Ultima Cena - Autori vari

 L’Ultima Cena, episodio importantissimo, quasi fondante della religione cristiana, si trova nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca; Giovanni accenna solamente alla cena sottolineando invece il testamento spirituale di Gesù agli apostoli. Questo pasto raccoglie Gesù Cristo ed i suoi dodici Apostoli intorno ad un tavolo per celebrare, con alcune ore di anticipo, la Pasqua Ebraica, prima di essere arrestato.
 Dapprima Gesù, togliendosi la veste e cingendosi la vita con un panno impartì una lezione fondamentale di umiltà agli apostoli lavando loro i piedi. Successivamente, durante la cena, Gesù annunciò ai suoi compagni il tradimento di Giuda e quindi la sua Passione e Morte, poi prese il pane e lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro dicendo:« Prendete, man-giate: questo è il mio corpo, fate questo in memoria di me». Dopo la cena prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro che se lo passarono e ne bevvero tutti. Ed egli disse loro: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi e per molti».
 Cristo celebra la pasqua ebraica, ma le dona un nuovo significato. Nella cena pasquale cristiana ( l’Eucaristia appunto) si presenta in modo vivo e vero la Passione e la Morte del Figlio di Dio,che libera dal peccato e riconcilia l’uomo con Dio, per questo Gesù dice «Questo è il calice del mio sangue per la nuova alleanza».
 "L'eucaristia è il memoriale di Gesù crocifisso e risorto, cioè il segno vivo ed efficace del suo sacrificio, compiuto una volta per tutte sulla croce e ancora operante in favore di tutta l'umanità" (Battesimo, eucaristia, ministero, documento ecumenico di Lima, 1982).
 Questo duplice aspetto dell’Ultima Cena venne ben compreso dagli autori del Medioevo e del Rinascimento, i quali descrissero l’evento del Giovedì Santo taluni sottolineando il tradimento di Giuda e quindi l’importanza della Passione e della Morte di Cristo sulla croce per la Chiesa cristiana, altri mettendo l’accento sulla condivisione del pane e del vino come corpo e sangue di Cristo, momento fondamentale della Santa Messa e del cammino cristiano.
 La raffigurazione di questa scena evangelica venne riprodotta più volte già nel Medioevo da autori quali Giotto, Lorenzetti, Signorelli, Duccio di Buoninsegna sia su pittura murale che su tavola, ma trovò nel Rinascimento il suo modello estetico di riferimento nell’affresco del refettorio delle Grazie di Milano ad opera di Leonardo. La fissazione di questo canone rese quasi obbligatoria per le opere successive sia la disposizione degli apostoli, sia gli elementi iconografici che consentivano di riconoscere i singoli personaggi. Anche la scelta di affrescare la scena sul lato corto della stanza, dando profondità allo spazio reale mediante la prospettiva divenne abbastanza usuale nelle opere degli artisti successivi.
 Solo alcuni tra i più grandi artisti osarono discostarsi da tale modello: Jacopo Bassano con l’ Ultima cena di Galleria Borghese, Tiziano che ne dipinse una in verticale, Veronese con la sua enorme Ultima Cena poi rinominata “ Cena a casa di Levi”, Tintoretto che ne dipinse una in diagonale ambientata in una osteria.
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Pietro Lorenzetti, Ultima Cena, Basilica inferiore, Assisi
Pietro Lorenzetti è stato tra i maestri della scuola senese; non se ne conosce con certezza né la data di nascita (dovrebbe essere nato a Siena tra il 1280 e il 1290) né quella di morte (è probabile che sia morto, come il fratello, durante la peste del 1348). Le notizie sicure sulla vita di Pietro sono assai scarse e si limitano, in mas-sima parte, alle date che egli appose sui suoi lavori (quattro sono pervenute) e a qualche documento. Fu fratello maggiore di Ambrogio Lorenzetti; la sua formazione dovette compiersi sotto Duccio di Buoninsegna, assieme al coetaneo Simone Martini. Partecipò al grande cantiere decorativo della Basilica inferiore d'Assisi, con Giotto (di cui sentì molto l’influenza), con Martini e altri pittori fiorentini della scuola di Giotto: la sua opera più importante sono gli affreschi del transetto sinistro.
   Alla base della volta del transetto sinistro della Basica infe-riore di Assisi, tra le altre scene raffiguranti la vita di Gesù,   è possibile ammirare questa bellissima e singolare Ultima Cena, databile al 1310-1319 circa. Il sacro evento è inserito in una architettura semplice e nello stesso tempo molto articolata e ricca di particolari che riprende da vicino quelle di Giotto nella stessa basilica.
 Si tratta di una specie di tettoia esagonale aperta su due   lati e sostenuta da esili colonne con i capitelli decorati da putti angelici con cornucopie. Da esse si dipartono arcate trilobate, che sostengono un tetto in legno di cui si può apprezzare la struttura mentre il particolare punto di vista dall'alto con cui è resa la scena della cena non ne permet-terebbe la visione. Interessante è la visione di una stanza attigua e comunicante con quella principale, la resa di questo spicchio di vita quotidiana è molto bella ed insolita; vicino ad un camino, in cui arde un fuoco vivace, un servo sta pulendo i piatti, dando da mangiare ad un cagnolino gli avanzi della cena mentre un gattino sta dormendo accanto al fuoco. Una seconda persona, forse il padrone di casa, poggia la mano in modo molto confidenziale sulla spalla del servo e, indicandogli con il pollice della mano sinistra la stanza della cena, sta probabilmente dandogli indicazioni relative al servizio. Alle loro spalle appesa al muro c’è una paletta per il camino, altri utensili per la casa sono riposti   su degli scaffali alla parete.
 Due personaggi molto ben vestiti sulla porta di comunica-zione discutono animatamente di ciò che sta accadendo nella stanza.
 Gesù è il centro della scena , attorno a lui i dodici apostoli sono disposti in circolo, seduti su sedili marmorei molto elaborati, Egli ha appena pronunciato le parole «In verità vi dico , uno di voi mi tradirà».
 Gli apostoli, ritratti tutti con il nimbo della santità, discutono su cui può essere il traditore chiedendo «Sono forse io, Signore?» e, mentre Giovanni poggia la testa sulla spalla di Gesù, Giuda dice «Rabbi, sono forse io?», e Gesù  porgendogli il pane intinto nel cibo risponde «Tu l’hai detto».*
 Giuda è l’unico tra i dodici a non portare l'aureola, l'artista
 lo ha già condannato
, infatti è ritratto quasi rattrappito, con la testa infossata nelle spalle come se si volesse ritrarre di fronte all’evidenza della sua colpa. Una grande costernazione pervade tutti gli altri, il vicino di Giuda si gira a guardarlo incredulo a tale rivelazione, un altro, addolorato, porta la mano alla barba, altri dibattono la questione tra loro mentre due alla destra di Giuda si rivolgono torvi al traditore.
 La cena avviene di sera e Lorenzetti sempre attento ai particolari ritrae in alto a sinistra uno spicchio di luna in un cielo trapunto di stelle; l’artista è il primo a sottolineare il trascor-rere del tempo nelle sue opere ,infatti è da ricordare come in una scena successiva della stessa volta (la cattura di Cristo) la luna sia calante dietro uno sperone roccioso.
 Belli e intensi i colori come molto definiti e caratterizzati nelle loro espressioni sono i partecipanti alla scena, molto particolare è invece la sua impostazione: il tetto e la tavola sem-brano quasi le valve aperte di un’ostrica con Gesù, come perla, che ne diviene fulcro anche dal punto di vista spaziale.
 L’artista pone, quindi, l’accento sul tradimento di Giuda, preludio alla Passione e morte sulla Croce del Salvatore, sottolineandone in modo netto e inequivocabile la sua centralità nel credo cristiano.
*Matteo 26, 21-25.

Domenico Ghirlandaio, Ultima Cena, Monastero di San Marco, Firenze.
Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio nacque a Firenze nel 1449; operò soprattutto nella città natale. Capo di una nutrita ed efficiente bottega, in cui mosse i primi passi nel campo dell'arte anche il tredicenne Michelangelo Buonarroti, è ricordato soprattutto per i grandi cicli affrescati, quali alcune scene della Cappella Sistina a Roma, la Cappella Sassetti e la Cappella Tornabuoni a Firenze. Insieme a Verrocchio, Pollaiolo e Botticelli fece parte della cosiddetta “terza generazione” del Rinascimento fiorentino. Morì a Firenze,a soli 45 anni, l’11 gennaio1494. 
Il Cenacolo di San Marco o Ultima Cena è un grande affresco di 400 x 810 cm, attribuito a Domenico Ghirlandaio e databile al 1486. Questo affresco venne commissionato a Domenico dai frati domenicani di San Marco per decorare il “ Refettorio piccolo “, dove si riunivano a mangiare gli eventuali ospiti del convento. Il pittore, al culmine della sua notorietà, sembra abbia preparato solo il disegno delegando al fratello Davide e al cognato Sebastiano Mainardi la realizzazione vera e propria dell’opera, che era stata preceduta da altri due Cenacoli, quello della Badia di Settignano e quello di Ognissanti.
L’artista abbandonò in questa opera il tradizionale inserimento della scena in una stanza chiusa. La parete, a destra dell’entrata, era composta da due lunette separate da un peduccio che sostiene la volta; egli impostò in essa una finta apertura in una loggia che riprendeva la struttura architettonica della stanza stessa.
 
 Il sacro racconto si snoda attorno ad una grande tavola a forma di U coperta da una tovaglia bianca decorata alle due estremità. I commensali (meno Giuda) siedono su una lunga panca addossata ad una spalliera oltre la quale la stanza, con un pavimento a scacchi, si apre in un loggiato la cui architettura sembra il naturale proseguimento di quella della reale stanza.
 Gli apostoli sono raffigurati in atteggiamenti molto composti anche se le loro espressioni tradiscono stupore e costernazione e per qualcuno ( Pietro alla destra di Gesù ) forse anche ira . Probabilmente l’artista ha voluto rappresentare il momento succes-sivo all’annuncio di Cristo che qualcuno lo tradirà e immediata-mente precedente alla rivelazione del nome: c’è infatti chi guarda attonito verso Gesù, chi pensoso medita sul’enormità di ciò che ha appena udito, chi portandosi le mani al petto si chiede «Non sarò proprio io, Signore?», un altro indicando Gesù con il dito chiede conferma ai propri vicini quasi chiedendo loro «Avete udito ciò che ha detto?». 
 
Giuda viene ritratto di spalle con in mano un pezzo di pane offer-togli da Gesù e lo sta intingendo nel piatto del Salvatore, gesto
che diventerà rivelatore del suo tradimento, come si evince dal racconto evangelico. Il pittore ne ha già sottolineato la colpevolez-za ritraendolo senza l’aureola della santità e sottolineando il suo distacco da Cristo posizionandolo da solo di fronte al gruppo degli apostoli. Ai suoi piedi un gatto sta guardando verso l’osservatore, attendendo forse un boccone di cibo, ma anche simbolo di inimi-cizia e tradimento.
 
Nella scena mancano quegli accenti drammatici che ci si potreb-bero aspettare; gli atteggiamenti, pur se stupiti, sono quieti e pacati, sembra quasi che l’interesse dell’artista sia rivolto più ad una rappresentazione fedele dei dettagli che ad una resa pittorica delle emozioni del momento. Domenico Ghirlandaio si è distinto tra gli artisti fiorentini per le spiccate capacità di illustratore della vita fiorentina di quell'epoca, notevole infatti è la cura con cui vengono descritti gli oggetti sulla tavola quasi fosse una natura morta.
 Cronista della società del suo tempo, mise in atto una pittura con tinte brillanti ma con uno schema compositivo semplificato e con una divulgazione comprensibile a tutti e ricca di dettagli ambien-
tali, una pittura come testimonianza delle sua società, anche se
 il soggetto è religioso; vediamo, infatti, bottiglie di vetro soffiato 
 con acqua o vino, bicchieri vuoti in cui si nota il segno del vino che vi era contenuto e poi coppe, coltelli, pane e formaggio, frutta sparsa sulla tavola, in particolare rosse ciliegie il cui colore richiama quello del sangue della Passione e del Sacrificio che l’Ultima Cena preannuncia. Pregevole è inoltre il ricamo della tovaglia in cui si può riconoscere un motivo ripetuto con due cicogne su una rocca, reso a punto Assisi (particolare forma di ricamo che definiva i particolari come in un negativo fotografico). Alle spalle dello schienale della tavola si vede un giardino con alberi da frutto ed una palma da sempre simboleggiante il martirio. Tra gli uccelli in volo si può riconoscere un falco che ghermisce forse un fagiano, una prefigurazione dei funesti eventi futuri. Un pavone, simbolo di immortalità  ed un piccione stanno appollaiati sulle finestre dipinte ai lati della loggia, mentre due vasi con gigli, che richiamano la purezza di Maria, adornano i lati delle lunette.
Ricca di significato è la scritta che corre sullo schienale sopra le teste degli apostoli e che recita così «Ego dispono vobis sicut disposuit mihi pater meus regnum ut edatis et bibatis super mensam meam in regno meo» - Io preparerò per voi un regno come il Padre mio lo ha preparato per me affinchè possiate mangiare e bere alla mia mensa nel regno mio (dei cieli). Gesù allude alla fine della sua vita terrena, al compimento del volere del Padre e al suo passaggio nel Regno dei Cieli in cui gli apostoli (che rappresentano qui il genere umano) potranno trovare posto alla fine della loro vita; un messaggio forte e amorevole di salvezza e di vita eterna per ogni uomo che vorrà raccogliere e fare proprio il significato di questa Ultima Cena.


Leonardo da Vinci, Ultima Cena, Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Milano
 Leonardo di ser Piero da Vinci nacque a Vinci il 15 Aprile 1452; è stato un pittoreingegnere e scienziatoUomo d'ingegno e talento universale del Rinascimento, incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Si occupò di architettura e scultura, fu disegnatoretrattatistascenografoanatomistamusicista e, in generale, progettista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell'umanità.  Morì ad Amboise in Francia il 2 maggio 1519.
 Questa Ultima Cena (o Cenacolo) è un dipinto parietale (non un affresco) di 460 x 880 cm, a tempera, mista ad olio, su intonaco a secco di Leonardo da Vinci, databile al 1494-98 e conservata nell'ex-refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. Questa tecnica non era mai stata utilizzata prima di allora e fa parte di quelle sperimentazioni che rendono uniche le opere dell’artista. Purtroppo risultò fragile e molto sensibile all’umidità tanto che, dopo pochi anni, Giorgio Vasari scriverà :« Non si scorge più nulla, se non una macchia abbagliata». Il dipinto è stato protagonista di una fra le campagne di restauro più lunghe e difficili della storia, che non solo riuscì a restaurare l’opera ma anche a rendere pienamente l’impronta di Leonardo.
 Da sempre i grandi artisti si sono cimentati nella raffigurazione di questo momento fondante della religione cristiana, ma il dipinto di Milano diventò un modello estetico insuperabile   e insuperato, Leonardo fissò con esso un canone formale imprescindibile per gli artisti futuri sia per la collocazione dei personaggi sia per gli elementi iconologici che consentivano il riconoscimento dei singoli apostoli come Giovanni con i tratti femminei, Giuda con la bisaccia dei denari o Pietro con il coltello in mano (in riferimento al successivo taglio dell’orec-chio al soldato nell’orto degli ulivi).
Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?».” (Giovanni 13, 21-24).
Giovanni ci racconta con queste parole il momento nell’Ultima Cena in cui Gesù annuncia il tradimento di uno di loro, gli apostoli ancora non sanno di chi si tratta; è proprio questo l’istante che Leonardo ha scelto di rappresentare, l’attimo in cui le figure ed i volti degli apostoli manifestano, colti di sorpresa di fronte ad un tale incredibile ed inaspettato annuncio, i loro sentimenti più genuini.
  Leonardo sfondò idealmente la parete dl refettorio con una costruzione pro-spettica tale da creare un nuovo am-biente nel refettorio stesso con un punto di fuga che coincideva con la figura di Gesù, ponendolo così al cen-tro della scena e del sacro racconto.
 
Egli sta al centro di una lunga tavola imbandita, in una stanza virtuale ri-schiarata da tre finestre dalle quali traspare un lontano paesaggio, forse un luogo ben preciso della zona dell’alto lago di Como. Gesù è una figura isolata nel gruppo degli apostoli (Egli ormai non è più di questo mondo, ora appartiene al regno del Padre suo); con il capo leggermente reclinato, con le braccia aperte in una distesa accet-tazione di ciò che Lo attende, ha appena pronunciato la fatidica frase.
 
Leonardo si concentra proprio sull’ef-fetto che queste parole hanno sui suoi commensali; tutto è stato predisposto con estrema precisione, la lunga 
tavola, le stoviglie, le pietanze, non c’è il calice dell’Alleanza (infatti l’autore si rifà al quarto Vangelo dove Giovanni non cita la condivisione di pane e vino che viene ricordata durante la Messa);
tutta la sua attenzione va ai moti degli apostoli, al modo con cui reagiscono all’inatteso annuncio. Li dispone a gruppi di tre, sei alla sua destra e sei alla sua sinistra. La scena è molto drammatica, solo Gesù e Giuda sono calmi: solo loro sanno!
 Il primo gruppo alla sinistra del dipinto è formato da tre personaggi in piedi, Bartolomeo con le mani poggiate sul tavolo si tende in avanti quasi a non credere a ciò che ha appena udito, Giacomo Minore allunga un braccio per attrarre l’attenzione di Pietro mentre poggia una mano sul braccio di Andrea che sta vicino a lui con le mani alzate ad allontanare eventuali dubbi su di sé, accanto a loro stanno Pietro, pieno d’ira, che, con il coltello in mano, sta chiedendo a Giovanni, che si volge in silenzio verso di lui,« Di chi sta parlando?» Giuda, un po’ isolato e sorpreso di essere stato scoperto,appoggia un gomito sulla tavola mentre in mano tiene la bisaccia dei denari.
 Nel terzo gruppo, immediatamente alla sinistra di Gesù, vediamo Tommaso con il dito alzato quasi a mettere in dubbio le parole del Salvatore, Giacomo che allarga le braccia come a dire di non aver niente da nascondere, Filippo in piedi che porta le mani al petto protestando la sua innocenza; ed infine Matteo con le braccia tese verso Cristo ma rivolto agli altri come a dire, angosciato, «Ma, avete sentito? E’ proprio vero ciò che ha detto?». Simone stupito guarda in faccia Taddeo che con le mani aperte verso l’alto sembra non saper più cosa dire.
 Nel suo Trattato della Pittura Leonardo scrive  Lo bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè lhomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile perché s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra"». Le espressioni dei volti e le posizioni dei corpi sono espressione dei “moti dell’animo”.
 Questo è il motivo per cui Leonardo decide di raffigurare proprio l’istante dopo il messaggio di Gesù, egli vuole raffigurare l’effetto che queste parole provocano sui personaggi, ritraendo le loro reazioni, diverse l’uno dall’altro, in base al carattere di ognuno; per fare ciò si rifà al Vangelo di Giovanni, come detto in precedenza.
 L’Evangelista, a differenza di Matteo, Marco e Luca, non sottolinea il momento della condivisione del pane e del vino, ma, dopo aver descritto il tradimento di Giuda e tracciata così la via alla Passione,alla Morte e alla Resurrezione di Cristo, dà agli apostoli, e con loro a tutta l’umanità, un nuovo comandamento:« Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"» (Giov. 13, 34-35).

Jacopo BassanoUltima CenaGalleria Borghese, Roma.

Jacopo da Ponte, detto Jacopo Bassano nacque a Bassano del Grappa nel 1510 circa (la data di nascita non è certa), fu indirizzato alla pittura dal padre Francesco e si formò alla scuola di Bonifacio de’ Pitati; risentì molto della pittura di Tiziano e Lorenzo Lotto ma fu in grado di elaborare una capacità autonoma nella resa pittorica di figure, paesaggi, animali, piante e fiori. Si racconta che persino Annibale Carracci fosse vittima di un "inganno ottico" quando, nello studio del pittore bassanese, stese una mano per prendere un libro che invece era dipinto. Jacopo morì a Bassano il 13 febbraio 1592.

Questa Ultima Cena è un dipinto ad olio su tela di 168 x 270 cm, realizzato nel 1542 e attribuito a Jacopo Bassano solo alla fine dell’ 800. Il sacro racconto, come altri in precedenza trattati, si fonda sul vangelo di Giovanni il quale non ci parla della condivisione del pane e del vino ma sottolinea alcuni fatti come la lavanda dei piedi, l’annuncio del tradimento e la rivelazione di esso a Giovanni, il nuovo comandamento (…amatevi l’un l’altro…) e il lungo discorso con cui si distacca dagli apostoli e dalla vita terrena. Gesù ha appena dichiarato che si deve adempiere la scrittura – Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. …«In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».

Solo Giuseppe, appoggiandosi al suo petto, riesce a chiederGli a chi si riferisce e solo a lui Gesù risponde:«E’colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò»
Nessuno capisce le parole di Gesù, né perché inviti Giuda a fare presto ciò che deve fare, né perché lo stesso si allontani precipitosamente nella notte. Gesù annuncia la sua partenza e Pietro vuole seguirlo, Tommaso dice di non sapere dove Egli vada, Filippo vorrebbe vedere il Padre,Taddeo si stupisce che Gesù si manifesti a loro e non al mondo.
«Ancora un poco e non mi vedrete, un po’ ancora e mi vedrete» (Giov. 16,16.) Gli apostoli sono sconcertati, si guardano e si interrogano e interrogano Gesù. E’ questa drammatica situazione, questa sequenza di emozioni che Jacopo vuole ritrarre, un momento in cui loro, poveri e semplici uomini, vengono posti di fronte ad un mistero ancora troppo grande da capire e da accettare (verrà la Pentecoste e lo Spirito Santo ed allora tutto sarà per loro chiaro); è questo un momento che il vangelo di Giovanni mette sicuramente in evidenza; che poi si tratti veramente di tale vangelo non c’è alcun dubbio, visto che sono volutamente ritratti i piedi puliti degli apostoli, il catino è ancora in primo piano e un candido panno sta ancora appoggiato sul tavolo, dunque c’è stata la lavanda e il quarto vangelo è l’unico che parli della lavanda dei piedi
 I commensali circondano Gesù in un insieme variopinto e multiforme, ognuno atteggiato in moti ed espressioni diverse, discutendo tanto animatamente tra loro che sembra quasi di sentire le loro voci, disinte-ressandosi in apparenza del Salvatore che sta tra di loro.
 Due lampade che pendono dal soffitto for-mano con la loro luce una aureola a forma di croce sul capo di Cristo quasi ricordando la Santa Trinità, Egli ha appena rivelato il no-me del traditore a Giovanni che sembra as-sopito, sfinito dal dolore e dal peso del se-greto. Gesù con un gesto di offerta indica l’agnello nel piatto comune contrapponendo all’agnello pasquale il suo ruolo di Agnello sacrificale per la redenzione dell’umanità; fatto sottolineato inoltre dal’arancia che in-dica Passione e Redenzione e dai coltelli presenti sulla scena: essi sono tutti rivolti verso di Lui mettendo l’accento sul suo sacrificio.
 Giuda, a destra del dipinto, con un gomito appoggiato al tavolo e la borsa dei denari nella mano sinistra , non sembra per niente colpito dalle parole di Gesù; cerca di dissimulare, conversando con l’apostolo che gli sta di fronte ma la sua mano indica il pane a cui manca un pezzo, proprio quel 
pezzo intinto nel piatto di Gesù che egli aveva mangiato, rivelando così il suo tradimento; anche un gatto, simbolo diabolico, sta ai suoi piedi soffiando nei confronti del fedele cane 
accovacciato vicino al bacile della lavanda.
 Nella generale agitazione dei commensali notiamo come l’apostolo a sinistra stia indicando, con la mano aperta, proprio a Giuda, il vino e il pane attirando la nostra attenzione sulle due specie eucaristiche. Ma il pane è ancora intero e il vino viene ancora inteso, in particolare dall’apostolo vicino a lui, come bevanda e non come simbolo di Alleanza e di Passio-ne: non c’è ancora stata la condivisione del pane e del vino. A destra, sopra la figura di Giuda, un gruppo di apostoli osserva uno di loro che sottolinea il proprio indice, si tratta di Tommaso che si rivela a noi con questo gesto – è l’unico apostolo che guardi verso l’osservatore-, ricordando che lui vorrà con tale dito toccare il costato di Gesù; ma il suo gesto rimarca ancora, per noi, il numero due: quello delle due forme eucaristiche.
 Pietro con il coltello in mano si mostra quasi scandalizzato dal bevitore alla sua destra denunciandone il gesto, con un ampio movimento del braccio e della mano, al fratello Andrea che, chino con il gomito sul tavolo, allarga la mano stupito.
 In mezzo a tutto questo, Gesù è solo con noi: Egli è l’unico che ci guarda ; il suo messaggio non è stato ancora capito dagli apostoli, essi hanno rinunciato a comprendere, per fede, la sostanza del sacrificio a scapito di una accesa discussione sulle vane e vuote apparenze, per loro sarà necessaria la Pentecoste. Ma il messaggio non è rivolto solo agli apostoli ma anche a coloro che essi in quel momento rappresentano cioè tutti gli uomini. Il dipinto rivive il Vangelo di Giovanni non alla lettera ma nel suo significato profondo, non rivolto alle domande un po’ ingenue ed innocenti dei discepoli tradizionali o alle loro perplessità ma alle contraddizioni, alle incoerenze e ai dubbi dei nuovi ed attuali discepoli.
 E’ un invito a non perdersi in inutili discussioni sulla forma ma a guardare al significato profondo del sacrificio; a guardare quel Cristo che ci si offre, a confidare in quel Cristo che nessuno guarda ma che guarda solo noi.

TizianoUltima CenaGalleria Nazionale delle Marche-Palazzo Ducale, Urbino.

 Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore tra il 1480 e il 1485; fu uno dei pochi pittori italiani ad avere una bottega condotta come una vera e propria azienda; sempre a contatto con i personaggi più potenti della sua epoca che furono i suoi maggiori committenti. Fondò la sua pittura proponendo, in alternativa al “primato del disegno” di Michelangelo, un uso molto personale del colore, della sua matericità e delle sue molteplici variazioni uniti al dinamismo delle figure proprio del movimento Manierista. Tiziano morì ultranovantenne a Venezia il 27 agosto 1576.
 Questa Ultima cena è un dipinto ad olio su tela di 163 cm x 104 cm, databile tra il 1542-44 e realizzato da Tiziano per la confraternita del Corpus Domini di Urbino. Faceva parte, insieme ad una Resurrezione, di uno stendardo usato nelle processioni; le due tele furono separate nel 1545 e incorniciate con una fascia su fondo oro. Lo stendardo è l’unica opera di Tiziano rimasta ad Urbino. Tiziano dipinse un’altra Ultima Cena, ora conservata al museo del Prado a Madrid.


 Questo dipinto è considerato tra le opere fondamentali della maturità dell’artista, quando egli iniziava ad abbandonare la linearità del disegno preannunciando, con pennellate più fluide ed inquiete, la prevalenza su di esso del colore, caratteristica che diventerà propria dell’ arte di Tiziano.

 La scena è inserita in un ambiente caratterizzato da vari elementi architettonici; vaste aperture, un grande arco e una finestra binata, si schiudono nella parete segnata da una fascia marcapiano, dando respiro alla stanza spoglia dove si svolge la Cena e aprendo allo sguardo un cielo nuvoloso su architetture che richiamano edifici romani quali la piramide Cestia e il tempietto rotondo di San Pietro in Vincoli.

 Tiziano nella descrizione del sacro evento esce dai canoni tradizionali definiti per l’Ultima Cena , infatti essa è costruita verticalmente e non in senso orizzontale sicuramente per adattarsi al formato dello stendardo. Questo fatto obbliga ad una impostazione diversa, incentrata su linee diagonali che confluiscono in un punto di fuga che si trova a sinistra e fuori dal dipinto.

 Gesù e gli apostoli sono seduti su delle semplici panche attorno ad una tavola imbandita su cui figurano un grande piatto con l’agnello ed una bellissima bottiglia in vetro soffiato colma di vino, bicchieri ancora vuoti, pagnotte e frutta.

 Il Maestro porta l’aureola a differenza dei suoi commensali, essa ne identifica la sua nuova realtà di Dio in terra, non è più l’Uomo che essi avevano conosciuto; Giovanni nel suo vangelo ci racconta come Egli avesse cercato di spiegare loro tale realtà, :«io sono nel Padre e il Padre è in me» e ancora :«ancora un poco e non mi vedrete e un po’ancora e mi vedrete »e poi rivolgendosi al Padre :« io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo e io vengo a te», ma essi non comprendono.

 I personaggi sembrano colti nel momento in cui Gesù, dopo aver rivelato che uno di loro Lo tradirà, intinge il pane nel suo piatto per darlo con un gesto rivelatore a Giuda.

 Le espressioni e la gestualità dei commensali sembrano avvalorare tale interpretazione, ma osservando bene il dipinto sono possibili altre interpretazioni: Giovanni non si è ancora avvicinato al Salvatore per chiedere chi sia il traditore, i bicchieri di vino sono ancora vuoti mentre la bottiglia è piena, Gesù tiene in mano un pane da cui ha staccato un pezzo, non rappresenta questo, invece, il momento in cui il Salvatore “ prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:«Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me ...Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi»(Luca 22, 19-20.)

 Questa interpretazione potrebbe essere avvalorata dal fatto che il gonfalone era destinato alla Confraternita del Corpus Domini, la quale potrebbe aver espressamente richiesto la descrizione del momento in cui il pane ed il vino diventano Corpo e Sangue di Gesù.

 Assume allora un valore diverso la figura di Cristo; Gesù non guarda l’apostolo che Gli sta davanti e che potremmo identificare con Giuda; se gli stesse porgendo il pane intinto nel suo piatto per indicarlo come colui che Lo tradirà, molto verosimilmente lo guarderebbe in viso invece Egli guarda verso l’osservatore cioè verso tutti noi, quasi disinteressandosi ai suoi commensali.

 Gli apostoli faticano a capire veramente ciò che Egli sta dicendo, non si rendono conto che del significato vero e profondo delle Sue parole e del suo gesto, non hanno ancora compreso il significato del sacrificio della Passione cui il loro Maestro andrà incontro, ancora considerano la morte come una sconfitta, la Resurrezione è qualcosa che, per adesso, è fuori dalla loro capacità di comprendere, verrà lo Spirito Santo e tutto sarà chiaro.

 
Egli rivolge, dunque, lo sguardo a noi perché noi (cioè l’umanità intera) siamo la ragione e lo scopo del Suo essersi fatto uomo, noi siamo la ragione della Sua sofferenza e della sua morte sulla croce, a noi è diretto il grande dono del suo Corpo e del suo Sangue nelle semplici spoglie del pane e del vino.

Tintoretto, Ultima Cena, Basilica di San Giorgio Maggiore, Venezia.

 Jacopo Robusti, noto come Tintoretto, nacque a Venezia il 29 Aprile 1519, il nome deriva dal mestiere del padre che era un tintore di stoffe. Fu uno dei più grandi esponenti della scuola veneziana e forse l’ultimo grande pittore del Rinascimento italiano.
 Conosciuto come il pittore della luce per la bravura con cui utilizzava gli effetti luminosi e chiaroscurali, lavorò soprattutto a Venezia, dove, dopo la morte di Tiziano alla metà del secolo, rimase, insieme con Paolo Veronese, il maggiore nome del panorama artistico della città. Tintoretto morì a Venezia all’età di 75 anni il 31 Maggio 1594.

 Questa Ultima Cena è un dipinto ad olio su tela di 366x570 cm realizzato da Tintoretto tra il 1592 e il 1594, anno della sua morte. Le sue grandi dimensioni indicano che fu realizzato cucendo più teli insieme, infatti i telai dell’epoca non riuscivano a produrre stoffe di altezza superiore ai 110 cm.
 E’ una delle ultime opere dell’artista; in essa egli rivela tutto il suo spirito rivoluzionario, distaccandosi sensibilmente dai canoni fissati da Leonardo nel suo Cenacolo di 100 anni prima. Il suo dipinto colpisce per la sua ambientazione: Tintoretto immagina il sacro evento in una osteria illuminata da una fumosa lanterna, pone il tavolo in diagonale rispetto alla stanza con i personaggi principali non al centro della scena, dove sono ritratte, al contrario, alcune dinamiche figure marginali.

  La scena è illumi-nata da due fonti luminose, una terre-na e una divina. La luce terrena è gestita dalla lampada posta in alto a sinistra, il cui fumo sembra quasi originare diafa-ne forme angeliche che aleggiano nella stanza, testimoni celesti del miracolo dell’Eucaristia, mentre quella divina scaturisce dall’au-reola di Cristo che si irradia sugli apostoli, sottolineandone la santità.

 Gesù è colto nel momento della distri-buzione della Eucari-stia sotto la forma del pane che è il Suo corpo, la santità del gesto  si diffonde sugli apostoli che ne sono partecipi, solo Giuda,mal vestito, col berretto e dalla parte sbagliata del tavolo, ne è escluso. In questo vero e pro-prio trionfo dell’Euca-ristia, secondo le indicazioni del Concilio di Trento(*
conclusosi da qualche decennio, egli chiede, con il gesto della mano che indica il numero due, la Comunione nelle due forme del pane e del vino, rivelando così il suo stato ereticale.
 Sulla scena si muovono tanti altri personaggi, una serva in primo piano sta lavando le stoviglie e nel frattempo, stranamente, porge all’uomo che le sta vicino una coppa che contiene una sorta di confetti bianchi, ma egli decisamente la rifiuta; un’altra è colta mentre porta alla tavola del pane , in fondo nell’oscurità si sta lavorando al forno per cuocere il pane, dietro al tavolo due inservienti si avvicinano al tavolo della Cena ma entrambe, illogicamente, non tengono in mano nulla, non hanno nulla da offrire. A sinistra un mendicante con un bastone si vuole avvicinare alla mensa ma viene trattenuto da un apostolo che lo allontana; sotto al tavolo il fido cane osserva un gatto che sdegnando la mensa cerca un po’ di cibo nella tinozza dei piatti sporchi.
 Tutti questi personaggi sono legati tra loro, in una grande dinamicità, da un vincolo comune che è il messaggio che l’artista ci vuole far comprendere. La fantastica luce che emana da Gesù si irradia su chi partecipa del miracolo, della offerta del Suo corpo, il vassoio in mano alla serva contiene una sostanza che richiama la manna del deserto, essa viene rifiutata perché ora c’è un pane nuovo per gli uomini e per la loro fame di Dio, al pane celeste dell’Antico Testamento si è ormai sostituito il pane evangelico del Nuovo Testamento e della Grazia di Cristo. Le due ancelle, dietro al tavolo, rappresentano la Chiesa degli Ebrei e dei Gentili che, pur non avendo nulla da dare, si pongono al servizio della chiesa di Cristo.
 Anche il mendicante viene allontanato, non per mancanza di carità ma perché il pane della mensa di Cristo non deve essere confuso con il pane degli uomini: la carità materiale deve cedere il passo alla carità spirituale.
 L’assoluto predominio della luce quasi annulla la funzione del colore. La luce terrena della lampada rappresenta la fede dell’artista, essa colpendo i personaggi li fa emergere dalle tenebre ma è solo quel fulgore fantastico, che proviene da Cristo, che illumina gli apostoli di una luce nuova, che rivela l’esistenza di quelle forme angeliche che popolano la volta della stanza e che si spande nell’ambiente dando significato a tutte le figure: l’Eucaristia è la luce nelle tenebre della vita.
 E’ proprio l’aver ambientato la scena in una osteria che rende chiaro ciò che ci vuol far comprendere Tintoretto, questa scelta che potrebbe sembrare quasi dissacrante, questa realtà quasi quotidiana ci porta a vivere il miracolo della Eucaristia non come un fatto lontano, di cui si può solo leggere nei Vangeli, ma come qualcosa che può e deve accadere tutti i giorni, di cui noi, e non solo gli apostoli, dobbiamo essere testimoni e partecipi.
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(*) In merito all’Eucaristia, Martin Lutero negava la transustanziazione cioè la reale presenza di Gesù mediante la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, considerando le due forme solo dei simboli. Il Concilio di Trento riaffermò la transustanziazione considerando eretica la tesi di Lutero. Considerando la presenza del Corpo e del Sangue di Gesù sia nella forma del pane che in quella del vino,indicava inoltre l’opportunità della distribuzione dell’Eucaristia nella sola forma del pane – Lutero invece la proponeva solo nelle due forme sia del pane che del vino  per cui il richiedere la Comunione nelle due forme era allora considerato espressione di eresia. Solo con il Concilio Vaticano Secondo si ripristinò la Comunione nelle due forme pur se stabilendone e disciplinandone i casi.