Caso Zamagni

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Una lettera sulle conseguenze istituzionali del "Caso Zamagni"

Lucio Picci


Bologna, 6 settembre 1999

Al Direttore

del Dipartimento di Scienze Economiche,

Prof. Carlo D’Adda

e ai colleghi.


Caro Direttore,


durante l’ultimo nostro consiglio del 13 luglio si è parlato se pur brevemente del cosiddetto “caso Zamagni”, per la prima volta da quando esso si aprì nell’aprile del 1996. Come è noto, un articolo apparso su “Belfagor” del 31 marzo di quell'anno, firmato da Federico Varese, mostrò che il collega Stefano Zamagni era responsabile di più di un caso di plagio. La vicenda ricevette una certa attenzione da parte di alcuni quotidiani, ma nessuna considerazione ufficiale degna di nota all’interno della nostra professione. A distanza di oltre tre anni dalla pubblicazione di quell’articolo, un’analisi superficiale dei fatti indicherebbe che il plagio, nel nostro sistema accademico, non è un argomento di discussione istituzionale e, soprattutto, non è punito.

Nei fatti, dalla primavera di tre anni fa sino ad oggi, il “caso Zamagni”, i suoi risvolti, e l’incredulità di ciascuno per il silenzio di tutti, sono stati uno tra gli argomenti principali di conversazione informale all’interno del Dipartimento e della professione. L’ultimo episodio di questo discorso sommerso, di cui si è avuta eco nell’ultimo nostro consiglio, è recente, e riguarda la notizia di un caso ulteriore di plagio, successivo alle rivelazioni di tre anni fa. Nel libro di Flavio Del Bono e Stefano Zamagni,  "Microeconomia”, Il Mulino, Bologna, 1997, le sezioni 4.1 e 4.2, a p. 616 e p. 617, sono una riproduzione letterale, con qualche esclusione, delle sezioni 17.3 e 17.5, da p. 596 a p. 599, del testo di Robert H. Frank , Microeconomia, McGraw Hill Libri Italia, Milano, 1992. Un terzo collega, indicato come autore del capitolo in questione, apparentemente non avrebbe responsabilità nel plagio.

Su questi fatti desidero svolgere alcune considerazioni.

Il nostro Dipartimento, all’indomani delle rivelazioni di “Belfagor”, ha dovuto prendere una decisione difficile. Si poteva scegliere di affrontare apertamente la questione all’interno del consiglio. Se questo fosse stato fatto, il Dipartimento con difficoltà avrebbe potuto negare il proprio coinvolgimento. Qualunque ne fosse stato l’esito, una discussione, per il suo valore di riconoscimento ufficiale, avrebbe contribuito se non altro a rinviare a decisioni da parte di altri organi dell’ateneo.

La seconda possibilità a nostra disposizione, che noi abbiamo scelto, consisteva nel decidere di non decidere, evitando che l’istituzione apprendesse ufficialmente quel che privatamente era noto a tutti i suoi membri.

Non è chiaro di quali temi, oltre all'ordinaria amministrazione, si possa occupare con qualche credibilità un dipartimento universitario che decida di ignorare dei casi di plagio accademico che avvengono al suo interno. Quando un fatto di indubbia importanza e gravità è formalmente trascurato, si opera uno scollamento tra la realtà e la sua rappresentazione: a fronte di fatti oggettivi, noti a tutti e ampiamente commentati, l’istituzione finge di agire secondo una realtà che è, per così dire, parallela.

Credo che l’aderenza della realtà con l’immagine di essa che collettivamente si riesce a produrre sia una buona definizione del termine “verità”. Per chi ha fede, e per molti altri, la verità è un valore in sé. Per tutti, nella conduzione delle istituzioni, la negazione della verità ha sempre conseguenze dannose. Negare la verità significa contrarre un prestito verso un futuro in cui si dovrà tracciare una linea in fondo a un bilancio: l’opportunismo politico, quando è male inteso; l’agire miope secondo la convenienza immediata, inevitabilmente delegittimano l’istituzione e provocano disagio e disorientamento nei suoi membri.

Il disagio deriva dal ricevere messaggi contrastanti. Messaggi ufficiali riguardo all’attività didattica e di ricerca, e messaggi ufficiosi riguardo all’ammissibilità di ogni pratica non peggiore del plagio. Il disorientamento che ne segue induce a trovare delle ragioni di appartenenza al proprio mestiere che non coinvolgano la sua principale struttura di socializzazione, il dipartimento. La delegittimazione segue l’inconciliabilità che vi è tra una desiderata irresponsabilità, e la presenza di un mandato che va oltre all’organizzazione logistica degli uffici; tra il far finta di non esserci, e il desiderio di essere presenti. Tra l’immoralità del plagio, e del suo commercio presso gli studenti, e l’impossibile credibilità di chi ignora una tale immoralità.

Negando la realtà, un’istituzione non raggiunge né l’obiettivo di fare scomparire i fatti, né di convincere della propria irresponsabilità, se non al termine di un processo completo di delegittimazione, in cui l’irresponsabilità si avvera, perché segue l’avvenuta impotenza.

Vi è un altro aspetto del “caso Zamagni” che richiede considerazione. Abbiamo appreso dell’ultimo episodio per mezzo di una lettera anonima ricevuta da alcuni colleghi. Se apparentemente non vi è stata punizione al plagio, nei fatti si è avuta una sanzione non evidente, ma occulta e omertosa, sostanziata da minacce implicite di rivelazioni amplificate, o possibilmente, come è poi avvenuto, ulteriori.

Le lettere anonime, il “dossieraggio”, e il ricatto che da questi si alimenta, allignano dove vi è uno scollamento tra i fatti e la loro rappresentazione. Laddove è più difficile parlare in pubblico di quanto è di ovvio interesse pubblico, è più forte la spinta a non assumersi la responsabilità di quel che si dice. Chi scrive lettere anonime non merita alcuna giustificazione; allo stesso modo, l’odiosità di una lettera anonima non può fornire un alibi a chi ha contribuito a creare il clima che ne ha favorito la scrittura. Le persone si comportano in modi diversi in situazioni diverse. E’ nostra responsabilità creare un quadro di riferimento per le azioni, nostre e dei nostri interlocutori, in cui certe pratiche non avvengano. E’ nostra responsabilità creare un quadro di applicazione delle regole, qualunque esse siano, tale da evitare che alla mancanza di decisioni formali si sostituiscano degli effetti ufficiosi, omertosi, perversi e in nessun modo giustificabili.

Tre anni fa, all’indomani delle rivelazioni apparse su “Belfagor”, decidendo di non decidere, imboccammo un passaggio che, vediamo oggi con chiarezza, era troppo stretto. Troppo forti erano le contraddizioni; abbiamo pagato un prezzo alto.

Se nella nostra scelta c’era una considerazione di realismo politico – il desiderio di evitare un esito traumatico, ed eventualmente la speranza che certi messaggi impliciti di dissuasione potessero avere un effetto – oggi dobbiamo constatare che eravamo in errore. Se qualcuno ritiene ancora giustificato il corso attuale, giudicando tutti noi ancora saldamente in piedi su una corda ben tesa, ebbene, consideri che oggi i fatti negano questa possibilità. Se vi era una strategia benintenzionata, questa ha fallito: gli episodi di plagio, lungi dall’essersi interrotti, si sono ripetuti, apparentemente con un maggiore coinvolgimento.

La responsabilità istituzionale è nostra. Commetteremmo un errore se ritenessimo che il nostro Dipartimento oggi abbia la forza per dichiarare che non solo il plagio è ammesso una volta, ma può essere ripetuto ed esteso. Imboccheremmo un passaggio non stretto ma, questa volta, inesistente.

Con questa lettera, che è anche una autocritica – ritengo che negli organi collegiali non esistano nascondigli: la responsabilità è sempre collettiva – ho voluto offrire il mio contributo per accorciare la distanza tra la realtà e la sua rappresentazione ufficiale. Altri, per ruolo e per capacità, forse interverranno con la necessaria saggezza e con consapevolezza di quel che è in gioco. Queste righe valgano anche come una personale presa di distanza e una nota di dissenso verso l’eventuale perdurare della situazione attuale.

L'alternativa allo scrivere questa lettera sarebbe stato, per me, l’azzeramento delle mie aspettative nei confronti dell’istituzione alla quale appartengo e all’interno della quale lavoro. Ho ritenuto doveroso evitarlo.


Cari saluti,



Lucio Picci


Lucio Picci

Dipartimento di Scienze Economiche

Università degli Studi di Bologna


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