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Habemus papam



Di: Raffaele Pavoni

Data di pubblicazione: 23/03/2012



Habemus Papam è un film innovativo rispetto alle precedenti produzioni di Nanni Moretti, ma allo stesso tempo riflette le ossessioni portanti del suo cinema: l'inadeguatezza, il confronto col pubblico, l'incontro-scontro tra spettacolo e realtà, la psicanalisi, la musica, lo sport. Come in molti altri suoi film, la storia del neoeletto papa Melville che ha paura del ruolo che dovrà ricoprire è tutta una mise-en-abyme della paura del regista di tornare sulle scene e di confrontarsi col pubblico (Alice, Sogni d'Oro, Il Caimano).

L'analogia tra la spettacolarità della Chiesa e quella del teatro è la chiave di volta di tutto il film, più che il senso di inadeguatezza (chiaro sin dalle prime scene). Melville (un bravissimo Michel Piccoli), attore fallito, evade da quella che è una vera e propria prigione: le stanze del Vaticano durante il Concilio Ecumenico sono rese cinematograficamente come luoghi totalmente avulsi dalla realtà. Il mondo esterno non deve penetrare se non in forma controllata e censurata, piegata alle proprie regole e ai propri assurdi valori (si veda l'impossibilità dello psicanalista, impersonificato dallo stesso Moretti, nel compiere il proprio mestiere).

Nel suo vagare, Melville incontra un attore, che recita Cechov in un corridoio d'albergo, e sta al suo gioco, imitandolo e seguendolo fino all'ingresso, dove ad aspettarlo ci sarà un'ambulanza: si tratta di un pazzo. È lì che Melville inizia a prendere coscienza dello scollamento tra finzione e realtà, è lì che si rende conto di stare dalla parte della finzione. La presa di coscienza continua con la sua visita alla chiesa semivuota, contrapposta alla gremita platea di Piazza S. Pietro, e soprattutto – nel geniale prefinale – con la rappresentazione dello stesso spettacolo di Cechov: la realtà irrompe (letteralmente) nella finzione, e solo il pazzo, che non discerne tra le due, continua imperterrito a recitare il proprio ruolo. Il pubblico, che sta a questo gioco di alienazione, lo applaude. È la presa di coscienza finale: da lì l'abiura, la consapevolezza della propria inettitudine e – come in Svevo – il capovolgimento di tale inettitudine in virtù: l'accettarsi e l'esaltarsi come uomo, al di là di ogni ruolo, sia esso quello di papa o quello di regista.

A livello cinematografico, tutto si gioca su una continua dialettica tra vuoti e pieni: immagini di folla si alternano alla figura solitaria del papa, e nel finale la contrapposizione si fa totale (folla brulicante vs. primo piano su sfondo nero). Il linguaggio di Moretti è maturo e mai gratuito: la sovrapposizione di piani sonori nella scena del ristorante, la confusione tra musica intra-diegetica e extradiegetica (un classico del regista), le carrellate cariche di tensione sui volti dei cardinali nei minuti iniziali.

Come Il Caimano, Habemus Papam è un film umano travestito da film politico, che esaltando le debolezze umane ci svela l'impossibilità di irrigidire la nostra complessità in ruoli determinati, e in ultima analisi si rivela, proprio per questo, un film molto politico: la Chiesa appare come un insieme di regole astruse, vuote, ridicole, che non si rende neanche conto che “è da cinquant'anni che non esiste più la palla prigioniera”.