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Sbatti il mostro in prima pagina


Di: Raffaele Pavoni

Data di pubblicazione: 18/02/2010


Il primo Fellini non è ancora “felliniano”, Una storia vera di Lynch non è “lynchano”. Allo stesso modo, il fatto che sotto la voce “regia” figuri Marco Bellocchio non implica necessariamente che Sbatti il mostro in prima pagina sia un film “bellocchiano”, al contrario. Come per il di poco successivo Matti da slegare, sarebbe sbagliato e fuorviante ricercare elementi autoriali in una pellicola nata da un'urgenza comunicativa più che artistica. Un'opera impossibile da apprezzare se prescindiamo dal contesto storico, politico, sociale.

Siamo nel 1972, a Milano, nel pieno degli anni di piombo, poco prima delle elezioni. Come dice Volonté, in una scena del film, “siamo in guerra”. Come tristemente noto, è proprio in clima pre-elettorale che gli organi informativi danno il peggio di sé, manipolando le notizie a proprio uso, al punto - come in questo caso - da inventarsi il colpevole di un reato (il mostro del titolo). In seguito allo stupro e all'uccisione di una liceale quattordicenne, il redattore capo de Il Giornale, quotidiano palesemente schierato su posizioni conservatrici, decide di prendere parte attiva alle indagini, incriminando pubblicamente e in assenza di prove un militante del PCI. Inevitabile il paragone, non foss'altro che per l'interpretazione magistralmente perfida di Gian Maria Volonté (qui in veste di redattore capo), con il coevo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Come nel capolavoro di Elio Petri, anche qui il sopruso è spinto fino al paradosso: lì un capo della Sezione Omicidi che non riesce a pagare per le sue colpe neanche confessandole a piena voce, qui un cinico redattore capo che persegue la sua feroce campagna contro “il capellone” (reso paradigmatico) anche in seguito alla confessione del reale assassino della ragazza. Portare gli eventi fino al paradosso (etimologicamente para doxa = contro l'opinione comune), sembra essere il minimo comun denominatore delle due pellicole, entrambe legate a un preciso hic et nunc, entrambe partorite all'interno di una società che di paradossi si nutre. Sbatti il mostro in prima pagina è un film scritto un giorno e girato il giorno dopo, un atto politico prima che artistico. Lo stesso Bellocchio lo disconoscerà, e non per questioni di merito, ma in quanto lavoro collettivo di una troupe assolutamente incurante delle velleità artistiche dei singoli membri. Plurale d'obbligo, perché oltre a Bellocchio qui abbiamo la crème de la crème del cinema italiano dell'epoca: Ennio Morricone, Ruggero Mastroianni, Sergio Donati, Goffredo Fofi, oltre ovviamente a Gian Maria Volonté, in una delle sue interpretazioni migliori, affiancato dall'ottima Laura Betti. Ed è proprio questo eclissarsi degli autori (in questo senso è da intendersi il disconoscimento postumo del regista) la cifra stilistica del film, la sua grandezza, la sua sincerità. Un film “di pancia”, per criticare il quale non è possibile affidarsi ai principi teorici della politique des auteurs. Al contrario, è necessario sviluppare un'analisi affrontando intenti polemici e risultati effettivi. A conti fatti, altro paradosso, questa pellicola passa alla storia come una delle migliori di Bellocchio, proprio perché scevra di certe elucubrazioni intellettuali che spesso, nella filmografia del regista piacentino, risultano appesantire il risultato (qui gli unici “vezzi” che il regista sembra concedersi sono il montaggio iniziale di filmati di repertorio ed il metaforico fiume finale che spazza via i detriti).

La critica diretta va a Il Giornale (da non confondersi con Il Giornale reale, che sarà fondato due anni dopo, anche se in questo caso confondersi è cosa buona e giusta) ed al suo partito di riferimento. Si tratta ovviamente della Democrazia Cristiana, verso la quale mancano riferimenti espliciti, ma certo non inequivocabili allusioni, come il funerale finale o l'equiparazione costante di fascismo e comunismo. Dall'altro lato, però, i comunisti non sono certo coccolati: atti incendiari, alibi costruiti a tavolino, possesso di armi, sono tutti elementi tutt'altro che rimossi. Il centro d'interesse, tuttavia, resta l'ingigantimento e la distorsione che certa carta stampata opera su tali elementi (vedi il caso delle due pistole, che nel titolo de Il Giornale diventano “un arsenale”): è su questo che gli autori (al plurale) intendono discutere, puntando il dito (medio) su certe testate editoriali e (indice) su certi meccanismi di demistificazione dei fatti. Geniale, a tal proposito, la scena in cui Volonté insegna al giovane collaboratore Roveda a sostituire “disoccupato” con “immigrato” e “licenziato” con “rimasto senza lavoro”.

È forse proprio in virtù della sua immanenza storica che questo film risulta attualissimo anche ora, in un paese al cinquantaduesimo posto nella classifica mondiale della libertà di informazione e in cui proprio Il Giornale (quello vero) si è recentemente rivelato quale uno degli organi informativi più influenti, spudorati e ricattatori. D'altronde il Volonté del film sembra avere molti punti in comune con il Vittorio Feltri di ora: arrogante ma con un certo aplomb, retoricamente inattaccabile e politicamente servile al punto da andare oltre le volontà esplicite del partito di riferimento (oggi il Pdl).

Spontaneo chiedersi se un film simile, oggi, sarebbe realizzabile, e amara la risposta: no. Perché gli anni settanta erano anni più politicizzati e, per quanto riguarda la settima arte, più permeabili a idee formalmente e contenutisticamente sovversive. Perché è cambiato il sistema di distribuzione delle pellicole. Perché, in un mondo sempre più individualista, quasi nessun regista emergente è disposto a mettere a repentaglio la propria carriera con un film simile. Perché le due principali case produttrici italiane fanno capo, in diversa misura, alla solita persona (inizia con la B...). Certo, di recente Moretti ha fatto uscire Il Caimano, ma si tratta appunto di un regista formatosi negli anni settanta, tutt'altro che emergente e fieramente autoprodotto. Il suo film fotografa la realtà cinematografica italiana contemporanea meglio di qualsiasi frase.