Via Crucis

Premessa
  La Via Crucis, detta anche Via Dolorosa, è un rito della Chiesa che riprende e rievoca il doloroso percorso di Cristo verso la Sua crocifissione. In origine il percorso della vera Via Crucis comportava di recarsi materialmente in Terra Santa nei luoghi dove Gesù aveva sofferto e dove era stato messo a morte; visto che tale pellegrinaggio era praticamente impossibile per la maggior parte delle persone, il rappresentare nelle chiese la Passione di Cristo suddivisa in stazioni divenne un modo per portare idealmente i credenti a Gerusalemme. La maggior parte degli storici riconosce questa specifica devozione alla tradizione francescana, se non a san Francesco stesso: infatti tale pratica venne diffusa dai pellegrini che tornavano dalla Terra Santa e in particolare dai Minori Francescani che avevano la custodia dei Luoghi Santi.
  Oggi tutte le chiese hanno una Via Crucis o almeno una sequenza murale interna suddivisa in 14 stazioni, anche se il numero e il nome delle stazioni cambiarono radicalmente nel corso degli anni.
  La sequenza delle stazioni non segue uno schema fisso e la necessità di attenersi ai racconti evangelici ha portato ad elaborare schemi alternativi di Via Crucis; quello proposto in questa esposizione si rifà alla Via Crucis di Giovanni Paolo II dell’anno 1991 e usata per alcuni anni sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI e in particolare:
 - Gesù nell'Orto degli ulivi (Marco 14,32-36)
 - Gesù, tradito da Giuda, è arrestato (Marco 14,45-46)
 - Gesù è condannato dal sinedrio (Marco 14,55.60-64)
 - Gesù è rinnegato da Pietro (Marco 14,66-72)
 - Gesù è giudicato da Pilato (Marco 15,14-15)
 - Gesù è flagellato e coronato di spine (Marco 15,17-19)
 - Gesù è caricato della croce (Marco 15,20)
 - Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce (Marco 15,21)
 - Gesù incontra le donne di Gerusalemme (Luca 23,27-28)
 - Gesù è crocifisso (Marco 15,24)
 - Gesù promette il suo regno al buon ladrone (Luca 23,39-42)
 - Gesù in croce, la madre e il discepolo (Giovanni 19,26-27)
 - Gesù muore sulla croce (Marco 15,33-39)
 - Gesù è deposto nel sepolcro (Marco 15,40-46)
Ogni stazione sarà abbinata ad un’ opera d’arte che verrà descritta e commentata e a cui seguirà una breve riflessione.



 RESURREZIONE 

Tintoretto, La Resurrezione, Scuola di San Rocco, Venezia
 
 Jacopo Robusti, noto come Tintoretto, nacque a Venezia il 29 Aprile 1519, il nome deriva dal mestiere del padre che era un tintore di stoffe. Fu uno dei più grandi esponenti della scuola veneziana e forse l’ultimo grande pittore del Rinascimento italiano.
  Conosciuto come il pittore della luce per la bravura con cui utilizzava gli effetti luminosi e chiaroscurali, lavorò soprattutto a Venezia, dove, dopo la morte di Tiziano alla metà del secolo, rimase, insieme con Paolo Veronese, il maggiore nome del panorama artistico della città. Tintoretto morì a Venezia all’età di 75 anni il 31 Maggio 1594.

 La Resurrezione di Tintoretto è un grande dipinto autografo realizzato con tecnica ad olio su tela  di 529 x 485 cm appartenente  al ciclo dei "Dipinti per la sala grande della Scuola di San Rocco" di Venezia. Il meraviglioso ciclo di teleri, realizzato nelle tre Sale tra il 1564 e il 1588, per la sua unitarietà rappresenta per Venezia quello che per Roma è la Cappella Sistina.

 Tintoretto dipinge il sacro evento rifacendosi chiaramente ai Vangeli ma, come spesso succede, elementi dell’uno e dell’altro sono mescolati insieme in una personale interpretazione della Resurrezione.

 
La scena è immaginata svolgersi davanti ad una sorta di antro muscoso sovrastato da una vegetazione appena accennata. Un gruppo angeli celesti aprono con forza soprannaturale il sepolcro di Gesù, togliendo e sostenendo la pesante pietra  che lo chiudeva. Da esso sembra quasi balzare fuori la figura di Cristo inondato di luce mistica e divina che si propaga esplodendo verso l’esterno e illuminando di riflesso tutto l’ambiente circostante. Gli angeli stessi ne vengono abbagliati   e quasi accecati; ai loro piedi giacciono i soldati di guardia, a cui solo il vangelo di Matteo fa cenno. Poco lontano stanno arrivando le pie donne che dovrebbero essere testimoni solo del fatto avvenuto e non della Resurrezione stessa, invece una delle due sta indicando chiaramente all’altra con una mano protesa il prodigio grandissimo che si sta verificando sotto i loro occhi.

 
Cristo sta uscendo in volo dal sepolcro attorniato dalla schiera di angeli, è immerso in una luce vivissima ma dal suo capo partono raggi di grazia ancora più intensi che da Lui si spargono sul mondo circostante; nella mano sinistra impugna il velabro , la bandiera che rappresenta la sua vittoria sulla morte e sul peccato; la mano destra è atteggiata in un gesto benedicente e indica chiaramente il numero tre: la Santa Trinità di cui Egli è parte e tutto.

 
Ma se Tintoretto ha interpretato in modo tale i sacri racconti evangelici, qual è il messaggio che con la sua opera ha voluto farci giungere.

 
I soldati che assistono terrorizzati e tremanti alla sua resurrezione rappresentano tutto il mondo pagano che assiste impotente e incredula alla grandiosa vittoria di Cristo sulla morte fino ad allora mai sconfitta; le pie donne impersonano la Sua chiesa nascente, che si affaccia al mondo, timida e ancora dubbiosa ma che la forza della Resurrezione renderà coraggiosa e valida  testimone di Gesù


 
La Resurrezione non è solo uno storico evento accaduto duemila anni fa e limitato nel tempo ma qualcosa che ha  investito tutti i secoli futuri e che ancora oggi pervade con la sua grandezza il mondo e che ogni anno rinvigorisce e rinsalda la fede dei credenti nel giorno di Pasqua.
 La Pasqua è resurrezione, la Pasqua è vita, la Pasqua è gioia, è la vittoria della luce sulle tenebre della morte. È una promessa di vita eterna per tutta l’umanità.



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Quattordicesima Stazione:  Gesù  è deposto nel sepolcro

Caravaggio: Deposizione, Musei Vaticani, Città del Vaticano
 
  Michelangelo Merisi, noto come il Caravaggio, nacque a Milano il 29 Settembre 1571. E’ uno dei più celebri pittori italiani di tutti i tempi, la sua fama è universale. Si formò artisticamente tra Milano e Venezia e fu attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610. Dopo una vita travagliata, mori a soli 38 anni il 18 Luglio 1610 a Porto Ercole in provincia di Grosseto.
 
La Deposizione è un dipinto a olio su tela di 300 x 203 cm,  realizzato da Caravaggio tra il 1602 e il 1604 e conservato presso la Pinacoteca Vaticana. Il dipinto venne commissionato da  Girolamo Vittrice per la sua cappella che si trova nella chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma, fu trasferito a Parigi da Napoleone e ritornò a Roma nel 1816.
 In questo dipinto l’artista ritrae il momento in cui Cristo viene deposto in una tomba e non nel tradizionale sepolcro, l’opera in origine doveva essere posta sopra un altare e dunque più in alto rispetto all’osservatore: la prospettiva è infatti coerente con una vista dal basso verso l’alto.
 
Ciò che colpisce immediatamente è il particolare dello spigolo della pietra tombale che sembra fuoriuscire dalla tela per occupare lo spazio antistante, dando all’osservatore la sensazione di fare parte della scena stessa.
 
Il corpo  morto di Cristo in completo abbandono sembra quasi precipitare verso il basso trascinando con sé Nicodemo e Giuseppe che lo sorreggono durante la deposizione; alle loro spalle Maria con il capo coperto dal mantello contempla, straziata dal dolore, il Figlio morto, Maddalena piange con la mano appoggiata al capo ornato da trecce e Maria di Cleofe rivolge  addolorata le braccia  al cielo.
 
Tutti i personaggi sono molto compresi nel loro dolore, solo Nicodemo volge lo sguardo all’osservatore, aumentando la sensazione che si prova di essere sempre più partecipi del triste evento.
 
I soggetti sono tutti molto caratterizzati, ritratti con una grande dovizia di particolari: il corpo di Gesù nell’abbandono della morte, le rughe dei volti, il nodo del lenzuolo, le pieghe della pelle, le vene e i muscoli del corpo, le mani di Nicodemo che sorreggono le gambe di Gesù, le trecce e le espressioni dei visi, tutto evidenzia il grande naturalismo di Caravaggio.
 
Notevole inoltre l’equilibrio compositivo con cui l’artista raggruppa i personaggi sulla grande lastra tombale, malgrado ciò riesce a evidenziare la drammaticità del momento con il dolore espresso dai gesti degli stessi, dolore che sarebbe dovuto essere vissuto dall’eventuale osservatore.
 
La lastra tombale che sorregge tutto il gruppo e che l’artista ha voluto evidenziare in modo così chiaro acquista un valore del tutto nuovo e diventa simbolo della pietra su cui sorgerà la chiesa dopo il sacrificio di Cristo, sotto di essa ci sarà Gesù a sostenerla mentre raccoglie in sé i personaggi della scena a rappresentanza di tutta l’umanità.
 
I colori caldi e le tonalità morbide, sottolineati da quella luce quasi divina che dall’alto illumina i corpi ed i volti dei soggetti, rendono la scena, pur nella sua tragicità, meno fredda, quasi a volerci dire che la morte descritta non è un fatto definitivo, come la pianta verde dipinta sotto la pietra potrà rifiorire, cosi per il corpo deposto ci sarà Resurrezione.
 
La fiducia, però, nelle parole di Resurrezione di Gesù sembra  venire meno sul viso e negli animi di Maria, delle pie donne e degli apostoli di fronte alla realtà di questo corpo esanime e freddo, di fronte a questo sguardo che non sa più ricambiare  l’amore della madre che sta per consegnarlo alla gelida pietra del sepolcro; c’è rassegnazione sui loro volti e disperazione nei loro animi.

 Ma proprio in questo momento cominciano a realizzarsi le parole di Gesù pronunciate mentre la folla lo osannava il giorno della festa « In verità vi dico: se il chicco caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore , produce molto frutto ». E’ dalla morte sulla croce che verrà il frutto per tutti gli uomini, verrà il pane di vita eterna capace di sfamare l’umanità intera.
 Forse, come per Maria, sembrerà interminabile l’attesa del terzo giorno; forse a volte mancherà la fiducia che ciò avvenga, forse anche noi ci sentiremo rassegnati e disperati di fronte alle difficoltà, agli avve-nimenti dolorosi, alla morte; i tre giorni ci potrebbero troppo lunghi perché valga la pena di aspettare, anche i più forti si stancano e i più deboli si lasciano andare ma ciò che la Pasqua rinnova ogni anno sarà sicuramente per tutti guida e sostegno, speranza e promessa di vita eterna.
 
 
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Tredicesima Stazione:  Gesù  muore sulla croce
 
Giotto, Crocifisso, Chiesa di S. Maria Novella, Firenze

  Il Crocifisso di Santa Maria Novella è una delle croci sagomate dipinte da Giotto; è una tempera e oro su tavola di 578x406 cm, databile al 1290 circa e conservato nella navata centrale della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze. La fonte più antica che ricorda la croce di Giotto nella basilica domenicana di Firenze è il testamento di un certo Ricuccio di Puccio del Mugnaio, datato 15 giugno 1312, in cui veniva destinata una certa somma per tenere accesa una lampada davanti al crocifisso.
  E’ considerata un’opera fondamentale nella Storia dell’Arte Italiana in cui l’artista approfondisce e riprende l’iconografia del «Christus patiens» introdotta nella secon-da metà del Duecento. Esso è ispirato alla scuola della spiritualità francescana del Cristo sofferente che evidenzia il tema della passione rispetto a quello della gloria.
 Giotto dipinge Cristo in una posa naturalistica, in un doloroso abbandono con le gambe piegate da un corpo ormai inerte di cui si percepisce il peso; dispone le gambe incrociate con i piedi sovrapposti e inchiodati da un solo chiodo; la sofferenza viene descritta non solo nella sua straziante intensità morale, ma anche nei suoi aspetti fisici in tutto il corpo a cui Giotto presta una marcata attenzione anatomica e drammatica, evi-denziando la ferita del costato oltre a quella dei piedi e della mani. È l'immagine del corpo di Cristo colto nell'istante dell'abbandono della vita, simboleggiata dal sangue che sgorga dalle sue membra, della materia privata dell'anima ma comunque esaltata dall'Incarnazione divina e, quindi, destinata alla Resurrezione.
 
 
All’estremità dei bracci della croce, nella figura di dolenti, compaiono Maria e Giovanni entrambi ritratti a mezza figura. Ai piedi della croce, tra i sassi che la sostengono, possiamo vedere un teschio, bagnato dal sangue di Gesù: è una iconografia molto comune nelle crocifissioni, si tratta di una doppia allusione simbolica.
 
 
Il monte Golgota significava “ luogo del Cranio”, quindi il teschio ai piedi della croce sarebbe solo un rimando al luogo della crocefissione.
 
 
Secondo il filosofo Origene invece, il Calvario sarebbe stato il luogo ove era stato sepolto Adamo e una grande parte della tradizione riconosce il teschio come il suo; sul luogo della sepoltura sarebbe cresciuto l'albero da cui sarebbero state ricavate le assi per la croce di Cristo: allegoricamente raffigura la possibilità che l’uomo ha di passare dalla morte terrena, attraverso il sacrificio di Cristo sulla croce, alla redenzione e alla salvezza eterna. Nell'uomo vero, dipinto in croce da Giotto, c’è l'adesione perfetta alla lotta dei Dome-nicani contro l'eresia catara che, come dicevamo, sosteneva l'assoluta negatività della materia considerata diabolica.
 
 
Giotto dimostra una volontà forte di arrivare a quella estrema umanizzazione del sacro per cui Cristo potesse essere sempre più vero e il Mistero sempre più incarnato, proprio in funzione della Sua umanità dichiarata in armonia con il pensiero francescano. La croce giottesca si trasforma da oggetto liturgico a meditazione sulla terrena ed umana morte corporale.
 
 
 “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". C’è qui tutta la drammaticità di ciò che Gesù vive sulla croce: una lotta sconvolgente tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre, tra la speranza e la disperazione, tra la riconciliazione e il muro dell'odio. Gesù vive questa lotta portandola fino allo spasimo nel suo corpo. Questa preghiera del salmo che Gesù fa sua è un lamento affettuoso, non una contestazione di Dio, è un lamento all'interno di una confidenza che mette in discussione la propria capacità di capire ciò che sta capitando. E' un nuovo modo, anche se più drammatico e misterioso, di far sentire la vicinanza che Gesù, come Figlio, ha con il Padre.
    
(Card. Carlo Maria Martini)
 
Sopra la croce di Gesù – nelle due lingue del mondo di allora, il greco e il latino, e nella lingua del popolo eletto, l’ebraico – c’è scritto chi è: il Re dei Giudei, il Figlio promesso di Davide. Pilato, il giudice ingiusto, è diventato profeta suo malgrado. Davanti all’opinione pubblica mondiale viene proclamata la regalità di Gesù. 
Gesù stesso non aveva accettato il titolo di Messia, in quanto avrebbe richiamato un’idea sbagliata, umana, di potere e di salvezza. 
Ma adesso il titolo può stare scritto lì pubblicamente sopra il Crocifisso. Egli così è davvero il re del mondo. Adesso è davvero “innalzato”. 
Nella sua discesa egli è salito. 
Ora ha radicalmente adempiuto al mandato dell’amore, ha compiuto l’offerta di se stesso, e proprio così egli ora è la manifestazione del vero Dio, di quel Dio che è l’amore.     (Card. Joseph Ratzinger)



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Dodicesima Stazione:  Gesù  in croce, la madre e il discepolo Giovanni
 
Perugino, Trittico Galitzin, National Gallery, Washington
 
  Pietro Vannucci, noto come il Perugino, nacque a Città della Pieve ( Pg ) nel 1448, fu titolare di due botteghe molto attive sia a Firenze che a Perugia. Fu per circa vent’anni il più noto pittore italiano, nonché maestro di Raffaello. La sua pittura seppe unire luce e monumentalità che riprese da Piero della Francesca al naturalismo e la linearità del Verrocchio, amalgamandoli però con la gentilezza e la grazia caratteristiche di tutta la pittura umbra. Morì a Fontignano ( Pg ) nel febbraio del 1523.

 La Crocifissione con Maria e Giovanni fa parte di un’opera più grande: il Trittico Galitzin. Il dipinto si compone di tre parti, la crocifissione al centro di 101 x 56 cm e due ali di 95 x 56 cm ciascuna con san Gerolamo a sinistra  e la Maddalena a destra. Il trittico in origine era eseguito a tempera su tavola e venne successivamente trasposto su tela. Proveniente dalla chiesa di San Domenico a San Gimignano, fu confiscata da Napoleone e in seguito venduto all’ambasciatore russo Galitzin, arrivando dopo vari passaggi nel 1937 alla National Gallery di Washington.


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 La scena è inserita in un ambiente roccioso che digrada verso il centro dove campeggia la croce di Cristo; un cielo coperto di nubi sfuma verso il basso in un azzurro chiaro, quasi bianco, che dà una grande profondità alla veduta.
Lo sfondo è caratterizzato da un paesaggio lacustre con un porto e alcune navi. Il lago è chiuso lateralmente da
colline rocciose su cui si staglia una città turrita mentre esili alberelli, tipici della pittura di Perugino, arricchiscono di vegetazione gli speroni rocciosi.
 
 In basso al centro un ponte attraversato da due persone collega le due parti del dipinto unendo idealmente Maria e Giovanni separati dalla croce.
 
 Il punto focale dell’intera scena è però la croce di Cristo ai cui piedi stanno Maria e Giovanni. L’artista ritrae Gesù mentre si rivolge a loro, il volto non è reclinato nella morte ma abbassato lateralmente verso la madre. Sembra quasi non soffrire malgrado i chiodi e la croce, il suo corpo è intatto, non presenta alcun danno dovuto alla flagellazione, non c’è sangue sulle sue mani e sui suoi  piedi. Maria molto composta sta ascoltando attenta le parole del figlio, non dimostra lo  strazio che deve dilaniare il suo animo e Giuseppe non è da meno: con una postura quasi rilassata,, che ricorda la scultura classica guarda verso il Maestro con uno sguardo sognante.
 
 Nessun simbolo di morte si trova ai piedi della croce, non c’è il caratteristico teschio di Adamo, non ci sono ossa né sangue. I personaggi sembrano liberati dalle caratteristiche terrene, dal dolore e dalla morte, sono investiti da un’aria angelica e molto dolce; l’arte del Perugino è fatta di grazia e delicatezza, di armonia e dolce malinconia, di naturalezza ed equilibrio;. non vuole impressionare con la crudezza del supplizio o con la concreta narrazione del triste avveni-mento; il suo è piuttosto lo spunto per la meditazione sul tema della crocifissione e sulla Resurrezione, sulla morte come passaggio ad una vita futura e migliore senza lacrime, senza sangue, senza odio, fatta solo di amore e contemplazione.
 
 Ciò che balza agli occhi è Gesù che dalla croce non si chiude in sé stesso, come spesso succede a chi soffre, ma pensa agli altri, pensa alla madre, pensa  a Giovanni che tanto amava. E’ questa una testimonianza della Sua umanità, del suo essere Dio ma anche Uomo: pensa alla madre, pensa a quello che chiamava figlio; da uomo, vuole morire dopo aver sistemato le persone care, vuole che non abbiano a soffrire a causa della sua scomparsa.
 
 Ma, da Dio quale è, dà alla madre una valenza diversa, più ampia e più significativa: Maria non sarà solo Sua madre ma Madre di tutti, rappresenterà la chiesa di Dio e in Giovanni si raffigurerà tutta l’umanità. Dalla morte di Cristo nasce la Chiesa di Dio.

 
  Gesù soffre ma non pensa a sé stesso, Gesù muore ma pensa agli altri, che grande insegnamento per chi sa capire.
  Quando noi soffriamo, quando siamo in crisi, ci rintaniamo spesso in noi stessi, chiusi nel nostro dolore quasi addossandone la colpa agli altri, colpevoli di non soffrire come noi; a volte incolpiamo perfino Dio delle nostre disgrazie: perché tocca proprio a noi ? perché non a qualcun altro, magari più colpevole? 
Sicuramente non pensiamo agli altri, vorremmo  magari scaricare su di loro la nostra sofferenza, viviamo solo la nostra disperazione; Gesù in punto di morte ha fatto tutto il contrario, si è rivolto alla madre, si è rivolto al “figlio”, ha pensato a tutti noi.



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Undicesima Stazione:  Gesù  promette il suo regno al buon ladrone
 
Tiziano, Gesù Cristo e il buon ladrone, Pinacoteca Nazionale, Bologna

  Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore tra il 1480 e il 1485; fu uno dei pochi pittori italiani ad avere una bottega condotta come una vera e propria azienda, sempre a contatto con i personaggi più potenti della sua epoca che furono i suoi maggiori committenti. Fondò la sua pittura proponendo, in alternativa al “primato del disegno” di Michelangelo, un uso molto personale del colore, della sua matericità e delle sue molteplici variazioni uniti al dinamismo delle figure proprio del movimento Manierista. Tiziano morì ultranovantenne a Venezia il 27 agosto 1576.
 

  Gesù Cristo e il buon ladrone è un’opera ad olio su tela di 137×149 cm, databile al 1566 ed esposta alla Pinacoteca Nazionale di Bologna

 La scena è inserita in una atmosfera quasi surreale di colori caldi e bruni, lo sfondo è poco caratterizzato e descritto, solo l’accenno di una scala in basso a destra del dipinto; tutta l’attenzione è rivolta al colloquio tra Cristo e il ladrone, solo le loro figure emergono dallo sfondo: Gesù è illuminato da una luce divina che si irradia dal suo capo e che illumina di riflesso la persona che soffre vicino a Lui. Egli è inchiodato alla croce mentre Disma vi è solo legato, il Suo capo è rivolto verso di lui, sta soffrendo e quasi raccapricciante è il particolare del chiodo piantato nel piede destro di Gesù che tende la pelle a causa del peso
del corpo che vi si appoggia.
 
Disma invece sembra quasi voler spezzare le corde che lo tengono legato alla croce come se volesse volarsene via insieme a Gesù che gli ha appena pro-messo la vita eterna, anch’egli soffre ma non c’è disperazione in lui, la croce non è più un peso ed un supplizio, ma una scala che porta diritta in cielo.
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Tiziano ha colto proprio il momento successivo a « Oggi sarai con me in paradiso », il buon ladrone  alza il braccio destro come per liberarsi dai legami terreni che lo tengono avvinto alla croce del supplizio, allunga la mano sinistra verso il Dio che gli sta a fianco quasi per sentirsi più vicino a Lui, non lo guar-da, ha fiducia in Lui, il suo volto è rivolto in alto verso quella che ormai sa essere la sua meta futura.
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Il ladrone di un tempo ha compiuto l’ultimo e più grande “furto“ della sua vita dissoluta, con una parola negli ultimi istanti di vita si è conquistato il bottino più prezioso: la vita eterna.
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Ma come è cambiata questa persona e quale è stata la svolta nel suo atteggiamento che lo ha   differenziato  dall’altro compagno di sventura?
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E’ bastato poco, è stato sufficiente confrontare i suoi meritati tormenti e quelli dell’altro condannato con quelli di un innocente che donava la sua vita; egli ha incontrato Gesù, ne ha compreso la Passione, ne sta in parte condividendo i tormenti e si rende conto che Cristo sta soffrendo anche per lui,  per i suoi peccati, per la sua precedente vita; si rende conto di aver incontrato la misericordia di Gesù che lo accoglie e  non lo giudica ma lo salva, oggi, qui, proprio adesso, in questo momento
 
Solo comprendendo che la Passione di Cristo è anche opera nostra, solo superando la nostra indifferenza ed egoismo, solo non limitandoci a comode scuse o a meschine domande « Ma io cosa c’entro, cosa vuoi da me?» possiamo anche noi come il buon ladrone accorgerci di aver incontrato Cristo. Se saremo convinti di non poter fare nulla per gli altri, se saremo convinti che non dipende mai da noi, che c’è già chi ci deve pensare, allora non saremo mai partecipi veramente del dolore altrui, mai ci potremo assumere le nostre responsabilità, mai ci accorgeremo di avere Cristo sofferente accanto a noi. Non sappiamo più vivere in comunione con il prossimo, siamo spesso confusi dalle nostre fortune e ricchezze o magari disperati nelle nostre avversità o tormenti, spesso peccatori e dubbiosi del perdono, allora dobbiamo ricordare il buon ladrone, ricordare  che in ogni istante possiamo incontrare Gesù, incontrare la sua misericordia che non giudica ma accoglie e perdona.


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Decima Stazione:  Gesù  è  crocifisso

Tintoretto, Crocifissione di Gesù Cristo, Scuola Grande di San Rocco, Venezia

 Jacopo Robusti, noto come Tintoretto, nacque a Venezia il 29 Aprile 1519, il nome deriva dal mestiere del padre che era un tintore di stoffe. Fu uno dei più grandi esponenti della scuola veneziana e forse l’ultimo grande pittore del Rinascimento italiano.
  Conosciuto come il pittore della luce per la bravura con cui utilizzava gli effetti luminosi e chiaroscurali, lavorò soprattutto a Venezia, dove, dopo la morte di Tiziano alla metà del secolo, rimase, insieme con Paolo Veronese, il maggiore nome del panorama artistico della città. Tintoretto morì a Venezia all’età di 75 anni il 31 Maggio 1594.

 La Crocifissione di Gesù Cristo è un enorme dipinto ad olio su tela di 518 x 1224 cm eseguito dall’artista nel 1565 per la Confraternita di San Rocco, una delle maggiori congregazioni dette appunto “scuole” di Venezia.
 Al centro Gesù è inchiodato alla croce, il suo sangue gocciola ai piedi della stessa ;  alle sue spalle uno dei carnefici sta salendo la scala per porgergli una spugna che sta intingendo nell’aceto mentre ai suoi piedi piangono le pie donne, il suo volto è rivolto verso il basso non reclinato nella morte, si sta rivolgendo a  Maria e Giovanni che guardano verso di Lui ascoltando le sue parole.
 Alla destra di Gesù stanno innal-zando la croce a cui è già stato le-gato Disma, il buon ladrone; sul terra-pieno retrostante, illuminato dalla luce di Cristo,  stanno legando Gesta, il cattivo ladrone, alla croce che sarà innalzata alla sinistra di Gesù, dove un uomo sta scavan-do per preparare la buca che sosterrà la terza croce.
 
Sullo sfondo si distinguono i palaz-zi di Gerusalemme ritratti però come castelli rinascimen-tali, a destra si intravede un uomo che sta attraver-
sando uno strano ponte a tralicci, mentre soldati e  aguzzini sono intenti a varie mansioni: c’è chi scava e chi si gioca a dadi le vesti del Cristo, chi, a cavallo, assiste e testimonia la morte dei condannati, altri che semplicemente fungono da spettatori del cruento spettacolo.
 Tutti i personaggi sono coinvolti nella scena che rappresenta il grande evento della Cristianità o come protagonisti dell’azione o come spettatori : l’opera è brulicante di persone , quasi caotica e fa si che lo spettatore si senta preso dall’analisi delle varie componenti tanto da diventarne partecipe, quasi protagonista. E’ proprio questo l’intento dell’artista, senza calcoli intellettuali ma con ritratti ed esempi chiari ed evidenti, egli vuole presentare al fedele la storia della Redenzione e coinvolgerlo nella Passione di Cristo non più solo come spettatore ma anche attore in essa. I costumi e le vesti, i copricapi e le armature ma anche le strutture architettoniche sono quelle del suo tempo, sono calate nella quotidianità di chi guarda, la Passione di Cristo non è un evento remoto ma una sofferenza che si rinnova tutti i giorni.

Davanti alla croce di Cristo sfila quasi una folla di persone che vogliono” vedere”, che si beano di un macabro spettacolo, senza percepirne il profondo significato, persone superficiali in cerca di emozioni forti che spesso possiamo identificare nella nostra società dove la sofferenza diventa spettacolo,  qualcosa che eccita cuori ormai insensibili. Dobbiamo sforzarci di non diventare indifferenti alle tribolazioni del nostro prossimo, cerchiamo che non sia tutto uno spettacolo da vedere seduti in poltrona!
La sofferenza di Gesù è giunta al culmine, ha sopportato tutto ma ora non ha più la forza di resistere, si sente perfino abbandonato dal Padre! Ma Gesù si rivolge a Lui e nella attuazione della Sua volontà trova conforto.
Anche l’uomo più forte può conoscere la disperazione: malattie, disgrazie, cattive notizie possono sempre sopraggiungere, magari insieme; allora ira e risentimento fanno da padrone, non riusciamo a renderci conto del perché di ciò che ci succede, delle motivazioni di talune tribolazioni, può essere successo anche a noi; ma proprio allora dobbiamo ricordare a Chi anche Gesù si è rivolto, in Chi anch’ egli ha trovato conforto, Chi non ci abbandona mai.


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Nona Stazione:  Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Carmelo Puzzolo, Gesù incontra le donne di Gerusalemme, Monte Krizevec, Madjugorie

 Carmelo Puzzolo nasce il 25 febbraio 1934 a San Pietro in Bagno ( Forli ). Studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze e insegna in seguito all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Negli anni si concentra sulle nature morte e sui paesaggi ma è con la tematica religiosa che la sua arte diviene pubblica.
 Gesù e le donne di Gerusalemme è un’opera in bronzo di notevoli dimensioni eseguita dall’artista a partire dal 1985. Fa parte di una serie di quindici pannelli che costituiscono la “Via Crucis” che si snoda sulle pendici del monte Krizevac a Medjugorie.
 Durante un pellegrinaggio a Medjugorie, Puzzolo incontra padre Slavko, cappellano del paese, che  lo invita a scolpire delle sculture; trovati dei benefattori che misero a disposizione la somma per le fusioni, dopo circa due anni i pannelli bronzei furono collocati sul monte Krizovac a Medjugorie.

 La scena viene proposta con la tecnica del bassorilievo, la figura di Gesù, che sta portando una grande croce, è raffigurata in posizione centrale . Egli porta il cartello che  Pilato gli ha fatto appendere al
collo e che lo definisce come “ Re dei Giudei”. Il suo braccio destro
si protende verso un gruppo di donne che, piangenti e addolorate commiserano la sua sorte: qualcuna prega a mani giunte, un’altra si inginocchia davanti a lui, qualcuna stringe a sé il proprio figlio.
 La figura di Cristo divide questo gruppo di pie donne, sinceramente addolorate, da una folla prettamente maschile che con furia spinge il Salvatore verso il Golgota: di là mani giunte in preghiera e lacrime di dolore, di qua mani alzate a pugno, urla rabbiose, lance e bastoni, una anonima mano lo spinge da sotto la croce mentre un altro gli pianta la punta del suo bastone nella spalla. Gesù è indifferente alla rabbia che sta alle sue spalle, quasi la comprende, è proprio per guarire questa rabbia che Egli sta salendo sul Calvario.
 Si rivolge, invece, alle donne; inaspettatamente,  il suo non è un ringraziamento per la  comprensione del Suo dolore ma quasi un rimprovero, sicuramente un invito a che il loro pianto non resti fine

a se stesso ma che riconosca in Lui la sorte di chi ingiustamente è condannato.
 Anche sulla via del sacrificio non rinuncia all’insegnamento.
 Le loro lacrime di dolore, come quelle di Pietro, saranno lacrime benedette solo se diventeranno segno di pentimento e impegno di conversione.

 Gesù è maestro anche sulla via del Calvario e vuole formare la nostra umanità, mentre rimprovera le donne ci
fa riflettere!
Non serve compiangere a parole, quando non c’è volontà di rimuovere l’errore, non serve piangere sul nostro peccato se non c’è pentimento e volontà di cambiamento, non serve piangere per le sofferenze altrui se poi la nostra vita continua come sempre. Ci stiamo forse abituando al male? Abbiamo spesso parole di sgomento e orrore di fronte alle troppe sofferenze di innocenti ma tutto finisce li, come se questo fosse tutto ciò che possiamo fare, come se questo fosse sufficiente per mettere in pace la nostra coscienza , demandando ad altri il peso e la responsabilità dell’azione.
Dell’immagine di Gesù abbiamo forse trattenuto solo l’aspetto di amore e di perdono, cancellandone quello del giudizio? E’ vero, siamo solo uomini,  deboli e fallaci, bisognosi di perdono ma non possiamo banalizzare il male, non si può far finta di niente: Gesù alle donne di Gerusalemme, che rappresentano l’umanità intera, ha detto «Se trattano cosi il legno verde, che avverrà del legno secco?»



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Ottava Stazione:  Gesù è aiutato dal Cireneo 

Tiziano Vecellio, Cristo e il Cireneo, Museo del Prado, Madrid

 Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore tra il 1480 e il 1485; fu uno dei pochi pittori italiani ad avere una bottega condotta come una vera e propria azienda; sempre a contatto con i personaggi più potenti della sua epoca che furono i suoi maggiori committenti. Fondò la sua pittura proponendo, in alternativa al “primato del disegno” di Michelangelo, un uso molto personale del colore, della sua matericità e delle sue molteplici variazioni uniti al dinamismo delle figure proprio del movimento Manierista. Tiziano morì ultranovantenne a Venezia il 27 agosto 1576.

 Cristo e il Cireneo è un’opera di Tiziano ad olio su tela di 67 x 77 cm databile al 1565 e dunque dipinta dall’artista a quasi ottanta anni. E’ conservata al museo del Prado a Madrid.
 La scena descritta da Tiziano sembra quasi un ingrandimento fotografico, le figure ritratte sono solo due : Gesù sofferente e Simone; di essi vengono raffigurati solo il viso e le mani con la possente croce che in questo momento li sta dividendo; tutta la nostra attenzione deve essere concentrata sulle due figure e su ciò che vogliono significare.
 Gesù è ritratto con una corda al collo, una veste chiara copre i se-gni della flagellazione, la mano che regge la croce è ben curata quasi femminea, solo la corona di spine che gli riga il volto di san-gue ci ricorda ciò che è successo in precedenza; ma quello che più colpisce è il suo sguardo, il volto è rivolto verso di noi, una lacrima sta bagnando la sua guancia, le sopracciglia un po’ corrucciate esprimono tutto il tormento  per le sofferenze e il dolore per il tradi-mento di chi gli voleva bene; solo un estraneo è chiamato ad aiutarlo!
 
Simone di Cirene, che stava tornando dal lavoro, è costretto ad aiutare uno sconosciuto condannato a morte. Stranamente Tiziano non lo raffigura come un contadino ( tale infatti lo descrivono sia Marco che Luca nei loro vangeli ) ma come un ricco signore: infatti i capelli e la barba sono ben curati, ricca appare la sua veste blu ma soprattutto risalta il magnifico anello d’oro con rubino che egli porta al pollice della mano destra.
 
La stesura pittorica è molto raffinata, quasi fotografica nella ricerca dei particolari. Il volto del Cireneo quasi emerge dall’ombra, sottoli-neato dalla luce che colpisce barba e mano, ma soprattutto è il volto di Cristo che domina la scena con le gocce di sangue che ne rigano la fronte, le lacrime sulla guancia, le labbra semiaperte e lo sguardo che ci colpisce quasi come un rimprovero; tutto ci coin-volge e ci proietta nel dramma descritto.
 
La croce dapprima divide le due figure, la croce è un peso e una perdita di tempo: Simone infatti avrebbe fatto volentieri a meno
della “seccatura” impostagli dai soldati romani; probabilmente non era la prima volta che assisteva a simili scene e probabilmente nemmeno sapeva chi fosse il condannato; per quanto tempo ha camminato vicino a Lui insofferente dei suoi patimenti? ma la mano che Tiziano dipinge al di là della croce è un ponte che lo collega a Cristo, quasi lo tocca. Ma chi è Simone di Cirene? E’ un nordafri-cano proveniente da Cirene, una città sulla costa mediterranea della Libia,(*) che si ritrova ad un certo punto della sua vita ad incontrare Gesù, il quale irrompe, indesiderato, nella sua esistenza in maniera repentina e indesiderata, dapprima è solo un fastidio, una costri-zione e una grossa seccatura oltre che una fatica, ma la mano che Tiziano dipinge aldilà della croce ci dice che ad un certo punto in lui 
tutto è cambiato.
 Ha compreso la grazia di camminare assieme a Cristo e di poterLo assistere , Gesù, muto e sofferente, gli ha toccato il cuore.
(*) Simone di Cirene è probabilmente realmente vissuto, infatti nel 1941 nella valle del Cedron presso Gerusalemme è stato ritrovata una tomba contenente i resti di un certo Alessandro di Cirene, figlio di Simone. Considerato che Cirene dista da Gerusalemme più di mille chilometri e che il nome Alessandro era poco comune tra gli ebrei, è ritenuto molto poco probabile che fosse esistito un altro Alessandro di Cirene a Gerusalemme e quindi è plausibile l’ipotesi che la tomba contenga i resti della famiglia di Simone il Cireneo, visto che proprio Marco nel suo vangelo lo identifica come “ padre di Alessandro e Rufo” ( Mc 15,21).

 L’egoismo ci porta spesso ad essere come il “primo” Cireneo, indifferenti alle sofferenze degli altri, ci porta a compiere atti di generosità perché costretti dalle circostanze o dal giudizio della società, ad aiutare per metterci in mostra, non per vero altruismo. Ma Gesù irrompe spesso nella nostra vita, carico di spine e della croce; cerchiamo di riconoscerlo quando ci chiede aiuto nei panni del nostro vicino, magari con un gesto di volontarietà gratuita e sincera, una lacrima asciugata, una buona parola; allunghiamo come fece Simone una mano verso di Lui e tocchiamone tutto il suo amore e saremo liberi dal nostro egoismo



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Settima Stazione:  Gesù è caricato della croce 

Lucio Fontana, Stazione della Via Crucis Bianca, Museo Diocesano, Milano

 Lucio Fontana è nato da genitori italiani il 19 febbraio 1899 a Rosario de Santa Fè in Argentina. E’ stato pittore, scultore, ceramista e mosaicista. Fu il fondatore e il più noto rappresentante del movimento spazialista; gli spazialisti non avevano come priorità il colore o la pittura della tela ma la ricerca della tridimensionalità con l’intento di dare forma alle forze naturali  ed alle energie nuove e nascoste che stavano emergendo nel campo della scienza quali particelle, raggi, elettroni e protoni. L’artista è famoso per alcune tele apertamente provocatorie, caratterizzate da buchi o tagli nella tela stessa che scandalizzarono il pubblico dell’epoca.
Lucio Fontana morì a Comabbio in provincia di Varese il 7 settembre 1968.

Gesù caricato della croce è una formella in ceramica invetriata di 41,5 x 21 cm circa, databile al 1955 che fa parte della cosiddetta Via Crucis Bianca così chiamata dal particolare colore della ceramica e realizzata, in un progetto con finalità sociali e di solidarietà, per la cappella della Casa Materna Asili Nido Ada Bolchini, nata per dare aiuto alle ragazze madri. E’ stata successivamente acquisita dalla Regione Lombardia ed esposta nel Museo Diocesano di Milano.
 
 Fontana, impegnato in un momento di intensa ricerca sia nella produzione di opere a carattere sacro che concettuale, inserisce la scena in una formella di ceramica bianca e invetriata di forma ottagonale.

 
Con pochi tratti, che sembrano quasi dei graffi, definisce la città di Gerusalemme a sinistra
e la collina del Golgota nella parte alta della formella stessa. Pochi sono gli elementi rappresentati, ciò che interessa all’artista non è il particolare ma l’idea, il concetto che deve esprimere la sua opera.

 
La scena è tutta incentrata sulle figure in rilievo, l’attenzione è rivolta tutta su di loro che sembrano voler uscire dalla scena stessa per avvicinarsi allo spettatore.

 
I rari personaggi sembrano emergere dal piano della formella in cui Cristo è la figura dominante, con pochi elementi plastici l’artista definisce la figura del Salvatore e dei suoi aguzzini che stanno sollevando la croce per porla sulle spalle di Gesù; egli quasi si piega nell’accettazione di tale carico;   i particolari della descrizione non esistono ma ben si immagina il peso della croce e la sofferenza di Cristo.

 
I tratti delle persone scabrosi, ruvidi e aspri, i graffi sulla superficie della ceramica esprimono tutta la drammaticità del momento descritto. Il rilievo della ceramica e le stesse incisioni determinano effetti di chiaroscuro che ben fanno risaltare le figure e la dinamicità dei loro gesti.

 
Quasi nessun colore caratterizza l’opera solo il bianco della ceramica, il tratto nero sulla figura del soldato a destra e il rosso sul corpo di Gesù: il bianco della purezza dell’animo di Cristo, innocente condannato, il nero del male dell’umanità che lo condanna e il rosso della Passione, del sangue versato, del suo amore per l’umanità. L’opera quindi nella sua semplicità acquisisce una forte valenza evocativa: i tratti graffianti, i segni decisi, le sagome che sembrano voler uscire dal piano della formella sottolineano inequivocabilmente la tragedia che Fontana ci sta presentando ed è proprio grazie alla quasi totale assenza di colore che noi possiamo porre l’attenzione al gesto del “caricare” Gesù della croce e al suo significato profondo

 
 

Questo “voler balzare fuori”, che i personaggi scolpiti sembrano suggerire, ci dimostra come l’atto tragico della Passione appartenga invece al nostro tempo, voglia superare lo spazio e il tempo che ci separa dai fatti avvenuti testimoniando che, una volta compiuta la volontà del Padre, il Cristo è tornato.
 Il gesto di caricare Gesù della croce ci richiama le sue parole rivolte di dottori della legge ( Lc 11,46 ) :« Guai a voi che caricate gli uomini di pesi insopportabili e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito». Ci diffida a caricare altri di pesi che noi non vogliamo toccare; è molto facile addossare  dubbi, incertezze o colpe su altri, su chi magari non vi si può sottrarre, usare la nostra autorità per fare questo. Egli disse anche « il mio giogo è dolce e il mio carico leggero», egli avrebbe potuto non averne assolutamente ma se ne gravò fino alla fine.  Ci invita a condividere i pesi e le difficoltà di chi ci sta vicino; a caricarci dei dolori degli altri, dei loro problemi, dei loro disagi perché portare  i pesi gli uni degli altri è uno dei modi di amare.


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Sesta Stazione:  Gesù è flagellato e coronato di spine

Giambattista Tiepolo, Flagellazione di Cristo, Museo del Prado, Madrid

Giambattista Tiepolo (o Giovanni Battista o Zuan Batista) nacque a Venezia il 5 marzo 1696; cittadino della Repubblica di Venezia, fu uno dei maggiori esponenti del Settecento veneziano. Lavorò dapprima a Venezia poi a Milano e a Vicenza; venne chiamato a Wurzburg in Germania per decorare la residenza del vescovo e successivamente re Carlo III di Spagna lo volle a Madrid. Qui morì il 27 marzo 1770 e fu sepolto nella chiesa di San Martin. In seguito alla distruzione della chiesa stessa, i suoi resti andarono per sempre perduti.
 Da buon seguace di Paolo Veronese, Tiepolo costruisce la scenografia del sacro racconto con elementi classici anche se limitati all’essenziale: un pavimento lastricato di riquadri marmorei, una potente colonna e una architrave sostenuta da colonne di tipo dorico.
 Ciò che però più colpisce l’osservatore è la grande dinamicità dei personaggi, il realismo dei particolari e la vivacità del colore. La luce che si sprigiona dai colori sottolinea e ingigantisce la sensazione di movimento e di grande mobilità delle figure, pur mantenendo intatte la precisione dei particolari e la capacità decorativa dell’artista. 
Cristo seminudo è legato alla colonna in modo da permettere ai suoi carnefici di poterlo colpire sia davanti che sulla schiena. Essi in un macabro balletto lo colpiscono con tutte le loro forze, accentuandole con un salto per dare più potenza al gesto. Impugnano non il classico flagello con più strisce di cuoio ma grossi bastoni recanti orribili spine che straziano le carni del Salvatore; il supplizio doveva prolungarsi per molto, infatti altri bastoni erano già pronti ai loro piedi, non dovevano rimanere privi dei loro strumenti di “lavoro” prima della fine della tortura!
 
Cristo ha le spalle straziate spine e dai colpi, terribile è l’immagine del sangue che cola a fiotti dalla spalla destra e che si raccoglie ai suoi piedi. Il viso esprime tutto il dolore che Egli sta patendo, ma anche rassegnazione di fronte a ciò che Lo attende e sicuramente una totale accettazione dei tormenti inflittigli, consapevole che questa era l’unica strada alla salvezza del mondo.
 
Intorno alla colonna del supplizio sbucano visi di persone intente ad osservare e testimoniare l’applicazione della condanna, visi seri e quasi compiaciuti di persone che commentano il lavoro degli aguzzini, alabarde puntute risaltano dietro di essi: sono i soldati che sorvegliano e che dileggeranno Gesù dopo la flagellazione.
 
Tra le gambe dei carnefici compare un viso di donna; un piccolo drappo azzurro indica in lei Maria che distrutta dal dolore quasi volge il capo dalla scena  verso un altro volto, attonito, in cui forse possiamo riconoscere il barbuto Pietro che aveva appena rinnegato Gesù.
 
La flagellazione era allora una punizione terrificante; il flagello strappava letteral-mente la carne a brandelli causando, oltre che al comprensibile dolore, una gravis-sima perdita di sangue e delle forze del condannato. A questo si aggiungerà la corona di spine che al dolore unirà anche lo scherno.
 La disumanità raggiunge sempre nuovi vertici, la storia è piena di nuove guerre, di persone maltrattate, di persone ingiustamente condannate, di persone che soffrono; siamo spesso testimoni di torture fisiche e morali, di violenze verso donne e bambini, di violenze urbane e di violazioni di diritti umani. E le violenze psicologiche, le sottili insinuazioni, le male parole , come le spine della corona di Gesù, sono un tormento continuo, protratto nel tempo e sicuramente non meno doloroso di quello fisico.
 Ci stiamo abituando, quasi, a tutto ciò, imputandone la colpa a situazioni o persone verso le quali noi non possiamo nulla. Chi sono i colpevoli? Non puntiamo il dito sempre verso gli altri, perché anche noi possiamo avere avuto la nostra parte di colpa in questa disumanità.
 Al centro dell’ingiustizia, ricordiamolo, c’è sempre un giusto che paga. Il male che noi facciamo è sempre portato da un’altra persona che è innocente almeno nei riguardi di ciò che subisce. E Chi è stato innocente totalmente, Chi è stato innocente di ogni colpa lo ha dovuto portare tutto

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Quinta Stazione:  Gesù è condannato da Pilato

Duccio di Buoninsegna, Cristo torna da Ponzio Pilato, 
                                          Maestà del Duomo di Siena, Museo dell’Opera del Duomo, Siena

Duccio di Buoninsegna nacque a Siena nel 1255 circa. Fu uno dei più importanti esponenti della pittura senese della metà del 200. Probabilmente allievo di Cimabue, formò alla sua bottega un grande maestro come Simone Martini. Duccio morì in una data imprecisata tra il 1318 e il 1319.
  Cristo torna da Pilato è un’opera a tempera su tavola che si trova sul retro della grande Maestà del Duomo (212 x 426 cm). La Maestà, pala d’altare della cattedrale senese e dipinta tra il 1308 e il 1311, è un’opera a due facce che presenta sul lato principale una Vergine in trono con Bambino circondata da una folla di angeli e santi e sul retro le storie della Passione di Cristo e della Sua Resurrezione. È il capolavoro dell'artista ed uno dei dipinti più importanti dell'arte pre-rinascimentale italiana.
  La scena si svolge all’interno del pretorio dove risiedeva Pilato, governatore della Palestina; Gesù vi ritorna tre volte perché Pilato, interrogatolo, non lo trova colpevole e lo rimanda prima al Sinedrio e poi da Erode cercando di scaricare su altri la responsabilità del verdetto qualunque sia. Caifa e gli altri componenti  del Sinedrio, che avevano già deciso da tempo la morte di Gesù prima ancora di averlo interrogato, insistono con Pilato perché sia Roma a condannarlo e in massa si accalcano alle porte del palazzo pretorio senza entrare per non essere contaminati e poter festeggiare la Pasqua.
 Duccio di Buoninsegna ritrae Gesù, legato e con una tunica bianca, di fronte a Pilato. Con il capo guarnito della corona del potere, il pretore sta seduto su uno stranissimo sedile.
 
La prospettiva lascia un po’ a desiderare: infatti il sedile è raffigurato dietro le colonne mentre i due personaggi principali figurano essere davanti ad esse e quindi fuori dalla scatola prospettica costruita dall’artista. L’architettura richiama alcuni modelli giotteschi con le esili colonne tortili e la travatura del tetto, c’è evidente il gusto gotico della ricerca del particolare e della decorazione mentre  nelle vesti dei sacerdoti si possono invece rilevare le pieghe lumeggiate caratte-ristiche della ormai superata arte bizantina.
 
Il vestito candido di Gesù, che veniva impiegato per sottolineare la pazzia, lo fa risaltare invece fra tutte le figure presenti, evidenziandone la solitudine ma anche la solida forza morale. Dietro di Lui otto personaggi armati lo osservano atten-tamente mentre fuori dal palazzo i sommi sacerdoti e tutti i Sinedriti controllano che tutto vada secondo i loro desideri: essi hanno già condannato Gesù e spin-gono perché Pilato applichi la condanna in nome di Tiberio imperatore.
 
Pilato non ravvede colpe in Cristo, non sarebbe indeciso o titubante circa l’inno-cenza di Gesù e la sua liberazione ma sarebbe bastato un ricorso del Sinedrio all’imperatore, viste le accuse che Caifa aveva mosso,«è un malfattore ,è un sobillatore,  si è fatto re, è nemico di Cesare» per far si che  la condanna venisse applicata per ordine di Tiberio, scavalcando Pilato stesso e mettendolo così in cattiva luce di fronte all’imperatore. Non vuole comunque assumersi la respon-sabilità della morte di un giusto e tenta la carta della flagellazione per accontentare in parte il Sinedrio ma inutilmente.
 Con un gesto molto significativo si lava allora le mani a significare che non è colpevole della sua morte e  consegna Gesù ai sacerdoti, dichiarandosi libero da ogni responsabilità e addossandola completamente al Sinedrio ed essi capiscono benissimo e accettano tale fardello.. Non vuole condannarLo a morte ma permette che lo essi lo facciano.
 
Gesù  in parte assolve Pilato:«Non avresti nessun potere se non ti fosse dato dall’alto. Chi mi ha consegnato a te ha una colpa più grande»
 Gli sta dicendo che infine egli non fa altro che assolvere a ciò che era scritto e quindi alla volontà del Padre.
 Non è però la giustezza della sentenza che importava a Pilato ma i suoi personali e professionali interessi! Cercava di rimanere in disparte, di non essere toccato!
 Ma Gesù gli dice anche «Io sono venuto per rendere testimonianza alla verità».
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Noi ci troviamo di fronte a questa testimonianza e sappiamo che non è possibile, non è lecito lavarci le mani. Non è lecito che chi ha il potere ne faccia uso al servizio dei più forti, né, debole e vile, impegni la propria autorità al servizio dell’ingiustizia calpestando la dignità dell’uomo e il suo diritto alla vita.
Spesso ci preoccupiamo di cose superficiali,  che danno soddisfazioni immediate, guidati da considerazioni opportunistiche e indifferenti nei confronti della verità. Lo facciamo anche in occasione di fatti di secondaria importanza giustificandoci proprio per il fatto che non sono cose gravi, non “muore nessuno”.Trascuriamo la verità se questo ci torna comodo, se ci torna utile, ci mettiamo dalla parte della folla, dalla parte dei più forti per sentirci noi stessi più forti, ma allora siamo proprio diversi da Pilato? O ci possiamo rispecchiare in lui? Siamo proprio diversi dalla folla dei Giudei che gridava «Crocifiggilo»?
Dobbiamo avere il coraggio di prendere decisioni responsabili, di essere dalla parte del giusto, di essere forti, di essere testimoni di verità.



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Quarta Stazione:  Gesù è rinnegato da Pietro

CaravaggioNegazione di San Pietro, Metropolitan Museum of Art, New York.

La Negazione di San Pietro è un’opera ad olio su tela di 94 x 125 cm databile al 1609-10. Dipinta durante il tribolato soggiorno di Caravaggio a Napoli, la tela era originariamente di proprietà del cardinale Paolo Savelli, imparentato con papa Sisto V; essa conobbe vari proprietari per finire nel 1997, qualcuno dice importata illegalmente, a New York al Metropolitan Musem.
Dei discepoli in fuga dopo l’arresto di Gesù, due ritornano indietro: affetto, forse un po’ di curiosità, forse inconsapevolezza del rischio che stavano correndo.
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 Pietro viene riconosciuto e accusato di essere un seguace di Cristo e di essere stato con Lui nell’orto degli ulivi; egli nega, nega tutto, non conosce quell’Uomo! Caravaggio riprende pro-prio questo istante; di tutti i personaggi citati dai Testi riduce a soli tre i soggetti intervenuti: Pietro, la serva e il soldato, otte-nendo così una composizione serrata e drammatica e in cui più facilmente possono essere descritte e rappresentate le emo-zioni e la personalità di ciascun partecipante.
 Essi sono ritratti su uno sfondo scuro in cui si intravede la fiamma del fuoco a cui Pietro ed altri si stavano scaldando, le figure sono evidenziate da dei lampi di luce che ne sottolineano i gesti e le espressioni; sono solo tre, come le volte che Pietro ha rinnegato il Salvatore.
 
Molta convinta di ciò che sta dicendo è la serva, indica Pietro, accusandolo, con entrambe le mani come per sottolineare la fondatezza delle sue parole; anche il soldato ( ritratto con l’uni-forme di un militare di Spagna che infatti dominava Napoli )
alza un dito minaccioso e ammonitore, presagendo chissà quali punizioni.
 
Bellissima è la figura di Pietro, egli quasi si tira indietro di fronte alle accuse che gli piovono addosso in modo così deciso, non riesce a reggere tali accuse, sul suo volto si legge il rimorso per una decisione dettata dalla sua debolezza e dalla paura, è stanco, non ce la fa più e le sue mani al petto lo rivelano. « Non so e non capisco quello che vuoi dire» ribatte, ed il gallo canta per la prima volta. Ma la serva insiste ed egli nega ancora. E agli altri, che fuori nel cortile lo accusano di essere galileo e quindi seguace di Gesù, dice «Non conosco quell’Uomo», ed il gallo canta per la seconda volta . Pietro, memore delle parole di Gesù, scoppia in pianto.
Straordinaria è la capacità dell’artista di rendere le figure umane, nelle loro emozioni e debolezze, nei loro indugi e nei loro pentimenti. Egli ritrae i suoi personaggi con i costumi della sua epoca per adattare al suo ( e al nostro ) tempo il sacro racconto e per ricordare ai suoi coetanei (e a noi) che ciò che egli sta descrivendo non è una favola antica, non è un fatto tanto lontano nel tempo, è successo in Palestina ma accade anche nella  Napoli del 1600 e nella nostra realtà del XXI secolo.
 Pietro rinnega Cristo, rinnega tutto ma così rinnega anche la propria identità, rinnega sé stesso, smentisce quelle dichiarazioni di fedeltà assoluta che in precedenza aveva fatto «Anche se dovessi morire con te , non ti rinnegherò» ( Marco 14,31). Era sincero in questo ma non conosceva ancora la propria umana debolezza, voleva morire per Cristo e non sapeva allora che  era Gesù che doveva morire per lui per poterlo salvare.
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 Quanto spesso rinneghiamo Cristo nelle nostre piccole cose di tutti i giorni, quante volte nella nostra presunzione ci sentiamo forti e saldi come una roccia per poi sgretolarci di fronte alla prima prova. Tolleriamo troppo facil-mente la differenza tra ciò che professiamo e quello che in realtà siamo veramente, a volte abbiamo quasi vergogna 
di essere cristiani come fosse una colpa, non è alla moda seguire i comandamenti, non sappiamo prendere un impegno definitivo in tale senso, non abbiamo il coraggio di andare sino in fondo; siamo deboli, siamo uomini, la fede a volte ci costa troppo. Pietro è scoppiato in lacrime, facciamolo anche noi; che siano lacrime amare, lacrime di pentimento ma addolcite dalle parole di Gesù nel vangelo di Giovanni « Non sono venuto per condannare, ma per salvare » (Gv 12,47)


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Terza Stazione:  Gesù condannato dal Sinedrio

GiottoCristo davanti a Caifa, Cappella degli Scrovegni, Padova.

 Cristo davanti a Caifa è un’opera ad affresco di 200 x 185 cm databile al 1303-05; fa parte del ciclo della Passione di Gesù nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
 Dopo l’arresto nell’orto degli ulivi, Gesù viene condotto a casa di Caifa, dove si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 
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 La scena si svolge in una stanza chiusa, è notte fonda e le imposte sono ancora chiuse; notevole e oramai ben sperimentata é la capacità di Giotto di inserire il racconto in uno spazio ben definito con una efficace costruzione prospettica,  la luce proviene da una torcia tenuta in mano dal servo con la veste marrone ( il colore grigiastro della fiamma è dovuto all’ossidazione e al conseguente scurimento dei colori); il sommo sacerdote e suo suocero Anna sono seduti insieme su una sorta di piccolo trono che, pur se seduti, li porta alla altezza degli altri; Gesù, con le mani legate e attorniato da soldati, viene ritratto di fronte mentre tutte le altre figure sono di trequarti o di profilo. L’artista descrive l’attimo in cui Caifa si straccia le vesti scandalizzato e inorridito al sentire Gesù che si proclama Figlio di Dio.
 
Davanti al sommo sacerdote oltre al servo stanno due figure, forse coloro che testimoniarono il falso dicendo di avere sentito Gesù dire che avrebbe distrutto il tempio e in tre giorni ne avrebbe edificato un altro non fatto da mani d’uomo. Anna  sta invitando Gesù a rispondere alle accuse ma Egli tace, consapevole che nessuna parola potrà cambiare una decisione già presa ( Caifa disse che era meglio per il popolo che morisse un solo uomo – Giovanni 18,14.), niente può intac-care quel muro di prevenzione che lo circonda e solo di fronte ad una precisa e fondamentale domanda afferma la sua divinità.
 
Tanto basta a Caifa per arrivare a quella condanna tanto voluta, si straccia le vesti sottolineando in modo cosi ecla-tante la sua presunta supremazia morale nei confronti del Maestro. Finalmente lo può mandare davanti alla giustizia civile ( egli non aveva nessun potere per una condanna a morte, solo il governatore romano lo avrebbe potuto fare ), non importa se le accuse saranno diverse.
 
Un soldato colpisce Gesù con uno schiaffo per la sua risposta, ne riceve in cambio uno sguardo triste di accettazione e una domanda:«se ho parlato male dimostrami dove è il male, se ho par-lato bene, perché mi percuoti?». Parole che esprimono tutta l‘amarezza che sta nel cuore di Gesù.
 
A ben guardare si può notare tra le persone che si affacciano alla porta anche il viso di Pietro
la figura in mezzo delle tre che si notano sopra la spalla del soldato che sta per colpire Gesù )
, vuole vedere cosa sta accadendo al suo Maestro, pur cercando di non farsi riconoscere, purtrop-po sembra quasi di sentire il gallo che canta al nuovo giorno.
 
 Giotto lo condanna togliendoli l’aureola che normalmente lo accompagna, ma egli non è come Giuda, la sua presenza dimostra il suo amore per Gesù pur con tutte le manchevolezze e le debo-lezze della sua natura umana.
 Seguendo una tradizione bizantina, l’autore sottolinea la divinità di Cristo appena affermata, ritraendolo di fronte quando tutti sono dipinti di trequarti o di profilo. E’ il Dio fatto uomo perché possa sottostare alla volontà del Padre e patire la Sua Passione. Molti  lo deridono e lo insultano percuotendolo, il suo calvario è già iniziato. La sofferenza non è solo fisica, egli sa di non poter essere capito, c’è in lui quasi uno scoraggiamento - Anche se lo dico non mi crederete, anche se vi interrogo non mi risponderete-. Niente può superare la prevenzione, la diffidenza e l’ostilità che viene proprio dalla sua gente e proprio per questo il tradimento e l’abbandono fanno più male, ma Egli sa che per questo è necessaria la sua Passione e la sua Morte sulla croce.
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 Egli è l’emblema del debole sopraffatto, dell’innocente ingiustamente condannato, del giusto deriso, in Lui viene profanata la dignità dell’uomo.
 «Io non ho mai fatto del male a nessuno!», quante volte abbiamo detto e sentito queste parole; è vero: non abbiamo colpito nessuno, non abbiamo mai schiaffeggiato nessuno, a nessuno abbiamo provocato dolore fisico o ferite nel corpo, non siamo  mai stati violenti. Questa terza stazione ci deve far riflettere su quanto spesso, invece, abbiamo ferito l’animo del nostro prossimo, su quanto male possono aver provocato le nostre parole, su quali ferite dell’anima abbiano causato i nostri atteggiamenti. Abbiamo mai condannato moralmente solo per il gusto di sentirci superiori a qualcuno? Abbiamo mai innalzato un muro di prevenzione verso il nostro prossimo? Abbiamo mai sopraffatto, anche solo a parole, qualcuno solo perché più debole di noi, solo perché non sapeva tenerci testa? Ci Siamo mai ferocemente uniti al pubblico biasimo di qualche persona solo perché essa era fuori dagli schemi tradi-zionali e comunemente accettati.
 Anche per questo Gesù è salito sul Calvario, anche per questo è morto sulla croce


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Seconda Stazione:  Gesù, tradito da Giuda, viene arrestato

Giotto, Bacio di Giuda (o cattura di Cristo), Cappella degli Scrovegni, Padova.

 Il Bacio di Giuda è un affresco di 200 x 185 cm eseguito da Giotto e databile al 1303-05; fa parte del ciclo della Passione di Gesù nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
 La scena, forse una delle più note dell’intero ciclo, si svolge all’aperto, nulla richiama alla vista l’orto degli ulivi dove si svolge il racconto evangelico, ciò che colpisce l’occhio è il nucleo centrale occupato dal Cristo e da Giuda e sottolineato dal gesto del gran sacerdote che li indica entrambi. Giuda si sporge in avanti per abbracciare e baciare Gesù in modo da poterlo indicare agli armigeri che lo seguono e che lo dovranno arrestare; il suo tradimento quasi ne deforma il volto, trasformandolo in una maschera bestiale e demoniaca, anche Giotto lo condanna: infatti Giuda viene ritratto ormai senza l’aureola di santità.
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 Tra Gesù e il suo traditore si instaura un intenso e muto dialogo che caratterizza l’intera opera , Gesù con una espressione ferma, consapevole di ciò che il gesto significherà per Lui, accetta il bacio come realizzazione della volontà del Padre, non vi è rancore nel suo sguardo, solo dolore per il tradimento da parte di chi Egli amava; in Giuda invece già si può scorgere il dubbio e il senso di colpa per ciò che ormai ha fatto.
  
Solo in un secondo momento ci si rende conto della molteplicità delle scene che si svolgono intorno alle due figure centrali; Pietro, in uno scatto d’ira per il tradimento e in un umano tentativo di difendere il suo Maestro, taglia un orecchio a Malco, servitore del gran sacerdote ma Gesù lo risana e rimprovera Pietro: infatti, se Lui volesse, non potrebbe chiamare in suo aiuto più di dodici legioni di angeli? Ma come in tal modo si potrebbe fare la volontà del Padre suo?
 
Enigmatica la figura che di spalle afferra un mantello ad un personaggio che non si vede: si rifà forse al vangelo di Marco che racconta di un giovinetto che, vestito soltanto di un lenzuolo, viene fermato ma egli fugge abbandonando il lenzuolo; e la figura di Caifa campeggia in primo piano mentre soddisfatto per l’esito dell’azione indica Gesù ai soldati.
 
E ancora una moltitudine di personaggi molto ben caratterizzati dal punto di vista della fisionomia, giovani, uomini maturi, vecchi con la barba, un assembramento di persone che vogliono partecipare ed essere testimoni dell’accaduto; molti soldati con l’elmo metallico in testa, fiaccole e torce, lance e bastoni, c’è anche chi suona il corno quasi a richiamare altri aiuti, qualcuno  addirittura pesta il piede del suo vicino nella foga di portarsi più avanti,  è una grande massa di gente che si è mossa per arrestare Gesù.
 
Gesù verrà arrestato e portato via; gli apostoli, dopo una prima reazione, cedono alla paura, al timore di essere essi stessi arrestati e giudicati, abbandonano Gesù al proprio destino.
 
Proprio questa agitazione della folla di armati, questa grande dinamicità dei personaggi, questa concitazione dei gesti, queste espressioni alterate sottolineano la drammaticità dell’evento centrale che con la sua pacatezza spicca così tanto nell’economia dell’intera scena.
 Le figure si muovono in libertà, di fronte, di spalle, come mai prima d’ora, i soggetti sono molto ben caratterizzati, con fisionomie proprie, con espressioni ben distinte, sembrano ripresi dalla vita reale che Giotto vedeva tutti i giorni; l’artista presta attenzione alla psicologia, agli atteggiamenti, al comportamento di ognuno di loro che sembrano vivere una particolare emozione con gestualità e modo di agire specifici. I personaggi interagiscono tra di loro con spontaneità, riprendendo i comportamenti, le condizioni e i costumi del proprio tempo: Giotto crea nella sua pittura una rappresentazione della vita reale, Giotto vuole portare la vita di Cristo nell’attualità del suo tempo.
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 Pur nella lontananza temporale, l’immagine del bacio, del tradimento e dell’abbandono da parte di chi ci dovrebbe sostenere è di drammatica attualità.
 Abbiamo mai tradito chi si fidava di noi? Magari con la giustificazione che si trattava di fatti di poca importanza, non gravi per cui non prevedevano grosse conseguenze? Ci siamo mai soffermati a pensare a chi abbiamo tradito? Certo, se fossimo stati nei panni di Giuda forse non saremmo arrivati a tanto, non avremmo tradito Gesù, ma il nostro vicino, magari non proprio simpatico, forse si! E di fronte ad un amico in difficoltà, ci siamo mai defilati in buon ordine per non essere “compromessi”, per non avere fastidi? Abbandonare qualcuno non significa solo lasciarlo andare a morire, ma anche non essere partecipi della sua situazione difficoltosa, del suo momento di difficoltà. Non è necessario che si tratti di una “Crocifissione” per tradire, si tradisce anche nelle piccole cose; non è necessario che si lasci una persona sola a morire per abbandonare, si può abbandonare qualcuno  in mille “piccoli” modi. Gesù è stato tradito e abbandonato proprio da chi aveva scelto come apostoli, da chi aveva amato e in cui aveva riposto la sua fiducia, un fallimento? Una disillusione? In quel momento sembrava proprio così, perché anche Lui aveva già loro detto che lo spirito è forte ma la carne è debole. Poi, però, ci sono stati i “ritorni”:  quel giovane che abbandonò il lenzuolo che lo ricopriva è forse diventato l’evangelista Marco, e Pietro con il suo “Quo Vadis, Domine”e tutti gli altri che hanno testimoniato Cristo con la vita.
Cerchiamo che i nostri tradimenti, i nostri abbandoni non siano definitivi, confidiamo che ci siano dei ripensamenti,  preghiamo perché abbiano sempre dei “ritorni.

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Prima Stazione:  Gesù nell’orto degli ulivi

Andrea Mantegna, Orazione nell’orto, National Gallery, Londra.

L’Orazione nell’orto è un dipinto a tempera su tavola databile al 1455 di 63 x 80 cm, conservato a Londra e di cui non si conoscono le circostanze della sua creazione.
In questa opera l’artista propone un paesaggio scabro, duro e arido in una atmosfera cupa e crepuscolare che accentua la drammaticità degli avvenimenti narrati.
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 Gesù è inginocchiato in preghiera su di una roccia nuda e spigolosa, elevata rispetto al
resto a somiglianza di un altare; ai suoi piedi i tre apostoli che aveva portato con sé ( Pietro, Giacomo il Maggiore e Giovanni ) giacciono addormentati,
- vicino a loro un fiume che essi avevano in precedenza attraversato mediante un albero caduto che fungeva da ponte e un albero spoglio su cui sta appollaiato un avvol- toio. Solo uno spoglio arbusto fa da richiamo all’ambientazione evangelica del dipinto: la preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi. In basso
a destra molti soldati stanno arrivando per arrestare il Cristo; li guida Giuda, ben riconoscibile in testa al gruppo con il braccio disteso ad indicare loro la via. Provengono da una città turrita e fortificata sovrastata da alti speroni rocciosi. Si tratta della Gerusalemme ideale, anche se in essa sono riconoscibili edifici che ricordano la Roma antica e le città di  Venezia e Verona; su alcuni edifici è visibile la mezzaluna in allusione alla recente caduta di Costantinopoli del 1453 e alla presa da parte dei Turchi di Gerusalemme.
 Gesù a mani giunte è rivolto ad un gruppo di angeli in veste di putti degli antichi rilievi romani che gli stanno mostrando la croce, la lancia, la spugna con l’aceto e la colonna della flagella-zione: gli strumenti dell’imminente Passione.
 
Tantissimi sono i segni e i simboli che troviamo in tutta l’opera; l’albero rinsec-chito è simbolo del peccato che sarà vinto dalla Passione di Cristo e l’avvoltoio è chiaro segno di morte mentre i leprotti, che saltellano intorno a Cristo ed agli apostoli, e gli uccelli bianchi in basso nel fiume simboleggiano la vita e la resur-rezione.
 I germogli che si vedono fiorire sulla nuda roccia ai piedi degli apostoli addormen-tati significano speranza per il futuro e rinascita alla vita ( nella Grazia del Salvatore).
 La figura centrale di Cristo richiama tutta l’attenzione dello spettatore sulla drammaticità del momento. Gesù, malgrado abbia chiesto ai suoi più amati compagni di accompagnarlo e di vegliare per sostenerlo in un momento di paura e
angoscia, è rimasto solo di fronte a ciò che il Padre gli ha chiesto: essi non hanno saputo resistere alla debolezza della loro condizione umana e si sono addormentati.
Anche Gesù, che è vero uomo, vorrebbe allontanare lo strazio e le sofferenze che sa che stanno per arrivare ma il suo amore per tutta l’umanità fa si che sia fatta la volontà del Padre.
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L’opera mette in risalto proprio questa Sua solitudine di fronte al suo destino, l’impossibilità di ricevere aiuto da qualcuno che lo circonda anzi aspettandosi solo tradimento ed odio.
Anche noi spesso ci “addormentiamo” nei confronti di chi intorno a noi sta soffrendo; spesso, con la scusante di essere “solo uomini”, non siamo capaci di ascoltare il grido di aiuto che proviene dal prossimo più o meno vicino a noi; siamo come gli apostoli che chiamati da Gesù per sostenerlo in un momento tragico, sono solo capaci di addormentarsi.
Quante volte abbiamo lasciato “solo” Gesù nei panni di chi ci sta vicino!  Spesso facciamo finta di non vedere per non crearci problemi, perché non vogliamo “storie”, perché “ chi ce lo fa fare”! Che la prima stazione sia di monito a taluni nostri compor-tamenti e sia motivo di pentimento per il nostro disinteresse e la nostra noncuranza dei problemi e degli affanni di chi ci sta attorno; sia causa di cambiamento e nuova partecipazione della vita del nostro prossimo.