Origine della peschicoltura industriale romagnola

di Mauro Remondini

Massa Lombarda (Ravenna) nel 1927 è sede della seconda Mostra Nazionale di frutticoltura. Questo avvenimento rappresenta un degno coronamento di una avventura cominciata quasi 50 anni prima; un riconoscimento a livello nazionale per gli agricoltori massesi e romagnoli che con intelligenza, tenacia e l'aiuto di alte professionalità come il professor Adolfo Bellucci della Cattedra ambulante di Ravenna avevano creato la frutticoltura industriale.

 

"Se una frutticoltura pratica, remunerativa, industriale, è finalmente sorta anche in Italia e ha trovato la sua culla proprio nel Ravennate, ciò è merito indubbio di coraggiosi industri agricoltori, i cui nomi sono sulla bocca di tutti", così scrive nel 1923 il professor Tito Poggi direttore del Reale Osservatorio di frutticoltura di Pistoia membro della commissione direttiva dell'Istituto pro Frutticoltura Italiana. Queste parole sono scritte nella prefazione al libro di Bellucci "La frutticoltura industriale in Provincia di Ravenna" in cui tratterà diffusamente della frutticoltura massese e del suo pioniere Adolfo Bonvicini.

L'avventura della frutticoltura industriale inizia proprio con il pesco quando agli inizi degli anni '80 del 1800 l'agricoltore Ulisse Gianstefani introduce alcune varietà pregiate di pesche importate dal modenese. Il Gianstefani non si accontenta di coltivare le piante, ma cerca anche di operare selezioni per ottenere un prodotto nuovo migliore del precedente infondendo in questa sua passione intelligenza e capacità.

Non a caso il Gianstefani è un piccolo fittavolo di un podere della Congregazione di carità. Se fosse un mezzadro non gli sarebbe stato permesso dare sfogo alle sue intuizioni e alle sue sperimentazioni considerando i rapporti semifeudali esistenti al tempo fra mezzadro e proprietario. E nemmeno i proprietari vanno in cerca di sperimentazioni; le colture che vanno per la maggiore sono quelle tradizionali del periodo: grano, granoturco, canapa e un po' di vite e quelle devono rimanere. L'agricoltura delle nostre zone è parte di quella "Italia agricola povera e miserevole" che il senatore Jacini dichiara di aver scoperto nel trarre le conclusioni finali della inchiesta sulle condizioni dell'agricoltura italiana a cavallo degli anni '80 del 1800. Per Jacini i mali dell'agricoltura italiana si potrebbero curare se si passasse da una coltura estensiva ad una intensiva.

Aggiunge poi: "I frutti delle piante arboree al pari degli ortaggi precoci   […]   sono un privilegio del sole e del suolo italiano in confronto coi nostri vicini d'oltralpe. Dunque la coltivazione specializzata delle piante arboree utili è evidente". E' quindi chiaro il suo messaggio rivolto soprattutto ai proprietari. Solo se ci sarà una svolta nella gran parte delle campagne l'agricoltura potrà essere fonte di benessere per l'intera nazione. Questo invito sarà però inascoltato dai grandi proprietari fino all'inizio del 1900 e solo una piccola schiera di agricoltori poveri cerca nella più completa solitudine di sperimentare nuove colture.

Come il Gianstefani che produce in modo estremamente riservato e geloso i suoi frutti poiché teme che un aumento di produzione saturi presto il mercato. Al dottor Angelo Mazzotti, proprio Ulisse Gianstefani allora 87enne, rintracciato all'inizio degli anni '50 del 1900, racconterà come il padre nel 1884 venisse in possesso di una dozzina di semi di una bella pesca proveniente dal Trevigiano.

"Dalla loro semina ebbe delle piantine che negli anni seguenti dettero frutti in po' diversi fra loro per colorito, pezzatura ed epoca di maturazione che nel complesso riproducevano i caratteri dei genitori. Per la loro ben nota incavatura vennero battezzati col nome di BUCO INCAVATO. Sempre dai primi semi fu ottenuto un BUCO INCAVATO a maturazione parecchio ritardata al quale fu imposto il nome di TARDIVO DI MASSALOMBARDA. Il merito di Ulisse Gianstefani fu dunque quello di scegliere i soggetti migliori per colorito, pezzatura, produttività e sapore e di propagarli per innesto nel suo campo. Questo avvenne nel 1889."

Nel 1898 viene istituita la cattedra ambulante di Agricoltura di Ravenna il cui titolare sarà il professor Adolfo Bellucci. La funzione di questa cattedra è quella di visitare i vari paesi della provincia per illustrare ed insegnare agli agricoltori del luogo le moderne produzioni agricole e migliorare quelle tradizionali.

E' dall'incontro di Bellucci con Adolfo Bonvicini che la produzione di pesche si allargherà dal piccolo podere di Gianstefani ad oltre la decina di Bonvicini (dei trenta che possedeva). Siamo all'inizio del 1900: è in pieno dispiegamento il decollo industriale dell'Italia ed un borghese illuminato come Adolfo Bonvicini (figlio del deputato e senatore Eugenio che probabilmente conosceva la inchiesta Jacini)) pensa sia opportuno che anche in agricoltura ci si debba muovere pena un impoverimento continuo delle campagne. E così nel 1902 per interessamento suo, di Luigi Maccaferri e del sindaco Emilio Roli a Massa Lombarda entrerà in funzione uno dei primi zuccherifici romagnoli dando impulso alla produzione di barbabietole.

Nel 1903 Adolfo Bonvicini prende la storica decisione di tentare la strada della frutticoltura industriale infondendo capitali propri, coinvolgendo i mezzadri e utilizzando le esperienze tecniche e scientifiche allora conosciute. Tutto questo tra la generale indifferenza se non ostilità degli altri proprietari agricoli. Bonvicini ha già in mente il percorso della frutticoltura industriale: una produzione massiccia da lavorare e vendere direttamente nei mercati esteri, soprattutto in Austria e Germania.

L'esempio di Gianstefani, benché ridotto, stava a dimostrare le potenzialità della coltivazione della pesca. E così in quell'anno fa piantare 2500 peschi, l'anno successivo 300 e nel 1905 altri 200. Poiché le qualità che Bonvicini vuole produrre sono proprio il Buco Incavato e la Tardiva di Massa Lombarda, chiede gli innesti a Gianstefani che però glieli rifiuta, anche perché già da qualche tempo era oggetto di furti notturni di rametti. Comunque riesce a reperirne circa 200 e con quelli l'anno successivo potrà completare l'operazione.

Con Bonvicini la coltura della pesca, tenderà sempre più a specializzarsi. Le cure e le attenzioni profuse negli impianti iniziano dalla concimazione e la messa a dimora delle piante, per passare attraverso la potatura (una specialità che caratterizzerà questa coltura di Massa Lombarda), la difesa della pianta dall'assalto degli insetti e delle malattie, la raccolta, fino alla lavorazione ed alla commercializzazione.

Ma di tutte queste problematiche, quella della difesa della pianta è la più temuta, la più densa di incognite, di pericoli e Bonvicini dovrà affrontarla quasi subito quando  una invasione di afidi (pidocchi) minaccerà seriamente la vita delle piante. Non essendoci ancora un'industria chimica in grado di fornire insetticidi, cerca di affidarsi alle esperienze fino allora conosciute che però risulteranno negative.

Infatti in estensioni così grandi non può essere utilizzato il sapone molle di potassa (come indicava il professor Bellucci) poiché deve essere sfregato con una spugna sulle foglie una ad una e qualora non fosse servito occorreva tagliare il ramo, come del resto faceva già il Gianstefani. Né serve l'infuso di tabacco poiché dopo pochi giorni fa cadere le foglie del pesco.

Bonvicini è davvero preoccupato ed il professor Bellucci non sa a che santo votarsi: ormai tutti i prodotti conosciuti sono stati utilizzati. Ed è necessario fare presto perché il rischio della morte delle piante è incombente. E qui viene in aiuto la perspicacia di un suo mezzadro che riferisce al fattore Gardenghi che spruzzando infuso di legno quassio sulle piante di rose i pidocchi morivano. Detto e fatto. Subito si andrà alla ricerca nelle farmacie del paese e del circondario del legno (era venduto in farmacia perché l'infuso serviva per combattere l'infezione intestinale dei cavalli) reperendone alcuni chili il cui infuso spruzzato sui peschi avrà l'effetto sperato. Ecco come fu sperimentato il primo insetticida per il pesco.

Questa battaglia vinta permetterà di continuare l'esperienza della frutticoltura industriale. Così come la vittoria sulla terribile ticchiolatura questa volta utilizzando un'esperienza imolese dove fra le vigne in collina vi era qualche pesco. Ora irrorando la vigna con solfato di rame anche il pesco se ne avvantaggia e lo preserva dalla ticchiolatura.

II primo anno di produzione Bonvicini otterrà 400 quintali di pesche che nell'anno successivo raddoppieranno.  Dopo  l'esperienza  non  positiva  del  primo  anno  sulla  vendita  attraverso intermediario, nel secondo, alleandosi anche con Gianstefani, si porterà sulla piazza di Vienna per vendere direttamente la loro produzione. Infatti come diceva Bellucci "Produrre è gran cosa, ma organizzare poi la vendita (.. .) è merito ancor maggiore". E le "Varietà precoce e tardiva di Massa Lombarda" (così sono segnate nei listini commerciali di Berlino) sono quotate di più delle altre varietà. Confortato da questo buon risultato Bonvicini metterà a dimora numerose altre piante che alla fine del 1910 saranno ben 16.000 e la cui produzione verrà lavorata in un grande magazzino di cemento armato dotato di raccordo ferroviario. La frutta raccolta con scrupolosa cura alcuni giorni prima della maturazione fisiologica è portata nel magazzino per la selezione secondo "[la] grossezza, il colore ed il grado di maturazione". Grande cura viene impegnata nell'imballaggio che, per la frutta migliore, è costituito da cassette o cestini rotondi con nove-dodici pesche, mentre per quella commerciale da gabbiette speciali con un numero circa doppio. Gli imballaggi sono ricoperti all'interno di carta impermeabile, colorata con i tre colori nazionali e un foglio di carta viene pure disposto tra i diversi strati di pesche, tra le quali, per meglio proteggerle viene messo del truciolo o carta fina da imballaggi. Nel tempo Bonvicini introdurrà nuove varietà richieste dal mercato tedesco quali la Amsden, la S. Anna ed altre.

Occorre precisare che alla fine del 1800 la coltivazione della pesca e la frutticoltura in genere era ben presente in Romagna. Cesena produceva le ciliegie Durone, Bacile, Morette; Faenza le pesche con la rinomata "Gialla Faentina"; Imola con le pesche primaticce e poi in tutte le zone c'erano mele Renetta Walzer, Rosa Romana; il tutto rappresentava una discreta produzione. "Ma, come osserva Bellucci, si trattava pur sempre di frutticoltura estensiva ad alberi sparsi in filari di campi, non curati razionalmente".

Gli ottimi risultati ottenuti con la peschicoltura (e proprio quando era opinione assai diffusa che questa coltura fosse difficile da ottenere in Italia) spingeranno il Bonvicini a introdurre nei mercati che ha conquistato altri prodotti tra cui il pomodoro, i fagiolini, l'uva. Ma è la frutticoltura industriale che maggiormente lo attira e così nel 1910 inizierà a piantare peri: William, Passa Crassane, Coscia, Butirra Clairgeau ecc. e meli: Belfiore giallo, Renetta di Zuccalmaglio, Taffettà bianco, Renetta del Canada, Commercio ecc..

"Rapidamente l'esempio massese, scriverà il prof. Bellucci nel 1923, meta di visite (memorabile quella del re Vittorio Emanuele III nell'aprile del 1918 N.d.A.) e di studio da parte di agricoltori italiani e stranieri s'irradiò nella provincia di Ravenna prima, di Ett. 150 in quella di Forlì e di oltre 200 Ett. nel circondario di Imola. Tale lavoro di diffusione fu interrotto dalla guerra ma sta riprendendo il suo ritmo benefico per cui non è azzardato il pronostico che fra non molto la Romagna sarà celebrata la regione più frutticola d'Italia."

La espansione, se pur lenta, nel territorio della frutticoltura premierà Massa Lombarda e la Romagna con la mostra nazionale del 1927 (in cui purtroppo non sarà presente Adolfo Bonvicini, morto nel 1916). Una testimonianza di questa espansione è rappresentata dalla tabella che mostra la situazione di confronto fra il centro frutticolo pioniere e quello che diventerà uno dei più importanti d'Italia:


Vagoni di frutta spediti anni 1929-1930

Città

1929

1930

Massa Lombarda

1.686

2.665

Cesena

1.193

1.863

 

Storicamente la coltivazione della pesca ha dato quindi un contributo importante alla creazione della frutticoltura industriale che, a sua volta, ha rivoluzionato le campagne permettendone il loro progresso.