Plagio accademico: il sistema di impunità dell'Università di Bologna

di Lucio Picci

Bologna, 26 settembre 2016

Ai miei studenti
Alla comunità dell’Università di Bologna
Al pubblico

Cari studenti,

stanno per iniziare le lezioni, presto ci conosceremo e avremo modo di chiarire diversi aspetti che riguardano gli obiettivi e l’organizzazione del corso. Desidero annunciarvi che non vigilerò per evitare che voi copiate, durante l’esame o nel preparare altri testi scritti, perché in coscienza non posso chiedere a voi il rispetto di regole che l’Università di Bologna permette a noi professori di violare.

         Infatti, all’Università di Bologna è in funzione un sistema che garantisce ai professori l’impunità dal plagio. Uso la parola “sistema” con prudenza: non vi è alcuna congiura, ma agiscono dei meccanismi, non previsti dalle leggi o dai regolamenti d’Ateneo (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità. Essi si basano su una fitta rete di connivenze che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi di plagio e al loro occultamento. Vediamo concretamente come funziona.

         Consideriamo per primo la segretezza. L’anno scorso, il responsabile di un’importante istituzione scientifica estera scrisse al Direttore di un nostro dipartimento, per segnalare che un professore aveva copiato altri autori, in una sua ricerca da loro pubblicata. Il Direttore ne diede comunicazione ai membri di quel Dipartimento il 22 gennaio 2015. Nel verbale (riservato) di quella riunione si ricorda quanto prevede il Codice etico d’Ateneo: “L’Università non ammette alcuna forma di plagio e disonestà intellettuale, sia essa intenzionale o derivante da condotta negligente o dall’abuso della posizione gerarchica o d’influenza accademica”. Il Direttore trasmise la segnalazione al Rettore. Chi aveva segnalato il caso aveva richiesto in modo esplicito di essere informato sulle procedure interne adottate e sul loro esito e, se possibile, di farne “menzione nel sito Web” (dell’Università di Bologna). Nulla di questo avvenne, e neppure i membri di quel Dipartimento furono più informati.

         Un secondo esempio ha origini più antiche, ma conseguenze attuali. Il primo febbraio del 2000, il Senato accademico considerò accuse di plagio particolarmente gravi nei confronti di un professore. Espresse all’unanimità “un senso di rifiuto e di riprovazione per questo tipo di pratiche, consistenti nel presentare come propri, testi altrui”, ma ritenne, in quel che doveva essere un verbale praticamente segreto, “che di questa sostanziale censura e delle misure che seguiranno debba essere fatto un uso molto prudente e riservato [...]”.

         La sistematica segretezza, nascondendo i fatti, permette che questi non vengano accertati. A questo proposito, consideriamo anche un terzo caso emblematico. Anni fa emerse che un manuale per studenti conteneva alcune pagine tradotte da un libro in lingua inglese. Quel manuale era firmato da due professori dell’Università di Bologna, che non ha mai appurato chi di loro fosse il responsabile materiale – anche ignorando richieste esplicite e articoli sui giornali che sollevarono la vicenda. Non potendosi affermare chi sia responsabile, in un certo senso, nessuno è colpevole, e il fatto non sussiste. Il mancato accertamento, che la segretezza facilita e permette, conduce alla scomparsa del plagio, e costituisce uno degli elementi essenziali del sistema di impunità.

         Inoltre, la segretezza, coprendo il crimine, indica che il potere sta dalla parte del reo, e che quindi egli è potente. A rafforzare tale indizio, notiamo che gli accusati talvolta vengono persino premiati. Nel corso di una cerimonia pubblica, il primo giugno scorso il Rettore dell’Università di Bologna, Prof. Francesco Ubertini, ha consegnato a quello stesso professore che era stato oggetto del giudizio severo (ma “prudente e riservato”) del Senato accademico, il titolo di Professore Emerito. Si tratta di un titolo ambìto, destinato ai soli professori ordinari al termine di una carriera particolarmente distinta e specchiata.

         Il caso ha avuto ampia eco. Se ne è occupato, tra gli altri, un giornalista de L’Espresso, Fabrizio Gatti, che ha riportato nel suo articolo una lettera significativa (file PDF) dell’allora Rettore Prof. Fabio Roversi-Monaco. Vi si leggono accuse gravissime nei confronti di quel professore, ma tenete presente che ad esse non seguì alcuna sanzione (le “misure” che il Senato accademico aveva annunciato), e anzi la questione in seguito si ingarbugliò, in maniera degna di una commedia all’italiana. E anche il professore del primo esempio, in un certo senso è stato premiato: recentemente è stato nominato Presidente di una nota istituzione di ricerca bolognese, un fatto sul quale tornerò.

         In seguito alla pubblicazione da parte de l’Espresso della lettera dell’allora Rettore Roversi-Monaco, ad alcuni è parso che la misura fosse colma, e si è chiesto al Rettore attuale, il Prof. Ubertini, di fare chiarezza. Io stesso ho inviato una lettera, sottoscritta da alcuni colleghi. Sollecitato da più parti, il Rettore ha informato i vertici accademici dell'iter che portò a quella contestata nomina, dichiarando che “gli atti propri dell’istruttoria risultano aver regolarmente seguito l'iter procedurale“. E’ una frase da imparare a memoria, come ammonizione: così non si deve scrivere, e soprattutto, pensare: innumerevoli nefandezze possono essere commesse seguendo “regolarmente” “l'iter procedurale”. Dovrebbe invece contare la sostanza: quelle accuse di plagio sono vere, o false? La domanda, semplice ma ineludibile, non è rivolta a un burocrate qualunque, ma a chi oggi sarebbe tenuto a rappresentare politicamente la più antica università del mondo.

         Perché ci si rifiuta di far chiarezza? Perché in Germania, pochi anni fa, costrinsero alle dimissioni un ministro plagiario, e a Bologna persino può avvenire che si premino gli accusati? Certamente, la segretezza e il mancato accertamento dei fatti fan sì che molti siano all’oscuro dei fatti. Ma i vertici accademici ed interi dipartimenti sono perfettamente informati, e voltano la testa dall’altra parte. Il motivo, ed è il cuore della questione, è la presenza di una fitta rete di connivenze che si fonda sugli interessi personali di noi professori. Prendiamo le mosse da questi.

         Per primo, a tutti noi interessa far carriera, sino a diventare professore “ordinario”. Secondo, non ci dispiacciono i soldi, e molti di noi desiderano ottenere incarichi retribuiti - consulenze, partecipazione a consigli di amministrazione, eccetera. Alcuni poi hanno ambizione politiche, come dimostra il buon numero di politici che hanno insegnato all’Università di Bologna. Per perseguire questi obiettivi servono risorse di vario tipo. Per fare carriera sono necessarie pubblicazioni scientifiche e buoni rapporti coi superiori (i professori ordinari). Per il resto, e semplificando, si richiede vicinanza col mondo della politica, che distribuisce gran parte degli incarichi retribuiti. Consideriamo ora come una rete di connivenze, che si fonda sugli interessi che ho elencato, sostenga il sistema di impunità.

         Certi professori controllano più risorse di altri, per esempio, nel determinare le promozioni, o per i rapporti privilegiati che hanno col mondo della politica, e di alcuni si mormora che appartengano a reti relazionali coese e non sempre trasparenti. Contrastare un potente è sconveniente, e se l’accusato potente non è, potrà con qualche ragione indicare il precedente a lui favorevole e pretendere un’analoga indulgenza. Inoltre, il sistema di connivenze è ampio. Consideriamo l’istituzione di ricerca bolognese del cui nuovo Presidente si è detto. Il Comitato direttivo e il Consiglio scientifico di quella istituzione hanno un totale di 19 membri, tutti nominati (o confermati) successivamente alla nomina del nuovo presidente. Dieci di loro sono professori dell’Università di Bologna: è bizzarro accettare un ruolo di responsabilità in un centro che è presieduto da una persona il cui nome, nel sito Web di una nota istituzione scientifica, appare affiancato alla parola “plagiarism”. Qualcuno di quei diciannove era forse ignaro, ma anche loro ora hanno interesse a che non se ne parli.

         Ma altri sapevano benissimo. Per esempio, tra i membri del consiglio scientifico di quell’istituto di ricerca bolognese, vi è il Direttore del Dipartimento (e membro del Senato accademico) di cui fa parte il Presidente accusato di plagio. Nel suo caso vi è un vero e proprio conflitto di interessi, tra la sua partecipazione a quel Consiglio scientifico, e certe responsabilità che fanno capo a un Direttore di dipartimento e a un membro del Senato accademico. Tra queste, “contrastare i casi di plagio di cui sia venuto a conoscenza” (dal Codice etico d’Ateneo), e dovere di trasparenza – esiti improbabili, se l’accusato è anche, altrove, il “suo” Presidente.

         La rete di connivenze è estesa. L’istituto di ricerca di cui sopra è storicamente associato a un’importante casa editrice, la stessa che pubblicò il manuale a due firme di cui ho detto. Il plagio rappresenta la violazione di un rapporto fiduciario doppio, dell’autore verso l’editore, e di quest’ultimo verso i lettori: un editore serio che ne sia coinvolto riconosce l’errore nei confronti del pubblico, e rompe ogni rapporto con l’autore colpevole. La casa editrice invece continuò a pubblicare quel manuale, depurando alla chetichella le pagine incriminate in un’edizione successiva, e altri libri di quegli autori. Secondo quanto riportato dalla stampa, a uno dei due persino avrebbe successivamente conferito un contratto di consulenza, quando egli occupava un’importante carica politica.

         Con quella casa editrice, centinaia di colleghi dell’Università di Bologna hanno firmato pubblicazioni, il cui valore percepito influenza le prospettive di avanzamento di carriera, e più in generale la reputazione professionale. Numerosi politici, passati e presenti, sono collegati in vario modo con queste istituzioni “sorelle”, e non hanno interesse a muovere o ad ascoltare critiche. Per avere un’idea più precisa dell’estensione della rete di connivenze che sostiene il sistema di impunità, consideriamo che, per lungo tempo, uno dei nostri plagiari più celebri, mai sanzionato, ricoprì un incarico importante in un’università straniera con sede a Bologna, a sua volta distributrice di risorse, quali la titolarità di corsi ben retribuiti. Nel paese di origine di quell’università sarebbe stato impensabile, ma le istituzioni in trasferta vengono a patti con gli usi locali. In conclusione, chi a Bologna si oppone al plagio, non si inimica soltanto una persona, ma dichiara di non appartenere, e di essere contro, a un sistema accademico-politico che distribuisce risorse ambìte. E il plagio, creando vincoli di dipendenza reciproca tra accusati e conniventi, contribuisce alla coesione di un tale “sistema distributivo”.

         Cari studenti, contestualmente alla pubblicazione di questa lettera, chiedo al Rettore di avviare nei miei confronti un procedimento disciplinare, dato che vigilare affinché voi rispettiate certe regole fa parte dei miei doveri. Che cosa accadrà? Credo nulla. Il Rettore è apparso sui giornali, sorridente, mentre solennemente consegna il titolo di “Emerito” a quel professore che, secondo la lettera firmata dal suo predecessore Prof. Roversi-Monaco, avrebbe dedicato “in latino” un libro interamente copiato “al fratello prematuramente scomparso”: è quasi impossibile oggi cambiare mossa, per chi si è rifiutato ostinatamente di dire la verità su un’accusa talmente mostruosa. Per quanto riguarda i membri del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione, il chiarimento necessario metterebbe in luce le responsabilità del passato Rettore, il Prof. Ivano Dionigi, sotto la cui guida fu determinata in buona misura la composizione attuale di quegli stessi organi cui appartengono. Per ultimo, un processo a me rischierebbe di travalicare gli angusti confini bolognesi, per trasformarsi in un processo a loro. È probabile che chi ha detto “no” prima o poi si stanchi e che, complice un’opinione pubblica distratta, prevalga il muro di gomma. Ma staremo a vedere, e vi terrò informati.

         Ma se tutto questo è forse inutile, perché farlo? Per coscienza. Consideriamo infatti cosa accade quando siete voi a copiare. Pochi mesi orsono, il Senato accademico ha sospeso per tre mesi una studentessa, sorpresa durante un esame con un telefono e un auricolare nascosto. Il fatto è stato accertato, vi è stata una sanzione, e ne hanno scritto i giornali. Ma con voi io rappresento l’Università di Bologna, e il nostro Statuto recita che siamo una “comunità di studenti, professori, e personale tecnico amministrativo”: se siamo impuniti noi professori, che lo stesso valga per voi studenti. È un'ipocrisia insopportabile, e il mio rifiuto è obiezione di coscienza.

         Ponendo un problema di coscienza e di coerenza, torno alla questione che per noi è più importante: quel che apprenderemo insieme nei mesi a venire. È scritto nel programma del corso, ma c’è qualcosa che non vi troverete. Riguarda un concetto difficile da insegnare, anzi, che nessuno può dire di avere appreso una volta per tutte. Io non ho la presunzione di conoscer bene questo concetto, e neppure sono in grado di definirlo con precisione, ma so con certezza che si fonda appunto su un’idea di coerenza, e che si chiama onestà intellettuale. E in questo spirito, sarò lieto, se vorrete, di ascoltare la vostra opinione sui fatti che ho descritto (tutti inoppugnabilmente documentati), sull’interpretazione che ne ho proposto, e sulla determinazione che ne ho tratto.

Un caro saluto, e a presto.

Lucio Picci

Professore ordinario di Politica economica
Dipartimento di Scienze Economiche
Università di Bologna


Parlano di questa lettera: rassegna stampa


Lettera di autodonenuncia al Rettore Francesco Ubertini. Bologna, 26 settembre 2016.