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Gli scrittori e la guerra

Numerose sono le parole che hanno raccontato il conflitto, in prosa, in versi in musica. 

Le canzoni hanno accompagnato i soldati che risalivano le cime delle montagne.

Molti scrissero poesie sulla Guerra mondiale. Qualcuno a favore (soprattutto prima della guerra) ....

Corrado Govoni, che non sparò nemmeno un colpo scrisse “Guerra!”:

Incendiate, incendiate,

date fuoco alla terra che diventi un sole.

Devasta, sconquassa distruggi,

passa, passa,o bellissimo flagello umano,

sii peste terremoto ed uragano.

Fa che una primavera rossa

Di sangue e di martirio

Sorga da questa vecchia terra,

e che la vita sia come una fiamma.

Viva la guerra!

 

Ardengo Soffici, che venne ferito due volte sulla Bastiglia scrisse “Aeroplano”:

Fette d’azzurro …

Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole …

Il mio cuore meteora si spande come uno sperma

nell’abisso fecondo del sangue …

a 6207 metri incipit vita nova

 

Enrico Cardile, un futurista capitano d’artiglieria e ferito poi in combattimento scrisse “La guerra dei nostri nonni”:

Sorgi tu violenza, dall’abisso

ove t’incatena il sonno

ove t’incatena la servitù e la vecchiaia

o violenza, sorgi, balena in questo cielo

sanguigno, stupra le albe

irrompi come incendio nei vesperi

fa' di tutto il sereno una tempesta

fa' con tutte le anime un odio solo

 

Paolo Buzzi, collega di Enrico e volontario scrisse:

Oh gioia d’esser automa, una volta

di provar l’anima piccola scatolare

dei piccoli soldatini di piombo in fila dura!

Oh, lussuria, sapersi

la forza d’una forza, l’arma

d’un braccio formidabile, lo svelto

strumento di morte possibile della Società


...... ma la maggior parte contro. 

Noi preferiamo ricordare questi uomini per i quali ogni parola è  testimonianza di un dolore inesauribile (Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie), di un orrore inspiegabile (Un'intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno massacrato/ con la sua bocca digrignata) ma anche di una speranza che è solamente umana (Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita). 

Umberto Saba, che visse la guerra come un dovere e  scrisse diverse  poesie dedicate a tutti i giovani soldati che morivano lottando per la patria. Per Saba non era giusto far morie dei giovani, mentre i generali volevano avere sempre più giovani da mandare in campo.

Poi che il soldato che non parte in guerra

è femmina che invecchia senza amore

e c’è un binomio che nel mesto cuore

uno squillo ancor da: Trento e Trieste:

poi che la vita è un male, e son moleste

dopo la prima giovinezza, l’ore:

ma chi soldato tra i soldati muore

resta giovane per sempre sulla terra.

 

Clemente Rebora invece considerava la guerra come una missione e scrisse la poesia “Viatico” in cui raccontò l’agonia di un mutilato:

O ferito laggiù nel valloncello

Tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri …

Finita la guerra, esattamente vent’anni dopo Rebora si fece prete.

 

Fausto Maria Martini scrisse una poesia intitolata “perché non ti uccisi” che racconta la volta in cui decise di non sparare a un suo nemico rannicchiato sotto la sua arma:

Non fu dunque per tema

s’io non t’uccisi: fu per non morire!

Per non morire in te: m’eri gemello,

o apparso sulla gemina trincea.

Giuseppe Ungaretti che rende ancora più drammatico e vivo il senso di sconfitta umana collocando nello spazio e nel tempo i suoi versi

Cima Quattro il 23 dicembre 1915 

Un'intera nottata 
buttato vicino 
a un compagno 
massacrato 
con la sua bocca 
digrignata 
volta al plenilunio 
con la congestione 
delle sue mani 
penetrata 
nel mio silenzio 
ho scritto 
lettere piene d'amore 
Non sono mai stato 
tanto 
attaccato alla vita

Mariano il 15 luglio 1916 

Di che reggimento siete 

fratelli? 
Parola tremante 
nella notte 
Foglia appena nata 
Nell'aria spasimante 
involontaria rivolta 
dell'uomo presente alla sua 
fragilità 


 

Ci furono poi altri poeti, eccone alcuni:

-          Giulio Barni: volontario del Trieste, volle “Uccidere pace e menzogne”

-          Luigi Granturco: bersagliere, definì gli italiani come “La razza creata per essere padrona”

-          Vittorio Locchi: affondato sul piroscafo Minas, cantava “I santi carnai dei nostri morti”

-          Gabriele D’annunzio: che si autodefinì “Il poeta del massacro”


 

 

 

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