati. Nel dicembre 2008 la condanna a 15 anni per estorsione nell'ambito dell'inchiesta Metallica. Il 23 dicembre l'arresto per esecuzione pena. 

GIUSEPPE PEPE' ONORATO






DOMENICO BARBARO


Domenico Barbaro detto Mico l’australiano è nato a Platì il 5 maggio 1937. Da sempre legato al clan Barbaro-Papalia di Buccinasco, Corsico e Cesano Boscone.
Arrestato il 28 ottobre del 1993 nel corso della grande operazione Nord-Sud. Dal luglio 2008 è detenuto ancora in attesa di giudizio per associazione mafiosa insieme ai due figli Rosario (1972) e Salvatore (1974), nell'ambito dell'operazione Cerberus della guardia di Finanza.  E’ stato raggiunto anche da una seconda ordinanza di custodia a novembre 2009 sempre per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Parco sud. La sua ultima residenza era a Buccinasco in via Cadorna, 8. Domenico Barbaro, come scrivono gli investigatori del Gico nella loro relazione, “è una figura storica della famiglia Barbaro, vanta una condanna per sequestro di persona a scopo di estorsione. Da sempre conosciuto come Mico l’Australiano, Domenico Barbaro mantiene saldi i contatti con la terra di origine e si fa continuatore – al Nord – delle attività dei platioti. Per soggetti come Barbaro Domenico (come per i figli), per i quali la scelta di contrapposizione alle regole dello Stato è frutto di un’appartenenza culturale immanente alla propria origine, parlare di pericolo di reiterazione è del tutto eufemistico. Semplicemente, non è pensabile che Barbaro Domenico cessi di essere tale”. Nel 1979 Domenico Barbaro riceve il "fiore", ossia il ruolo di comando nella 'ndrangheta. E a complimentarsi con lui, in una lettera sequestrata dalla polizia è un altro boss, Domenico Papalia:  "Il fiore che ti hanno dato ce l'hanno in pochi".


ANTONIO PAPALIA


























BIAGIO CRISAFULLI

Biagio Crisafulli, conosciuto con il soprannome di Dentino è nato a Comiso, in provincia di Ragusa nel 1955. La sua famiglia si trasferisce a Milano nel 1961, in
particolare 
nel quartiere di Quarto Oggiaro. Qui inizia la sua carriera criminale già giovanissimo: il primo arresto nel 1973, poi l'evasione dal carcere minorile Beccaria. Legato al gruppo dei siciliani di Cosa nostra (Gerlando Alberti e Ciccio Scaglione) diventa in breve tempo uno dei referenti per il narcotraffico nel Nord Italia. Crisafulli, insieme ai fratelli Alessandro e Francesco, stringe forti legami anche con la criminalità calabrese tanto da esserne considerato affiliato alla 'ndrangheta nonostante la sua provenienza siciliana. Nel 1993 il suo nome finisce nell'inchiesta Nord-Sud per la quale viene emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma Crisafulli risulta latitante. Il 18 aprile del 1994 la Procura di Milano emette un nuovo mandato di cattura per traffico di droga e associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta Terra Bruciata. Il 16 ottobre del 1995 Biagio Crisafulli viene catturato a Nizza in rue Pastorelli dagli uomini della squadra Mobile, della gendarmeria francese e dallo Sco della Criminalpol. Biagio Crisafulli viene indicato come il latitante più pericoloso dell'intero Nord Italia. Il 22 aprile del 1997 viene condannato a 28 anni di carcere, mentre il fratello Alessandro ne prende 23. Successivamente riesce ad ottenere la scarcerazione su cauzione e fa perdere le sue tracce. Il 18 febbraio 1995 il nuovo arresto, alla stazione Gare du Nord ancora in Francia, a Parigi. Il 31 gennaio del 2000 la sesta sezione penale della Cassazione conferma la condanna nell'ambito dell'operazione Terra Bruciata. Insieme a lui anche il fratello Alessandro, il trafficante Francesco Castriotta e Angelo, Francesco e Salvatore Carvelli. L'11 febbraio del 2002, Crisafulli viene condannato a 30 anni con rito abbreviato per l'omicidio di Roberto Messina, ucciso in un regolamento di conti a Novate Milanese il 16 dicembre 1989. Per lo stesso omicidio il fratello Alessandro era già stato condannato all'ergastolo. Nell'aprile del 2006 viene arrestato a Palma di Majorca il suo braccio destro Marco Del Vento, detto il dottore che dalla Spagna amministrava il patrimonio del boss. Nel novembre del 2006 la Dia gli sequestra beni per 4, 5 milioni di euro. Il 9 marzo 2007 nuova condanna, sempre in rito abbreviato, per tre omicidi: quello di Walter Strambi il 16 luglio del 1988, quello di Rocco Carbone il 2 febbraio 1989 a Lazzate e quello di Antonino Dibisceglia il 19 dicembre 1992 a Milano. Il 24 maggio del 2009 alle 21,30 il fratello Francesco Crisafulli viene ucciso in un agguato a Quarto Oggiaro all'interno del bar Quinto di via Pascarella. A sparare Donato Faiella 62 anni originario di Foggia. Biagio Crisafulli detenuto in regime di massima sicurezza nel carcere di Sulmona prima, poi alle Vallette di Torino, ha scritto due libri per la casa editrice Oppure: 'U lupu (2006), la storia di un ex terrorista degli anni di piombo che si avvicina alla malavita, e I figli del ghetto (2008) ambientato nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. 


DOMENICO PAPALIA












ROCCO PAPALIA




















GAETANO FIDANZATI


Gaetano Fidanzati, detto Tanino, è nato a Palermo il 6 settembre 1935. E’ padre di tre figli Guglielmo, Giuseppe e Loredana. L’ultima residenza conosciuta è in via san
Vincenzo de Paoli, 15 nel capoluogo siciliano, ma il boss storicamente ha sempre gravitato su Milano. Insieme a lui altri 4 fratelli: Carlo, Giuseppe, Antonino e Stefano, attivo nel traffico degli stupefacenti e arrestato il 14 maggio 2009 nell’ambito dell’inchiesta Eos dei carabinieri di Palermo, l'unico legato alla cosca di San Giuseppe Jato. Nel 2008 Gaetano Fidanzati è stato inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi. Attualmente ricopre l’incarico di capomandamento dell’Arenella. Negli anni Sessanta viene coinvolto nel processo di Catanzaro insieme a personaggi della Bolognetta legati al boss Alfredo Bono, processo dal quale esce indenne. Successivamente viene arrestato a Castelfranco Veneto dove si era recato per uccidere un uomo legato al boss Michele Cavataio. Nel 1981 viene arrestato nella villa bunker di via Martiri della Resistenza ad Assago. Il 14 febbraio 1983 è tra i destinatari dei mandati di cattura per associazione mafiosa del blitz di San Valentino. Da queste accuse, insieme ai fratelli Bono, a Ugo Martello e agli imprenditori Antonio Virgilio e Luigi Monti, uscirà in Cassazione. Nel 1984 dopo le rivelazioni del pentito Buscetta viene raggiunto da un mandato di cattura per associazione mafiosa. Viene condannato a 12 anni di reclusione nel primo maxi-processo alla mafia. Alla fine del 1987, dopo aver ottenuto la libertà per scadenza dei termini, Fidanzati diventa latitante. Nel febbraio del 1990 dopo tre anni di latitanza viene arrestato in Argentina degli uomini dell’alto commissariato per la lotta alla mafia. In Argentina viene condannato a tre anni per essere entrato nel Paese utilizzando documenti falsi. Interrogato da Giovanni Falcone disse di considerarsi un perseguitato politico. A Fidanzati in quegli anni viene attribuito l’omicidio di Natale Mondo, agente di polizia ucciso all’Arenella a Palermo il 14 gennaio 1988. Il 18 aprile 1993 viene estradato dall’Argentina. Il 17 giugno del 1998 viene condannato a sei anni per traffico di droga nell’ambito del processo veneto alla mafia del Brenta. Nel settembre 2003 viene arrestato per evasione dagli arresti domiciliari e rinchiuso all’Ucciardone. Il 16 ottobre viene di nuovo scarcerato e per lui vengono disposti i domiciliari a Palermo. Il 27 gennaio del 2004 viene di nuovo incarcerato per dare esecuzione alla condanna a 6 anni inflitta nell’ambito dell’inchiesta sulla mafia del Brenta. Il 19 maggio 2006 dopo essere stato scarcerato, viene di nuovo richiuso nel carcere Pagliarelli di Palermo su mandato del tribunale di sorveglianza di Napoli: deve scontare un anno di affidamento in una casa lavoro. Il 25 ottobre 2008 cinque persone vengono arrestate a Palermo per l’uccisione a bastonate di Giovanni Bucaro con il quale la figlia di Gaetano Fidanzati, Loredana, aveva avuto una relazione. Il mandante dell’omicidio sarebbe proprio Gaetano Fidanzati che però da quel momento diventa irreperibile. Il 16 dicembre del 2008 è tra i destinatari dei 99 mandati di cattura emessi dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’operazione Perseo. Il 14 maggio 2009 a Palermo viene arrestato il fratello Stefano nell’ambito dell’inchiesta Eos. Il 6 luglio 2009 il boss latitante viene rinviato a giudizio insieme ai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo nel processo Addio Pizzo IV. Secondo le dichiarazioni del pentito Fabio Manno, Fidanzati si nasconderebbe a Milano.
 E infatti qui viene arrestato in via Marghera il 5 dicembre 2009: lo riconosce un agente fuori servizio che lo blocca insieme al cognato Turi Cangelosi. 

SALVATORE MORABITO

Salvatore Morabito è nato il 25 maggio del 1968 ad Africo in provincia di Reggio Calabria. Conosciuto con il soprannome di Trubbula, è figlio di Francesco Morabito e di
Giuseppina Talia. Coniugato con una donna di origini russe è padre di una bambina nata a Cantù nel 2002. E’ nipote del boss di Africo Giuseppe Morabito, detto u’ tiradrittu, a lungo latitante. Salvatore Morabito, di professione imprenditore, è l’ex titolare della ditta Com Service di via Vittorio Veneto a Cambiago, in provincia di Milano. La sua ultima residenza è ad Africo, in via Roma, 17. Attualmente Salvatore Morabito è detenuto. Il primo precedente di polizia risale al 30 maggio 1983 quando viene denunciato per danneggiamento seguito da incendio in concorso, dalla polizia stradale di Siderno (Rc). All’epoca Salvatore Morabito ha solo 15 anni. L’11 luglio del 1989 il Tribunale di Locri (Rc) emette a suo carico un mandato di comparizione in quanto imputato di associazione per delinquere di stampo mafioso . Nel 1991 Salvatore Morabito risulta detenuto in Svizzera. L’11 ottobre 1993 la Corte d’appello di Milano lo condanna a 11 anni e 6 mesi di reclusione. La sentenza diventa esecutiva il 24 maggio del 1994. Il 24 ottobre del 2002 il Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria applica la misura della libertà vigilata per un anno. Il 21 ottobre 2005 viene arrestati nel corso dell’operazione Ciaramella per traffico internazionale di stupefacenti insieme ad altre 40 persone, tra le quali Francesco Bruzzaniti e Francesco Pizzinga. Il 13 febbraio 2007 il Tribunale emette condanne per 153 anni complessivi di carcere. Il 4 maggio 2007 Salvatore Morabito è tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta For a king della squadra Mobile di Milano per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. Il 21 giugno del 2007 il Tribunale del riesame di Milano annulla l’ordine di carcerazione, ma Morabito resta in cella per l’operazione Ciaramella di Reggio Calabria. Il primo agosto del 2008 il gup di Milano Fabio Paparella condanna Salvatore Morabito in primo grado a 13 anni e 8 mesi. Condannati sempre con rito abbreviato anche Antonino Palamara (14 anni e 4 mesi), Francesco Pizzinga (14 anni) e Francesco Zappalà (10 anni e 10 mesi). Il 17 luglio 2009 la seconda sezione della Corte d’appello di Milano conferma le condanne di primo grado. Salvatore Morabito viene considerato a capo della cosa Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo. 



GIUSEPPE PEPE' FLACHI