Maschere dell'Italia

 

Le maschere dell'Italia. 

Nel secondo libro delle georgiche Virgilio descrive una festa di contadini in onore di Bacco, con canti, tripudi e riti che richiamano, per il loro carattere propiziatorio, molte attuali feste rurali.

Le orrende maschere citate da Virgilio, fatte di corteccia d'albero o scavate nel legno, sono tuttora usate dopo duemila anni in alcune aree periferiche più conservative. Se ne hanno in Sardegna e nella cerchia alpina, dalla Valdaosta alla Carnia.

Secondo alcune credenze popolari, che si possono ricondurre a concezioni e riti antichissimi, nelle feste di inizio dell'anno agrario ricompaiono sulla terra le divinità e gli esseri degli inferi, i demoni. Il carnevale era una di tali feste e le maschere rappresentavano questi esseri demoniaci. Arlecchino, la più significativa delle maschere, tra la sua etimologia dalla parola holle, inferno. Arlecchino, infatti, significa “l'infernale” o addirittura “il re dell'inferno”. Per questo motivo la maschera di Arlecchino è nera e negli esemplari più antichi presenta un aspetto spaventoso. Arlecchino compare già in Dante (Inferno c. XXI e XXII), nella sua duplice valenza, demoniaca e burlesca.

La presenza delle maschere diaboliche è attestata nella tradizione italiana dall'antichità latina ai giorni nostri.

Molte maschere sono munite di corna.

In alcune maschere l'orrido viso ci richiama direttamente al verso virgiliano. Ciò si riscontra assai bene in alcune maschere sarde, quali i mamuthones di Mamoiada e i boves di Ottana (Nuoro). La forma di bucranio che queste ultime presentano non esclude il carattere demoniaco.

L'Alziator riconosce nei cortei carnevaleschi con maschere di boves la più vasta sopravvivenza del totemismo del bove nell'Isola e pensa che i bucrani ottanesi si possano inserire nell'area e nella tradizione del culto mediterraneo in generale e sardo in particolare, per il bove.

Anche le maschere di tutta la cerchia alpina presentano una espressione chiaramente demoniaca, nel duplice aspetto orrido e comico insieme. Giova ricordare che anche al di la delle nostre Alpi, in Svizzera come in Austria persiste lo stesso tipo di maschera carnevalesca.

Un interessante esempio delle mascherate legate ai riti rurali si svolge a Perugia. Vi partecipa una vecchia donna che indossa una maschera di corteccia di albero. La donna incontra dei taglialegna che la confondono con una vecchia quercia e cercano di abbatterla nonostante l'intervento di altri personaggi. In seguito si accorgono dell'errore e cercano di rianimare la donna e chiamano il dottore. Quest'ultimo porta una maschera di legno, le scarpe di legno e una finta coda.

Le maschere più conosciute in tutto il Paese sono quelle della Commedia dell'Arte, un genere teatrale che ebbe la sua fioritura dal sedicesimo al diciottesimo secolo. La particolarità dei suoi personaggi mascherati è che rimangono gli stessi nonostante i cambiamenti della vicenda.

- Arlecchino, che, come già detto, si pensa sia la incarnazione del diavolo-pagliaccio, di solito indossa una demoniaca mezza maschera fatta di pelle o di cartoncino incerato. Esso è riconoscibile dalle sopracciglia folte, dai baffi, dal naso all'insù e da un grosso foruncolo sulla fronte.

- Brighella, il servitore astuto, indossa una maschera simile a quella di un animale, con gli occhi stretti e il naso storto.

- Pulcinella, il buffone, ha una maschera di osso col naso a uncino e le sopracciglia sporgenti.

- Il dottore, che indossa sempre l'abito accademico, porta una mezza maschera con il naso grosso e le guance flaccide.

Oltre alla Commedia dell'Arte, in Italia è conosciuto il carnevale di Venezia del diciassettesimo secolo. Il carnevale cominciava dopo Natale e finiva verso la fine di giugno.

Durante questo periodo delle maschere bianche e nere potevano essere indossate dai ricchi e dai poveri senza distinzione. Ai portatori di maschere erano concessi alcuni privilegi quali, per esempio, il diritto di giocare d'azzardo dalle otto alle nove della mattina conservando il volto coperto.

(visita il sito www.bauta.it sul carnevale di Venezia classico e la sua maschera simbolo: la bauta )

 

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